6 luglio 2015

E' caduto il mulo di Berlino


di Pino Cabras.
da Megachip.

In Europa ritorna, ricaricata dai greci di oggi, un'antica parola dei greci di ieri: politica. La parola va a braccetto con un'altra parola plurimillenaria, pure greca: democrazia. Con la squillante vittoria del NO nel referendum greco anti-austerity del 5 luglio 2015, si apre infatti per i popoli europei un mondo di possibilità politiche che gli oligarchi non avevano preso in considerazione. Ma non solo loro. Anche fra coloro che combattono gli oligarchi in troppi avevano perso fiducia nelle possibilità della politica, fino a non capire la portata dirompente del referendum: accusavano Tsipras di essere una specie di Ponzio Pilato, e pensavano che il voto delle elezioni parlamentari di gennaio bastasse al governo per tutte le drammatiche decisioni che doveva affrontare mentre l'Europa gli muoveva guerra, senza rimettere le decisioni al popolo.
C'è invece una grandissima differenza fra il voto del 25 gennaio e quello storico del 5 luglio. A gennaio Syriza raccoglieva il 36 per cento dei voti espressi, che a loro volta erano il 64 per cento del corpo elettorale. Il premio della legge elettorale e l'alleanza con il partito Anel, un altro 5 per cento, consentivano di governare, ma in un contesto di sfiducia nel sistema politico, simile alla disaffezione che colpisce ovunque in Europa i sistemi politici.
Il referendum di luglio ha sollevato l'affluenza e ha chiarito in modo molto solenne che quasi due votanti su tre non sono più disposti ad accettare le vessazioni degli usurai internazionali protetti dall'Europa finanziaria a trazione tedesca. È un NO più forte della paura del salto nel buio, più potente dei bancomat a singhiozzo, più travolgente dei media che hanno inondato i greci e gli europei tutti di una valanga di bugie, come solo in occasione di guerre succede. I nove giorni che sconvolsero l'Europa – quanti appena ne sono passati tra l'annuncio di Tsipras e il giorno del referendum – sono bastati a far cadere tutte le maschere e gli equivoci che occultavano il vero volto delle istituzioni europee nemiche dei popoli. Se i popoli si sollevano, le oligarchie perdono: una verità semplice semplice che spaventa più di tutto i potenti, che infatti reagiscono facendo parlare tutti gli spara-balle del loro arsenale, dai gazzettieri più infami fino ai maggiordomi miracolati come Renzi.
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[A proposito dello scendiletto della Merkel, confrontatelo ora con Tsipras. Il tempo è galantuomo, a volte. Ha ingannato un po' di militanti e militonti con la veste del Rottamatore e gli hashtag del #cambiaverso. Oggi è nudo, con le sue leggi reazionarie e i suoi conservatorismi, tanto da rivelarsi in pieno per quello che è: un manovratore di bassa levatura politica, senza legittimazione popolare misurabile. Un tappo che ostruisce il corso della politica e della democrazia, e comincia anche a fare errori grossolani di valutazione mentre il mondo che lo sostiene rischia di franare rovinosamente].
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Ora si apre una fase in cui l'oligarchia degli eurocrati combatterà una battaglia feroce per sopravvivere. Come nota Pier Luigi Fagan, «il nucleo PPE-socialisti mai concederà nulla ad un rappresentante dell'area critico-scettica perché altrimenti Podemos, Grillo, la Lega, la Le Pen...»
Faranno quindi la guardia a un sistema anelastico, rigidissimo, scaricando tensioni sull'intero Continente. Ma perderanno definitivamente la credibilità residua del loro vecchio inganno spacciato per “sogno europeo”. I più anelastici di tutti, a Berlino, già dichiarano per bocca del ministro delle finanze Sigmar Gabriel che «con il no la Grecia ha bruciato i ponti con l'Europa, non ci sarà un altro piano d'aiuti» (ossia i finanziamenti che in realtà aiutano le banche tedesche e spremono i greci). Testardo come un mulo, questo Gabriel. Il mulo di Berlino.
Il dramma in corso nelle segrete stanze berlinesi è definito da Giuseppe Masala come il dilemma della Prigioniera Angela.
«- Se dice sì a Varoufakis, allora regala la Spagna a Podemos, il Portogallo ai comunisti e l'Italia a Grillo.
- Se gli dice no, allora fa schiantare la moneta unica, l'Italia, la Spagna e il Portogallo (ed altri).
Risultato finale: sia che dica sì, sia che dica no, distrugge la moneta unica e l'egemonia tedesca in Europa.»
Uno scenario simile è descritto anche da Marcello Foa, che aggiunge una terza opzione, quella di un imperio totalitario che si spoglia pienamente di ogni parvenza democratica. Ma anche questa opzione significa la fine dell'Europa istituzionale che conosciamo.

Insomma, grazie al referendum greco siamo giunti al dunque di un grande nodo geopolitico, che si intreccia con altre tensioni europee: non si deve dimenticare che la NATO (ossia gli USA) ha acceso tanti focolai – su tutti l'Ucraina - per impedire all'Europa di fare accordi strategici convenienti con la Russia e altre potenze e legarla così a un futuro di subalternità alla potenza nordamericana in declino, dovesse costare anche l'ascesa di movimenti nazisti. Interverranno altri attori in una scena che cambierà rapidamente già nel corso di questi mesi.
La nuova leva dirigente greca ha dimostrato che con il coraggio e il primato della politica si può mettere di nuovo il peso dei popoli nel corso degli eventi. Le sponde sensibili non mancano, in seno ai popoli, e perfino presso tante cattedre che esprimono idee in grado di buttare nella pattumiera decenni di neoliberismo. Si pensi ad esempio al peso che può avere l'enciclica di questo papa. Sarebbe uno spreco immane non cercare tutte queste voci, ora che è tornata la politica.



4 luglio 2015

Crolli di Borsa in Cina: in tre settimane 10 PIL della Grecia

Seguiamo la crisi di Atene (e dell'Europa). Ma la crisi è sistemica. Tra suicidi e paura di contagi finanziari, esplode ora la bolla cinese.

di Pino Cabras
da Megachip.


I lettori ci sono testimoni di quanta attenzione dedichiamo in questi mesi e settimane alla crisi greca, tanto più alla vigilia del referendum indetto dal governo Tsipras sulle vessazioni degli usurai della trojka. Ma vogliamo lo stesso aprire una finestra su un'altra crisi, che al momento coinvolge solo chi punta sulle borse cinesi, ma che ha riflessi potenzialmente enormi sul mondo. Mentre per vicinanza e facilità culturale, nel bene e nel male, tutti gli europei sanno quel che accade ad Atene, la Cina non ci è vicina (almeno sui media). Solo gli specialisti si sono accorti che in meno di un mese la borsa di Shanghai e quella di Shenzhen sono crollate del 25%, mandando in fumo un controvalore pari a 10 volte il PIL della Grecia
Più sotto proponiamo all'attenzione dei lettori una corrispondenza da Shanghai per il sito Rischio Calcolato, che racconta con tono quasi scanzonato alcuni fatti che in realtà parlano di drammi improvvisi, estesi, giganteschi: le tipiche fiammate sociali che esplodono in occasione dei grandi crack borsistici causando improvvise tragedie esistenziali e suicidi, panico e paura di contagio finanziario, per giunta in un paese dove tutto corre verso l'essere grande e veloce. Anche nei disastri.
Senza anticipare troppo, c'è una prima riflessione: la crisi sistemica può avere sviluppi improvvisi e capaci di collegarsi. Se ad esempio qualcuno spera che l'equazione della crisi greca sia risolta da un cavaliere bianco (o giallo) che arriva da Pechino, ora dovrà mettere nel conto nuove incognite che complicheranno i calcoli: in Cina hanno le loro gatte da pelare. E se le grandi riserve di dollari incamerate per decenni dai fondi sovrani vorranno correggere il crollo di borsa cinese, magari dovranno disinvestire da altre parti, innescando altre crisi (vedi gli USA). Vedremo.
Per ora la Cina ha una finanza meno interconnessa di altri paesi, ma niente in quest'epoca è davvero completamente sconnesso. La crisi in borsa riflette (amplificando follemente l'ampiezza) il rallentamento nell'economia reale cinese. Troviamo così le tendenze globali, tutte in grado di interagire fra di loro. Troppa liquidità non ha trovato mete remunerative e si è congelata nelle alchimie finanziarie e nei debiti. Pertanto il capitale non ha abbastanza sbocchi nel reale, e allora li trova nelle bolle speculative o rapinando interi popoli. 
Sullo sfondo c'è un ulteriore pericolo, visto che definiamo questa come una crisi sistemica. Le crisi sistemiche bruciano i libri contabili in guerra, e in effetti i focolai si moltiplicano. Cercare alternative a questo sistema economico suicida diviene una questione di sopravvivenza.
Buona lettura.




Cina, Crollo della Borsa, Suicidi di Massa, La Signora con le Borse di Arance è Morta

Dal corrispondente di Rischio Calcolato in Cina:
Ciao Paolo,
se ti va di leggere 2 righe da Shanghai.
A Shanghai il meno 25% in Borsa sta picchiando duro
Erano diventati tutti investitori. molti con soldi presi a prestito da banche, parenti e amici, o addirittura vendendo la casa. malgrado la cultura finanziaria bassissima.
All'inizio della discesa ci scherzavano sopra, tutti convinti che comunque era qualcosa che non riguardava loro stessi ma solo gli altri, ed il tutto si sarebbe risolto rapidamente.
Ora sono però partiti in maniera importante i suicidi, sai qui in Asia il suicidio fa parte della vita, quando perdi il tuo ruolo, la tua posizione socio economica.via.!!!
(tanto per fare un esempio i vostri Schettino, Galan, e via con altri migliaia di nomi sarebbero tutti "suicidi")...

Il governo cerca di calmare la cosa:
- non diffonde le notizie di suicidi
- giornali e TV per 24h al giorno parlano super-esperti di finanza e luminari di economia che spiegano che nel giro di pochi mesi la borsa tornerà a correre come prima
e poi si arriva agli estremi delle foto allegate
-quella con i vigili del fuoco con un "non Buttatevi dalla Finestra aspettate che la situazione si risollevi".

- quella sullo stabile con un patriottico "qualunque tonfo non spaventa l'Eroico Mercato Azionario Cinese"



Tempo fa scrivevo ad un'amico:
  • Da un lato la borsa è sicuramente vista più come un casinò dove buttare sul tavolo delle "fiches", che un posto dove comprare "pezzi di aziende/servizi" remunerativi nel tempo.
  • Negli ultimi mesi è stato un crescendo di attenzione verso la borsa ed i facili denari fatti "giocando" con le azioni, questo in modo estremamente esagerato, molto più di quanto accaduto a fine anni novanta in Italia con le "dot-com". TV e giornali sono pieni di notizie che riguardano massaie e macellai arricchitesi in pochi mesi borsa. poi sai qui è tutto esasperato e veloce rispetto all'Occidente, a Shanghai i pensionati armati di smartphone non giocano più a "majian" (una loro specie di scacchi) come in passato, ma giocano in borsa dalla panchina dei giardini pubblici. non sto scherzando è proprio così.
  • (un aneddoto, una collega di mia moglie ha triplicato il suo capitale in poco tempo, si è quindi licenziata e sta facendo il giro del mondo con i soldi guadagnati in borsa è convinta che quando torna potrà poi fare altrettanto.)
  • Altra considerazione, conosco personalmente e bene aziende piccolissime che non hanno nessun titolo ne struttura per stare in borsa, non hanno nemmeno una contabilità decente, ma sono riuscite a quotarsi ed ora beneficiano di un gran flusso di denaro "gratis". finchè qualcuno non ci metterà il naso.
  • Entrando poi nell'economia generale direi che la situazione attuale è tutt'altro che allegra (in generale, non per quanto riguarda l'azienda dove lavoro che anzi.) Le aziende che esportano verso l'Occidente (moltissime) sono in grossa difficoltà a causa dell'aumento dei costi locali (manodopera di basso livello a +12% annuo per 10 anni fa oltre +300% in un decennio.) e soprattutto per la variazione del tasso di cambio, con uno Yuan che ha preso quasi 30% contro €uro da Nov'14 a Mag'15. molti esportatori non ci stanno più dentro, ho incontrato titolari di attività che hanno perso enne milioni di euro in pochi mesi ed ora hanno i magazzini pieni di componenti che nessuno gli comprerà mai.
  • Altra importante nota negativa è che anche il mondo dei grandi investimenti statali Cinesi in Real Estate ed infrastrutture è in questo momento congelato, per volontà politica. tutto da vedere quando e come ripartirà.
    Quanto detto sopra mi porta a pensare che è meglio stare lontani dalla borsa di Shanghai e credo che le prospettive di lungo periodo non possono essere che negative. il tema è quanto lungo?.
    Va anche detto però che i Cinesi sono in generale "risparmiatori", molto attratti dal "profit" ed a volte "creduloni" al limite dell'ingenuità. queste caratteristiche fanno saltare gli schemi a cui siamo abituati in Occidente.
    Di fatto in questo momento ha investito in borsa solo una piccolissima parte delle persone. e se questa voglia di borsa si estendesse anche agli altri? Ai molti ? Fin dove potrà proseguire la bolla?.
p.s. se non sapete chi sia la signora con le arance, ve la presento. Molti anni fa una signora con la borsa della spesa piena di arance entrò nella banca in cui lavoravo (si lo ammetto. ne ho fatte di cose brutte nella vita), aprì un conto trading con la segretaria e versò circa 9000€ (l'equivalente in lire, la borsa era in Euro, ma c'erano le lire). Poi venne da me al trading desk, si presentò e mi disse "Presto, dottore, presto, mi compri la Aisoftware prima che finiscano". Le comprò mi pare a 248€ per azione sul mercato non regolamentato Easdaq (non esiste neppure più), l'ultima volta che le vidi erano sotto 2€. E' stata una delle mie più grandi esperienze di vita e ho avuto la fortuna di farne tesoro senza pagarne io il prezzo. Non capita spesso.

Fonte: http://www.rischiocalcolato.it/2015/07/cina-crollo-della-borsa-suicidi-di-massa-la-signora-con-le-borse-di-arance-e-morte.html.

2 luglio 2015

Come il Pensiero Unico vuole la resa della Grecia

Crisi greca: l'ora delle manipolazioni orwelliane. Le lettere di Tsipras agli usurai: dimezzate dal Financial Times, tradotte male dal Corriere 
di Giuseppe Masala e Pino Cabras.
da Megachip.

La guerra alla Grecia di Tsipras, come tutte le guerre, si combatte prima sui media. Il gioco del cerino che vede impegnati in una serie di proposte e controproposte Bruxelles e Atene entra nella fase più importante dall’inizio della crisi. Più è alta la posta in gioco, più grande diventa la manipolazione.
Il messaggio parte dal centro del centro del potere, e tutti i media si adeguano, modellandosi sull'impronta iniziale. Il Financial Times, organo della City di Londra (e più in generale di tutta la comunità finanziaria globale) pubblica una lettera di Alexis Tsipras indirizzata alla Commissione Europea dove – a detta del giornale – il premier greco accetta quasi in toto le condizioni imposte dalla ex trojka (UE, BCE e FMI).
Ovunque i telegiornali e i siti dei quotidiani rilanciano e strillano la “resa” di Tsipras. Ma è davvero così?
Effettivamente nella missiva si parla di una quasi completa accettazione dei diktat della Trojka: aumento dell’IVA (tranne il regime agevolato presente nelle isole), riforma del mercato del lavoro da farsi entro questo autunno, riforma delle pensioni e inasprimenti fiscali che colpirebbero le imprese individuali e le imprese agricole. A vederla così appare come una oggettiva e completa capitolazione del Governo Tsipras, una vera e propria Caporetto in salsa ellenica. Infatti, sulla scorta di queste notizie, i mercati finanziari si lanciano in un rally molto forte sperando che si confermi la disfatta dei PIGS più porci di tutti, dannati maiali-cicala che non baciano i piedi di Juncker, Draghi, Lagarde e nemmeno di Merkel.
Quasi nessuno spiega che Tsipras di lettere ne ha scritte non una ma due. La n.1 è quella che abbiamo detto, indirizzata ai capoccia della trojka. La n.2 si rivolge al presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, il bellimbusto vampiresco che presiede pure al Meccanismo europeo di stabilità  (ESM- European Stability Mechanism), detto anche Fondo salva-Stati.
Nessuno legge davvero bene la lettera pubblicata dal Financial Times (e ripresa da tutta la stampa mondiale (Lettera n. 1). Se la si legge bene, si nota che l’accettazione delle richieste della trojka è subordinata all’accettazione della Lettera n. 2, anch'essa spedita il 30 Giugno, che prevede la “ristrutturazione e riprofilazione” (taglio e modifica delle scadenze) del vecchio debito con il fondo comunitario e l’accensione di un nuovo debito biennale con il fondo comunitario “Salva Stati”.
Come come?
Ma allora la notizia vera era un'altra: il governo Tsipras è disponibile ad accettare quasi integralmente le condizioni della trojka purché la trojka si sottoponga per la prima volta a uno spettacolare cedimento. Mentre la propaganda strombazza la “resa” di Tsipras e Varoufakis, e sparge la voce che vogliano addirittura annullare il referendum, nessuno si accorge che la lettera n.1 dice che l’accordo con i creditori si fa solo se si accettano gli emendamenti proposti e se si fa un nuovo accordo con l’ESM nei termini esposti nella lettera N.2. In questa seconda lettera si chiede una cosa enorme: la ristrutturazione del debito. Non è una lettera, è un macigno.

I governanti greci richiedono che i creditori accettino la ristrutturazione e il riscadenzamento del vecchio prestito EFSM e che gradiscano che il nuovo piano di salvataggio sia fatto dal solo fondo ESM.
Attenzione, perché anche questa è una novità: si tratterebbe di escludere dal nuovo meccanismo d’intesa le due istituzioni più oltranziste e più segnate da un’ottusa ideologia neoliberista, ossia la Banca Centrale Europea del venerabile maestro Mario Draghi e il Fondo Monetario Internazionale (e washingtoniano) della venerabile maestra Christine Lagarde. Per trattare, bisogna prima immobilizzare sicari, cecchini e vampiri, altro che resa.

Insomma, a essere buoni la notizia è stata interpretata in maniera del tutto fuorviante.
Nella peggiore delle ipotesi siamo invece autorizzati a “pensar male”: può darsi che quelli del Financial Times siano stati traditi da un eccesso di zelo nello scodinzolare davanti agli interessi del proprio “pubblico di riferimento” (la comunità finanziaria internazionale), ma può anche darsi che la velina sia stata inviata al giornale (con relativa interpretazione depistata) da una manina interessata di Bruxelles. Poi per le redazioni è difficile resistere alla corrente. Sai, lo dice il Financial Times... 
E una volta creata questa cornice, nemmeno le sacrosante smentite del governo greco frenano il conformismo dei media.
Si sta facendo di tutto per influenzare l’esito del referendum di domenica con una spietata guerra psicologica, facendo passare l’idea di un governo ellenico ormai in ginocchio di fronte alla trojka.
Non basta. Alla periferia dell'impero mediatico, ci siamo accorti di una grave manipolazione da parte del più prestigioso quotidiano italiano. Che ti fa il Corriere della Sera? Traduce la lettera pubblicata dal Financial Times (la lettera n.1), ma non cita né tanto meno traduce la Lettera n. 2, alla quale la prima vuole fare riferimento. E che ci sia una manipolazione, lo vediamo da un dettaglio decisivo. Mentre il resto della Lettera n. 1 è tradotto in modo impeccabile, nel testo viene alterato astutamente il riferimento alla Lettera N.2.

L'originale dice:
«The Hellenic Republic is prepared to accept this Staff Level Agreement subject to the following amendments, additions or clarifications, as part of an extension of the expiring EFSF program and the new new ESM Loan Agreement for which a request was submitted today, Tuesday June 30th 2015».

La nostra traduzione è:
«La Repubblica Ellenica è pronta ad accettare questo accordo a livello tecnico in conformità alle seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti relativi al programma EFSF in scadenza e al nuovo Accordo di Prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità per il quale oggi 30 giugno 2015 è stata sottoposta una richiesta».

Il Corriere traduce invece così:
«La Grecia è pronta ad accettare questo accordo fatte salve le seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti sul programma in scadenza EFSF e il nuovo ESM per il quale era atteso un accordo entro il 30 giugno.»

La differenza salta agli occhi. Nella Lettera n.1 Tsipras fa riferimento a un documento preciso, una proposta certa. Dice in sostanza: quella lettera GIÀ SPEDITA è parte integrante della nostra proposta. Ed è la proposta della ristrutturazione del debito. Il Corriere la fa sparire. Ed ecco la presunta resa.

I fatti poi si incaricano di sgonfiare le ipotesi strampalate, a partire dall'annullamento della consultazione referendaria (ben al contrario, Tsipras è andato in TV a chiedere di votare NO con forza), intanto che i tabù rigoristi di Merkel e Schäuble dettano la linea europea, giù giù fino ai patetici tweet di Matteo Renzi.

Probabilmente in questi giorni assisteremo anche ad altri “colpi di scena” dall’intento manipolatorio di stampo orwelliano. 
Poi, finalmente, domenica parleranno le urne. E di fronte alla volontà del popolo greco nessuno potrà mentire.



15 giugno 2015

Guerre, austerity, migrazioni, e l'autodemolizione del sogno europeo

di Pino Cabras.


Le classi dirigenti francesi e britanniche negli ultimi quattro anni hanno scatenato guerre che oltre ai lutti e oltre alla distruzione di interi Stati con cui noi avevamo relazioni convenienti, hanno provocato un drastico peggioramento nella gestione dei flussi migratori, e ora dicono che gestirli non è affar loro ma solo affar nostro.
Non siamo di fronte a casuale o banale egoismo. 
Stanno invece ridisegnando la gerarchia europea, trasformando il fianco sud dell'Europa in un mondo troppo debole per farsi valere, troppo ripiegato sui suoi problemi per esigere che più a nord si paghi il prezzo delle spietate politiche di potenza. 
Le classi dirigenti di Parigi e Londra hanno scelto cosa voler fare dell'Italia: il paraurti per le tragedie della globalizzazione; così come a Francoforte, Bruxelles e Berlino hanno deciso cosa fare della Grecia: il laboratorio dove sperimentare la futura 'mezzogiornificazione' di mezza Europa. 
E' l'autodemolizione del sogno europeo in vista di un ordine che toglie già, ancora una volta, il velo che nascondeva ciò che non è mai venuto meno: i soliti brutali rapporti di forza guidati dalle grandi capitali dei grandi capitali. Oggi la NATO militare e domani anche la NATO economica (il TTIP) si presentano come i gendarmi della nuova gerarchia che cambierà il destino di centinaia di milioni di persone.

12 giugno 2015

Undici settembre : Lettera aperta a Umberto Eco

di Massimo Mazzucco.


Gentile Signor Eco,

ho letto le sue recenti dichiarazioni, riportate dall'Ansa, nelle quali lei afferma che oggi "i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E' l'invasione degli imbecilli".

Sempre dall'ANSA leggo anche che "La sua lectio magistralis, dopo la laudatio di Ugo Volli, è dedicata alla sindrome del complotto, uno dei temi a lui più cari, presente anche nel suo ultimo libro 'Numero zero'." Mi era peraltro già nota la sua avversione per i cosiddetti "complottisti", per aver letto, in altre sedi, svariate sue dichiarazioni in merito.

Ebbene, facendo due più due, sappia che io sono sia un "imbecille" secondo la sua definizione generale (scrivo molto in rete, e mi avvalgo del diritto di parola come se fossi "un premio Nobel") ed un "complottista" in particolare, visto che sostengo da tempo la tesi dell'autoattentato riguardo all'11 settembre. Lei invece, in questo caso, si è schierato sul fronte opposto, visto che ha firmato un intero capitolo del libro a più mani "11/9 La cospirazione impossibile".

Vorrei quindi cogliere questa occasione per farle sapere alcune cose che lei certamente non conosce (se le conoscesse, si sarebbe ben guardato dal partecipare alla stesura di quel libro): tutti coloro che sostengono la versione ufficiale dell'11 settembre (che siano stati cioè 19 dirottatori islamici a compiere gli attentati) credono infatti, fra le altre cose: […]

- Che sia normale - e quindi credibile - che non esista una sola fotografia (o immagine video) datata e stampigliata che ritragga uno qualunque dei 19 dirottatori ai 3 aeroporti di partenza l'11 di settembre. Nei parcheggi, ai check-in, nei corridoi, nelle sale di aspetto, sulle scale mobili, nei bar dell'aeroporto, agli imbarchi, non esiste una sola foto di uno solo dei 19 dirottatori. (Lei ci crede davvero, signor Eco?)

- Che sia normale - e quindi credibile - che a Ground Zero ben 4 scatole nere su 4 "non siano state ritrovate", nonostante tutte le macerie asportate da Ground Zero dal primo all'ultimo giorno siano state passate al setaccio 3 volte, da 3 diverse squadre specializzate. Trovavano frammenti delle dita delle vittime, orologi e monetine, ma le scatole nere no. (Lei ci crede, signor Eco?)

- Che dopo aver ricevuto decine di avvisi su un "imminente attacco terroristico con aerei dirottati" gli americani abbiano deciso di organizzare così tante "esercitazioni aeree" nello stesso giorno da lasciare soltanto 4 caccia in stato di allerta a difendere l'intero quadrante nord-orientale della nazione (New York e Washington, per intenderci).

- Che sia normale che nessuno fra gli alti gradi militari sia stato punito nè richiamato per questo atto di incredibile leggerezza, ma anzi che tutti i responsabili di questo disastro collettivo siano stati promossi a gradi superiori.

- Che un intero aereo da 100 tonnellate (United 93) possa venire inghiottito quasi per intero da una buca larga pochi metri, che si sarebbe completamente richiusa sull'aereo stesso prima ancora che arrivassero i soccorritori. (Non glielo dice "Mazzucco il complottista", glielo dice la stessa FBI, nel suo goffo tentativo di spiegare la scomparsa quasi totale dei rottami dell'aereo dal luogo dello schianto).

- Che una decina di passeggeri abbia potuto effettuare svariate chiamate con i cellulari da un aereo che volava a 10.000 metri di quota, viaggiando a 6-800 Kmh. (Non è possibile oggi, figuriamoci nel 2001).

- Che un edificio (Building 7) possa crollare alla velocità di caduta libera nonostante nessuna forza esterna intervenga a rimuovere la struttura sottostante. (Se questo accadesse, verrebbe violata una delle più fondamentali leggi della Fisica, quella della Conservazione di Energia). E' come se le cascasse in testa un vaso di fiori, e questo vaso continuasse la sua corsa verso il basso senza minimamente rallentare, nonostante le stia sfracellando tutte le vertebre, una dopo l'altra. (Solo nei fumetti del Vil Coyote accadono queste cose).

- Che gli oltre 2.000 architetti e ingegneri americani della associazione Architects & Engineers for 9/11 Truth "si sbaglino" nel sostenere che quanto descritto sopra sia, appunto, impossibile dal punto di vista delle leggi fisiche, e che si sia quindi trattato necessariamente di una demolizione controllata. (Tertium non datur, in questo caso).

- Che oltre 100 fra poliziotti e pompieri "si sbaglino" nel testimoniare, come ha riportato il New York Times, di aver udito chiaramente una serie di forti esplosioni subito prima e durante i crolli delle Torri Gemelle.

Potrei andare avanti, ma immagino che lei abbia già compreso il senso del mio intervento, e cioè: non c'è bisogno di essere un "marcio complottista" per farsi venire dei seri dubbi sulla versione ufficiale dell'11 settembre.

In realtà, dopo aver preso una accurata visione dei fatti, bisogna concludere che soltanto un cretino possa credere ciecamente a tutto quanto descritto sopra. E lei certamente un cretino non lo è (io sono cresciuto leggendo "Diario Minimo", fra le altre cose). Deduco quindi, per non voler pensare ad una sua eventuale malafede, che sia semplicemente poco informato.

La invito pertanto a dedicare un po' del suo tempo a valutare più da vicino i fatti dell'11 settembre, fino a potersi fare una opinione personale su quanto sia realmente accaduto quel giorno. Come può vedere più sotto, le informazioni sono tutte a sua disposizione: vedendo il mio film potrà valutare di persona, argomento per argomento, sia quello che dice il Movimento per la Verità sul 9/11, sia quello che dicono i difensori della versione ufficiale (le stesse persone con cui lei ha collaborato alla stesura del libro).

E vedrà che alla fine le sue tante lauree honoris causa le verranno in aiuto, nel senso che preferirà mille volte sentirsi dare lei stesso del complottista (a ragion veduta), piuttosto che sentirsi dare del cretino a scatola chiusa.

Cordialmente

Massimo Mazzucco.

"11 settembre - La Nuova Pearl Harbor"

PS: Ovviamente, tutto quello che ho affermato nei paragrafi più sopra è ampiamente documentato nel film che la invito a visionare.

PS2: Le scrivo anche, naturalmente, a nome di migliaia e migliaia di "imbecilli" che la pensano esattamente come me.



2 giugno 2015

Hezbollah: battaglia per difendere la civiltà

La guerra all'ISIS e la polveriera Libano. 
Hassan Nasrallah denuncia: lo Stato islamico uccide i diversi. 

Mia corrispondenza dal Libano  in esclusiva per PandoraTV.it



Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=3427.


25 maggio 2015

Leader di Hezbollah: guerra senza quartiere all'ISIS


Pino Cabras

In un drammatico discorso, Nasrallah fa appello a combattere con ogni mezzo un pericolo di portata globale. La polveriera Libano sull'orlo tra pace e guerra.

NABATIYE (Sud Libano) - Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, il movimento sciita che esattamente 15 anni fa ha sconfitto l'occupante israeliano in Libano, oggi dichiara guerra all'ISIS, considerato il nemico principale e più insidioso. Ascolto il suo drammatico discorso - teletrasmesso su un maxischermo davanti a un grande spiazzo al centro di Nabatiye, in quel Libano del Sud dove il Partito di Dio è una sorta di Stato nello Stato – e osservo le reazioni delle migliaia di militanti presenti al comizio della Festa della Liberazione: le parole del loro segretario generale e leader carismatico fanno breccia, sono tutti pronti alla nuova fase della guerra. Come vedremo, il discorso di Nasrallah avrà importanti implicazioni internazionali, e annuncia di fatto un impegno delle sue addestratissime forze militari in un raggio molto più vasto rispetto ad oggi. Si allarga cioè la sfera territoriale entro cui Hezbollah giocherà la partita della sicurezza del Libano, e la sua presenza nella guerra siriana non si limiterà al confine libanese, perché tutta la Siria sarà considerata decisiva per il futuro del Paese dei Cedri. Nasrallah fa appello a sostenere in modo nuovo e più intenso il presidente siriano Assad.

Prima di raggiungere Nabatye, faccio un lungo giro nel Libano meridionale accompagnato dal giornalista libanese Talal Khrais, attivo esponente dell'Associazione Assadakah. Il paesaggio che osservo – essendo modellato dall'Uomo – riesce a “parlare” e manda un messaggio chiarissimo: questa terra è in pieno boom economico. Oltrepasso i borghi e i paesi, uno dopo l'altro, punteggiati ciascuno da piccole imprese edili, cantieri, piazzali che ospitano un'infinità di macchine movimento terra. Ovunque un'impressionante espansione edilizia, con ville, palazzine, case di ogni tipo, molte ben rifinite, altre nello stile del “Non-Finito mediterraneo”, con blocchetti a vista, piani inconclusi e pilastri nudi pronti per futuri innalzamenti. Dal 1982 al 2000, tutti questi centri abitati erano continuamente martoriati dai tiri d'artiglieria della forza occupante. In cima alle colline e montagne che si aprono su valli e panorami a perdita d'occhio, si trovavano infatti le numerose postazioni israeliane, che apparivano una forza soverchiante. Quando la Resistenza sloggiò gli israeliani, le troppe macerie rendevano difficile immaginare ricostruzione e rinascita. Invece la rinascita c'è stata, ha attirato capitali, ha ricostruito ogni ponte, anche quelli distrutti per 34 giorni dall'aeronautica di Tel Aviv nel 2006, prima di una nuova sconfitta strategica di Israele.
Solo una comunità che ha una fede sicura nel proprio futuro può rifabbricarsi il paesaggio con tanta convinzione, a pochi passi da uno degli eserciti più forti del pianeta. Impossibile non notarlo. Hezbollah e il suo popolo hanno accresciuto la fiducia nei propri mezzi. Celebrano la vittoria non solo nei giorni dedicati, ma tutto l'anno.
Visito il Museo della Resistenza a Mleeta, e trovo lo scatto: faccio una foto a tre bimbi sorridenti che occupano la torretta di quello che un tempo fu un temibile carro armato israeliano (a sua volta sottratto agli egiziani), prima di diventare il trofeo di un parco a tema che attira 15mila visitatori al mese.


Il responsabile media del museo annuncia che quel luogo, dove si trovano gli ingegnosi e lunghi tunnel presso cui si organizzava la Resistenza, sarà un polo turistico con alberghi e funivia. Un altro segnale che il mondo di Hezbollah ha ambizioni di egemonia culturale che allungano il raggio d'influenza ben oltre il Libano. Avvicino alcuni giovani che armeggiano con un drone nel piazzale del museo. Mi raccontano che sono studenti di ingegneria. Forse vogliono unirsi agli altri mille ingegneri che in pochi anni hanno fatto fare a Hezbollah un balzo tecnologico impressionante: in materia di droni non hanno ormai nessun timore reverenziale nei confronti di nessuno. I ragazzi mi spiegano che quel drone può portare un salvagente a un bagnante che rischia di annegare. Ottimo uso civile. Ma i loro fratelli maggiori hanno forgiato una varietà di droni con una gamma di usi sofisticati in campo militare.
Proprio un drone con una telecamera vola sopra la mia testa durante il comizio di Nasrallah, mentre riprende le migliaia di bandiere gialle che si agitano festanti. C'è allegria in giro, ma contrasta con la sostanza di uno dei discorsi più inquieti che una personalità politica abbia pronunciato negli ultimi anni.
Nasrallah fa una cronistoria, per spiegare come si è giunti alla liberazione. Per lui la sostanza partiva da questo: occorreva credere, aver fede nella vittoria. «Eppure all'inizio tutti i media ci erano contro» - spiega Nasrallah - «tanto che molti parlavano di Israele come di un possibile alleato, oppure, anche nei casi migliori, come un'entità da non combattere per evitare rappresaglie più gravi, ritenendoci responsabili delle conseguenze decise dal Nemico», per non parlare dei casi di chi era favorevole all'occupazione. Nella lista dei comportamenti libanesi, Nasrallah non si dimentica dei partiti laici che invece furono subito schierati nell'iniziare la resistenza. «Una resistenza difficilissima» – ricorda il leader di Hezbollah - «contro un esercito di centomila soldati (oltre ai loro complici). Ora tutti i libanesi sanno che la pace di oggi è frutto della resistenza. E conta la sua qualità. L'alleanza fra popolo, resistenza ed esercito ha fatto capire a Israele che davanti a sé ha solo porte chiuse, in Libano. L'eco di questa vittoria è arrivato ovunque anche fuori dal Libano».
Nasrallah prosegue affinando i toni sugli aspetti politici più delicati del suo Paese, rivendicando per il suo movimento il merito di essere stato clemente con chi aveva ostacolato la resistenza, in modo da saldarsi politicamente a gran parte dei libanesi. «Oggi siamo liberi e vedo che anche gli sguardi di coloro che vivono più vicino al confine sono fieri». Non dimentica chi ha aiutato il movimento, Iran e Siria.
Pericolo scampato, dunque? Niente affatto. Nasrallah passa a un tono più grave.
«Oggi la storia si ripete, ma con un nuovo piano in grado di destabilizzare l'intera Regione. È quello che stiamo vedendo ogni giorno con le orribili azioni dei salafiti takfiristi». È la definizione con cui Nasrallah accomuna Daesh (ossia l'ISIS), al-Nusra e al-Qa'ida. Si riferisce anche ai 400 civili uccisi ieri dall'ISIS a Palmira, dipendenti pubblici e loro familiari, bambini compresi, tutti allineati nelle strade, molti decapitati. Nelle parole del leader traspare una dolorosa ironia: «Noi avevamo già visto per tempo, qual era il piano di questi elementi, Non certo il piano che elabora un istituto di ricerca, ma un programma che uccide, un'organizzazione che agisce in Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Libia, Nigeria, e ora in Arabia Saudita, ovunque. E ora, che fare? In Libano in troppi mettono la testa sotto la sabbia, così come facevano con Israele. Questo è un nuovo e più grande pericolo».
Le parole contro ISIS e simili diventano roventi. Hassan Nasrallah alza la voce: «Questa è un'entità che elimina fisicamente ciò che è proprio dell'Uomo, persino più del colonialismo. Guardate a quel che succede in Iraq: chi non si sottomette viene trucidato, chi è diverso, perché cristiano, yazida, sciita o perché ha un'idea diversa, viene ucciso. Uccidono i diversi, a migliaia come se fosse una cosa da nulla, anche mentre io vi sto parlando. Arrivano a combattersi persino fra di loro, quando si scontrano con una visione diversa delle cose. È un pericolo globale. Basta nascondere la testa sotto la sabbia!»
A questo punto si comprende meglio l'insistenza sulla premessa storica, sulle prime reazioni all'occupazione israeliana: «Ci sono quelli che non si schierano, e sperano così di salvarsi con il silenzio. Ma non saranno risparmiati! Non hanno capito nulla. Leggete i comunicati di queste organizzazioni salafite. Hanno giudici che comminano condanne a morte senza aver letto mai un rigo di un codice. Eppure la coalizione Movimento Futuro (il partito a base sunnita di Saad Hariri, ndr) non vuole contestarli. Allora chiedo a loro e ai cristiani. Chi può salvare le vostre chiese, le vostre moschee, i vostri simboli, le vostre stesse genti? Forse i vostri leader?»
Nasrallah rivolge un appello accorato a tutte le 18 comunità che compongono il fragile mosaico libanese. Anche qui i toni politici si adattano a una materia delicata: «noi non siamo laici, certo, ma dal profondo del cuore vi dico: siamo realisti. Affrontiamo la situazione». Contando in primo luogo sui libanesi.
Fidarsi degli USA? Il no del leader di Hezbollah è netto: «gli Stati Uniti prendono in giro tutti. Ci distruggono e ci logorano. Pensate all'Iraq. Ormai Daesh minaccia Baghdad. Cos'ha fatto la coalizione a guida statunitense? Se contiamo le loro incursioni ad oggi, Israele ne fecce il doppio in un solo mese, nel 2006. Gli USA hanno la possibilità di vedere ogni singolo movimento dei pickup che vanno avanti e indietro in vasti territori, e non fanno nulla. Chi aspetta gli Stati Uniti non va da nessuna parte.»
Rimane da capire chi sostiene l'ISIS. L'elenco di Nasrallah comprende chi li esalta in TV e chi compra da loro il petrolio di contrabbando. Non fa nomi, ma saranno i soliti noti. Di chi fidarsi, allora? «Dobbiamo contare su di noi e cercare i veri amici, accettare l'aiuto dalla Repubblica islamica dell'Iran e dai movimenti popolari».
Ma perché questa battaglia è così importante? «È una battaglia esistenziale. È una battaglia per sopravvivere. Di fronte a pericoli gravi, ovunque nel mondo, maggioranze e minoranze, governo e opposizione, forze diverse fra loro fanno i governi di unità nazionale. Occorre uscire dal dubbio, ognuno si assuma la responsabilità», scandisce Nasrallah, che aggiunge: «In molti temono che Assad vinca, ma sono i suoi nemici quelli da temere. Se l'ISIS penetra in Libano, siete in grado di garantire la sicurezza della popolazione? Questo forse significa fare pressioni sull'esercito libanese? No, è un appello alla responsabilità».
Pochi giorni fa Hezbollah ha riportato una grande vittoria in Siria nelle alture di Qalamoun. Nasrallah annuncia che l'operazione di Qalamoun continuerà per garantire la sicurezza comune di Libano e Siria. C'è poi una città nel nordest del Libano, Arsal, «dove avvengono fatti tremendi, e si applica la pena di morte anche per questioni sessuali». Nasrallah, dichiara che Hezbollah è pronto ad aiutarli, ma è lo Stato libanese che deve fare la sua parte. Di fronte a un'inerzia che perdurasse nel caso che i takfiristi dilagassero nei dintorni della città e nella valle della Bekaa, Hezbollah romperebbe gli indugi, e non si farebbe frenare dalle forze politiche che temono che sia la scusa per innescare conflitti confessionali. Il punto invece è: «noi non accettiamo invasioni, occorre dare l'esempio e possiamo vincere.» Intervenendo dove c'è un pericolo esistenziale. Che viene visto anche per l'intervento in Siria, dove la chiave della vittoria non può risiedere solo nell'esercito siriano, ma in una reazione popolare che porti le tribù sunnite a schierarsi contro l'ISIS e gli altri estremisti. Se l'esercito si salda con le istanze popolari, succede come in Yemen, «dove l'attacco saudita fallisce perché c'è identità di obiettivi fra esercito yemenita e popolo».
Nasrallah fa appello affinché non si ripropongano anche per l'ISIS gli effetti del “divide et impera” in stile israeliano. «Trascurare questo pericolo e restare divisi sarebbe un errore strategico con gravi conseguenze storiche. Pensate se si fosse affrontato l'ISIS un anno fa. Non saremmo all'attuale disastro. Invece hanno consentito loro di comprare armamenti, vendere petrolio, addestrare in campi i combattenti, indisturbati. Chi ha taciuto a lungo sulla Siria, solo ora scopre Palmira».
Qui viene il salto di qualità drammatico a cui è pronto il leader di Hezbollah: «siamo presenti in Siria e lo saremo in tutta la Siria, ovunque lo si richieda». Dunque non solo al confine libanese.
E anche altrove. Nasrallah cita le condizioni diplomatiche per fare cessare l'aggressione saudita allo Yemen e gli scontri interni in Bahrein. Dichiara che non dimentica certo Israele, ma Hezbollah ha una capacità dissuasiva che permette di concentrarsi su quello che il leader definisce ormai “Nemico principale”, l'ISIS, a partire dalla Siria: «Nel 2011 dicevano che la caduta del regime era imminente, ma c'è ancora. Dobbiamo aver fede e contare sulla nostra mente, così sconfiggeremo il piano dei takfiristi».
Questo richiamo alla mente non è nuovo in Nasrallah. Già la lotta di Liberazione l'aveva definita come “guerra delle menti”, una definizione curiosamente simile a quella che alcuni dei più spregiudicati teorici militari USA avevano usato tempo fa per un nuovo modello di guerra psicologica: “mind war”. In Nasrallah riveste anche una connotazione legata alla spiritualità religiosa, che ha un peso e una forza che dovranno saper valutare tutti coloro che vogliono che l'ISIS sia sconfitto davvero.
In Libano si addensano grandi nubi. La guerra siriana ha scaricato in pochi anni su un paese di 4,2 milioni di persone una bomba di 1,5 milioni di profughi. In proporzione, è come se in Italia nel giro di due anni si aggiungessero oltre 21 milioni di rifugiati da accudire, nutrire, alloggiare, accampare.
Basterebbe che solo una piccola percentuale di questi disperati sia reclutata con le ingenti risorse di chi finanzia l'ISIS, e il Libano esploderebbe come una grossa polveriera, e anche il Medio Oriente.
Nasrallah dichiara che le nuove battaglie costeranno “sacrifici e martiri”. Noi dobbiamo sapere che quelle battaglie ci coinvolgeranno, e dovremo saper scegliere gli alleati possibili, imparando a conoscerli. Non ha soluzioni una guerra all'ISIS che non ricomprenda Hezbollah e i suoi alleati. La folla che lascia Nabatye alla spicciolata conservando nonostante tutto l'aspetto di chi partecipa a una festa popolare qualsiasi, non è gente qualsiasi. Si tratta di combattenti estremamente determinati.