15 aprile 2014

Il Partito Ipnocratico di Massa


di Francesco Carraro.

Avviso ai naviganti. Questo è un messaggio per chi è iscritto, a sua insaputa, al Partito Ipnocratico di Massa. Per appurare se hai la tessera, controlla se sei sotto ipnosi senza saperlo. Osserva i sintomi.
Hai intenzione di votare Pd alle prossime elezioni Europee (o uno qualsiasi dei partiti del nuovo arco costituzionale del sonno, Forza Italia e Nuovo Centro Destra compresi)?
Hai preso parte alle primarie democratiche?
Sei iscritto a un club Forza Silvio?
Sei convinto che Renzi sia l’ultima (buona) occasione per l’Italia di uscire dal pantano?
Se hai risposto di sì ad almeno una delle precedenti domande la diagnosi è confermata. Ciò che stai per leggere potrebbe svegliarti per cui prosegui solo se ti consideri pronto. Anzi, leggi lo stesso. Alla fine del pezzo ti riaddormenterò di nuovo e non ricorderai più nulla. Qualcuno ha detto che è meglio illudersi da ignoranti che disperarsi da consapevoli, quindi, forse, dormire è la ricetta giusta.
Ecco un buon vademecum da portarsi in cabina elettorale.
L’Unione Europea è una costruzione intrinsecamente anti democratica. Nessuno dei suoi organi muniti di prerogative sovrane è elettivo. Non la Commissione europea che ha il potere di iniziativa legislativa cioè di proporre le leggi che tu subirai. Non il Consiglio Europeo che definisce orientamenti e priorità generali della Ue. Non il Consiglio dell’Unione Europea che approva le leggi che la Commissione fa e a cui tu obbedisci.
C’è il Parlamento, obietterai, da europeista dormiente quale sei. Certo, ma non ha funzioni legislative e non ha alcun reale potere a parte fungere da foglia di fico, ogni cinque anni, per far credere ai cittadini di contare ancora qualcosa con la farsa delle elezioni.
Ma il lato veramente liberticida di tutta la faccenda è la composizione della Commissione. E’ l’organo più potente, fa le leggi, gestisce il bilancio, vigila sull’applicazione del diritto comunitario, bacchetta gli stati membri se non fanno i compiti per casa, può infliggergli sanzioni e le sue decisioni sono vincolanti (en passant, rappresenta pure l’Europa nel mondo). Tu, europeista addormentato nel bosco, oltre a non sapere che la Commissione non è elettiva (i tuoi leader si sono sempre dimenticati di dirtelo) non sai neppure da quanti membri sia composta questa nomenklatura. Ventotto. Incredibile vero? Meno di trenta persone non elette che fanno e disfano le sorti di trecento milioni di persone.
Non è finita. La Commissione si riunisce una volta alla settimana, le sue riunioni non sono pubbliche e le sue decisioni hanno carattere riservato.
I piccoli chimici che si son dilettati a generare in provetta la Ue ne han fatte anche di peggio.
Tipo concepire un sistema che privava gli stati sovrani di una loro banca con cui fare politiche sociali tramite la spesa pubblica e attribuirne le funzioni a una banca centrale che non può rifornire di denaro gli stati. Geniale, non trovi? E gli stati son diventati succubi dei mercati. Et voilà monsieur lo spread!
Così facendo han violato una caterva di articoli di quella costituzione per la quale i tuoi nonni son morti in montagna. Dal primo (per cui la sovranità appartiene al popolo) al trentottesimo (tutela dei lavoratori) al quarantunesimo (per cui l’attività economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale). Benvenuto nel futuro, dove vigono regole diametralmente opposte: competitività, flessibilità, mercati, in primis, poi, se resta tempo e spazio, politica e democrazia.

Ora, lo so bene, caro elettore del P.I.M., che sembra una roba da regime, ma così da regime che se te l’avessero detto prima e ad alta voce li avresti appesi a testa in giù da qualche parte.
E infatti lo è, solo che le tue guide te l’han fatta sotto il naso mentre eri distratto a guardare la telenovela ‘Berlusconi contro Occhetto’ e i sequel ‘Berlusconi contro Rutelli’, ‘Berlusconi contro Veltroni’, ‘Berlusconi contro Bersani’.
Poi, quando l’opera al nero è stata completata han rottamato tutti i primattori e le comparse del tragicomico ventennio che abbiamo alle spalle: destra e sinistra, il partito della libertà e la classe dirigente del partito democratico, le province e il senato.
Ora che abbiamo trovato il cadavere (la repubblica democratica e sovrana) non resta che chiedersi se qualcuno è stato corrivo con l’assassino. Purtroppo, caro elettore del P.I.M., la risposta è affermativa.
Avevi un pantheon di eroi che si chiamavano De Gasperi e Togliatti, Dossetti e Nenni, Moro e Berlinguer? Bene, gli epigoni dei tuoi miti di bambino, quell’accozzaglia di acronimi che la storia ha già digerito ed evacuato (pds, ds, fi, ppi, ccd, udc, pdl, pd, ncd) sono stati il cavallo di troia che ti ha portato in casa la Merkel, Barroso e Van Rompuy.
Quindi significa che c’è un disegno? Certo che sì. La sinistra post comunista e la destra post democristiana, sostenitrici accorate (e unificate) dell’ingresso dell’Italia nell’Ue, sono state il grimaldello per consegnare il nostro paese a un futuro tecnocratico, ademocratico, oligarchico (cioè il presente in cui viviamo).
Vuoi la pistola fumante? Vai a rileggere il rapporto redatto nel 1975 da Michel Crouzier, Samuel Huntington e Joi Watanuki per conto della Commissione Trilaterale dove, tra l’altro, si scriveva:

«Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene. (…) Curare la democrazia con ancor più democrazia è come aggiungere benzina al fuoco».

Adesso andiamo a citare alcuni dei padri nobili de sinistra e de destra che preconizzarono il sol dell’avvenire da cui ora ti ritrovi ustionato. Jean Claude Juncker (ex presidente dell’Eurogruppo), il 21 dicembre 1999, a Der Spiegel, sul modus operandi della Commissione Europea:

«Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa é stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno».

Romano Prodi, il 4 dicembre 2001, al Financial Times:
«Sono sicuro che l’euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile, ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti».
Jacques Attali (uno dei padri fondatori dell’Unione Europea e dei trattati europei), il 24 gennaio 2011, all’università partecipativa:
«Abbiamo minuziosamente “dimenticato” di includere l’articolo per uscire da Maastricht. In primo luogo, tutti coloro, e io ho il privilegio di averne fatto parte, che hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del trattato di Maastricht, hanno… o meglio ci siamo incoraggiati a fare in modo che uscirne sia impossibile. Abbiamo attentamente “dimenticato” di scrivere l’articolo che permetta di uscirne. Non è stato molto democratico, naturalmente, ma è stata un’ottima garanzia per rendere le cose più difficili, per costringerci ad andare avanti».
Helmuth Kohl, il 9 aprile 2013, al Telegraph sull’ingresso nell’euro da parte della Germania:
«Sapevo che non avrei mai potuto vincere un referendum in Germania. Avremmo perso il referendum sull’introduzione dell’euro. Questo è abbastanza chiaro. Avrei perso sette a tre. Nel caso dell’euro, sono stato come un dittatore».

Ecco, caro elettore del Partito Ipnocratico di Massa, chi sono i paladini cui darai, tra poco, il tuo voto.

Ora che lo sai, rilassati, inspira, espira, inspira, espira, inspira, espira.
Tutto ciò che hai letto è solo un brutto sogno.
Conta da ventuno a zero, piano piano. Ninna nanna ninna oh, questo Mostro a chi lo do? Leggi i manifesti del Pd, ascolta un sermone di Renzi, sparati un monito di Napolitano. Fatto. Ora puoi tornare a dormire.


Francesco Carraro www.avvocatocarraro.it


09 aprile 2014

Siria: Linea Rossa e Linea dei Ratti


di Pino Cabras. 


Sulle pagine de la Repubblica del 9 aprile 2014 si può leggere la traduzione di una clamorosa inchiesta del grande giornalista investigativo Seymour Hersh, appena pubblicata dalla London Review of Books. I lettori della grande corazzata di De Benedetti potranno leggere soltanto oggi quel che i lettori del nostro piccolo motoscafo pirata hanno potuto leggere già nel 2013 in decine di articoli: l'attacco chimico dello scorso agosto nell’area siriana della Ghouta, alle porte di Damasco, fu un complotto ordito per dare il pretesto a un intervento in Siria degli USA e di altri paesi NATO. Il governo siriano non aveva affatto causato quella strage.
Il premio Pulitzer rivela quello che già sapevamo: si orchestrava un casus belli per bombardare pesantemente la Siria. Al centro di tutto c’era (e c’è tuttora, ritengo) un orribile traffico di armi, di azioni stragiste, di corridoi terroristici («la Linea dei ratti»), un area ambigua di mestatori che non conoscono fin dove arrivano le leve che li manovrano, un ambiente in cui matura l’inganno che vuole attribuire la strage chimica ad Assad, per dire che lui ha attraversato «la Linea rossa» e va punito. La leva più vicina che guida i fili dei burattini è la Turchia di Erdoğan, il cui governo nel giro di pochi anni è passato dallo slogan “zero problemi con i vicini” all’essere il buco nero della destabilizzazione dell’area. Il suo strumento di governo sono i complotti “sotto falsa bandiera”, così come lo inchiodano alcune recenti intercettazioni.
Vi proponiamo i link a molti degli articoli che hanno offerto già tempo fa ai nostri lettori il privilegio di capire cosa stava accadendo davvero in Siria. Per questi articoli ci criticavano, ci davano dei “complottisti”, ci irridevano nei commenti per inserirci a forza nella cornice di quelli che abbaiano al «gombloddo1!1!» (e i detrattori si sentivano tanto come quelli a cui non la si dà mica a bere). Fanno lo stesso anche oggi che raccontiamo la crisi ucraina con punti di vista che stridono con la narrazione dominante.
Avevamo ragione noi.
Seymour Hersh qualche mese fa aveva espresso alcune idee estreme su come risistemare il giornalismo: chiudere le redazioni dei principali canali televisivi mainstream, cacciare il 90% dei redattori editoriali e tornare al lavoro fondamentale dei giornalisti che, diceva, è quello di essere un outsider.
Aveva ragione lui.

          Armi chimiche in Siria: un nuovo caso Tonchino?














Mica furbo, 'sto Putin. La Putinomics è fessa



Pubblichiamo una riflessione irriverente e demolitoria sulle scelte economiche del presidente russo Vladimir Putin formulata da Mike Norman, investitore ed economista di scuola MMT (Modern Money Theory). Ai suoi occhi, di più folle rispetto alla politica monetaria ed energetica russa c'è solo la politica energetica degli Stati Uniti, che sull'onda delle nuove tecnologie estrattive (e ambientalmente distruttive) ridiventano esportatori di gas.  Ci riserviamo una nota di commento in coda all'articolo. Intanto, buona lettura.
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di Mike Norman*.


Putin è così furbo come tutti pensano? Quel che sta facendo dimostra di NO!

Gli esperti e i media stanno concedendo ogni sorta di accreditamento a Putin per il fatto che ha fregato l’Occidente e si sta facendo beffe degli “avvertimenti” mentre avanza verso l’Ucraina senza il minimo segnale di esitazione.

Ma non stanno dando troppo credito a Putin? Questo tipo è davvero così astuto?

Primo, sappiamo che ha comprato oro come un pazzo due anni fa quando l’oro era vicino ai massimi di prezzo. La Russia è già uno dei più grandi produttori d’oro al mondo (se non il PIÙ grande), e pertanto perché mai sta facendo incetta d’oro? Da ciò che si sente raccontare, Putin credeva che il programma di acquisto asset finanziari della FED avrebbe indebolito il dollaro, così questo è il motivo dei suoi acquisti d’oro. In altre parole, stava operando sul mercato sulla base della stessa analisi errata di molti altri idioti.

Fesso.

Il prossimo punto è questo: se vuoi dimostrare quanto sei forte e vuoi dare mostra della tua indipendenza dall’Occidente perché agganci la tua valuta al dollaro? Il rublo è (blandamente) agganciato al dollaro (e anche all’euro). Oggi la banca centrale Russa ha aumentato i tassi di interesse per difendere questo ancoraggio. Fesso!

Tu sei Putin, tu ritieni che la Russia sia una grande potenza e che non possa essere comandata a bacchetta e che possa fare ciò che vuole. E di conseguenza tu “àncori” la tua valuta al dollaro? Seriamente???? Voglio dire… andiamo, Vlad.

Infine, il giovanotto crede di dover vendere il suo petrolio e gas per ottenere “entrate” dall’Occidente. La Russia ha un enorme, enorme, ENORME, vantaggio energetico sugli altri paesi. L’energia a buon prezzo è un valore inestimabile di questi tempi. Perché la esporti? È come la mossa idiota degli USA che esportano il proprio gas naturale, che sta solo conducendo a un aumento dei prezzi interni e a un’erosione di quel vantaggio iniziale. Fesso, fesso, fesso.

Se questo tizio volesse per davvero il potere, se capisse un pochino di economia, o avesse qualcuno nel suo team che capisse un poco di economia, lascerebbe fluttuare liberamente il rublo, bloccherebbe l’ancoraggio del rublo al dollaro, all’euro o a qualsiasi cosa e direbbe “vaffanculo” all’Occidente quando si presenta a richiedere esportazioni di petrolio. L’Occidente sarebbe in ginocchio in un battibaleno.

Per fortuna non lo capisce, il che significa che lascia sé stesso in balìa dei “guardiani” dei mercati finanziari e dei propri pensieri negativi.
La mia previsione: le truppe della Russia saranno fuori dall’Ucraina più rapidamente di quanto tempo impiegarono ad abbandonare la Georgia.



*Mike Norman,  è un investitore ed economista MMT

Traduzione a cura di ReteMMT.it.


NOTA di Pino Cabras per Megachip.

I ragionamenti di Mike Norman, sebbene sia un economista preziosamente eccentrico rispetto alle correnti dominanti dei sacerdoti dell'austerity criminale, sono comunque ragionamenti da economista:  in lui prevale lo stupore e quasi lo scandalo (nel suo caso sprezzante e divertito), quando assiste all'intimo e contraddittorio intreccio tra economia e politica.
In certi casi però siamo di fronte a una strategia di potere, non a un modello economico sbagliato. Ai piani alti del potere si prendono decisioni politiche, con strategie che possono raggiungere il risultato voluto a scapito dell'efficienza economicamente più razionale: quando si dice 'costi quel che costi'. Altrimenti non ci sarebbero le guerre, con i loro sacrifici umani e materiali di massa.
A chi cerca una soluzione al disastro non basta contrapporre contromisure tecniche (pur necessarie), di fatto considerando quelle decisioni politiche degli errori di economia politica. Esportare energia a prezzi in cui prevale l'effetto politico sarà economicamente idiota, ma serve a determinati disegni. Gli USA con il fracking e lo shale gas sembrano disposti a infliggere una devastazione ambientale senza precedenti al proprio paese e ai propri vassalli, il tutto per vincere una scommessa che potrà giocarsi solo nei pochissimi anni in cui quelle risorse saranno realmente disponibili, come pedine fondamentali da giocare nella scacchiera della nuova guerra fredda. Obiettivo? Mettere KO la Russia prima che la sua energia di lungo periodo la renda inespugnabile da un'America di nuovo a corto di risorse.
La Russia a sua volta giocherà con altre pedine in una scacchiera che rimane comune.
Lo scenario in cui l’Occidente «sarebbe in ginocchio in un battibaleno», come dice Norman, si chiama Apocalisse. Neanche a Putin conviene. A nessuno conviene. Ciò detto, qualsiasi riforma monetaria, in Russia come ovunque, farà bene a dare un ruolo alla MMT e a qualsiasi fioritura di pensiero economico razionale. La questione si pone ormai come un tema di sopravvivenza per centinaia di milioni di individui, intere nazioni e classi sociali che rischiano di essere travolte dal moltiplicarsi degli shock e degli esperimenti finanziari delle élites.


Mosca: mercenari USA in Ucraina orientale.

di Kurt Nimmo - infowars.com.


Articoli e servizi dei media russi riferiscono oggi che la società di sicurezza americana Greystone ha collaborato con i fascisti di Settore Destro, nel tentativo di impedire che l'Ucraina orientale aderisca alla Federazione russa.
Greystone è un ex affiliata alla Xe (ossia la Blackwater ) con sede in Virginia e negli Emirati Arabi Uniti. Nell'impiegare «personale proveniente dalle migliori realtà militari di tutto il mondo», l'azienda offre «operazioni di stabilizzazione su larga scala che richiedono un gran numero di persone che aiutano a rendere sicura una regione».
«Siamo particolarmente preoccupati dal fatto che l'operazione coinvolge circa 150 mercenari americani di una società privata, la Greystone Ltd., vestiti con l'uniforme dell' unità speciale di polizia [ucraina] Sokol», ha affermato il Ministero degli Esteri russo in un comunicato. «Esortiamo [Kiev] affinché voglia fermare immediatamente tutti i preparativi militari che potrebbero portare a una guerra civile».


Il 10 marzo, Infowars.com ha riferito in merito alla presenza di mercenari provenienti da grandi aziende specializzate presso Donetsk, una città industriale nella parte orientale dell'Ucraina sul fiume Kalmius. Un video pubblicato su YouTube ha mostrato uomini con armi e giubbotti antiproiettile lungo una strada dove si è tenuta una manifestazione filo-russa.


Un diplomatico russo ha riferito a Interfax che 300 dipendenti della Blackwater, ora nota come Academi, erano giunti nella città filo-russa.
I mercenari presenti a Donetsk «sono soldati di ventura esperti in operazioni di combattimento», ha rivelato una fonte diplomatica a Interfax , secondo il Daily Mail. «La maggior parte di loro aveva operato in base a contratti privati in Iraq, Afghanistan e in altri stati. La maggior parte di loro provengono dagli Stati Uniti».
Durante il fine settimana gli attivisti in Ucraina orientale hanno occupato edifici governativi nelle città di Donetsk, Luhansk e Kharkiv. I membri dell'assemblea legislativa regionale nel centro industriale di Donetsk lunedì hanno proclamato la città Repubblica Popolare. I civili si sono radunati presso il municipio regionale di Donetsk e hanno issato una bandiera russa. È stato inoltre occupato dai manifestanti il palazzo dei servizi segreti a Luhansk.
Il governo accusa per le occupazioni «gruppi separatisti coordinati dai servizi speciali russi». «I nemici dell'Ucraina stanno cercando di replicare lo scenario della Crimea, ma non lasceremo che questo accada», ha dichiarato il presidente golpista Oleksandr Turchynov alla televisione ucraina.
In risposta alle occupazioni, forze speciali ucraine hanno rimosso i manifestanti dalla sede dei servizi di sicurezza ucraini a Donetsk. Un'operazione "anti-terrorismo " a Kharkiv ha ripulito un edificio governativo e arrestato circa settanta persone, secondo il ministero dell'Interno in carica dopo il colpo di Stato. Gli attivisti arrestati saranno tradotti verso le città di Poltava e Zaporijya e accusati di "separatismo, violenza e partecipazione a proteste di massa", secondo la portavoce del Ministero dell'Interno Natalia Stativko.
Vitaly Yarema, l'attuale Vice Primo Ministro ad interim per la giunta di Kiev, ha assicurato che le forze di sicurezza non assalterebbero il governo regionale. Victoria Syumar, vice capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ha detto ai media che la giunta sta negoziando con gli attivisti.
Martedì scorso, in risposta al crescente separatismo, il Parlamento Ucraino ha modificato il codice penale. Minacciare l'integrità territoriale e la sicurezza nazionale dell'Ucraina è ora un reato punibile con 3-5 anni di carcere.
Inoltre martedì, due membri del partito neofascista Svoboda hanno preso d'assalto la tribuna in Parlamento e hanno rimosso il comunista Petro Symonenko dopo aver accusato gli ultra-nazionalisti di aver fatto il gioco della Russia, utilizzando tattiche estremiste durante le manifestazioni prima del colpo di stato. Ne è seguita una rissa tra i membri di Svoboda e del Partito Comunista ucraino.





Tratto da:
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.



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04 aprile 2014

La Turchia preparava una "false flag" per aggredire la Siria

di Massimo Mazzucco.


Dopo aver chiuso ai propri cittadini l'accesso a Twitter, la scorsa settimana la Turchia ha fatto la stessa cosa con il canale YouTube. Il motivo di questa seconda chiusura sembra essere stato la presenza su YouTube di una conversazione di alto livello - che doveva ovviamente restare segreta - fra il ministro degli esteri Davutoğlu, il viceministro Feridun Sinirlioğlu, il capo dei servizi segreti Hakan Fidan, e il vicecapo delle forze armate turche, Yaşar Güler. In questa conversazione i vari personaggi discutono di una possibile operazione "false flag" da organizzare contro la stessa Turchia, per creare un incidente internazionale che permetta alla NATO di intervenire in Siria.

Di seguito, alcuni estratti della conversazione:

Ahmet Davutoğlu: Il primo ministro [Erdoğan] ha detto che nella situazione attuale, questo attacco alla Tomba del Sulimano [1] deve essere visto come una opportunità per noi.

Hakan Fidan: Posso mandare quattro uomini in Siria, se questo sarà necessario. Posso costruire un pretesto di guerra ordinando un attacco di missili alla Turchia. Oppure possiamo preparare un attacco alla Tomba del Sulimano, se questo fosse necessario.

Yaşar Güler: Si tratta di un motivo diretto di guerra. Voglio dire, ciò che stiamo per fare costituisce un motivo diretto di guerra.


Il sito indipendente Nsnbc International ha messo online l'audio completo della conversazione, pubblicando anche la traduzione in inglese, schermata per schermata. Eccone altri passaggi: [2]

Ahmet Davutoğlu: che cosa dovrebbe fare il ministero degli esteri? Se decidiamo di fare questa operazione, dobbiamo notificare le Nazioni Unite e il consolato di Istanbul in Siria?

Feridun Sinirlioğlu: Se decidiamo di fare quest'operazione, avrà un effetto scioccante. Al di là di ciò che decideremo di fare, non credo che sia saggio farlo sapere anticipatamente a nessuno.

Ahmet Davutoğlu: Sì però in qualche modo dobbiamo prepararci. Per evitare errori dal punto di vista della legge internazionale. Se i carri armati turchi entrano nel loro territorio vuol dire che noi ci siamo coinvolti in ogni caso, giusto?

Yaşar Güler: Sì, vuol dire che ci siamo coinvolti.

Ahmet Davutoğlu: Sì ma c'è una differenza fra entrare con gli aerei ed entrare con i carri armati...

Yaşar Güler: Forse possiamo dire al consolato in Siria che Al-Qa'ida attualmente sta collaborando con il regime siriano.

Ahmet Davutoğlu: glielo abbiamo già detto diverse volte, con diverse note diplomatiche.

[...]

Feridun Sinirlioğlu: Ma qui la situazione è diversa. Una operazione condotta dalla ISIL [3] fornirebbe una ottima giustificazione dal punto di vista delle leggi internazionali. Lo faremo apparire come se fosse stata Al-Qa'ida, e se la questione riguarda Al-Qa'ida non ci sono problemi. Se poi dobbiamo difendere la Tomba del Sulimano, allora si tratta di difendere la nostra terra.

Yaşar Güler: Io non ho nessun problema al riguardo.

Hakan Fidan: Un attimo dopo che succede ci sarà un gran putiferio a livello internazionale (diversi attentati con bombe avverranno nel frattempo ). Il confine non è sotto controllo…

Feridun Sinirlioğlu: Certamente, è ovvio che ci debbano essere attentati con le bombe.

Yaşar Güler: Mr. Fidan dovrebbe ricevere un appoggio immediato e noi dobbiamo aiutarlo a far arrivare armi e munizioni ai ribelli. Dobbiamo parlarne con il ministro degli interni, col nostro ministro della difesa. Dobbiamo parlarne ed arrivare ad una decisione.

Ahmet Davutoğlu: Ma come abbiamo fatto a far entrare in azione le nostre forze speciali, quando c'era una minaccia nell'Iraq del Nord?

Feridun Sinirlioğlu: Santo cielo Generale, gliel'ho spiegato già allora. Lei sa benissimo come abbiamo fatto a far entrare quei carri armati, c'era anche lei.

Yaşar Güler: Lei sta parlando della nostra roba?

Feridun Sinirlioğlu: Sì. Come crede che siamo riusciti a far entrare i nostri carri armati in Iraq? Come crede che abbiamo fatto entrare le forze speciali e i nostri battaglioni? Io ho preso parte a quell'operazione, e mi permetta di essere chiaro: non ci fu nessuna decisione del governo in quel caso. Abbiamo fatto il tutto con un semplice ordine.

Yaşar Güler: Sono d'accordo con lei, su questo non si discute. Ma ci sono cose diverse che possiamo fare attualmente in Siria.

Ahmet Davutoğlu: Generale, il motivo per cui siamo contrari a quest'operazione è perché conosciamo le capacità di quegli uomini.

Yaşar Güler: Ma la MKE (Mechanical and Chemical Industry Corporation) non è forse agli ordini del nostro ministro? Dopotutto, il Qatar sta cercando di comprare munizioni in contanti, soldi alla mano. E allora, perché non lo fanno? Perché [la MKE] è agli ordini del nostro ministero.

Yaşar Güler: La cosa più importante lì sono le armi e le munizioni. Anzi nemmeno le armi, soprattutto le munizioni. Diciamo di mettere in piedi un esercito di 1000 uomini. Se li buttiamo in quella guerra senza aver predisposto una riserva di munizioni per almeno sei mesi, questa gente ci tornerà indietro dopo un paio di mesi.


[...]

Ovviamente, la Turchia non ha mai ammesso ufficialmente di aver pianificato dei possibili attentati contro sè stessa, né tanto meno di aver pensato di mandare combattenti armati in territorio siriano.

Mentre però infuriava in Turchia la polemica sulla chiusura di YouTube, il primo ministro Erdoğan si è lasciato scappare una frase particolarmente significativa, durante un comizio elettorale: "[YouTube] ha persino reso pubblico un meeting di sicurezza nazionale - ha detto - Questo è perfido, questo è disonesto. Chi state aiutando, nel registrare segretamente incontri di tale importanza?"

Naturalmente, il problema per Erdoğan non era che la Turchia stesse programmando degli attentati contro se stessa, pur di favorire un intervento della NATO in Siria, ma che qualcuno fosse stato abbastanza "perfido e disonesto" da rendere pubbliche queste discussioni.

Esattamente come nel caso Dataleaks, dove - secondo il governo americano - il problema non era che la NSA stesse spiando il mondo intero, ma che il buon Edward Snowden si fosse comportato come uno "sporco traditore".

Inoltre - guarda caso - lo stesso Erdoğan aveva previsto un possibile attacco contro la Tomba del Sulimano già due anni fa. "La Turchia ha fatto sapere - diceva questo articolo del 2012 - che considererà qualunque attacco alla Tomba del Sulimano, in Siria, come un attacco al proprio territorio".

Benvenuto nel mondo dei veggenti, Mr. Erdoğan.


NOTE:

[1] La "Tomba del Sulimano" è un luogo sacro per i turchi, che si trova in un enclave protetto, in territorio siriano. (cfr. Wikipedia).

[2] La traduzione dal turco all'inglese non è certo delle migliori, per cui noi abbiamo fatto il possibile per cercare di cogliere il senso della conversazione, senza necessariamente aderire ad una traduzione letterale dell'inglese (che spesso risulterebbe insensata). Potete comunque verificare l'originale nel link di Nsnbc international.

[3] - ISIL = Islamic State of Iraq and the Levant. Organizzazione di lotta armata che si dichiara vicina ad Al-Qa'ida. (cfr. Wikipedia).

Fonte:  http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4451.



29 marzo 2014

La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una “campagna di terrore”

Sul quotidiano inglese The Guardian è comparso questo interessante articolo del politologo Mark Weisbrot che ha sentito il dovere di andare in Venezuela a verificare le notizie sui disordini che nel mese scorso (e ancora oggi) hanno attirato l’attenzione non disinteressata di molti media internazionali. (A.R.)


di Mark Weisbrot. *

Le immagini modellano la realtà, ciò che mandano le televisioni, i video, fino alle fotografie sono un potere che scava in profondità nelle menti delle persone, senza che esse se ne rendano conto. Io mi credevo immune a questi ripetitivi ritratti del Venezuela come uno Stato fallito in mezzo a una rivolta popolare. Non ero però preparato a ciò che ho visto a Caracas, in questo mese: quanto poco della vita quotidiana sembra essere colpita dalle proteste, alla normalità prevalente nella maggior parte della città. Anch’io ero stato ingannato dalle immagini dei media.

I grandi media hanno riferito che i poveri in Venezuela non hanno aderito alle proteste dell’opposizione di destra, ma questo è un eufemismo: non sono solamente i poveri che si astengono, a Caracas, ma sono quasi tutti, eccetto alcune aree come Altamira, dove piccoli gruppi di manifestanti entrano in scontri notturni con le forze di sicurezza, lanciando pietre, bombe incendiarie e gas lacrimogeni.

Camminando dentro il quartiere popolare Sabana Grande, al centro della città, non ci sono segni che il Venezuela sia sull’orlo di una “crisi” che richieda l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), nonostante ciò che John Kerry afferma.
Anche la metropolitana funziona molto bene, nonostante non abbia potuto inoltrarmi nella stazione di Altamira, dove i ribelli avevano stabilito la loro base di operazioni almeno fino a quando non li hanno tirati fuori questa settimana.

Sono riuscito a vedere le barricate per la prima volta a Los Palos Grandes, zona dell’alta classe, dove i manifestanti hanno il sostegno popolare e i vicini gridano a chiunque cerchi di rimuovere le barricate – una cosa rischiosa da provare (almeno quattro persone sono state apparentemente uccise per averlo fatto). Ma anche nelle barricate, la vita era abbastanza normale, tranne che per il forte traffico. Durante il fine settimana, Parque dell’Est era pieno di famiglie e corridori sudati con una temperatura di trentadue gradi – che prima di Chávez, avrebbero dovuto pagare, mentre i residenti, mi è stato detto, erano rimasti delusi, perché si era permesso ai meno agiati di entrare gratis.
I ristoranti continuano a essere pieni di notte.

Viaggiare aiuta a verificare la realtà ed io ho visitato Caracas per ottenere informazioni soprattutto in campo economico, nonostante fossi scettico riguardo al racconto riportato quotidianamente dai media, che la mancanza di materie prime era stato il motivo delle proteste. Gli abitanti di Altamira e Los Palos Grandes, dove ho visto le proteste, avevano però servitori che facevano la coda, per quello di cui necessitavano e hanno reddito e spazio per accumulare le scorte.
Queste persone non stanno soffrendo – e se la passano molto bene. I loro guadagni sono cresciuti a ritmo sostenuto da quando Chávez prese il controllo dell’industria petrolifera, un decennio fa. Hanno anche un grande sostegno del governo: chiunque abbia una carta di credito (tranne i poveri e milioni della classe operaia), ha diritto a 3.000 dollari l’anno, a un tasso di cambio agevolato. Essi possono quindi vendere sei volte più caro il dollaro di quanto l’hanno pagato, il che rende una sovvenzione annuale di svariati milioni di dollari per i privilegiati – eppure sono loro la base delle truppe di sedizione.
La natura di classe di questa lotta è sempre stata forte e inconfutabile, ora più che mai.

Passeggiando tra le masse che hanno partecipato alle cerimonie per l’anniversario della morte di Chávez il 5 marzo, ho visto una marea di venezuelani della classe operaia, decine di migliaia di loro. Non c’erano vestiti costosi o scarpe da 300 dollari. Che contrasto con le masse scontente di Los Palos Grandes, che possedevano Grand Cherokee SUV di 40mila dollari elevando lo slogan del momento: VENEZUELA SOS.

Per quanto riguarda il Venezuela, John Kerry sa da quale parte è la guerra di classe. La scorsa settimana, proprio quando sono andato via, il Segretario di Stato ha raddoppiato la sua retorica contro il governo, accusando il presidente Nicolás Maduro di fomentare una “campagna di terrore contro il proprio popolo”. Kerry ha anche minacciato di invocare la Carta Democratica dell’OSA contro il Venezuela, così come di applicare sanzioni.

Vantarsi della Carta democratica contro il Venezuela è quasi come minacciare Vladimir Putin con un voto del’Onu sulla secessione in Crimea. Forse Kerry non se n’è accorto, ma pochi giorni prima delle sue minacce, l’OSA ha approvato una risoluzione che Washington aveva introdotto contro il Venezuela, ma che è stata rivoltata, dichiarando “la solidarietà” dell’organismo regionale con il governo di Maduro. E’ stata approvata da ventinove paesi e solo i governi di destra di Panama e Canada si son alleati con gli Stati Uniti contro di essa.

L’articolo 21 della Carta Democratica dell’OSA si applica davanti “all’incostituzionale interruzione dell’ordine democratico di uno Stato membro” (come il colpo di stato militare in Honduras nel 2009, che Washington ha contribuito a legittimare o il colpo di stato militare 2002 in Venezuela, sempre con il contributo degli States). Grazie a questa votazione recente, l’OAS potrebbe invocare la Carta Democratica, più contro il governo degli Stati Uniti per decessi causati da loro droni sui cittadini americani, che per ciò che potrebbe farsi contro il Venezuela.

La retorica della “campagna di terrore” di Kerry è scissa dalla realtà e com’era prevedibile, ha provocato una risposta equivalente del cancelliere del Venezuela, che ha definito Kerry “un assassino”.
Questa è la verità circa le accuse di Kerry: da quando sono iniziate le proteste in Venezuela, sempre più persone sono morte per mano dei manifestanti che per le forze di sicurezza.
Secondo i decessi segnalati dal CEPR (Centro di Ricerca in Economia e Politica) nel corso del mese passato, in aggiunta alle morti per cercare di togliere le barricate, almeno sette sono apparentemente morti a causa degli ostacoli creati dai manifestanti – compreso un motociclista decapitato dal filo metallico posto sulla strada e cinque ufficiali della Guardia Nazionale sono stati uccisi. Per quanto riguarda la violenza da parte delle forze di sicurezza, presumibilmente tre persone potrebbero essere state uccise dalla Guardia Nazionale e da altre forze di sicurezza – tra cui due manifestanti e un attivista che appoggiava il governo. Alcune persone accusano il governo per altri tre morti di civili armati, in un paese con una media di oltre 65 omicidi al giorno, è del tutto possibile che queste persone agissero per conto proprio. Un totale di 21 membri delle forze di sicurezza sono in stato di arresto per presunti abusi, tra cui da alcuni degli omicidi. Questa non è una “campagna di terrore”.

Allo stesso tempo, è difficile trovare una seria denuncia circa la violenta opposizione dei leader più importanti. Secondo i dati dell’indagine, le proteste sono in gran parte rifiutate in Venezuela. I sondaggi suggeriscono anche che la maggior parte dei venezuelani vedono questi disturbi per quello che sono: un tentativo di rovesciare un governo eletto.

La politica interna della posizione di Kerry è abbastanza semplice. Da un lato è appoggiata dalla lobby cubano-americana di destra della Florida e dei suoi alleati neoconservatori che sono a favore del rovesciamento. A sinistra … non c’è nulla. A questa Casa Bianca importa poco l’America Latina e non comporta conseguenze elettorali che la maggior parte dei governi dell’emisfero si infastidiscano con Washington.
Forse Kerry pensa che l’economia del Venezuela crollerà, portando alcuni venezuelani non ricchi a manifestare contro il governo. La situazione economica, però, si sta stabilizzando – l’inflazione mensile è scesa nel mese di febbraio e il dollaro sul mercato parallelo è sceso drasticamente, di fronte alle notizie che il governo sta introducendo una nuova tariffa basata sul mercato. Le obbligazioni sovrane del Venezuela hanno avuto un rendimento dell’11,5 % dall’11 febbraio (il giorno dell’inizio delle proteste) al 13 marzo: il più alto rendimento, secondo gli indici del Bloomberg Usd Emerging Market (Index Obbligazionari Paesi Emergenti).

Naturalmente, questo è esattamente il problema principale dell’opposizione: le prossime elezioni saranno entro un anno e mezzo e a quel momento, la carenza economica e l’inflazione, che sono aumentati negli ultimi 15 mesi, scenderanno. In questa direzione, l’opposizione perderà molto probabilmente le elezioni, così ha perso tutte le elezioni negli ultimi 15 anni. In più, l’attuale strategia insurrezionale non sta aiutando la sua causa: pare che abbia diviso le opposizioni e unito gli chavisti.
L’unico posto dove l’opposizione sembrerebbe guadagnare consensi è a Washington.


*Mark Weisbrot è co-direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica (CEPR come sigla in inglese, Center for Economic and Policy Research) a Washington, D.C.
E’ anche presidente del Just Foreign Policy (www.justforeignpolicy.org).


Fonte originale: http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/mar/20/venezuela-revolt-truth-not-terror-campaign.
Tratto da: http://www.giannimina-latinoamerica.it/2410-verita-venezuela-rivolta-dei-ricchi-non-campagna-terrore/.


24 marzo 2014

Blackrock, chi sono i nuovi padroni d'Italia


di Francesco De Dominicis.

L’appetito vien mangiando e il boccone Mps, dopo Intesa Sanpaolo e Unicredit, non ha saziato la fame di Blackrock per i«prodotti » made in Italy. Il gigante d’investimento americano - il più grande fondo finanziario del mondo - sta preparando l’assalto alle medie imprese italiane. Il colosso USA venerdì è salito al 5,75% del Monte dei Paschi di Siena e ora è il secondo socio della banca presieduta da Alessandro Profumo dopo la Fondazione di palazzo Sansedoni, scesa al 15%.
Un’operazione che conferma il vivo interesse per le banche della Penisola (secondo azionista sia di Unicredit col 5,2% sia di Intesa col 5%, è poco sotto il 5% in Ubibanca) e, in generale, per il listino di piazza Affari: Blackrock ha infatti una posizione di primo piano in Telecom (attorno al 5%), Generali (3%), Fiat Industrial (4%), Mediaset (2%) e ha circa il 5% di Atlantia, Azimut e Prysmian.
Lo shopping sul listino milanese non si è certamente esaurito venerdì con l’ingresso nel capitale di Rocca Salimbeni. Del resto, le scelte vengono dettate da un algoritmo e per ora l’Italia è tra le mete preferite, tenuto conto che Brasile e Russia sono da poco finite nella lista nera di Blackrock.
Sta di fatto il colosso guidato da Larry Fink - ebreo della California che in 20 anni ha creato un colosso da 4.300 miliardi di dollari di investimenti su scala globale - potrebbe far scattare l’operazione «PMI».
Il progetto, per ora a livelli embrionali, è allo studio con i vertici della CDP (Cassa depositi e prestiti). Pochi giorni fa, secondo indiscrezioni, emissari di Blackrock arrivati dalla sede di Londra hanno incontrato a Roma Bernardo Bini Smaghi, responsabile progetti speciali di CDP. Sul tavolo, la creazione di un «fondo dei fondi» volto a incentivare il mercato dei mini bond. Si tratta di strumenti di indebitamento, sostenuti,ma senza successo, dal decreto «Destinazione Italia» varato a febbraio dal governo di Enrico Letta.
La CDP sta passando al setaccio varie soluzioni volte ad aiutare le aziende per utilizzare queste speciali obbligazioni che hanno l’obiettivo di aggirare il credit crunch. I prestiti bancari ormai vengono sistematicamente negati e servono alternative per finanziare lo sviluppo delle imprese. La Cassa vuole sfruttare l’enorme liquidità inutilizzata di Blackrock e dare così un nuovo sostegno alle medie aziende del Belpaese.
Il piano sembra trovare il gradimento del colosso USA che, proprio per studiare a fondo l’economia italiana, ha intensificato le visite dentro i nostri confini: dal quartier generale londinese, i «pellegrinaggi» di manager Blackrock in Italia si sarebbero intensificati da inizio anno. D’altra parte, per comprare un titolo sul listino di piazza Affari bastano grafici e slide, mentre per investire nella cosiddetta economia reale serve una conoscenza diretta del territorio. E forse non è un caso che quest’anno la convention dei 150 top manager Blackrock si terrà in Italia, a Milano.
Comunque, non sarebbero solo i soldi dello «zio Sam» ad alimentare il fondo disegnato dalla CDP. I soldi americani potrebbero essere accompagnati da altre fonti di liquidità: la Cassa intenderebbe coinvolgere nel progetto enti di previdenza e fondi pensione.
Alcuni approfondimenti su questa opzione dovrebbero essere al centro di una riunione, in programma l’1 aprile, tra l’alta dirigenza della CDP e i rappresentanti della COVIP, l’autorità di vigilanza sulla previdenza complementare. Il tutto sotto l’attenta regia del presidente della spa controllata dal Tesoro, Franco Bassanini. Che sta progressivamente mutando la natura della CDP. Senza dimenticare, che lo stesso esecutivo di Matteo Renzi scommette sulla Cassa per sbloccare definitivamente il pagamento dello stock di debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese. La crescita del PIL italiano, insomma, passa da via Goito.





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