15 marzo 2015

Siria, la retromarcia dell'ambasciatore mutante


di Pino Cabras.
da Megachip.


Davvero curioso leggere l’altalenante autocritica pronunciata dall’ex ambasciatore USA in Siria, Robert Ford. In Italia ne ha parlato SpondaSud.it, senza che i grandi media italiani riprendessero queste notevoli dichiarazioni, che il lettore potrà leggere almeno in coda a questo articolo. Robert Ford è uno degli esempi più riusciti di quella nuova specie di ambasciatori che risponde a Washington, e che ha perfettamente descritto il generale Fabio Mini, il quale afferma che il Dipartimento di Stato USA «ormai non dirige più la diplomazia delle feluche e dei party e che nel rispetto della convenzione di Vienna dovrebbe astenersi dall’interferenza negli affari interni degli altri paesi. In realtà non dirige neppure diplomatici. Gli ambasciatori si atteggiano a spie e hanno adottato le tecniche della CIA dei tempi di Pinochet e dei narcos intervenendo direttamente nella politica e negli affari dei paesi di accreditamento»[1].
E come intervengono, questi ambasciatori mutanti? Il generale Mini non usa mezzi termini: «Mettono in campo tutti gli strumenti di pressione e sovversione disponibili: vecchi e nuovi, soft e hard, pubblici e privati, manovrando e manipolando persone e opinioni con i social media, con la corruzione dei funzionari, l’intervento di mercenari, di organizzazioni non governative, di Stati terzi. La cosiddetta public diplomacy si è mescolata alle operazioni militari speciali, alle connessioni con le reti criminali e malavitose, con gli estremisti e con i terroristi. La chiave è la provocazione di eventi che appaiono spontanei e che possono essere attribuiti ad altri. Sono operazioni lunghe nella preparazione e istantanee nell’esecuzione.»
Per finanziare queste attività l’ambasciatore di nuovo tipo non attinge a risorse ministeriali, ma preferisce «cercare sponsor esterni e alimentare attività criminali che procurano denaro come i traffici di droga, di reperti archeologici e di armi, come le rapine o, in maniera più raffinata, sostenendo l’alta finanza nell’appropriazione di imprese e industrie da affidare a propri rappresentanti scelti per diventare leader politici».
Mini scriveva a ridosso dei primi mesi della crisi ucraina, e la sua rappresentazione riusciva a effigiare bene anche quel che è successo in Ucraina, con la sequela di soft power, propaganda, destabilizzazione e guerra.
Ma va benissimo anche per ritrarre la figura di Robert Ford. Ne avevamo parlato, Simone Santini e io, in un articolo del 2012, intitolato «Siria, prima che spari la "tecnica"», nel quale prevedemmo fin troppo esattamente una situazione in cui gli jihadisti in Toyota sarebbero diventati gli atroci protagonisti degli eventi. Lì c’era anche un ritratto non convenzionale di Robert Ford:
« Chi ha guidato la mano degli squadroni della morte?
Sarebbe interessante chiederlo a Robert Ford, l'ambasciatore USA a Damasco. Prima dell'incarico nella capitale siriana Ford era stato assistente di John Negroponte quando questi era ambasciatore a Baghdad e anche lì imperversavano gli squadroni della morte, esattamente come in Honduras ai tempi in cui faceva l'ambasciatore, e da lì organizzava la guerra sporca dei Contras del Nicaragua, oltre ad addestrare le forze speciali e i torturatori di tutto il "cortile di casa" del Sud America.
Uno sguardo ravvicinato alle violenze in Siria fa sorgere domande terribili sulle narrazioni ufficiali di chi oggi dà la caccia ad Assad come ieri a Gheddafi.»

Oggi Ford tiene ancora i piedi in più staffe, sogna sempre di poter cambiare le sorti della Siria armando oppositori non jihadisti, e nello stesso tempo, in modo politicamente contraddittorio e insostenibile, propone che l’opposizione prenda parte «ai negoziati per una soluzione della crisi senza chiedere la partenza di Assad come condizione preliminare a qualsiasi compromesso». Era un’impostazione negoziale che - duecentomila vittime fa - le persone di buon senso proponevano inascoltate, mentre le grandi macchine della propaganda coprivano Ford e ‘hitlerizzavano’ Assad.
L’Impero del Caos ora forse si accorge che il Caos soffia più forte dei suoi schemi.


Siria, ex ambasciatore USA: ‘L’opposizione si è comportata barbaramente’


L’ex ambasciatore Usa, in Siria, Robert Ford, ha riconosciuto per la prima volta che l’opposizione siriana ha usato pratiche barbariche contro i civili fedeli al presidente siriano Bashar al Assad.
In un’intervista con la rivista americana Foreign Policy, Ford ha lanciato un appello all’opposizione affinché rinunci alla partenza del presidente Assad come precondizione per una soluzione della crisi siriana.
Ford, da sempre molto critico con il presidente Assad, a sorpresa, ha invitato i gruppi di opposizione a collaborare con l’esercito siriano nella protezione dei civili.
Secondo Ford, «la strategia degli Stati Uniti non funziona, da qui la necessità di istituire un piano alternativo».
I principali punti del piano possono essere riassunti come segue:
– I gruppi armati di opposizione addestrati recentemente devono obbedire solo al loro comando.
– L’opposizione armata deve rinunciare agli atti barbarici contro i civili fedeli al presidente Assad.
– L’opposizione deve tagliare tutti i rapporti con il Fronte al Nosra, affiliata alla rete di al-Qaeda.
– Non si devono attaccare i cristiani e le altre minoranze.
– È necessario che l’opposizione cooperi con l’esercito siriano nel proteggere le aree.
– L’opposizione deve prendere parte ai negoziati per una soluzione della crisi senza chiedere la partenza di Assad come condizione preliminare a qualsiasi compromesso.
E, infine, Ford non ha dimenticato di chiedere alla Turchia di chiudere le frontiere per impedire l’afflusso delle milizie dell’Isis e di Al Nosra verso la Siria.



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[1] Da “La strana coppia Russia-Cina figlia delle manipolazioni e degli errori di Obama” di Fabio Mini, su Limes 8/2014 “Cina-Russia-Germania unite da Obama”.

8 marzo 2015

#CharlieHebdo, uno dei killer era quasi cieco. E non è uno scherzo

di Marcello Foa

Quando si dice il caso. La scorsa settimana ho comprato «L’Obs», grande settimanale francese, attratto dal titolo di copertina: Rivelazioni, come hanno preparato gli attentati, riferita ovviamente alla strage nella redazione di «Charlie Hebdo» e al sequestro nel supermercato Cacher.
Bell’articolo, intenso, ricostruisce, attingendo a fonti giudiziarie e di polizia, i 12 giorni che hanno preceduto gli attentati di Parigi. In realtà quasi tutto l’articolo è dedicato a Amedy Coulibaly, mentre i riferimenti ai fratelli Kouachi sono limitati a poche righe, eppure sono, giornalisticamente, le più interessanti.

Un passaggio in particolare. Lo traduco tale quale.
“A Reims le giornate sono lunghe e monotone per Said Kouachi. Il fratello cadetto di Cherif, 34, anni, non lavora. Non sa fare nemmeno i lavoretti di casa. “Non sapeva stringere nemmeno una vite”, testimonia uno dei suoi cognati, che non si ricorda di avere con lui nemmeno una discussione. D’altronde, non gli si conoscevano amici. Il futuro killer di Charlie Hebdo si sposta poco. Una malattia degli occhi gli impedisce di superare l’esame di guida: senza occhiali, non vede niente a meno di un metro. Durante la giornata prega, va in moschea, si occupa di suo figlio e di sua moglie, handicappata”.
Mi fermo. Rileggo. Sì, ho letto bene.

L’uomo mascherato che abbiamo visto sparare all’impazzata nelle vie attorno a «Charlie Hebdo», urlando “Siamo di Al-Qa'ida e veniamo dallo Yemen”, che ha giustiziato il poliziotto a terra o comunque si è mosso con estrema agilità a supporto del fratello, il terrorista che con straordinaria precisione e freddezza ha ammazzato una dozzina di persone nella redazione, era un uomo sedentario, straordinariamente impacciato, diciamola tutta, un imbranato, e soprattutto era quasi orbo, al punto che le autorità francesi gli negarono la patente anche con l’ausilio degli occhiali.

Non vedeva una mazza, ma ha dimostrato di essere un cecchino infallibile.

Com’è possibile?

Io risposte certe non ne ho ma non posso che aggiungere un altro dubbio alla lista di quelli che, a distanza di due mesi dal massacro, non sono stati chiariti.



Fonte: http://blog.ilgiornale.it/foa/2015/03/07/charlie-hebdo-uno-dei-killer-era-quasi-orbo-e-non-e-uno-scherzo/.

6 marzo 2015

Le armi USA e l'ascesa nazista in Ucraina


di Glenn Greenwald.
The Intercept. 


James Clapper, il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence, chiede di armare le forze ucraine: chi verrebbe rafforzato in realtà?
 


È facile dimenticare che, appena due anni fa, il presidente Obama era deciso a bombardare la Siria e a rovesciare il regime di Assad, e che organismi dell’establishment statunitense avevano lavorato alla creazione delle basi su cui si fondava quella campagna. La NPR (National Public Radio) cominciò scrupolosamente a pubblicare relazioni di funzionari statunitensi anonimi secondo cui la Siria aveva accumulato grandi quantità di armi chimiche; il New York Times riportò che Obama stava «incrementando gli aiuti ai ribelli e raddoppiando gli sforzi per radunare una coalizione di paesi allineati per abbattere Assad con la forza»; il segretario di Stato John Kerry sottolineò che la destituzione forzata di Assad era «una questione di sicurezza nazionale» nonché «una questione di credibilità degli Stati Uniti d'America».
Coloro che si opponevano alla campagna di bombardamenti contro il “cambiamento di regime” anti-Assad sostenevano che, mentre alcuni ribelli erano siriani qualsiasi, i “ribelli” armati e legittimati dagli Stati Uniti (cioè, gli unici combattenti di fatto contro Assad) erano in realtà estremisti violenti e anche terroristi legati ad Al-Qa'ida o peggio. Coloro che argomentavano tutto ciò venivano sistematicamente additati come sostenitori di Assad perché si dava il caso che questo fosse lo stesso ragionamento che faceva Assad, cioè che i combattenti più efficaci contro di lui erano jihadisti e terroristi.
Ma nel momento in cui si è reso necessario giustificare il coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria, questo discorso a Washington è stato rapidamente trasformato da tabù in saggezza popolare. Gli Stati Uniti ora bombardano la Siria, naturalmente, ma anziché combattere contro Assad, il dittatore siriano è (ancora una volta) alleato e partner dell'America. La base logica per la campagna di bombardamenti americana è la stessa cui Assad si è a lungo richiamato: che quelli che combattono contro di lui sono peggio di lui perché sono legati ad Al-Qa'ida e ISIS (anche se per anni gli americani hanno finanziato e armato quelle fazioni e i più stretti alleati degli USA nella regione continuano a farlo).
Una dinamica simile è in atto in Russia e Ucraina. Ieri James Clapper − il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence − ha detto in una commissione del Senato «che sostiene l’armamento delle forze ucraine contro i separatisti filorussi», come ha riportato il Washington Post. Gli USA hanno già fornito aiuti “non letali” alle forze ucraine, e Obama ha detto che sta valutando di armarle. Chi, esattamente, verrebbe rafforzato?
Da tempo il presidente russo Vladimir Putin ha detto che gruppi ultranazionalisti, fascisti e anche neonazisti hanno guidato il colpo di Stato dell’anno scorso in Ucraina e il conseguente regime di Kiev. Anche la testata giornalistica televisiva Russia Today fa spesso riferimento al «ruolo attivo che gruppi di estrema destra hanno giocato sul versante filogovernativo in Ucraina a partire dal violento colpo di Stato dell’anno scorso».
Per questo motivo, evidenziando che armare il regime di Kiev rafforzerebbe i fascisti e i neonazisti, chiunque sarebbe immediatamente accusato di essere un propagandista di Putin: esattamente come sono stati accusati di essere propagandisti di Assad quelli che sostenevano che i migliori combattenti contro Assad erano affiliati di Al-Qa'ida (finché questa non è diventata la posizione ufficiale del governo degli Stati Uniti). I resoconti dei media americani rappresentano costantemente il conflitto in Ucraina come una nobile lotta combattuta da amanti della libertà: i democratici filooccidentali di Kiev contro gli aggressivi oppressori separatisti dell’est “sostenuti dai russi”.
Ma proprio come era vero in Siria, mentre alcuni partecipanti al colpo di Stato ucraino erano ucraini normali in lotta contro un regime corrotto e oppressivo, le dichiarazioni sui teppisti fascisti che capeggiano la lotta per il governo di Kiev sono in realtà vere. Lo scorso agosto, scrivendo di politica estera dall'Ucraina orientale, Alec Luhn ha fatto queste osservazioni:

«Le forze filorusse hanno detto che stanno combattendo contro i nazionalisti e i “fascisti” ucraini, e nel caso dell’Azov e di altri battaglioni queste affermazioni sono sostanzialmente vere... Il battaglione Azov, il cui emblema comprende anche il "Sole Nero", simbolo occulto usato dalle SS naziste, è stato fondato da Andriy Biletsky, capo dei gruppi neonazisti di Assemblea Sociale Nazionale e Patrioti dell'Ucraina».

Nel mese di settembre, Shaun Walker – il corrispondente da Mosca per il Guardian ha raccontato la sua esperienza di giornalista aggregato alle forze − schierate con Kiev − del battaglione Azov, che ha definito «la forza più potente e affidabile dell'Ucraina sul fronte contro i separatisti». Mentre ha liquidato come “gonfiati” gli avvertimenti russi secondo cui questi gruppi cercano di fare pulizia etnica in tutta l’Ucraina, Walker ha descritto «le tendenze di estrema destra, anche neonaziste, di molti dei suoi membri», e ha evidenziato che «Amnesty International ha chiesto al governo ucraino di indagare sulle violazioni dei diritti e sulle possibili esecuzioni da parte di Aidar, un altro battaglione». La principale preoccupazione di Walker era che queste milizie fasciste, una volta sconfitti i separatisti, intendessero mantenere il controllo di Kiev per imporre la propria visione ultranazionalista su tutto il paese.
Da quando è avvenuto il colpo di Stato di Kiev, questi fatti spiacevoli riguardanti le forze filogovernative sono stati per lo più ignorati dalla maggior parte dei resoconti dell’establishment mediatico USA, lasciando una manciata di commentatori a rilevarli. Nel gennaio dello scorso anno, durante il colpo di Stato, Seumas Milne del Guardian ha dichiarato che il racconto della moralità occidentale sull’Ucraina – democrazia/combattenti contro Putin/oppressori − «riporta solamente il legame più superficiale con la realtà» e che, invece, «i nazionalisti di estrema destra e i fascisti sono stati al cuore delle proteste e degli attacchi contro edifici governativi». La britannica Channel 4 ha parlato del ruolo centrale svolto da estremisti di destra ultranazionalisti in quel colpo di Stato, rilevando che il senatore John McCain si è recato nella capitale ucraina [vedi foto sopra] e ha condiviso il palco con i peggiori elementi fascisti. Justin Raimondo di antiwar.com da molto tempo sta denunciando «l’ascesa di un movimento di massa autenticamente fascista nei corridoi del potere a Kiev», rilevando che, lungi dall'essere un pugno di elementi marginali, «gli attivisti dei due principali partiti fascisti in Ucraina − Svoboda e ‘Settore Destro’ – forniscono agli insorti il nerbo necessario per prendere il controllo di edifici governativi a Kiev e in tutta l'Ucraina occidentale».
Questi fatti sono ormai talmente evidenti che anche le organizzazioni occidentali più mainstream sono ora costrette a rilevarli. La scorsa settimana, Vox ha pubblicato un articolo di Amanda Taub sui «circa trenta di questi eserciti privati che combattono dalla parte ucraina», i cui «combattenti sono accusati di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, torture ed esecuzioni senza un regolare processo». Sebbene sostenga che le milizie operino in gran parte autonomamente rispetto al governo centrale di Kiev, Taub rileva comunque la loro progressiva centralità nella lotta contro i separatisti e ne riconosce anche l'uso esplicito da parte dei funzionari di Kiev:

«Le milizie hanno anche guadagnato più potere perché il governo ucraino, guidato dal nuovo presidente Petro Poroshenko, ha portato i loro amici nelle alte sfere. Per esempio, Arsen Avakov − il ministro degli Interni di Poroshenko − è stato in precedenza il leader del blocco politico dell'ex primo ministro Yulia Timoshenko in Ucraina orientale. Ha un'alleanza di lunga data con i membri del battaglione Azov, un'organizzazione di estrema destra i cui aderenti hanno una storia di propaganda antisemita e idee neonaziste. Avakov ha usato la sua posizione per sostenere il gruppo, arrivando a nominare Vadim Troyan − un vice-leader dell’Azov − capo della polizia per l'intera regione di Kiev. E anche il leader dell’Azov, Andriy Biletsky, è ora un membro del Parlamento».

Ieri The Intercept ha pubblicato il reportage di Marcin Mamon sul ruolo che gli jihadisti stanno giocando nel conflitto per conto del governo di Kiev.
La propaganda mediatica statunitense ha cercato non solo di glorificare il regime di Kiev sopprimendo tutti questi elementi, ma ha anche attivamente demonizzato i separatisti come poco più che pedine controllate da Putin. Infatti, come Max Seddon del sito web d’informazione BuzzFeed descrive in un eccellente articolo da una roccaforte separatista in Ucraina orientale, quelli che combattono contro Kiev hanno una serie di considerevoli rimostranze contro il governo ucraino abbastanza indipendenti da qualsiasi agenda di Putin, compresa la violenza contro i civili e l’antico disprezzo per gli abitanti dell’est del paese:

«Proprio in quelle aree in cui l’Ucraina sta lottando per riconquistarle, il pressoché costante bombardamento dell’artiglieria e un blocco economico paralizzante hanno irrigidito gli atteggiamenti a un punto di non ritorno. Quasi ogni giorno un bombardamento esige la vita di civili: la madre di qualcuno, un marito, un figlio. E ogni giorno la riconciliazione tra i milioni di cittadini ucraini di qui e il governo ucraino appare sempre più lontana».

A prescindere da qualsiasi altra cosa, questo è l'ennesimo caso in cui il governo USA − seguito come sempre dal suo supporto mediatico − fabbrica un racconto morale manicheo per giustificare il proprio coinvolgimento e il militarismo. Così mentre gli Stati Uniti hanno passato anni a finanziare e armare esattamente gli elementi estremisti che dichiarano di voler combattere − in Libia, in Siria, e molto prima di questo in Afghanistan – attrezzando militarmente le forze ucraine, hanno dato potere a una squadra mostruosa di fascisti ed espliciti simpatizzanti nazisti. Il colpo di stato in sé, che il governo degli Stati Uniti ha sostenuto, quasi certamente ha fatto esattamente questo.
Si può discutere se conferire forza a questi delinquenti sia una qualità o un errore: non è certo raro per gli Stati Uniti il fatto di armare e sostenere deliberatamente elementi fascisti e altri tiranni assortiti che si pensa possano favorire gli interessi americani (si veda l’articolo odierno di David Ignatius in cui sostiene che il dittatore egiziano, il generale Abdel Fata Sisi, è malvagio come Mubarak quando si tratta di violazioni dei diritti umani, tuttavia gli Stati Uniti devono continuare fermamente a sostenerlo affinché conservi la "stabilità"). Ma almeno, quando gli Stati Uniti vanno a letto con regimi come quello saudita o quello egiziano, la maggior parte delle persone capisce il tipo di alleato che ha abbracciato. Nel caso dell'Ucraina, questi fatti sono stati quasi del tutto esclusi dal discorso principale. Ora che il funzionario capo della sicurezza nazionale di Obama chiede espressamente di armare tali forze, è vitale che si capisca la vera natura degli alleati dell'America in questo conflitto.

Foto: Sergei Chuzavkov/AP, via The Intercept
Email dell’autore: glenn.greenwald@theintercept.com

Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.
Link alla versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=116784&typeb=0&Le-armi-USA-e-l-ascesa-nazista-in-Ucraina.

23 febbraio 2015

Grecia come Ungheria. La sovranità sopporterà le umiliazioni?

di Pino Cabras.
da Megachip.

Il nuovo governo greco, in queste prime settimane di vita, ha potuto fare poco, se non segnalare all'Europa che un recupero di sovranità non è più un argomento tabù. Per il resto, il potere della Germania di oggi è enorme, non bilanciato dai tanti nanerottoli che guidano gli altri paesi europei. 
La prima partita in materia di debito fra Germania e Grecia è stata perciò una goleada per i tedeschi. 
Contrariamente a quanto appare, tuttavia, anche questo evento non è da spiegare con un solo schema, quello del padrone che vince e del servo che perde, anche se sappiamo bene che i rapporti di forza in Europa sono brutali. 
Poco più di tre anni fa, anche l’Ungheria di Orbán inziò il suo nuovo corso con dichiarazioni bellicose nei confronti della Troika, subito seguite da ripiegamenti umilianti. Il ministro degli esteri ungherese dovette andare a Bruxelles con il cappello in mano, dopo un’inutile e avvilente anticamera a Washington, presso la sede del Fondo Monetario Internazionale. Eppure, l’iniziale rottura del tabù, dopo aver scontato le prime durissime reazioni e dopo cocenti umiliazioni negoziali, ha consentito all’Ungheria di ridimensionare il ruolo della finanza, togliersi il cappio, correggere la congiuntura economica, iniziare ad aprirsi a nuovi scenari geopolitici fuori dalla gabbia atlantista ed europea. 
Ovviamente ci sono molte differenze fra Ungheria e Grecia, a partire dal fatto che l’Ungheria non ha l’euro, mentre la Grecia sì, con tutti i costi aggiuntivi e immediati che Atene dovrebbe sopportare per uscirne. Proprio questo fatto spinge una parte dei critici a dire: ecco perché Tsipras e Varoufakis dovevano subito uscire dall’euro. Ma anche questi critici devono ammettere che si tratta di una decisione complessa. Se persino Orbán doveva fare passi indietro anche senza avere questa zavorra, figuriamoci i passi indietro a cui viene trascinato il governo greco quando le scadenze dei debiti si misurano a giorni, e quasi tutte le chiavi del laboratorio greco, come abbiamo già spiegato recentemente, sono in mano straniera. Il potere che schiaccia i popoli è un mestiere che non dorme mai, e non può essere sottovalutato. Il senatore americano McCain, quello che semina zizzania in mezzo mondo e diffonde la guerra civile in nome della democrazia, sta già mettendo la prua contro Budapest per organizzarvi l’ennesima rivoluzione colorata. A seconda di come andranno le cose, punterà la prua anche contro Atene. 
E il fascino delle economie russa e cinese, a quel punto, potrebbe risultare irresistibile per la Grecia. 
Ma non precorriamo troppo i tempi.

In coda a queste considerazioni potrete cliccare e leggere tre articoli che offrono interpretazioni critiche molto diverse su come è finita la prima fase del negoziato fra la dittatura europea a trazione tedesca e la Grecia di Tsipras. Consiglio di leggerli con mente aperta per vedere le tante facce del prisma della crisi europea, perché ognuno degli articoli non basta da solo a descrivere tutto il volume di questa crisi, anche se ognuno di essi ci offre uno sguardo verso la profondità del dramma greco.

Il primo articolo è dell’economista francese Alain Parguez, ed è molto tranchant. Come altri esponenti della Teoria Monetaria Moderna e altri che si battono per superare l’euro, anche Parguez ritiene che Syriza sia solo un vicolo cieco.

Il secondo articolo è di Francesco Maria Toscano, che legge lo scontro che coinvolge Germania e Grecia in base all’influenza diretta che esercita su di esso un conflitto più nascosto fra circuiti massonici a livello sovranazionale.

Il terzo articolo, di Claudio Conti, spiega come le regole tedesche non piacciano ai greci ma nemmeno alle banche: uno scenario che apre contraddizioni in seno al potere europeo. Sono contraddizioni abbastanza grandi da suggerirci che il campionato non è chiuso con la goleada di questi giorni.

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La battaglia per la nuova indipendenza della Grecia è appena agli inizi. Nulla è scontato. La crisi è sistemica, ed è lì, nel cuore di un mutamento epocale, che si giocano le scommesse impossibili del caleidoscopio Tsipras. E anche le scommesse di chiunque - ovunque - voglia spegnere la dittatura europea.

18 febbraio 2015

La satira è (contro)potere

di Michela Murgia.

Un discorso sulla satira che vada oltre Charlie Hebdo ha cercato di farlo MicroMega nel numero di questo mese. Ci sono interventi di molti pensatori (e qualche rifiuto d'intervento molto divertente). Ecco il mio.



Scusate il ritardo nel rispondere a questo questionario. È dato dalla difficoltà di aggirare il fastidio per il modo in cui le domande sono state poste, fastidio che vi manifesto perché da MicroMega non mi aspettavo che l'apertura di un dibattito così importante fosse fatta con domande retoriche che presumono o suggeriscono già le risposte. Tanto meno mi aspetto l'esposizione di posizioni pregiudiziali di tale inconsistenza razionale che si fa fatica a prenderle come base di partenza per un ragionamento che voglia davvero dirsi laico. La laicità non si misura sul grado di astio verso le religioni, ma su quello di vigilanza sui dogmatismi, che in questo questionario purtroppo abbondano. Ho quindi risposto con la difficoltà che mi derivava dall'obbligo di essere intellettualmente onesta. 

(1) La scritta “je suis Charlie” è comparsa in moltissime sedi di giornali in tutto il mondo, oltre che nelle dichiarazioni di personalità di governo, anche qui di tutto il mondo. Ma quanti di coloro che fanno proprio lo slogan sono davvero disposti a prendere sul serio il diritto alla irresponsabilità, che Charlie Hebdo teorizza orgogliosamente nel suo stesso sottotitolo, e dunque il diritto alla bestemmia di ogni fede religiosa e di ogni sentimento non religioso ma ritenuto “sacro”? Quanto c’è di retorica e strumentalismo nel dire “je suis Charlie” e poi non trarne le conseguenze pratiche sul piano del diritto e dell’etica?

La domanda è retorica. Nessuno può permettersi di essere così ingenuo da confondere un gesto di solidarietà compiuto sull'onda dell'emozione o dell'opportunità politica con la determinazione a difendere la satira in ogni sua manifestazione, diritto che non è assoluto in alcuna democrazia. La stessa Francia che manifesta per Charlie e sbatte in carcere Dieudonné ci dimostra due cose: la prima è che neanche nella patria della laicità è sempre vero che in satira tutto è lecito; la seconda è che esistono tabù sociali ben più forti di quello su Dio.
Il punto di partenza di un ragionamento in merito è il dato che la nostra idea di democrazia si regge sull'insanabile contraddizione tra il desiderio di anarchia e il bisogno del controllo: se infatti è vero che le democrazie sono sistemi fondati sul conflitto, gli unici in cui il dissenso è un valore difeso dalla legge, è altrettanto vero che il dissenso è per sua natura antagonista del potere ed è quindi perfettamente logico che il potere tenda a difendersene anche nelle democrazie, limitandone gli spazi di espressione per poter agire in regime di rendicontazione pubblica minima. Finché esiste l'altra, nessuna delle due forze è o può essere assoluta nel suo esercizio: la loro coesistenza, per quanto conflittuale, ci protegge dagli assolutismi. Dobbiamo quindi essere consapevoli che il potere dal canto suo farà di tutto per produrre leggi che limitino al massimo la libertà di dissenso e che il dissenso farà a sua volta di tutto per trovare spazi in cui mettere in discussione il controllo del potere. È la società civile che deve proteggere l'esistenza di questa dialettica, ma può farlo solo se è educata alla coscienza comune dei valori collettivi. In Italia questo è vero in misura molto inferiore a quello che sarebbe necessario. È anzi prevedibile che la sensibilità pubblica, che spesso si muove sull'onda dell'emozione e della paura, davanti a fatti di sangue opportunamente narrati sia disposta a concedere maggiore legittimità alla forza che tra le due verrà percepita come meno distruttiva e destabilizzante. Allo stato attuale delle cose è improbabile che la forza favorita sia la satira.

(2) Numerosi giornali NON hanno ripubblicato le vignette su Maometto, e molti del resto non le avevano pubblicate, come non avevano pubblicato quelle, perfino più numerose, contro la religione cristiana (Charlie non ha risparmiato neppure l’ebraismo). Negli Usa è questo addirittura l’atteggiamento della maggior parte dei media. Il giornale danese all’origine delle vignette su Maometto questa volta ha deciso di “non offendere” la sensibilità dei credenti. Il Financial Times ha praticamente scritto che con i loro eccessi se l’erano cercata. Non è già in atto da tempo una auto-censura che, finito il cordoglio unanime (in apparenza) per i morti di rue Nicolas Appert 10, subirà un’accelerata esponenziale? Non sta vincendo di nuovo la sindrome “non vale la pena morire per Danzica”?

Voglio sperare che la libertà di espressione comprenda anche quella di non espressione, senza che questo comporti automaticamente la presunzione di auto-censura. Ciascuna redazione fa le sue valutazioni, non ultime quelle di rischio umano, e le decisioni conseguenti non mi sento di giudicarle, perché in realtà non mi interessa biasimare chi tace; mi importa molto di più che sia pacifico che chi invece parla non debba pagare con la vita la sua scelta di esprimersi. Per questo l'unica posizione che considero realmente stigmatizzabile tra quelle elencate è il victim blaming del Financial Times.

(3) Il noto storico e saggista di Oxford Timoty Garton Ash ha lanciato l’idea di una giornata coordinata in cui tutte le testate d’Europa pubblichino una selezione delle vignette più significative di Charlie Hebdo (offensive di tutte le religioni). Pensi che il giornale che dirigi, cui collabori, che regolarmente leggi, dovrebbe aderire?

Diffido dei battesimi collettivi: perché giornali che non avrebbero mai pubblicato prima quelle vignette dovrebbero pubblicarle adesso? Il ragionamento secondo il quale bisogna ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo per segnare distanza dai terroristi mi ricorda il periodo in cui tutti in Italia dovevano comprare Gomorra per dimostrare di non essere camorristi. Trasformare le vignette di Charlie in un marcatore culturale, cioè in un corpo contundente con bersaglio diverso da quello che volevano colpire, ottiene come unico risultato il generare ipocrisie della portata della sfilata di governanti liberticidi con il cartellino Je suis Charlie.

(4) I difensori della libertà di stampa “con juicio” sostengono che la libertà di critica è assoluta e intangibile ma non deve essere confusa con il diritto all’insulto. Ma CHI può decidere la linea di confine tra critica (la più radicale, visto che si tratterebbe di un diritto assoluto) e offesa? Per chi vive in modo intenso una fede, assai facilmente suona offesa ai propri sentimenti e alla fede stessa ciò che al critico di essa suona solo critica. Charlie Hebdo pubblicò una vignetta con un “trenino” sodomitico tra Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spirito Santo, certamente offensivo per molti credenti cristiani, ma forse la più straordinaria sintesi critica dell’assurdità del dogma trinitario. Del resto l’ateo viene “amorevolmente” descritto da ogni pulpito come persona esistenzialmente “menomata” (questo è il giudizio più gentile, ovviamente) poiché priva della dimensione del trascendente, giudizio già in sé altamente offensivo.

Il limite alla libertà di espressione non può e non deve essere deciso dalle sensibilità religiose, non fosse altro perché sono tante, diverse e spesso contraddittorie tra loro, ma nella domanda che avete posto mi pare che il contrappasso della reciprocità (“Anche dai pulpiti cattolici si offende l'ateismo!”) sia un ben fragile argomento su cui fondare la libertà di satira, talmente pretestuoso che vi porta a leggere male anche quello che è chiarissimo, come il trenino sodomita di Charlie Hebdo, che non è “la più straordinaria sintesi critica dell'assurdità del dogma trinitario”, ma una presa per il culo – letteralmente - all'arcivescovo di Parigi e alle sue posizioni contro le famiglie omogenitoriali. È dunque una vignetta prettamente politica, dove l'attacco al simbolo religioso non è fine a sé stesso, ma perfettamente inserito in una cornice di dissenso all'ingerenza del potere gerarchico ecclesiale nei processi legislativi francesi. Per la redazione di Charlie Hebdo la questione della laicità si sostanziava nell'attacco al potere, non nella vendetta – invero poco appassionante - degli atei contro i fedeli, tantomeno su un presunto “diritto di bestemmia”. Se per satira intendiamo un contropotere che castigat ridendo mores, intendiamo un luogo espressivo tutt'altro che irresponsabile. Quella è per me la sola linea di discernimento possibile: se colpisce un bersaglio fragile, non è satira. Se fai vignette contro i rom non fai satira, ma discriminazione. Se disegni contro le donne, i gay o i negri non fai satira, a meno che tu non stia castigando singole donne potenti, gay individualmente influenti o neri la cui negritudine comporti una posizione di dominio.

(5) Se il limite lo stabilisce la politica vuol dire che sarà mutevole come le mutevoli maggioranze di governo, e variabile tra paese e paese diacronicamente e sincronicamente. Ma questo vuol dire che la libertà di espressione non è un principio fondativo, e dunque non deve essere scritto nelle Costituzioni, che salvaguardano e garantiscono alcuni diritti sottraendoli alle mutevoli vicende del consenso elettorale. La coerenza non esigerebbe semmai l’opposto, che vengano abrogati definitivamente articoli contraddittori con questo principio, che configurano come persistente il reato di vilipendio nei confronti di Persone Dottrine Istituzioni e Cariche, poiché ciò che per Tizio è vilipendio per Caio è critica?

Sono del tutto favorevole all'abolizione del reato di vilipendio, ma questo non significa che considero la libertà di espressione un diritto naturale sovra-costituzionale, concetto speculare (e altrettanto fastidioso) a quello di “principio non negoziabile” tanto caro al cattolicesimo ruiniano. Finché siamo in democrazia tutto è negoziabile e dunque le quote di libertà che una società può sostenere senza giungere a conflitti autodistruttivi sono variabili nel tempo e risentono di condizioni culturali, storiche ed economiche che mutano a loro volta. Il reato di vilipendio alle istituzioni aveva senso quando il presidente del consiglio era Alcide De Gasperi; al momento è antistorico, perché i concetti di rispettabilità e onorabilità non hanno più senso in un paese con un parlamento dove la concentrazione di condannati supera quella delle zone gestite dalla criminalità organizzata.

(6) La scelta di coerenza rispetto alla libertà di critica anche se per qualcuno offensiva, oppure la rinuncia al principio della libertà di critica come consustanziale alle libertà democratiche (con le antinomie per la democrazia che ne conseguono), oggi è resa indilazionabile dalla svolta d’epoca della strage del Charlie Hebdo, ma in realtà è sul tappeto da oltre un quarto di secolo, certamente dalla fatwa del 1989 di Khomeini contro Rushdie. All’epoca su MicroMega fu scritto: “l’Occidente si piega”, citando e stigmatizzando le “dichiarazioni curiali” di Andreotti sugli studenti islamici in Italia che impongono con la violenza che Versi satanici non sia esposto nelle vetrine, “è accaduto a Napoli, Padova, Reggio Emilia”, o l’Osservatore Romano secondo cui “il romanzo è risultato offensivo per milioni di credenti. La loro coscienza religiosa e la loro sensibilità offesa esigono il nostro rispetto. Lo stesso attaccamento alla nostra fede ci chiede di deplorare quanto di irriverente e di blasfemo è contenuto nel libro”, o Monsignor Rossano, rettore della Pontificia università lateranense, secondo cui “quando si toccano Gesù, la Madonna, non si toccano fatti personali, non si può fare quello che si vuole … viviamo in mezzo a cattolici, ebrei, musulmani, indù … non si può irridere, non si può offendere la sensibilità religiosa”, fino a Hans Küng per il quale “non ci si può richiamare semplicemente alla libertà religiosa … Bisogna prevedere reazioni corrispondenti, quando si attacca una persona che per centinaia di milioni di uomini e donne è tuttora viva e per così dire, quella più in alto sotto Dio” (MicroMega 2/89 pp 20-21). Sarebbe stato necessario farlo allora, non è improcrastinabile oggi porre fine a queste intollerabili pretese censorie?

E come gli dovremmo metter fine? Facciamo una legge che multi chi si indigna? Incarceriamo chi chiede rispetto della propria appartenenza? La domanda è posta come se la pretesa censoria e la censura effettiva non fossero due cose diverse, invece lo sono e non va dimenticato. Non mi pare che le richieste di ritiro del libro di Rushdie si siano mai tradotte in alcun rogo in occidente, anzi “I versetti satanici” sono entrati in classifica, hanno continuato a essere venduti nelle librerie, a essere letti nelle biblioteche e comprati ovunque. La stessa cosa avvenne per “L'ultima tentazione di Cristo”. A che cosa dunque dovremmo metter fine?

(7) Si sostiene da più parti che se è possibile criticare/insultare il Profeta e Allah (ma anche Dio padre, Figlio, Spirito Santo, Madonna, ecc.) allora deve essere possibile insultare anche gli ebrei in quanto ebrei. La posizione di MicroMega è sempre stata che criticare/insultare simboli/valori di una fede è un diritto di opinione, insultare delle persone in quanto appartenenti a una etnia in quanto etnia è razzismo. Inoltre: anche il diritto a offendere valori religiosi non può divenire diritto a considerare tutti gli appartenenti a una religione corresponsabili di atteggiamenti di altri correligionari (legittima è però la richiesta di chiedere la dissociazione da atti/dichiarazioni di autorità della rispettiva religione, altrimenti se ne diventa partecipi). Vi sembrano distinzioni sufficienti e condivisibili?

Per niente, ma sono questioni distinte.
- È possibile insultare gli ebrei in quanto ebrei in nome del diritto di satira? Dipende. Il discrimine rimane quello dato dalla domanda: “per essere considerata lecita a dispetto della sua offensività, questa satira che potere sta attaccando?” Quando Forattini al tempo del sequestro Kassam disegnò sul Corriere la Sardegna a forma di orecchio mozzato sanguinante, accomunando i sardi senza distinzioni al reato infame della mutilazione di un bimbo innocente, che potere stava attaccando? I sardi in sé rappresentavano un potere? Se la risposta è no, Forattini non esprimeva un'opinione: faceva razzismo e come tale commetteva un reato. Ritengo quindi che la satira sugli ebrei vada giudicata con lo stesso criterio, che evidentemente non è così scontato in un occidente dove anche la minima critica al sionismo e alle condizioni inumane di Gaza finisce per essere tacciata di antisemitismo persino da insospettabili fonti progressiste occidentali. Se lo stato ebraico, che si pretende l'unica democrazia del medio oriente, ha una costituzione che prevede quote di cittadinanza suddivise su base etnica, la satira su base etnica contro gli ebrei che vi abitano non è solo lecita, ma urgente, perché è proprio il marcatore etnico che in quel caso rappresenta un potere oppressivo.
- La pretesa di dissociazione dalle posizioni dei propri leader religiosi mi sembra priva di senso: l'appartenenza a una religione non si fonda su comunicati stampa, ma su dati teologici irreformabili. Le declinazioni storiche della presenza religiosa sui singoli territori possono anche discostarsi molto da questi dati (è certamente il caso di molte dichiarazioni di imam rispetto al Corano), ma questo non significa che ogni singolo fedele islamico che vive in Europa deve dissociarsi da ogni singolo delirio contingente di ogni singolo capo di moschea in ogni singolo titolo di giornale che se ne fa. Nessuno deve essere messo nella condizione di scusarsi di continuo per le sciocchezze di qualcun altro. Da cattolica non mi sono mai sentita minimamente responsabile per gli svarioni personali di Ratzinger o di Wojtyla.

(8) Negli Usa, dove la maggior parte dei media (e praticamente tutta la politica) nega il diritto a criticare/offendere le religioni, è invece costituzionale espressione di libertà di pensiero qualsiasi opinione fascista, nazista, razzista (Ku Klux Klan compreso) fino a che non passa alla messa in pratica. L’Europa democratica ha imboccato la strada opposta, l’apologia di fascismo e razzismo è sanzionata per legge, e ora che tutti i capi di governo europeo sfilano a Parigi sotto la scritta “je suis Charlie” se ne deduce che ogni limitazione al diritto di critica/offesa delle religioni si intenda abrogato. MicroMega ha sempre sostenuto questa duplice posizione. La ritieni condivisibile? Ancora difendibile? Da rivedere radicalmente dopo quanto successo?

Ribadisco che la logica della liceità della satira è nella sua valenza di contropotere. Attaccare una religione in quanto tale, anche quando non rappresenta alcun potere oppressivo o lesivo di diritti altrui, è libertà di espressione, ma non è satira. Credo sia il motivo per cui satira sul buddismo se ne fa ben poca. Certo che attaccare un'etnia in quanto tale è un attacco alla dignità della razza umana nella sua interezza, ma attaccare un'etnia che ne opprime un'altra in ragione della sua maggiore forza economica, militare o politica è una difesa della dignità umana nella sua interezza. Credo che la distinzione sia facilmente ravvisabile da qualunque giudice, se pure gli intellettuali non dovessero arrivarci.

(9) Le religioni non sono tutte eguali, si dice, il cristianesimo accetta la laicità, l’islam no. In realtà il cristianesimo è stato costretto a venire a patti con la laicità, obtorto collo, e ancora non l’accetta pienamente. Il fondamentalismo alberga nel suo seno in dosi infinitamente minori di quello islamico, questo è certo. Troppo facilmente si dimentica, però, che sono stati cristiani militanti quelli che hanno assassinato negli Usa medici e infermieri che rispettavano la volontà di abortire di alcune donne. Donne, medici, infermiere che Wojtyla e Ratzinger hanno bollato più volte come responsabili del “genocidio del nostro tempo”, nazisti postmoderni, insomma. Le democrazie hanno il diritto di esigere da tutte le religioni la “interiorizzazione” della laicità? Cioè: che le religioni chiedano pure ai fedeli di osservare i precetti per la salvezza eterna ma rispettino rigorosamente il diritto al peccato (aborto, eutanasia, blasfemia, omosessualità …) di tutti gli altri e mai pretendano che lo Stato faccia di un precetto religioso una legge?

Non credo che le democrazie abbiano diritto di chiedere laicità alle religioni: quelle monoteiste in particolare sono sistemi di pensiero dogmatici fondati su valori non negoziabili, quindi anti-laiche per loro stessa natura. Al contrario, l'essenza stessa della democrazia è fondata sulla negoziazione tra visioni di mondo differenti, visioni che le religioni influenzano in molti modi, da secoli e con dinamiche variabili a seconda del tempo e dei poteri con cui si sono confrontate. Una società democratica è realmente laica quando riesce a confrontarsi con le religioni anche quando le religioni resistono ai valori democratici, perché le religioni non sono devozioni private, ma ideologie nel senso pieno del termine, cioè rispondono a un'idea precisa di umanità e di mondo. Pretendere che questa idea non si traduca anche in cultura e in politica è risibile e a sua volta liberticida, perché se ciascuno ha il diritto di tentare di influenzare lecitamente l'ambiente in cui vive a partire dalle proprie convinzioni, non si capisce perché questo diritto dovrebbe essere precluso a chi parte da convinzioni religiose. Questa pretesa esprime l'idea che le religioni siano sottoculture prive di dignità di rappresentazione, il che è falso: le religioni sono stakeholders identici a tutti gli altri, e la pressione politica esercitata dai portatori di valori numericamente “parziali” - anche quando li pretendono eticamente universali - si argina solo rafforzando culturalmente l'area dei valori “comuni”, cioè quelli continuamente definiti attraverso i processi democratici. La risposta all'assolutismo (compreso quello che un po' trasuda da questa domanda) è il pluralismo, che educa tutti a considerarsi relativi.

(10) Se si rinuncia anche di un pollice al diritto alla critica/offesa delle fedi religiose (diritto, non dovere: le vignette di Charlie possono benissimo non piacere ed essere criticate, ma il diritto alla loro pubblicazione deve essere difeso assolutamente), non si concede già la vittoria al terrorismo? In tal modo non si obbedisce alle loro richieste per “servitù volontaria”, senza che debbano più usare violenza, basta la minaccia e relativa paura, e non è questo che si propone chi utilizza il terrore? Le tentazioni a imboccare questa strada non sono sempre più frequenti e pericolose?

Con tutto il rispetto, non prendo sul serio domande dove è previsto un monosillabo come risposta. :)


Fonte: MicroMega, febbraio 2015.

15 febbraio 2015

Pepe Escobar: l'Impero del Caos e le Vie della seta

Pandora TV


Al simposio internazionale Global WARning - tenutosi il 12 dicembre 2014 e organizzato da Pandora TV, Megachip-Democrazia nella Comunicazione e Alternativa - ha partecipato anche il giornalista Pepe Escobar, il "corrispondente nomade" di Asia Times ed autore di 'Empire of Chaos: The Roving Eye Collection' (Nimble Books, 2014)
Nel Video, di 15'16'', Escobar spiega come i cosiddetti paesi BRICS stanno allargando i propri accordi commerciali in modo esponenziale e hanno già creato una banca alternativa alla Banca Mondiale. La guerra fredda 2.0 ha lo scopo di impedire la creazione di un’area di mercato Eurasiatica che toglierebbe agli Stati Uniti la propria egemonia economica.

Buona visione!

Intervento Video al simposio internazionale Global WARning del 12 dicembre 2014.



14 febbraio 2015

Nessun mondo multipolare se i media sono unipolari

di Roberto Quaglia.
da Megachip.


TEHERAN - Il grande interrogativo della geopolitica globale di oggi è se il mondo andrà verso un mondo unipolare a tempo indeterminato dominato dagli Stati Uniti (ciò che con orgoglio – o con arroganza − gli americani chiamano Full Spectrum Dominance, "dominio sull'intero spettro") o se invece si muoverà verso un mondo multipolare in cui coesistono diversi centri di potere.

Dal punto di vista economico il mondo è già multipolare, essendo la quota statunitense del prodotto mondiale lordo di appena circa il 18 per cento (dati 2013) e in costante diminuzione. Allora come mai gli USA sono ancora così dominanti a livello globale? La ragione non è il suo gigantesco budget militare, dal momento che non si può realisticamente bombardare tutto il mondo.

Il primo strumento magico che gli Stati Uniti usano per dominare il mondo è il loro dollaro. La parola "magico" è qui licenza non poetica: il dollaro è effettivamente una creatura magica, in quanto la Federal Reserve può crearlo in quantità illimitate dentro i computer, e tuttavia il mondo lo considera come qualcosa di prezioso, pensando comunque ai petrodollari. Il che rende un compito facile per gli Stati Uniti finanziare con miliardi di dollari le “rivoluzioni colorate” e altre sovversioni in tutto il globo, praticamente a costo zero. Questo è un problema grave che ogni mondo che cerca la multipolarità dovrebbe affrontare.
L'altra super-arma degli Stati Uniti è il loro dominio folle dei mezzi d’informazione, qualcosa di molto vicino all’egemonia assoluta, la cui dimensione è fuori dall'immaginazione della maggior parte degli analisti.
Hollywood è la più straordinaria macchina della propaganda mai vista in questo mondo. Hollywood trasmette in miliardi di cervelli di tutto il mondo i canoni hollywoodiani per la comprensione della realtà, che includono − ma non solo − il modo di pensare, di comportarsi, di vestirsi, cosa mangiare e bere, fino a come esprimere il dissenso. Sì, Hollywood è perfino in grado di istruirci su come esattamente esprimere il nostro dissenso verso lo stile di vita americano. Solo per citare un esempio (ma ce ne sono molti), i dissidenti occidentali spesso citano il film “Matrix” [1999] per riferirsi a un’invisibile rete di controllo sulle nostre vite, ma anche Matrix fa parte della stessa matrice, se posso metterla in chiave umoristica. Ecco la confezione hollywoodiana del processo di comprensione che viviamo in un mondo ingannevole: utilizzando allegorie, simboli e metafore prodotti negli Stati Uniti, facciamo comunque pienamente parte del loro sistema e quindi contribuiamo a rendere questo reale.


Gli Stati Uniti hanno anche il controllo dell’informazione mainstream a livello mondiale, essendo la CIA infiltrata nella maggior parte dei più importanti network. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, che ha lavorato per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, nel suo libro bestseller Gekaufte Journalisten [“Giornalisti venduti”] ha recentemente confessato di essere stato pagato per anni dalla CIA per manipolare le notizie, e che questo è del tutto normale nei media tedeschi. Possiamo tranquillamente ritenere che ciò sia molto comune anche in altri paesi. Questo controllo globale sui mezzi d’informazione permette agli Stati Uniti di dominare la guerra della percezione in tale misura da rendergli possibile trasformare facilmente il bianco in nero agli occhi del pubblico. È incredibile come i media europei sotto il controllo americano abbiano potuto distorcere i fatti durante le recenti crisi in Ucraina: la giunta filonazista di Kiev, salita al potere con un colpo di Stato, è stata capace di bombardare e uccidere i propri cittadini per mesi, mentre i media occidentali la raffigurano sempre come la parte buona e Putin è descritto come il nuovo Hitler senza nessun motivo realmente fondato.

Per capire fino a che punto il dominio delle informazioni è di per sé sufficiente a plasmare una realtà effettiva, ricordiamo questa citazione del 2004 attribuita a Karl Rove, all'epoca consulente senior di George W. Bush: 
«Noi siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà; così, mentre voi studiate quella realtà – con tutto l’equilibrio di cui siete capaci – noi agiamo di nuovo, creando altre nuove realtà che voi potete anche studiare, ed è così che le cose si gestiscono: noi siamo i protagonisti della storia... e a voi, a tutti voi, sarà solamente consentito di studiare ciò che noi facciamo.»
E se tutto questo non bastasse, la maggior parte delle informazioni che circolano oggi nel mondo è elaborata da computer con sistemi operativi americani (Microsoft e Apple), mentre le persone − compresi coloro che si oppongono agli Stati Uniti − comunicano fra loro attraverso Facebook, Gmail e altri canali controllati dalla CIA.
È proprio questo pressoché totale monopolio dell’informazione che fa la vera differenza. Così, anche se l’importanza economica americana ha subìto un netto declino negli ultimi decenni, la sua influenza sul piano dell’informazione è paradossalmente cresciuta. 
Perciò i paesi che oggi guardano a un vero e proprio mondo multipolare dovrebbero rivedere le loro priorità e iniziare a competere seriamente sul campo dell’informazione, piuttosto che concentrarsi solo su questioni economiche.

Oggi il potere è solo una questione di percezione, e gli Stati Uniti sono ancora gli impareggiabili maestri di questo gioco. Non avremo nessun mondo veramente multipolare fino a quando altri giocatori con competenze analoghe non entreranno in gioco.

Ci sono già alcuni casi di servizi di news non allineati con gli Stati Uniti di qualità eccellente e con l'ambizione di un’audience globale, fra i quali i più notevoli sono Russia Today e l’iraniana Press TV, ma questo è ancora poco o niente in confronto al costante tsunami di informazioni audiovisive filoamericane che dilaga in tutto il mondo 24 ore su 24. Russia Today sta progettando di allestire anche canali in francese e tedesco: questo è un passo in avanti, ma ancora lontano dall'essere sufficiente.
Gli USA non sono davvero preoccupati dai paesi che li sorpassano nei propri interessi, però cominciano a innervosirsi se questi paesi utilizzano valute diverse dal dollaro per i loro commerci e letteralmente impazziscono quando sullo scacchiere dell’informazione appaiono importanti network non allineati
Il che suona abbastanza strano, dato che la libertà di stampa è un punto centrale della moderna mitologia americana, ma ogni fonte di informazione non allineata con gli Stati Uniti mette appunto in pericolo il loro monopolio della realtà. Questo è il motivo per cui hanno bisogno di demonizzare i concorrenti e di etichettarli come antiamericani o peggio. 
Tuttavia, spesso i giornalisti o gli editori non allineati sono semplicemente una realtà non americana, non necessariamente antiamericana; ma agli occhi degli egemonisti americani tutte le informazioni non-americane sono per definizione antiamericane, dal momento che la compattezza del loro impero si fonda soprattutto sul loro monopolio della realtà percepita. Ricordate la citazione di Karl Rove.

Così, i paesi non allineati con gli USA che veramente aspirano a un mondo multipolare non hanno altra scelta se non quella di imparare dal loro avversario e agire di conseguenza. Al di là della creazione di un proprio news network all’avanguardia, essi dovrebbero anche cominciare a fornire un sostegno concreto all’informazione indipendente nei paesi in cui le notizie sono attualmente controllate dagli Stati Uniti. Giornalisti indipendenti, scrittori e ricercatori dei paesi occidentali oggi stanno facendo il loro lavoro solo per passione civile, spesso non pagati e al costo di pubbliche derisioni, emarginazione sociale e sacrifici economici. Diffamati nelle loro patrie e senza nessun aiuto da parte dei paesi che presumibilmente mirano a sottrarsi al giogo statunitense: questo non è un buon inizio per la fine della Full Spectrum Dominance degli Stati Uniti.
Non c’è e non ci sarà mai un mondo realmente multipolare senza una gamma veramente multipolare di punti di vista sulla scena. Un impero postmoderno è più che altro una condizione mentale: se questa condizione rimarrà unipolare, il mondo resterà tale.



Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.