18 settembre 2014

L'equivoco equinodotto dell'ISIS


di Matzu Yagi e Gengis Kant.
da Megachip.
Gli esperti dicono che l'Emirato Islamico dell’Isis è finanziariamente autonomo anche perché guadagna circa 2 milioni di dollari al giorno dalla vendita del petrolio estratto nei territori che occupa, in luoghi dove fino a poco tempo fa prosperavano colossi come la francese Total e l’anglo-olandese Shell. Ma due milioni di dollari corrispondono a più di 20.000 barili al giorno e il barile contiene circa 160 litri. Cioè l'Isis consegna a qualcuno 2800 tonnellate di petrolio, tutti i giorni.
E come fa?
Non lo vedono dai satelliti chi si viene a prendere 2800 tonnellate di roba, quotidianamente? E da dove viene questo qualcuno? Anche questo non si nota, visto che ad occhio dovrebbero essere circa 130 camion cisterna?
Cioè i satelliti non vedono colonne di 130 autocisterne che tutti i giorni fanno avanti ed indietro dai territori dell'Isis? Era dai tempi del film Duel di Steven Spielberg che non si vedeva un’autocisterna così demoniaca, e ora ce ne sono addirittura centotrenta e nessuno le nota, nessuno le bombarda?
Siete già sbalorditi? La raccontano ancora più grossa. Molto di più. Queste cifre potreste moltiplicarle addirittura per tre, perché il prezzo del petrolio di contrabbando sarebbe addirittura meno di un terzo rispetto alle quotazioni ufficiali: per fare 2 milioni al giorno dovete moltiplicare i barili, che potrebbero arrivare addirittura a 100mila al giorno, superando le 10mila tonnellate, cioè quanto la produzione giornaliera di un paese esportatore come il Sudan.
E gli onniscienti satelliti non vedono neanche in quale porto attracchino le navi che vanno a contrabbandare tutta quella roba? Chi è il direttore della logistica, il mago Silvan? Sim sala bin... (alias Bandar bin Sultan bin Abdulaziz Al Saud).

Certo, il Wall Street Journal dice che il traffico avviene su zattere che seguono la corrente del fiume Oronte, nonché su contenitori caricati sul dorso di muli e asini furbissimi che evitano i doganieri turchi perché percorrono mulattiere poco battute. Uno sconfinato formicaio equino capace di coprire lunghe distanze. Quanti muli ci vogliono per trasportare migliaia di tonnellate? La Saipem e tutti i costruttori di oleodotti hanno dunque sbagliato tutto. Perché sprecare tanta siderurgia per costruire complicate pipelines su tragitti di migliaia di chilometri? Bastava avere fieno sufficiente, equini pazienti (anche nelle redazioni), e avremmo distribuito tutti gli idrocarburi del mondo.
Ecco, è davvero il caso di metter su una coalizione di 40 paesi per andare a scoprire questo fitto e irrisolvibile mistero che sfida ogni legge dell’ottica e della fisica.

Quando i russi dicono: 'Gli Usa vogliono la grande guerra'

PandoraTV  Speciale 

Vi mostro una nuova puntata delle accattivanti infografiche russe sulla guerra in Ucraina. 


Mentre il primo episodio era rivolto all'opinione pubblica interna, questa puntata sembra esplicitamente rivolgersi agli Stati europei. 
[#Donbass, #PinoCabras, #GrandeGuerra, #Putin, #Ucraina, #USA]

La "prima puntata": Tra Putin e Frank Capra. Aria di guerra mondiale 

Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=1830.


11 settembre 2014

11/9, ecco 44 documenti di controprove


Ecco alcuni significativi estratti del comunicato stampa firmato da David Ray Griffin a nome del Consensus911 Panel, che illustra l’ultima serie di risultati della contro-indagine sull’11 settembre. 
[da Megachip]



E’ vero che non sono state trovate le quattro scatole nere degli aerei che colpirono il World Trade Center? Ci sono funzionari che contestano la versione ufficiale. Pompieri che lavorarono a Ground Zero nell’ottobre 2001 affermano di aver trovato tre su quattro di quelle scatole indistruttibili. Il direttore della FEMA dello Stato di New York aveva affermato il contrario, e ciò fu confermato dai tecnici che ne cercavano le radio frequenze.

Queste e altre informazioni sono state rese pubbliche dai 24 membri del 9/11 Consensus Panel, che ha prodotto, negli ultimi tre anni, ben 44 documenti (vedi: Consensus Points), accuratamente verificati, che respingono le conclusioni ufficiali concernenti gli eventi dell’11 settembre 2001.

Nessuno dei 19 dirottatori musulmani, che si dice siano entrati in possesso degli aerei, irrompendo nelle cabine di pilotaggio (cosa di cui non esiste prova, né documentazione) fu tuttavia in condizione di penetrare nel sistema di individuazione di un dirottamento presente negli aerei (vedi: “squawked” the 7500 hijack code.)
Né esiste alcuna prova che la perdita dei segnali radar (che rese difficile l’intercettazione degli aerei da parte del NORAD) avvenne perché i presunti dirottatori poterono disconnettere i transponder  (cfr. cockpit transponders).

L’assenza di prove al riguardo è confermata dal fatto che le procedure tradizionali del NORAD per l’intercettazione di aerei che avessero deviato dal corso prestabilito, o avessero perduto i contatti radar e radio, non furono seguite proprio nella giornata dell’11 settembre.
Stranamente, il comandante in capo del NORAD, Generale Ralph Eberhart, aveva programmato per la mattina del 9/11 un numero senza precedenti di esercitazioni militari aeree, che coinvolsero la gran parte delle forze aeronautiche statunitensi.
Dopo essere stato informato degli attacchi reali in corso, Eberhart mise in atto attività incongruenti e decisioni senza senso che causarono ritardi, poi rivelatisi decisivi e che provocarono la tremenda assenza di una risposta militare.
La sua spiegazione di tali ritardi, pubblicata nella successione temporale del NORAD il 18 settembre 2001, fu rovesciata quando testimoniò di fronte alla Commissione ufficiale nel 2003.

Ulteriori questioni nascono esaminando il comportamento del sindaco di New York, Rudolph Giuliani (cfr. Point MC-10:  The Activities of NYC Mayor Giuliani on September 11, 2001.”). Giuliani dichiarò quella stessa mattina durante un’intervista a Peter Jennings della ABC che era stato messo in guardia  – mentre si trovava assieme al suo team di emergenza presso l’edificio al numero 75 di Barclay Street, dove aveva installato il quartier generale provvisorio dopo che le Twin Towers erano state colpite – che il WTC era destinato a collassare. Giuliani non informò gli altri di questa comunicazione. Come egli potesse sapere che le Torri Gemelle stavano per crollare e perché egli non la rese nota richiede un’inchiesta severa da condursi sotto giuramento.

             ====


Il Panel del 9/11 Consensus è composto da membri effettivi e membri onorari, e recentemente si è aggiunto a questi ultimi William Binney, uno dei massimi funzionari della NSA e aspro critico dei risultati dell’inchiesta ufficiale sull’11 settembre.




10 settembre 2014

Lettera di Putin a Ezio Mauro


di Midnight Rider.
da Megachip.

Le premesse:
La letterina di Ezio Mauro, 5 settembre (2014)
La lettera di Putin, 10 settembre (2013)

------

La lettera di risposta di Vladimir Vladimirovic Putin ad Ezio Occidente Mauro non si è fatta attendere.

L'aveva scritta esattamente 365 giorni fa, ben un anno prima che il direttore di Repubblica prendesse tra le mani la tastiera per trascrivere l'atto notarile con cui ha formalmente consegnato un ampio settore dell'opinione pubblica italiana nelle mani - e nelle tasche - della «Terza Nato», quella di ultima generazione.

Dispiace deludere Ezio Occidente, ma il messaggio del presidente Putin era in realtà destinato al popolo americano, dato l'elevato livello di tensione che in quei giorni aveva portato le relazioni tra i leader delle due superpotenze mondiali al minimo storico dalla fine della guerra fredda (o dall'episodio del Kursk nel 2000).

Si ricorda forse Mauro che cosa era successo esattamente un anno fa vicino a Damasco?
I media occidentali avevano mostrato i corpi ammassati e privi di vita di adulti, anziani, donne e bambini. Le prime informazioni che circolavano sui nostri media parlavano di un attacco letale da parte delle forze lealiste del presidente siriano Bashar al-Assad, che avrebbero utilizzato del gas per sopprimere i ribelli, fino ad uccidere quasi 1500 civili.
Memorabili furono gli strilli del Washington Post e del Daily Mail, come di tutti i grandi avamposti del pensiero unico occidentale
L'ondata di sdegno si era alzata uniforme lungo tutto il vecchio e il nuovo mondo. Quest'ultimo - vuoi perché più fresco e arzillo - era arditamente balzato in piedi per primo e con grande determinazione aveva iniziato a chiedere, anzi a esigere, un intervento armato contro Damasco.
Qualcuno poi ha dimostrato che la strage non era certo opera del governo siriano. Ma a quel tempo l'Occidente aveva trovato l'ennesimo Hitler da strapazzare.

Tutto sarebbe andato per il verso auspicato dai trombettieri del mondo nuovo se soltanto l'Orso della Moscova e il Dragone della Grande Muraglia non si fossero messi di mezzo (con un veto all'intervento armato votato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu) bloccando così la mano armata e protetta da Dio. Proprio il Washington Post pubblicò un intero sermone del vicario di Dio a Washington, il Nobel per la Pace più armato del pianeta:

«L’America non è il poliziotto del mondo. Succedono cose terribili in mezzo al mondo, e andrebbe oltre i nostri mezzi raddrizzare ogni torto. Ma quando, con uno sforzo e un rischio modesti, possiamo impedire che i bimbi siano ammazzati con il gas, e in questo modo far sì che i nostri bimbi siano più sicuri nel lungo periodo, ritengo che dobbiamo agire. Questo è ciò che rende l’America diversa. È ciò che ci rende eccezionali. Con umiltà, ma con risolutezza, facciamo in modo di non perdere mai di vista questa essenziale verità.»

Putin allora prende metaforicamente in mano la penna (con ogni probabilità assistito da ghost writer abilissimi) e sulle pagine del New York Times risponde indirettamente all'insidioso invito che Ezio Occidente gli porgerà a bruciapelo di lì a dodici mesi, quando intimerà: «Anche Vladimir Putin dovrebbe riflettere sulla sfida islamista, domandandosi per chi suona la campana, magari recuperando negli archivi del Cremlino la lettera che l'ayatollah Khomeini scrisse all'ultimo segretario generale del Pcus nel gennaio del 1989: “È chiaro come il cristallo che l'Islam erediterà le Russie”.»

Il presidente russo affronta tutte le questioni sul tappeto. Allude alla sorte, simile a quella della Lega delle Nazioni, che toccherebbe all'Onu, qualora smettesse di rivestire un ruolo di peso reale. E poi ipotizza gli scenari di caos e destabilizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi di questo assai piovoso 2014, in particolare a Tripoli e a Gaza:

«Il potenziale attacco da parte degli Stati Uniti contro la Siria [...] porterà a un aumento delle vittime innocenti e a un’escalation, diffondendo potenzialmente il conflitto molto lontano dai confini della Siria. Un attacco incrementerebbe la violenza e scatenerebbe una nuova ondata di terrorismo. Minerebbe gli sforzi multilaterali intesi a risolvere il problema nucleare iraniano e il conflitto Israelo-Palestinese, e destabilizzerebbe ulteriormente il Medio Oriente e il Nord Africa. Precipiterebbe l’intero sistema del diritto e dell’ordine internazionale nello squilibrio.»

Ma Putin mette anche l’«Occidente» in guardia dalla minaccia che gruppi di terroristi armati (da chi?) potrebbero rappresentare ai danni della sicurezza internazionale, quasi a voler prendere le distanze con un anno di anticipo dalle acrobatiche accuse di Mauro che mettono sullo stesso piano Russia e Stato Islamico:

«Il Dipartimento di Stato USA ha designato il Fronte Al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, che combattono con l’opposizione, come organizzazioni terroristiche. Questo conflitto interno, alimentato dalle armi straniere fornite all’opposizione, è uno dei più sanguinosi del mondo. Mercenari provenienti dai vicini paesi arabi, nonché centinaia di militanti che accorrono dai paesi occidentali e persino dalla Russia, sono per noi materia di profonda preoccupazione. Non potrebbero forse far ritorno nei nostri paesi con l’esperienza acquisita in Siria? Dopo tutto, dopo aver combattuto in Libia, gli estremisti si sono spostati in Mali. Tutto ciò minaccia tutti noi.»

Vladimir Vladimirovic va oltre, ricordando a tutti i paladini della giustizia mondiale (direttore di Repubblica incluso) il significato delle tanto invocate "regole", che vanno rispettate sia che ci piacciano sia che non ci piacciano:

«Non stiamo proteggendo il governo siriano, ma il diritto internazionale. Dobbiamo usare il Consiglio di sicurezza dell’Onu e crediamo che salvaguardare la legge e l’ordine nel mondo complesso e tumultuoso di oggi sia uno dei pochi modi per evitare che le relazioni internazionali scivolino nel caos. La legge è ancora la legge, e dobbiamo seguirla che ci piaccia o meno. In base al diritto internazionale vigente, l’uso della forza è consentito solo per autodifesa o su decisione del Consiglio di Sicurezza. Qualsiasi altra cosa è inaccettabile in base alla Carta delle Nazioni Unite e costituirebbe un atto di aggressione».

Putin evoca ancora una volta l'arma del dialogo e della negoziazione:
«Dobbiamo smettere di usare il linguaggio della forza e tornare sul sentiero della soluzione diplomatica e politica», proprio quel dialogo che Mauro invoca a suon di armi della Nato.

L'ultima annotazione di Putin pare trovarlo in una posizione condivisa da Mauro, cioè la diversità tra le popolazioni, nonostante la quale siamo comunque tutti uguali di fronte al Dio invocato da Obama, quello che avrebbe dovuto proteggergli la mano assassina.

«La mia relazione di lavoro e personale con il presidente Obama è contrassegnata da crescente fiducia. Questo lo apprezzo. Ho studiato attentamente il suo discorso alla nazione martedì. E sono piuttosto in disaccordo con una tesi che ha portato avanti in merito all’eccezionalità americana, quando afferma che il modo di fare degli Stati Uniti è “ciò che rende l’America diversa. È ciò che ci rende eccezionali”. È altamente pericoloso incoraggiare le persone a sentirsi eccezionali, a prescindere dalla motivazione. Ci sono paesi grandi e paesi piccoli, ricchi e poveri, quelli con lunghe tradizioni democratiche e quelli ancora sulla propria strada verso la democrazia. Anche le loro politiche sono diverse. Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo la benedizione del Signore, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali.»

Mauro non si è mai sognato di menzionare, nemmeno lontanamente, questo documento importante per la sua unicità e per la franchezza e la trasparenza espositiva. Al contrario, nel suo accorato appello prova ad imbastire un dualismo tra Occidente e le entità "altre", la Russia e il Califfato dei decapitatori, da lui messe sullo stesso piano.
«Hanno il terrore di tutto questo, nonostante la nostra testimonianza infedele della democrazia e il cattivo uso delle nostre libertà. Lo ha Putin, con la sua sovranità oligarchica. E lo ha radicalmente l'Is» rispetto alla nostra gerarchia di valori virtuali che dovrebbe definirci. Per Ezio Mauro, i cattivoni del Cremlino e il Califfo 2.0 minacciano i nostri valori, quelli che definiscono la «comunità di destino - non solo l'alleanza - con gli Stati Uniti».

Ma vediamo nello specifico quali sono i valori attualmente minacciati dai nostri nemici di civiltà.

«Oggi noi dobbiamo vedere (se non fosse bastato l'11 settembre) che non è l'America soltanto il bersaglio, ma è questo nostro insieme di valori e questo nostro sistema di vita, fatto di libertà, di istituzioni, di controlli, di regole, di parlamenti, di diritti.»

È curioso che Mauro utilizzi queste belle parole, ricche di storia e di significato, ma, purtroppo, svuotate di qualsiasi contenuto originale una volta osservate dalla sua postazione. Ossia la direzione di un quotidiano in mano a un oligarca, Carlo de Benedetti, che sa come piegare a suo favore le regole e le leggi.
Sono state le "regole" decise dai "parlamenti" sotto il "controllo" delle "istituzioni" a regalarci questi "diritti", sembra volerci suggerire Mauro.
Sono altresì quelle "regole" che hanno «rotto il tavolo di compensazione dei conflitti, il legame sociale tra il ricco e il povero, la responsabilità comune di società».
Ezio Mauro sembra anche fare un mea culpa quando ammette che «tra i precari fino a quarant'anni e licenziati di 50, produciamo esclusi per i quali la democrazia materiale non produce effetti: e perché per loro dovrebbe produrne la democrazia politica, la partecipazione, il voto?»
Difficile, però, incolpare Putin di uno dei punti più bassi della civiltà occidentale.


08 settembre 2014

Mourir pour Kolomoisky, le Self-Frankenstein?

Jeudi 4 septembre 2014 - Kolomoisky, plurimilliardaire avec la citoyenneté d'Ukraine, Chypre et Israël, mérite d'être aussi sous les projecteurs de chez nous. Tignasse de Beppe Grillo et coeur de Totò Riina.

par Pino Cabras.

Ceux qui le connaissent ne sont pas nombreux chez nous mais Ihor Kolomoisky mériterait les spots des médias italiotes aussi. Ce plurimilliardaire avec la triple citoyenneté ukrainienne, chypriote et israélienne - co-propriétaire de la banque Privat et de plusieurs sociétés qui veulent mouiller le biscuit sur les grosses réserves de gaz naturel tout juste dans les zones ukrainiennes en guerre - aurait beaucoup de qualités pour s'installer sur notre scène, parce qu'il inclut dans sa personne un collage de personnes diversissimes mais quelque part à nous familières : il a une tignasse identique à Beppe Grillo, mais le même coeur que Totò Riina, l'estomac aspire-tout de De Benedetti, les tentacules médiatiques de Berlusconi, le poches de Mario Draghi, les visqueuses toiles d'araignée de Licio Gelli. Et il a aussi les mêmes amis que Netanyahu.

Qui l'a assemblé ? Personne, il se vante d'être un self-made man. Un Self-Frankenstein, en somme. De plus, un grimpeur avec une idée sienne précise de la méritocratie : une enquête de Forbes a décrit en effet que

"Kolomoisky a employé des forces "presque-militaires" de la banque Privat pour faire valoir l'acquisition hostile d'entreprises, enrôlant un groupe de "hooligans, armés de battes de baseball, de barres de fer, gaz et pistolets avec des projectiles de cahoutchou et de tronçonneuses" pour arracher de force une usine sidérurgique à Kremenchuk en 2006 et il a utilisé "un mix d'ordres factices du tribunal (souvent par la main de juges et/ou greffiers corrompus) et de méthodes musclées" pour remplacer des administrateurs dans les conseils d'administration des sociétés desquelles ils achetait des participations".

C'est vrai, un entrepreneur si performant ne s'arrête pas là. Le gouvernement putschiste qui en février 2014 a conquis Kiev l'avait élu gouverneur de Dnipropetrovsk, la région cruciale pour ses affaires. Malgré qu'il ait le passeport israélien et qu'il soit le fondateur de la European Jewish Union (Union Juive Européenne), il a d'étroitissimes relations avec les partis et les formations paramilitaires néo-nazies qui ont fait le sale boulot soit contre l'opposition dans tout le pays, soit dans les zones dans lesquelles il y a les combats de la guerre civile.

Forbes lui attribue un patrimoine de 1,7 milliards de dollars, tandis que Korrespondent dit que ce sont le double de plus. En relisant les données biographiques que j'exposais plus haut, je renverrai à une prochaine date une éventuelle visite d'inspection près de ses entreprises pour vérifier laquelle des revues ait raison.

Ce qui compte est ceci : Kolomoisky est un des deux-trois boss qui dictent la loi à Kiev. Le fils du vice-résident des Etats Unis aussi, Biden, en bon oligarque, sait reconnaître un de ses semblables, et il fait des affaires avec. Si seulement il n'y avait ces millions d'ukrainiens qui s'obstinent à parler le russe et à avoir une maison où il y a le gaz ! Un million de réfugiés n'ont pas suffi, il y a encore plusieurs millions de russophones, tous encore là, et maintenant ces têtus du Donbass se sont même organisés à tel point qu'ils ont renvoyé dans des centaines de sacs en plastique les nervis qui voulaient les déloger, en plus des pauvres soldats envoyés au casse-pipe par les chocolatiers de Kiev.

Et pourtant Kolomoisky ne s'arrête pas devant une défaite. Pendant que Porochenko parle de cessez-le-feu, lui se rappelle d'être un ami de Netanyahu. Et qu'est-ce qu'il propose ? Une belle idée ! Un grand mur qui casse en deux le continent, semblable à celui construit par les israéliens contre les territoires palestiniens, seulement trois fois plus long : une muraille de 1900 km, entourée de mines anti-personnel, avec l'objectif d'arrêter la Russie. L'idée a été formulée par Kolomoisky en juin, mais le premier ministre Iatzeniuk la dépoussière en septembre. Inutile de dire qu'il s'agit d'une idée politiquement hystérique, masochiste et surtout militairement idiote : l'Armée Russe aurait quelques moyens de plus que les bantoustans palestiniens pour réduire le mur en boulettes avec son infanterie et le chevaucher par toute sorte de solution aérienne.

Tous les derniers voyages en Europe du président USA Barack Obama ont consisté en un vulgaire tour promotionnel en faveur des armements de son complexe militaro-industriel. Le sommet OTAN d'aujourd'hui aussi est orienté par une seule chose : crier au danger russe, récompacter les moutons que nous nous obstinons à appeler leaders européens, et augmenter les dépenses militaires. Il n'y a plus le mur de Berlin ? Le Rideau de Fer n'existe plus depuis vingt-cinq ans ? Patience ! Il y a toujours un Kolomoisky qui fera monter quelque muraillon. De toute façon, ce ne sont pas nos journaleux qui essaieront de raconter dans quelles mains nous sommes en train de mettre le futur de nos enfants.


Source de la traduction: http://blogs.mediapart.fr/blog/segesta3756/080914/pino-cabras-mourir-pour-kolomoisky-le-self-frankenstein.
Version italienne:  Morire per Kolomoyskyi, il Self-Frankenstein? 
Lien de Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=108955&typeb=0&Morire-per-Kolomoyskyi-il-Self-Frankenstein- 

07 settembre 2014

11 settembre, otto misteriose scatole nere

di Giulietto Chiesa.


E’ il 13-esimo anniversario dell’11 settembre 2001. E io continuo a seguire il lavoro dal team Consensus911 (ai cui materiali rimando, in questo caso al punto Flt-4v, Unexplained Black Box anomalies…)
Premetto che, sebbene io abbia seguito questo lavoro collettivo, durante tutti questi anni, ogni volta che ne approfondisco  gli aspetti,  rimango stupito della impressionante evidenza: l’intera storia raccontata al mondo dai ministeri della propaganda (cioè dal mainstream occidentale) è una gigantesca presa in giro della più elementare intelligenza. Eppure il mondo intero è stato convinto che gli asini volano. E, dopo 13 anni, ancora lo rimane.
Per esempio la questione delle famose “scatole nere” dei famosi quattro aerei che furono – si dice – dirottati da 19 terroristi quella mattina dell’11 settembre 2001. Qui, come si vedrà, non sta in piedi proprio nemmeno una riga della versione ufficiale. Intanto le “scatole nere” sono arancioni. E’ importante ricordarlo. Le indicheremo con BB (Black Boxes) per abbreviare. Tutti gli aerei commerciali del mondo ne hanno 2 (due). Sono progettate per essere virtualmente indistruttibili. E, infatti, lo sono. Contengono una serie di apparecchiature fatte in modo da sopportare sollecitazioni fortissime di tipo fisico, chimico, elettrico, magnetico, termico. Due essenziali tra queste sono il FDR (Flight Data Recorder), ovvero il registratore dei dati del volo, che immagazzina, in ogni istante, la velocità dell’aereo, l’altezza a cui si trova, la direzione del volo, la posizione ecc. E il CVR (Cockpit Voice Recorder), che raccoglie tutti i rumori e le voci  nella cabina di pilotaggio.
Sono rarissimi i casi in cui queste BB non si trovano o, una volta trovate, non contengano dati utilizzabili per capire le cause dell’indicente. Sono state pensate per questo. Funzionano. Le prime a usarle sono le compagnie di assicurazione, ma subito dopo i governi, i servizi segreti ecc.  Dunque quattro aerei, uguale otto BB. Cosa ci  dice la versione ufficiale? Quattro su otto “non sono mai state trovate” . Il 50% in questo caso. Un fallimento da record mondiale di tutti i tempi. Sono le  quattro BB dei due voli che – si dice – colpirono le  Twin Towers: l’American Airlines 11 (AA11) e l’United Airlines 175 (UA175).
Ne restano quattro. Le BB del volo American Airlines 77 (AA77), quello del Pentagono, sembra siano state trovate. Ma la CVR risultò gravemente danneggiata e non recuperabile. Risultato zero. Per quanto concerne il FDR dell’ AA77, esso risulta presente, ma le versioni circa il suo ritrovamento discordano l’una dall’altra.  E, come vedremo tra poco, non è la cosa più grave.  Infine ci sono la CVR e la FDR del volo United Airlines 93 (UA93), quello che, pare, precipitò in un campo in Pennsylvania.  La “trascrizione” del CVR  fu resa pubblica dall’FBI, ma solo nel 2006, durante il processo contro Zacharias Moussaoui.  Ci torniamo tra poco non senza avere sottolineato che si tratta di una  “trascrizione”, e vecchia di cinque anni.  Infine c’è il FDR dell’UA93. Di questo c’è il resoconto del NTSB (National Transportation Safety Board) del 15 febbraio 2002, n. DCA01MA065. Sappiamo che il Memory Board fu portato nelle Honeywell Facilities a Redmond e là esaminato. Tutto a posto?  Niente affatto.
Riassumendo: anche sulle altre quattro BB ci sono numerose questioni da chiarire. E che rimangono aperte ancora tredici anni dopo. Con incongruenze mastodontiche. A proposito delle quattro BB dei voli sulle Twin Towers. Il  “9/11 Commission Report” si limita ad affermare che non sono state trovate. Ma ci sono due testimoni che dicono di averne trovate tre su quattro, nell’ottobre 2001. Si tratta di un vigile del fuoco, Nicholas DeMasi, e di un volontario, Mike Bellone. Erano tra le macerie e furono consegnate a qualcuno. Che è sparito. La Commissione d’Inchiesta non lo ha mai cercato. Svanite tutte le informazioni. Eppure la stessa Commissione d’Inchiesta, senza crollare per le risate, e nel silenzio dei media mondiali, registra il ritrovamento del passaporto (di carta) niente meno che di uno dei presunti dirottatori del volo AA11, Salam al-Sugami..  Ufficialmente informazioni zero, ma non c’è inquirente al mondo che si accontenterebbe di questo risultato. Ma c’è di peggio. Risulta agli atti che il 18 settembre 2001 il direttore della FEMA, Edward E. Jacoby Jr, inviò un memorandum al Governatore dello Stato di New York , George Pataki, in  cui comunicava che “gl’investigatori hanno identificato i segnali da una delle scatole nere tra le macerie del WTC”.  E ancora: il generale Paul Kern, comandante del US Materiel Command,  riferì nel 2002 che “i rilevatori delle frequenze radio del CECOM (Communications Electronics Command) furono usati per trovare i BB degli aerei che hanno colpito le due torri”. Chi ha mentito?
Per  le due BB del volo AA77, il pasticcio si complica. Due vigili del fuoco (Burkhammer e Morawitz) dicono di averle trovate “vicine al luogo dell’impatto”. Il portavoce della contea, Dick Bridges, dice che erano “proprio dove l’aereo colpì l’edificio” del Pentagono. Ma altre fonti dicono che l’FDR fu trovato a circa 300 piedi (91,44 metri) all’interno. Discrepanza non esigua. Inoltre Burkhammer e Morawitz dicono entrambi che le BB erano di “colore scuro”, mentre a loro avevano detto che dovevano essere arancione. Ma quando le mostrano ai funzionari dell’FBI e dell’ NTSB, quelli confermano: meglio nere che niente.
Solo che la storia del FDR del volo AA77 presenta anche un altro buco, da cui esce molta acqua. Nel 2008 un testardo signore americano, Aidan Monaghan, fa ricorso al FOIA (Freedom of Information Act) e costringe il NTSB a rilasciare il filecompilato in base ai dati del FDR. Risulta che esso fu compilato alle ore 11:45 pm (cioè alle 23:45) del giovedì 13 settembre 2001. Singolare circostanza, visto che il FDR in questione, nero o arancione che fosse, risulta essere stato ritrovato il giorno dopo, venerdì.
Finalmente andiamo a vedere cosa è successo con il FDR del volo UA93. Ricordo a chi lo avesse dimenticato che sul volo UA93 fu fatto un film di cassetta che raccontava l’eroica storia dei passeggeri che si ribellarono ai dirottatori. Dunque prego tenere a mente il quadro complessivo. Facciamoci aiutare da Pilots for 9/11 Truth.
Essi fecero ricorso anch’essi al FOIA e ottennero  dal NTSB, nel 2007, l’informazione concernente quel FDR. Ma quei dati, che vennero forniti come parte del contenuto di quella scatola nera, contrastano “fatalmente” con altri dati. ‘Percorso del volo e altezza’ indicati non sono quelli registrati. La provenienza del volo da nord non corrisponde alle testimonianze pubblicate dal New York Times. L’aereo proveniva da sud-est, come provato, tra l’altro, dal ritrovamento di rottami a New Baltimore, circa 8 miglia dal cratere dove l’aereo si sarebbe schiantato. Ma, soprattutto l’angolo di caduta del veicolo, secondo la registrazione esibita dal documento NTSB non corrisponde all’impatto verticale che la versione governativa sostiene e che lo stesso cratere sembra indicare. Precisamente il FDR indica un angolo di caduta di 35 gradi, mentre la versione ufficiale dice che l’aereo è precipitato verticalmente. Infine le analisi della protezione civile sul luogo dell’impatto non hanno trovato tracce di inquinamento da residui di carburante. Cosa senza senso visto che i serbatoi dell’aereo dovevano essere pieni di carburante.
Insomma, qui i casi sono due: o quella registrazione è falsa, oppure è falsa la versione del governo americano. E, ovviamente, è falsa tutta la storia del film, che servì per emozionare il grande pubblico. Non sarà inutile ricordare che tutte queste obiezioni furono fatte presenti sia al NTSB che al governo. Risposte pervenute: zero. Allora come 13 anni dopo.
Esiste infine la registrazione del centro di controllo di Cleveland, che accompagnò gli ultimi minuti di quel volo. La si può ascoltare qui.
Drammatica, ma anch’essa misteriosa e inspiegabile. Chi avrà il tempo di ascoltarla sentirà che da terra cercano di collegarsi, per alcuni minuti, ripetendo la domanda, senza ricevere risposta. L’equipaggio è muto. Poi, improvvisamente una strana voce, soverchiata da un forte rumore di fondo. “United 93, questo è il capitano, per favore state seduti, rimanete seduti, abbiamo una bomba a bordo”. Una bomba a bordo? State seduti? Dove si trova il capitano? Cos’è il rumore di fondo?
Da terra insistono per chiedere chiarimenti; parlano con gli altri aerei in volo nella zona. Arrivano conferme. Poi, all’improvviso, ancora la voce: “United 93, questo è il capitano. E’ bene che tutti stiate seduti. Abbiamo una bomba a bordo e stiamo tornando all’aeroporto. Hanno accettato le nostre richieste per cui, prego, rimanete seduti”.
Poi più nulla. Ma è questo il comportamento di un esperto pilota di linea? Siamo sicuri che quei due messaggi provenivano dal volo UA93?
Insomma non c’è uno solo degli elementi del puzzle che s’incastri con gli altri. E parliamo di quelli che, apparentemente, sono stati trovati. Oltre la metà, come s’è visto, sono semplicemente stati cancellati. E tutto questo non è opera dei presunti dirottatori, della cui presenza a bordo, per altro, non è mai stata fornita alcuna prova. E allora, chi ha lavorato per cancellare le tracce? Chi le ha falsificate? Chi ha mentito? Credere ancora che la storia che ci raccontarono sia vera è impossibile.




04 settembre 2014

Morire per Kolomoyskyi, il Self-Frankenstein?


di Pino Cabras.
da Megachip.
Da noi lo conoscono in pochi, ma Ihor Kolomoyskyi meriterebbe i riflettori anche dei media italioti. Questo plurimiliardario con tripla cittadinanza ucraina, cipriota e israeliana - co-proprietario della banca Privat e di varie società che vogliono inzuppare il biscotto sulle grosse riserve di gas naturale proprio nelle zone ucraine in guerra - avrebbe molte qualità per stare sulla nostra scena, perché include nella sua persona un collage di persone diversissime ma in qualche modo a noi familiari: ha una chioma identica a Beppe Grillo, ma lo stesso cuore di Totò Riina, lo stomaco aspiratutto di De Benedetti, i tentacoli mediatici di Berlusconi, le tasche di Mario Draghi, le viscose ragnatele di Licio Gelli. E ha anche gli stessi amici di Netanyahu.
Chi lo ha assemblato? Nessuno, si vanta di essere un self-made man. Un Self-Frankenstein, insomma. Di più, un arrampicatore con una sua precisa idea di meritocrazia: un’inchiesta di Forbes ha descritto infatti che  

«Kolomoyskyi ha usato delle forze "quasi-militari" della banca Privat per far valere l'acquisizione ostile di aziende, arruolando un gruppo di "teppisti, armati di mazze da baseball, spranghe di ferro, gas e pistole con proiettili di gomma e motoseghe" per prendersi con la forza un impianto siderurgico a Kremenchuk nel 2006 e ha usato "un mix di ordini del tribunale fasulli (spesso per mano di giudici e/o cancellieri corrotti) e di maniere forti" per sostituire amministratori nei consigli di amministrazione delle società delle quali acquistava le partecipazioni».

Un imprenditore così performante non si ferma mica qui. Il governo golpista che a febbraio 2014 ha conquistato Kiev lo ha nominato governatore di Dnipropetrovsk, la regione cruciale per i suoi affari. Nonostante abbia il passaporto israeliano e sia il fondatore della European Jewish Union (Unione ebraica europea), ha strettissime relazioni con i partiti e le formazioni paramilitari neonaziste che hanno fatto il lavoro sporco sia contro l’opposizione in tutto il paese, sia nelle zone in cui si combatte la guerra civile.
Forbes gli attribuisce un patrimonio di 1,7 miliardi di dollari, mentre Korrespondent dice che sono più del doppio. Rileggendo i dati biografici che esponevo poco fa, differirò a data da destinarsi un’eventuale mia visita ispettiva presso le sue aziende per appurare quale delle due riviste abbia ragione.
Quel che conta è questo: Kolomoyskyi è uno dei due-tre boss che dettano legge a Kiev. Anche il figlio del vicepresidente degli Stati Uniti, Biden, da buon oligarca, sa riconoscere un suo simile, e ci fa affari. Se solo non ci fossero questi milioni di ucraini che si ostinano a parlare russo e ad avere casa dove c’è il gas! Un milione di sfollati non sono bastati, ci sono ancora tanti milioni di russofoni, tutti ancora lì, e adesso questi testardi del Donbass si sono persino organizzati a tal punto da far rientrare dentro centinaia di sacchi di plastica gli scagnozzi che volevano sloggiarli, oltre a i poveri soldati mandati allo sbaraglio dai cioccolatai di Kiev.
Eppure Kolomoyskyi non si arresta di fronte a una disfatta. Mentre Poroshenko parla di cessate-il-fuoco, lui si ricorda di essere amico di Netanyahu. E che ti propone? Ideona! Un grande muro che spezzi in due il continente, simile a quello costruito dagli israeliani contro i territori palestinesi, solo tre volte più lungo: una muraglia di 1900 km, circondata di mine antiuomo, con l’obiettivo di fermare la Russia. L’idea è stata formulata da Kolomoyskyi a giugno, ma il primo ministro Yatsenyuk la rispolvera a settembre. 
Inutile dire che si tratta di un’idea politicamente isterica, autolesionista in termini di geografia economica, ma soprattutto militarmente idiota: l’Armata Russa avrebbe qualche mezzo in più dei bantustan palestinesi per fare polpette del muro con la sua fanteria e scavalcarlo con ogni sorta di soluzione aeronautica.
Tutti gli ultimi viaggi in Europa del presidente USA Barack Obama sono consistiti in un volgare tour promozionale in favore degli armamenti del suo complesso militare-industriale. Anche il vertice NATO di oggi è orientato a una sola cosa: gridare al pericolo russo, ricompattare gli ovini che ci ostiniamo a chiamare leader europei, e aumentare le spese militari. Non c’è più il muro di Berlino? Non c’è da venticinque anni la Cortina di ferro? Pazienza! C’è sempre un Kolomoyskyi che tirerà su qualche muraglione. Tanto, i nostri giornaloni non proveranno a raccontare in che mani stiamo mettendo il futuro dei nostri figli.