7 ottobre 2008

I neocon: "Condoleezza, forza! Mai più film sull'11/9!"

di Pino Cabras


La copertina del «Weekly Standard» del 13.10.2008.
McCain e Palin: "possono farcela?"


Abbiamo visto che in Italia nessuna testata giornalistica si è filata la clamorosa trasmissione del film «Zero» che il 12 settembre 2008 ha incollato davanti ai teleschermi decine di milioni di russi, sette anni dopo i mega-attentati dell’11/9. Neanche per stroncarla ferocemente. Niente: nessun mazziere, né un vice-mazziere, un Mario Pirani perennemente orripilato, un Pigi Cerchiobottista pedantemente inesperto di politica estera. Nulla di nulla. Uno dei più indecorosi buchi giornalistici mai visti nelle gazzette e telegazzette italiote.

In America invece il film italiano sarà una questione di Stato.

O, almeno, questo è l’auspicio di un articolo apparso sul «Weekly Standard», l’influente organo dei neoconservatori edito da Murdoch, ossia il settimanale che ha prodotto con ammirevole coerenza la benzina ideologica per tutte le catastrofi dell’amministrazione Bush di questi anni, un magazine così potente che – a dire di Scott McConnell - «se l’intento di Rupert Murdoch era quello di fare in modo che le cose succedano a Washington e nel mondo, non avrebbe potuto ottenerlo meglio con maggior sforzo. Uno potrebbe spendersi dieci volte di più in comitati di azione politica senza ottenere nulla di paragonabile al “Weekly Standard”».

La ‘bibbia’ dei neoconservatori, udite udite, dice proprio che il film «Zero», non importa quanto siano rilevanti le cose che avranno da dirsi Condoleezza Rice e Sergej Lavrov, dovrà - sì, dovrà - essere un argomento del loro prossimo incontro al vertice.

L’articolo porta la firma di Cathy Young, vissuta fino a 17 anni in Russia con il nome di Ekaterina Jung e poi trasferitasi negli Stati Uniti. Di famiglia ebrea moscovita, ha maturato una tale apostasia dell’identità russa da aderire, perfino nel nome, con lo zelo antitetico di tutti gli apostati, alla versione più bigotta – ancorché Young, ossia giovane - di un’altra visione del mondo: la visione neocon del “nuovo secolo americano”, della “fine della Storia” e delle guerre preventive. Una Young America che in questi anni – lo possiamo dire in questi giorni di collasso finanziario, di costosissime guerre perse, di terribile disfatta del liberismo, di statalizzazione galoppante dell’economia, di inizio drammatico della Storia – le ha sbagliate tutte.
È il mondo fondato sull’11 settembre, ancora assorto a dare lezioni di civiltà a chi – in America come altrove – ha già mangiato la foglia.

Vorrei trattare quel che pubblica «Weekly Standard» con una certa deferenza, ma quando guardo al paesaggio di macerie su cui si ergono le sue declamazioni, le piccole e grandi manipolazioni, gli insulti, le minacce, gli stereotipi sul sovietismo che non passa mai, ebbene, non riesco a dargli credito. Il contesto fa tutto.

Potete leggere più avanti la traduzione fedele dell’intero articolo di Cathy Young e giudicare con il vostro metro. Se volete potete saltare questa introduzione, ci mancherebbe.
Però, qualche segnalazione mi sento di farla lo stesso. Partendo proprio dal contesto editoriale.
Di solito si riportano gli articoli della stampa internazionale senza spiegare le cucine redazionali in cui questi brani sono ammanniti.

Che cos’è il «Weekly Standard»?

Sebbene questa rivista sia capace di «perdere più di un milione di dollari all’anno», Rupert Murdoch, il tycoon che possiede anche Fox News e infinite altre testate, ha respinto con forza l’idea di venderla. Quando l’ideologia conta più dei bilanci…

I suoi columnist principi, Bill Kristol e Robert Kagan, sono i co-fondatori del PNAC, il Progetto per il nuovo secolo americano, un apparato ideologico che ha bombardato senza posa i concetti chiave della rivoluzione neoconservatrice. Kristol e Kagan sono stati i più sfacciati propugnatori della guerra in Iraq. Per anni, con interviste, discorsi, e articoli, hanno incessantemente mentito agli americani e al mondo intero, contrabbandando la propaganda di guerra neocon come vere notizie, colossali bugie vendute come fatti.

Il «Weekly Standard» ha scritto sui motivi, le spese, la preparazione e gli effetti della guerra in Iraq un tale mucchio di balle e di stupidaggini che mi è richiesta una fatica inottenibile per considerarlo degno di fede o in buona fede.

Ne ha scritto efficacemente il brillante autore satirico italiano Daniele Luttazzi: «Kristol aderisce alla filosofia neo-fascista (elitismo, elogio del super-uomo, esoterismo, guerra perpetua ) di Leo Strauss, che giustifica l’uso sistematico di bugie in politica per ottenere i propri scopi: invece di informare i cittadini, li imbrogliano, abusando della propria posizione di potere. Kristol ha scritto:- “Uno dei principali insegnamenti di Strauss è che tutte le politiche sono limitate e che nessuna si basa realmente sulla verità. (...) I movimenti politici sono sempre pieni di partigiani combattenti per le proprie opinioni. Ma ciò è assai diverso dalla ‘verità’. Tale ‘verità’ non è sicuramente accessibile se non per un minuto gruppo di iniziati”».

Strauss caldeggiò un tipo particolare di sapiente: il filosofo legislatore. Poiché la verità è oscura e sudicia, essa deve essere riservata alle élites. Tuttavia il filosofo in pubblico deve far finta di credere ai miti e alle illusioni, predisposti ad uso delle moltitudini. Pubblicamente si farà paladino dell’immutabilità della verità, dell’universalità della giustizia, della bontà disinteressata, ma in segreto insegnerà ai suoi iniziati che la verità è un artificio, la giustizia favorevole all’amico e sfavorevole al nemico, e che il solo bene da perseguire è l’appagamento. Tutti i grandi filosofi – per Strauss – sono stati scrittori esoterici, con un doppio messaggio, uno di salvezza per la massa, uno di potere per la minoranza.

Essere discepolo di Strauss predispone all’intrigo e alla menzogna per definizione. E Kristol non è certamente un cane da guardia che attacca il potere. È stato in occasioni importanti colui che scriveva i discorsi di Bush. Il presidente in quelle occasioni riusciva persino a pronunciarli compitamente.

Perciò ogni sfrontatezza concepita dal «Weekly Standard» vola molto più basso di quanto vorrebbe far credere.

Leggo ad esempio nell’articolo il modo in cui viene insolentito Mikhail Leont’ev, un giornalista russo presentato come un fanatico. Se la Young lo avesse letto bene nel 2002, quando Leont’ev profetizzava pacatamente che la guerra in Iraq sarebbe stata il disastro che poi è stata, intanto che il «Weekly Standard» vaticinava una passeggiata, forse si sarebbe risparmiata qualche idiozia successiva. Tacciamo pure le piccolezze su Chiesa e Meyssan, compresa l’esilarante accusa di tener bordone a uno stato corrotto e "statalcapitalista". Cari vecchi luoghi comuni.
Statalcapitalista. Chissà se fischiano le orecchie anche ai padroni delle banche e assicurazioni appese allo statalcapitalismo dei decreti che tentano il salvataggio della Nomenklatura di Wall Steet. Ma ve l’ho detto, i neocon le hanno sbagliate tutte, e a ogni buon conto i pazzi, per loro, sono gli altri.

L’articolo fa anche un esercizio di “bispensiero” orwelliano, mentre dice contemporaneamente che in Russia non c’è in sostanza libertà di parola, ma ammette a denti stretti che il dibattito ha espresso voci molto diverse fra di loro, emerse anche nel resto della stampa. Chi ha visto la trasmissione condotta da Aleksandr Gordon ha assistito a un dibattito educato e pluralista, molto più equilibrato delle sanguinose e sbavanti tonnare che di solito allestiscono i due Bill di Fox News, Kristol e O’Reilly.

Il testo di Young tace selettivamente certe conclusioni serie e argomentate di alcuni partecipanti al dibattito, come il cosmonauta Vladimir Dežurov e l’ingegnere Ašot Tamrazijan, ad esempio. Oppure insiste ossessivamente sullo stigma di “teorici del complotto” e semplifica le tesi esposte, tra accuse trite ritrite di antiamericanismo. Ma siamo abituati.

Sintomatico quando l’articolo accusa la diarchia moscovita di portare il proprio paese «fuori dalla corrente principale delle nazioni civilizzate» (leggi: non accettano una guida unipolare di quest’America in crisi di leadership). È una pervicace insistenza nel non voler guardare in faccia a una realtà drammatica: una Crisi maiuscola, che richiede che si facciano i conti con tutte le sue cause, a partire dalle stragi dell’11 settembre, nel momento in cui ogni visione del mondo sarà messa in discussione al precipitare degli equilibri planetari.

Nel parlare dell’Italia, il drammaturgo Marco Paolini sostiene che è un paese montagnoso che ha di sé un'immagine di pianura. E che dunque soffre un equivoco della sua identità spaesante e distruttivo, pronto a tradursi in una serie tragica di sciagure del territorio, tutte derivanti da una sorta di insensata e ostinata rimozione della natura reale del nostro suolo. Allo stesso modo, più in grande, e più tragicamente, troppo a lungo abbiamo visto rappresentate le dinamiche del mondo con il parametro del «Weekly Standard», nel tentativo di dare al mondo un’identità da pianura del Midwest. Le montagne della realtà effettuale sembrano ora riprendersi il posto virtualmente occupato dalle alture delle menzogne di Young e Kristol, fra i loro strilli.

Intanto, nel nostro paese montagnoso, i media dormono il loro sonno mentre crollano le dighe.

Basta, ecco l’articolo:

I nuovi amici dei “ricercatori della verità”
Il governo russo si riscalda alle teorie del complotto dell’11/9
Cathy Young

Articolo originale:
The Truthers’ New Friends
The Russian government warms up to 9/11 conspiracy theories.
[http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/015/661hwlum.asp?pg=1]
by Cathy Young
10/13/2008, Volume 014, Issue 05



Mentre continua il gelo nelle relazioni USA-Russia nella fase post-Georgia, il governo russo ha più volte dichiarato la sua disponibilità a riprendere la collaborazione amichevole qualora gli Stati Uniti ricambino e abbandonino la loro retorica da Guerra Fredda. Eppure, allo stesso tempo, Mosca ha incoraggiato un’orgia di isteria anti-americana presso i media russi più fedeli. Il 12 settembre, il “dagli all’America” ha toccato un nuovo minimo: uno speciale in prima serata sulla televisione nazionale inteso a spacciare l’idea che gli attentati al World Trade Center e al Pentagono dell’11 settembre 2001 siano stati un lavoro dall’interno perpetrato da guerrafondai americani.

Lo speciale, andato in onda nell’ambito di un programma chiamato “Proiezione privata” sul Primo Canale controllato dal governo e visto con punte di 30 milioni di telespettatori, è stato costruito intorno al documentario «Zero», realizzato dal giornalista ed eurodeputato italiano Giulietto Chiesa. Ignorato nella maggior parte dell’Europa e stroncato dalla stampa italiana, «Zero» è un guazzabuglio delle ben note presunte “verità sull’11 settembre” (le Torri Gemelle sono state abbattute da esplosivi all’interno degli edifici, il Pentagono è stato colpito da un missile, non da un aereo), accompagnati da musiche inquietanti e dalle dritte di “esperti” del calibro del clown Dario Fo, premio Nobel per la letteratura.

Lo stesso Chiesa, un apparatčik del partito comunista italiano di era sovietica e corrispondente da Mosca per il quotidiano comunista «L’Unità» - un uomo che sembra aver traslocato pienamente la sua fedeltà all’URSS fino alla corrotta Russia statalcapitalista di oggi - era a portata di mano per la discussione in studio. Chiesa si è lamentato amaramente di non essere stato capace di trovare distributori in Europa occidentale e negli Stati Uniti; grazie al cielo la Russia consente ancora un forum per la libertà di parola.

Siccome non viviamo in tempi del tutto sovietici, stavolta c’è stata almeno una parvenza di dibattito. Diversi invitati, compreso un esperto di costruzioni e (ironicamente) un analista del KGB a riposo, hanno rigettato la teoria del complotto. Vladimir Sukhoj, un ex corrispondente del Primo Canale che si trovava a Washington il giorno degli attentati e a New York pochi giorni dopo, ha parlato in modo toccante degli orrori cui ha assistito e ha detto che non poteva “tradire” le memorie dando credito alle tesi di Chiesa. Sukhoj ha anche sottolineato di aver personalmente visto i detriti del volo 77 al Pentagono, sebbene il co-autore di Chiesa, il teorico francese del complotto dell’11/9, Thierry Meyssan, assicurasse ardentemente che lui non li aveva visti. Sukhoj ha ascoltato con la paziente, perplessa espressione di qualcuno costretto a sopportare il delirio di un pazzo.

Ma i pazzi, per la maggior parte, scorrazzavano liberamente. Il dibattito è stato fortemente dominato da diversi interlocutori filo-complotto che rifiutavano la “versione ufficiale” dei “19 arabi diretti da Osāma bin Lāden in una grotta”, come cosa evidentemente assurda. (I continui lazzi sui “19 arabi” hanno suscitato un sarcastico interrogativo di una persona fra i dissidenti, l’esperta di Medio Oriente Irina Zvjagelskaja: 25 o 50 sarebbero stati più credibili?) Chiesa, che è fluente in russo, ha obiettato che i video di bin Lāden trasmessi in TV mostrano “ovviamente” diversi interpreti del personaggio bin Lāden.

Il commentatore televisivo fanaticamente anti-americano Mikhail Leont’ev ha proposto come cosa assodata che i leader americani considerino le stragi a danno del proprio popolo come uno strumento perfettamente accettabile per conseguire obiettivi di politica estera, e ha cavalcato la bufala destrorsa sul fatto che Franklin Roosevelt avrebbe «allestito Pearl Harbor». Lo studoso Vitalij Tret’jakov e il presidente del Comitato islamico russo Geidar Jemal disputavano sul fatto se gli attacchi dell’11/9 fossero stati ideati da un sinistro clan di guerrafondai che operavano senza la conoscenza della Casa Bianca (Tret’jakov) o di Bush in persona (Jemal).

Diversi oratori hanno deplorato “la scarsità di informazioni” e la “manipolazione” dei media: i media occidentali, ovviamente, non la televisione russa, con la sua lista nera di figure dell’opposizione e la sua messa in onda di un video contraffatto in modo da far credere che un conduttore di Fox News abbia cercato di far tacere una ragazza osseta con opinioni filorusse. Infatti, la copertura mediatica occidentale della guerra in Georgia è stata prevedibilmente citata come un esempio di dilagante distorsione e disinformazione: i media tesi a ripetere la menzogna dell’aggressione russa così come avrebbero congiurato a coprire i fatti dell’11/9.

Il presentatore, il giornalista e regista russo Aleksandr Gordon, trasudava pie preoccupazioni e tormenti. Ma la sua parzialità è stata evidente fin dall’inizio, quando si è riferito in un certo qual modo causticamente agli ospiti scettici rispetto alla teoria di Chiesa-Meyssan definendoli «quelli completamente soddisfatti dalla versione ufficiale americana». Le dichiarazioni degli scettici sono state ignorate o trattate con malcelata derisione; nell’ultima mezzora le loro voci sono state quasi completamente sommerse. Quando Gordon ha chiesto al pubblico in studio quanti di loro hanno credessero alla “versione ufficiale” dell’11/9, nessuna mano si è alzata.

Quasi alla fine del programma, Meyssan si è lanciato in un appassionata filippica contro l’imperialismo statunitense e le sue malefatte. «Chi può fermare questo enorme predatore dal devastare il pianeta? Ci aspettiamo molto da voi, dalla Russia. Solo voi potete fermare tutto questo!» ha esclamato, tra i fragorosi applausi del pubblico in studio.

“Proiezione privata” è una trasmissione specializzata in temi “controversi”, ma è impensabile che possa avere trasmesso il film senza un’approvazione ufficiale. La trasmissione, come ha osservato nella rivista online indipendente «Grani.ru» il commentatore Boris Sokolov, «dimostra che, almeno alla televisione russa, la guerra fredda è in pieno corso.» Due giorni dopo la messa in onda del programma, mentre appariva in veste di ospite a «Ekho Moskvy», l’unica grande stazione radio politicamente indipendente in Russia, a Gordon è stato chiesto se il programma era collegato alle nuovo raffreddamento delle relazioni USA-Russia. La sua risposta: «Forse lo è. E forse non lo è.»

Ironia della sorte, il giorno che è stato trasmesso «Zero», il presidente russo Dmitrij Medvedev ha detto a una riunione di studiosi occidentali che l’attacco della Georgia all’Ossezia del Sud dell’8 agosto è stato l’11/9 russo: un giorno in cui degli inermi cittadini russi erano stati assassinati. (In realtà, essi erano Sud-Osseti con passaporti russi ha rilasciati negli ultimi anni.) Alla luce della messa in onda di «Zero», questa forzata analogia potrebbe essere vista come un’involontaria confessione che Mosca abbia segretamente architettato lo scontro in Ossezia del Sud.

Ma non molti russi sono inclini a seguire questa linea di pensiero, o di considerare un altro inquietante parallelo: le accuse abbastanza credibili che il FSB, l’erede post-sovietico del KGB, fosse coinvolto negli atti terroristici del 1999 a danno di complessi residenziali, attentati che causarono quasi 300 morti e furono attribuiti ai terroristi ceceni, aiutando a generare il pubblico sostegno per la guerra in Cecenia.

A loro merito, alcuni commentatori, anche nella stampa russa filogovernativa, sono rimasti sconvolti dalla trasmissione di «Zero». L’editorialista delle «Izvestija» Maksim Sokolov (nessuna relazione con Boris) ha scritto che il programma «non solo insulta l’intelligenza di ognuno, ma è estremamente di cattivo gusto». Sokolov ha criticato l’obiettivo di questo calcolato schiaffo inflitto sulla faccia degli Stati Uniti in un momento in cui le relazioni USA-Russia non sono proprio al loro meglio.

Oltre ad alimentare l’antiamericanismo nella popolazione russa, l’intento potrebbe essere stato una ritorsione : voi non vi bevete la nostra versione della guerra in Georgia? Ebbene, noi non ci beviamo la versione dell’11/9. Ma il circo demente del Primo Canale è una questione più grave dell'essere l’equivalente politico di un insulto da cortile d’asilo. A parte l’effetto all’interno della Russia, è probabile che aiuti a diffondere il veleno delle teorie del complotto sull’11/9 in tutto il mondo nel prestare loro una patina di legittimità.

Finora, questo insulto non ha ricevuto alcuna risposta da Washington. Dovrebbe. La prossima volta che il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov s’incontrerà con Condoleezza Rice, non mancheranno certo loro spiacevoli materie su cui discutere , ma ciononostante la trasmissione di «Zero» meriterà una menzione. Oltre ad essere una deliberata provocazione, è un ulteriore indicazione di quanto i padroni della Russia siano andati avanti nel portare il loro paese fuori dalla corrente principale delle nazioni civilizzate.

Cathy Young è collaboratrice della rivista «Reason»
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Aggiornamento dell'8 ottobre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso da «Aginform» [QUI] e da «Megachip» [QUI].

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