16 novembre 2014

La finanza occidentale: un castello di carte appoggiato sulla corruzione

di Paul Craig Roberts - Sputnik.



ATLANTA, 15 novembre (Sputnik) – Così come si è accorta la maggior parte degli americani, sebbene non i media finanziari, il Quantitative Easing (un eufemismo per dire lo stampare il denaro) non è riuscito a recuperare l'economia americana.
Allora perché il Giappone ha adottato questa politica? Dal momento in cui nel 2013 ha avuto inizio la stampa di denaro a pieno regime, lo yen giapponese è caduto del 35 per cento nei confronti del dollaro USA, un grosso costo per un paese dipendente dalle importazioni di energia. Inoltre, l'economia giapponese non ha mostrato alcuna crescita in risposta allo stimolo QE tale da giustificare l'aumento del prezzo delle importazioni.
Nonostante la mancanza di risposta allo stimolo da parte dell'economia, il mese scorso la Banca del Giappone ha annunciato un aumento del 60 per cento nel Quantitative Easing da 50 a 80 trilioni di yen all'anno.
Albert Edwards, stratega della Societé Generale, prevede che la zecca giapponese farà precipitare lo yen da 115 yen per dollaro a 145.
Si tratta di una previsione, ma perché rischiare la realtà? Che cosa ha da guadagnare il Giappone dalla svalutazione monetaria? Qual è la filosofia che sta dietro una tale politica?
Una spiegazione semplice è che al Giappone è stato ordinato di distruggere la sua valuta al fine di proteggere un dollaro USA eccessivamente stampato. Come uno stato vassallo, il Giappone patisce l'egemonia politica e finanziaria statunitense ed è incapace di resistere alle pressioni di Washington.
La spiegazione ufficiale è che, così come la Federal Reserve, la Banca del Giappone professa di credere nella curva di Phillips, che associa la crescita economica all'inflazione. La politica economica dal lato dell'offerta attuata dall'amministrazione Reagan smentì la credenza della curva di Phillips che la crescita economica non fosse coerente con un tasso di inflazione in declino o stabile. Tuttavia, gli economisti dell'establishment rifiutano di prenderne atto e proseguono con i dogmi con cui si sentono a loro agio.
Negli Stati Uniti il QE ha causato l'inflazione nei prezzi dei titoli azionari e obbligazionari laddove la maggior parte della liquidità offerta è andata verso i mercati finanziari anziché nelle tasche dei consumatori. C'è più inflazione dei prezzi al consumo rispetto a quanto riferiscano le misure ufficiali dell'inflazione, in quanto le misure sono progettate per sottostimare l'inflazione, risparmiando così denaro per gli adeguamenti al costo della vita, ma l'effetto principale del QE si è risolto in prezzi irrealistici dei titoli azionari e obbligazionari.
La speranza della Banca del Giappone è che i prezzi delle importazioni delle materie prime e dell'energia salgano laddove cadrà il tasso di cambio dello yen, e che questi maggiori costi saranno distribuiti sui prezzi al consumo, spingendo verso l'alto l'inflazione e stimolando la crescita economica. Il Giappone sta giocando la sua economia in una scommessa basata su una teoria screditata.
La domanda interessante da porsi è perché mai gli strateghi finanziari si aspettino che lo yen crolli sotto il QE, ma non si attendono che il dollaro crolli sotto il QE. Il Giappone è la terza economia del mondo, e fino a circa un decennio fa stava ottenendo un successo strepitoso nonostante lo yen aumentasse di valore. Perché il QE dovrebbe influenzare lo yen in modo diverso dal dollaro?
Forse la risposta sta nella potentissima alleanza tra il governo USA e il settore bancario/finanziario e sull'obbligo che Washington impone ai suoi stati vassalli affinché sostengano il dollaro come valuta di riserva mondiale.
Il Giappone non ha la capacità di neutralizzare le normali forze economiche. L'abilità di Washington di manipolare i mercati ha permesso a Washington di mantenere in piedi il suo castello di carte economico.
L'annuncio della Federal Reserve che il QE è terminato ha migliorato le prospettive per il dollaro USA. Tuttavia, come ben chiarisce Nomi Prins, il QE non è finito, ma si è solo trasformato.
Gli acquisti di obbligazioni della Fed hanno lasciato alle grandi banche 2.600 miliardi di dollari in eccesso di riserve di liquidità in deposito presso la Fed. Le banche potranno ora utilizzare questo denaro per acquistare titoli al posto degli acquisti della Fed. Quando questi soldi si esauriranno, la Fed troverà un motivo per riavviare il QE. Inoltre, la Fed ha annunciato che intende reinvestire l'interesse e la redditività derivanti dai suoi 4,5 trilioni di dollari detenuti in strumenti garantiti da ipoteche e titoli del Tesoro per continuare ad acquistare obbligazioni. È anche possibile che gli Interest Rate Swaps possano essere manipolati per mantenere bassi i tassi. Così, nonostante la fine annunciata del QE, gli acquisti continueranno per sostenere i prezzi elevati dei titoli, e il prezzo elevato delle obbligazioni continuerà a incoraggiare gli acquisti di titoli, perpetuando così il castello di carte.
Come Dave Kranzler ed io (e certo anche altri) abbiamo fatto notare, un valore stabile o in aumento del tasso di cambio del dollaro è il fondamento necessario per il castello di carte. Fino a tre anni fa, il dollaro stava perdendo rapidamente terreno rispetto all'oro. Da allora le massicce vendite scoperte a corto nel mercato dei futures dell'oro sono state utilizzate per far scendere il prezzo dell'oro.
Che i prezzi dei lingotti di oro e argento siano truccati è evidente. La domanda è alta, e l'offerta è limitata; eppure i prezzi sono in calo. Il conio degli USA non può tenere il passo con la domanda di aquile d'argento e ha sospeso le vendite. La zecca canadese sta razionando la fornitura di foglie d'acero d'argento. La domanda di oro asiatica, in particolare da parte della Cina, è a livelli record.
Il terzo trimestre 2014, è stato il 15° trimestre consecutivo di acquisti netti di oro da parte delle banche centrali. Dave Kranzler riferisce che negli ultimi otto mesi, 101 tonnellate sono state drenate dal GLD, il che indica che c'è una carenza d'oro per la consegna agli acquirenti fisici. Il prezzo in declino dei futures, che è stabilito in un mercato di carta in cui i contratti sono regolati in contanti, non in oro, non è coerente con l'aumento della domanda e dell'offerta vincolata ed è una chiara indicazione dell'imbroglio sui prezzi da parte delle autorità.
Il grado di estensione della corruzione finanziaria che coinvolge la collusione tra le mega-banche e le autorità finanziarie è insondabile. Il sistema finanziario occidentale è un castello di carte appoggiato sulla corruzione.
Il castello di carte è rimasto in piedi più a lungo di quanto credessi possibile. Può stare in piedi per sempre o ci sono così tante giunture marce che il combinarsi simultaneo di alcuni cedimenti arriverà a sopraffare la manipolazione e porterà a un crollo massiccio? Il tempo ce lo dirà.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente quelle dell'autore e non riflettono la posizione ufficiale di Sputnik né quella di Megachip.



13 novembre 2014

Gas sovrano e nuove terre di conquista

di Giandomenico Mele


NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS
da Megachip.
Sardegna hub del gas su input del Qatar? La cosa fa accapponare la pelle. L'articolo di Giandomenico Mele che qui vi presentiamo descrive uno scenario che va oltre la vicenda locale.
Gli USA stanno facendo ogni pressione possibile per spingere l'Europa ad abbandonare le soluzioni sul gas tecnicamente e geograficamente sensate (che implicano un rapporto sinergico e pacifico con la Russia) per sostituirle entro sei-sette anni con una collezione ardita di approvvigionamenti basati su una rete-monstre di rigassificatori per accogliere le navi gasiere dagli USA (shale-gas) e dal Qatar, nonché su una massiccia campagna di nuove trivellazioni in mezza Europa.

La Sardegna in questo quadro sostituirebbe funzionalmente l'Ucraina quale snodo europeo in uno scenario da Guerra Fredda o peggio. Immaginarsi l'impatto. Il Qatar è quel paese che ha investito - a botte di miliardi di dollari - nella destabilizzazione e nella distruzione degli Stati di mezzo Mediterraneo e dintorni. Per loro, devastare una comunità travolgendola con il denaro è un modo di fare business. In uno scenario di guerra, va aggiunto, ciò che gli ingegneri chiamano costruzione i generali lo chiamano bersaglio. Tìmeo Dànaos et dona ferentes. (p.c.)

Qatar e Sardegna. Costa Smeralda e Mater Olbia. Ora anche Glencore e il futuro di Alcoa. Ma nella prospettiva della rivoluzione energetica dell'Isola, potenzialmente e strategicamente il più grande hub del Mediterraneo, è spuntato anche il Gnl (gas naturale liquefatto). La più grande risorsa del Qatar, la madre di tutti i guadagni, i cui proventi in trilioni di dollari vengono reinvestiti attraverso il Fondo Sovrano (Qatar Investment Authority) in tutto il globo.
Cosa unisce la Sardegna al Qatar sul piano degli investimenti energetici? Un articolo della rivista Internazionale, in un approfondito reportage dei giornalisti Francesco Longo e Gabriele Masini, lo chiarisce. Estrapoliamo un passaggio del servizio da Doha. "Dando le spalle alla vetrata, appoggiata alla scrivania, Chatura Poojari - responsabile di Business planning & controls di RasGas - appunta la parola Sardegna sul suo taccuino".
Un virgolettato della Poojari chiarisce meglio l'interesse per l'Isola. "Entro la fine dell'anno il ministero dello Sviluppo economico dovrebbe mettere a punto un piano strategico per lo sfruttamento del Gnl in Italia e nell'attesa di regole gli operatori si stanno già muovendo - spiega la Poojari -.
In più, la Sardegna, unica regione non metanizzata d'Italia, dopo aver abbandonato il progetto Galsi di costruzione di un gasdotto dall'Algeria, sta cercando di ottenere dal governo centrale il supporto per costruire uno o più terminali di Gnl per alimentare le reti già costruite ma che sono in gran parte inutilizzate".
Ecco il nuovo progetto di business. Dopo il turismo e la sanità, ora si passa al versante energetico.

Il futuro dell'Isola: tra i piani del Qatar sul Gnl e lo shale gas con il progetto Endesa
"Metodi all'avanguardia, come l'acquisto di metano compresso. Pensiamo per esempio al gas americano (shale gas), una novità del settore". Le parole dell'assessore regionale alla Programmazione, Raffaele Paci, svelavano possibili strategie della Sardegna sul fronte energetico. Ma a parte le parole del presidente Pigliaru, di Maria Grazia Piras, assessore all'Industria e dello stesso Paci, c'è la logica a dire che la Regione potrebbe puntare dritta su un rigassificatore. Il Qatar lo sa e sta studiando la situazione.
Sono 29 gli stati al mondo che importano metano liquefatto e 26 di questi comprano dal Qatar. Un terzo di tutto il Gnl scambiato nel mondo viene da qui. Una leadership che dura dal 2006. Il Qatar ha circa 25mila miliardi di metri cubi di riserve di gas, pari a 360 anni di consumi italiani. Il triplo delle riserve degli Stati Uniti, con tutta la loro rivoluzione del gas di scisto (shale gas). Ma il gas naturale liquefatto va stoccato e uno o due impianti in Sardegna sarebbero ideali per le rotte del Gnl del Qatar che raggiungono il Nord Europa, in primo luogo la Norvegia.
Per questo, in attesa del Piano di sfruttamento del Gnl in Italia in fase di predisposizione dal ministero dello Sviluppo economico, il Qatar si prepara a sbarcare nell'Isola anche con il suo business principe: il gas.

Lo shale gas dal Golfo del Messico
Poi c'è lo shale gas. In ballo ci sono i progetti di due impianti, a Gioia Tauro e a Gela. Il primo segue i destini del gruppo Sorgenia (di proprietà della Cir, holding che controlla anche il gruppo Espresso). Il secondo vede in campo l'Enel, che però segue anche altre strade. In ballo c'è un miliardo di metri cubi di shale gas che, tramite la controllata spagnola Endesa, arriverà in Italia a partire dal 2019, spedito a bordo di navi dalle coste del Golfo del Messico. Da lì gli Stati Uniti inviano "l'oro nero" del futuro.
Una fornitura che servirà ad alimentare le centrali dell'Enel ma non solo: il contratto infatti non prevede alcun limite di destinazione, per cui può essere venduto ad altri soggetti acquirenti in relazione alle condizioni di mercato. Ma per fare questo servono nuove infrastrutture. E la Sardegna, chiaramente, per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, diventerebbe un hub prezioso.

Shale gas e Gnl, il contratto Endesa e il "take or pay"
Passiamo agli scenari futuri, quelli che hanno portato la Regione a considerare poco conveniente il progetto Galsi. Enel ha recentemente concluso un accordo per la fornitura ventennale (prorogabile per altri dieci anni) di shale gas con la compagnia americana Cheniere Energy.
Il contratto è stato firmato dalla controllata Endesa, che aveva già siglato un accordo simile per portare il gas in Spagna. Il metano potrebbe anticipare lo sbarco in Italia al 2018, quando sarà terminata la costruzione del rigassificatore di Corpus Christi sul Golfo del Messico.
Quali sarebbero i vantaggi di questa operazione rispetto al gasdotto Galsi, con l'ipotesi della costruzione di un rigassificatore di "ingresso" in Sardegna? Il prezzo del gas è più basso rispetto al mercato europeo e ha una clausola di "take or pay" che pesa solo sul 50% della fornitura. Ma gli stessi vantaggi arriverebbero dal Gnl, con la possibilità di avere due impianti in Sardegna e tenendo presente che l'unico gas liquido che arriva in Italia è quello qatarino scaricato a Rovigo, il più economico sulla piazza europea.
Il "take or pay" è una clausola inclusa nei contratti di acquisto di gas naturale, in base alla quale l'acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell'eventualità che non ritiri tale gas. Una clausola evidentemente poco conveniente per la Sardegna, che registra consumi elettrici in picchiata, anche e soprattutto in virtù della chiusura di molte imprese energivore. Ora è chiaro che il peso di una simile clausola solo sulla metà della fornitura sarebbe estremamente vantaggioso rispetto ai contratti stabiliti dal progetto Galsi.

Sardegna unica regione italiana senza metano
Mentre il problema del gap energetico che stritola la competitività dell'Italia a livello europeo e mondiale resta in cima all'agenda del governo Renzi, la Regione quindi studia le alternative al progetto Galsi.
Sempre puntando su un grande impianto di rigassificazione del metano liquefatto (Gnl) trasportato con navi, si intendono sfruttare alcuni elementi progettuali e reti infrastrutturali pensati per il gasdotto italo-algerino, sia nella rete di distribuzione interna che nelle condutture che dovrebbero attraversare l'Isola per creare un bacino di scambio del gas con la Penisola.
D'altronde le alternative scarseggiano e i progetti di potenziamento della produzione elettrica nell'Isola sono fermi al palo. Parliamo dell'idea della conversione a "carbone pulito" delle centrali a olio combustibile di Fiumesanto (E. On) e Ottana (Ottana Energia del gruppo Clivati): quest'ultima avrebbe dovuto sviluppare il progetto di "turbogas" proprio con l'eventuale metanizzazione della Sardegna. Ora sarà un advisor ad indicare alla Regione il percorso da seguire: anche se dal Qatar fino all'America, passando per gli Urali, tutte le strade sembrano portare al rigassificatore.

(12 novembre 2014)
Link articolo


10 novembre 2014

Ricercato: il leader del Mondo Libero


di Pino Cabras.
da Megachip.
Vladimir Vladimirovic Putin non è andato in Germania ad assistere alle celebrazioni su un'importante vicenda storica di un quarto di secolo fa, la rimozione del Muro di Berlino. Era a Pechino per fare la Storia del prossimo quarto di secolo, mentre firmava un altro storico mega-accordo sul gas con il presidente cinese Xi Jinping
A Putin non manca il senso della Storia. Venticique anni fa era proprio in Germania Est, e precisamente a Dresda, dove soggiornava da quattro anni in veste di ufficiale del KGB. Aveva avuto modo tante volte di girare in tutto il vasto centro di quella città ricca di storia, che nei secoli si era guadagnata la definizione di Elbflorenz (“Firenze sull'Elba”). Ricca di storia, sì, eppure nessuno degli edifici che costeggiava le camminate di Putin aveva più di cinquant'anni. La città infatti era stata letteralmente rasa al suolo dal 13 al 15 febbraio 1945 dai bombardieri britannici e americani. Morirono decine di migliaia di persone, quasi tutte civili. La Repubblica Democratica Tedesca aveva ricostruito la città, facendo di essa un primario centro industriale e di ricerca. Quando la Germania Ovest annesse la Germania Est, non trovò certo una terra di nessuno. Era un paese industriale ricostruito dopo una catastrofe. Proprio nel rapporto con quello Stato era nata l'Ostpolitik, il modo di stemperare la Guerra Fredda per evitare un'altra catastrofe. 
Ci si spiava, ci si parlava. Putin ha fatto la gavetta lì.

La vecchia guardia dei politici europei dei tempi andati non perde ormai occasione per dirlo: separare i destini dell'Europa dalla Russia è un suicidio politico, un errore strategico, una follia economica, un'avventura insensata. L'ultimo leader dell'URSS, Mikhail Gorbaciov, si è pronunciato in tal senso nell'occasione più solenne, proprio la celebrazione dei 25 anni dalla rimozione del Muro, con una dichiarazione che si schiera nettamente con quel fa e dice l'inquilino odierno del Cremlino, Vladimir Putin.
Nel corso dei mesi della crisi ucraina abbiamo sentito anche le dichiarazioni dell'ex primo ministro francese Dominique De Villepin, quelle degli ex presidenti del Consiglio italiani Silvio Berlusconi e Romano Prodi, per non parlare degli ex cancellieri tedeschi Gerhard Schröder e Helmut Kohl (quest'ultimo praticamente silenziato da tutti i principali organi di informazione italiani), e altri ancora, come l'ex cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel. Sono tutti politici che hanno dovuto fare i conti - al loro tempo - con l'ingombrante superpotenza degli USA: tutti la vedevano come un interlocutore essenziale e indispensabile, ma agivano per salvaguardare spazi di manovra per sé, in modo da essere autonomi nel nome di interessi radicati presso le proprie classi dirigenti nazionali e nella “Casa comune europea”.
All'alba del “momento unipolare” statunitense, quando crollava la cortina di ferro fra l'Est e l'Ovest dell'Europa, e poi negli anni successivi, ognuno di questi politici ha giocato le sue scommesse, vincendone e perdendone. Nessuno di loro pensava che il suo compito fosse obbedire ciecamente agli USA. Gorbaciov fu sconfitto da coloro che vollero la fine dell'URSS; Kohl scommise sulla riunificazione tedesca ma assisté allo sconvolgimento degli equilibri europei che seguirono; De Villepin vide le istituzioni golliste della vecchia Francia indipendente travolte dalle presidenze atlantiste di Sarkozy e di Hollande; Berlusconi e Prodi - lungo i decenni - hanno contribuito gravemente al declino dell'Italia, ma si ricorda anche qualche tentativo da parte loro di non azzerare la capacità di manovra internazionale ereditata dalla Prima Repubblica. La cosiddetta “sovranità limitata” non era sinonimo di “sovranità azzerata”.

Questi diversi governanti parlavano spesso della Casa comune europea. Questa casa non è stata poi costruita per vari motivi. Dov'è che sono mancati i mattoni? Perché quella casa non c'è? Perché tutti questi governanti avevano limiti e ambiguità, perché hanno proiettato gravi errori sulle generazioni successive, perché c'erano condizioni - storiche e oggettive - che non controllavano, perché maturava una crisi più grande che stava fuori e al di sopra della crisi europea, ossia la crisi dell'Impero atlantico e della potenza nordamericana.
Intanto l'Impero in crisi puntava a far pagare a tutti il prezzo sempre più esoso della propria sopravvivenza. Il dollaro non era più quello di una volta, la finanza si faceva via via più devastante, ma anche la NATO non era quella di prima: in contrasto contro ogni altra logica, si espandeva. L'Impero doveva accentuare tutte le spinte militari, aumentare la dose di controllo fino a rendere la propria “intelligence” un incubo orwelliano e a trasformare la Casa comune europea in una Caserma.

In pieno revival berlinese, visito a Berlino la sede della STASI, diventata un museo che vorrebbe perpetuare la vergogna di un sistema che impiegava decine di migliaia di persone per violare “le vite degli altri”. Scatto molte foto ai microfoni nascosti negli orologi, alle macchine fotografiche mascherate da innaffiatoi o tronchi d'albero, ai campioni di tessuto degli oppositori (da far odorare ai cani per rintracciarli prima), ai registratori e alle bobine che carpivano migliaia di voci. Mentre fotografo questo tragicomico modernariato dello spionaggio, mi rendo conto di quanto esso sia poca cosa di fronte a quel che ha rivelato Edward Snowden
Potete anche voi visitare il museo della STASI, ma non c'è ancora un museo che spieghi che tutte le vostre email - anche se siete uomini potenti, anzi, soprattutto se siete potenti - sono in pancia alla NSA e ad altre strutture spionistiche atlantiche. Strutture con budget sterminati che vogliono e ottengono una sola cosa, la TIA – Total Information Awareness, ossia la sorveglianza totalitaria. Altro che il buffo innaffiatoio della vecchia Germania Est.
Ecco perché le classi dirigenti europee di nuova generazione, dal lato atlantico, oggi sono molto cambiate: totalmente ricattabili, asservite, incapaci di affermare una propria elaborazione autonoma, disarticolate. Se la generazione dei grandi vecchi che abbiamo citato commetteva errori e subiva sconfitte, questa generazione è addirittura annichilita, almeno a Ovest: perché innanzitutto non è libera. E si fa portare in guerra, a partire dal disastro ucraino.
Gli esponenti più avveduti delle classi dirigenti, ovunque in Europa, sanno che la Guerra Fredda e le sanzioni sono un pessimo affare e che la sicurezza collettiva non può esistere se va contro qualcuno, specie se quel qualcuno ha il peso della Russia. I più liberi di parlare restano i vecchi ed ex politici. Nessuno di loro ha consuetudine con i politici della generazione Obama. Li vedono come maggiordomi che – così come Barack – non possiedono pensiero autonomo, ma recitano un copione redatto presso i veri piani alti dell'Impero e della finanza, e lo recitano meccanicamente fino in fondo, anche quando sanno che annienterà la sovranità dei propri paesi, sacrificata all'altare di una nuova Guerra Fredda.
Perciò, i vecchi, com'è naturale, guardano con attenzione speciale a Mosca, dove vedono una classe dirigente vera. Putin e Lavrov sovrintendono al proprio copione, e questo rende leggibile il loro operato. La politica internazionale del Cremlino mira a essere "prevedibile", cioè esplicita nell'enunciare i propri interessi di lungo periodo, senza aree di ambiguità. Quando Putin dice di non voler ricostruire l'Unione Sovietica, è vero. E quando dice che non consentirà alla NATO di minare l'efficacia della deterrenza nucleare, è altrettanto vero. Capirlo ci consentirebbe di risparmiare sulle spese militari che ingrassano coloro per i quali Obama fa il piazzista.
L'americano Paul Craig Roberts, un altro reduce di quando la politica governava ancora qualche decisione, è arrivato a definire Putin “il leader del mondo morale”. Suonerà una definizione controversa per molti potenziali lettori, letteralmente bombardati dalla campagna anti-russa e dall'isteria anti-Putin che fa scrivere a tutta la stampa occidentale anche le notizie più assurde pur di lordare con sangue e sperma la sua reputazione.
Ma c'è qualcosa che spiega lo stesso la definizione usata da Roberts. Un tempo l'ideologia occidentale era riassunta nell'espressione “siamo il Mondo Libero”, un concetto già smentito dalle sue guerre e dai dittatori al suo servizio, e oggi sempre più inconsistente, fino a diventare un'autorappresentazione al limite della patologia. La nemesi è in atto: Vladimir Putin si sta ritrovando a essere il leader del Mondo Libero così come è da intendere oggi, ossia il mondo che per emanciparsi deve sganciarsi dal dominio di Washington, e perciò costruisce nuove alleanze fra continenti, popoli, gruppi di interesse, forze militari, movimenti politici molto diversi.
Putin non aveva lavorato per questo obiettivo, perché stava lavorando a sollevare la marea geopolitica del suo immenso paese. Nel sollevarsi, la marea a sua volta ha sospinto la barca del Cremlino fino a un rango di relazioni autenticamente «globali», a dispetto della definizione che i burattinai russofobi fanno leggere a Obama sul suggeritore elettronico: «Russia potenza “regionale”». Il che rivela il vero pensiero che le classi dirigenti imperiali rivolgono anche a tutti gli altri attori internazionali: a Washington non accettano il mondo multipolare e faranno di tutto per spegnere ogni ambizione da potenza globale, impedendo prima di tutto ai vari attori “regionali” di interagire, separandoli artificialmente contro i loro interessi.
Con l'Europa la faccenda funziona, tanto che ora il Muro lo vogliono costruire da Ovest, per separare l'Ucraina dalla Russia sul modello del Muro israeliano, che hanno già digerito senza menare scandalo. Con la Cina e i BRICS funziona molto meno, tanto che la velleità USA viene travolta da giganteschi accordi economici che cambieranno gli assetti mondiali, e fuori dal dollaro.

In Russia sanno che rimane loro poco tempo per sganciarsi dai mille fili che li legano ancora alla finanza anglosassone e alle leve che manovrano il prezzo degli idrocarburi, e sanno anche che l'esito non è scontato.
In America sanno che rimane poco tempo per impedire il sorgere di un mondo multipolare e riallineare a sé interi continenti, dall'Africa, all'Europa asservita dei nuovi trattati, fino al Caos artificiale in Medio Oriente, mentre si prepara ogni grado di aggressione a danno delle grandi potenze eurasiatiche.
In Europa, i vecchi politici sanno che rimane poco tempo alle loro vite per testimoniare l'urgenza di ricostruire un buon rapporto con la Russia, da cui passano le strade della sicurezza collettiva. Rimane quindi poco tempo all'Europa tutta per ascoltarli, anziché allearsi con i nazisti ucraini e farsi governare dagli incubi robotici del neoliberismo reale degli Juncker e dei Katainen.




28 ottobre 2014

Il testamento della condannata a morte? Conservate i fazzoletti

di Pino Cabras.
da Megachip.

Tutti commossi dal messaggio alla madre pronunciato dall'ultima donna iraniana giustiziata, Reyhaneh Jabbari? Le parole sono toccanti, richiamano quel genere estremo di letteratura che ci ha emozionato quando leggevamo le lettere di condannati a morte della Resistenza, brevi e strazianti lasciti di umanità che sopravvivevano all'annichilimento delle loro vite materiali.
Eppure mi sento di invitare tutti alla prudenza, e a controllare attentamente le fonti, per cercare di capire da dove provenga ogni singolo dato di questa vicenda. Lo ha già fatto in parte Francesco Santoianni. Qui aggiungo nuovi particolari. 
La storia della povera Reyhaneh è come un treno. In testa c'è la locomotiva del nudo fatto: l'applicazione della pena capitale per un caso di omicidio, in uno dei troppi paesi che ancora prevedono la pena di morte. Ma alla locomotiva sono attaccati tanti altri vagoni, con passeggeri che nessuno conosce. In alcuni vagoni c'è anche esplosivo.
Raccomando sempre di rileggere in proposito la storia molto istruttiva di Sakineh, e di come sia stata usata per preparare un clima ostile all'Iran con formidabili manipolazioni.
I giornali anglosassoni sono meno imparziali di quel che vorrebbero far credere, ma sicuramente sono migliori dei nostri media nell'usare espressioni come “alleged” (presunto), “claim” (asserire), “labelled as her will” (etichettato come sua volontà). Lo hanno fatto anche per il caso della supposta trascrizione del testamento morale della giovane Reyhaneh. Nei giornali italiani queste forme basilari di prudenza giornalistica spariscono: tutto è scritto all'indicativo, quello è il messaggio autentico, e più non dimandare. L'edizione serale del Tg3 del 27 ottobre aggiunge alla sua lettura una musica di pianoforte, voi aggiungete i fazzoletti. 


L'Huffington Post, richiamando la sua versione britannica, ci fa alla fine sapere che il messaggio è stato fatto circolare «da pacifisti iraniani». E sulla parola «Iranian peace activists» c'è il link che porta al testo dell'estremo saluto di Reyhaneh Jabbari. Seguite dunque il link e atterrate su una pagina gestita dal NCRINational Council of Resistance of Iran. Sarebbero dunque loro i pacifisti. Loro, l'unica fonte da cui parte il tutto.
Il bravo cittadino medio europeo, che dà un significato positivo alla parola 'pacifista', si ferma lì, non è mica pagato per scavare nelle notizie. Il giornalista medio, che- lui sì - dovrebbe essere pagato per verificare le fonti e non abboccare a chi gli dà la pappa pronta, si ferma lì, anche lui. Riposti i fazzoletti che hanno asciugato le lacrime, migliaia di persone intanto condividono la storia su Facebook. Il loro click non sa più che farsene dell'aggettivo “presunto”. L'indignazione si nutre ormai di certezze irriflessive. Condividete, Fate girare. Indignatevi. Odiate.
Segnalo perciò sommessamente che il NCRI, l'unica fonte della notizia, non è affatto un circolo gandhiano. È un'organizzazione di opposizione che ha largamente fatto uso di metodi terroristici per combattere il potere dell'Iran post rivoluzionario, causando la morte di migliaia di persone. È gestita con metodi da psico-setta, tanto che ricorrono persino denunce di abusi sessuali consumati al suo interno. Non so quanto queste ultime siano accuse attendibili, o frutto di opposta propaganda, ma è un fatto che i nostri media non colgono l'esistenza di controversie che non corrispondono minimamente al ritratto pubblico di un'organizzazione pacifista.
Tra i suoi maggiori sostenitori a livello internazionale troviamo i campioni statunitensi dell'ingerenza (neocon repubblicani e democratici tutti insieme, come sempre): John Bolton, Howard Dean, Newt Gingrich e Rudy Giuliani. Erano loro a urlare di più, quando si scatenavano le campagne mediatiche sulla “Bomba Iraniana”. E citavano proprio il NCRI, che molto spesso gridava “al lupo al lupo” quando descriveva il normale programma nucleare civile di Teheran come una fabbrica di bombe atomiche pronte «entro pochi mesi» e riportava notizie "di prima mano", dimostratesi poi ogni volta infondate.
Alcune lunghe e faticose azioni lobbystiche hanno fatto sì che l'Unione europea e il Dipartimento di Stato USA togliessero infine il NCRI dalla lista delle organizzazioni terroristiche (uno degli ultimi atti di Hillary Clinton in veste di Segretario di Stato).
Qui si entra in un terreno minato, in tutti i sensi, come sempre succede per organizzazioni che hanno un'intreccio indistinguibile fra “ala politica” e “ala militare”, che hanno intrecci ulteriori con le "fabbriche" delle “rivoluzioni colorate” e un costante riferimento anche finanziario presso i falchi di Washington.
Mentre ogni singolo episodio terroristico in Occidente scatena ondate di allarme e di nuove leggi liberticide, si rimuove completamente il fatto che l'Iran sia uno dei bersagli più colpiti al mondo dal terrorismo, proprio per mano dei “mujaheddin del popolo” collegati al NCRI. L'ambiguo ruolo dei miliziani di questo movimento di opposizione pieno di porte girevoli che lo riconducono alla politica USA è completamente sconosciuto presso il pubblico che si informa solo con i media occidentali.
Raccomando perciò di conservare i fazzoletti per le lacrime da versare in guerra. Perché la gerarchia delle notizie ha già oggi la falsità della manipolazione bellica.





22 ottobre 2014

Monsieur Total, la morte del meno atlantista

di Pino Cabras.



L'amministratore delegato della Total (l'Eni francese), Christophe de Margerie, qualche mese fa dichiarava che «non c'è ragione alcuna per dover pagare il petrolio in dollari», e si è battuto strenuamente per non far precipitare l'Europa nel suicidio economico delle sanzioni alla Russia.
Un incidente aereo in quel di Mosca lo ha ieri eliminato dalla scena. 
Per molte ore, l'edizione on line di 'Le Monde' aveva come titolo, anziché "muore il capo della Total", il seguente epitaffio: "Christophe de Margerie, un «vrai ami» de la Russie".

La nuda cronaca del disastro che al momento conosciamo ci dice che quello dell'aeroporto Vnukovo appare come un banale incidente che il destino cinico e baro ha gettato nella fornace dei sospetti, in un'era che conserva ancora la memoria di Enrico Mattei.
Quel titolo di 'Le Monde' sembra voler dire invece: "guardate cosa succede a un vero amico della Russia".
Potrete scommetterci: anche quando gli porteranno prove irrefutabili che è stata la vodka e non la CIA a fare le sue mosse fatali, nessun alto dirigente di questa Europa asservita rimarrà sereno di fronte al destino toccato in sorte all'alto dirigente meno asservito che c'era sulla piazza europea. 

20 ottobre 2014

Geopolitica della guerra contro la Siria e di quella contro Daesh

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°101
di Thierry Meyssan.
da Megachip.

In questa analisi, nuova e originale, Thierry Meyssan espone le ragioni geopolitiche del fallimento della guerra contro la Siria e gli obiettivi reali della presunta guerra contro Daesh. Questo articolo è particolarmente importante per capire le attuali relazioni internazionali e la cristallizzazione dei conflitti nel Levante (Iraq, Siria e Libano).



DAMASCO (Siria)

Le tre crisi in seno alla coalizione
Stiamo assistendo alla terza crisi nel campo degli aggressori dall'inizio della guerra contro la Siria.
- Nel giugno 2012, in occasione della Conferenza di Ginevra 1, che doveva segnare il ritorno della pace e doveva organizzare una nuova spartizione in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e la Russia, la Francia - che aveva appena eletto François Hollande - sancì un'interpretazione restrittiva della dichiarazione finale. Poi organizzò il rilancio della guerra, con l'aiuto di Israele e della Turchia e il sostegno del Segretario di Stato Hillary Clinton e del direttore della CIA David Petraeus.
- Dopo che Clinton e Petraeus erano stati eliminati dal presidente Obama, la Turchia organizzò nell'estate del 2013, con Israele e la Francia, il bombardamento chimico della Ghoutta presso Damasco facendolo attribuire alla Siria. Ma gli Stati Uniti rifiutarono di lasciarsi imbarcare in una guerra punitiva.
- A gennaio 2014, gli Stati Uniti fecero votare in una sessione segreta del Congresso il finanziamento e la fornitura d'armi a Daesh con la missione di invadere le aree sunnite dell'Iraq e la zona curda della Siria, al fine di dividere questi grandi Stati. La Francia e la Turchia armarono quindi Al-Qa'ida (il Fronte al-Nusra) affinché attaccasse Daesh e costringesse gli Stati Uniti a tornare al piano originale della Coalizione. Sebbene Al-Qa'ida e Daesh si siano riconciliati a maggio a seguito di un appello alla calma di Ayman al-Zawahiri, la Francia e la Turchia non partecipano ancora ai bombardamenti alleati.
In generale, la Coalizione deli Amici della Siria, che comprendeva nel luglio 2012 «un centinaio di Stati e organizzazioni internazionali», non ne comprende ora più di 11. La Coalizione contro Daesh raggruppa, da parte sua, «più di 60 Stati», ma hanno talmente poco in comune che il loro elenco resta segreto.

Interessi distinti
In realtà, la Coalizione è composta da numerosi Stati che perseguono ciascuno obiettivi specifici e non riescono ad accordarsi sul loro obiettivo comune. Si possono distinguere quattro forze:
- Gli Stati Uniti cercano di controllare gli idrocarburi della regione. Nel 2000, il National Energy Policy Development Group (NEPDG) presieduto da Dick Cheney aveva identificato - attraverso immagini satellitari e dati di trivellazione - le riserve mondiali di petrolio e aveva osservato le immense riserve del gas siriano. Durante il colpo di stato militare del 2001, Washington decise di attaccare in successione otto paesi (Afghanistan, Iraq, Libia, Libano e Siria, Sudan, Somalia, Iran) per impadronirsi delle loro risorse naturali. Il suo stato maggiore ha poi adottato il piano per rimodellare il «Medio Oriente allargato» (che prevede anche lo smantellamento della Turchia e dell'Arabia Saudita), mentre il Dipartimento di Stato ha creato l'anno successivo il suo dipartimento MENA per organizzare le "primavere arabe".
- Israele difende i suoi interessi nazionali: a breve termine, ha continuato passo a passo la sua espansione territoriale. Contemporaneamente e senza attendere di controllare l'intero spazio tra i due fiumi, il Nilo e l'Eufrate, intende controllare tutta l'attività economica della zona, tra cui beninteso gli idrocarburi. Per assicurarsi la sua protezione nell'era dei missili, intende da una parte prendere il controllo di una zona di sicurezza lungo la sua frontiera (oggi ha cacciato le forze di pace al confine del Golan e le ha sostituite con Al-Qa'ida) e dall'altra parte neutralizzare gli eserciti egiziano e siriano prendendoli alle spalle (dispiegamento di missili Patriot della NATO in Turchia, creazione di un Kurdistan in Iraq e del Sud Sudan).
- la Francia e la Turchia continuano il sogno di restaurare i loro imperi. La Francia spera di ottenere un mandato sulla Siria, o almeno su una parte del paese. Ha creato l'Esercito siriano libero e gli ha dato la bandiera verde, bianca, nera a tre stelle del mandato francese. La Turchia, dal canto suo, intende restaurare l'Impero Ottomano. Ha designato un wali fin da settembre 2012 per amministrare questa provincia. I progetti turchi e francesi sono compatibili perché l'Impero ottomano aveva ammesso che alcune sue province potessero essere amministrate con altre potenze coloniali.
- Infine, l'Arabia Saudita e il Qatar sanno che non possono sopravvivere se non servendo gli Stati Uniti e combattendo i regimi laici, di cui la Repubblica araba siriana resta ormai l'unica espressione nella regione.

L'evoluzione della Coalizione
Queste quattro forze hanno potuto collaborare solo durante la prima parte della guerra, da febbraio 2011 a giugno 2012. Si trattava in effetti di una strategia di quarta generazione: alcuni gruppi di forze speciali organizzavano incidenti e agguati qui e lì, mentre le televisioni atlantiste e del Golfo mettevano in scena una dittatura alauita che reprimeva una rivoluzione democratica. Le somme investite e i soldati schierati non rappresentano granché e ognuno pensava di poter tirare un po' la coperta su di sé una volta che la Repubblica araba siriana fosse stata rovesciata.
Tuttavia, nei primi mesi del 2012, il popolo siriano ha cominciato a dubitare che il presidente Bashar al-Assad torturasse i bambini e che la Repubblica venisse rovesciata a favore di un sistema confessionale di tipo libanese. La sede dei takfiristi dell'Emirato Islamico di Baba Amr lasciava presagire la sconfitta dell'operazione. La Francia negoziò allora l'uscita della crisi e la restituzione degli ufficiali francesi che erano stati fatti prigionieri. Gli Stati Uniti e la Russia negoziarono al fine di sostituirsi al Regno Unito e alla Francia e di spartirsi l'insieme della regione, così come fecero Londra e Parigi con gli accordi Syke-Picot del 1916.
Da quel momento, niente funzionava più nella coalizione. I suoi successivi fallimenti dimostrano che non può vincere.
Nel luglio 2012, la Francia organizzava in pompa magna a Parigi l'incontro più importante della Coalizione e rilanciava la guerra. Il discorso pronunciato da François Hollande era stato scritto in inglese, probabilmente dagli israeliani, e poi tradotto in francese. Il Segretario di Stato Hillary Clinton e l'ambasciatore Robert S. Ford (formato da John Negroponte) s'impegnavano nella più vasta guerra segreta della storia. Come era già accaduto in Nicaragua, eserciti privati reclutavano mercenari e li inviavano in Siria. Solo che stavolta questi mercenari vebivano inquadrati ideologicamente per addestrare delle orde jihadiste. La supervisione delle operazioni sfuggiva al Pentagono per tornare in mano al Dipartimento di Stato e alla CIA. Il costo di questa guerra fu enorme, ma non fu imputato al Tesoro degli Stati Uniti, né della Francia né della Turchia, giacché fu interamente coperto dagli esborsi dell'Arabia Saudita e del Qatar.
Secondo la stampa atlantista e del Golfo, qualche migliaio di stranieri vennero e dare manforte alla "rivoluzione democratica siriana." Ma non c'era nulla di una "rivoluzione democratica", bensì gruppi di fanatici che scandivano slogan come «Rivoluzione pacifica: i cristiani a Beirut, gli alauiti nella tomba!» [1] oppure ancora «No a Hezbollah, no all'Iran, vogliamo un presidente che tema Dio!»[2]. Secondo l'Esercito arabo siriano, non sono state poche migliaia, bensì 250mila, gli jihadisti stranieri che sarebbero venuti a combattere, e spesso a morire, dal luglio 2012 al luglio 2014.
Ora, il giorno dopo la sua rielezione, Barack Obama costringeva alle dimissioni il direttore della CIA, il generale David Petraeus, e si sbarazzava di Hillary Clinton durante la formazione della sua nuova amministrazione. Cosicché all'inizio del 2013, la Coalizione si basava quasi solo esclusivamente sulla Francia e la Turchia, con gli Stati Uniti che facevano il meno possibile. Questo era ovviamente il momento che aveva atteso l'Esercito arabo siriano per lanciare la sua inesorabile riconquista del territorio.
François Hollande e Recep Tayyip Erdoğan, Hillary Clinton e David Petraeus intendevano rovesciare la repubblica laica per imporre un regime sunnita che sarebbe stato posto sotto il dominio diretto della Turchia, ma che avrebbe compreso anche alti funzionari francesi. Un modello ereditato dalla fine del XIX secolo, ma che non rappreentava alcun interesse per gli Stati Uniti.
Il democratico Barack Obama e i suoi due segretari democratici e repubblicani alla Difesa, Leon Panetta e Chuck Hagel sono guidati da una politica radicalmente diversa: Panetta è stato espresso dalla Commissione Baker-Hamilton e Obama è stato eletto sulla scorta del programma di tale Commissione. Secondo loro, gli Stati Uniti non sono né devono essere una potenza coloniale nel senso mediterraneo del termine, il che vale a dire che non dovrebbero prendere in considerazione di controllare un territorio installandovi dei coloni. L'esperienza dell'amministrazione Bush in Iraq è stata estremamente costosa rispetto al suo ritorno sugli investimenti. Non dovrebbe essere riprodotta.
Dopo che la Turchia e la Francia hanno cercato di impelagare gli Stati Uniti in un vasto bombardamento della Siria, mettendo in scena la crisi chimica dell'estate 2013, la Casa Bianca e il Pentagono hanno deciso di riprendere il bandolo della matassa. Nel gennaio del 2014, hanno convocato una riunione segreta del Congresso al quale è stata fatta votare una legge segreta che approva un piano di divisione dell'Iraq in tre parti nonché la secessione della regione curda della Siria. Per far questo, hanno deciso di finanziare e armare un gruppo jihadista in grado di realizzare ciò che il diritto internazionale proibisce all'esercito statunitense: una pulizia etnica.
Barack Obama ei suoi armati non stanno prendendo in considerazione il rimodellamento del "Medio Oriente allargato" come un obiettivo in sé, ma solo come un mezzo per controllare le risorse naturali. Usano un concetto classico, divide et impera, non per creare posizioni di re e presidenti in nuovi Stati, ma per continuare la politica degli Stati Uniti in vigore dai tempi di Jimmy Carter.
Nel suo discorso sullo stato dell'Unione del 23 gennaio 1980, il Presidente Carter sanciva la dottrina che porta il suo nome: Washington ritiene che gli idrocarburi del Golfo siano indispensabili alla sua economia e gli appartengono. Pertanto, qualsiasi rimessa in causa da parte di chiunque, in virtù di questo assioma, sarà considerata «un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e un tale attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Nel corso del tempo, Washington si è dotata dello strumento di questa politica, il CentCom, e ha esteso la sua zona riservata al Corno d'Africa.
Pertanto, l'attuale campagna di bombardamenti della Coalizione non ha più alcun rapporto con l'obiettivo iniziale di rovesciare la Repubblica araba siriana. Non ha rapporto alcuno con la sua vetrina di "guerra al terrorismo". Essa punta esclusivamente a difendere gli interessi economici dei soli Stati Uniti, se necessario con la creazione di nuovi Stati, ma non necessariamente.
Allo stato attuale, il Pentagono è simbolicamente aiutato da qualche aereo saudita e qatariota, ma non dalla Francia né dalla Turchia. Rivendica esso stesso di aver condotto più di 4.000 sortite, ma di aver ucciso soltanto poco più di 300 combattenti dell'Emirato islamico. Se ci atteniamo al discorso ufficiale, ne risulta che per uccidere un solo jihadista occorrono più di 13 missioni aeree e un numero imprecisato di bombe e missili. Si tratterebbe perciò della campagna aerea più costosa e più inefficiente della Storia. Ma se si considera il ragionamento precedente, l'attacco di Daesh contro l'Iraq corrisponde a una manipolazione dei prezzi del petrolio che li ha fatti cadere da 115 dollari al barile a 83 dollari, ossia un calo di quasi il 25%. Nouri al-Maliki, il primo ministro iracheno legittimamente eletto, che vendeva la metà del suo petrolio alla Cina, è stato subitaneamente stigmatizzato e rovesciato. Daesh e il governo regionale del Kurdistan iracheno hanno ridotto essi stessi il loro furto di petrolio e l'esportazione di circa il 70%. L'insieme degli impianti petroliferi utilizzati dalle aziende cinesi sono stati puramente e semplicemente distrutti. Di fatto, il petrolio iracheno e il petrolio siriano sono sfuggiti agli acquirenti cinesi e sono stati reintegrati nel mercato internazionale controllato dagli Stati Uniti.
In definitiva, questa campagna aerea è un'applicazione diretta della "Dottrina Carter" e un monito al presidente Xi Jinping che tenta di concludere, qua e là, dei contratti bilaterali di fornitura di idrocarburi per il suo paese, senza passare per il mercato internazionale.

Anticipare il Futuro
Da questa analisi possiamo concludere che:
- Nel periodo attuale, gli Stati Uniti sono disposti a condurre una guerra solo per difendere il loro interesse strategico a controllare il mercato internazionale del petrolio. Di conseguenza, possono andare in guerra contro la Cina, ma non contro la Russia.
- La Francia e la Turchia non saranno mai in grado di realizzare i loro sogni di ricolonizzazione. La Francia dovrebbe riflettere al ruolo che l’AfriCom le ha assegnato sul continente nero. Essa può continuare a intervenire in tutti gli stati che tentano di avvicinarsi alla Cina (Costa d'Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana) e riportare l'ordine "occidentale", ma non sarà mai in grado di ripristinare il suo impero coloniale. La Turchia dovrebbe ugualmente abbassare i toni. Anche se il presidente Erdoğan riesce a fare un'alleanza contro natura tra i Fratelli Musulmani e gli ufficiali kemalisti, dovrebbe abbandonare le sue ambizioni neo-ottomane. Soprattutto, dovrebbe ricordarsi che finché è un membro della NATO, il suo paese è più di ogni altro suscettibile d'essere la vittima di un colpo di Stato filo-statunitense, così come lo sono stati prima di lui il greco Georgios Papandreou e il turco Bülent Ecevit.
- L'Arabia Saudita e il Qatar non saranno mai rimborsati dei miliardi che hanno investito a fondo perduto per rovesciare la Repubblica araba siriana. Peggio ancora, è probabile che dovranno pagare per una parte della ricostruzione. La famiglia Saud dovrebbe continuare a soddisfare gli interessi economici statunitensi, ma evitare di perseguire guerre di grande ampiezza e considerare che - in qualsiasi momento - Washington può decidere di partizionare la loro proprietà privata, l'Arabia Saudita.
- Israele può sperare di continuare a giocare sotto il tavolo per provocare nel medio termine l'effettiva divisione dell'Iraq in tre parti. Otterrebbe così un Kurdistan iracheno paragonabile al Sud Sudan che è stato già creato. È tuttavia improbabile che possa collegarvi immediatamente il Nord della Siria. Allo stesso modo, è improbabile che possa spodestare la missione UNIFIL nel Libano meridionale e sostituirla con Al-Qa'ida come ha fatto con la missione UNDOF alla frontiera siriana. Ma in 66 anni Israele ha preso l'abitudine di osare molto spesso per ottenere ogni volta qualcosa in più. In realtà è l'unico vincitore in questa guerra contro la Siria e all'interno della Coalizione. Non solo ha indebolito il suo vicino siriano per lunghi anni, ma è riuscito a costringerlo ad abbandonare il suo arsenale chimico. Così è oggi l'unico Stato al mondo a disporre ufficialmente sia di un arsenale nucleare sofisticato, sia un arsenale chimico e biologico.
- L'Iraq è di fatto diviso in tre Stati separati di cui uno, il Califfato, non potrà mai essere riconosciuto dalla Comunità internazionale. Inizialmente, non vediamo che cosa impedirebbe la secessione del Kurdistan, se non la difficoltà di spiegare per quale incanto abbia aumentato il suo territorio del 40% in rapporto alla sua definizione amministrativa, compresi i campi petroliferi di Kirkuk. Il Califfato dovrebbe gradualmente lasciare il posto a uno Stato sunnita, probabilmente governato da uomini che hanno ufficialmente "lasciato" Daesh, ma in maniera meno crudele. Si tratterebbe in tal caso di un processo paragonabile a quello della Libia, dove sono stati collocati al potere veterani di Al-Qa'ida senza sollevare la minima protesta.
- La Siria gradualmente ritroverà la pace e si concentrerà sulla sua lunga ricostruzione. Si rivolgerà allo scopo alle imprese cinesi, ma terrà Pechino lontano dai suoi idrocarburi. Per ricostruire la sua industria petrolifera e per sfruttare le sue riserve di gas, si rivolgerà a imprese russe. La questione dei gasdotti che la attraverseranno dipenderà dai suoi sostegni iraniano e russo.
- Il Libano continuerà a vivere sotto la minaccia di Daesh ma mai l'organizzazione avrà un ruolo diverso da quello dei terroristi. Gli jihadisti saranno solo un mezzo per congelare un po' di più il funzionamento politico di un paese che affonda nell'anarchia.
- Infine, la Russia e la Cina dovrebbero urgentemente intervenire contro Daesh, in Iraq, in Siria e in Libano, non tanto per compassione per le popolazioni locali, quanto perché questo strumento sarà presto utilizzato contro di loro dagli Stati Uniti. Già ora, se Daesh è controllata dal principe saudita Abdul Rahman, che finanza, e dal califfo Ibrahim, che dirige le operazioni, i suoi ufficiali principali sono georgiani, tutti membri dei servizi segreti militari, e talvolta cinesi turcofoni. Inoltre, il ministro della difesa georgiano ha ammesso, prima di smentirsi, di aver ospitato campi di addestramento per jihadisti. Se Mosca e Pechino esitano, dovranno affrontare Daesh nel Caucaso, nella valle di Ferghana, e nello Xinjiang.


NOTE:
[1] «Rivoluzione pacifica» significa qui che non si farà del male ai sunniti.
[2] All'inizio della guerra, Hezbollah non era presente in Siria, ma la Siria ha sostenuto militarmente Hezbollah nella sua lotta contro l'aggressore israeliano. Non si trattava quindi di mettere Hezbollah fuori dalla Siria, ma di smettere di sostenere la Resistenza.


Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano"Al-Watan"(Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su"Information Clearing House", in francese sul "Réseau Voltaire".
Thierry Meyssan, 19 ottobre 2014.
Traduzione per Megachip a cura di Matzu Yagi.


10 ottobre 2014

L’inizio del nuovo ordine mondiale: Asiacentrismo

di Raúl Zibechi.
Tradotto da  Daniela Trollio


Nonostante le crisi in Medio Oriente ed in Ucraina si rubino a vicenda i titoli sui media, esse sono solo le punte emergenti di un movimento tellurico molto più grande: la nascita di un nuovo ordine mondiale post-statunitense centrato in Asia, sulla base della triplice alleanza Cina-Russia-India. 






Uno dei nuclei del colonialismo e dell’imperialismo consiste nel proibire ai paesi periferici di fare quello che sono soliti fare i paesi del centro. Quando questo non funziona più, è perché il vecchio ordine centrato sulla relazione centro-periferia sta lasciando il passo a nuove relazioni internazionali. 
Le stesse potenze occidentali che gridano al cielo per l’intervento della Russia in Ucraina, bombardano la Siria senza l’autorizzazione del suo governo con la scusa di combattere un’organizzazione terroristica, lo Stato Islamico, nella cui creazione queste stesse potenze hanno giocato un ruolo rilevante. 
Che Cina e Russia rifiutino questo tipo di azioni militari, che in altri tempi venivano coperte per lo  meno con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non è quindi una novità. Che il primo ministro dell’India, Narendra Modi, abbia dichiarato alla catena CNN, ore prima della sua visita negli Stati Uniti, che la Russia ha “interessi legittimi in Ucraina” è già una cosa più seria. Non solo ha rifiutato di criticare l’annessione della Crimea da parte della Russia, ma ha anche mostrato “fiducia” in come Pechino sta gestendo le dispute territoriali nei mari del sud della Cina (The Brics Post, 22.9.2014).
 E’ come se una nuova aria di Bandung (la conferenza che nel 1955 spinse la decolonizzazione) soffiasse sul pianeta. “Se lei guarda nei dettagli gli ultimi cinque o dieci secoli, vedrà che Cina e India sono cresciute a ritmi similari. I loro contributi al PIL mondiale sono aumentati in parallelo e sono caduti in parallelo. L’era attuale appartiene all’Asia”, ha detto Modi. Stava facendo un discorso anticolonialista con un’ottica di lunga durata, negli stessi giorni in cui avveniva la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, avvenimenti che hanno consolidato una potente alleanza tra i due più grandi paesi della regione.

Politica, o la OCS 
Il grande cambiamento è che l’India ha chiesto la piena integrazione nell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai (OCS) durante il recente vertice tenutosi l’11 e 12 di settembre a Dushanbe, capitale del Tagikistan. Fino a quel momento era solo un osservatore.
La OCS fu creata nel 2001 da Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan con l’obiettivo di garantire la sicurezza regionale e di combattere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo, definiti “le tre forze maligne”. In futuro potranno aggiungersi Iran e Pakistan, anche se questi passi saranno complessi, vista la disputa tra India e Pakistan sulle loro rispettive frontiere.
Nei fatti, la OCS è una sfida alla leadership statunitense in una regione dove la superpotenza ha sempre meno influenza. L’organizzazione orbita intorno alla Cina, come indica il suo nome. Il consolidamento dell’alleanza Russia-Cina, con il suo lato geopolitico e geoenergetico (che comprende il già iniziato gasdotto per fornire gas russo a Pechino), è motivo di profonda preoccupazione a Washington, come analizzano alcuni media come The Washington Post.
Ma la recente visita di Xi in India  presuppone un passo decisivo nel disegno di un nuovo ordine globale. I dodici accordi firmati a Ahmedabad tra Modi e Xi, che vanno dagli investimenti al commercio fino alla cooperazione per l’energia nucleare, fanno parte del “processo storico di rivitalizzazione nazionale” in entrambe le nazioni emergenti, come ha affermato il ministro cinese agli esteri Wang Yi (Xinhua, 19.9.2014). 
La potenza dell’alleanza tra India e Cina sfida i presunti allineamenti ideologici e ha radice nelle necessità geopolitiche di potenze che affrontano problemi e nemici comuni.
Nel maggio di quest’anno ha assunto il potere Narendra Modi in rappresentanza del Bharatiya Janata Party (BJP), che ha vinto le elezioni generali contro il Congresso Nazionale Indiano (CNI) guidato dall’ex primo ministro Manmohan Singh. Sulla carta il CNI funge da forza progressista, erede della famiglia Gandhi e di Jawaharlal Nehru, alleata con  socialdemocratici e comunisti, mentre il BJP è considerato nazionalista e conservatore.
Ma negli allineamenti geopolitici le ideologie hanno poco da dire. Modi sta mostrando una profonda comprensione delle tendenze storiche in questo periodo di cambiamento del sistema-mondo e, in modo particolare, del ruolo che tocca giocare al continente asiatico. La cooperazione tra la OCS è giunta anche al terreno militare. A fine agosto è stato realizzato “un esercizio antiterrorista internazionale” in Mongolia interna (Cina) a cui hanno partecipato settemila soldati di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan (Diario del Pueblo, 24.8.2014).

Economia, o la via della seta 
Se la OCS è la risposta asiatica alla presenza destabilizzatrice degli Stati Uniti nella regione, la Via della Seta è la risposta economica all’accerchiamento che essi pretendono di imporre sulla Cina, chiamato “pivot verso l’Asia” dall’amministrazione di Barak Obama. Ma è molto di più: significa l’alleanza di Russia e Cina con l’Europa, in concreto con la Germania.
La nuova Via della Seta unisce due potenti centri industriali: Chongqing in Cina con Duisburg in Germania, attraversando Kazakistan, Russia e Bielorussia, eludendo così le zone più conflittuali a sud del Mar Caspio come Afganistan, Iran e Turchia. E’ destinata ad essere la più grande via commerciale del mondo, la cui ferrovia taglia il tempo dei trasporti marittimi da cinque settimane a soli quindici giorni. Si prevede che la Cina diventerà il primo partner commerciale della Germania, il che presuppone un dislocamento geopolitico di grande importanza.
Sta venendo tracciata anche la Via della Seta marittima, che attraversa l’Oceano Indiano, e il Cinturone Economico della via terrestre. La rotta marittima è, in un certo senso, la riattivazione del “collare di perle”, un sistema di porti che attorniava l’India e assicurava il commercio cinese verso l’Europa.
Ma è anche la risposta all’Associazione Transpacifica (TPP in inglese), iniziativa degli Stati Uniti che esclude la Cina e comprende  Giappone, Australia, Nuova Zelanda, più quattro membri della AEAN (Brunei, Malaysia, Singapore e Vietnam) e i paesi dell’Alleanza del Pacifico (Perù, Messico, Cile e probabilmente Colombia). La strategia di Washington consiste nell’isolare la Cina generando conflitti intorno a lei (col Giappone e il Vietnam, principalmente), scusa per militarizzare  i mari della Cina, chiudendo così il cerchio commerciale, politico e militare intorno ad  una potenza che nel 2012 è diventata la principale importatrice di petrolio del mondo, superando gli Stati Uniti.
Questo spiega l’accordo energetico con la Russia, che è l’unico modo in cui la Cina può assicurarsi un rifornimento sicuro. Ma spiega anche il tracciato della nuova Via della Seta, sia quella terrestre che quella marittima. L’80% del petrolio che la Cina importa passa attraverso lo Stretto di Malacca (un angusto corridoio di 800 km. che unisce gli Oceani Pacifico e Indiano tra Indonesia e Malaysia), facilmente bloccabile in caso di guerra.
Per questo la Cina sta costruendo una rete portuaria che comprende porti, basi e stazioni di osservazione in Sri Lanka, Bangladesh e Birmania. Tra questi paesi c’è un porto strategico in Pakistan, Gwadar, la “gola” del Golfo Persico, a 72 km. dalla frontiera con l’Iran e a circa 400 km. dal più importante corridoio di trasporto del petrolio molto vicino allo strategico stretto di Ormuz. Il porto è stato costruito e finanziato dalla Cina ed è gestito dall’impresa statale China Overseas Port Holding Company (COPHC).
Il porto è visto dagli osservatori come il primo punto di appoggio della Cina in Medio Oriente” scriveva la stampa occidentale il giorno dell’inaugurazione (BBC News, 20.3.2007). La regione che circonda il porto di Gwadar contiene due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Di lì passa il 30% del petrolio del mondo (ma l’80% di quello che la Cina riceve) e si trova sulla strada più corta verso l’Asia.
La Cina guadagna anche spazi nel cuore dell’Occidente. Il governo britannico ha dato via libera per rafforzare Londra quale centro di commercio mondiale e di investimenti in yuan, la moneta cinese. Ancor più, “il governo britannico si trasformerà nel primo paese occidentale ad emettere un buono sovrano in moneta cinese”, cosa che si deve interpretare come "appoggio alle ambizioni della Cina di utilizzare la sua moneta su scala globale” (Market Watch, 15.9.2014).

Potenza militare
Le sanzioni alla Russia sono un atto di guerra” ragione il redattore capo della rivista Executive Intelligence Review, Jeff Steinberg (EIR, 199.2014). Intanto The Economist considera la OCS come “una specie di NATO guidata dalla Cina”.
E’ evidente che la guerra tra grandi potenze non è ormai più vista come una remota possibilità.
Ognuno, quindi, fa il suo gioco. La Cina  e l’Iran realizzano le loro prime esercitazioni navali congiunte nel Golfo Persico, dove partecipano “navi dell’Armata cinese coinvolte nella protezione della navigazione nel golfo di Aden” (Russia Today, 22.9.2014). La Cina è ora il primo compratore di crudo saudita e non permetterà che le strade che la riforniscono restino nelle mani di forze nemiche.
A fine agosto è trapelato che Russia e Cina stanno negoziando un “accordo militare storico” che comprende l’acquisto da parte del paese asiatico di sottomarini diesel ‘nascosti’, con “interscambio di tecnologia”, mentre continuano i negoziati per la vendita di caccia Sukhoi-35 e sistemi di difesa aerea S-400, considerati i più avanzati del mondo ( Russia Today, 19.8.2014).
Finora i russi si sono mostrati reticenti a vendere certe armi alla Cina, perché questa le copia e finisce per fabbricare i propri prototipi. A loro volta India e Russia, che hanno una vasta cooperazione militare che comprende sottomarini nucleari e portaerei, si dispongono a fabbricare insieme un caccia di quinta generazione.
Siamo davanti ad un punto molto sensibile, su cui Washington ha alcune difficoltà. Anche se continua ad avere il più grande bilancio della difesa del mondo (circa 600 mila milioni di dollari all’anno, a fronte dei poco più di 100 mila della Cina e poco meno dei 100 mila della Russia), questo bilancio è declinante mentre quello dei suoi avversari cresce. La Cina è passata da poco più di 5 mila milioni di dollari all’anno in investimenti militari del 1990 a 110 mila milioni nel 2012. 
Ma l’importante non è quanto si spende, ma come si spende” sostiene un periodico statunitense (The Fiscal Times, 16.9.2014). Secondo la pubblicazione, le enormi spese militari del Pentagono vengono destinate a mantenere la sua costosa flotta di 11 portaerei, alla modernizzazione di vecchi sistemi e a progetti falliti come il caccia F-35.
Intanto Cina e Russia investono in moderni sottomarini nucleari e nella guerra cibernetica. Le armi anti-navi cinesi sono molto meno care che una portaerei, ma possono affondarla o renderla inutilizzabile anche se il Pentagono le considera inespugnabili.

Contrasti 
Le autorità della Difesa degli Stati Uniti sono afflitte da innumerevoli denunce di malversazioni dei bilanci.
Nello scorso luglio la flotta degli F-35 non ha potuto volare per falle a un motore, dopo vari problemi ai sistemi di software, agli armamenti e all’assetto. Dopo due decenni di progettazione e sviluppo il costo del progetto è schizzato a 400.000 milioni di dollari, il progetto di armamento più caro della storia del Pentagono, nonostante il fatto che il debutto del caccia sia stato cancellato in due esibizioni aeree nel Regno Unito (El Periodico, 11.7.2014)
La una volta potente Boeing è un buon esempio dei problemi difensivi del Pentagono. La scommessa che l’F-35 fosse sviluppato dalla Lockheed Martin sta drenando i fondi del Pentagono al di fuori della Boeing, che era l’impresa principale della forza aerea. Di fatto la branca della difesa della Boeing si è ristretta al 56% della sua produzione totale nel 2003, ad appena il 38% nel 2013 e si stima che in pochi anni non produrrà più aerei da combattimento, essendo fallita la sua ricerca di mercati alternativi in Brasile, India e Corea del Sud (Wall Street Journal, 20.9.2014). Boeing chiuderà la sua fabbrica di cargo C-18 a Long Beach e può chiudere quella degli F-18  Saint Louis nel 2017 se non ottiene più commesse. 
In sintesi, la politica estera della Casa Bianca è erratica, mentre quella dei suoi avversari ha un orizzonte definito.
Il giornalista Robert Parry analizza come i neo-conservatori siano riusciti a bloccare la “strategia realista” di Obama, consistente nel collaborare con Vladimir Putin per dipanare il caos geopolitico in Medio Oriente. I neocons continuano a scommettere sulla caduta di Bashar al Assad e spingono per creare situazioni caotiche, come quella che vive la Libia, invece che tollerare l’esistenza di regimi avversari (Consortiumnews.com, 19.9.2014).
Vari analisti sostengono che la fabbricazione di crisi è quanto di meglio sa fare la superpotenza e che questo può essere l’unico modo per contenere la sua decadenza. Il conflitto in Ucraina, dove hanno spinto la caduta di un presidente eletto, punta ad isolare la Russia dall’Europa. L’attacco allo Stato Islamico cerca di spingerlo sempre più verso nord.
Tutte e due le operazioni puntano a danneggiare il tracciato della Via della Seta, considerata una delle travi maestre del nuovo ordine mondiale. 





Per concessione di Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"
Fonte: http://alainet.org/active/77463&lang=es
Data dell'articolo originale: 26/09/2014
Tratto da: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=13618