17 maggio 2016

L'israeliano che decimerà i sogni della classe media brasiliana


di Pino Cabras.
da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO


A ulteriore conferma che in Brasile c’è un clima da colpo di Stato e non un avvicendamento qualsiasi, ecco una notizia che la quasi totalità dei media mondiali ha ignorato sebbene provenga da una fonte clamorosa: lungi dal limitarsi agli affari correnti, il governo del presidente a interim Michel Temer, come primo provvedimento, avrebbe deciso la nomina del nuovo presidente della Banca Centrale. Si tratta di un nativo israeliano, Ilan Goldfein, esponente di spicco della maggiore banca privata brasiliana e un curriculum da reggi-sacco del FMI e della Banca Mondiale. La notizia è stata anticipata dal solitamente ben informato quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronoth, è stata ignorata dall’intera stampa mondiale (che sul Brasile si volta dall’altra parte), e inizia a essere rilanciata in Brasile, anche se non si registrano prese di posizione di politici brasiliani, nemmeno quelli spodestati dal golpe. 

Sebbene non ci siano altre conferme, se ne dovrebbe almeno parlare per chiedere riprove o confutazioni. Lo si fa per illazioni molto meno importanti e meno fondate.

Di certo Goldfein è una figura organica alle classi che vogliono distruggere tutto quello che si è costruito nelle presidenze di Lula e di Dilma. Come potrete leggere nell’articolo israeliano, il presunto presidente in pectore del Banco Central do Brasil tuona contro la corruzione come causa di tutti i mali e annuncia sadicamente che la classe media dovrà «affrontare la decimazione dei suoi sogni»: la solita litania neoliberista sul popolo che vive al di sopra dei propri mezzi. Certo sarebbe curioso vedere questo paladino del rigore e della pulizia morale mentre riceve l’incarico dalle mani sporchissime del neogoverno, guidato da politici pieni di carichi penali per corruzione, a partire dall’azzimatissimo “asset” degli USA, Temer.
Non sappiamo se sarà davvero Goldfein a sovrintendere alle riserve d’oro del grande paese sudamericano. Di certo potrà contare su grandi riserve di bronzo, nelle facce dei nuovi governanti usurpatori, e forse nella sua.

Buona lettura.


Un israeliano diventa presidente della Banca Centrale del Brasile



Sullo sfondo della sospensione di Dilma Rousseff da presidente del Brasile in seguito ad accuse di corruzione, è stato annunciato che Ilan Goldfein, capo economista  della più grande banca privata del paese, diventerà presidente della Banca Centrale brasiliana.



di Itamar Eichner - Yedioth Ahronoth



Ilan Goldfein, nato ad Haifa (Israele), è stato indicato giovedì per essere il nuovo presidente della Banca Centrale del Brasile in seguito alla sospensione della presidente brasiliana Dilma Rousseff, accusata di corruzione [NdT: in realtà accusata di manipolazione del bilancio statale: l’errore dell’articolista si ripete anche più avanti].



Goldfein aveva precedentemente lavorato come capo economista presso Itau, la più grande banca privata del Brasile, come assistente del governatore della Banca del Brasile, nonché consulente per la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale.



Goldfein ha conseguito il dottorato di ricerca in economia presso il MIT. È  considerato uno dei maggiori e stimati economisti del Brasile, ha lavorato come docente presso le migliori università ed ha pubblicato numerosi articoli. Oltre al portoghese, parla l'ebraico, l’inglese e lo spagnolo. La sua famiglia risiede in Israele, dove si reca spesso.



La nomina di Goldfein arriva sulla scia di un affare di corruzione che ha portato alla sospensione della presidente brasiliana Dilma Rousseff, che sta affrontando un processo con l’accusa di aver truccato i bilanci per nascondere il deficit del paese durante la sua campagna di rielezione del 2014.



Goldfein si è detto molto confortato dalle indagini per corruzione attualmente in corso contro la Rousseff, altri politici di altissimo profilo e grossi membri della comunità imprenditoriale del Brasile, ritenendo che, anche se il risultato di questa vasta azione di pulizia fosse temporaneo, avrà comunque un effetto di stabilizzazione sull’economia del paese colpito dalla recessione.



La nomina di Goldfein è stata annunciata in un momento di grave difficoltà per l'economia del paese, che continua a perdere di valore, e alla luce di previsioni che indicano come la crescita ecomica del paese stia rallentando. «L'economia brasiliana è enorme», ha affermato Goldfein, «ma è troppo chiusa: esportiamo solo il 15 per cento del nostro prodotto interno lordo, il che non è molto.»



Goldfein indica le responsabilità della attuale situazione nella cattiva condotta fiscale del governo, dicendo che «Si sta attualmente conducendo un'indagine molto importante che si occupa di corruzione con flussi di denaro dal settore privato ad aziende pubbliche, da Petrobras (società petrolifera di stato coinvolta nello scandalo) ai politici. Per la prima volta abbiamo miliardari in carcere. Abbiamo politici in carcere. La gente potrebbe chiedere: 'Perché sta accadendo tutto questo, tutto in una volta?' Con un'attività investigativa senza precedenti, la peggiore recessione della nostra storia e la recente sospensione presidenziale. È solo frutto di una terribile coincidenza? No, ovviamente. Quello che è successo è che la classe media, che aveva pensato di diventare ricca e le cui aspirazioni stavano per avverarsi, deve ora affrontare la decimazione dei suoi sogni».



Goldfein ha stimato che, per uscire con successo dalla crisi attuale, il governo dovrà prendere misure impopolari, come l'aumento delle tasse, tagli al bilancio e l'innalzamento dell'età di pensionamento, che attualmente si attesta su una media di 50-55, fino a 65 anni. «Il problema è che invece di affrontare la realtà, l'economia brasiliana è entrata in una fase di negazione», ha dichiarato.



Goldfein ha continuato dicendo che «il governo ha fallito, motivo per cui tutti sono arrabbiati e sostengono l'indagine in corso. Prossimamente, chi dovesse prendere in considerazione di compromettersi con il governo si dirà, 'Beh, posso scegliere di fare questi soldi legalmente o andare in prigione per 30 anni,' e trarrà da solo le conclusioni. Ci sono già segnali di ripresa, quindi penso che le cose gireranno in positivo, anche se non durerà per sempre.»




Traduzione per Megachip a cura di Simone Santini.

AGGIORNAMENTO DEL 18 MAGGIO 2016 - ore 15:00La notizia è confermata in via ufficiale anche dal governo brasiliano. Il nuovo presidente della Banca Centrale è lui, richiamato con la traslitterazione portoghese, Ilan Goldfajn. Ricordiamolo come un nome chiave del golpe.


12 maggio 2016

La democrazia del Brasile subisce un colpo atroce mentre viene insediato un neoliberista corrotto e ineleggibile

di Glenn Greenwald.
da The Intercept.


Nel 2002, una formazione di centrosinistra del Brasile, il Partito dei Lavoratori (PT) salì alla presidenza quando Lula da Silva vinse a valanga travolgendo il candidato del partito di centro-destra del PSDB (per tutto il 2002, i "mercati" erano indignati per la mera prospettiva di una vittoria del PT). Il PT è rimasto al potere, quando Lula, nel 2006, fu rieletto in un'altra valanga contro un diverso candidato del PSDB. I nemici del PT pensavano di avere l’occasione buona per sbarazzarsi del PT nel 2010, quando la strada di Lula era sbarrata dai limiti dei mandati che gli impedivano di correre ancora, ma le loro speranze furono schiacciate quando il successore attentamente selezionato da Lula, la fin lì sconosciuta Dilma Rousseff, diede 12 punti di distacco allo stesso candidato PSDB che aveva perso con Lula nel 2002.

Nel 2014, i nemici del PT versarono enormi quantità di denaro e di risorse per sconfiggerla, ritenendola vulnerabile e pensando di aver finalmente trovato un candidato PSDB stellare, ma persero di nuovo, questa volta con un margine più stretto, quando Dilma fu rieletta con 54 milioni di voti.
In sintesi, il PT ha vinto quattro elezioni nazionali di fila: l'ultima appena 18 mesi fa. I suoi avversari hanno vigorosamente tentato di sconfiggerlo alle urne, senza riuscirci, in gran parte per via del sostegno di cui il PT godeva tra le classi povere e lavoratrici del Brasile.




Quindi, se sei un plutocrate e hai in mano la proprietà dei media più grandi e influenti della nazione, cosa fai? Elimini del tutto la necessità della democrazia - dopo tutto, essa continua a mandare al potere candidati e politiche che non ti piacciono – e sfrutti le tue catene mediatiche per incitare disordini e quindi insediare un candidato che non avrebbe mai potuto farsi eleggere da solo, ma che servirà fedelmente la tua agenda politica e la tua ideologia.
Questo è esattamente ciò che il Brasile sta facendo oggi. Il Senato brasiliano vota l’accettazione di un processo sulla base delle imputazioni di impeachment approvate dalla Camera bassa, il che si tradurrà automaticamente nella sospensione di Dilma dalla presidenza in attesa della fine del processo.
Il suo successore sarà il vice presidente Michel Temer del partito PMDB (nella foto sopra). Quindi, a differenza dell’impeachment presso la maggior parte degli altri paesi con un sistema presidenziale, qui la messa in stato d’accusa metterà al potere una persona proveniente da un partito diverso da quello del Presidente eletto. In questo caso particolare, la persona che deve essere insediata è impregnata di corruzione: accusato da informatori di un suo coinvolgimento in un sistema illegale di acquisto di etanolo, è stato appena dichiarato colpevole e conseguentemente multato per violazioni nelle spese elettorali e affronta un’interdizione per otto anni da i pubblici uffici. È profondamente impopolare: soltanto il 2% lo sosterrebbe come presidente e quasi il 60% vuole che sia messo sotto accusa (lo stesso numero favorevole all’impeachment di Dilma). Ma servirà fedelmente gli interessi dei brasiliani più ricchi: ha intenzione di nominare funzionari di Goldman Sachs e del FMI per governare l'economia e in caso contrario insediare una squadra totalmente non rappresentativa e neoliberista (composta in parte dallo stesso partito – il PSDB - che ha perso 4 elezioni di fila sotto il PT).

Niente di tutto ciò è una difesa del PT. Questo partito - come lo stesso Lula ha ammesso in un’intervista che gli ho fatto - è pieno di gravi episodi di corruzione. Quella di Dilma, per molti aspetti critici, è stata una presidenza fallimentare, ed è profondamente impopolare. I dirigenti del si sono spesso allineati e assoggettati alle élites del paese a scapito della loro base di sostenitori poveri. Il paese sta soffrendo sia dal punto di vista economico sia in quasi ogni altro aspetto.
Ma la soluzione per tutto ciò è di sconfiggerli alle urne, non semplicemente di eliminarli e sostituirli con qualcuno più conveniente per i più ricchi del paese. Qualunque sia il danno che il PT sta arrecando al Brasile, i plutocrati e i loro giornalisti-propagandisti nonché la banda di ladri di Brasilia che sta allestendo questa parodia sono assai più pericolosi. Stanno letteralmente smontando - frantumando – la democrazia del quinto paese più grande del mondo. Perfino The Economist - che pure è ostile anche ai più moderati partiti di sinistra, odia il PT e vuole che Dilma si dimetta - ha denunciato l’impeachment come «un pretesto per cacciare un presidente impopolare» e appena due settimane fa ha avvertito che «ciò che è allarmante è che coloro che stanno lavorando per la sua rimozione sono, in molti aspetti, peggiori». Prima di diventare un congiurato molto attivo nella sua acquisizione del potere, lo stesso Temer aveva detto l'anno scorso che «l’impeachment è impensabile, creerebbe una crisi istituzionale. Non vi è alcun fondamento giuridico o politico per questo».
La più grande truffa di tutte è che le élite dei media brasiliani stanno giustificando tutto questo in nome della "corruzione" e della "democrazia". Come può credere, chiunque sia minimamente razionale, che tutto questo avvenga per la "corruzione", quando stanno insediando come presidente qualcuno molto più compromesso con la corruzione rispetto alla persona che stanno rimuovendo, e quando le fazioni alle quali si trasferisce il potere sono corrotte oltre ogni possibile descrizione? E se fossero veramente interessati alla "democrazia", perché non muovono l’impeacment anche a carico di Temer e non tengono nuove elezioni, lasciando che siano gli elettori a decidere chi dovrebbe sostituire Dilma?
La risposta è ovvia: le nuove elezioni si tradurrebbero quasi certamente in una vittoria di Lula o di altri candidati che non amano, pertanto quel che temono di più è lasciare che la popolazione brasiliana decida chi la governerà. Questa è la definizione stessa della distruzione della democrazia.

Al di là del suo evidente significato globale, la ragione per cui ho speso così tanto tempo ed energie per scrivere di questi eventi è perché è stato sbalorditivo - e sconfortante – vedere tutto alla luce del sole, specialmente dato il modo in cui i media dominanti del paese, di proprietà di un piccolo manipolo di famiglie ricche, non consente quasi alcuna pluralità di opinioni. Invece, come Reporter Senza Frontiere ha evidenziato all'inizio di questo mese: «In maniera poco velata, i principali media nazionali hanno invitato il pubblico a contribuire a rovesciare il presidente Dilma Rousseff. I giornalisti che lavorano per questi gruppi di media sono chiaramente soggetti all'influenza di interessi privati e di parte, e questi conflitti di interesse permanenti sono chiaramente molto dannosi per la qualità delle notizie che riportano».

Vivendo in Brasile da 11 anni, è stato stimolante e fortificante osservare un paese di 200 milioni di persone spezzare le catene di una dittatura militare di destra durata 21 anni (sostenuta da Stati Uniti e Regno Unito) per portare a maturazione una democrazia giovane e dinamica vibrante e poi prosperare sotto di essa. Il vedere quanto rapidamente e facilmente essa possa venire ribaltata - abolita in tutto, tranne che nel nome - è allo stesso tempo triste e spaventoso da guardare. È anche una lezione importante per chiunque, ovunque nel mondo, presuma allegramente che le cose continuino così come sono o che ci sia stabilità garantita e un continuo progresso.


La scorsa settimana, ho parlato con Democracy Now per circa 10 minuti sul perché io ritenga che questi sviluppi in Brasile siano così significativi:






10 maggio 2016

La crisi europea, tra TTIP, UE e NATO

di Pino Cabras.
da Gli Occhi della Guerra.



Non c’è stato l’oceano di persone di Berlino di qualche settimana fa, ma la voce di migliaia di persone contro il TTIP si è sentita anche a Roma, nella bella manifestazione del 7 maggio 2016. La consapevolezza del pericolo rappresentato da questo trattato è cresciuta nel corso del tempo, anche grazie ai tanti articoli che sono stati pubblicati in proposito. Raccomando ad esempio lalettura di un articolo del 2014 di Pierluigi Fagan: Geopolitica dei trattati di libero asservimento, che descriveva in modo esatto la fine della “prima globalizzazione” e l’apertura di una fase del tutto nuova, che nessuno ancora sapeva raccontare.

250mila persone in piazza a Berlino per manifestare contro il Ttip
Ora, dopo la manifestazione, Fagan ci ricorda che il TTIP non è un trattato di libero scambio bensì “un contratto di accoppiamento strutturale per formattare un sistema che abbia gli Usa come centro di gravità: è propriamente un trattato geopolitico”.
All’Europa questo trattato semplicemente non conviene e infatti potrebbe non esser firmato prima della fine della presidenza Obama e con ciò, rimandato sine die.
Nel frattempo, certo, bisogna non abbassare la guardia, visto il livello paranoico di segreto che è stato imposto alla discussione del trattato, come è stato spiegato in dettaglio anche a La Gabbia. Mentre in altri paesi i governi stanno opponendo resistenza, in Italia la propensione di Matteo Renzi è quella di cedere su tutta la linea.
Cosa accadrà adesso? È il momento di immaginare qualche scenario, confrontandolo – come già implicava l’articolo di Fagan – con l’altro grande trattato geopolitico-economico che gli USA stanno modellando, il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), una specie di cugino del TTIP. Cugino sì, ma non poi così somigliante.
Il TPP infatti è un trattato che lega stati “sovrani”, nella perfetta logica del cosiddetto “hub & spoke”: ove uno di questi Stati avesse la forza politica di sfilarsi dal trattato, il TPP sopravvivrebbe e potrebbe essere bilanciato dall’aggiungersi di altri Stati.
Il giornalista Simone Santini sottolinea che “la base giuridica del TTIP è diversa dal TPP, perché unirebbe USA e UE, e quest’ultima non è (ancora) uno Stato ma a sua volta un’organizzazione che si basa su un Trattato. Dunque, se il trattato UE dovesse rompersi, ecco che automaticamente anche il TTIP crollerebbe, azzerando tutto. Inoltre, dal punto di vista politico interno degli Stati aderenti alla UE, ai mal di pancia dei settori già euroscettici si assommerebbero quelli anti-TTIP, per cui prenderebbe grande slancio l’idea che UE+TTIP sono irriformabili e l’unica possibilità sarebbe la rottura”.
Chi si oppone a questo mostro transatlantico? A differenza che in passato, a muoversi non sono solo i cortei di manifestanti, ma ingenti forze economiche “nazionali”. Santini lo sottolinea: “Sembrerebbe che ai piani alti di qualche grattacielo americano si siano accorti di questo pericolo e che il TTIP ora basato sull’accordo USA-UE possa essere molto fragile. Le sollecitazioni che sta vivendo la UE (Brexit, Grexit, Schengen, ecc.) ma anche le stesse “fughe di notizie” del TTIPleaks, potrebbero, in parte, arrivare anche da quella direzione».
In effetti sull’Europa si addensa la tempesta perfetta e cresce ovunque la voglia di rompere la dittatura del regime europeo. Ogni crisi – in Gran Bretagna, in Grecia, in Spagna, più la grande crisi delle migrazioni – è la faccia di un prisma, il volume di una grande crisi europea nel suo insieme, dove nessuno osa più parlare, a parte Laura Boldrini, di “sogno europeo”.
Cosa implica, tutto questo? Per Santini c’è chi pensa ormai “che sarebbe meglio disarticolare prima la UE, e solo successivamente fare un trattato con alcuni Stati europei, quelli più affidabili, singolarmente, come nello schema del TPP”. Una sorta di versione “light” del TTIP. Alcuni rimarrebbero fuori, inizialmente, ma poi ne sarebbero fatalmente (tempo al tempo) attratti dentro. Insomma, come è accaduto con la Francia con NATO. Prima fuori, poi dentro.
In altre parole, ciò che anima il progetto contingente del TTIP è in realtà un progetto geopolitico di lungo periodo che eviterà di impiccarsi a una formula, se questa dovesse risultare impossibile, ma cercherà diverse vie per arrivare a blindare un’area geopolitica legata comunque agli USA. È un progetto che vuole formattare il sistema in tanti modi diversi tendenti allo stesso obiettivo.
Mentre si cerca la via giuridica per la “formattazione del sistema” dal lato dalla futuribile “NATO Economica”, vanno intanto avanti gli atti della NATO che c’è già, quella militare:
1) aumentano le pressioni per far aderire alla NATO anche Svezia e Finlandia, che oggi ne sono fuori;
2) aumenta la stretta militare nell’area baltica, dove si incrementano le esercitazioni militari e il tutto si salda a un incoraggiamento della “russofobia” nelle classi dirigenti, fino alla riabilitazione delle correnti naziste;
3) si utilizza la leva ucraina per alimentare la tensione e perpetuare il regime delle sanzioni europee antirusse provocando le contro-sanzioni antieuropee;
4) si fomentano nuove “rivoluzioni colorate” nell’area balcanica, per estendere i luoghi di separazione fra influenza russa e americana.
Ci limitiamo per ora a considerare la cortina di crisi sul suolo europeo e tralasciamo in questa occasione le crisi che si originano nel Medio Oriente – dove la NATO ha giocato ugualmente un ruolo perturbatore – nonostante anch’esse si proiettino sull’Europa.
Il risultato è che i focolai si ricompongono in un sistema di separazione artificiosa fra interessi europei e russi, che altrimenti sarebbero complementari e reciprocamente convenienti in termini di sicurezza militare, energetica ed economica.
Difficile che il TTIP sia firmato nel 2016, anno in cui si vota in USA. Nel 2017 si voterà in Francia, Nel 2018 in Italia e Germania. Nel 2019 si rinnoverà la Commissione europea. L’opzione di “comprare tempo” (temporeggiare, tirare a campare) a questo punto piacerà a molti. Qualcuno perciò si premunisce per il momento in cui i nodi verranno al pettine: la NATO-che-c’è-già sta creando una nuova cortina che circonda un sistema europeo in trasformazione-disgregazione. Chissà se il tempo che tutti compreranno basterà a far prevalere la trasformazione sulla disgregazione. In ogni caso, il volto dell’Europa sarà cambiato, sottoposto a una preponderanza del progetto militare. Inutile sottolineare i pericoli di guerra. Finché i popoli europei non si batteranno per la loro sovranità, questo pericolo incomberà, in aggiunta alle altre insicurezze economiche.
Pubblicato anche da Megachip.


16 aprile 2016

Dopo i sauditi, anche l'Egitto imbavaglia Al Manar

di Pino Cabras.


Le pressioni degli sponsor dell'ISIS restringono sempre di più gli spazi televisivi per i loro nemici. Dopo la piattaforma satellitare Arabsat, anche quella egiziana denominata Nilesat, vista in tutto il Vicino e Medio Oriente, ha deciso di oscurare le trasmissioni del canale libanese Al Manar (Il Faro). Dal 5 aprile, uno degli organi di informazione in lingua araba più influenti, legato al movimento di resistenza libanese Hezbollah, è stato escluso dalla piattaforma la cui sede è in Egitto. Sono stati gli stessi media egiziani ad annunciarlo, precedendo l'incontro al vertice tra il presidente egiziano Al Sisi e il re saudita Salman, accolto dunque con un regalo per lui molto gradito

AL MANAR - I PRECEDENTI:
ECCO COME STANNO SOFFOCANDO UNA VOCE FONDAMENTALE PER L'INFORMAZIONE MEDIORIENTALE


In questo cinico scambio di doni fra capi di Stato si assiste a un grande dirottamento di miliardi. I 4 miliardi di dollari che fino a poche settimane fa i sauditi avevano destinato alle forze armate libanesi atterrano invece al Cairo, per rafforzare il rapporto con uno dei maggiori "clientes" di Riad - il regime egiziano - e indebolire la tenuta del fragile Stato libanese. Il tutto avviene per rafforzare l'asse di interessi saudita, impegnato direttamente o indirettamente su varifronti di guerra (Siria e Yemen su tutti) in contrapposizione all'asse legato alle forze sciite (Iran, Repubblica Siriana, Hezbollah). AncheIsraele ha un interesse strategico a mettere il bavaglio ad Al Manar, una delle voci più informate e critiche rispetto alle azioni militari israeliane. Non è il primo caso in cui Israele realizza una forte convergenza d'interessi con Casa Saud.

Non prende nessuna posizione la coalizione libanese del «14 Marzo». Il suo leader Saad Hariri, ha radici familiari, ideologiche ed economiche fortissime con l'Arabia Saudita, perciò tace. Rimangono invece le forti proteste della coalizione dell'«8 Marzo», che associa Hezbollah alla Corrente Patriottica Libera di Michel Aoun(egemonizzata dai cristiani maroniti). Queste diverse posizioni rappresentano bene la spaccatura politica che rischia di paralizzare o persino far esplodere la vita politica libanese.

I reporter di Al Manar hanno raccontato con grande impegno e professionalità dettagli importantissimi della guerra siriana. Senza la loro capillare presenza nei luoghi di battaglia, il mondo avrebbe saputo molto meno e l'ISIS-Daesh e le altre formazioni jihadiste sarebbero apparse come una galassia lontana. Il servizio reso al mondo consiste nel raccontare la portata di questo immenso pericolo per la pace mondiale. E soprattutto nel rivelare chi foraggia gli autori delle brutalità. I sauditi non vogliono testimoni, e nemmeno i loro alleati vicini e lontani, compreso Israele (anche se la liaison fra Tel Aviv e Riad può apparire contro-intuitiva).

Al Manar proseguirà le sue trasmissioni su una piattaforma satellitare russa (il che comporterà qualche macchinoso adattamento per milioni di parabole nelle case arabe) e in streaming, sul seguente canale:
Nel frattempo l'altro grande sponsor dei tagliagole, jihadisti , il regime del presidente turco Erdoğan - che ha il record mondiale di giornalisti incarcerati - ha oscurato il sito in lingua turca dell'agenzia russa Sputnik.

Per parte nostra, ci sentiamo di condannare questo attacco alla libertà di parola che vuole impedire una narrazione più autentica delle vicende mediorientali. Esprimiamo piena solidarietà ai giornalisti colpiti, anche in mezzo al silenzio occidentale. La "saudizzazione" e l'"erdoganizzazione" dei media rappresentano un attentato non solo alla libertà di parola, ma alla comprensione dei temi della pace e della guerra nel mondo.


DONAZIONE


Caso Regeni e 11 Settembre: messaggio ai giornalisti italiani

Luogocomune.net  ---  PandoraTV.it.

Videoeditoriale di Massimo Mazzucco - Cari giornalisti, sul caso Regeni avete svolto impeccabilmente il vostro lavoro, smontando una per una le versioni ufficiali. Allora perché per l'11 settembre...


Fonti:





6 aprile 2016

#PanamaPapers: segreti manipolati

di Pino Cabras.


La diffusione della mega-soffiata sulle ricchezze offshore, già confezionata con il nome di ‘Panama Papers’, va osservata con criteri distaccati, come tentai di fare al momento del massimo impatto delle rivelazioni via Wikileaks, nel 2010, quando moltissimi cablogrammi diplomatici americani divennero improvvisamente di pubblico dominio. In quella occasione pensai che «deve valere una premessa: non ci sono individui, e neanche organizzazioni, che siano in grado di leggere 250mila documenti in breve tempo. Quindi ci arriva solo un flusso filtrato di documenti. E chi lo filtra, per ora, è la vecchia fabbrica dei media tradizionali». Oggi, che i documenti trapelati sono 11 milioni e mezzo, una cinquantina di volte di più di allora, il discorso vale ancora di più. Dunque dobbiamo capire quali fonti producono i materiali, chi li studia e filtra, chi li diffonde e rifiltra, con quale parabola mediatica alla fine arrivano a tutti noi.

Nel caso dei Panama Papers, nessuno di noi conosce i primi manipolatori delle fonti.
Sappiamo solo che, oltre un anno fa, una manina ha sottratto un enorme fascicolo digitale custodito dallo studio legale panamense Mossack Fonseca, una di quelle officine tropicali degli affari segreti che armonizzano le alchimie fiscali del capitalismo finanziario globalizzato. Il portafoglio panamense è una piccolissima frazione degli affari planetari, però ritagliata con particolare cura in modo da non ricomprendere i grandi padroni americani. Fra i documenti scoperchiati, infatti, sono ricostruiti i giochi finanziari di nemici e amici dell’America, ma non degli americani. Molti commentatori sono concordi: si tratta di un’anomalia ma non si tratta di un caso, se gli americani stanno fuori dal mirino.
La manina, che rimane segreta e non chiede un dollaro in cambio, affida tutto alla redazione di Süddeutsche Zeitung, quotidiano di Monaco di Baviera edito da una casa editrice legata alle principali conglomerate editoriali tedesche. Il materiale, tuttavia, è troppo voluminoso anche per un grande giornale. I redattori ricorrono perciò all’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), una rete che mette insieme 190 giornalisti di oltre 65 Paesi, ed è l’emanazione internazionale di un’organizzazione basata negli Stati Uniti d’America, il Center for Public Integrity, che vanta tra i suoi finanziatori le principali fondazioni delle grandi famiglie capitalistiche americane, compresi i Rockefeller, i Rothschild, la Open Society di Soros, e altri super-filantropi di peso paragonabile. Il consorzio dei giornalisti investigativi è insomma alimentato dal cupolone dei padroni universali, gli stessi che i Papers non nominano, i medesimi che guidano affari opachi e speculazioni su una scala enormemente maggiore rispetto a quanto emerso dalle carte panamensi.
Come mai un cenacolo di straricchi capaci di muovere vagonate di miliardi con un solo clic, senza battere ciglio si mette a finanziare proprio i giornalisti che quasi ogni anno tirano fuori grosse inchieste contro i paradisi fiscali? Anche qui: si tratta di un’anomalia, ma è improbabile che si tratti di un caso.


I meno distratti sanno che attualmente con il TTIP e altri trattati più o meno segreti si sta ridisegnando lo spazio euroatlantico a guida statunitense in modo da ricompattare il blocco capitalista più legato a Washington intorno a una sorta di “NATO economica”. Ebbene, nel 2009-2010, il presidente Barack Obama aveva composto un collegio di consiglieri economici presieduto dalla storica Christina Romer, una professoressa che aveva studiato a menadito la Grande Depressione degli anni trenta. Secondo la Romer l’unico modo per risolvere strutturalmente la crisi finanziaria con epicentro negli Stati Uniti stava nel determinare un trasferimento di capitali europei verso Wall Street. Da allora, da Washington si sono moltiplicate le iniziative per far chiudere il maggior numero possibile di paradisi fiscali non anglo-sassoni, troppo concorrenziali. E una parte dei giochi ha reso meno forte l’euro. È un’angolazione diversa per osservare le fughe di notizie di questi anni: la crisi di Cipro, gli scandali vaticani, l’attacco al santuario bancario svizzero, ecc. Naturalmente queste ondate di scandali, creando panico, si riverberavano negativamente anche sulla finanza anglosassone, per via delle tante interconnessioni. Ma nell’insieme, quella rimane più protetta dalle regole e dai rapporti di forza nelle istituzioni finanziarie internazionali che essa stessa ha creato e quindi resiste all’urto. 
Come la chemioterapia, che ambisce a sopportare il veleno che uccide molte cellule funzionali al proprio organismo purché uccida tutte le cellule “disfunzionali” del tumore, allo stesso modo i poli della finanza anglosassone vedono ridursi o perfino scomparire i poli concorrenti, al prezzo di un certo caos sistemico.
Malgrado ciò, i capitalisti in cerca di investimenti stabili e sicuri non hanno ancora trovato né così allettante né così facile trasferire i loro soldi in USA, di cui – nonostante tutto – avvertono gli scricchiolii.
Quel sistema che grossolanamente chiamiamo NATO economica spianerà la strada. Se va in porto, gli USA si salvano attirando i capitali europei, a spese di interi popoli, ai quali andranno resi difficili gli affari con paesi fuori da quel giro, anche se più convenienti e più complementari. Magari con uno strumento micidiale: le sanzioni.
Ebbene, la questione delle sanzioni è un punto particolarmente illuminante, che spiega bene dentro quali paletti potesse muoversi l’inchiesta. Nel documento di presentazione dei Panama Papers pubblicato dalla Süddeutsche Zeitung, infatti si spiega che la specializzazione primaria della Mossack Fonseca, oltre al riciclaggio e l’evasione fiscale, riguardava «attività imprenditoriali che potenzialmente violano delle sanzioni».
Rockefeller non ha bisogno di questi schemi, mentre è più probabile che li abbiano dovuti usare le classi dirigenti russe (soggette a un drastico sistema di sanzioni), per riuscire a interagire faticosamente con il resto del mondo, in questi anni. E così hanno fatto altri dirigenti di altri paesi soggetti a sanzioni.
I giornalisti dell’ICIJ, collegati alle principali testate dell’Occidente – che possiamo considerare come altrettanti organi ufficiosi della NATO – non si sono posti il problema. Il contesto sanzioni, nella vulgata dei giornali, cede il passo al contesto corruzione/evasione. E mentre il contesto sanzioni spiegherebbe bene la scoperta dell’acqua calda, che cioè i grandi giri di denaro in Russia non li fanno i nemici di Putin, il contesto corruzione/evasione è inadatto a spiegare il ruolo di Putin. Ma gli organi della NATO preferiscono quello, e riprendono allora tutto il set di interpretazioni che hanno già usato altre volte. A Putin non è riconducibile direttamente nessuno degli schemi finanziari analizzati, ma il suo ritratto deve aprire la notizia, e mangiarsela. Esattamente come quando era esploso lo scandalo doping: riguardava atleti di decine di nazioni, ma la Repubblica faceva il titolone in prima sul surreale “doping di Putin”.
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In Regno Unito il primo giorno hanno fatto di peggio. Nonostante fosse direttamente coinvolto il padre del premier Cameron, il tanto decantato giornalismo britannico è stato zitto, per fare invece a gara, anche lì, a chi metteva la foto più grande di Vladimir il Cattivo.
Eppure ci sarebbe da dire anche su questa tegola per il primo ministro britannico. Nonostante lo storico allineamento di Londra con Washington, recentemente ci sono state moltissime correnti di attrazione economica e finanziaria fra Londra e Pechino. La stessa grande soffiata, pur chiamandosi Panama, riguarda in buona parte affari che si concludono nella City londinese. Ne risulta un bel calcione a eventuali velleità britanniche, così come lo scandalo Volkswagen risultava essere un bel calcione alle velleità germaniche e la supermulta alla banca BNP Paribas era bel calcione alle velleità francesi. Seguono attentati.
Recentemente Sergey Glazyev, un economista molto ascoltato da Putin, ha parlato di “guerra ibrida” per definire le complesse mosse non strettamente militari degli USA contro il “nemico” russo. Possiamo estendere la definizione anche ad altri casi: la “guerra ibrida” viene mossa anche contro gli “amici”. Magari via Panama, ma con il portafoglio ben radicato e protetto a Washington. E con infiniti strati di copertura che rendano irriconoscibile la guerra e facciano credere che esista il giornalismo investigativo con il guinzaglio lungo.