L’atmosfera sociale è quella di una città assediata… E allo stesso tempo la consapevolezza di essere in guerra, e perciò in pericolo, fa sì che il trasferimento di tutto il potere a una piccola casta sembri la naturale, inevitabile condizione di sopravvivenza.

Non importa che la guerra stia davvero avvenendo, e, poiché nessuna vittoria decisiva è possibile, non importa che la guerra stia andando male. Tutto quel che serve è che uno stato di guerra esista.

George Orwell, 1984

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7 luglio 2009

«Il Fatto». Fin dove arriverà l’agenda alternativa della comunicazione?



di Pino Cabras - da «Megachip»

Sta per nascere un nuovo quotidiano, «Il Fatto», e ha già un volume di abbonati potenziali che appare subito significativo perché sembra voler chiamare a raccolta quanto resta dei “ceti medi riflessivi” italiani.

La cosa merita un po’ di domande e alcune valutazioni. L’iniziativa sembra avere il pregio di poter durare. Come si risponde all’emergenza informativa del nostro paese dominato dall’impresario dello spettacolo che vive la sua fase più sguaiata e pericolosa? C’è un modello imprenditoriale in grado di reggere una nuova impresa nel mondo della comunicazione? Quali sono le sponde politiche?

Sono domande molto attuali, che ci poniamo in piena fase di pericolo per la libertà di parola.

Nel momento in cui sarebbe più necessario che mai poter raccontare una grande crisi, maggiore è invece la difficoltà di fare una buona narrazione e trovare gli strumenti. I media più importanti, nonostante quegli strumenti li abbiano, non li usano, essendo essi stessi troppo dentro le cause della crisi. In Italia, per giunta, questi media sono sotto schiaffo di Papi l’Insaziabile, che insiste ormai ogni giorno per indirizzare ‘pro domo sua’ le risorse pubblicitarie, che con la crisi si sono fatte sempre più scarse. Papi in sostanza che fa? Avverte gli imprenditori con tutta la sua “immoral suasion” affinché non osino finanziare i giornali scomodi. L’avvertimento è pronunciato ormai ogni volta che apre bocca in pubblico. Delimita l’area entro cui il mercato mediatico può funzionare. Per gli altri, fuori dal suo perimetro, pretende che la crisi dell’informazione, un fenomeno mondiale, li strazi più che altrove, perché a loro «bisogna chiudere la bocca».

berlusca-vignettaNegli ultimi due anni, proprio durante l’esordio della grande crisi, sono nate tante iniziative fuori da quel perimetro. C’è chi ha imitato maldestramente la già dimessa Current TV di Al Gore, ma in chiave di bollettino di partito. YouDem è uno specchio perfetto della crisi verticale del Partito Democratico. Non conta quasi nulla nemmeno la cugina dalemiana, Red TV. Sono nati nuovi quotidiani a sinistra, «Terra» e «L’Altro», mentre sono stati investiti da forti trasformazioni editoriali altri quotidiani esistenti, «l’Unità» e «Liberazione». Il loro peso nella società italiana, come la capacità di raccontarla, tendono all’irrilevanza, in ciò riflettendo la dissipazione della sinistra novecentesca in Italia: anche questa è una tendenza di cui le ultime elezioni europee hanno rivelato la portata internazionale.

Ci sono poi le esperienze della Rete. In questi ultimi anni Beppe Grillo ha rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking su temi politici, sociali e ambientali. Qualche volta l’«azienda Grillo» ha inciso sull’agenda della comunicazione, ma è difficile scalfire un modello di consumo comunicativo nel quale il 70% dei cittadini apprende tutto soltanto dalla TV. Daniele Luttazzi aveva liquidato i V-Day grillini come dei flash mob un po’ più articolati. Allo stesso modo dei flash mob, i raduni di Grillo rompevano la quotidianità, ma poi la quotidianità ritornava, e le urne del vasto blocco sociale berlusconiano si riempivano ugualmente di voti nei giorni delle elezioni. Grillo ha segnato tuttavia una tendenza, così che anche altri comunicatori hanno ricreato “modelli di business” sostenibili in cui al centro c’è internet, la grande ostetrica delle nicchie intellettuali. Anche questa è una tendenza che si manifesta su scala mondiale.

D’altronde i media non sono compartimenti stagni.
Beppe Grillo ha guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio televisivo, ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, lo ha riportato sul terreno di internet, dove ora fa ritornare anche un certo uso della grammatica delle immagini, che descriverei comunque come “televisive” in mancanza di migliori definizioni.

Si può richiamare un altro esempio di interazione fra media diversi. Marco Travaglio assieme a Elio Veltri aveva scritto un libro nel 2001, “L’odore dei soldi”, che rompeva tutti i tabù mediatici sulla biografia di Berlusconi. Un buon libro può influenzare i lettori, crescere e sedimentarsi anche quando questi lettori siano poche migliaia. Può perfino arrivare in TV. Successe anche a quel libro. Travaglio presentò il suo volume in televisione, e la rottura del tabù pervenne a milioni di persone. Il segmento di mercato librario raggiungibile dal più documentato cronista giudiziario italiano si moltiplicò fino ai suoi confini naturali potenziali, tanto che Travaglio in questo decennio è diventato una macchina mediatica in grado di sfornare decine di best-seller, al punto di dare forma a un “genere”, adoperato in varia misura anche da altri scrittori. Nascono nuove collane e perfino nuove case editrici fondate apposta da quelle più grosse per consentire più agilità ai direttori editoriali nello sfruttamento del filone. Sebbene i punti più delicati delle inchieste di Travaglio non passino se non occasionalmente in televisione, la TV è comunque una piattaforma di lancio non secondaria per l’indotto, assieme ai DVD, ai blog e, recentemente, al teatro. Adesso dunque entra in gioco anche un quotidiano.

L’idea che la televisione sia ancora il formato dominante nella comunicazione è stata invece alla base di Pandora TV, il progetto promosso a partire da un appello di noti intellettuali, giornalisti, personalità dello spettacolo, che ha visto anche Megachip spendersi in prima fila nella promozione. Come oggi spiegano i promotori nel documento in cui rilanciano il progetto, le sottoscrizioni materiali sono state finora nettamente inferiori alle attese e al numero dei firmatari. Sebbene sia «stata costruita un’agenda televisiva insolita, che ti dà l’idea di come potrebbe essere potente una TV con più mezzi, che intenda diffondere quel che qualcuno non vuole che tu sappia», si è scontato un problema più esteso, che riguarda Pandora come altre esperienze: «la profonda crisi culturale e democratica del paese, la spaccatura a sinistra tra intellettuali ormai incapaci di trovare un linguaggio comune e comuni obiettivi, un pubblico sempre più annichilito dall’agonia dell’informazione», senza tralasciare il peso della crisi economica, non certo un buon viatico per investire a fondo perduto in un bene pur essenziale come la comunicazione. Oggi stiamo tentando di riproporre il progetto, perché l’emergenza è ancora più forte di prima. Scontiamo tutta la grande difficoltà del compito, ma il terreno televisivo andrà presidiato in qualche modo.

Intanto, non trasmette ancora Europa 7, la TV generalista di Francesco Di Stefano bloccata per anni dal sistema politico italiano in barba alle leggi con accanimento bipartisan. L’ultima beffa del 2009 è stato concederle un sistema di frequenze che copre solo una minima parte del territorio nazionale. A queste condizioni, se Europa 7 partisse ora fallirebbe in sei mesi. Per la TV – medium ancora dominante – non ci sono di fatto spazi per grandi operazioni se non con disponibilità economiche immense su nuove piattaforme (Murdoch) o con operazioni “corsare” che osino informare e intrattenere rompendo gli schemi (Pandora se avesse risorse).

In questo quadro politico e mediatico nasce dunque l’iniziativa imprenditoriale denominata «Il Fatto Quotidiano», imperniata sulla diretta partecipazione nella compagine sociale di due giornalisti, Antonio Padellaro e Marco Travaglio, rispettivamente con il 22% e l’11% delle azioni, nonché di un soggetto editoriale forte, la casa editrice Chiarelettere (con il 22%), che appartiene interamente al terzo gruppo dell’editoria libraria italiana, le Messaggerie Italiane, un gruppo relativamente poco noto con questa denominazione, mentre sono molto conosciute le tante case editrici che controlla. Oltre a Chiarelettere, sono controllate infatti dalle Messaggerie anche Bompiani, Garzanti, Salani-Ponte alle Grazie, Longanesi, Vallardi, TEA, Guanda, e altre ancorae altre ancora, tra cui l'ultima acquisita, nel luglio 2009, la Bollati Boringhieri. Il fatturato consolidato del gruppo supera il mezzo miliardo di euro. Le copie stampate sono circa dieci milioni all’anno. L’utile registrato negli ultimi bilanci è sempre stato di poco inferiore ai sette milioni di euro. Del gruppo fa parte anche Internet Bookshop Italia (IBS), la più nota piattaforma italiana di vendita di libri on line. Si tratta dunque di un soggetto che, in base a questi e altri parametri, potrebbe ipoteticamente offrire ampie garanzie, fideiussioni e “collaterals” in grado di ridurre drasticamente il rischio d’impresa per una sua nuova iniziativa in fase di “start up”.

Nel quadro dell’operazione è stata lanciata anche una campagna di disponibilità ad abbonarsi al nuovo quotidiano, con 40mila aderenti finora persuasi dalla promessa che «non avrà padroni». È un segno di un possibile successo fra i lettori, anche se questo non dice nulla in merito alla sostenibilità del business una volta che si dovranno fare i conti con la pubblicità e i costi di distribuzione, le note dolentissime dell’attuale crisi dei quotidiani cartacei.

Un quotidiano costa e costerebbe ancora di più senza editori a reggerlo. Senza editori si hanno le mani libere e si rende conto solo ai propri sostenitori e lettori, ma si è troppo esposti ai rovesci. L’elenco dei quotidiani italiani falliti su queste premesse è lunghissimo. «Il Manifesto» è un’eccezione che sopravvive camminando sempre su un filo sottilissimo, pronto a spezzarsi.

L’operazione «Il Fatto», come abbiamo visto, è meno avventata di altre. L’editore industriale c’è.

E c’è anche l’identificazione di una missione politica ed editoriale che ha alcuni margini di espansione, una missione che vede convergere diversi soggetti.

La crisi del Partito Democratico ha concesso estese praterie elettorali all’Italia dei Valori, il partito fondato e dominato da Antonio Di Pietro. Un elettorato numeroso e smarrito osserva con avvilimento la triste parabola dei partiti che normalmente votava, e oscilla tra l’astensione e lo sguardo rivolto a progetti politici diversi (dal partito in cui detta legge Di Pietro fino a Beppe Grillo e alla spinta laica post-girotondina). Sul numero 4/2009 di «Micromega», Paolo Flores d’Arcais fa notare che tra le elezioni politiche del 2008 e quelle europee del 2009 il PD ha perso diecimila voti al giorno, mentre Italia dei Valori ne guadagnava quattromila al giorno. E la sinistra ha confermato l’incapacità di superare i quorum. Su vari candidati dipietristi è arrivato un robusto ‘endorsement’ da parte di testimonial un tempo restii a dare indicazioni di voto: ancora Grillo, ancora Travaglio. E poi il netto schierarsi di «Micromega» e altre riviste e movimenti.

Pura constatazione: si sta formando una galassia di “intellettuali organici” a un progetto, che trova sempre più stabili occasioni di convergenza e luoghi di interazione. La definizione gramsciana di “intellettuale organico”, dal punto di vista metodologico, parte dal fatto che ogni intellettuale è militante; legato in modo “organico” a un gruppo sociale, a una formazione sociale, e riproduce costantemente, perfino inconsciamente, un certo quadro di interessi; senza che questo si traduca necessariamente in una posizione partitica blindata. Un quotidiano che s’inserisse in questo contesto magari non sarebbe un “organo” di partito, ma sarebbe naturalmente “organico” a una proposta politica in divenire.

Per via delle dinamiche elettorali in corso, le liste dell’Italia dei Valori-Di Pietro sono diventate un campo gravitazionale in grado di ricomporre e attrarre con una certa forza quella parte di opposizione che intende consistere in sé e per sé e vuole difendere la Costituzione sotto scacco. Quella parte sa bene che Di Pietro sui contenuti – adottati con disinvoltura a tratti cinica - interviene con la prontezza di un vero “imprenditore del consenso”: realizza “affari politici” in tempi che un tipico esponente del PD non realizzerebbe mai, e lo fa in modi sostanziali e spregiudicati. Questa opposizione in fieri è talmente consapevole di alcuni difetti costitutivi dell’«azienda Di Pietro» che fa di tutto per enfatizzare le possibili correzioni promesse dal capo del partito.
Travaglio ha scritto ad esempio qualche riga di coinvolto e partecipe incoraggiamento nei confronti dei modesti segnali di cambiamento nello statuto del partito, finora corazzato in modo proprietario nelle mani del furbo Tonino.
Flores D’Arcais intervista Di Pietro con lo stesso tono partecipe, chiedendogli - già nello speranzoso titolo del dialogo su «MicroMega» - «cosa vuol fare l’IDV da grande?»

Di Pietro ha un disegno. Nell’aprire parzialmente la sua macchina politica alla galassia degli intellettuali, allarga la classe dirigente e punta a un raddoppio dei consensi. Cioè un partito del 16%. Il che forse corrisponde al numero di elettori che vedono al primo posto la questione della legalità sopra tutti gli altri temi. Di fronte all’afasia del PD è una prospettiva plausibile, tanto più verosimile quanto più il progetto si dimostri in grado di captare in modo più strutturato i famosi “ceti medi riflessivi”, per svariati motivi non più rappresentabili dal PD. Per una tale strutturazione la presenza nell’area di un giornale quotidiano – ancorché non finanziato dal partito - potrebbe essere un pezzo importante del mosaico.
I vari media hanno raggi d’azione diversi, imprimono effetti sulla realtà che non derivano solo dal numero di persone raggiunte direttamente, ma pure dall’influenza che possono esercitare su gruppi particolari, sulle élite, su strati di cittadini particolarmente attivi che a loro volta interagiscono con altri.

Al mosaico mancano alcuni pezzi.

Innanzitutto quale sarà il peso delle questioni internazionali, così centrali per capire le emergenze ambientali ed economiche di oggi? I quotidiani italiani su questo fronte non hanno informato bene, per usare un eufemismo. Quale sarà l’analisi degli scenari di guerra? Il foglio di Travaglio & C. saprà liberarsi dagli schemi dei dinosauri della Guerra Fredda su molte decisive questioni? Questo non lo sappiamo ancora, ed è un tema altrettanto fondamentale quanto quello della legalità interna.

Un altro pezzo del mosaico è la questione del pubblico di riferimento per l’informazione. Un quotidiano, quando le cose riescono bene, fa riflettere il caro vecchio “homo legens”. E magari gli dà strumenti per agire e contare, specie se si trova in posizioni in cui decide. Un articolo che lascia un buco informativo ai giornali che ignorano i fatti fa sempre rumore e li mette in una posizione scomoda. Tuttavia quel quotidiano da solo non raggiungerà il nuovo “homo videns”, che rappresenta la maggioranza dei cittadini. Posto che – per le ragioni prima accennate – aumentano le convergenze fra segmenti comunicativi diversi (quotidiani, rete, TV) rimane un incombenza per chi vuole rafforzare l’informazione libera: è quella di non smarrire l’importanza di un percorso per immagini e contenuti di tipo televisivo.

Un’ultima considerazione. Ho usato più volte in modo intercambiabile i termini informazione e comunicazione. In realtà la comunicazione è un fatto molto più ampio dell’informazione.
Si fa bene a essere sensibili al tema dell’informazione. Ma questa è una componente sottile di tutta la corrente dei messaggi, in cui prevalgono le concezioni del mondo date da intrattenimento e pubblicità. La grande manipolazione dei media ha certo come ingrediente di base l’inganno informativo nonché la scomparsa dei fatti e delle domande scomode, ma il grosso di essa si compie nel resto della comunicazione, ampiamente fruita dalla maggioranza dei cittadini.

Il nuovo quotidiano aprirà qualche finestra in più davanti alla coscienza democratica dell’Italia e perciò mi auguro che possa avere successo, intanto che però mi pongo il problema di fondo, ancora irrisolto: come aprire le porte e finestre più importanti, come varcare la soglia delle stanze in cui si decide la vera colonizzazione delle menti, per immagini ed emozioni.

28 giugno 2009

Una vittima italiana di una "Extraordinary Rendition" ancora detenuta in Marocco sulla base di confessioni estorte con la tortura

di Megachip (QUI)
kassim






Gruppi di difesa dei diritti chiedono ai relatori speciali ONU di indagare e prendere iniziativa.


NEW YORK, 25 giugno 2009 – Gruppi di difesa dei diritti umani hanno richiesto in questa data a due relatori speciali dell’ONU di indagare sul caso di Abou Elkassim Britel, un cittadino italiano vittima del programma illegale di “extraordinary rendition”(le catture e detenzioni extragiudiziali, ndt) della CIA, attualmente detenuto in una prigione marocchina sulla base di una confessione estortagli per mezzo della tortura.

giustizia_per_kassimL'American Civil Liberties Union e Alkarama for Human Rights hanno chiesto che il Relatore Speciale dell'ONU sulla tortura e il Relatore Speciale dell’ONU sulla promozione e la protezione dei diritti umani nella lotta al terrorismo indaghino sulle circostanze della sparizione forzata di Britel, la sua consegna, la detenzione e la tortura, e sollevino il suo caso presso i governi degli Stati Uniti, del Marocco, del Pakistan e dell'Italia.

«Le vittime del programma di “extraordinary rendition” detenuti a Guantanamo e altre prigioni in tutto il mondo sono state ignorate dal governo degli Stati Uniti, il cui programma illegale li ha sbarcati lì, come prima destinazione», ha detto Steven Watt, legale di staff nel programma ACLU sui diritti umani. «Gli Stati Uniti non sono riusciti ad assumere la responsabilità per le loro azioni più rilevanti, lasciando il signor Britel e innumerevoli altre vittime del programma 'extraordinary rendition' senza altra scelta se non quella di rivolgersi alla comunità internazionale per ottenere giustizia».

Britel, che fa ricorso anche nell’azione legale della ACLU contro la Jeppesen DataPlan, una controllata della Boeing, per il suo ruolo nel programma di ‘rendition’, è una delle poche vittime del programma la cui identità sia nota, e che sia tuttora detenuta al di fuori di Guantanamo.

Britel è stato fermato e arrestato in Pakistan dalle autorità pakistane su presunte violazioni in materia di immigrazione, nel febbraio 2002. Dopo un periodo di detenzione e interrogatori è stato consegnato a funzionari statunitensi.

Nel maggio 2002, i funzionari americani spogliarono e picchiarono Britel prima di rivestirlo con un pannolone e una tuta, ammanettarlo e bendargli gli occhi e poi farlo volare in Marocco per la detenzione e gli interrogatori. Una volta in Marocco, i funzionari statunitensi lo consegnarono ai funzionari marocchini di intelligence che lo incarcerarono in isolamento nel centro di detenzione di Temara, dove è stato interrogato, picchiato, privato del sonno e del cibo e minacciato con torture sessuali.

«Secondo il resoconto dello stesso Britel sul suo trattamento e la lunga storia documentata della tortura e degli abusi nei centri di detenzione gestiti dal governo marocchino, abbiamo un solido presupposto per ritenere che il signor Britel sia stato, e sia tuttora, sottoposto a tortura,» ha detto Rachid Mesli, direttore del Dipartimento giuridico di Alkarama. «Britel e tutte le altre vittime delle "extraordinary rendition" meritano il loro passaggio in tribunale e processi equi, non viziati da prove ottenute con la tortura. Ci auguriamo che i relatori speciali agiscano immediatamente sulla nostra istanza di rivolgere un’attenzione molto più rapida e necessaria al caso di Britel, prima che le condizioni in cui è tenuto cagionino ulteriori danni alla sua salute fisica e psicologica».

Secondo l’istanza, dopo essere stato liberato dalla custodia da parte delle autorità marocchine nel febbraio 2003, Britel è stato nuovamente arrestato e detenuto nel maggio 2003, non appena ha cercato di lasciare il Marocco per la sua casa in Italia. Mentre era recluso in isolamento nello stesso centro di detenzione dove era stato brutalmente torturato solo pochi mesi prima, Britel ha falsamente confessato sotto tortura il suo coinvolgimento in attività terroristiche. Britel è stato poi processato e condannato da un tribunale marocchino rivolto ai casi di terrorismo, e sta attualmente scontando una condanna a nove anni di reclusione in un carcere marocchino.

Nel 2006, un giudice istruttore italiano ha archiviato un’indagine durata sei anni sul presunto coinvolgimento di Britel in attività terroristiche dopo che il magistrato aveva riscontrato una totale mancanza di elementi di collegamento con qualsiasi attività che fosse legata al terrorismo o comunque criminale.


La documentazione odierna con i relatori speciali è disponibile online all'indirizzo: www.aclu.org/intlhumanrights/nationalsecurity/relatedinformation_resources.html
Maggiori informazioni sull’azione legale ACLU contro DataPlan Jeppesen sono online all'indirizzo: www.aclu.org/jeppesen

Fonte: http://www.aclu.org/intlhumanrights/nationalsecurity/40028prs20090625.html

Traduzione a cura di Pino Cabras per Megachip
.

E sul blog dell'ACLU : Awaiting an End to Injustice: Rendition Victim’s Wife Speaks About Accountability and Torture:
http://blog.aclu.org/2009/06/25/awaiting-an-end-to-injustice-rendition-victims-wife-speaks-about-accountability-and-torture/

Aggiornamenti: *
* http://www.giustiziaperkassim.net/
* http://www.kassimlibero.splinder.com/

26 giugno 2009– Giornata internazionale ONU a sostegno delle vittime di tortura.

18 giugno 2009

La presunta mente dell’11/9: «M’inventavo le storie»

di Devlin Barrett – Associated Press



WASHINGTON -- Khalid Sheik Mohammed, accusato di essere il genio criminale dietro all'attentato dell'11 settembre, ha confessato di aver mentito profusamente agli agenti che lo torturavano per estorcergli la verità sulle sue attività eversive. Secondo quanto riferito in alcune sezioni dalle trascrizioni governative che sono state recentemente desecretate, Mohammed avrebbe orgogliosamente rivendicato la sua paternità su più di due dozzine di attentati terroristici.

«Mi invento delle storie,» ha detto Mohammed nel 2007, durante una delle udienze del tribunale militare a Guantánamo Bay. In un inglese stentato, ha descritto l'interrogatorio in cui gli è stata chiesta l'ubicazione del leader di al-Qa‘ida, Osama bin Laden.

«L'agente mi ha chiesto “Dov’è?”, ed io: “non lo so”», racconta Mohammed. «Poi ha ricominciato a torturarmi. Allora gli ho detto: “Sì, si trova in questa zona...” oppure “Sì, quel tizio fa parte di al-Qa‘ida”, anche se non avevo idea di chi fosse. Se rispondevo negativamente, riprendevano con le torture.»

Nonostante ciò, durante la medesima udienza, Mohammed ha illustrato un elenco di 29 attacchi terroristici a cui avrebbe preso parte. Le trascrizioni sono state rese pubbliche grazie ad una causa civile, con la quale la American Civil Liberties Union si è messa a caccia di documenti ed informazioni sulle condizioni della detenzione che il governo ha riservato agli imputati per terrorismo.

In precedenza, erano stati resi pubblici altri testi provenienti dalle udienze dei tribunali militari, ma l'amministrazione Obama è tornata sul tema ed ha riesaminato le sezioni rimaste segrete per poi valutare che sarebbe stato possibile desecretarne ulteriori porzioni.

La maggior parte dei nuovi documenti è incentrata sulle dichiarazioni che i detenuti hanno rilasciato a proposito degli abusi subiti durante gli interrogatori, mentre erano prigionieri in carceri extra-nazionali gestite della CIA.

Un detenuto, Abu Zubaydah, ha riferito al tribunale che «dopo mesi di sofferenza e di tortura, fisica e psicologica, non hanno nemmeno curato le mie ferite».

Zubaydah è stato il primo detenuto ad essere sottoposto alle tecniche di interrogatorio “avanzato”, approvate dall'amministrazione Bush, in cui avveniva una simulazione di annegamento (detto waterboarding), oppure l'indagato veniva sbattuto contro le pareti o era costretto a prolungati periodi di nudità.

Durante l'udienza, Zubaydah ha rivelato che queste pratiche lo hanno «quasi ucciso in almeno quattro occasioni».

«Dopo un paio di mesi, durante i quali ho quasi perso la ragione e la vita,» ha dichiarato Zubaydah, «hanno incominciato a prendere le misure necessarie per non farmi morire».

Ha inoltre affermato che, dopo essere stato trattato per molti mesi in questo modo, le autorità hanno concluso che non fosse il numero 3 di al-Qa‘ida, come avevano a lungo creduto.

Fonte: http://www.miamiherald.com/news/nation/story/1098707.html

Traduzione di Massimo Spiga per «Megachip»

12 giugno 2009

Berlinguer, pensieri lunghi

di Pino Cabras - Megachip



A venticinque anni dalla morte di Enrico Berlinguer, diverse commemorazioni provano a distillare un ricordo della figura di questo importante politico italiano. Il paesaggio modellato dalla sabbia del tempo è irriconoscibile rispetto ad allora, perciò è il momento di iniziare a collocarlo storicamente.

Quando Berlinguer esercitò la carica di segretario del Pci, si misurò acutamente con i problemi specifici della crisi italiana. Dopo il 1968 fu sempre più chiara la crisi della formula di governo del centro-sinistra imperniato sulla Dc e il Psi. Il quadro costituzionale italiano non era una democrazia dell’alternanza; dalle crisi strutturali di una formula politica, così come era accaduto per il
centrismo alla fine degli anni cinquanta, si tendeva a uscire con un allargamento “consociativo” dell’area di governo intorno alla Dc. I leader più avvertiti della Dc e del Pci, Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, organici a quel quadro costituzionale, riflettevano sulla prospettiva di intese nuove tra i loro partiti e tra le forze sociali e culturali che rappresentavano. Questo non avveniva senza conflitti. La fine di quell’esperienza storica ha mutato profondamente la sfera pubblica italiana, fino a trovare una suo forma materiale opposta, negli anni di Berlusconi.
Ma i loro mondi di riferimento, quelli di Moro e Berlinguer, erano pronti al salto di qualità che volevano imprimere alla democrazia italiana? Possiamo dire che non era pronto il quadro internazionale, quando c’erano i blocchi politico-militari imperniati su Usa e Urss, che mal tolleravano esperimenti come quello di un paese allora di frontiera, l’Italia. E forse non lo era la società, nel frattempo attraversata da un sottofondo di grandi mutamenti che si sarebbero presentati prima o poi in tutta la loro forza, pronti a un impatto politico e culturale di vaste proporzioni.

La secolarizzazione dei valori e dei costumi degli italiani, avvenuta con lo sviluppo capitalistico del dopoguerra, aveva reso minoritaria la porzione degli italiani che adeguavano il loro comportamento alla dottrina della chiesa. Ma anche i valori della sinistra erano stati erosi dal tipo di sviluppo che c’era stato in Italia. Lo Statuto dei lavoratori, approvato nel tempo in cui esisteva ancora una diffusa etica del lavoro, trovava applicazione in una società in cui certe riserve etiche si erano via via logorate: le nuove garanzie offerte ai lavoratori si saldavano anche con nuovi comportamenti che diventavano spesso un fattore aggiuntivo di crisi della produttività.

Affluent society, si è detto. Sia il patrimonio culturale cattolico che il patrimonio culturale comunista erano sottoposti a forti sollecitazioni che nascevano dalle trasformazioni di una società ormai vicina agli altri paesi industriali dell’Occidente. Una società molto diversa dai tempi del compromesso costituzionale e dal quadro etico tradizionale di quelle due culture.

La battaglia del referendum sul divorzio (12 maggio 1974) rimescolò ulteriormente le carte. Una parte dei cattolici sostenne pubblicamente le ragioni del No all’abrogazione della legge sul divorzio. Il Pci arrivò subito dopo ai suoi massimi storici.

Il motivo iniziale del profilarsi di nuove intese, secondo la formula della “
terza fase” di Moro e la formula del “compromesso storico” di Berlinguer, era essenzialmente un motivo difensivo. Ci si difendeva dalle difficoltà di una democrazia ormai più complessa e difficile da governare.

berlinguerCosa c’era dietro la strategia berlingueriana del compromesso storico? C’era un’analisi della nostra società, basata su una visione fortemente pessimistica della strutturale debolezza delle nostre istituzioni democratiche e della incessante tentazione autoritaria in una parte significativa delle classi dirigenti. Questa analisi era associata alla convinzione che solo la difesa del sistema dei partiti, così come configuratosi ai tempi della Resistenza, potesse lasciare spazio alla possibilità di rinnovare e trasformare l’Italia.

Tuttavia in Berlinguer, si produceva uno sforzo creativo: l’incontro del Partito comunista con il mondo cattolico era visto quale condizione necessaria per dare una risposta al degrado morale del paese, opponendosi alla logica «[dell’esaltazione di particolarismi e] dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato». Il compromesso storico acquisiva nel giudizio del leader comunista sull’«austerità» un crescente significato morale e diventava il modo di superare molti elementi del sistema capitalistico, per la realizzazione di un processo rivoluzionario, in forme democratiche e nonviolente.
L’idea dell’austerità, come vedremo, è un esempio molto interessante dell’approccio di Berlinguer alla crisi italiana. Tutte le società opulente si ritrovarono a fronteggiare, dopo lo shock petrolifero del 1973, la fine dell’età dell’oro del capitalismo del Novecento. L’Italia, così come altri paesi dell’Occidente, era reduce da decenni di notevoli consumi, di demagogia fiscale, di speculazioni monetarie e finanziarie, di spirali di indebitamento. Era una crisi meno grave di quella che viviamo oggi, ma certamente fu il primo e perciò più scioccante arretramento dopo decenni.

La crisi energetica acuì la fragilità del sistema economico e minò le basi di consenso democratico degli Stati. Le risorse non apparivano più illimitate. Produrre di più minacciava l’equilibrio ecologico. Se l’ampliamento dei diritti sociali era ancorato solo alla prospettiva della crescita economica, la fine della crescita minacciava i diritti. In prospettiva minacciava la pace e la sopravvivenza dell’umanità.

Una percezione nuova di tali temi andava maturando in luoghi ‘borghesi’, come il Club di Roma e il suo The Limits of Growth (che in italiano è stato impropriamente tradotto con I limiti dello sviluppo), o come il Massachussets Institut of Technology. Le tematiche dell’ambientalismo iniziarono allora a sollecitare un’autocritica del paradigma tecnologico delle moderne società industrializzate.

È da quegli anni che il problema dei problemi per l’azione quotidiana di chi governa diventa quello dei sacrifici e dei tagli. È la crisi del Welfare state. Da allora nessun politico che voglia agire da statista può eludere questo problema. Il dramma è che molti politici sono giunti alla conclusione che qualsiasi proposta di aumenti delle imposte equivalga a un suicidio elettorale. Come conseguenza, le competizioni elettorali sono diventate gare di menzogna fiscale. I governi eludono sia l’elettorato sia le assemblee rappresentative. Siccome i politici temono di dover dire agli elettori le cose che questi non desiderano sentire, la politica è diventata l’arte dello schivare. Le vere sedi delle decisioni politiche sono senza controllo elettorale. Il declino dei partiti di massa, che abbiamo potuto registrare anche nelle elezioni europee del 2009, sta sopprimendo il più importante motore sociale, quello che trasformava anche uomini e donne comuni in cittadini capaci di azioni politiche incisive.

Certo, è stato proposto un diverso paradigma politico e sociale, quello neoliberista, che ha avuto campo libero per decenni. Il proposito è stato la corrosione della ragion di stato ad opera della ragion d’impresa che rifiuta vincoli perché non riconosce le disuguaglianze. Questo è avvenuto con altissimi costi sociali e con l’aggravamento del debito pubblico e del caos finanziario. L’effetto più evidente di tutto ciò è stata una progressiva delegittimazione delle politiche di solidarietà e della politica tout court.

Tra le tante letture del fenomeno “Tangentopoli” e della “Casta” che oggi possiamo fare, una può essere questa: se la politica elude il problema di coniugare efficienza e solidarietà, allora si corrompe e mette in scacco la democrazia. Può ingannare i cittadini corrompendo il bilancio, ma il nodo prima o poi viene al pettine. Oppure inizia a denunciare lo Stato sociale e ad abbandonare i deboli, ma non riesce a controllare il disagio e la decadenza, a meno che non la controlli per via repressiva, uscendo da un quadro democratico. Oppure, ancora, c’è la soluzione del “governo dei tecnici” che toglie le castagne dal fuoco, a Roma come a Bruxelles. Ma per quanto?

Questa era la preoccupazione fondamentale di Enrico Berlinguer. Sapeva benissimo che la fine dell’età dell’oro dell’economia mondiale avrebbe obbligato a un ripensamento globale delle basi della democrazia. Se le conquiste del movimento operaio del dopoguerra - che egli rivendicava puntigliosamente - non dovevano regredire, il nodo del budget doveva essere affrontato con un respiro strategico.


L’AUSTERITÀ.
Berlinguer coglieva la verità interna che sta dentro la ritrosia e la paura dei politici a pronunciare la parola sacrifici, la più impopolare delle parole. Antonio Tatò, che fu il più stretto collaboratore di Berlinguer, raccontò di quanta cura fosse stata posta nello scegliere il termine austerità: «“Sacrifici”, dico io. “No”, mi risponde Berlinguer. “Sacrifici non mi piace, non mi convince. È frusto, è riduttivo e può creare malintesi, suscitare diffidenze fra i lavoratori, che già ne fanno tanti di sacrifici e continuamente... Direi austerità...”».
Questa parola aveva un forte contenuto morale e progettuale. Dicendo semplicemente sacrifici non ci si chiede per cosa questi sacrifici debbono essere fatti. Assecondare il mutamento della divisione internazionale del lavoro, le fluttuazioni dei prezzi, il riorganizzarsi degli interessi e delle spinte corporative lasciando immutati i rapporti sociali: tutto questo può essere contemplato da una politica di rigore che non si fa domande. Il minimo che può capitare è il “governo dei tecnici”. La Grande Crisi si diverte a spazzare tanta tecnocrazia presuntuosa.

Per Berlinguer invece l’austerità era un’occasione per cambiare l’Italia, era una politica di solidarietà volta alla trasformazione sociale. Una crisi economica che minacciava il lavoro, il benessere, lo studio, poteva trasformarsi invece nella possibilità di ricostruire un senso per l’attività produttiva, per il godimento dei beni, per il sapere. Oggi anche Obama sostiene la necessità di andare verso un nuovo modello di sviluppo. Ma negli anni settanta erano pochi i leader che ne parlavano. Berlinguer era il leader politico che affidava il massimo valore strategico a questa consapevolezza.

La solidarietà non era pensata come ristretta all’ambito nazionale. Berlinguer guardava con favore al moto di liberazione dei paesi del Sud del pianeta, che doveva comportare per l’Occidente e per il nostro paese «due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.» Appaiono parole di grande attualità.

L’austerità non era intesa come «una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza», né come la razionalizzazione tecnocratica e burocratica di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Era interpretata come un processo democratico che doveva coinvolgere individui, imprese, movimenti e istituzioni per distogliere l’economia dai consumi dissipativi e orientarla verso il «godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura».

L’intuizione dell’austerità si collegava ad altre intuizioni. Innanzitutto l’idea degli «elementi di socialismo», un’idea di trasformazione socialista distinta dal modello sovietico, verso il quale Berlinguer conservava comunque la speranza di una sua riformabilità. Lungi da utilizzare versioni dogmatiche e ossificate del pensiero di Marx e di Gramsci, Berlinguer adoperava in modo disinvolto l’essenza profondamente antidogmatica del loro metodo. Quando proponeva al suo partito di lavorare concretamente «per introdurre nella complessiva vita civile, e negli orientamenti ideali» ciò che chiamava «elementi di socialismo», implicitamente concepiva una società molto dialettica, dove la trasformazione non poteva avvenire all’ora X con la presa del Palazzo d’Inverno ma doveva immergersi nell’evoluzione delle «formazioni sociali», per dirla con Marx, e agire sulle «casematte» della società civile, per dirla con Gramsci.

Era un’idea di socialismo aperta a nuovi sviluppi in direzione di sensibilità diverse da quelle tradizionali dei socialismi tanto dell’Est quanto dell’Ovest, entrambi ancora inseriti all’interno di un paradigma produttivista e industrialista, oltre che incentrati su una preponderante funzione redistributiva dello Stato.

L’apertura si collegava a un’attenzione nuova nei confronti dell’emergente movimento ambientalista e assumeva le battaglie del movimento di liberazione delle donne, implicitamente portatore di una concezione dell’individuo che coinvolgeva dimensioni della cittadinanza più ampie rispetto a quelle economiche.
Non è qui il caso di dilungarsi a spiegare in che modo la strategia del compromesso storico si esaurì, e come si spense la forza politica dell’idea dell’austerità. Basti dire che l’incalzare del terrorismo - culminato nel 1978 con il rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro - combinandosi con le forti resistenze conservatrici di un largo settore della Dc collegato al “doppio stato” illegale (servizi segreti, mafia, sistema della corruzione) in cui risiedeva da sempre una parte della sovranità reale, spinse il Pci di Berlinguer a spendere le sue energie in un lealismo istituzionale politicamente costosissimo. Le battaglie perdevano il loro respiro riformatore e si piegavano a esigenze difensive difficili, mentre una parte dei giovani contestava o abbandonava il Pci. L’esperienza dei governi di solidarietà nazionale (monocolore Dc, Andreotti presidente del Consiglio, maggioranza comprendente il Pci) si concluse nel 1979. Le elezioni anticipate costarono al Pci una flessione.


L’UOMO CHE NON ASPETTÒ DI PIETRO.
Berlinguer aveva aperto il suo partito a nuovi scenari e nuove intuizioni che poi furono spese nella strategia dell’alternativa democratica. Fu lucidissima la sua critica della degenerazione del sistema dei partiti. La sua analisi, riletta a tanti anni di distanza, risulta impressionante per l’esattezza con cui descriveva e denunciava le cause della illegalità e della corruzione.
Berlinguer non si era affidato a una “supplenza” delle tempeste giudiziarie, così come invece si è poi affidata – senza ottenere molto - la nostra democrazia. Non riduceva la questione morale a una questione di ‘pulizia’ di corpi - i partiti - altrimenti ritenuti sani. Poneva invece un problema che riguardava l’essenza stessa dei partiti. In una famosa intervista a Eugenio Scalfari nel 1981 Berlinguer si espresse con estrema nitidezza:

«I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente: idee, ideali, programmi pochi o vaghi: sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contradditori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti [...] sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la Dc Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...» Questa mappa dei boss è il ritratto di Tangentopoli disegnato dieci anni prima.
Oggi sappiamo che il sistema berlusconiano ha consolidato quel sistema e lo ha portato al centro della costituzione materiale del paese, intanto che si sono ricostruite e rafforzate le reti delle omertà e delle collusioni.

In realtà l’unico modo per non travisare il messaggio di Enrico Berlinguer è quello di non ridurne la portata: quella di Berlinguer era la scelta di porre il tema non semplificabile della riforma dei partiti dentro tutte le novità emergenti tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta. La sensibilità nei confronti dei temi verdi e del movimento per la pace in Berlinguer implicava anche la sperimentazione di forme organizzative originali e la partecipazione diretta degli innovatori alla vita del partito.

Berlinguer non visse abbastanza da poter riorganizzare compiutamente il suo partito secondo questa ispirazione. In ogni caso continuò a discuterla in diverse occasioni. Rimase celebre la sua intervista a Ferdinando Adornato per «l’Unità» del 18 dicembre 1983, giusto alle soglie del 1984. L’intervista affrontò il problema di come far convivere le innovazioni scandite dalla tecnologia e la promozione della democrazia. Lo spunto era dato dal romanzo 1984 di Orwell, che del nesso fra tecnologia e democrazia aveva prefigurato lo scenario più pessimista. Adornato poi diventò deputato del partito più orwelliano mai visto, ma questa è un’altra storia.

Berlinguer proponeva invece uno scenario molto aperto: gli esiti delle innovazioni dipendono da come si affrontano politicamente: avvertiva con forza il bisogno di reinvestire la politica di “pensieri lunghi”, di progetti. “Pensieri lunghi” per «la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l’umanità».

Non era rassegnato all’assoggettamento degli individui, tramite i media, a un complesso militare industriale sempre più sofisticato. Raccoglieva la sfida della società della comunicazione e riteneva pacifico che i partiti dovessero essere anche “partiti di opinione”. Anche, ma non solo: «Ci vogliono limiti precisi - affermò Berlinguer - all’uso dei computer come alternative alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone.»

Chi oggi combatte l’impoverimento della democrazia e della comunicazione può trovare un sostegno profetico nella frase che Berlinguer aggiunse a quel punto: «io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue associazioni.» Di qui la sua apertura ai movimenti pacifisti ed ecologici e a «quelli che, in un modo o nell’altro, contrastano la omologazione dei gusti e il conformismo». Era un terreno in cui negli anni successivi si sarebbero incontrate istanze culturali, politiche e religiose diverse.
Quell’incontro può fruttificare oggi in un innesto fecondo di diverse tradizioni. I pensieri di Berlinguer sono, appunto, lunghi.


8 giugno 2009

Elezioni Europee, dopo il Novecento

di Pino Cabras - da «Megachip»


Il voto europeo del 2009 è stato segnato dalle pesanti sconfitte subite dai partiti che hanno ereditato gli insediamenti della sinistra del Novecento. Lo smottamento elettorale è avvenuto nel pieno di una grande crisi economica e finanziaria che pure coincide con il tracollo del neoliberismo. Il punto forse è proprio questo. La sinistra “novecentesca” europea a un certo punto è stata cooptata come interprete terminale del neoliberismo.

Succede così. Quando Margareth Thatcher si ripresenta con il sorriso di Tony Blair. Quando la Spd dà colpi al “modello renano”. Quando l’Ulivo fa del riformismo debole. Quando l’allargamento europeo vede tanta sinistra che vuol fare l’americana. Quando Zapatero si affida a una bolla speculativa. Quando molta sinistra francese slitta verso Sarkozy.

Poi al Blair delle vacche grasse subentra il Brown delle vacche magre, a Schröder succede una sinistra subalterna, il riformismo debole ulivista viene rimpiazzato dall’afasia del PD, l’Europa dell’Est crolla economicamente, la bolla spagnola scoppia in pochi mesi.

Quel che rimane della sinistra del Novecento non ha più le parole per interpretare i fatti, né gli insediamenti sociali di un tempo, né i luoghi per riflettere, pensare, comunicare un progetto. Risultato: i conservatori sfruttano un “riflesso d’ordine” sufficiente a ricompattarli. I partiti novecenteschi della sinistra o le loro evoluzioni sono al minimo storico. Qui e lì esplodono forme di creatività politica in forte crescita ma fortemente minoritarie e disperse, ben lontane da un qualche consolidamento (come interpretare il 16% dei verdi francesi?). Qui e lì esplodono anche i movimenti che vogliono una società più cattiva, un’Europa chiusa e xenofoba, altrettante riserve di spietatezza che vuol farsi istituzione per quando la grande crisi morderà ancora di più. Cos’è la sparuta retorica operaia della nostra sinistra-sinistra senza quorum di fronte all’ondata di voti operai nel Nord italiano per la Lega partito di massa?

Berlusconi non sfonda, titola «la Repubblica». È vero, forse il suo risultato non è stato tale da accelerare le condizioni di una dittatura senza ostacoli. Tuttavia emerge la continuità ancora inscalfibile di un blocco politico e sociale che non ha avversari organizzati né progetti alternativi.

Serviranno alleanze nuove e capacità di interpretare la crisi, occorrerà la voglia di ritessere una fitta trama di rapporti sociali, servirà un’agenda politica che sia davvero alternativa e aperta, senza nostalgie per i simboli del XX secolo. E servirà una cura particolare per il sistema della comunicazione nel quale si rinsaldano i valori guida. Le prove da affrontare saranno presto tremende.

elezioni-europee-2009

29 maggio 2009

Retroscena di un falso attentato

di Pino Cabras – da «Megachip»

“Attentato sventato a New York”, strombazzavano i media il 20 maggio 2009. La notizia ha meritato titoloni e tanti commenti che hanno riempito le “breaking news” e qualche paginone, ma finora si è indagato poco.

Per la maggior parte dei media è scattato il riflesso di chi dice “non abbassiamo la guardia”. E Dick Cheney, l’anima nera della precedente amministrazione USA, ne ha approfittato per l’ennesima tirata contro chi vuole smantellare il sistema da lui messo in piedi. Ma cosa è successo davvero a New York? Un’analisi appena più approfondita rivela sorprese clamorose.

Le vicende di “attentati sventati” degli ultimi anni mostrano in comune il ruolo ambiguo dei servizi di sicurezza.

Non fa eccezione l’ultimo caso newyorchese.

Scopriamo che i quattro «terroristi islamici» hanno una biografia da sfigati ricattabili, delinquenti abituali statunitensi di facile manipolabilità, e dal profilo jihadista improbabile. Il loro ordigno al plastico disposto dinnanzi a una sinagoga non è esploso, era “inerte”. Gli era stato fornito da un quinto elemento, un agente dell’FBI infiltratosi con la promessa di fornire un kit del perfetto terrorista che comprendeva anche un falso missile (per abbattere un aereo). Le mosse erano seguite passo dopo passo, di fatto governate, da molti mesi, in sinergia con altre agenzie federali.

Un importante elemento di raccordo fra i quattro e l’FBI era il cinquantaduenne pakistano Shahed Hussain, diventato informatore dell’agenzia federale dopo che nel 2002 era stato incriminato per banali reati legati a questioni d’immigrazione, e reso così prono ai ricatti. Hussein si presentava ai quattro con molta disponibilità di denaro e con promesse di procurare armi e ordigni speciali.

Ma il pezzo grosso dell’FBI è un altro. Risponde al nome di Robert Fuller. È un agente che ricompare in diverse vicende controverse, sin dalle circostanze legate agli eventi dell’11 settembre 2001.

Fuller nell’agosto del 2001 ebbe l’incarico di rintracciare e arrestare due persone molto sospette, Khalid al-Mindhar e Nawaf al-Hamzi. La segnalazione era giunta dalla CIA il 23 agosto dopo che i due erano giunti sul suolo USA. Qualche settimana ancora, e i loro nomi sarebbero stati ricompresi nella lista dei presunti dirottatori dell’11/9. La ricerca di Fuller fu talmente svogliata, che finanche la Commissione sull’11/9 ebbe a menzionarne l’indolente inefficacia.

Fuller riappare in cronaca nel novembre 2004. A Washington, sul marciapiede davanti alla Casa Bianca, un uomo si dà fuoco. È lo yemenita Mohamed Alanssi. Sopravvive con il trenta per cento del corpo coperto di ustioni. Nel frattempo emerge un documento di suo pugno nel quale spiega in qualche modo l’insano gesto. È una lettera per Robert Fuller, eccolo lì di nuovo, il quale lo aveva reclutato come informatore. Alanssi scrive di voler vedere la sua famiglia in Yemen prima di dover testimoniare in un tribunale USA su spinta di Fuller perché si dice certo che, dopo quella deposizione, la sua famiglia e lui stesso moriranno. Al «Washington Post» rivela: «Ho fatto un grosso errore a collaborare con l’FBI. L’FBI ha distrutto la vita mia e della mia famiglia, intanto che mi prometteva l’ottenimento della cittadinanza e di pagarmi 100 mila dollari». La somma fu erogata, ma Alanssi non acquisì la cittadinanza USA. La moneta di scambio era una testimonianza a carico di svariati imputati islamici.

Robert Fuller lo rivediamo in Afghanistan, all’aeroporto di Bagram, dove interroga - con i metodi disumani consentiti in questi anni di torture e pressioni - un quattordicenne afghano, Omar Khadr, orbo di un occhio dopo il combattimento in cui è stato catturato. A Khadr sono mostrate diverse foto di presunti guerriglieri, e gli viene chiesto un qualche riconoscimento. Fuller riesce a estorcere al giovane l’identificazione di un uomo canadese di origine mediorientale, Maher Arar, che a quel punto deve rispondere all’accusa di essere stato fra i guerriglieri afghani. Arar è arrestato sul suolo canadese e diventa uno dei tanti casi di «extraordinary rendition». Nell’incertezza giuridica sul grado di copertura sulle pratiche di tortura, Arar è consegnato alla Siria, dove ci sono meno esitazioni costituzionali sui supplizi di Stato (e questo è uno dei più stupefacenti casi di collaborazione fra paesi che altrimenti non si risparmiano atti ostili). Lì Arar viene torturato per mesi e mesi, come è avvenuto in tanti altri casi. Il ragazzo che lo ha accusato finisce intanto nel campo di Guantanamo, dove la commissione militare speciale lo processa nel gennaio 2009. Fuller è chiamato a testimoniare e l’agente FBI ribadisce che il riconoscimento di Arar è avvenuto sulla base di una foto. Il controesame del testimone spinge Fuller ad ammettere che all’inizio il riconoscimento non era stato così netto, anzi era proprio vago, e che solo una protratta «intensa pressione» aveva spinto Khadr a ricomporre in modo più assertivo il ricordo.

Peccato che nel frattempo gli inquirenti canadesi trovano le prove che il loro concittadino, proprio nel periodo in cui secondo Khadr e Fuller si trovava in Afghanistan, era invece in patria. Le autorità si rivolgono alla Siria per riavere Arar, evidentemente innocente. La sua storia viene raccontata dalla cronista Kerry Pither in un libro (Dark Days: The Story Of Four Canadians Tortured In The Name Of Fighting Terrorism).

E poi arriviamo all’ultima vicenda.

I quattro terroristi “islamici” fatti arrestare da Robert Fuller nel 2009 sono: James Cromtie, 44 anni, di cui 12 in prigione, un bugiardo patologico, un violento; David Williams, 28 anni, pluripregiudicato, il quale possiede una pistola da quando se ne compra una coi soldi datigli dall’FBI; Onta Williams, 32 anni, una vita dentro e fuori le prigioni; Laguerre Payen, 27 anni, pregiudicato, schizofrenico sottoposto a trattamento con psicofarmaci.

I quattro hanno incontrato questa caricatura di jihadismo soltanto perché un agente provocatore glielo ha proposto, con insistenze e azioni perseveranti, prospettando loro denaro e armi. Li ha messi insieme lui, insomma. L’allegra compagnia “islamista” non si priva di droghe, banchetti e sontuose bevute.

Il ritratto che emerge somiglia a quello di altri personaggi bizzarri che abbiamo imparato a riconoscere anche nelle cronache sulle deviazioni dei servizi segreti italiani nel corso degli anni, anche di recente, come nei casi di Mario Scaramella o Igor Marini. Sempre oltre il filo dell’impostura e della millanteria, questi soggetti compiono atti che si muovono macchiettisticamente lungo le frange esterne delle trame dei servizi segreti, con coperture, depistaggi, manovre che creano confusione, ma sempre disseminate di riconoscibili contatti con autorità governative. La commistione di vero e falso dei loro racconti e delle schede che li riguardano sembra indicare anche una loro strutturale indifferenza psicologica rispetto al confine tra verità e inganno. Basterebbe poco a smascherare le trame.

Tutta la vicenda dei quattro balordi di New York somiglia maledettamente a un sistema messo in piedi qualche anno fa nell’ambito della Guerra al Terrore. Un comitato di consulenti in seno al Pentagono, il Defense Science Board, nell’estate del 2002 ha proposto la creazione di una squadra di un centinaio di uomini, il P2OG (Proactive, Preemptive Operations Group, ossia Gruppo azioni attive e preventive), con il compito di eseguire missioni segrete miranti a ‘stimolare reazioni’ nei gruppi terroristici, spingendoli a commettere azioni violente che poi li metterebbero nelle condizioni di subire il ‘contrattacco’ delle forze statunitensi (1).

Il paradosso di una simile operazione è spinto fino a limiti estremi. Pare che il piano debba in qualche modo opporsi al terrorismo causandolo.

In base al documento prodotto presso il Dipartimento della Difesa statunitense, altre strategie comprendono il furto di denaro a delle cellule di terroristi o azioni di depistaggio attraverso comunicazioni false. Viene subito alla mente il caso del falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro, nel lontano 1978, uno dei tanti depistaggi degli ‘anni di piombo’, quando erano in incubazione su scala limitata i metodi poi estesi alla globalizzazione della paura.

Gli atti precisi cui ricorrere per ‘stimolare reazioni’ nei gruppi terroristici non sono stati svelati, il tutto in ragione della riservatezza di fonti e contatti da non compromettere.

Un’organizzazione come questa è perfetta per creare confusione e depistaggi, quel genere di caos che si determina nel passaggio dall’«infiltrazione» alla «provocazione».

Il documento del Pentagono si spinge poi a spiegare che l’uso di questa tattica consentirebbe di considerare responsabili degli atti terroristici provocati quei paesi che ospitassero i terroristi, a quel punto considerati dei paesi a rischio sovranità.

Il grande giornalista investigativo Seymour Hersh, una mosca bianca fra la grande stampa, ha rivelato già all’inizio del 2005 che il P2OG è stato rimesso all’opera. Cosa svelava Hersh?

«Sotto il nuovo approccio di Rumsfeld, mi è stato riferito (da fonti interne ai servizi americani, ndr) che agenti militari USA sarebbero stati autorizzati all’estero a fingersi uomini d’affari stranieri corrotti, intenti a comprare pezzi di contrabbando che possano essere utilizzabili per sistemi d’armamento atomici. In certi casi, stando alle fonti del Pentagono, dei cittadini locali potrebbero essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici. Ciò potrebbe comprendere l’organizzazione e l’esecuzione di operazioni di combattimento, o perfino attività terroristiche.»

Evidenziamo: «perfino attività terroristiche».

Anche il prossimo libro di Hersh, di imminente pubblicazione, sarà incentrato sull’esistenza di un mondo pseudo-terroristico e para-terroristico che ha pericolosi punti di contatto con strutture dotate di una qualche patina di legalità.

La recente vicenda di New York, così come le vicende degli attentati londinesi reali o sventati tra il 2005 e il 2007, e altri episodi ancora, sembrano indicare un metodo di lavoro molto consolidato, in grado di inquinare la scena pubblica con una paura indotta.

__________________

(1) Russ Kick (a cura di), 50 cose che forse non sai, San Lazzaro di Savena, Nuovi Mondi Media, 2005. Una descrizione della losca operazione ‘P2OG’ è presente anche in Bruno Cardeñosa, 11-S. Historia de una infamia, las mentiras de la versión official, Malaga, Corona Borealis, 2003.

21 maggio 2009

Perché i piani di Obama & C. non funzioneranno

di Pino Cabras - da Megachip

Sessant’anni di mentalità, di poteri, istituzioni internazionali, una linea economica di riferimento, tutto questo nella nostra percezione non passa in un istante. I commenti politici degli ultimi mesi sono ancora immersi in quel sistema, ma tutto è cambiato. Il mondo uscito dal 1945 ha avuto una lunga continuità che in pochi mesi si è sgretolata. La Grande Crisi procede a dispetto delle idee aggrappate ai vecchi tempi.

A maggio 2009, il rapporto mensile di Leap/Europe 2020 - il sito francese che ha previsto meglio di tanti altri soggetti l’evolversi dell’attuale crisi - scrive proprio che ci siamo, che in questa primavera il mondo farà l’ultimo passo prima di uscire dal quadro di riferimento dei poteri globali degli ultimi sessant’anni, e uscirà soprattutto dalla sua versione “semplificata”, quella impostaci negli ultimi vent’anni, dopo la fine del sistema sovietico.

La fine di un’era rende già subito inutilizzabile il cruscotto di strumenti che sinora hanno guidato le azioni di chi ha preso le più importanti decisioni economiche.

I tentativi disperati di salvare il sistema finanziario globale guidato da Londra e New York hanno fatto impazzire tutte le bussole, influenzate dalle manipolazioni di istituti finanziari, banche centrali e governi.

Le immissioni astronomiche di liquidità che hanno invaso il sistema finanziario globale per un anno, specie il sistema USA, hanno portato gli operatori politici e finanziari a perdere completamente contatto con la realtà. Europe 2020 li paragona ai sub che vengono colpiti da narcosi da azoto (detta anche ‘ebbrezza da alti fondali’), i quali manifestano un’euforia che li spinge ad andare più a fondo quando avrebbero invece bisogno di riemergere. Anche nel caso della finanza c’è un’ebbrezza – lo vediamo in qualche rally borsistico di queste settimane – che distrae dal vero pericolo, per il quale non c’è più la lucidità necessaria in termini di orientamento né ci sono più strumenti adatti.

L’ebbrezza si scontrerà prestissimo con la realtà.

Dieci anni fa, fra le prime 20 istituzioni finanziarie al mondo per capitalizzazione, 11 erano statunitensi, 4 britanniche, 2 giapponesi, 2 svizzere e due giapponesi.
Oggi, le prime 3 sono cinesi, mentre di statunitensi ne sono rimaste 3, intanto che molte fallivano. Il cambiamento è avvenuto nel giro di brevissimo tempo.
Sono tempi insoliti, con paragoni che devono fare il passo del secolo, ossia salti di generazioni.
Europe 2020 fa tre esempi illuminanti.

1) Da quando nel 1694, ossia 315 anni fa, venne creata la Banca d’Inghilterra, il tasso d’interesse non aveva mai toccato un livello più basso di quello attuale, lo 0,5%.


2) Nel 2008 la Caisse des Dépôts et Consignations, un istituto finanziario che fa da braccio operativo dello Stato francese, ha chiuso il bilancio in rosso per la prima volta dalla sua fondazione, avvenuta 193 anni fa, nel 1816. La Caisse era passata per monarchie, repubbliche, fasi imperiali, guerre mondiali, crisi, senza mai conoscere una perdita.

3) Nell’aprile 2009 la Cina è diventato il primo partner commerciale del Brasile, un genere di evento che altre volte ha annunciato un cambio di guardia nella leadership planetaria. Due secoli fa gli inglesi soppiantavano i portoghesi e questo coincise con l’inizio della grande potenza britannica a livello globale. Gli USA sostituirono il Regno Unito come partner principale del Brasile negli anni Trenta del XX secolo, e la cosa coincise con un passaggio di ruolo internazionale che poi vide la preponderanza statunitense.

Assieme a questo senso di assoluta novità, sono preoccupanti le sensazioni di dejà vu, nell’ora in cui cerchiamo di dar forma alla crisi.
Una prima cosa da chiedersi è se una crisi possa avere una forma. I grafici provano a dare una risposta. Le tendenze dei mercati azionari nel corso delle quattro maggiori crisi economiche dell’ultimo secolo mostrano una evidente convergenza fra la curva della crisi del 1929 e quella di oggi.


Trend borsistici: al netto dell’inflazione – durante le ultime quattro maggiori crisi economiche (grigia: 1929, rossa: 1973, verde: 2000, blu: crisi attuale) - Fonte: Dshort/Commerzbank, 17 aprile 2009.

Ma la questione fondamentale da chiedersi è un’altra. L’impegno profuso per reagire alla Grande Crisi andrà a buon fine? Ci chiediamo cioè se gli enormi interventi dei governi e delle banche centrali, nel breve volgere dei prossimi mesi, siano in grado di bilanciare una tendenza storica così robusta che va in direzione contraria. Ci chiediamo se sia possibile spendere bene cifre così difficili da assorbire. Insomma mettiamo in discussione sia lo “stimulus plan” degli USA, sia l’omologo cinese, due piani monstre che sembrano volersi sporcare le mani con l’economia reale.

Europe 2020 vede un ostacolo insormontabile rispetto all’efficacia dei mega-piani di stimolo messi in campo da Obama e Hu Jintao. È la “barriera della capacità di assorbimento”. Cioè l’esistenza di un limite “fisico” alla capacità di spendere enormi risorse pubbliche in tempi sensati, con progetti funzionali, con burocrazie capaci di far procedere il meccanismo di spesa.

Tutti conosciamo la fatica del processo europeo, la lunga storia di tentativi e adattamenti che ancora – nonostante decenni di ricalibrature – rendono la capacità di spesa ben lontana dal 100%, con ampie aree di corruzione, spreco, ininfluenza sui fondamentali dell’economia. A Stati Uniti e Cina manca perfino il tempo, la risorsa oggi più importante, quando invece i risultati dovrebbero far capolino immediatamente per rasserenare i cuori di milioni di persone, e confortare i portafogli vicini a questi cuori.

I leader dell’Unione europea e le autorità che presiedevano ai bilanci hanno scoperto già all’inizio degli anni novanta l’esistenza di una barriera in relazione alla capacità di un sistema-Paese di “assorbire” gli aiuti allocati per il suo sviluppo economico.

Se calcolato su base annua, il piano di Obama corrisponde a 182 miliardi di euro, quello cinese a 215 miliardi. L’Europa dei fondi strutturali dispone di circa 70 miliardi di euro per anno. Ciascuno dei piani di stimolo economico varati da Washington e Pechino è dunque circa tre volte più grande dei fondi europei, proprio quei fondi che scontano tuttora la “barriera della capacità di assorbimento”.

Capite ora quanto è inedita la portata del problema.

Cina e USA devono dimostrare immediatamente una capacità di assorbimento enormemente più vasta di quella europea, pur rodata da vent’anni di pratiche.
Dovranno, qui ed ora, tener conto delle loro dimensioni continentali, con tutte le diversità locali, le differenze stridenti fra territori e sistemi subregionali. Proprio come l’Europa.
Diversa rispetto all’Europa sarà però l’infrastruttura pubblica: molto meno sviluppata in USA, molto di più in Cina, ma in entrambi i casi non abbastanza preparata e formata per gestire in pochi mesi tanta complessità operativa.
Il dilemma è inventarsi un flusso di procedure e risorse che non può permettersi il lusso di arrestarsi nei colli di bottiglia, né sopportare carenze progettuali, né farsi vanificare da mafie agguerrite che spolpano i fondi.
Nel mentre il ticchettio della crisi va avanti. Dal febbraio 2008 al febbraio 2009 gli Stati Uniti hanno perso oltre 4 milioni di posti di lavoro, e la tendenza si accelera.

Mappa dell’occupazione USA (feb 2008 - feb 2009). In blu il lavoro creato, in rosso il lavoro perso.
Fonte: Bureau of Labor Statistics / NYT

In queste situazioni il rischio immediato è che ogni euro, ogni dollaro, ogni yuan renminbi investito dalle autorità pubbliche generi sempre meno valore aggiunto. O non viene speso del tutto, o viene speso male.

Nei casi peggiori, gli effetti degli incentivi sono perfino negativi, perché possono creare delle “bolle” a livello locale, o erigono cattedrali nel deserto, senza impatti sull’economia. Oppure selezionano imprenditori specializzati a massimizzare il denaro pubblico, anziché l’economicità delle loro imprese. Nei casi davvero peggiori, come ci dice anche l’esperienza italiana, incancreniscono la corruzione sistemica a livello di governo locale, fino a creare vaste reti criminali in grado di condizionare la politica e rendere non rendicontabili i risultati.

Le avvisaglie di queste difficoltà ci sono già.
In USA le agenzie che hanno in carico la realizzazione del programma potranno dare informazioni sui progetti solo nell’ottobre 2009 e “forse” (che per i burocrati significa “non prima di”) durante la primavera del 2010, fuori tempo massimo perché la cosa abbia senso («USA Today, 6 maggio 2009»). I canali di spesa già oliati non ci sono.

In Cina la fantasia dei burocrati è arrivata a prescrivere per tutti i funzionari pubblici del distretto di Gongan (provincia di Hubei) l’«obbligo di fumare» per stimolare l’economia dell’area, fortemente basata sulla produzione di sigarette. Davvero la Grande Crisi produce notizie. L’uomo morde il cane.


I peggiori dieci periodi di perdita di posti di lavoro in USA:
Fonte: US Bureau of Labor Statistics / Christian Hill

Rimane la notizia vera di una crisi senza precedenti e in avvitamento. I piani di stimolo ridurranno forse la caduta dell’occupazione, sebbene con effetti marginali. Ma il lascito sarà terribile per la finanza pubblica. In Cina ci sarà un drastico calo delle riserve finanziarie. Negli USA ci saranno un deficit e un debito meno sostenibili, o forse proprio del tutto insostenibili. Per la prima volta nella storia le risorse del livello federale sono diventate l’introito più importante per i singoli Stati, e gli effetti saranno duraturi.

Quanto a noi, in Italia, l’informazione è lontana dal raccontare la dimensione della crisi. Addirittura un crollo del PIL intorno al -6% è capace di passare quasi inosservato.