3 agosto 2017

Napolitano il passante e la guerra di Libia

di Pino Cabras.

Nei giorni in cui è finalmente diventato senso comune il fatto che la guerra di aggressione mossa alla Libia nel 2011 dai paesi Nato e dalle petromonarchie arabe sia stata un disastro geopolitico, l'ex presidente della repubblica Napolitano rilascia un'intervista per dire che in quella guerra lui non c'entrava mica, era quasi un passante. 
Lui non c'era e se c'era dormiva. 
Eppure gli archivi sono ancora lì a ricordarci che il Peggiorista nel 2011 usava tutta la sua influenza per fare appelli alle «decisioni difficili» (cioè la guerra) e strillava «non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo» (si è visto che bel Risorgimento, come no). 
Il 26 aprile 2011 Napolitano dichiarava: «L'ulteriore impegno dell'Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall'Italia a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento». 
Prima mettono le premesse per tragedie immani, poi fischiettano allegramente come se niente fosse.


28 luglio 2017

La stella spenta dell'europeismo

di Pino Cabras.
da Megachip.


Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica. 
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.


16 luglio 2017

Vladimir Putin: “Seduti sulle nostre teste a masticare chewing-gum”

PANDORATV.it


Tratto da pandoratv.it/?p=17522.

Al recente Forum Economico di San Pietroburgo, Megyn Kelly, la nuova star della NBC americana, portata via a suon di milioni dalla FOX, è stata mandata ad intervistare Putin, con il preciso compito di “fargli fare una brutta figura” davanti alle telecamere. Ecco il risultato. [Sintesi]
A cura di Massimo Mazzucco.

COME SOSTENERE PANDORATV.it:


16 giugno 2017

False accuse di antisemitismo, strumento del nuovo maccartismo


di Enrica Perucchietti.
Con nota di Pino Cabras in coda all’articolo.


La caccia alle streghe continua. Il mio nome è finito nell'elenco dell'Osservatorio sull'Antisemitismo in quanto sarei "complottista". Sarei inoltre antisemita a causa del mio saggio False Flag (non se ne capisce il motivo).
È evidente che è in atto ed è sempre più violenta una campagna denigratoria e censoria volta a denigrare, censurare, distruggere, piegare chiunque non si allinei con il pensiero unico, il politicamente corretto e soprattutto il potere.
Io non ho mai parlato di "ebrei", semmai ho parlato di personaggi come Soros, o dinastie come i Rothschild non in quanto ebrei ma in quanto addentro a certe dinamiche di potere, dove troviamo molti eminenti cristiani e musulmani loro pari. Se parlo di Soros non è perché ebreo ma in quanto speculatore finanziario. Se non concordo con alcune politiche di Israele, ciò non avviene in virtù di qualche mio spirito antisemita o perché io sia fascista (cosa che tra l'altro, a differenza di personaggi ben più famosi di me, non sono).
Di fatto non dovrei nemmeno stare qui a giustificarmi di non essere qualcosa che non sono, se non fosse che il mio nome è stato messo senza senso in mezzo a quello di altri colleghi. Ed è inoltre un danno all'immagine, soprattutto ora che viviamo in una società sempre più fondata sull'immagine, sulla forma, sullo spettacolo. È sempre più evidente che sta operando alla luce del sole la psicopolizia in stile orwelliano: ti spiano, leggono quello che scrivi o che pubblichi per poi metterti alla berlina. Aspettano un tuo passo falso per screditarti come dei parassiti che si nutrono del sangue altrui. E se il passo falso non c’è, pazienza, basta accusare gli altri di “fake news” facendosi coprire le spalle dai potenti.
Se parli di gender sei omofobo, se contesti la maternità surrogata sei nazista, se attacchi Soros sei antisemita. Praticamente non siamo più liberi nemmeno di pensare.
Si svuotano inoltre i termini e li si riempiono con quello che vuole il Potere. Potere che vuole subissare ogni testa con i suoi contenuti. Devi dire fare e pensare quello che il Potere vuole e illuderti di essere libero. Altrimenti dovrai vergognarti di esistere e verrai processato, additato, perseguitato e magari bruciato in pubblica piazza.
Siamo dentro la distopia di “1984” e forse ben oltre.

NOTA DI PINO CABRAS

Ho scritto la prefazione di False Flag di Enrica Perucchietti, il libro che le ha guadagnato l’inserimento maccartista nell’indice dei libri proibiti dell’Osservatorio sull’Antisemitismo, un’organizzazione non governativa che tuttavia agisce come se fosse una organizzazione ipergovernativa di emanazione israeliana. Né in questo libro, né in tutta la pubblicistica di Enrica ho letto un solo rigo che sia classificabile come antisemitismo. In altri suoi libri in qualche passaggio ha parlato del Mossad, certo. Ma un osservatore dei fenomeni politici internazionali contemporanei che non parlasse delle grandi agenzie di intelligence e delle loro sinistre strategie sarebbe come uno studioso di fauna africana che non nominasse mai un elefante. L’accusa di antisemitismo è un silenziatore usato con zelo implacabile per intimidire anche la minima critica a Israele, anche quella solo potenziale, evidentemente. Più realisti del re.
Il dramma è che questa pratica maccartista ha poi un’eco sui grandi gruppi editoriali, sempre più infastiditi dal fatto che stanno perdendo influenza rispetto alle nuove fonti di cultura e informazione, e dunque pronti a ogni più vigliacca “character assassination”. E questo deve preoccupare. La mia è una solidarietà piena e convinta a un’intellettuale brava e onesta. Ed è anche un invito a non lasciar passare nessuna intimidazione di questo tipo. Ne va della libertà di parola di tutti.


19 maggio 2017

11/9, perché il consulente saudita dice che dietro c'erano gli USA?

di Giulietto Chiesa.


Strane cose dal mondo mentre un’America lacerata e isterica fatica a mantenere il controllo degli scenari in cui è impegolata. Ora è l’Arabia Saudita che manifesta ripetutamente segni di inquietudine e di rivalsa.
Inquietudine ben giustificata se si tiene conto che Riyadh è letteralmente appesa alla protezione americana e israeliana, e ha fondati motivi per credere che una tale America sia sempre più bisognosa di cure psichiatriche. Inquietudine che potrebbe innescare inedite reazioni vendicative, per quanto collidenti con l’interesse strategico. Come nei casi che qui stiamo esaminando, che si stanno trasformando in accuse devastanti per l’immagine e il ruolo guida di Washington.
La più clamorosa delle quali è la rivelazione saudita secondo cui “l’11 settembre 2001 è stato una operazione esclusivamente americanaprogettata ed eseguita all’interno degli Stati Uniti”. Boom! Affondati in un colpo solo i servizi segreti americani e i debunkers che da sedici anni difendono la versione ufficiale dell’11/9.
La dichiarazione è uscita sul quotidiano saudita (con sede a Londra), Al-Hayat, firmata dall’esperto legale del governo saudita, Katib Al-Shammari. Dichiarazione interessante, ma soprattutto “interessata” in quanto Riyadh è impegnata a sottrarsi alle accuse di avere partecipato in varie forme all’attacco terroristico, e di evitare quindi il micidiale codazzo di indennizzi alle famiglie delle vittime che si rovescerebbero sulle finanze dei sovrani feudali dell’Arabia Saudita. Dunque l’offensiva di Katib Al-Shammari sarebbe finalizzata a bloccare in anticipo sentenze di qualche tribunale americano. Tant’è che qualche mese fa il governo saudita ha fatto sapere a Washington che, in caso ci si incamminasse su questa strada, Riyad sarebbe pronta a ritirare quasi un miliardo di dollari dalle banche americane.
Il piatto è ricco e Katib non pronuncia parole al vento in un momento d’ira. L’11 settembre – ha detto – è uno dei temi che hanno consentito agli Usa gettare la colpa su una serie variabile di capri espiatori: da Al-Qaeda ai Taliban, dal regime iracheno di Saddam Hussein all’Arabia Saudita. E ora la minaccia di pubblicare documenti che proverebbero la partecipazione saudita all’atto terroristico dell’11/9 sarebbe la “solita operazione” di scaricare il barile sulle spalle altrui.
Il legale saudita entra pesantemente nel merito della ormai più che quindicinale disputa: “Tutte le persone ragionevoli del mondo, che conoscono le politiche americane e che hanno esaminato immagini e video [dell’11/9] , sono unanimemente concordi sul fatto che l’assalto alle Twin Towers fu una operazione esclusivamente americana, pianificata e portata a compimento all’interno degli Stati Uniti. Prova di ciò è la sequenza di continue esplosioni che drammaticamente si verificò lungo entrambi gli edifici (…). Esperti ingegneri strutturali li demolirono con esplosivi, mentre gli aerei che si sfracellarono [contro di essi] diedero il via libera alle detonazioni, ma non furono il motivo dei collassi”.
Credere in toto al signor Katib Al-Shammari non è possibile, essendo egli stipendiato per difendere Riyadh. Lo si vede bene là dove egli, insistendo sull’operazione “esclusivamente pianificata e portata a compimento negli Usa”, difende i suoi patrocinati e il Mossad israeliano, oltre all’intelligence pachistana Isi: tutti comprovatamente e variamente partecipi dell’operazione. Tuttavia chi — come me e i milioni di persone che non hanno mai creduto alla versione ufficiale dell’11 settembre — possono sentirsi in qualche misura confortati da queste deduzioni, che provengono dal campo avversario e sono destinate comunque, prima o dopo, a far saltare il coperchio della menzogna.
Ma quella di Katib Al-Shammari non è l’unica cicogna a volare fuori formazione. Il mese scorso un altro cittadino arabo-saudita, il direttore del Centro d’informazioni per gli Studi arabo russi, Dottor Majed Abdulaziz Al-Turki, ha sorpreso il foltissimo uditorio di militari di tutto il mondo (eccetto i paesi Nato) riuniti a Mosca per la Sesta Conferenza sulla Sicurezza Internazionale, con una relazione in cui ha dichiarato con tutta chiarezza che i gruppi terroristici “esprimono non se stessi ma le intenzioni di forze ignote, non visibili, in quanto sottoposti ai servizi segreti di alcuni paesi”.
Non è entrato nel dettaglio e non ha rivelatori di quali paesi stesse trattando ma, affinché non vi fossero dubbi sul significato delle sue deduzioni, ha aggiunto che questi gruppi “non hanno ideologia“, i loro scopi sono “mutevoli in quanto corrispondono ai desiderata degli sponsor e di coloro che li assoldano”. In altri termini il rappresentante saudita ha descritto i gruppi terroristici come mercenari al servizio di altri paesi, non necessariamente islamici.
Se il cognome Al-Turki indica – come si presume – la nobile famiglia di provenienza, si deve immaginare che, anche in questo caso, qualcuno a Riyadh stia cominciando a perdere la pazienza e lascia intendere che è pronto a dire, se necessario, chi guida la danza della guerra in Siria e chi c’è dietro al Califfato.
Siamo dunque di fronte a fughe di notizie che, tutte insieme, chiariscono come gli alleati degli Stati Uniti sono ben consapevoli, anche i più fedeli, del ricatto, cui sono sottoposti in continuazione, mediante la pubblicazione di materiali compromettenti. Se vale per l’Arabia Saudita, non c’è motivo di pensare che non valga per tutti gli altri, compresi gli alleati europei (intendendosi tanto di Stati quanto, personalmente, dei loro leaders).
Così si spiega assai bene come mai questi signori siano così inclini a prendere decisioni assurde, o apertamente contrarie ai loro interessi. Al punto che talvolta ci si chiede come sia possibile che siano diventati così stupidi. La spiegazione di un tale dilemma è invece molto semplice: essi eseguono ordini sotto ricatto.


17 maggio 2017

Dov'è la Corea Del Nord? In Australia

di Pino Cabras.

Il New York Times ha chiesto a un campione di 1.746 cittadini statunitensi adulti di localizzare la Corea del Nord in una cartina muta. 
I puntini azzurri rappresentano le loro risposte. 
Soltanto il 36% ha saputo indicare correttamente la posizione geografica
Il rimanente 64% è andato a prendere granchi in tutta l'immensa Asia e persino in Australia.
Le risposte al sondaggio del 2017 su "dov'è la Corea del Nord?" su una cartina muta.

E' molto interessante l'analisi delle altre domande connesse a questo sondaggio: per ogni persona intervistata, quanto più essa segnava lontano dalla Corea il suo punto sulla mappa, tanto più era favorevole a un intervento militare. 
Nel 2014 il Washington Post fece un analogo esperimento. Quella volta agli americani si chiedeva dove fosse l'Ucraina. Anche allora, più si ignorava la geografia, più si voleva la guerra e meno la diplomazia


Le risposte al sondaggio del 2014 su "dov'è l'Ucraina?" su una cartina muta.

Non credo che i risultati cambierebbero di molto anche da noi, persino tra illustri intellettuali. 
Se si osservasse bene ad esempio quanti pochi chilometri ci siano tra il confine ucraino e la città di Mosca, si capirebbe meglio che piazzare lì un avamposto della NATO con una postura ostile - nell'era delle armi atomiche e delle decisioni di rappresaglia da prendere con poco preavviso - sia una mossa molto pericolosa e infinitamente stupida
Ma pochi sembrano saperlo. 


8 maggio 2017

Chi non si piega a Macron

La Francia Non Sottomessa giocherà le sue carte già alle legislative di giugno. Plastique Macron il Thatcheriano sconterà molte contraddizioni.

di Pino Cabras.
da Megachip.



Ho letto da sinistra diverse critiche alla scelta che ha fatto il più eminente rappresentante della 'gauche', Jean-Luc Mélenchon, ossia: non appoggiare Emmanuel Macron in vista del ballottaggio che ha consegnato a quest'ultimo e ai suoi facoltosi burattinai le chiavi dell'Eliseo.

I critici sottovalutano la portata del tema scelto da Mélenchon per dare un nome alla sua campagna: La France Insoumise, ossia La Francia non sottomessaMélenchon ha rotto l'eterno ricatto del "voto utile" con cui la sinistra si mette sotto padrone e si fa distruggere, come è accaduto in Italia. 
Non sottomettersi significa che la paura del lepenismo odierno non deve implicare il doversi mettere direttamente nelle mani dei progetti disumanizzanti di Jacques Attali e degli altri creatori di Macron. 

In vista delle elezioni legislative di giugno, Mélenchon si presenta ora come ispiratore di una forza autonoma, indipendente, in grado di espandersi presso l'area vastissima del voto che per l'elezione presidenziale ha scelto di astenersi. E può farlo perché non ha assicurato ai padroni del vapore l'idea che "tanto i nostri voti sono scontati". Durante tutta la campagna elettorale ha costantemente criticato il meccanismo costituzionale stesso che fa della Francia una "monarchia repubblicana". E che porta a scegliere alla fine un presidente non rappresentativo.

Se si gioca bene le carte, e se nel frattempo i media francesi non decidono definitivamente di proporre una forma soffocante di pensiero unico, Mélenchon può diventare Primo Ministro in un'interessante cohabitation con Plastique Macron. O in ogni caso può guidare un'opposizione forte in prospettiva.
E la prospettiva conta: nella fascia d'età 18-24 anni la maggioranza dei voti è andata a Marine Le Pen.  Nei prossimi anni intere coorti di giovani entreranno in conflitto con l'idea di lavoro espressa da Macron, che ha dichiarato che "i britannici hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher" e che ritiene che "la disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti". L'appello ricattatorio al "meno peggio" si scontrerà a un certo punto con una condizione materiale che lo renderà inconsistente. 
Fin qui ha funzionato la trappola descritta da Alessandro Robecchi: “Le politiche dei Macron producono le Le Pen, poi bisogna votare Macron per fermare la Le Pen. E' un meccanismo perfetto, tipo tagliola”.  Ma la tagliola non funzionerà per sempre. Per sfuggire alla trappola meglio attrezzarsi in tempo e non garantire né svendere nulla ai burattinai dei Macron e dei Renzi. Che intanto faranno di tutto per farci pensare che non esistano alternative.


  Post Scriptum
Molti hanno giustificato il voto a Macron per ragioni "antifasciste". Ma Macron condivide con tutte le forze politiche atlantiste europee una grave responsabilità nel coprire politicamente le forze nazistoidi cooptate al potere in Ucraina e nei paesi NATO dell'area baltica. Non dobbiamo mai arrenderci alla loro amnesia-amnistia selettiva, e ricordare questo dettaglio importante, che incide profondamente sulle prospettive di pace in Europa.