19 luglio 2016

L'Antiatatürk


di Pino Cabras.
da Megachip.


I contorni dell’operazione di Recep Tayyip Erdoğan stanno diventando più chiari di ora in ora.

Prima ha licenziato e arrestato migliaia di soldati. Poi migliaia di magistrati. Poi la totalità dei presidi e rettori dell’intero sistema educativo e accademico.

Sta cioè liquidando in pochi giorni un’intera classe dirigente ancora organica al sistema di valori di quella Turchia modellata quasi un secolo fa da Mustafa Kemal Atatürk. Non solo i vertici, ma tutti i quadri direttivi.

Sta demolendo tutto il lascito della Repubblica laica per sostituirlo con un nuovo tipo di forze armate, nuovi codici civili e penali, nuovi valori fondanti dominati da un blocco islamista cui si è appoggiato per vincere la prova del colpo di Stato.

Altro che contro-golpe. Siamo di fronte all’Antiatatürk.
La società turca entra in una “terra incognita”, e alle porte dell’Europa (e dell’Asia) assisteremo a tensioni nuove e fortissime.



16 luglio 2016

Golpe in Turchia. Tutto previsto, o quasi



Il confuso colpo di Stato in Turchia non ci sorprende. È finito un ciclo storico di cui molti osservatori hanno avvertito per tempo la resa dei conti.
di Pino Cabras.
da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO
 
Il golpe in corso in Turchia non ci sorprende. Un anno fa ospitammo su queste pagine un articolo profetico di Thierry Meyssan, intitolato Turchia in pericolo, che prediceva un’imminente guerra civile causata dai disastri e le convulsioni cui Recep Tayyip Erdoğan aveva sottoposto questo paese chiave della NATO, per non parlare dei contraccolpi derivanti dal suo ruolo più criminale, quello di coordinatore del terrorismo jihadista che insanguina Siria e Iraq. Sempre Meyssan annunciava in un altro articolo: Verso la fine del sistema Erdoğan. Qualunque sia l’esito finale del colpo di Stato, possiamo già dire che siamo al termine di tutti gli equilibri turchi degli ultimi 15 anni, sintetizzati via via in un regime personale sempre più repressivo, triplogiochista, antidemocratico. Sia che Erdoğan venga rovesciato, sia che riprenda il comando, a chi prenderà in mano il comando rimarrà un paese diviso, con le istituzioni umiliate dalla diffidenza, l’assenza di un progetto convincente in mezzo a una situazione internazionale esplosiva.
Un altro articolo interessante è stato scritto da Luisanna Deiana su SpondaSud il 13 aprile 2016, che riproponiamo qui di seguito. In esso si fa notare come le voci di golpe circolassero con la forza di un avvertimento potente anche negli organi d’informazione dell’establishment statunitense, ormai stanco delle capriole del Sultano di Ankara. Colpisce come l’avventura di Erdoğan, nata sotto lo slogan “zero problemi con i vicini”, si sia rovesciata nel suo opposto, con la Turchia che mano a mano accendeva focolai di guerra in diversi paesi, fino a ritrovarsi però con mille problemi in casa propria, a partire dal riesplodere della questione curda e sull’orlo di una guerra civile, con tanto di scontro implacabile con la rete dell’ormai arci-nemico Fethullah Gulen.
Vi anticipiamo – dell’articolo che leggerete – la frase solenne che il comunicato dello Stato Maggiore delle forze armate opponeva alle voci di golpe: «Disciplina e obbedienza incondizionata sono alla base delle forze armate turche. Non verrà fatta alcuna concessione a catene di comando illegali ed estranee alla gerarchia militare istituzionale».
È andata un po’ diversamente, ed era prevedibile. La Storia europea - tra Brexit, crisi europea, terrorismo in Francia, provocazioni antirusse della NATO e veloci contorcimenti militari, come il golpe turco - riprende a correre, chissà verso dove. Le scuse di Erdoğan a Putin per l'abbattimento dell'aereo militare russo in Siria e la sua ripresa di un dialogo con Mosca sono arrivate tardi. Di certo non sono piaciute ai padroni della NATO.

Buona lettura.


Al rischio golpe contro Erdoğan, segue il disgelo tra Turchia e Israele

di Luisanna Deiana, SpondaSud, 13 aprile 2016.

Le voci di un probabile colpo di stato militare in Turchia contro l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan si sono susseguite in modo frenetico sulla stampa internazionale fino all’attentato del 31 marzo scorso a Diyarbakir, città della Turchia sudorientale a maggioranza curda, nel quale sono morti 7 militari delle forze speciali e altri 27 sarebbero rimasti feriti. L’origine militare dell’attentato è stata immediatamente smentita dalle Forze Armate di Ankara che hanno ribadito la loro fedeltà alle linee di comando presidenziali.
Guerra psicologica o pura finzione, il risalto dato alla notizia a livello internazionale ha costretto lo Stato Maggiore turco a smentire in modo categorico l’ipotesi di un colpo di stato militare. Nella dichiarazione pubblicata sul sito internet delle Forze Armate si legge: «Disciplina e obbedienza incondizionata sono alla base delle forze armate turche. Non verrà fatta alcuna concessione a catene di comando illegali ed estranee alla gerarchia militare istituzionale».
La precisazione è insolita e va analizzata considerando il ruolo delle forze armate nella recente storia turca. L’esercito, che rappresenta il contingente NATO più numeroso dopo quello americano, ha avuto un ruolo determinante nella storia del paese attuando quattro golpe nel 1960, 1971, 1980 e nel 1997 con la destituzione del Governo Erbakan di ispirazione filoislamica e maestro di Erdoğan.  I militari si considerano infatti i guardiani del principio di laicità del fondatore della Turchia moderna Atatürk e godono di un grosso sostegno presso l’opinione pubblica. Oltre alla manipolazione della notizia da parte dei media occidentali, sui settori militari turchi, incombe l’influenza del magnate e imam Fethullah Gülen, in esilio negli USA dal 1999, ex alleato e ora nemico giurato di Erdoğan.
La campagna mediatica anti-Erdoğan portata avanti per settimane dalla stampa americana si è focalizzata sull’ipotesi di un prossimo colpo di stato in Turchia, tanto che il 24 marzo la rivista Newsweek ha pubblicato un esplicito articolo dell’ex funzionario della Difesa Usa, Michael Rubin, intitolato «Ci sarà un golpe in Turchia contro Erdoğan?». Che i media americani stiano cavalcando il gelo profondo nelle relazioni tra USA e Turchia seguito all’abbattimento di un jet russo da parte di un F-16 turco lo scorso novembre, trova conferma nel rifiuto del presidente americano Barack Obama di incontrare il premier turco a margine del vertice sulla sicurezza nucleare, tenuto a Washington dal 31 marzo al primo aprile. Sempre a fine marzo il Pentagono ha inoltre dato ordine alle famiglie di diplomatici e militari americani di lasciare il sud della Turchia a causa di “crescenti minacce da parte di gruppi terroristici”.
Anche in Europa non sono mancate le occasioni per ridimensionare il ruolo del “califfo” Erdoğan. In Germania il presidente turco è stato pesantemente ridicolizzato con un videoclip mandato in onda dal programma satirico Extra 3, trasmesso sul canale nazionale NDR, che ha preso di mira le sue presunte spese stravaganti e la violenta repressione delle libertà civili. Immediata la protesta di Ankara che ha chiesto di cancellare il video dalla programmazione del palinsesto. Altro episodio che ha screditato Erdoğan a livello internazionale è stato il tentativo di partecipazione dei diplomatici europei alla prima udienza, tenuta il 25 marzo a Istanbul, del processo contro due giornalisti turchi del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, Can Dundar ed Erdem Gul, accusati di spionaggio e divulgazione di informazioni riservate e propaganda a favore di organizzazione terroristica. L’udienza si è poi svolta a porte chiuse per ragioni di “sicurezza nazionale”.
Nella guerra di nervi tra Turchia e Usa si scorge uno scenario ben più ampio della crisi siriana: la cooperazione turca con la Cina, il rischio di un riavvicinamento all’Iran, il rifiuto di identificarsi con la strategia di contenimento degli Stati Uniti, il crescente disinteresse per il processo di adesione all’UE e il sostegno dato ad Hamas e ai Fratelli Musulmani sono elementi sintomatici di un problema ben più grande, vale a dire il tentativo della Turchia di condurre in autonomia scelte di politica estera pur essendo un paese della NATO. Il modello di “leader musulmano moderato che avrebbe colmato il divario tra Oriente e Occidente” identificato da Obama in Erdoğan nel 2010 si è rivelato fallimentare e contrario alle aspettative americane.
Ad offrire una via d’uscita al sempre più isolato Erdoğan, il giorno dopo l’attentato di Istanbul del 19 marzo, è accorso il direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano Dore Gold che si è recato in Turchia per incontrare il sottosegretario agli Esteri Feridun Sinirlioğlu, responsabile per la normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Gerusalemme. Quella di Gold è la prima visita di un diplomatico israeliano di alto livello in Turchia dopo l’incidente della Freedom Flotilla del 2010. Se infatti la Turchia resta strategica per gli USA in quanto unico alleato NATO confinante con Siria e Iraq e risulta quindi fondamentale per contenere i costi connessi alla logistica operativa negli sforzi di guerra in Medio Oriente, è evidente che i ripetuti avvertimenti inviati a Erdoğan non lasciano spazio a nuove iniziative turche fuori dalla programmazione americana.
Il disgelo tra Israele e Turchia annunciato l’11 aprile dagli organi ufficiali israeliani palesa il nuovo orientamento che la Turchia intende seguire nella gestione delle vicende medio-orientali.
Isolata dalla Russia e ai ferri corti con gli USA che hanno appoggiato l’indipendentismo dei curdi siriani, la Turchia riconciliata con Israele potrà usufruire di una tecnologia militare d’avanguardia, rafforzando il suo ruolo internazionale soprattutto con l’Unione europea, e si renderà indipendente dalle forniture energetiche russe, usufruendo del gas che Israele si prepara a estrarre da enormi giacimenti sottomarini.
Il nodo centrale del riavvicinamento turco-israeliano si gioca sugli aiuti umanitari che i turchi vorrebbero continuare a portare a Gaza. La soluzione israeliana prevede che la Turchia prenda le distanze da Hamas e che i carichi di rifornimenti diretti a Gaza siano controllati sulle piattaforme israeliane in alto mare.
Sullo sfondo delle rinate relazioni tra Turchia e Israele, si muovono i sunniti dell’Arabia Saudita che vedono negli israeliani un importante alleato contro un nemico comune, quell’Iran che americani e europei hanno riabilitato a livello internazionale. Nonostante la fine delle sanzioni, a Riyad resta alta la guardia contro il pericolo iraniano ritenuto responsabile di alimentare la ribellione nel mondo sunnita.

Fonte: http://spondasud.it/2016/04/al-rischio-golpe-erdogan-segue-disgelo-turchia-israele-11014

AGGIORNAMENTO DEL 16 LUGLIO 2016, ORE 8:00
Il golpe è fallito. Andate in pace

7 luglio 2016

Tony Blair a George W. Bush: 'Io sarò con te, in qualsiasi caso'


di Pepe Escobar.

Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry” (“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione dell'Iraq, così come le sue conseguenze.

Andiamo al sodo. Questo non è affatto un insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto più forte di quanto molti analisti si aspettassero.

Le anticipazioni trapelate avevano lasciato intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si dà il caso.

Le domande chiave sono note a tutti.
-     Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in guerra?
-     La guerra era legale?
-     La guerra ha reso - come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più sicura"?
-     Che cosa ha promesso Blair a George W. Bush?
-     Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
-     L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
-     I militari britannici non sono stati capaci di resistere alle pressioni di Blair?

Ci vorranno giorni per districarsi attraverso l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.

Non c'era "alcun bisogno" di andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono state prese "sulla base di informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva: Tony Blair "sopravvalutò la propria capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso". Blair era un semplice gregario, non un pilota.

Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato solo come la scuola di intelligence dei Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee, che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati dagli USA lo sapevano anche loro.



Così Blair non solo acquisì relazioni d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico con assoluta "certezza". Il rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il governo britannico "rimproverava la Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza ".
Non aspettatevi che una trama come questa sia presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.


Impegno per uccidere un milione di persone

Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi - che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era il barboncino della relazione speciale strategica, necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo, del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso") era quello nei confronti di George W. Bush.

Il risultato, come pure sappiamo, va al di là dello spaventoso. The Lancet, nel 2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante cifra di 655.000 iracheni morti a causa della guerra.

Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione basata in USA, Physicians for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a una cifra di 1 milione (5 per cento della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di profughi.

Chilcot è stato attento a essere ponderato, nell’affermare che "non siamo un tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili da enormi problemi legali sulla via di Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot. Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di avvocati di cui dispone Blair.



Il golpe interno del Labour- orchestrato dai blairiani - avrebbe dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza forza.

Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere messo in stato d’accusa.


Tutte le cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle bugie.

Allo stato attuale, Tony Blair probabilmente eviterà un biglietto di sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunale UE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi dei rifugiati in Europa.




29 giugno 2016

Eurofalsità Post-Brexit


di Pino Cabras.
da Megachip.


Siamo alle solite. Come tanti altri quotidiani, la Repubblica manipola fino alla falsificazione una notizia, per inserirla in una cornice che deve confermare i luoghi comuni e le narrazioni di area piddina. Ieri centinaia di eurodeputati hanno votato contro una risoluzione sostenuta da popolari, socialisti, liberali e verdi, che intimava ai britannici di levare subito le tende dalla UE. Tra chi si è opposto c’era, compattamente, tutta la sinistra che si riconosce nel gruppo GUE/NGL (tra cui gli spagnoli di Podemos e i tedeschi della Linke, per dire) e decine di esponenti del partito popolare, che si sono trovati a votare assieme ad altre formazioni di opposizione anche di estrema destra. Chi minimamente conosce la storia dei parlamenti sa che è una dinamica frequente e normale, che non implica un’alleanza organica degli oppositori. Ognuno è contro per ragioni sue.
Ebbene, la Repubblica riduce tutto a una schermaglia in cui c’è il babau Nigel Farage e c’è il suo «grande alleato», il M5S. Tanto è vero, dice l’articolista, che «tutti i deputati pentastellati hanno votato con Farage». Notare la sottigliezza di quel “con”: si badi bene che non hanno votato una risoluzione di Farage, ma una risoluzione presentata dalla maggioranza, e hanno votato contro. Il cronista aggiunge: «Insieme a loro Salvini, Le Pen e i conservatori inglesi». Nessuna menzione per gli altri, nemmeno per il collega di Repubblica, l’eurodeputato Curzio Maltese, che ha votato contro anche lui, come il suo gruppo GUE. Anche lui, secondo questa logica, ha votato “con” Farage. Avremmo diritto di saperlo, no?
Qualcuno obietterà: Il Movimento Cinque Stelle e Farage fanno parte dello stesso gruppo nel Parlamento europeo, e quindi sono culo e camicia. Obiezione respinta. In questi anni UKIP e M5S hanno votato in modo difforme su un’infinità di materie, come se fossero due gruppi parlamentari distinti. Il gruppo ufficiale è un contenitore senza il quale sarebbero ingiustamente penalizzati nei lavori parlamentari. Possiamo criticarli anche ferocemente per questa scelta, ma di fatto non sono alleati politici che votano sempre insieme. Nella loro contrarietà alla maggioranza brussellese, in questa specifica votazione, decine di formazioni politiche hanno portato ciascuna le proprie ragioni differenziate. Anche M5S e UKIP hanno portato ragioni molto diverse fra loro. Avremmo diritto di saperlo, no?
Nella coscienza degli elettori (e dei lettori) tentati dalla fuga dai loro vecchi rifugi viene così depositato il solito schema che assimila il mondo cinquestelle a una galassia fascistoide. Non c’è posto per un resoconto più complesso e articolato, più onesto. Non c’è posto per la verità.


25 giugno 2016

Tra Europa e mare aperto, la Gran Bretagna ha scelto il mare aperto

#Brexit. Il voto britannico è una delle tante manifestazioni della grande crisi europea. Da un lato il colpo potrebbe essere riassorbito, dall’altro – poiché nulla sarà come prima – si aprono scenari inediti.


Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=8919.


15 giugno 2016

Undici settembre, ha senso parlarne ancora?

di Riccardo Pizzirani.

da luogocomune.net.


Si avvicina il quindicesimo anniversario degli attacchi dell’undici settembre, ed il prevedibile picco d’interesse scatenerà la più banale e genuina delle domande: ha ancora senso continuare a parlare oggi di quei fatti?


Vediamo allora di colmare alcune delle lacune che i nostri media hanno lasciato, così da poter dare un efficace risposta a tale domanda.
A seguito degli attacchi dell’undici settembre il presidente Bush ha equiparato l’associazione terroristica Al Qaeda con una nazione nemica; questo ha permesso agli Stati Uniti di invocare l’articolo V del trattato della NATO (1), che afferma sostanzialmente che un attacco militare contro un membro della NATO è un attacco contro tutti, coinvolgendo gli alleati nelle azioni susseguenti.


Avendo ratificato quel trattato ed avendo accettato l’interpretazione statunitense e quella del Consiglio di Sicurezza ONU, la Repubblica Italiana è di fatto in stato di guerra contro Al Qaeda dall’undici settembre 2001.

La principale azione a cui abbiamo partecipato con la NATO è l’invasione, e la susseguente occupazione militare, della nazione dell’Afghanistan. Un paese piuttosto povero, martoriato dalle diverse occupazioni militari che ha subito nella sua storia recente, ultima delle quali da parte dell’Unione Sovietica, nazione che ha saputo allontanare proprio con l’aiuto delle milizie mujaheddin di quell’Osama Bin Laden che nel 2001 gli Stati Uniti d’America indicheranno come mandante degli attacchi che hanno subito.
Ma c’è anche una piccola ed importante digressione: nell’anno 2000, già liberi dall’occupazione russa, in Afghanistan sono saliti al potere i Talebani, che essendo dei fondamentalisti islamici compiranno tante azioni negative come distruggere statue e rappresentazioni di cultura millenaria afgana; tuttavia il gruppo si adopera anche per un’azione altrettanto positiva: distruggere le immense coltivazioni di oppio di cui la nazione è letteralmente ricoperta, in quanto l’uso di stupefacenti è contrario alla dottrina islamica.
L’oppio è l’ingrediente principale nella realizzazione dell’eroina, e come sappiamo la droga è in assoluto la merce a maggior rapporto di guadagno tra i costi di produzione e costi del prodotto finale: ai prezzi del 2002 stiamo parlando di 300$ spesi dal coltivatore per un kilogrammo di prodotto, che si traducono in 800$ come prezzo di vendita in Afghanistan, e che salgono fino a 16000$ nelle strade occidentali, ancor prima della conversione in eroina. (2)
Per capire appieno l’impatto delle azioni dei Talebani occorre anche ricordare che l’Afghanistan nel 2000 produceva tre quarti dell’intera produzione mondiale di oppio. (3)
Nel 2001, attraverso minacce, intimidazioni, e azioni dirette, i Talebani avevano ridotto la produzione di oppio in Afghanistan del 99%!
Quello che segue è un grafico tratto dallo studio sull’estensione in ettari dei campi dedicati alla produzione di oppio in Afghanistan, compiuto dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime - Ufficio droga e crimine delle Nazioni Unite) (4)

Poi nel 2002 la nazione è stata invasa dalla NATO, i talebani sono stati sostanzialmente sbaragliati, così come Al Qaeda, mentre si installava un nuovo governo delle tribu afgane ed è iniziata l’era dell’occupazione, che da noi si chiama “collaborazione”. E tutto è ripreso come e meglio di prima.
Vediamo allora il grafico completo, da cui è stato tratto il precedente:

La produzione di oppio è ripresa alla grande, e oggi, dopo 15 anni di presenza degli eserciti della NATO e con la piena collaborazione del compiacente governo locale, l’Afghanistan produce oltre il 90% dell’intera produzione mondiale di oppio.

I media Statunitensi, così attenti al rischio del terrorismo che proviene dall’Afghanistan, sono stati altrettanto disattenti riguardo gli altri rischi provenienti da quel paese, salvo poi stupirsi a cose fatte che l’utilizzo di eroina è tornato in auge negli Stati Uniti con quella che ora chiamano una “nuova epidemia di Eroina”: i dati ufficiali del CDC e della US Food and Drug Administration riportano un incremento del 90% nei casi di abuso o dipendenza dall’eroina nell’ultimo decennio. Le morti per overdose da eroina e oppiacei si sono quadruplicate tra il 2002 e il 2013, facendo (ad esempio) 8257 morti nel solo 2013.(5)
Questo mostra anche quanto fosse il reale interesse nel punire chi ha causato 4000 morti civili del 2001, quando la droga che riesce ad uscire dalla stessa nazione oggi ne causa più di 8000 all’anno.
Bene: i nostri soldati italiani sono lì, ora, in questo momento. E i fatti non cambiano semplicemente ignorandoli, negando lo stato di guerra, oppure chiamando un'occupazione militare “missione di pace”.
Ecco uno dei motivi per cui ha ancora senso oggi parlare di undici settembre.
Pure se uno dovesse credere a tutto il resto.
Riccardo Pizzirani (Sertes)

Fonti:
“Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale. Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”


Tratto da: http://www.luogocomune.net/LC/index.php/24-11-settembre/4424-undici-settembre-ha-senso-parlarne-ancora


7 giugno 2016

Il golpe di Hillary

di Pino Cabras.
da ZeroConsensus.



Tecnicamente non è un colpo di Stato, certo, ma gli somiglia tanto. 
Quel che si è compiuto in queste ore intorno alla candidatura di Hillary Clinton è abbastanza simile a quanto accade ovunque, nell’Occidente in crisi: le oligarchie hanno bisogno della cerimonia rassicurante e ratificante del voto, ma non vogliono che il suffragio popolare possa mai disturbare le loro decisioni. 

Così non hanno aspettato che la California, il boccone più grosso del piatto elettorale delle primarie USA, potesse sconfiggere la sempre più traballante Hillary fiaccata dagli scandali, ed esprimere così una possibile alternativa nella persona del “socialista” Bernie Sanders. 

Non volevano trovarsi in imbarazzo, con i cosiddetti “superdelegati” (i notabili di partito non espressi dal voto delle primarie) costretti a imporsi sulla volontà degli elettori solo a cose fatte, con un Sanders in grado di contestarli energicamente. 
Perciò, le "cose fatte" le han volute fare loro: hanno proclamato la nomination in anticipo, hanno dettato la grande notizia al sistema mediatico mettendo a tacere il resto, e al diavolo gli elettori democratici. 
Non c’è che dire, un bell’assaggio di quel che sarebbe una presidenza in mano alla candidata preferita da Wall Street e dai superfalchi neoconservatori.

 In questo quadro il coro dei media occidentali non trova di meglio che esaltarsi per la “prima volta di una nomination di una donna”. C’è da capire la valenza del simbolo, ma Hillary non è un simbolo: è un individuo specifico, una personalità politica concretamente distinguibile per i suoi comportamenti, già sperimentata nel suo ruolo di Segretaria di Stato, quando ha preso decisioni politiche che hanno acceso nuove guerre. Il caos che ha voluto creare ha ucciso donne: innocenti e a migliaia. Potrebbero diventare milioni, se potesse applicare le sue idee sul Medio Oriente e sul rapporto fra Europa e Russia.