16 aprile 2016

Dopo i sauditi, anche l'Egitto imbavaglia Al Manar

di Pino Cabras.


Le pressioni degli sponsor dell'ISIS restringono sempre di più gli spazi televisivi per i loro nemici. Dopo la piattaforma satellitare Arabsat, anche quella egiziana denominata Nilesat, vista in tutto il Vicino e Medio Oriente, ha deciso di oscurare le trasmissioni del canale libanese Al Manar (Il Faro). Dal 5 aprile, uno degli organi di informazione in lingua araba più influenti, legato al movimento di resistenza libanese Hezbollah, è stato escluso dalla piattaforma la cui sede è in Egitto. Sono stati gli stessi media egiziani ad annunciarlo, precedendo l'incontro al vertice tra il presidente egiziano Al Sisi e il re saudita Salman, accolto dunque con un regalo per lui molto gradito

AL MANAR - I PRECEDENTI:
ECCO COME STANNO SOFFOCANDO UNA VOCE FONDAMENTALE PER L'INFORMAZIONE MEDIORIENTALE


In questo cinico scambio di doni fra capi di Stato si assiste a un grande dirottamento di miliardi. I 4 miliardi di dollari che fino a poche settimane fa i sauditi avevano destinato alle forze armate libanesi atterrano invece al Cairo, per rafforzare il rapporto con uno dei maggiori "clientes" di Riad - il regime egiziano - e indebolire la tenuta del fragile Stato libanese. Il tutto avviene per rafforzare l'asse di interessi saudita, impegnato direttamente o indirettamente su varifronti di guerra (Siria e Yemen su tutti) in contrapposizione all'asse legato alle forze sciite (Iran, Repubblica Siriana, Hezbollah). AncheIsraele ha un interesse strategico a mettere il bavaglio ad Al Manar, una delle voci più informate e critiche rispetto alle azioni militari israeliane. Non è il primo caso in cui Israele realizza una forte convergenza d'interessi con Casa Saud.

Non prende nessuna posizione la coalizione libanese del «14 Marzo». Il suo leader Saad Hariri, ha radici familiari, ideologiche ed economiche fortissime con l'Arabia Saudita, perciò tace. Rimangono invece le forti proteste della coalizione dell'«8 Marzo», che associa Hezbollah alla Corrente Patriottica Libera di Michel Aoun(egemonizzata dai cristiani maroniti). Queste diverse posizioni rappresentano bene la spaccatura politica che rischia di paralizzare o persino far esplodere la vita politica libanese.

I reporter di Al Manar hanno raccontato con grande impegno e professionalità dettagli importantissimi della guerra siriana. Senza la loro capillare presenza nei luoghi di battaglia, il mondo avrebbe saputo molto meno e l'ISIS-Daesh e le altre formazioni jihadiste sarebbero apparse come una galassia lontana. Il servizio reso al mondo consiste nel raccontare la portata di questo immenso pericolo per la pace mondiale. E soprattutto nel rivelare chi foraggia gli autori delle brutalità. I sauditi non vogliono testimoni, e nemmeno i loro alleati vicini e lontani, compreso Israele (anche se la liaison fra Tel Aviv e Riad può apparire contro-intuitiva).

Al Manar proseguirà le sue trasmissioni su una piattaforma satellitare russa (il che comporterà qualche macchinoso adattamento per milioni di parabole nelle case arabe) e in streaming, sul seguente canale:
Nel frattempo l'altro grande sponsor dei tagliagole, jihadisti , il regime del presidente turco Erdoğan - che ha il record mondiale di giornalisti incarcerati - ha oscurato il sito in lingua turca dell'agenzia russa Sputnik.

Per parte nostra, ci sentiamo di condannare questo attacco alla libertà di parola che vuole impedire una narrazione più autentica delle vicende mediorientali. Esprimiamo piena solidarietà ai giornalisti colpiti, anche in mezzo al silenzio occidentale. La "saudizzazione" e l'"erdoganizzazione" dei media rappresentano un attentato non solo alla libertà di parola, ma alla comprensione dei temi della pace e della guerra nel mondo.


DONAZIONE


Caso Regeni e 11 Settembre: messaggio ai giornalisti italiani

Luogocomune.net  ---  PandoraTV.it.

Videoeditoriale di Massimo Mazzucco - Cari giornalisti, sul caso Regeni avete svolto impeccabilmente il vostro lavoro, smontando una per una le versioni ufficiali. Allora perché per l'11 settembre...


Fonti:





6 aprile 2016

#PanamaPapers: segreti manipolati

di Pino Cabras.


La diffusione della mega-soffiata sulle ricchezze offshore, già confezionata con il nome di ‘Panama Papers’, va osservata con criteri distaccati, come tentai di fare al momento del massimo impatto delle rivelazioni via Wikileaks, nel 2010, quando moltissimi cablogrammi diplomatici americani divennero improvvisamente di pubblico dominio. In quella occasione pensai che «deve valere una premessa: non ci sono individui, e neanche organizzazioni, che siano in grado di leggere 250mila documenti in breve tempo. Quindi ci arriva solo un flusso filtrato di documenti. E chi lo filtra, per ora, è la vecchia fabbrica dei media tradizionali». Oggi, che i documenti trapelati sono 11 milioni e mezzo, una cinquantina di volte di più di allora, il discorso vale ancora di più. Dunque dobbiamo capire quali fonti producono i materiali, chi li studia e filtra, chi li diffonde e rifiltra, con quale parabola mediatica alla fine arrivano a tutti noi.

Nel caso dei Panama Papers, nessuno di noi conosce i primi manipolatori delle fonti.
Sappiamo solo che, oltre un anno fa, una manina ha sottratto un enorme fascicolo digitale custodito dallo studio legale panamense Mossack Fonseca, una di quelle officine tropicali degli affari segreti che armonizzano le alchimie fiscali del capitalismo finanziario globalizzato. Il portafoglio panamense è una piccolissima frazione degli affari planetari, però ritagliata con particolare cura in modo da non ricomprendere i grandi padroni americani. Fra i documenti scoperchiati, infatti, sono ricostruiti i giochi finanziari di nemici e amici dell’America, ma non degli americani. Molti commentatori sono concordi: si tratta di un’anomalia ma non si tratta di un caso, se gli americani stanno fuori dal mirino.
La manina, che rimane segreta e non chiede un dollaro in cambio, affida tutto alla redazione di Süddeutsche Zeitung, quotidiano di Monaco di Baviera edito da una casa editrice legata alle principali conglomerate editoriali tedesche. Il materiale, tuttavia, è troppo voluminoso anche per un grande giornale. I redattori ricorrono perciò all’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), una rete che mette insieme 190 giornalisti di oltre 65 Paesi, ed è l’emanazione internazionale di un’organizzazione basata negli Stati Uniti d’America, il Center for Public Integrity, che vanta tra i suoi finanziatori le principali fondazioni delle grandi famiglie capitalistiche americane, compresi i Rockefeller, i Rothschild, la Open Society di Soros, e altri super-filantropi di peso paragonabile. Il consorzio dei giornalisti investigativi è insomma alimentato dal cupolone dei padroni universali, gli stessi che i Papers non nominano, i medesimi che guidano affari opachi e speculazioni su una scala enormemente maggiore rispetto a quanto emerso dalle carte panamensi.
Come mai un cenacolo di straricchi capaci di muovere vagonate di miliardi con un solo clic, senza battere ciglio si mette a finanziare proprio i giornalisti che quasi ogni anno tirano fuori grosse inchieste contro i paradisi fiscali? Anche qui: si tratta di un’anomalia, ma è improbabile che si tratti di un caso.


I meno distratti sanno che attualmente con il TTIP e altri trattati più o meno segreti si sta ridisegnando lo spazio euroatlantico a guida statunitense in modo da ricompattare il blocco capitalista più legato a Washington intorno a una sorta di “NATO economica”. Ebbene, nel 2009-2010, il presidente Barack Obama aveva composto un collegio di consiglieri economici presieduto dalla storica Christina Romer, una professoressa che aveva studiato a menadito la Grande Depressione degli anni trenta. Secondo la Romer l’unico modo per risolvere strutturalmente la crisi finanziaria con epicentro negli Stati Uniti stava nel determinare un trasferimento di capitali europei verso Wall Street. Da allora, da Washington si sono moltiplicate le iniziative per far chiudere il maggior numero possibile di paradisi fiscali non anglo-sassoni, troppo concorrenziali. E una parte dei giochi ha reso meno forte l’euro. È un’angolazione diversa per osservare le fughe di notizie di questi anni: la crisi di Cipro, gli scandali vaticani, l’attacco al santuario bancario svizzero, ecc. Naturalmente queste ondate di scandali, creando panico, si riverberavano negativamente anche sulla finanza anglosassone, per via delle tante interconnessioni. Ma nell’insieme, quella rimane più protetta dalle regole e dai rapporti di forza nelle istituzioni finanziarie internazionali che essa stessa ha creato e quindi resiste all’urto. 
Come la chemioterapia, che ambisce a sopportare il veleno che uccide molte cellule funzionali al proprio organismo purché uccida tutte le cellule “disfunzionali” del tumore, allo stesso modo i poli della finanza anglosassone vedono ridursi o perfino scomparire i poli concorrenti, al prezzo di un certo caos sistemico.
Malgrado ciò, i capitalisti in cerca di investimenti stabili e sicuri non hanno ancora trovato né così allettante né così facile trasferire i loro soldi in USA, di cui – nonostante tutto – avvertono gli scricchiolii.
Quel sistema che grossolanamente chiamiamo NATO economica spianerà la strada. Se va in porto, gli USA si salvano attirando i capitali europei, a spese di interi popoli, ai quali andranno resi difficili gli affari con paesi fuori da quel giro, anche se più convenienti e più complementari. Magari con uno strumento micidiale: le sanzioni.
Ebbene, la questione delle sanzioni è un punto particolarmente illuminante, che spiega bene dentro quali paletti potesse muoversi l’inchiesta. Nel documento di presentazione dei Panama Papers pubblicato dalla Süddeutsche Zeitung, infatti si spiega che la specializzazione primaria della Mossack Fonseca, oltre al riciclaggio e l’evasione fiscale, riguardava «attività imprenditoriali che potenzialmente violano delle sanzioni».
Rockefeller non ha bisogno di questi schemi, mentre è più probabile che li abbiano dovuti usare le classi dirigenti russe (soggette a un drastico sistema di sanzioni), per riuscire a interagire faticosamente con il resto del mondo, in questi anni. E così hanno fatto altri dirigenti di altri paesi soggetti a sanzioni.
I giornalisti dell’ICIJ, collegati alle principali testate dell’Occidente – che possiamo considerare come altrettanti organi ufficiosi della NATO – non si sono posti il problema. Il contesto sanzioni, nella vulgata dei giornali, cede il passo al contesto corruzione/evasione. E mentre il contesto sanzioni spiegherebbe bene la scoperta dell’acqua calda, che cioè i grandi giri di denaro in Russia non li fanno i nemici di Putin, il contesto corruzione/evasione è inadatto a spiegare il ruolo di Putin. Ma gli organi della NATO preferiscono quello, e riprendono allora tutto il set di interpretazioni che hanno già usato altre volte. A Putin non è riconducibile direttamente nessuno degli schemi finanziari analizzati, ma il suo ritratto deve aprire la notizia, e mangiarsela. Esattamente come quando era esploso lo scandalo doping: riguardava atleti di decine di nazioni, ma la Repubblica faceva il titolone in prima sul surreale “doping di Putin”.
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In Regno Unito il primo giorno hanno fatto di peggio. Nonostante fosse direttamente coinvolto il padre del premier Cameron, il tanto decantato giornalismo britannico è stato zitto, per fare invece a gara, anche lì, a chi metteva la foto più grande di Vladimir il Cattivo.
Eppure ci sarebbe da dire anche su questa tegola per il primo ministro britannico. Nonostante lo storico allineamento di Londra con Washington, recentemente ci sono state moltissime correnti di attrazione economica e finanziaria fra Londra e Pechino. La stessa grande soffiata, pur chiamandosi Panama, riguarda in buona parte affari che si concludono nella City londinese. Ne risulta un bel calcione a eventuali velleità britanniche, così come lo scandalo Volkswagen risultava essere un bel calcione alle velleità germaniche e la supermulta alla banca BNP Paribas era bel calcione alle velleità francesi. Seguono attentati.
Recentemente Sergey Glazyev, un economista molto ascoltato da Putin, ha parlato di “guerra ibrida” per definire le complesse mosse non strettamente militari degli USA contro il “nemico” russo. Possiamo estendere la definizione anche ad altri casi: la “guerra ibrida” viene mossa anche contro gli “amici”. Magari via Panama, ma con il portafoglio ben radicato e protetto a Washington. E con infiniti strati di copertura che rendano irriconoscibile la guerra e facciano credere che esista il giornalismo investigativo con il guinzaglio lungo.




31 marzo 2016

Gomez, Giulietto, e il sovversivismo dall'alto stragista

di Pino Cabras.
Da un post provocatorio a un dibattito TV: metamorfosi di una polemica sul giornalismo di fronte al sovversivismo dall'alto e le stragi nelle capitali europee


In questi giorni si è molto parlato di giornalismo, nel corso della polemica fra Peter Gomez e Giulietto Chiesa, dopo l'iperbolica provocazione di quest'ultimo in un post sul suo blog del Fatto Quotidiano, a proposito della strage di Bruxelles. La polemica ha avuto un doppio effetto su Giulietto. Da un lato, in una delle tante piccole nicchie del web in cui si discute di queste cose, si è consolidato il solito "frame" fra chi è a caccia di conferme e vede in lui il "complottista". Dall'altro è diventato indispensabile invitarlo in TV. Chi non capisce questo, non capisce la TV.
E infatti Gianluigi Paragone, che di TV ne capisce, invita Giulietto Chiesa e anche Peter Gomez. 
Gomez conferma che lui ci tiene a rimarcare le distanze dal complottismo e che una volta che Giulietto gli presenterà i fatti, ne parlerà. Ma Chiesa in TV non sta più giocando quella partita di domande strane con cui aveva stuzzicato un piccolo segmento del web, scoperchiando il consueto vespaio. No, in TV gioca una partita diversa, si rivolge a un'audience di gran lunga più vasta, alla quale gli argomenti arrivano dritti senza le curve. E allora il fondatore di Pandora TV fa una sola domanda molto precisa al direttore della versione on line del Fatto Quotidiano, che reclamava i fatti, e all'intera categoria dei giornalisti italioti. Chiede a Gomez e colleghi: come mai non avete mai raccontato questo fatto enorme, cioè che l'inchiesta sulla strage di Charlie Hebdo è stata bloccata con il segreto di Stato per decisione del ministro dell'interno francese Cazeneuve?
Panico. Il pubblico televisivo vede Gomez, che ha fama di giornalista d'inchiesta, mentre arrossisce, farfuglia e, in un impeto di sincerità, ammette: "nessuno dei nostri corrispondenti me ne ha mai parlato". Ecco, bravo Gomez. Questo è il vero giornalismo italiano. Che non ha nessuno che sappia né voglia raccontare un fatto di capitale importanza che riguarda una delle più importanti inchieste europee sul terrorismo degli ultimi dieci anni: mentre i giudici indagavano su chi aveva dato le armi al defunto terrorista Coulibaly, l'inchiesta è stata fermata d'imperio là dove emergevano i rapporti tra i terroristi e i servizi segreti francesi. Manco fossimo negli anni settanta italiani. 
Cioè: centinaia di redazioni non hanno dedicato alcun approfondimento a un fatto che ridisegna il quadro del terrorismo europeo e mondiale. Mica è un complotto. In fondo è solo la vecchia storia di settori opachi dello Stato in costanti rapporti con la manovalanza paramilitare del jihadismo, il solito gioco di sponda di governanti ricattati e ricattatori nell'incomprensibile biliardo degli eccidi terroristici. Un tavolo di gioco controllato da menti raffinate e occulte, le cui alleanze sono inconfessabili, gli scenari sono internazionali e le affiliazioni sono inquietanti, strage dopo strage, guerra dopo guerra. Il "sovversivismo dall'alto" è implacabile, mentre il giornalismo si placa, e non sa riconoscere le notizie. Così, perfino Il Fatto Quotidiano, che pure aveva stampato una versione italiana di Charlie Hebdo per tenere in alto l'argomento, non ha saputo di dove l'indagine sulla strage si sia insabbiata.  

16 marzo 2016

Yemen, strage saudita al mercato

di Pino Cabras.
da occhidellaguerra.it.




Il bilancio dell’ultimo pesante raid aereo dell’Arabia Saudita in Yemen si fa sempre più grave. I missili caduti proprio nell’ora di punta nel mercato di Mostaba, il più importante nella regione di Hajja, hanno ucciso almeno 107 civili e causato decine di feriti, in un’area lontana da obiettivi militari. Le immagini dello strazio sono state riprese da Al-Masirah, la TV vicina al movimento sciita degli Houthi. Si tratta di immagini cruente che possono urtare profondamente molte sensibilità.
Per chi non le vedrà, basti sapere che fra i cadaveri carbonizzati ci sono anche tanti bambini, una fiumana di garzoni che si guadagnavano il pane con piccole commissioni nel grande mercato, ora in macerie.
Quando si superano i cento morti, la notizia riesce ad affacciarsi in qualche taglio basso dei giornali nostrani, ormai diluita e anestetizzata. Nessuno dice “Je suis Yemen”, stavolta. Ma per gli yemeniti, invasi e bombardati dalle forze armate della coalizione dei sauditi e dei loro stati clienti vicini, è stata un’ordinaria giornata di guerra.
Gli aerei di Riad hanno lanciato nella sola giornata di martedì altri 11 attacchi contro il campo militare di Arkub, presso la capitale Sanaa, oltre ad altri bombardamenti su obiettivi non militari in altrettante aeree del paese. Va avanti così da un anno. Gli obiettivi colpiti sono soprattutto civili: infrastrutture e case. Al Masirah conta che dall’inizio della guerra sono stati distrutti 353 mercati e complessi commerciali. Si aggiungono alla sistematica distruzione della rete idrica, delle fabbriche, delle scuole.
Quelle saudite sembrano reazioni rabbiose e scomposte a una guerra che non riescono a vincere: nella stessa giornata, l’esercito yemenita e le forze dei comitati popolari hanno respinto l’ennesimo attacco lanciato da truppe mercenarie sotto il comando saudita nella zona di Taiz, nel Sud, infliggendo loro perdite pesanti. Altre perdite saudite nella città di al-Ghayl.
Per Riad, questa guerra è un buco nero che sta ingoiando il bilancio statale con un deficit da incubo senza che la dinastia ottenga alcun risultato. Per la popolazione yemenita è una carneficina e un disastro umanitario, tuttora dimenticato dal mondo. Dal marzo del 2015 ad oggi, l’aggressione saudita ha fallito il suo obiettivo principale: riportare al potere l’ex presidente e alleato, Abd Rabbuh Mansur Hadi. Ha intanto causato almeno 10mila morti e oltre un milione e mezzo di sfollati, senza che la resistenza si sia piegata.
In Siria i sei mesi di intervento russo (guidato da obiettivi definiti) hanno costruito le premesse per una soluzione politica al conflitto. In Yemen, invece, i dodici mesi di intervento saudita hanno aperto una voragine geopolitica in più, che si somma ai disastri combinati in Siria, in Iraq, in Libia, mentre persino il Libano rischia ora di sprofondare in una nuova guerra civile, sempre sotto l’urto delle manovre politiche e militari di Riad, la capitale dell'”Isis che ce l’ha fatta”.



14 marzo 2016

I misteri dell'attentato di Parigi del 13 novembre 2015. E non solo


di Giulietto Chiesa.
da Megachip.

Nel febbraio/marzo 2015 scrissi un saggio e pubblicai un video su Pandora TV, intitolato “I Misteri di Parigi”. Si riferiva alla tragedia del Charlie Hebdo del gennaio di quell’anno.


Avendo studiato a fondo gli eventi dell’11 settembre 2001, avevo la certezza che alle mie domande sul caso Charlie Hebdo non ci sarebbe stata risposta. I misteri dell’epoca dell’inganno universale non sono rivelabili. La società intera dell’Occidente esploderebbe se la verità venisse scoperta. Si può solo, testardamente, accumulare gl’indizi che dimostrano che essa non corrisponde a ciò che ci lasciano vedere e che ci costringono a credere. Le conseguenze le lascio a coloro che tramano contro di noi.

Ma allora non potevo nemmeno immaginare che avrei raggiunto la certezza della validità dei miei dubbi solo qualche mese dopo averli espressi.
Ora possiamo affermare che l’intera narrazione ufficiale degli eventi del Charlie Hebdo — insieme alle sterminate narrazioni “derivate” che la stampa e tutti gli organi del mainstream hanno prodotto — sono opera di disinformazione, di manipolazione, di distrazione di massa. Il ministro degli interni francese, Bernard Cazeneuve, dopo adeguata meditazione, ha infatti deciso che l’indagine in corso per accertare tutte le responsabilità di quella strage doveva essere fermata, chiusa a chiave, archiviata. La motivazione? “Segreto militare” [1].

È del tutto evidente che il segreto militare serve, per l’appunto, a coprire delle responsabilità.
Ovvio che non si tratta delle responsabilità dei “terroristi” che hanno fisicamente preso parte all’azione delittuosa. Il termine “preso parte” è sufficientemente indistinto e tale da consentire interpretazioni molto diverse l’una dall’altra. Può voler dire: partecipazione consapevole, attiva, progettuale, ecc; può anche voler dire partecipazione inconsapevole, involontaria, “colposa”; può voler dire partecipazione coatta. Tutte queste possibili - ed eventuali - forme di partecipazione devono essere indagate, chiarite, scoperte. È la sostanza dell’indagine: quella che può consentire di risalire alle motivazioni, alle complicità, ai mandanti, a coloro che hanno tramato. Il “segreto militare” non può essere invocato in alcun caso tra quelli sopra elencati. Esso viene invocato perché serve a coprire responsabilità delle autorità, degli organi di polizia, dei servizi segreti. Non serve di certo agl’interessi della democrazia.
Dunque la decisione di Cazeneuve è la prova che in una qualche fase del massacro dei giornalisti di Charlie Hebdo, e dell’assalto al grande magazzino casher, vi sono state complicità, mancanze, errori da parte di organi dello Stato o di altri Stati.
Ma, le mancanze e gli errori dovrebbero — una volta individuati — non solo essere perseguiti con il massimo rigore, ma anche resi pubblici per evitare che si ripetano, per essere corretti, eliminati. Le indagini si fanno per questo. Dunque anche in questi casi non è concepibile il ricorso al “segreto militare” per fermare l’indagine. Restano le complicità.

Ma questo significa qualche cosa che non ha più nulla a che vedere con un attentato terroristico “islamico”. Significa che uno o più organi di Stato sono stati complici, o hanno costruito essi stessi l’attentato terroristico. Cioè hanno attentato alla vita dei propri cittadini, li hanno uccisi. Non si commette un tale crimine se non per sovvertire, per dirottare il corso della politica interna, o estera, o entrambe, o l’assetto costituzionale.
Gli autori hanno dunque fatto uso della presenza di capri espiatori di religione islamica per creare un clima di odio contro gli stranieri o gl’immigrati. Ma la restrizione delle libertà e dei diritti, ottenuta in questo modo, può essere indirizzata contro i lavoratori, o i cittadini che protestano per le loro condizioni di vita. In Italia questo modo di operare è stato battezzato da gran tempo con il nome di “strategia della tensione”. Negli Stati Uniti ha preso il nome di false flag operation (operazione sotto falsa bandiera).

Dunque Charlie Hebdo è qualcosa di simile a un buco nero nel quale è ormai impossibile guardare in profondità. E c’è più d’un motivo, come vedremo, per pensare che anche la mattanza del 13 novembre 2015 sia un altro buco nero nel quale non potremo guardare perché ce lo impediranno. Anzi ce lo hanno già impedito, come accade in tutte le false flag operations, creando un’ondata emotiva gigantesca, non più soverchiabile mediante il ragionamento, l’analisi, il ricorso ai fatti realmente accaduti.
Tra i due buchi neri esiste una relazione? Cercheremo di capirla, se esiste, dissipando le ombre che li circondano e che si stanno già dilatando fino a oscurare tutto il panorama europeo. E già questa sola constatazione induce a più d’una riflessione. Come è possibile che l’azione di un gruppetto di giovani e giovanissimi — tutti cittadini europei, per lo più di scarso livello d’istruzione, con poca o nulla preparazione professionale e militare, già noti alla polizia per piccoli crimini, insignificanti delinquenti comuni — che hanno agito apparentemente allo scoperto, abbia potuto produrre effetti internazionali così grandi da sconvolgere non solo la vita di centinaia di milioni di persone in Europa, paralizzando tutte le maggiori capitali, ma soprattutto modificando leggi fondamentali degli Stati, regole della convivenza civile.
Nelle ricostruzioni della stampa li si è descritti come dei geni del male, mirabilmente capaci di usare tutti i vantaggi della vita quotidiana del XXI secolo; che sono riusciti a muoversi «nel fluido digitale e transnazionale mondo d’oggi , eludendo ogni sistema di sorveglianza, stabilendo contatti tra di loro, trasportando ingenti quantità di armi e di munizioni, pianificando le loro azioni in un modo impeccabile».[2]

Trascuriamo l’enfasi retorica di queste quasi esaltanti (per i terroristi) narrazioni. C’è qualcosa di stranamente incongruo in questo tipo di ricostruzioni giornalistiche che, per altro, dilaga e gronda da tutti i mass media del mainstream Quasi che i giornalisti ignorino l’ovvio, e cioè che i terroristi erano quasi tutti già noti alla polizia, che non sembra avere fatto nulla per fermarli.
È evidente, di primo acchito, l’analogia con il modo in cui gli eventi dell’11 settembre 2001 vennero “raccontati” al colto e all’inclita del mondo intero. Ma i giornalisti del mainstream occidentale hanno una scusa: non sapendo nulla dell’11/9 non potevano fare i confronti. Sebbene abbiano sfoderato continuamente l’analogia tra l’11/9 e il 13/11. I più anziani tra i lettori ricorderanno che i 19 terroristi musulmani dirottatori dei quattro aerei — anche loro, come questi ultimi disgraziati — riuscirono nell’impresa gigantesca di annullare le difese della massima potenza mondiale armati di temperini. Anche allora, dopo i quasi tremila morti del World Trade Center e del Pentagono, sopraggiunse il famigerato USA Patriot Act, che cancellò in sostanza alcuni articoli fondamentali della Costituzione americana [3]
Pochi compresero il nesso. Ma oggi la sproporzione tra piccola causa e immensi effetti è di nuovo talmente stridente da non poter essere occultata. L’ultimo stato di emergenza in Francia risale al maggio del 1961, quando fallì il putsch di Algeri che avrebbe dovuto portare al rovesciamento del presidente Charles De Gaulle. Il solo fatto di mettere Hollande a confronto con De Gaulle sfiora la comicità.

E entriamo nel merito dell’accaduto e del modo in cui è stato raccontato al grande pubblico europeo. Intanto ricordando che l’importante settimanale Paris Match aveva previsto l’«11 settembre francese» un mese e 11 giorni prima che avvenisse, cioè il 2 ottobre. E lo aveva fatto attraverso un’intervista con il capo del pool antiterrorismo francese, il giudice Marc Trévidic. Che aveva profetizzato: «Gli attacchi alla Francia saranno su una scala dell’ordine di grandezza dell’11/9». Si dirà che era il suo mestiere quello di fare previsioni. Ma la sua posizione, il suo incarico, davvero non gli davano strumenti e possibilità di fronteggiare una tale banda di assai improbabili strateghi del terrore?

Questa previsione non fu, del resto, l’unica e isolata. Risulta che proprio quella mattina, era in corso un'esercitazione di difesa civile che avrebbe impegnato polizia, personale medico, pompieri, nel centro di Parigi, per fare fronte alle conseguenze di un’azione terroristica su larga scala. Ne dava notizia France.info, mandando in onda la dichiarazione di tale Patrick Pelloux[4]
Circostanza doppiamente singolare, perché Pelloux impazzò una prima volta su YouTube pochi minuti dopo il massacro di gennaio, per essere stato sul luogo della mattanza, scampato per miracolo, nella sua qualità di tecnico medico per l’emergenza. «Eravamo preparati», dice Pelloux, a novembre. Lasciando il forte sospetto che fosse stato “preparato” anche nei pressi della redazione di Charlie Hebdo, in gennaio. Ed è solo una delle tante singolarità di quel giorno fatale.

Come ha scritto, con una buona dose di sarcasmo, Roberto Quaglia, «viva le coincidenze! Perché chi ha mai detto che non possa essere una coincidenza il fatto che tutte le volte si verifichino esattamente le stesse coincidenze?» [5]
Infatti le analogie, o coincidenze, delle esercitazioni militari parallele agli attentati terroristici, sono una costante inquietante da non perdere d’occhio.
Cioè se per caso vi capiterà di sapere che è in corso, da qualche parte, un’esercitazione militare, cercate di stare alla larga: statisticamente c’è una discreta probabilità che si trasformi in un attentato terroristico.
Se si guarda appena un po’ indietro nel tempo di questi quindici anni di “lotta al terrorismo internazionale”, si scopre che quasi tutti gli attentati terroristici di grandi dimensioni sono stati accompagnati da esercitazioni militari che si svolgevano nello stesso giorno, in perfetta coincidenza [6].
Quello che ci rivela lo strano personaggio Patrick Pelloux è la stessa, identica storia dell’11 settembre, quello vero, del 2001. Anche allora si scoprì, a posteriori, che in quella fatidica giornata erano state concentrate (in diversi casi addirittura mutandone la data originaria, come per farle coincidere tutte nello stesso giorno) una decina di esercitazioni militari di vario tipo, tutte destinate a scongiurare un atto terroristico identico a quello che si verificò proprio in quella giornata a New York e a Washington. [7] (Non mi soffermo su un fatto del genere, accertato, documentato, ma del tutto sconosciuto al grande pubblico mondiale. Invito soltanto chi avesse qualche dubbio di leggerne con attenzione le sintesi contenute nelle note).

La stessa cosa, altrettanto identica, è stata accertata nel caso dei quattro attentati simultanei di Londra del 7 luglio 2005. In quel caso i “terroristi” parcheggiarono la macchina a Luton, per prendere il treno alla volta di Londra. Lasciando il bollo orario sul parabrezza, come se avessero in programma di tornare a casa propria, la sera, e non di finire i loro giorni facendosi esplodere in mezzo alla gente ignara. Tutti e quattro muniti di zaini , di quelli che sono in uso tra gli studenti di ogni scuola europea. Tre di questi zaini esploderanno in tre diverse stazioni della metropolitana di Londra. Il quarto zaino, quello sulle spalle del diciottenne Hasib Mir Husain, incontra una sorte leggermente diversa. Il ragazzo è salito su un autobus a due piani. Che si ferma inopinatamente su una piazzuola di sosta, in quel di Tavistock. Non è stato possibile sapere se il conducente abbia preso la decisione dopo avere sentito alla radio ciò che stava accadendo nel metro, o quali altri motivi possano averlo spinto. Fatto sta che i passeggeri dell’autobus, quelli che sopravvivranno all’esplosione, raccontano che il giovane Hasib si era messo a frugare affannosamente nel suo zaino, fino a che anch’esso, come i tre precedenti, gli esploderà in faccia provocando la quarta strage di quel giorno.
Si seppe in quello stesso pomeriggio che quella mattina era già in corso una esercitazione “di prova” che doveva permettere agli oltre 1000 partecipanti di reagire tempestivamente a un quadruplice attentato dinamitardo in quattro stazioni della metropolitana. Non è una supposizione. A riferirlo fu infatti un protagonista diretto: Peter Power, il direttore esecutivo della ditta privata, —la Visor Consultants — che stava effettuando l’esercitazione. La stupefacente rivelazione fu trasmessa la sera del 7 luglio dalla BBC Radio 5 (Live’s Drivertime Program), e poco dopo in televisione sul canale ITV ma non destò l’attenzione di nessuno.



P. Power: Alle 9:30 stamani eravamo infatti in piena esercitazione, per una società che conta più di mille persone a Londra, un’esercitazione basata su delle bombe sincronizzate e pronte a esplodere esattamente in quelle stesse stazioni della metropolitana dov’è accaduto stamattina. Mi si rizzano ancora i capelli in testa.
ITV: Per esser più chiari, avevate organizzato un esercitazione per sapere come gestire tutto ciò ed è capitato mentre conducevate tale esercitazione?
P. Power: Esatto, erano circa le 9:30 stamani. Avevamo pianificato questa esercitazione per una società, per evidenti ragioni non vi dirò il suo nome, ma sono davanti alla TV e lo sanno. Eravamo in una sala piena di gestori della crisi che si incontravano per la prima volta. In cinque minuti abbiamo realizzato che quel che succedeva era vero e abbiamo attivato le procedure di gestione della crisi in modo da passare dalla riflessione lenta alla riflessione rapida, e così via.


Poi, per oltre tre anni, sulla rivelazione cadde il silenzio. Solo nel 2008, precisamente il 3 settembre, Peter Power ci ritornò sopra in una conversazione sul J7 Blog Post, e poi ancora il 3 ottobre, con molti particolari. Non risulta che sia mai stato interrogato dagli inquirenti britannici, evidentemente non meno “distratti” dei francesi che condussero le indagini sui due attentati parigini del 2015[8]

Non meno singolare coincidenza fu quella che si verificò nell’attentato della maratona di Boston il 15 aprile 2013. Anche in quel caso si scoprì, nel mutismo generale dei media, che c’era stata in contemporanea una esercitazione di presunta difesa civile. In uno dei filmati che il web mise quasi immediatamente in circolazione apparivano ingranditi due dispacci del Boston Globe, che, uno dietro l’altro, pochi minuti prima della tragedia, raccontavano una notizia sconvolgente: «La polizia effettuerà una esplosione controllata al n. 600 di Boylston Street». E, pochi minuti prima di questo, un altro dispaccio citava funzionari di polizia che annunciavano una «esplosione controllata, tra un minuto, di fronte alla biblioteca, come parte delle attività di una squadra di artificieri».
In altri termini la polizia di Boston effettuava esplosioni “controllate” nel bel mezzo di una manifestazione sportiva piena di gente e in contemporanea con un attentato terroristico dove esplodeva, sul serio, una bomba in mezzo alla gente[9] 
Dove non si riesce a scegliere se fossero più stupidi coloro che inventarono una tale imbecille operazione o i giornalisti che la trovarono normale, o i magistrati che la ignorarono.

Anche in questo caso il mainstream (americano e, sulla sua scorta, anche quello mondiale) si bevve con gusto il brodino delle versioni ufficiali, esattamente com’era accaduto con la storia dell’antrace subito dopo l’11 settembre 2001, escludendo da ogni verifica le vertiginose incongruenze delle ricostruzioni poliziesche. Anche in quel caso, di Boston, uno dei due presunti attentatori (di cui fu subito sottolineata l’origine cecena, sebbene entrambi i ragazzi avessero avuto contatti assai sporadici con la madre, che ancora viveva a Grozny) venne ucciso, mentre “opponeva resistenza”, nelle ore immediatamente successive, sebbene siano ancora visibili, sul web, le immagini che mostrano il suo arresto, mentre viene fatto salire su un’auto della polizia, completamente nudo e ammanettato. E emerse che anche lui era sotto controllo della polizia da parecchio tempo. Il fratello minore è seppellito nelle prigioni americane e non potrà più parlare per il resto dei suoi giorni.
Nessuno riuscì a escogitare le motivazioni che avrebbero spinto i due “capri espiatori” a compiere quel gesto. Esiste, in compenso, un’impressionante documentazione fotografica che mostra la presenza, sul luogo dell’esplosione, in mezzo alla folla, di un gruppo paramilitare denominato Craft International, facilmente identificabile per abbigliamento e distintivi, che ha per emblema un teschio e per aforisma identificativo il seguente: “La violenza risolve i problemi”. Il gruppo compare all’inizio dotato di zaini neri e, alla fine, gli zaini non ci sono più, mentre i corpulenti giovanotti della Craft International salgono tranquilli su un furgone nero. [10]

La storia e la cronaca di questi ultimi 15 anni ci autorizza, come minimo, alla diffidenza. Ma, tornando ai tragici eventi parigini del 2015, non si può evitare di raccogliere alcune altre “stranezze” inspiegabili (cioè a cui è difficile dare risposta anche prestando piena fiducia ai racconti ufficiali e ufficiosi elargiti al grande pubblico). Si tratta per lo più d’informazioni che si possono trovare solo sul web. Il quale, pur essendo luogo aperto a ogni fantasticheria, manipolazione, provocazione, contiene anche una parte rilevante di dati che è possibile, con qualche ingegno, andare a verificare e che, proprio per questo motivo, il mainstream ignora pervicacemente. Si veda, ad esempio, il ruolo giocato da uno dei santuari di Internet, Wikipedia. Che questa volta supera se stesso. Infatti chi fosse andato su Wikipedia la sera del 13 novembre 2015 vi avrebbe trovato, alle 23:06, uno scritto che riferiva che «il Presidente francese ha dichiarato lo stato di emergenza e chiuso i confini dell’intera Francia». Sfortunatamente la dichiarazione di Hollande sarà resa pubblica soltanto alle 23:58, cioè 52 minuti dopo la pubblicazione di Wikipedia.

L’autore dell’articolo è anonimo, ma ha un numero che lo tradisce (e permetterebbe di identificarlo). Il numero è 82.45.236.70. Non risulta che gl’inquirenti siano andati a cercarlo e a interrogarlo, ma si ha ragione di dubitare di questa eventualità. Eppure sarebbe interessante risalire alla sua identità, visto che costui o costei sembra conoscesse in anticipo molte cose che sarebbero accadute quella sera. Non tutte ma molte. Probabilmente troppe. Costui o costei lavorò (lavorarono?) freneticamente per diffondere informazioni sull’attentato terroristico praticamente in tempo reale. Il massacro comincia alle ore 21:16. Se si va a leggere il primo dispaccio, delle 23:06, si scopre che il fantomatico scrittore è un “giornalista” straordinario che non solo riesce a dare in anticipo il testo di una dichiarazione esatta del Presidente francese, ma che, in due ore e 50 minuti, fornisce una descrizione degli eventi con tutta una serie di particolari che nessun organo d’informazione, nessuna agenzia, nessun resoconto radiofonico aveva ancora registrato. Forniranno al pubblico di Wikipedia, tra le 23:06 e la mezzanotte del 14 novembre, ben 13 aggiornamenti di ciò che stava avvenendo a Parigi in quelle ore.

Ma — altro evento singolare all’interno di un evento straordinario — alle ore 00:00 tutti i 13 aggiornamenti vengono cancellati e spariscono dalla pagina. Forse qualcuno si è accorto che il presidente francese aveva parlato “dopo” Wikipedia. Ma sarebbe bastato cancellare il dispaccio delle 23:06. Perché tutti e 13? Forse perché anche gli altri erano usciti troppo presto? O forse perché lo scopo era già stato raggiunto e non si voleva lasciare tracce? In ogni caso resta la domanda: perché lo fecero? Non è dato saperlo. Forse il loro scopo era semplicemente quello di usare l’autorità riconosciuta di Wikipedia per diffondere una determinata narrazione dell’evento, anticipando in pratica tutte le maggiori fonti d’informazione. Cioè “orientandole”. E noi non sapremmo niente di tutto ciò se non fosse che qualcuno stava seguendo questo movimento di comunicazioni “anticipate” e, essendosi incuriosito, fece un back-up completo delle 13 versioni e ce le ha restituite intatte, per la nostra riflessione. [11]
Dove si trovassero in quelle ore i signori e le signore che portano all'indirizzo IP/nome utente 82.45.236.70 non possiamo saperlo. Perché abbiano fornito questo servizio e poi lo abbiano cancellato è mistero ancora più fitto. L’unica cosa che si ricava dalla lettura dei 13 dispacci, poi cancellati, è che tutti insieme forniscono una versione precisissima, “arabo-musulmana”, di ciò che è accaduto: i mostri che si aggirano per le strade di Parigi sono terroristi, suicidi, siriani, islamici. Per fermarli occorre lo stato d’emergenza. La sorpresa è assoluta, impossibile prevedere una cosa del genere. Nient’altro: è ora di piangere i morti, di dare sfogo a paura e dolore. La mattina del 14 novembre sarà questo il Leitmotiv del mainstream mondiale.

Solo che, come già stiamo vedendo, in questa sintesi estrema molte cose non quadrano. Basterebbe aggiungere all’elenco gli avvertimenti, le anticipazioni, le soffiate, gli allarmi delle ultime ore, e dovremmo concludere che solo degli irrimediabili distratti o dei totali incapaci avrebbero potuto non avvertire puzzo di bruciato. Tanto più che — come s’è visto — gli stessi inquirenti, la magistratura, le forze dell’ordine, i servizi segreti, non solo quelli francesi, avevano addirittura proclamato urbi et orbi il pericolo imminente. Come interpretare, infatti l’allarme bomba che, quella stessa mattina del 13 novembre, fece sgomberare in tutta fretta la Gare de Lyon? E quello che, simultaneamente, fece sgomberare l’albergo in cui alloggiava la squadra di calcio della nazionale tedesca che doveva giocare quella sera contro la nazionale francese? Mettiamoci anche il reporter di Abu Dhabi Sports che, parlando dai bordi del campo poco prima dell’inizio della partita, riferisce che le autorità francesi hanno ricevuto una segnalazione circa una bomba allo stadio fin dal giorno prima. Perfino lui sapeva che qualcosa stava andando storto quella sera [12].
Del resto, sempre a proposito di stranezze stupefacenti, era dalla metà di agosto che l’allarme era stato lanciato e che l’allarme riguardava anche e specificamente il Bataclan, la "salle de spectacles" dove avvenne il grosso della strage. Lo rivela il già citato monsieur Trevidic, che è ora vice presidente dell’Alta Corte di Lilla, dopo avere interrogato un certo Reda Hame, arrestato dopo il suo ritorno dalla Siria. Doveva incontrarsi con Abdelhamid Abaaoud, ma sicuramente era molto ciarliero. Infatti rivela al magistrato che «il bersaglio più concreto di una prossimo attentato terroristico sarebbe stato una sala di concerti rock a Parigi». Il Bataclan, emerge, era stato indicato come un possibile obiettivo terroristico «almeno due volte in precedenza» [13]. E fa tre.

Poi la tragedia, per molti, troppi, quasi tutti giovani e giovanissimi, uccisi. Sebbene il bilancio dei morti resti, al momento attuale, assai poco chiaro, così come del tutto misterioso è il bilancio e le caratteristiche della liquidazione della squadra di assassini.
Ma è il racconto che non quadra, che contiene troppi tasselli inspiegabili. E una sola fonte: quella della polizia e dei servizi segreti. I giornalisti hanno scritto e detto molto: purtroppo nessuno di loro ha visto niente. Dall’inizio alla fine. E quello che riferiscono, sulle colonne dei giornali, dai canali radio e televisivi, è la confusa ridda di versioni ufficiali, poi quelle di seconda, terza, quarta mano, nessuna delle quali è verificabile, ma tutte assunte come credibili, anzi certe.
Poi ci sono le invenzioni vere e proprie, come quella, invero comica, del “terrorismo delle freccette”, in base alla quale Abaaoud avrebbe mandato i suoi uomini allo sbaraglio, nei mesi precedenti, tirando al bersaglio una serie di dardi, a casaccio, fino a che uno sarebbe arrivato a segno. [14] 
Cioè il capo del sanguinoso complotto, l’ovviamente defunto e dunque non più in grado di confermare o smentire, sarebbe stato “sotto una crescente pressione per realizzare qualche cosa di grosso”.
Pressione da parte di chi? C’era qualcuno che tirava le fila? Chi era?
La risposta a queste domande non c’è, dunque tutta la complessa operazione, e le sue gigantesche conseguenze, sarebbero il frutto della mente e dell’organizzazione di uno sprovveduto, vanaglorioso delinquentello, che avrebbe passato mesi a “tirare le freccette” fino a che una, almeno una, andasse a segno. Una di queste “freccette” sarebbe stata l’azione del 26-enne di origine marocchina, Ayoub el Khazzani, che in agosto emerse dalla toilette di un treno ad alta velocità diretto a Parigi, armato di un kalashnikov , solo per essere disarmato, senza avere sparato nemmeno un colpo, da tre provvidenziali passeggeri americani. Insomma Abaaoud stava andando a casaccio, sempre che fosse lui a guidare l’impresa. E, dato il suo comportamento altamente stravagante (sempre secondo le fonti di polizia o di altri esperti militari chiamati in soccorso dai giornalisti per spiegare l’inspiegabile), non è escluso che il giovanotto fosse in un qualche stato di inquietudine.
Chi è la fonte di questa informazione? Un certo Louis Caprioli, ex vicecapo dell’unità antiterroristica interna francese. «Tutto in questo 2015 era fino ad ora andato male –dice Caprioli — fallimenti, imbarazzanti fallimenti». E Charlie Hebdo? Un indubbio successo del terrorismo, appunto nel 2015. Ma evidentemente Abaaoud non era di quella partita. Poi verrà il salto di qualità del 13/11, cioè il passaggio da un kalashnikov che non spara un colpo, a una squadra di “almeno nove” killer. In realtà parecchi di più.

Se poi si esamina quello che sappiamo del capo di questi tre commandos, appunto Abdelhamid Abaaoud, ne viene fuori un quadro sconcertante. Quasi tutti i resoconti, o racconti, lo descrivono come un “soldato di fanteria”, divenuto – non si sa come — “colonnello nella gerarchia dello Stato Islamico”.
Quando arrivò la prima volta in Siria “fu incaricato di raccogliere i corpi dei soldati morti in battaglia” e, specificamente, di “svuotare le loro tasche”. Aveva certo una predilezione per lo spettacolo. Apparve più volte sulla rivista online della jihad, Dabiq, qualche volta mostrandosi sghignazzante mentre scaricava cadaveri da un pick-up, qualche volta sfottendo i servizi segreti che non erano riusciti a rintracciarlo mentre passava attraverso le frontiere europee, qualche altra volta minacciando attentati.
Secondo David Thomson, autore di un volume sui jihadisti francesi, Abaaoud “era considerato niente di speciale”. Ciò che sembra qualificarlo come qualcuno che se la cavava meglio pare sia stata la sua abilità nello sfuggire ai controlli. Una delle imprese più eclatanti fu il 20 gennaio 2014 quando portò con sé il fratello tredicenne Younes, verso la Siria. Furono fermati al controllo passaporti. Infatti Abaaoud era sulla lista dei ricercati [15]
Ma Abaaoud dichiara che lui e il fratello stanno andando a visitare la famiglia in Turchia e vengono lasciati passare.
Dove è difficile dire se è più incredibile il comportamento delle autorità francesi di polizia, e di quelle belghe, oppure quello dello stesso Abaaoud che si espone al rischio di essere arrestato con tanta totale incoscienza e mancanza di accortezza. Siamo di fronte al ritratto collettivo di polizie ripetutamente incapaci, con al centro un terrorista “islamico” piuttosto balordo, che rischia di farsi prendere ripetutamente per totale incoscienza. A meno che fosse sicuro che non lo avrebbero preso fino a missione compiuta.

C’è da chiedersi come mai i giornalisti che hanno scritto questi resoconti non siano stati in grado di formulare essi stessi gl’interrogativi che qui balzano agli occhi. Siamo di fronte a colleghi che sembra siano stati privati del beneficio del dubbio. Cosa che, probabilmente, influirà positivamente sulle loro carriere giornalistiche [16].
Ma questo è un altro discorso, che riguarda la Grande Fabbrica dei Sogni e delle Menzogne. Colpisce, tra le molte altre inquietanti sorprese, il fatto che in pratica esiste una sola foto dell’interno del Bataclan dopo il massacro. Stranezza oltre ogni immaginazione nel tempo moderno dove ormai tutti — e sicuramente tutti coloro che erano andati a sentire il concerto — hanno in tasca un cellulare in grado di fotografare e filmare. Siamo ormai abituati a vedere immagini raccapriccianti fotografate e filmate dagli stessi protagonisti, nelle condizioni più impensabili e drammatiche. Possibile che nessuno delle centinaia di sopravvissuti abbia fatto altrettanto? Certo nessuno poteva fotografare al buio e durante la sparatoria. Ma una volta finita la mattanza e l’ingresso della polizia, nessuno ha pensato di fissare ciò che stava vedendo?
In uno dei pochi filmati, quello girato con il cellulare dalla finestra del vicolo adiacente da un testimone, è possibile vedere, tra i corpi dei morti che giacciono a terra accanto all’uscita laterale del locale, uno dei feriti che accende il suo cellulare e cerca di comunicare, forse con un amico o un familiare, la sua situazione. Cerca soccorso, mentre ancora risuonano alcuni spari, radi, provenienti dall’interno. Possibile che nessuno dei sopravvissuti abbia fatto altrettanto? Strano.
Eppure una ricerca su Google rivela che effettivamente queste foto non ci sono. E l’unica che a quanto pare esiste, è di una stranezza assoluta. Con una lunga striscia rossa curvilinea sul pavimento, che sembra stata fatta trascinando qualche oggetto imbrattato di rosso, largo circa un metro, attorno ai corpi dei morti (cioè quei cadaveri erano già per terra, in quelle posizioni, e chi ha disegnato quelle strisce rosse lo ha fatto “attorno” ai loro corpi). Mentre molti cadaveri delle circa 15 vittime visibili nella foto appaiono stranamente privi di chiazze di sangue [17].

Ma la faccenda dell’”unica foto” diventa ancora più complicata qualche mese dopo, quando un giornalista francese, Hicham Hamza, viene arrestato e incriminato ufficialmente per “violazione del segreto istruttorio e diffusione di immagini gravemente lesive della dignità umana”. Hamza scrive per un sito, www.panamza.com, che già aveva accuratamente passato al setaccio la faccenda di Charlie Hebdo. Cosa ha fatto di tanto grave? Il 15 dicembre 2015 aveva diffuso quella foto dell’interno del Bataclan, scattata a quanto pare pochi minuti dopo la strage. Da chi non si sa. Il fatto è che Hamza trovò la foto su un tweet firmato “Israele News Feed” “@IsraelHatzolah”. Dunque l’unica foto del Bataclan è stata resa nota da un sito israeliano. Maurizio Blondet, che ha rivelato questa circostanza per i lettori italiani, si addentra nella scoperta sollevando un masso sotto il quale molti interrogativi si muovono. «Israel Hatzolah — scrive — è praticamente la stessa cosa di United Hatzolah, una ONG israeliana di paramedici che collabora con l’esercito di Israele», e il cui presidente è Mark Gerson, un ebreo americano che fu direttore esecutivo del think-tank “Project for The New American Century” (PNAC[18].
Per chi non ha la memoria corta si trattò del centro d’irraggiamento delle idee neocon che conquistarono il governo degli Stati Uniti con George Bush Jr e con tutta la squadra che gestì la “New Pearl Harbor” dell’11 settembre 2001, e che portarono l’America a invadere l’Afghanistan e l’Irak. Dunque l’unica foto del Bataclan post massacro viene diffusa al pubblico mondiale da una fonte israeliana collusa con i neocon [19]
Ma Blondet procede oltre. Il Bataclan apparteneva, fin dal lontano 1976 alla famiglia ebraica Toutou, e venne venduto l’11 settembre 2015, cioè due mesi prima della strage [20].
I vecchi proprietari si sarebbero trasferiti in Israele subito dopo la vendita. Coincidenze, nient’altro che coincidenze, ovviamente. Solo che il Times of Israel scrisse, dopo la strage, che «i responsabili della sicurezza della comunità ebraica erano stati avvertiti in anticipo dell’imminenza di un grosso attentato terroristico» [21]
La notizia, che fu poi censurata, includeva il nome dell’autore del preavviso: il banchiere Edmund De Rotschild. Non meno strana l’intervista che Jesse Hughes, il cantante degli Eagles of Death Metal, ha rilasciato a Fox Business Network quattro mesi dopo l’attentato. In essa il cantante rivela che quella sera, “ben sei uomini addetti alla sicurezza dietro le quinte, erano inspiegabilmente assenti”. Forse, aggiunge, “avevano ragioni per non venire”.


I dubbi s’infittiscono. Un altro dei quali scaturisce dall’esame collettivo della squadra di macellai che ha agito la sera del 13/11. Abbiamo nove nomi, che ci sono stati forniti dalla polizia. Otto di loro sono morti. Uno è ancora in fuga mentre scrivo queste righe. Di sette conosciamo qualcosa delle loro biografie. Per esempio che erano tutti schedati. Cioè erano sotto controllo. Tutti i loro precedenti erano quelli di piccoli criminali comuni. Nessuno di loro aveva un passato di fervente credente e praticante. Solo dal 2013 in avanti alcuni di loro mostreranno un più o meno intenso feeling religioso, che li avrebbe spinti a mettersi in movimento.

Di Abdelhamid Abaaoud s’è già detto qualche cosa. È stato in carcere più volte per furto e aggressione. I due fratelli Abdeslam, Ibrahim (31 anni) e Salah (26 anni), erano proprietari, fino al 5 novembre, — cioè sette giorni prima dell’attentato — di un bar del quartiere di Molenbeek a Bruxelles, chiamato “Les Beguines”, frequentato da prostitute e dove si spacciava droga. L’ex moglie di Ibrahim, Niama, parla di lui come di uno che «si faceva canne, dormiva tutto il giorno e non aveva lamentele contro l’Occidente».
Vi pare la figura di uno che, otto giorni dopo, si farà saltare in aria in un bar di Boulevard Voltaire?
Di Samy Amimour si sa che era sotto gli occhi della DGSE, l’intelligence francese, fin dal 2012. Quando lo arrestano, per tenerlo in cella d’isolamento per 86 ore, gli trovano in casa una storia dei profeti, istruzioni sulla dieta del buon credente, una copia dell’Èquipe e una di France Football. Il suo nickname è quello di un noto culturista, Samy Coleman. Dunque un culturista tifoso di calcio. Interrogato avrebbe detto di essere favorevole alla “jihad difensiva” e di non poter “nemmeno concepire il martirio”. Anche lui si sarebbe fatto esplodere dentro il Bataclan all’arrivo delle forze di polizia.
Ismael Omar Mostefai era stato schedato dalla polizia addirittura del 2010, arrestato otto volte, ma dopo avere fallito al concorso per entrare in polizia.
Fouad Mohammad Aggad: era un sorvegliato speciale, di quelli che sulla scheda segnaletica hanno la “S”. Precedenti per spaccio e risse. Il più innocuo della squadra era Bilal Hadfi: ventenne, denominato Billy Hood, anche lui schedato. Beveva e andava in giro molestando le ragazze.

Ce n’erano altri due, sui cui nomi veri c’è da dubitare perché avrebbero avuto passaporti falsi. Comunque non si sa nulla. Nomi fotocopia: Ahmad al Mohammad e Mohammad al Mahmoud, si dice provenienti dalla Siria, via Turchia, entrambi saltati in aria nei pressi dello Stade de France, e dunque comparse cancellate dall’oblio del perossido di acetone. Il conto è fatto.
Dei nove già nominati, cinque saranno quelli che, sempre secondo il racconto della polizia, salteranno in aria (tre presso lo stadio, cioè Hadfi, Ahmad e Mohammad; uno, Hamimour, esploso — pare—nel Bataclan; l’altro, Ibrahim Abdeslam, esplode in un bar di Boulevard Voltaire). Restano vivi in quattro, fino a questo momento. Uno di questi è Salah Abdeslam, fratello di Ibrahim, quest’ultimo già esploso al Comptoir Voltaire. La polizia informa che, dopo il massacro di Parigi, Salah torna in Belgio in macchina, insieme ad altri due passeggeri. Potrebbero essere Mostefai e Aggad, i due fucilieri del Bataclan rimasti in vita (Amimour si è ufficialmente fatto esplodere). Ma non è sicuro.
Se i due in questione sono morti dentro il Bataclan, significa che almeno altri due dei partecipanti all’operazione si sono salvati, cioè il team era più numeroso di quanto detto. Quello che è sicuro è il fatto che l’auto viene “fermata dalla polizia per ben tre volte, l’ultima il 14 novembre alle 9 del mattino, a Cambrai, ormai a 50 chilometri dal confine belga (in questi momenti qualunque guidatore con la pelle un po’ scura viene fermato, spiega un avvocato degli arrestati minori) e gli agenti non trovano niente di strano nel terzetto” [22]

E veniamo ora ai tre suicidi attorno allo stadio. Ore 21:20. Primo kamikaze. Salta con la sua cintura esplosiva nei pressi della porta D dello stadio dopo che gli è stato impedito l’ingresso. Oltre a lui rimane ucciso un passante che si trovava poco distante. Ore 21:30 il secondo kamikaze esplode nei pressi di un ristorante. La vetrina risulta soltanto incrinata. Nessun morto oltre lui. Ore 22: il terzo kamikaze esplode mentre si trova all’entrata di un vicolo cieco. Come se stesse cercando di nascondersi. Bilancio di tre esplosioni: tre kamikaze uccisi e un morto. Invece che una strage in questo caso si può a ragione parlare di una “mancata strage”. Lo stupore di Blondet, e il mio, viene corroborato da quello della France Presse che, citando una fonte anonima della polizia, scrive: «È incomprensibile. Un miracolo che ci siano state così poche vittime. Concretamente quel che hanno fatto (i jihadisti, ndr), a parte suicidarsi, non ha alcun senso. Se volete fare una carneficina, lo fate al momento dell’entrata o dell’uscita degli spettatori (…) qui ci sono solo dei tizi che si sono suicidati». La polizia francese è distratta, ma qualcuno ragiona. Solo che preferisce restare anonimo.

Andiamo ora a vedere cosa succede al quarto attentatore suicida. Solo le ore 21:45. Quindici minuti dopo il secondo kamikaze dello stadio e quindici minuti prima del terzo. Ibrahim Abdeslam è seduto sulla terrasse al n.253 di Boulevard Voltaire. I testimoni, padrone del locale e camerieri, ricordano che se ne sta taciturno e tranquillo. E prima di saltare per aria non grida, non inneggia al Profeta. Quando la cameriera si avvicina per prendere l’ordinazione avviene l’esplosione. Lui muore, lei, seppure gravemente ferita, rimane in vita. Bilancio al momento: quattro kamikaze morti, un solo disgraziato passante li ha accompagnati a miglior vita. L’anomalia della situazione diventa enorme. E sempre più inspiegabile, date le premesse. Tanto più che Ibrahim sarebbe stato colui che noleggiò la SEAT nera e la parcheggiò a Montreuil, lasciando al suo interno tre kalashnikov, con cinque caricatori pieni e 11 vuoti. Una cosa sconclusionata. Che se ne facevano di undici caricatori vuoti? Erano quelli del Bataclan? Ma chi ce li ha portati? In tal caso sono rimasti vivi. Doveva partecipare anche lui alle sparatorie? Ma non lo fece. Era suo compito aspettare i macellai del Bataclan e portarli fuori città? Ma allora perché si fa esplodere prima che il massacro cominci? E in quel modo, insensato come quello dei tre suicidi dello stadio?
Anche qui riemerge la sbalorditiva creduloneria dei giornalisti dei grandi organi di informazione: non ce n’è uno che metta insieme i pezzi del puzzle che ha di fronte. Possibile che a nessuno sia venuta in mente la possibilità che i quattro kamikaze siano stati fatti saltare per aria da un sistema d’innesco a distanza? Cioè che non siano stati loro a decidere il momento, a premere il pulsante fatale, ma qualcun altro (alla luce dei risultati anch’egli piuttosto sprovveduto), che si trovava da qualche altra parte?
Non si potrebbe ipotizzare che almeno qualcuno di loro non sapesse affatto di essere destinato a fare il kamikaze, ma che avesse ricevuto in dotazione un cellulare per mantenere le comunicazioni con gli altri del commando. Un cellulare in realtà riempito di esplosivo e comandato a distanza (così si spiegherebbe la debolezza delle cariche)? Ipotesi queste, niente affatto peregrine, se si ricorda quante volte, al passaggio del metal detector di un aeroporto, i sorveglianti chiedono di accendere il cellulare per vedere se è davvero un cellulare [23].
E che dire dei due cellulari ritrovati dalla polizia: uno nei pressi dello stadio, l’altro nei pressi del Bataclan? Sembra che questa banda di pasticcioni sanguinari abbia volutamente lasciato tracce per la ricostruzione degli eventi. E risulta — sempre dalle informazioni postume fornite dagl’inquirenti — che ci fossero telefonate continue che collegavano il cellulare di Abaaoud e quello di almeno uno dei kamikaze dello stadio, mentre uno del terzetto del Bataclan avrebbe comunicato, non si sa a chi, via sms, che stava per cominciare la strage. Queste le trouvailles che la polizia ha lasciato filtrare in diversi momenti delle indagini [24].

Lascio da parte molte altre informazioni, che Maurizio Blondet ha raccolto [25], dove testimoni oculari parlano di altri killer, di alta statura, di pelle bianca, arrivati a bordo di una Mercedes nera, atletici, vestiti di nero, che “sembravano militari o mercenari”, efficienti e operativi nelle sparatorie contro i bar e ristoranti. O dei quattro , che “sembravano morti viventi, come fossero drogati”, che se ne stettero a bordo della Polo nera con targa belga, parcheggiati non molto lontano dal Bataclan, per quasi due ore. Tanto sospetti che un avventore di un vicino locale cercò di avvertire la polizia, ma senza successo.

Fino alla conclusione della mattanza del 18 novembre, altrettanto inverosimile di tutto quanto fin qui raccontato. La polizia, la DGSE, trovano il covo di una parte dei terroristi: è nel quartiere di Saint Denis, un appartamento al terzo piano di Rue de Corbillon. Sono passati poco più di tre giorni. Sono le quattro del mattino del 18 novembre.
Il quartiere viene sgomberato e circondato da un grande schieramento di forze militari e di polizia. I terroristi non possono sfuggire. Sarebbe cruciale prenderne qualcuno vivo in modo che possa raccontare tutto quello che sa. Invece le forze di polizia lanciano l’assalto.
Comunicheranno dopo di avere sparato più di 5000 proiettili, accrescendo così il sospetto che lo scopo dell’operazione fosse di non farne uscire nessuno vivo. Dentro — risulterà — erano solo in tre. L’unica donna, la cugina di Abaaoud, Hana Ait Boulachen cercherà disperatamente, gridando, di segnalare alla polizia che lei non c’entra per niente. La polizia dirà che si è fatta esplodere, poi rettificherà dicendo che è morta nell’onda d’urto dell’esplosione con cui uno dei due uomini si è immolato.
Chi fossero ce lo racconta ancora la polizia. Di uno dei due non si conosce l’identità. Di lui è restata solo una porzione del cranio. Dell’altro invece, stando alla ricostruzione di Repubblica, già qui citata, si sa tutto. E’ bastata “la falange del dito di una mano”, unico “brandello di un cadavere dilaniato dall’esplosione di un giubbotto imbottito di Tatp, perossido di acetone”, per ricavare che quel dito apparteneva a Abdelhamid Abaaoud. Questa volta la carica era così potente da fare fuori tre persone in un colpo solo: mica come quelle degli altri kamikaze!

Davvero era necessario sparare cinquemila proiettili? Hanno fatto tutto da soli. Sarebbe bastato aspettare il far del giorno. Così il bilancio finale della squadra di killer islamici dice che i morti ufficiali sono stati otto. I sei kamikaze hanno ucciso un solo estraneo. Tre sono fuggiti, di loro conosciamo soltanto Salah, gli altri due non sono noti. Forse coincidono con Mostefai e Aggad, usciti vivi dal Bataclan. Ma non è certo. Dei giovanotti vestiti di nero scesi da una Mercedes non c’e traccia nei racconti ufficiali. Di chi era il pezzo di cranio? Chi fu il bombarolo che preparò le cariche? Perché i cellulari lasciati a terra? Perché l’assalto del quartiere Saint Denis? I kamikaze erano “radiocomandati”? Cioè c’era qualcun altro che schiacciava i pulsanti dei detonatori? Perché non ci sono fotografie del salone del Bataclan dopo l’eccidio?

Forse sarà necessario fare di nuovo ricorso al segreto militare. Chi scrive non ha nessuna di queste risposte. Ma questo non lo priva della possibilità di formulare delle ipotesi semplici. Torno alla strage di Charlie Hebdo. Il segreto militare del ministro Cazeneuve ha fermato l’indagine quando sono emersi i contatti tra un informatore che agiva per conto dei servizi segreti francesi e il terrorista Ahmedy Coulibaly. Le polizie di tutto il mondo infiltrano i loro uomini e donne nelle organizzazioni criminali e terroristiche. E, simultaneamente usano i criminali e i terroristi che hanno intrappolato preventivamente, come strumenti per raccogliere informazioni, ricattandoli. Da qui al loro uso come attori, comparse, capri espiatori da esibire al pubblico in caso di necessità, il passo è brevissimo. Tanto più facile quando questi capri espiatori non sanno di esserlo e agiscono con la convinzione di essere eroi che lottano per la loro causa, quale che essa sia. E, tanto più sono fanatici, quanto più è possibile guidarli verso obiettivi opportunamente predisposti. Con questi mezzi si possono compiere piccole e medie provocazioni. Ma si possono anche realizzare, quando serve, grandi, colossali, sanguinose false flag operations, operazioni in cui deve sventolare agli occhi del pubblico una “falsa bandiera”, mentre coloro che le hanno organizzate rimangono totalmente al coperto.

In questo caso almeno sette dei kamikaze morti nell’attacco terroristico del 13/11 erano nella condizione di ricattabilità. La libertà di movimento di cui hanno goduto suggerisce che erano anche sotto una qualche rete di sicurezza.
Il compito della democrazia, se esiste, è scoprire chi costruisce queste operazioni. Il segreto militare, il segreto di Stato, al contrario, serve per proteggere i servizi dello Stato che — magari lavorando per altri Stati — deviano dai loro compiti e dai loro doveri. A meno che, come ci ha fatto ricordare Wikileaks, siano altri servizi segreti (o settori deviati), di Stati amici, che non è possibile smascherare, proprio perché ufficialmente amici, i quali organizzano la false flag operation per punirci quando diventiamo disobbedienti. Qualcuno potrebbe non sopportare che noi europei ci consideriamo “alleati ma non allineati”. Neppure su questioni secondarie. Dobbiamo essere in ginocchio, sempre, altrimenti potremmo essere oggetto di “una lista di obiettivi di rappresaglia, che crei una certa sofferenza” [26].
Se le cose stanno così dobbiamo, noi europei, chiederci se siamo disposti a lasciarglielo fare.


NOTE


[1] Avis n° 2015-09 du 18 juin 2015 (Journal Officiel de la Republique Française): contiene la notizia di una lettera del 1° giugno 2015, in cui il ministro degl’interni B. Cazeneuve si oppone a una richiesta di declassificazione di importanti documenti dell’inchiesta da parte dell’istanza dei giudici del Tribunale di Lilla. La commissione consultiva per il segreto circa la difesa nazionale, dà ragione al ministro.
Solo il 10 settembre la notizia verrà rivelata al grande pubblico dal sito francese Mediapart, dove, per la penna di Karl Laske, si saprà che l’inchiesta dei giudici francesi, Stanislas Sandrapos e Richard Foltzer, circa il percorso seguito dalle armi del defunto terrorista Coulibaly è stata fermata là dove emergevano i rapporti tra i terroristi e i servizi segreti francesi. L’inchiesta della magistratura aveva rivelato che Coulibaly acquistò le armi da un certo Claude Hermant, importatore di armi attraverso la società commerciale Seth con sede a Haubourdin, e collaboratore dei servizi segreti francesi.

[2]  Stacy Meichtry - Joshua Robinson, "Paris Attacks Plot Was Hatched in Plain Sight", The Wall Street Journal, 27-29/11/2015.

[3] «Per la legge in questione è stato usato un acronimo orwelliano: ‘USA PATRIOT Act’ è la sintesi di "Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act", ossia "Legge per unire e rafforzare l’America offrendo gli strumenti adatti richiesti per intercettare e bloccare il terrorismo". Attraverso il nome è stata data una perentoria patente di patriottismo a un delicato provvedimento che in realtà sospende molte leggi di garanzia. Con un metodo ricattatorio (chi si oppone a qualcosa che si chiama Patriot diventa per definizione ‘antipatriottico’) l’amministrazione Bush ha subito mirato a tacitare le critiche e prevenire discussioni sugli ineluttabili abusi» (cfr. Pino Cabras, Strategie per una guerra mondiale, Aisara, 2008).

[5] ibidem, nota 4.

È interessante notare che persino in occasione della strage di Oslo del 22/07/2011, come rivelò il più importante quotidiano norvegese, Aftenposten, la scena del crimine aveva letteralmente ricalcato simulazioni in corso degli apparati di sicurezza in quella stessa giornata. Solo poche ore prima che Anders Behring Breivik iniziasse a sparare sui ragazzi di Utøya le squadre di emergenza della polizia avevano concluso un'esercitazione in cui avevano sperimentato una situazione quasi identica: «un attacco terrorista mobile nel quale l'unico obiettivo di uno o più esecutori consisteva nello sparare a quanta più gente possibile e poi nel fare fuoco sui poliziotti al loro arrivo. “Era assai simile allo schema. Così ha voluto il caso”, dichiara una fonte attendibile della polizia, che ha chiesto l'anonimato». (http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=63448).

[13] R. Callimachi, K. Bennhold and L. Fourquet, " How the Paris Attackers Honed Their Assault Through Trial and Error", New York Times, 30 novembre 2015.

[14] Ibidem. Dartboard terrorism.

[15] «Era nel database di tutti i paesi europei, ma ritornò in Europa come se stesse per andare in una vacanza al Club Med». New York Times, 30/11 (frase attribuita dal NYT alla madre, anonima, di uno dei jihadisti morti nei combattimenti in Siria. C’è da dubitare, tuttavia che la madre di un terrorista adotti questo tipo di linguaggio e riferimenti turistici di questo genere).

[16] Mi riferisco specificamente a tre ricostruzioni degli eventi: 1) Wall Street Journal (27-29/11), firmata da Mathhew Dalton, Inti Landauro, Noemie Bisserbe, Mohammad Nour Alakraa, Matt Bradley, Dana Ballout, Giada Zampano, Anton Trojanovski; 2) Quella citata del New York Times (30/11), firmata da K. Callimachi, K. Bennhold, L. Fourquet; 3) La Repubblica (20/11), Con le firme di Carlo Bonini, Giuliano Foschini, Anais Ginori, Fabio Tonacci.


[20] http://www.timesofisrael.com/jewish-owners-recently-sold-pariss-bataclan-theater-where-is-killed-dozens/


[22] http://www.maurizioblondet.it/parigi-qualche-kamikaze-era-radiocomandato/ Devo alla ricostruzione di Maurizio Blondet, ricca di particolari e di citazioni dalle fonti francesi, gran parte dei dati riguardanti gli attentatori suicidi, e anche gran parte delle sue considerazioni successive, che considero molto convincenti.

[23] “Secondo una fonte giudiziaria — scrive il Figaro —le cinture esplosive avrebbero potuto essere azionate da telefono portatile”.
[26] Wikileaks ha publicato un cablogramma che l’ambasciatore americano a Parigi inviò al Dipartimento di Stato il 14 novembre 2007. Nel quale si formula, riferendosi ai negoziati di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, la proposta di “calibrare” la lista, sia verso l’Europa intera, poiché “la responsabilità è collettiva”, sia verso i “responsabili principali”, cioè la Francia. Il tutto in un contesto come quello di “alleati ma non allineati”. Frase che lo stesso cablogramma riferisce all’allora presidente francese Sarkozy.