16 dicembre 2014

Giulietto Chiesa e le vesti della libertà

di Pino Cabras.
Giulietto Chiesa è stato dunque rilasciato, ma non ha ancora ricevuto dalle autorità dell'Estonia un'esauriente spiegazione dei motivi per i quali è stato arrestato. C'è un decreto di espulsione, dicono. L'ha emanato ad personam il governo di un paese membro dell'Unione europea: senza nessuna accusa formulata in nome di una qualche fattispecie di reato. Si è voluto colpire un cittadino di quella stessa Unione europea, una personalità pubblica nel pieno dei suoi diritti politici e di parola, da sempre proclamati come il miglior primato dell'Europa.
In teoria, tutti hanno quei diritti, ma vengono usati poco e sempre meno. Per i diritti funziona al contrario dei vestiti: meno li usi più si sgualciscono. Giulietto indossa invece tutte le sfumature del diritto di parola e perciò mostra la veste integra della libertà, che spicca in mezzo a un sistema dell'informazione ormai agli stracci. Questa veste – a qualcuno – è sembrata troppo intatta. Non è un caso che si cominci da uno dei paesi baltici, quelli in cui, assieme alla Polonia e all'Ucraina, con la benedizione della NATO, si sta formando un cuore nero dell'Occidente: lì, in piena Europa, si sta "normalizzando" un modo di concepire l'Occidente alla maniera dell'America Latina degli anni settanta. È un sistema in cui le strategie militari e finanziarie le decide Washington, gli apparati repressivi sono in mano a manovalanza di ispirazione nazista, i simboli storici sono manipolati con ogni mezzo, si rimuove con la forza ogni memoria antifascista e si recuperano simboli, monumenti, cimeli legati al peggiore nazionalismo. Per le idee diverse c'è la repressione.
Una parte dei lettori conoscerà uno dei libri più “strani” di Giulietto Chiesa, “Il candidato lettone”, che racconta una storia – la sua candidatura in Lettonia alle elezioni europee del 2009 – per narrare una storia più grande ancora, che quasi nessuno a Ovest ha saputo vedere: quella delle repubbliche baltiche post-sovietiche (e fresche di NATO e di UE), dove intere comunità di lingua russa sono state private dei diritti elettorali e della cittadinanza, per ritrovarsi con il passaporto segnato dalla scritta “alien”. Un capitolo di quel libro parla dell'Estonia e sembra spiegare perché oggi c'è stato questo arresto:

«Mi rendevo conto, nonostante fossi lontano, che si stava preparando un focolaio, che avrebbe presto potuto trasformarsi in un incendio. E avvertivo anche che l'informazione che arrivava da Tallinn era – per usare un eufemismo – incompleta, inadeguata, e che, per capirci qualche cosa, si doveva integrarla con le notizie che venivano da Mosca. L'esperienza mi diceva che le crisi non nascono per caso. Anche se appaiono all'improvviso, hanno sempre una gestazione lunga ed è quella che bisogna scandagliare. Sono come corsi d'acqua, che escono dagli argini all'ultimo momento. Ma è evidente che la questione non è soltanto se gli argini siano sufficientemente alti; bisogna capire perché tanta acqua sia scesa dai monti».
L'acqua baltica dell'ultimo decennio è quella del recupero della memoria delle SS, della persecuzione dei russi, delle ondate repressive in stile G8 di Genova, tutte raccontate nel libro, che ancora non poteva descrivere gli sviluppi che invece nel 2014 ha poi raccontato Pandora TV: la guerra ucraina, la veloce e drammatica militarizzazione NATO dell'Est europeo; l'oltranzismo dei leader di quell'area, sempre più organici ai loro burattinai d'Oltreoceano, al punto che cedono platealmente i ministeri chiave e la finanza a ministri stranieri, come in Ucraina; le stragi naziste e i villaggi bombardati dall'artiglieria, le centinaia di migliaia di profughi, l'Europa delle sanzioni autolesioniste. 
Su questo fiume di eventi c'è l'alba cupa dell'Europa che va incontro alla guerra da Est, non trattenuta dall'altra Europa più a Ovest, a sua volta devastata dall'austerity del regime europeo. Solo in un contesto simile potevano eleggere il polacco Donald Tusk come presidente del Consiglio Europeo. Ai piani alti vogliono quanta più russofobia possibile.
Non è che dovete andare d'accordo con Giulietto Chiesa. Non è che dovete leggere “Il candidato lettone”. Vi basti rileggere Bertolt Brecht, quando riprende la poesia “prima vennero” di Martin Niemöller. Si tratta di capire in tempo dove si va.
Questo arresto ci dice che il regime europeo non solo emargina le voci dissidenti ma non vuole più tollerarne l'esistenza. Il silenzio mediatico su notizie importanti non basta più alle correnti atlantiste che dominano il continente. Vedono che c'è chi non si rassegna al silenzio, mentre avverte – qui e lì per l'Europa – che bisogna fare molto chiasso, e urlare che la guerra non sarà in nostro nome.
Le dichiarazioni a caldo di Giulietto Chiesa – di nuovo libero dopo le ore di cella e dopo l'estenuante lavorio dell'ambasciatore italiano - suonano, come di sua abitudine, in termini di un programma di impegni: «L'episodio è sicuramente grave. Ma è anche una lezione da imparare. Ci aiuta a capire che razza di Europa è quella che ci troviamo davanti ora. E che battaglia dovremo fare per cambiarla, per rovesciarla come un calzino. Se non vogliamo che questa gente rovesci noi.»



Lettura consigliata:
DIRETTIVA 2004/38/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.




15 dicembre 2014

Global WARning: «Une autre guerre en Europe? Pas en notre nom!»

par Pino Cabras.



Vendredi 12 décembre, a eu lieu à Rome un symposium de réflexion pour alerter et prévenir des dangers d’une nouvelle guerre mondiale. Parallèlement, en Allemagne, des dizaines d’intellectuels de premier plan, d’hommes politiques de diverses tendances, d’anciens présidents de la République, de journalistes, de responsables religieux de niveau mondial, etc. ont lancé un appel dramatique en faveur d’une politique de détente pour arrêter de diaboliser la Russie. Cet appel s’intitule « Une autre guerre en Europe ? Pas en notre nom ! ». Mais leurs collègues italiens [et français notamment] se taisent.

Désormais, des pans entiers des classes dirigeantes allemandes voient se profiler le risque toujours plus grand d’une nouvelle guerre mondiale. Ils assistent effarés aux campagnes d’hystérie antirusse dans les médias et font remarquer la soumission des gouvernants allemands et plus généralement européens qui, tel un troupeau allant au suicide, obéissent aveuglément aux mauvais bergers dirigés par les néocons de Washington. Les esprits les plus ouverts en Allemagne pointent du doigt la responsabilité primordiale des médias, infestés qu’ils sont par des éditorialistes et des commentateurs qui diabolisent des nations entières, sans donner un crédit suffisant à leurs récits. Ils rappellent les leçons dramatiques de l’Histoire, qui voient dans la Russie une puissance ayant une fonction dirigeante incontournable dans la vie politique européenne.
Et même si d’éminentes personnalités allemandes appellent les classes dirigeantes russes au respect du droit international, leur doigt est clairement pointé vers cette tentative aussi folle que vouée à l’échec (la troisième après Napoléon et Hitler) de dissocier la Russie de l’Europe. Ceux qui lancent cet avertissement sont des personnalités qui se sont toujours exprimées de façon modérée.
Voilà quelques mois, en août 2014, nous avons publié un superbe article de Gabor Steingart, le rédacteur en chef du plus important quotidien économique allemand, Handelsblatt, traduit en français par L’Occident fait fausse route [1]. Nous avions saisi, au moment de sa publication, une inquiétude extrêmement répandue parmi les classes dirigeantes allemandes. L’appel que nous publions aujourd’hui confirme à quel point cette inquiétude est générale, depuis les artistes jusqu’aux capitaines d’industrie. Naturellement, les grands organes de presse italiens [et français] taisent tout cela de façon parfaitement honteuse.
Pour comprendre à quel point la République italienne [et française – NdT] est mal en point, il ne suffit pas de s’indigner au sujet du dernier scandale de sous-commissions à Rome [ou à Paris- NdT], c’est toujours la même histoire. Il faut surtout constater combien les (soi-disant) classes dirigeantes ignorent la portée et les implications de la crise que traverse actuellement l’Europe. Alors que la crème des crèmes des artistes, scientifiques, et hommes politiques allemands ressentent le besoin de s’informer sur cette nouvelle Guerre froide, et après en avoir compris la gravité et s’en être horrifié, lancent ce gigantesque cri d’alarme, chez nous, rien de la sorte ne semble se profiler parmi nos éminents intellectuels et hommes politiques.
Nous avons désormais une classe d’intellectuels totalement chloroformée : artistes, hommes de cinéma, intellectuels, la plupart ont un électro-encéphalogramme plat, surtout à gauche, en plus d’avoir des hommes politiques pratiquement analphabètes en matière de politique internationale.
Tous lisent des journaux plus mauvais les uns que les autres, se fient à eux, ou alors ils y écrivent eux-mêmes, mais ils ne comprennent plus rien. En attendant, ils répètent comme des perroquets les déclarations de John McCain et évoquent un soi-disant Adolf Poutine. Leurs collègues allemands font exactement le contraire, à savoir que c’est l’Occident qui se comporte comme Hitler. En fait, Kiev est en train de donner carte blanche aux militants à la croix gammée.
Non seulement nous recommandons à nos lecteurs de lire cet appel, mais nous les invitons à le diffuser tous azimuts à travers tous les réseaux dont ils disposent.

L’APPEL À LA DÉTENTE DANS LES RELATIONS
AVEC LA RUSSIE EST ICI

Bonne lecture !
Pino CabrasTraduit par ilfattoquotidiano.fr
Notes
[1] L’Occident fait fausse route, par Gabor Steingart (les-crises.fr, français, 27-08-2014) d’après l’original Der Irrweg des Westens (handelsblatt.com, allemand, 08-08-2014)
[2] Le 12 décembre 2014, le symposium international GlobalWARning réunira des politiciens et intellectuels européens, russes, et américains, avec la participation de Pepe Escobar, Giulietto ChiesaPaul Craig Roberts,Mikhail Vladimirovich LeontyevSergey GlazyevPiero Pagliani, Pino Cabras, Marcello FoaTala Khrais,Marta GrandeTatjana ŽdanokaPaola de Pin. (page Facebook de GlobalWARning)
Sources : ‘Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome!’ (megachip.globalist.it, italien, 08-12-2014) &Appel de personnalités allemandes : « Une autre guerre en Europe ? Pas en notre nom ! » (ilfattoquotidiano.fr, français, 08-12-2014)

14 dicembre 2014

Brevi notizie e grandi pericoli

Il simposio 'GlobalWARning' è stata una grande occasione per conoscere meglio il quadro dei pericoli mondiali incombenti e i prezzi che rischia di pagare l'umanità.

di Piotr.
da Megachip.



0. Presso la Biblioteca della Camera dei Deputati si è svolto venerdì scorso il convegno “Global WARning” organizzato da Pandora TV, Megachip-Democrazia nella Comunicazione e Alternativa. Ospiti politici in sala due parlamentari 5 Stelle, Marta Grande (deputata) e Massimo Castaldo (eurodeputato), la senatrice Paola De Pin e l’europarlamentare del Gruppo Verde-(ALE) Tatyana Zhdanoka.
Nessun politico di sinistra, sebbene invitato, era presente. In compenso Matteo Salvini ha voluto rilasciare una breve dichiarazione registrata. Ma nessuno a sinistra ha pensato che fosse interessante dialogare con giornalisti esperti di politica internazionale come Pepe Escobar (tanto per intenderci, un inviato che due settimane prima dell’11 Settembre scrisse su Asia Times un articolo intitolato “Get Osama! Now! Or else ...”), o come Marcello Foa e Talal Khrais, e nemmeno gli è sembrato interessante capire come la pensa un ex pezzo grosso di Washington, come Paul Craig Roberts, assistente al Tesoro di Reagan o l’attuale consigliere economico di Putin, Sergey Glazyev impossibilitato a venire in quanto “sanzionato” dalla UE.

1. Partiamo proprio da qui. E’ interessante questa modalità atlantica di sanzione ad personam. Interessante perché rivela che le mosse economiche della Russia fanno vedere i sorci verdi al fronte Atlantico. Quali altri motivi ci sarebbero per sanzionare un tecnico privo di un potere politico personale?
Vediamo allora alcuni avvenimenti recenti. Credo che possano interessare anche l’italiano medio, benché tradizionalmente non sia molto incuriosito da quel che succede oltre il Raccordo Anulare o le tangenziali milanesi.
Da quando sono iniziate le sanzioni contro Mosca, la Russia ha firmato con la Cina i maggiori accordi energetici della storia, ha stretto inimmaginabili legami con la Turchia - cosa che verosimilmente farà cambiare il quadro della crisi ISIS-Siria-Iraq - e due giorni dopo essere stato in Turchia, Putin se ne è volato in India dove si è portato a casa un pacchetto di 25 accordi più la decisione strategica di un progressivo aumento del volume di scambi in monete nazionali. L’ennesimo colpo al ruolo del Dollaro. In realtà, nell’intervista registrata per il convegno, il supertecnico Paul Craig Roberts iniziava proprio con la categorica affermazione che "oggi non è più necessaria una valuta internazionale per il commercio e gli investimenti perché bastano quelle nazionali" mentre il ruolo del Dollaro è ormai esclusivamente geopolitico.


2. Il peggior scenario per gli USA è che il declino del Dollaro come moneta internazionale mostri improvvisamente che il re è nudo, ovvero che il Dollaro vale poco o nulla, che è carta stampata col ciclostile dalla FED per sostenere i debiti di banche sommerse dagli effetti della finanziarizzazione, ovvero sommerse da montagne di titoli che finché dura - ovvero fin quando vige un loro riconoscimento convenzionale internazionale - possono essere spacciati come ricchezza, ma quando non durerà più potranno bruciare in poco tempo, mettendo così a ferro e a fuoco le nazioni occidentali, a partire dagli USA.

3. Sia ben chiaro, i BRICS, Russia e Cina in testa, sono lontani dal volere questo rogo, per vari motivi. Intanto perché le loro finanze non sono scollegate da quelle occidentali. In secondo luogo perché i Paesi occidentali sono pur sempre loro partner economici molto importanti.
Tuttavia la strategia di contenimento attuata da Washington, e di cui le sanzioni contro la Russia sono parte clamorosa, sembra condurre a una profonda frattura tra Est e Ovest che potrebbe attenuare molto quei due legami. 

E così, rispetto ai risultati controproducenti che sta ottenendo questa strategia rimango perplesso e impaurito.
Escludendo la classica spiegazione, banale e consolatoria, che gli Americani sono sciocchi (perché non lo sono affatto), non riesco a ben capire perché gli USA non abbiano cercato di utilizzare una classica strategia di divide et impera, tenuto conto che i BRICS non sono né una compagine statale, né configurano una singola area di influenza come invece succede per la Triade composta da USA, Europa e Giappone, coesa da storici legami commerciali, finanziari, politici e militari, e, per quanto riguarda USA ed Europa, culturali.
Riesco solo a pensare che gli USA abbiano valutato che i tempi incalzano. Che lo sviluppo dei suoi competitor strategici sia troppo accelerato. Che al contrario l’Occidente stia evidenziando troppe debolezze. Infine che la finanziarizzazione a oltranza (principale sfogo alla crisi economica) non sia più sostenibile, pena una svalutazione drammatica del Dollaro a causa degli effetti del Quantitative Easing (QE) da parte della FED. Che nonostante i ripetuti annunci di graduale “tapering” il QE sia ancora in essere sotto altre forme (valutazione di Paul Craig Roberts). Possiamo pensare che forse il QE americano diminuirà quando inizierà quello europeo promesso da Mario Draghi. E’ solo un’ipotesi, che però giustificherebbe ulteriormente la necessità degli USA di stringere in modo sempre più soffocante ed esclusivo i legami con l’Europa.


4. La stessa ipotesi di accordo transatlantico di libero scambio (il famigerato TTIP) ha un minuscolo senso economico (lo ha per poche grandi corporation e le loro imprese ancillari), ma un enorme senso geopolitico, come ha ricordato di recente il ministro degli Esteri olandese, Frans Timmermans: Il TTIP non è un accordo di libero scambio. Il TTIP è un accordo geostrategico. Il suo reale senso geo-economico è quello di tentare di rilanciare la globalizzazione nei nuovi termini che detterà (o vorrebbe dettare) il blocco atlantico, che sono termini che non prevedono tra i propri parametri la ricaduta sociale positiva dell’economia, una ricaduta che potrà essere solo eventuale e solo subordinata a tutte le altre esigenze. 
E’ quindi evidente che l’accettazione di questi termini da parte dei BRICS li condannerebbe a uno sviluppo che non contempla, anzi ostacola, la loro crescita e assestamento in quanto stati-nazione moderni, quindi con dinamiche sociali più armoniose, più equilibrate e più socialmente protette. Per molti versi si tratta di un ambizioso (ma difficile) progetto neo-comprador, cioè di dominio sulle economie delle nazioni estere attraverso élite subordinate a un potere imperiale.

5. Tuttavia se guardiamo dall’altra parte del globo, notiamo che il tentativo di contenere Russia e Cina ha fatto virtualmente già fallire l’accordo gemello del TTIP, ovvero la Trans-Pacific Partnership.
Che effetto avrà in Europa? Proviamo a fare un’ipotesi. L’ulteriore compattazione del Gruppo di Shanghai, il rafforzamento dei legami coi suoi “Observer States”, come l’India e il Pakistan, e con i suoi “Dialogue Partners” come la Turchia, può indurre un ragionevole senso di isolamento nell’Europa. Grandi segni di nervosismo e di insofferenza sono già palesi, come l’appello tedesco “Wieder Krieg in Europa? Nicht in unserem namen!” (Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome!) firmato da personalità che vanno dal regista Wim Wender, all’attore Klaus Maria Brandauer, all’ex sindaco di Berlino, Eberhard Diepgen, al sindaco di Amburgo, Klaus von Dohnanyi, all’ex presidente federale Roman Herzog, a Konrad Kaiser, ex Segretario Generale del Consiglio ecumenico mondiale delle Chiese, all’ex Cancelliere federale Gerhard Schröder, a ex ministri, a economisti, a industriali.
Dopo aver notato che è un’immonda indecenza che in Italia non si sia alzata nessuna voce contraria di questo calibro, vediamo cosa potrebbero essere le implicazioni di questo scenario.


6. Gli Usa hanno finora usato due armi per compattare la propria area d’influenza: il “pericolo comunista” e il “pericolo terrorista”. Storicamente la seconda arma è stata usata dopo il venir meno della credibilità della prima a seguito della caduta del muro di Berlino. Oggi le due armi sono usate assieme come una tenaglia. L’ISIS (Daesh) in Medio Oriente è il braccio simmetrico al governo nazistoide di Kiev e quindi il rilanciato allarme per un incombente “pericolo di invasione russa” agisce parallelamente al rilanciato allarme per il fondamentalismo islamico.

7. Pericoli (reali).
Se i segni di nervosismo e di insubordinazione in Europa dovessero aumentare, non escludo la possibilità di clamorosi e sanguinosi attacchi terroristici sul nostro continente, fatti per dimostrare che il “pericolo fondamentalista” è reale (e per dimostrare a chi è in grado di udire, che il caos può essere usato ovunque, che non ci sono zone franche: tutto sommato, l’Italia non è stata bombardata terroristicamente per dieci anni di fila, negli anni Settanta?).
Parallelamente non è impensabile che non subentreranno cambiamenti radicali in Ucraina, la guerra contro la Novorussia riprenda in grande stile e con atrocità tali da obbligare la Russia a intervenire (ripeto “la Russia”, non Putin come politico indipendente dalla volontà della Russia, spero di essere stato chiaro). Nell’intervento al convegno di venerdì del consigliere Sergey Glazyev, la cosa che mi ha più impressionato è il fatto che parlasse del conflitto nel Donbass direttamente come di una guerra tra Stati Uniti e Russia. Un conflitto tra Ucraina e Russia sarebbe un ampliamento di questa guerra per procura, dove presumibilmente né la NATO né gli USA presumibilmente offerta da una Russia prossima a una vittoria totale e veloce.
Così dopo aver combattuto la Russia fino all’ultimo ucraino (come usano dire molti analisti), gli USA lascerebbero Mosca presa nel dilemma se ritirarsi unilateralmente e lasciare ai suoi confini (e a quelli tedeschi) un Paese nel caos oppure logorarsi nell’occupazione di un Paese ostile. Washington raccoglierebbe così una terrorizzata Europa occidentale nel proprio soffocante abbraccio.


Cosa succederebbe dopo non lo so.
Le migliaia (o milioni) di europei morti “in the process” non lo saprebbero mai.

13 dicembre 2014

Allarmi nel tempo di Godot

Su ComeDonChisciotte un primo resoconto del simposio 'Global WARning' 

di Truman Burbank
Comedonchisciotte



ROMA, 12 dicembre 2014 - Si è svolta la Conferenza di Pandora TV, denominata 'Global WARning'.
Poderoso l’apparato messo in campo da Giulietto Chiesa e Pino Cabras, ottima sala, servizi di traduzione simultanea, ma soprattutto relatori di altissimo livello, al di fuori del mainstream soporifero che ci ammorba tutti i giorni dalla TV e dalla stampa asservita.
Per niente casuale la parola “WAR” evidenziata nel warning. Viviamo tempi di guerra, anzi guerre diffuse e spesso sotterranee.
Riprendo parzialmente la presentazione dell’evento che aveva fatto libreidee il 3/12:
Cos’hanno in comune il grande stratega economico di Vladimir Putin, assediato dall’Occidente, e il cervello finanziario di Ronald Reagan, il presidente che rottamò la guerra fredda insieme a Gorbaciov? Entrambi hanno paura, oggi, di uno scenario che Papa Francesco non esita a definire Terza Guerra Mondiale. E hanno deciso di discuterne, insieme, al meeting internazionale battezzato “Global warning”, promosso a Roma da “Pandora Tv”, la web-tv creata da Giulietto Chiesa in collaborazione con il network internazionale russo “Rt” per illuminare i retroscena della crisi mondiale, squarciando il velo delle reticenze quotidiane dei media. E così oggi si parlano direttamente l’economista del Cremlino, Sergej Glazev, e Paul Craig Roberts, già viceministro del Tesoro di Reagan e editorialista del “Wall Street Journal”, considerato uno degli opinion leader più influenti del mondo. Spaventato, come Glazyev, dall’aggressività della politica di Obama verso la Russia, che sta avvitando la crisi in una spirale pericolosissima: guerra economica e finanziaria, sullo sfondo della minaccia aeronavale e missilistica rappresentata dalla Nato nell’Est Europa.
Riprendo anche la poderosa lista dei partecipanti:
Pino Cabras, editor-in-chief of Megachip - www.megachip.infoGiulietto Chiesa, president of Pandora TV - www.pandoratv.it - and Alternativa – www.alternativa-politica.itPepe Escobar, columnist for Asia TimesOnline, Russia Today, author of "Empire of Chaos" (2014)Paola De Pin, Italian politician, member of the Italian Parliament, member of the Commission for the Human Rights and the Commission for the Balance at SenateMarcello Foa, journalist and CEO of TImedia and Corriere del TicinoTalal Khrais, journalist, corrispondent for Al Manar, LebanonMarta Grande, Italian politician, MP of the Fire Stars Movement, Member of the Commission Foreign and Community Affairs at the Chamber of DeputiesMikhail Vladimirovich Leontyev, Press Secretary Director of the Information and Advertisement Department in the rank of Vice President of RosneftPiero Pagliani, researcher in the field of algebra and logic, author of several essays on the international politicsTatiana Zdanoka, Latvian politician, Member of the European Parliament and a co-Chairperson of For Human Rights in United Latvia, part of the European Greens – European Free Alliance groupOther contribution by video interviews:Sergey Glazyev, Russian politician and economist, Presidential Aide for the Coordination of the work of Federal Agencies in developing theCustoms Union of Belarus, Kazakhstan, and RussiaPaul Craig Roberts, American economist and columnist for Creators Syndicate, Wall Street Journal, Business Week, and Scripps Howard News Service. He served as an Assistant Secretary of the Treasury in the Reagan Administration
Se non faccio confusione, tutti i relatori previsti hanno partecipato, anzi c’è stata pure qualche aggiunta.
Per il dettaglio delle relazioni consiglio di guardarle su Pandora TV (è tutto registrato ed a breve dovrebbe essere disponibile).

L’immagine che emerge dalle relazioni è coerente e decisamente preoccupante, per l’intero pianeta, ma soprattutto per il cosiddetto Occidente, con prospettive particolarmente cupe per l’Europa occidentale.
Ma almeno i problemi esposti sono problemi reali, derivanti da onesta analisi di ciò che sta succedendo e su tali problemi reali si può intervenire in qualche modo, mentre il mondo fantastico della TV resta uno spettacolo sempre più fine a se stesso, che si parla addosso come una Biblioteca di Babele.

Resta un angosciante senso di urgenza, il degrado avanza a ritmo accelerato e la resistenza a questo caos (caos è il termine preferito da Pepe Escobar) è ancora debole, frammentata, disorganizzata. Era abbastanza chiaro che tra gli scopi del convegno c’era anche la voglia di creare una massa critica di fonti di informazione (ma anche cultura) alternativa, una massa critica che sia in grado di innescare una reazione a catena nelle popolazioni.

Indubbiamente abbiamo visto un abbondante panorama di persone che hanno capito problemi fondamentali. C’era un’ampia convergenza sull’idea che fossero stati affrontati problemi di base.

Ma la circolazione delle idee resta in sostanza relegata ad una piccola minoranza. La massa delle persone continua a vivere in un mondo ancora condizionato dai media.
Non hanno molta fiducia, sono preoccupati, si agitano un po’. Ma in sostanza non fanno niente di pericoloso per il sistema attuale.
Mi ricordano Vladimiro ed Estragone in “aspettando Godot”, aspettano l’arrivo di qualcuno che dovrebbe risolvere i loro problemi. Ma Godot non arriva e loro continuano a macerarsi nell’attesa inconcludente.
Insomma coloro (tanti) che sono succubi dei media, sono in pratica neutralizzati.

Quaglia fa un importante lavoro di decostruzione dei miti dei media. Operazione meritoria.
Eppure vedo che la decostruzione (analisismontaggio, per chi gradisce termini più usuali) funziona per le persone attente, quelle che già hanno capito molto, ma sulle masse ha un effetto sostanzialmente nullo.
Il mito non è sensibile alla decostruzione. E’ più conveniente creare miti alternativi a quelli imperanti, piuttosto che cercare di demolire quelli esistenti. Un mito si combatte con un altro mito più che con la decostruzione.
E qui credo che si spieghi l’altro fenomeno evidenziato da G. Chiesa, il fallimento epocale delle sinistre. Esse hanno rinunciato a tutti i miti della propria tradizione, senza riuscire a sostituirli con nuovi miti (o forse nemmeno hanno provato).

L’approccio di G. Chiesa, mette urgenza, il tempo stringe, potrebbe arrivare il disastro prima che siamo pronti a fare qualcosa. Pur condividendo in sostanza i suoi argomenti, (escludendo un certo tono che mi appare troppo apocalittico) ho qualche difficoltà a vedere il tutto come una corsa contro il tempo. Mi ricorda troppo Horses: Warfare e debito nella palude irachena, (un vecchio articolo di Rekombinant che non trovo più) nel quale la corsa per depredare l’Iraq del suo petrolio, mentre il debito Usa cresceva, veniva paragonata ad una corsa di cavalli. La domanda in sostanza era: arriverà a fine corsa prima il debito o il petrolio?
Forse è arrivato prima il petrolio, forse il debito comunque è arrivato a un punto inarrestabile che distruggerà gli USA, ma la sensazione è che l’analogia della corsa di cavalli fosse suggestiva ma non del tutto esatta.
Ancora una volta il mondo si è mostrato più complesso di ciò che credevamo.
E allora il futuro non lo riesco a leggere, ma del passato ho qualche ricordo, e più che pensare ad una corsa di cavalli che a un certo punto termina, preferisco tenermi il mio motto (rielaborato da una frase di Henning Mankell):
L’importante è non arrendersi mai.

(Il che coincide in buona parte con quanto diceva Leontyev della Russia: La Russia non si arrenderà mai).


Fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14350.


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10 dicembre 2014

GLOBALWARning

Pandora TV, con la direzione del giornalista ed ex eurodeputato Giulietto Chiesa, segue con particolare attenzione ogni pensiero politico che esce dagli schemi nell’interpretare la Grande Crisi in corso, uno sconvolgimento che colpisce l’Italia ma che ha senso leggere solo all’interno di dinamiche mondiali, segnate da una nuova guerra fredda già molto calda (dalla crisi ucraina all'ISIS), nonché da ogni convulsione finanziaria dell'Impero..
Negli ultimi otto mesi Pandora TV ha trasmesso centinaia di notizie in lingua italiana sulla crisi ucraina “decostruendo” la narrativa corrente.

Pandora TV, in collaborazione con Democrazia nella comunicazione e Alternativa, ha organizzato il simposio internazionale
GLOBALWARning

il 12 dicembre 2014

a Roma
Sala del Refettorio - Palazzo San Macuto - Via del Seminario



Il panel include intellettuali provenienti da diverse parti del mondo che condividono preoccupazioni simili riguardo lo scenario internazionale, nonostante background ed esperienze politiche e intellettuali dissimili.
Pensiamo che questo lavoro possa divenire fonte d’ispirazione per nuove connessioni tra personalità e network, al fine di condividere idee e soluzioni alla crisi globale, in particolare per le situazioni che stanno ora vivendo Ucraina e Medio Oriente; abbiamo visioni comuni riguardo al declino del mondo unipolare, gravato dall’enorme debito, dal decadimento della democrazia e da una feroce competizione internazionale.
Nonostante tutto, siamo completamente d’accordo con la frase tratta dal pensatore italiano Antonio Gramsci: «Il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà».

E crediamo che una buona informazione sia una premessa per cambiare i rapporti di forza che agiscono sulla scena internazionale.

 La pagina su Facebook:
 Global WARNing International Symposium



9 dicembre 2014

La sfida di Salvini: ‘Quale posizione UE sulla strage di Odessa?’


di Pino Cabras.
da Megachip.


La crisi ucraina ha permesso sin qui di misurare quanto le vecchie appartenenze politiche contino ormai sempre meno. Per misurare le distanze fra le azioni politiche pesa invece sempre di più il grado di vicinanza o lontananza dall'attuale regime europeo, un sistema che ai cittadini europei impone l'impoverimento tramite l'austerity (con diverse gradazioni di criminalità economica), agli ucraini impone un governo (in mano ai falchi di Washington), mentre alla Russia vuole imporre la fine di qualsiasi rapporto con l'Europa (se non basato sulla sottomissione agli USA).
Tutte le vecchie alleanze saltano in aria davanti a poteri bipartisan che vogliono torcere il braccio all'Europa. Questi poteri usano i mezzi della NATO e la sudditanza dell'Unione europea, in mano a leader ricattabili e subalterni. Se si continua così si va alla guerra, intanto che è ormai guerra economica, dove perdiamo di già.
In Germania abbiamo visto recentemente una clamorosa petizione che va da Wim Wenders agli ex presidenti della Repubblica federale, passando per manager, cantautori, accademici, politici di varie tendenze: l’appello chiede di puntare a una politica di distensione in Europa e accusa implicitamente l'attuale condotta dominante come guerrafondaia. 

https://www.youtube.com/watch?v=2e66uWenGps#t=100

In Italia la politica internazionale è da anni sottovalutata, ma qualcuno anche da noi ha capito che la posta in gioco è estremamente importante, perché riguarda la sopravvivenza di intere società, paesi, economie: le minacce alla pace sono così forti da spingere a parlare in direzioni nuove, saltando gli steccati. Una personalità che sta tenendo conto di questa posta in gioco è il politico che negli ultimi mesi ha iniziato un'ascesa evidente a tutti, Matteo Salvini. Mille controversie si accendono al farne solo il nome, emerso nella lunga stagione della Lega Nord. Il fatto è che Salvini ora va a concludere definitivamente quella stagione per fondare un partito su base nazionale, che avrà azioni e orizzonti incomparabilmente più complessi del vecchio scenario claustrofobico della Padania bossiana. Un partito nazionale non sposa tutti i movimenti né sarà da questi votato, ma sicuramente parla con molti più soggetti e molti più interessi. Non solo: cerca di avere una politica internazionale completa, legata a un'idea di sovranità che può trovare partner costituzionali che pure si dividono rispetto ad altri temi.
Persino il segretario del PRC della Lombardia, Antonio Patta, dopo aver letto un’intervista di Salvini che proponeva l’uscita dalla NATO, lo ha immediatamente considerato un interlocutore, seppure un interlocutore da sfidare per andare fino in fondo alla questione, come ha notato in un suo comunicato il laboratorio politico Alternativa.
Accade dunque che adesso si scrivano pagine davvero nuove: i testi vanno letti nel merito e senza pregiudizi.
A novembre Matteo Salvini ha presentato, in collaborazione con Giulietto Chiesa, direttore di Pandora TV, un'interrogazione alla Commissione dell'Unione Europea al fine di fare luce sulla strage di Odessa, accaduta lo scorso 2 maggio, oggetto di diversi servizi e inchieste di Pandora TV

Riportiamo di seguito: 
1) il testo redatto da Chiesa e sottoposto dalla Lega alla Commissione europea; 
2) Il messaggio di Matteo Salvini a Pandora TV nel quale usa inedite parole di denuncia verso le scelte politiche europee che hanno offerto copertura alla strage e agli atti di guerra in Ucraina.
Buona lettura.


1) IL TESTO DELL'INTERROGAZIONE SULLA STRAGE DI ODESSA.

Siamo a conoscenza di sconvolgenti episodi di violazione dei diritti umani avvenuti sul territorio dell’Ucraina nei mesi che sono seguiti al colpo di stato del 22-23 febbraio di quest’anno. 
Colpo di stato, conclusosi con la cacciata violenta e illegale del presidente Viktor Yanukovic, legittimamente eletto dalla maggioranza degli ucraini. A questo riguardo va detto subito che non c’è traccia nei documenti ufficiali di questo Parlamento e delle altre istituzioni dell’Unione Europea di una qualsivoglia condanna di un tale gravissimo atto, che pure contraddice la lettera e lo spirito del Trattato di Lisbona e dei criteri dello Stato di diritto che esso esprime. 
Un tale silenzio è davvero inammissibile, di per sé, poiché costituisce appoggio dell’Europa che si definisce democratica, implicito a una azione illegale. 
Ma non è solo su questo che intendiamo interrogare la Commissione. Nei giorni stessi della sommossa che, com’è noto, fu guidata da gruppi armati organizzati di chiarissima provenienza filo-nazista, si verificò un eccidio in piazza, nel quale perirono oltre 100 persone, sia tra i dimostranti che tra i poliziotti. Testimonianze di persone e immagini televisive mostrano che agirono cecchini che spararono sulla folla. E che spararono simultaneamente sui poliziotti. Immagini fotografiche e testimonianze (tra cui la conversazione registrata tra un alto esponente del governo estone e la signora Catherine Ashton) inducono a ritenere che si sia trattato di una provocazione organizzata e criminale, atta a rendere possibile l’esito del colpo di stato. 
Le autorità ucraine hanno fino ad ora rifiutato di aprire un’inchiesta su quei fatti, e non danno il minimo segno di voler procedere in quella direzione, nemmeno dopo l’elezione del nuovo presidente Petro Poroshenko. L’Europa non ha nulla da dire al riguardo? 
Nei giorni in cui scriviamo questa interrogazione, nonostante la tregua firmata a Minsk, formazioni regolari e irregolari – vere bande armate, ma dotate di mezzi pesanti – continuano a bombardare i centri abitati sotto il controllo delle forze che si oppongono al governo centrale di Kiev. Il numero delle vittime civili ha ormai largamente superato le 2500. Anche secondo valutazioni degli osservatori internazionali risulta che perfino le norme di guerra vengono violate sistematicamente da parte delle forze militari governative o comunque associate all’esercito e in grado di usare le armi dell’esercito regolare. Città come Donetsk, Lugansk, Slaviansk, Kramatorsk sono ridotte in rovina, eppure non sono state sedi di combattimento. Il che dimostra che sono state bombardate con armi pesanti, con razzi, con bombe a grappolo, con bombe al fosforo: tutte armi in possesso delle forze governative. Tutte armi vietate dalle convenzioni internazionali. Tutte armi atte a colpire indiscriminatamente, cioè a uccidere civili disarmati. 
E’ una vergogna per l’Europa democratica che le sue istituzioni abbiano fino ad ora taciuto su tali mostruosità, mentre appoggiavano il governo di Kiev che ne era resposabile. E’ una vergogna per l’Europa democratica che la quasi unanimità dei suoi mezzi di comunicazione di massa abbia taciuto tutti questi crimini, lasciando le opinioni pubbliche europee all’oscuro di tutto ciò. 
Ma l’episodio più clamoroso, più evidente, più inaccettabile, riguarda la strage di Odessa, avvenuta il 2 maggio scorso. Una strage – davanti e all’interno della Casa dei sindacati – che ufficialmente ha provocato la morte di 48 persone, ma che in realtà è stata un pogrom nazista in cui sono state uccise, individualmente e sistematicamente, più di 150 persone, oltre a centinaia di feriti miracolosamente scampati all’eccidio. 
La versione ufficiale è dimostrabilmente falsa e noi possiamo offrire tutte le prove, giudiziali e stragiudiziali che confermano questo giudizio. Ma le autorità ufficiali, di Kiev e di Odessa, non hanno effettuato nessuna indagine, non hanno trovato alcun colpevole. I morti sono tutti di nazionalità ucraina e di etnia russa. I riscontri dimostrano che non è stato l’incendio dell’edificio (che non c’è stato) a uccidere coloro che vi si trovavano all’interno, fuggiti per evitare di essere massacrati in strada, bensì che quasi tutti i cadaveri ritrovati sono stati uccisi uno ad uno, con arma da fuoco e/o incendiati individualmente. 
La polizia, pur presente, non è intervenuta durante l’eccidio. Ci sono filmati che mostrano poliziotti e aggressori sparare sui disperati che cercavano di fuggire dalle finestre. Tutto dimostra che gli assedianti intendevano uccidere. Ma l’unico esito fu che oltre cento persone tra gli assediati vennero arrestate e imprigionate, per essere poi liberate dopo due giorni dalla folla dei parenti e amici che attaccarono a loro volta gli uffici della polizia. 
Dunque si è trattato di un vero e proprio pogrom organizzato con la protezione delle forze dell’ordine. Su tutto questo è calato il silenzio. E’ ovvio che i criminali assassini che l’hanno organizzato e coperto non faranno nulla per fare luce e restituire giustizia. Ma è inaccettabile che Bruxelles mantenga il silenzio e ignori i fatti. Noi abbiamo il dovere, voi avete il dovere, di rendere giustizia alle vittime e di far punire i colpevoli. 
Il governo ucraino ha già dimostrato di non coler condurre nessuna delle inchieste che noi qui chiediamo di aprire. Dunque si deve prendere atto che solo una o più commissioni d’inchiesta internazionali devono essere istituite perché si torni alla normalità democratica in un paese che è ora giuridicamente “associato” all’Europa. 
Le fosse comuni, ritrovate nei pressi di Donetsk e in molte altre località del Donbass, tutte riempite di cadaveri civili, esigono anch’esse un’indagine approfondita. Solo una commissione d’indagine internazionale può effettuarla. 
E sollecitiamo l’apertura di un capitolo che finora è stato accuratamente evitato da tutti i media occidentali: quali paesi europei, oltre agli Stati Uniti d’America, hanno finanziato i gruppi estremisti che hanno guidato la piazza a Kiev nelle settimane precedenti il golpe? 
Il nostro silenzio collettivo ci condannerà all’infamia di fronte alle future generazioni di europei. La superbia con cui eroghiamo sanzioni agli altri perché non rispettano le nostre norme assume i contorni del ridicolo quando noi stessi le calpestiamo. 
Chiediamo che venga istituita una Commissione Straordinaria d’inchiesta del parlamento europeo che esamini con la massima cura tutte le circostanze qui elencate e altre che possono essere avanzate da altre parti.  Con urgenza. La crisi ucraina non è affatto risolta. E non potrà esserlo fino a che non sarà stata fatta luce su queste tragedie. 


2) MESSAGGIO DI MATTEO SALVINI A PANDORA TV

Pochi giorni fa ho presentato un’interrogazione alla Commissione Europea affinché si faccia luce sulla strage di Odessa, un’altra atrocità della guerra in Ucraina emersa dal pantano della disinformazione italiana solo grazie al coraggio della vostra testata e del vostro direttore Giulietto Chiesa, che peraltro ringrazio per aver personalmente redatto il testo di questo atto parlamentare.
Qualche anno fa, quando entrambi sedevamo al Parlamento Europeo in banchi contrapposti, non avrei mai immaginato che in futuro avremmo iniziato una collaborazione per denunciare l’aggressione dell’Europa ai danni della Russia. Questo non tanto per le distanze ideali che separano me e Giulietto, a colmarle basta l’onestà intellettuale di entrambi, ma soprattutto perché ritenevo inimmaginabile che la classe dirigente europea potesse ancora considerare la Russia un nemico e non un naturale alleato per la sicurezza e la stabilità dell’Unione.
Mi sbagliavo.
La scelta di campo guerrafondaia e cieca di un’Europa delegittimata e allo sbando, risulta oggi ancora più assurda se la si inquadra dalla prospettiva italiana, dove le sanzioni commerciali stanno già mietendo vittime economiche con danni irrecuperabili. 
Una guerra economica che per noi ha i tratti del masochismo e che lascia i russi sgomenti, come mi è stato più volte detto, a tutti i livelli, dai cittadini alle più alte cariche della Federazione,  durante il mio recente viaggio in quelle terre. 
Purtroppo in Italia non si avverte abbastanza l’urgenza di ricomporre questa frattura storica, culturale e geopolitica che rischia di produrre conseguenze gravissime già nell’immediato futuro.
Proprio per questa ragione spero che la leale collaborazione tra me e Giulietto Chiesa, a cui siamo giunti entrambi senza dover rinnegare una virgola del nostro passato, spinga tanti altri a fare fronte comune contro questa sporca guerra: per riprenderci il futuro di pace, democrazia e prosperità che sentiamo tutti di meritare.

Il segretario federale della Lega Nord
Matteo Salvini.



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8 dicembre 2014

'Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome!'


di Pino Cabras.


In Germania decine di grandi intellettuali, politici di tante tendenze, ex presidenti della Repubblica, giornalisti, esponenti religiosi con ruoli mondiali, ecc., hanno lanciato un appello drammatico in favore della distensione e per non demonizzare la Russia. L'appello s'intitola “Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome!”.
Ormai interi settori delle classi dirigenti tedesche vedono profilarsi il rischio sempre più concreto di una guerra mondiale.
Assistono sgomenti alle campagne di isteria anti-russa sui media e notano la subalternità dei governanti tedeschi ed europei che, come un gregge suicida, obbediscono ai cattivi pastori egemonizzati dai neocon di Washington. Le menti più aperte della Germania indicano le gravi responsabilità dei media, infestati da editorialisti e commentatori che «demonizzano intere nazioni, senza dare sufficiente credito alle loro storie». Ricordano le lezioni micidiali della storia, che vedono nella Russia una potenza con una funzione dirigente inaggirabile per la vita politica europea. E sebbene le eminenti personalità tedesche richiamino anche le classi dirigenti russe alla legalità internazionale, il loro dito è puntato contro un tentativo folle e fallimentare, il terzo dopo Napoleone e Hitler, volto a sloggiare la Russia dall'Europa. Lo dicono personalità che si sono sempre espresse con toni molto moderati.
Pochi mesi fa avevamo tradotto un bellissimo saggio di Gabor Steingart, il direttore editoriale del più importante quotidiano economico tedesco, Handelsblatt, L'Occidente sulla strada sbagliata. Avevamo colto nel segno, al momento di diffonderlo, nel pensare che riflettesse un'inquietudine molto più estesa presso le classi dirigenti tedesche. L'appello che pubblichiamo ora conferma in pieno quanto questo sentimento sia esteso, dagli artisti ai capitani d'industria. Naturalmente i grandi organi di informazione italiani nascondono vergognosamente tutto questo.
Per capire infatti quanto sia messa male la Repubblica Italiana non basta indignarsi per l'ultimo scandalo di mafia e appalti a Roma (una storia infinita e sempre uguale). Occorre constatare invece quanto le (presunte) classi dirigenti italiote ignorino la portata e le implicazioni della crisi europea in atto. Mentre il fior fiore degli artisti, degli scienziati, dei politici germanici ha voluto conoscere tutto quel che conta della nuova Guerra Fredda, e dopo averlo capito ed essere inorriditi hanno lanciato un allarme fortissimo e clamoroso, da noi - presso intellettuali e politici più eminenti - non si profila ancora nulla di simile. Abbiamo ormai un ceto intellettuale narcotizzato; artisti, registi, intellettuali con l'elettroencefalogramma piatto, specie a sinistra; e abbiamo politici vicini all'analfabetismo in materia di politica internazionale. Leggono pessimi giornali, li scrivono, li credono e perciò non capiscono più niente. Pertanto qui ripetono come pappagalli le veline di John McCain e parlano di un inesistente Adolf Putin. I loro colleghi tedeschi dicono l'esatto contrario: è questo Occidente ad agire come Hitler. Infatti Kiev dà carta bianca alla manovalanza con le svastiche, possiamo aggiungere.
Non solo raccomandiamo ai nostri lettori di leggere l'appello, ma li invitiamo a darne la massima diffusione attraverso tutti i canali di cui dispongono. Venerdì 12 dicembre, nel simposio internazionale Global WARning, in una sala della Camera die Deputati, intendiamo dare il massimo risalto a queste riflessioni.
Di seguito, la traduzione del testo pubblicato sul quotidiano tedesco Zeit Online. Buona lettura!

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Roman Herzog, Antje Vollmer, Wim Wenders, Gerhard Schröder e molti altri chiedono il dialogo con la Russia. ZEIT ONLINE documenta questo appello.

Più di 60 personalità provenienti dalle fila della politica, dell’economia, della cultura e dei media ci mettono in guardia verso un’imminente guerra con la Russia e si appellano a una politica di distensione per tutta l’Europa. Il loro appello si rivolge al governo federale, ai membri del parlamento e ai media.
In origine, l’appello è partito dall’ex segretario di cancelleria Horst Teltschik (CDU), dall’ex segretario di stato alla difesa Walter Stützle (SPD), cosi’ come dall’ex vicepresidente del Bundestag Antje Vollmer (Verdi).
Spiegando le motivazioni che hanno spinto all’appello, Teltschik dichiara: «a noi preme dare un segnale politico, di modo che la legittima critica alla politica russa nei confronti dell’Ucraina non porti a vanificare i progressi raggiunti in 25 anni di relazioni con la Russia».
Hanno firmato il testo, tra gli altri, gli ex capi dei governi regionali di Amburgo, Berlino e Brandeburgo, Klaus von Dohnanyi, Eberhard Diepgen e Manfred Stolpe, l'ex presidente dell'SPD Hans-Jochen Vogel, l'ex cancelliere federale Gerhard Schröder, l'ex Presidente della Repubblica Roman Herzog e l'attore Mario Adorf.

Il testo dell'appello:
«Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome!»
Nessuno vuole la guerra. Ma il Nord America, l'Unione europea e la Russia vi si stanno dirigendo senza scampo se non si adopereranno per porre fine alla deleteria spirale di minacce e controminacce.
Tutti gli europei, inclusa la Russia, condividono la responsabilità per la pace e la sicurezza. Solo chi non perde di vista questo obiettivo può evitare di imboccare la strada sbagliata.
Il conflitto in Ucraina dimostra che la sete di potere e di dominio non sono problemi superati. Nel 1990, alla fine della Guerra Fredda, ci avevamo tutti sperato. Ma il successo della politica di distensione e delle rivoluzioni pacifiche ci hanno reso incauti e sonnolenti. A Est come a Ovest.
Sia fra gli americani, che fra gli europei e i russi, si è perso il principio guida di bandire definitivamente la guerra dai loro rapporti.
Non si spiega altrimenti l'allargamento occidentale verso Est, minaccioso per la Russia in assenza di un contestuale approfondimento dei rapporti di collaborazione con Mosca, così come l’annessione della Crimea da parte di Putin, contraria al diritto internazionale.
In un momento di grande pericolo per il continente come quello che stiamo vivendo adesso, la Germania ha responsabilità particolari per il mantenimento della pace.
Senza la volontà di riconciliazione del popolo della Russia, senza la lungimiranza di Mikhail Gorbaciov, senza il sostegno dei nostri alleati occidentali e senza l'azione prudente da parte del governo federale di allora, non si sarebbe mai superata la frattura dell’Europa. Rendere possibile la riunificazione pacifica della Germania è stato un grande e ragionevole gesto delle potenze vincitrici. Una decisione di dimensioni storiche. Dal superamento di questa separazione doveva nascere un duraturo ordine europeo di pace e di sicurezza, esteso da Vancouver a Vladivostok, come stabilito nel novembre 1990 da tutti i capi di Stato e di governo dei 35 stati membri dell'OSCE nella “Carta di Parigi per una nuova Europa".
Sulla base di principi concordati e delle prime concrete misure attuative bisognava costruire una "casa comune europea", in cui ciascuno Stato membro avrebbe potuto godere dello stesso livello di sicurezza. Questo fondamentale obiettivo della politica del dopoguerra fino ad oggi non è stato raggiunto. Gli europei hanno ancora da temere.

Noi, i firmatari, ci appelliamo al governo federale, affinché tenga fede alle sue responsabilità per la pace in Europa. Abbiamo bisogno di una nuova politica di distensione per l'Europa. Questa ci può essere solo sulla base di un'eguale sicurezza per tutti e fra partner con eguali diritti e rispetto reciproco. Il governo tedesco non fa nulla di strano, se in questa situazione di stallo lancia appelli alla calma e al dialogo con la Russia. Il bisogno di sicurezza dei russi è legittimo e ampio quanto quello dei tedeschi, dei polacchi, dei baltici e degli ucraini.
Non possiamo scacciare via la Russia dall’Europa. Sarebbe antistorico, irrazionale e pericoloso per la pace. Fin dal Congresso di Vienna già nel 1814, la Russia è riconosciuta come una delle potenze dirigenti dell’azione politica in Europa. Tutti quelli che hanno cercato di cambiare questo stato delle cose con la violenza, si sono scontrati con un sanguinoso fallimento, come da ultimo il tentativo omicida e megalomane della Germania di Hitler che si spinse oltre i propri confini per soggiogare anche la Russia al proprio regime.
Ci appelliamo ai deputati del Bundestag tedesco, in quanto delegati del popolo, affinché si facciano degni della gravità della situazione, e si facciano anche guardia degli l'obblighi di pace del governo federale. Chi costruisce solo immagini del nemico e manipola i fatti con attribuzioni di colpa unilaterali, esacerba le tensioni in un momento in cui devono invece prevalere i segnali della distensione. Incorporare (legare a sé, legare a noi), non escludere, deve essere il leitmotiv dei politici tedeschi.

Facciamo appello ai media, affinché assolvano in modo più convincente al loro obbligo di riportare i fatti senza pregiudizi. Editorialisti e commentatori demonizzano intere nazioni, senza dare sufficiente credito alle loro storie. Qualsiasi giornalista esperto di politica estera comprenderà i timori dei russi, da quando fin dal 2008 i membri della NATO invitano Georgia e Ucraina ad associarsi all'alleanza. Non si tratta di Putin. I Capi di Stato vanno e vengono. Si tratta dell’Europa. Si tratta di togliere di nuovo alla gente la paura della guerra. A questo scopo, un cronaca dei fatti responsabile, basata su solide ricerche, può aiutare molto.
Il 3 ottobre 1990, il Giorno dell'Unità tedesca, il presidente tedesco Richard von Weizsäcker ha detto: «La guerra fredda è superata, Libertà e democrazia sono state rapidamente applicate in tutti gli Stati ... Ora essi possono tanto intensificare i loro rapporti e cementarli istituzionalmente, che da essi per la prima volta potrà formarsi un comune ordine di vita e di pace..
Per i popoli europei inizia così un nuovo capitolo nella loro storia. Il suo obiettivo è un’unione pan-europea. Si tratta di un traguardo formidabile. Possiamo raggiungerlo, ma possiamo anche mancarlo. Siamo di fronte alla chiara alternativa, unire l’Europa oppure ricadere in conflitti nazionalistici sull’onda di dolorosi esempi storici».
Fino al conflitto ucraino in Europa abbiamo pensato di essere sulla strada giusta. Il promemoria di Richard von Weizsäcker è oggi, un quarto di secolo dopo, più attuale che mai.


I sottoscrittori
Mario Adorf, attore
Robert Antretter (ex parlamentare del Bundestag)
Prof. Dr. Wilfried Bergmann (Vice - Presidente della Alma Mater Europaea)
Luitpold Prinz von Bayern (Königliche Holding und Lizenz KG, manifatture della porcellana di Nymphenburg)
Achim von Borries (regista e sceneggiatore)
Klaus Maria Brandauer (attore, regista)
Dr. Eckhard Cordes (presidente della commissione per le relazioni economiche con l'Europa orientale)
Prof. Dr. Herta Däubler-Gmelin (ex Ministra della Giustizia)
Eberhard Diepgen (ex sindaco di Berlino)
Dr. Klaus von Dohnanyi (sindaco della Città Libera e Anseatica di Amburgo)
Alexander van Dülmen (Consigliere di amministrazione della A-Company Filmed Entertainment AG)
Stefan Dürr (Managing Partner e Amministratore delegato della Ekosem-Agrar GmbH)
Dr. Erhard Eppler (ex ministro federale per lo sviluppo e la cooperazione)
Prof. Dr. Heino Falcke (Rettore)
Prof. Hans-Joachim Frey (Presidente del CdA della Semper Opernball di Dresda)
Padre Anselm Grün (frate)
Sibylle Havemann (Berlino)
Dr. Roman Herzog (ex presidente federale)
Christoph Hein (sceneggiatore)
Dr. Dr. H. C. Burkhard Hirsch (ex Vice Presidente del Bundestag)
Volker Hörner (Rettore)
Josef Jacobi (agricoltore biologico)
Dr. Sigmund Jähn (ex astronauta)
Uli Jörges (giornalista)
Prof. Dr. H. C. Dr. Margot Käßmann (ex presidente del Consiglio Protestante tedesco e vescova)
Dr. Andrea von Knoop (Mosca)
Prof. Dr. Gabriele Krone-Schmalz (ex corrispondente del canale tv ARD da Mosca)
Friedrich Küppersbusch (giornalista)
Vera von Lehndorff Gräfin (artista)
Irina Liebmann (sceneggiatrice)
Dr. H. C. Lothar de Maizière (ex primo ministro della RDT, ex ministro della RFT)
Stephan Märki (direttore del Teatro di Berna)
Prof. Dr. Klaus Mangold (presidente Mangold Consulting GmbH)
Reinhard e Hella Mey (cantautori)
Ruth Misselwitz (pastore protestante di Pankow)
Klaus Prömpers (giornalista)
Prof. Dr. Konrad Raiser (ex Segretario Generale del Consiglio ecumenico mondiale delle Chiese)
Jim Rakete (fotografo)
Gerhard Rein (giornalista)
Michael Röskau (ex dirigente ministeriale)
Eugen Ruge (sceneggiatore)
Dr. H. C. Otto Schily (ex ministro federale degli Interni)
Dr. H. C. Friedrich Schorlemmer (teologo, attivista per i diritti civili)
Georg Schramm (comico)
Gerhard Schröder (ex Cancelliere federale)
Philipp von Schulthess (attore)
Ingo Schulze (sceneggiatore)
Hanna Schygulla (attrice, cantante)
Dr. Dieter Spöri (ex ministro degli Affari economici)
Prof. Dr. Fulbert Steffensky (teologo cattolico)
Dr. Wolf-D. Stelzner (Managing Partner: WDS-Institut für Analysen in Kulturen mbH)
Dr. Manfred Stolpe (ex ministro federale, ex governatore del Brandeburgo)
Dr. Ernst-Jörg von Studnitz (ex ambasciatore)
Prof. Dr. Walther Stützle (ex segretario di Stato della Difesa)
Prof. Dr. Christian R. Supthut (ex Consigliere Direttivo)
Prof. Dr. H. C. Horst Teltschik (ex consigliere presso l'Ufficio federale per la sicurezza e la politica estera)
Andres Veiel (regista)
Dr. Hans-Jochen Vogel (ex ministro federale della Giustizia)
Dr. Antje Vollmer (ex Vice-Presidente del Bundestag)
Bärbel Wartenberg-Potter (vescova emerita di Lubecca)
Dr. Ernst Ulrich von Weizsäcker (scienziato)
Wim Wenders (regista)
Hans-Eckardt Wenzel (cantautore)
Gerhard Wolf (scrittore, editore)



Traduzione a cura di Roberto Quaglia e Alessandra Secci, con revisione di Pino Cabras.