7 novembre 2017

I sauditi che non ti aspetti e altri scherzi della crisi sistemica


“La maggior parte delle persone si inganna con una duplice fede errata: crede nella Memoria Eterna (delle persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella Riparabilità (di azioni, errori, peccati, ingiustizie). Sono entrambe fedi false. In realtà avviene proprio il contrario: ogni cosa sarà dimenticata e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall'oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”
         (Milan Kundera, “Lo scherzo”).

di Piotr.


La cara amica Marinella, già giornalista del Manifesto quando questo quotidiano esprimeva ancora qualche scampolo di dignità, mi ha chiesto di scrivere un post basato su un nostro recente scambio di e-mail.
Lo faccio volentieri, perché ne vale la pena. Ne vale la pena per l’importante quesito che Marinella mi aveva posto. Ragionando sul visibile avvicinamento dell’Arabia Saudita e la Russia, l’amica infatti commentava:
«E come al solito i Golfisti e i Natoisti che scatenano guerre e ammazzano e sfasciano paesi e sostengono terroristi, NON pagheranno per i loro crimini. La speranza di un'alleanza economica fra paesi NON aggressori che emargini l'asse della guerra NATO/GOLFO e costruisca relazioni internazionali pacifiche, sostenibili e meno diseguali delle attuali, è una totale illusione, mi sa.»

Voglio articolare la mia risposta su due piani. Il primo è morale, il secondo politico.
Sul piano morale devo purtroppo rispondere che la disillusione di Marinella è totalmente motivata. Nessuno pagherà per i suoi crimini. Se qualcuno pagherà sarà perché gliel’ha fatta pagare una compagine statale avversaria, non un giudice incorrotto che sta dalla parte delle vittime. Oggi non vedo come la, sacrosanta, giustizia possa essere fatta dalle masse che hanno subito i crimini, le uniche che possono farla, che possono richiederla. La “giustizia” di uno Stato, ad esempio la Russia, sarebbe una sola possibile: bombardare chirurgicamente Riad e azzerare la Casa Saud che ha creato e armato al-Qaida e l’Isis, facendo piombare una civilissima e pacifica nazione, la Siria, in un incubo sanguinoso che ormai dura da sei anni. Lo stesso dovrebbe fare con Washington, complice e socia dei Saud e ideatrice dell’attacco alla Siria (come rivelato da quasi dieci anni dal generale statunitense Wesley Clark in contrasto con gli utili idioti che ancora credono nella narrazione delle “primavere arabe”). E lo dovrebbe fare con Ankara. E con Doha. Con Parigi e con Londra.
Ma sarebbe vera giustizia? No, perché solo nei sogni si può pensare ai “cattivi” che vengono eliminati dai “buoni”. Se questi bombardamenti – che ovviamente non sarebbero tanto chirurgici – avvenissero, vuol dire che quella era la linea di politica estera decisa dalla potenza chiamata Russia, sic et simpliciter. E in politica estera ci sono concetti tabù: il primo è “giustizia”, poi ci sono “amicizia”, “democrazia” e infine “libertà”. Ce n'è invece uno obbligatorio: interessi.

È difficile ammetterlo, persino capirlo, ma il nostro problema non è quello di rendere giustizia ai massacrati, ai torturati, agli sgozzati, ai bombardati, ai crocefissi, ai bruciati vivi, alle donne e alle bambine violentate, alle madri lapidate, ai bimbi uccisi per inscenare le false flag chimiche. No, questi martiri rimarranno nei cuori e nella coscienza dei loro cari e di chi ha sete di giustizia finché essi vivranno, ma alle vittime non sarà resa mai vera giustizia. Poi rimarrà solo un rumore di fondo, continuo, disturbante, ma inesprimibile, prossimo all’oblio.
Possiamo solo sperare, e aiutare fattivamente questa speranza, che il piano criminale che ha falcidiato quegli innocenti fallisca. Questa sarebbe già una sorta di giustizia. Perché fallisca gli aggressori USA, NATO, Saud, Turchi e Qatarioti (col solito appoggio attivo israeliano, britannico, francese e UE) devono essere messi in grado di non poter nuocere. E la prima cosa da fare è quindi gettare scompiglio nel loro fronte, nelle loro alleanze.
La posta in gioco non è la giustizia, ma la vita sulla Terra, perché negli Usa (e in Israele) c’è chi pensa seriamente al first strike, cioè pensa che sarebbe il caso di rischiare una guerra atomica totale (in realtà sarebbe garantita). Allora, anche se non sono immacolati – anzi, a volte non lo sono proprio – bisogna fare in modo che chi si oppone a questa follia abbia la meglio in quei Paesi e all’interno del loro fronte.
Ben venga quindi l’avvicinamento tra Riad e Mosca, così come quello già iniziato della Turchia e quello del Qatar, avvicinamento, questo, “comprato” con una bella quota di azioni della Rosneft. E ben vengano anche gli strani rapporti di odio-amore tra Russia e Israele.
Niente di tutto questo è edificante, ma tutto questo può essere utile.
Il tempo è contro l’Impero statunitense - che in questa fase storica è il pericolosissimo aggressore globale - e Russia e Cina devono guadagnare tempo. In un punto del prossimo futuro non sarà più possibile, nemmeno ai più folli, pensare a una guerra totale. A quel punto, quindi, dobbiamo arrivare. È un obbligo etico, è un obbligo verso i nostri figli e l’umanità tutta. Per chi è credente è un obbligo verso il Signore, che tutti gli altri obblighi racchiude. Non solo, se si guadagna tempo sarà anche sempre più difficile fare le guerre parziali, cioè i sanguinosissimi “pezzetti” di guerra mondiale che vediamo da un quarto di secolo a questa parte, per dirla con papa Francesco.
Queste, al contrario della guerra totale, sono tuttora possibilissime, come dirò adesso nel mio commento politico. E quindi bisogna renderle fin da ora più difficili.

Passiamo allora al piano più prettamente politico.  
Il “progetto ISIS” sta andando in frantumi (da qui molte delle motivazioni di quegli “avvicinamenti” alla Russia). Ora assistiamo ad altri due progetti. Il primo è il “progetto Kurdistan”. L’SDF/YPG curdo si è rivelato essere semplicemente una Legione Straniera al servizio di Washington, esattamente come prima l’ISIS era una Legione Straniera al servizio dei Sauditi e, quindi, degli USA.
È una Legione Straniera per il ruolo che sta ricoprendo e per il fatto che le regioni che ha “liberato”, in gran parte non sono affatto curde e l’YPG/SDF non vuole ridarle alla Siria, ma ci compie continue pulizie etniche per “curdizzarle” (le ONG e i dirittumanisti non dicono nulla, nemmeno stanno a sentire le denunce dei prelati e dei vescovi che vivono là). Il vantaggio per gli USA è che questa Legione Straniera è direttamente sotto il suo controllo e quindi aliena dalla molteplicità di interessi che l’ISIS serviva.
[Per inciso, era prevedibile, e tuttavia insopportabile, che oggi noi si debba sorbire la santificazione di persone come Karim Franceschi, che con lo stemma di Mao all’occhiello e tanti begli ideali “marxisti” e “libertari” nella zucca, si sono messe al servizio di questa Legione Straniera, cioè al servizio della CIA e del Pentagono. Se concedo loro che lo hanno fatto per idealismo, devo arrivare alla conclusione che l’idealismo spesso fa fare idiozie. In tutti i casi le conclusioni descrivono uno scenario penoso.]
I loro amici curdi sono anche quelli che stanno agevolando il secondo piano imperiale nella regione. Cioè il riciclaggio dei rimasugli dell’ISIS. Essi vengono oggi riconcentrati, reinquadrati e riaddestrati nella base americana di al-Tanf, in territorio siriano al confine con la Giordania – quindi una base totalmente illegale per il diritto internazionale. Sono in gran parte provenienti da al-Raqqa e da Deir-Ezzor, arrivati lì con l’aiuto statunitense e la complicità curda (tutto documentato da informazioni di intelligence e da foto satellitari e aeree rese note dalla Russia).
Questo nuovo esercito, che è composto all’incirca da 20mila uomini, servirà a molti scopi.
Innanzitutto per operazioni di terrorismo e guerriglia in vista di un possibile nuovo conflitto nell’area. Un conflitto che forse partirà dal Libano, investirà di nuovo la Siria e l’Iraq e solo un miracolo ne terrà fuori l’Iran. E il suo preludio potrebbero proprio essere le dimissioni - ostili ad Hezbollah e al presidente libanese, il generale cristiano Michel Aoun - che il premier libanese Saad Hariri ha annunciato, guarda un po’, proprio dall’Arabia Saudita. Sia i sauditi che Israele sono spaventati dal successo di Hezbollah e dei corpi militari iraniani in Siria e vogliono distruggere ogni possibilità di consolidamento del cosiddetto “asse sciita”.
Ma questi conflitti devono essere iscritti nella crisi sistemica globale. In essa le cose non stanno mai ferme e una strategia messa a punto oggi può rivelarsi controproducente in poco tempo o non essere più attuabile. Perché lo scenario muta e perché qualcuno, anche tra i cattivi, guarda più in là. In termini sistemici, il caos protratto in Medio Oriente significa anche uno stop alle nuove vie della seta e quindi a una globalizzazione 2.0, cioè non più sottomessa agli interessi statunitensi e di importanza vitale per moltissimi Paesi, tra i quali quelli europei.
Ecco allora l’opposizione europea alla minaccia di Trump di “de-certificare” il “nuclear deal” con l’Iran e la recente contestazione dell’Agenzia nucleare dell’ONU nei confronti del presidente americano.
Ecco il crescere dei mugugni europei contro il protrarsi delle sanzioni alla Russia. E, perché no, ecco che il Nobel per la pace viene assegnato all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN). Ecco i sospetti su possibili voltafaccia della Germania (uno per tutti, si legga questo articolo - in realtà una sintesi di un articolo più vasto - di George Friedman, da leggere bene ma con occhio critico).
Ma ecco allora anche il secondo compito della Legione Straniera ex ISIS riciclata: condurre un pressing terroristico contro la UE per evitare che segua le sirene orientali (e questa minaccia dobbiamo denunciarla a squarciagola prima che succedano tragedie).
Se dunque il riavvicinamento Arabia Saudita-Russia servisse ad evitare queste nuove carneficine, sarebbe già un buon risultato.

La successione degli eventi in Arabia Saudita è stata frenetica, tipica della frenesia delle fasi finali (e lunghe) delle crisi sistemiche. Pochi giorni dopo la sua visita a Mosca il principe reale Mohammad Bin Salman, in quanto presidente di un’Alta Commissione Anticorruzione creata ad hoc dal padre, re Salman, ha ordinato una clamorosa retata: 11 principi della Casa Saud, 4 ministri in carica, dozzine di altri funzionari. Tra di essi il principe al-Waleed Bin Talal, ultramiliardario, azionista di riferimento di Twitter, CitiBank, Four Seasons e Lyft (è stato anche socio di Rupert Murdoch). E, soprattutto, il punto di riferimento della CIA in Arabia Saudita.
Diversi commentatori “addentro alle segrete cose”, dicono che Mohammad abbia fatto il passo più lungo della gamba, che si è isolato dal resto della Casa, essendo sostenuto solo dal padre che è sì re, ma ha contro quasi tutti i parenti. Ed è un avventurista perché si è messo in rotta di collisione con la CIA e con l’Esercito del Regno. Cioè sostanzialmente è un pazzo che si è scavato la fossa da solo.
Ma Mohammad non sembra un folle.
Penso invece che a Mosca abbia ricevuto la promessa di qualche tipo di appoggio, di “copertura aerea”. E non solo a Mosca. Prima del sorprendente e inedito viaggio a Mosca di Mohammad, a Riad ne aveva compiuto uno Donald Trump. Che Mohammad sia anche una pedina della lotta tra il Presidente e la CIA/neo-liberal-cons? Una lotta che sembrava persa dal presidente in carica che però è improvvisamente tornato alla controffensiva con la minaccia delle carte segrete sull’omicidio Kennedy, con lo scandalo Weinstein-Hollywood (centro di propaganda per i Democrats e di riciclaggio dei loro fondi neri), con lo scandalo Uranium One e quello “del Dossier Russia”, una controffensiva che ha fortemente indebolito Hillary Clinton (con sempre meno potere e sempre più scaricata dal suo fronte, dai media che la osannavano e persino dagli amici e dalle amiche – automaticamente accusati di essere agenti della propaganda russa, siamo e ormai alle patologie psicotiche; una Clinton vista come una palla al piede e da qualcuno addirittura già con un piede in galera).
Una lotta fuori dai radar dei media mainstream ma davanti agli occhi di tutti.
Ebbene, che rassicurazioni avrà dato il Presidente al Principe? Perché di sicuro Mohammad ne deve aver ricevute per arrestare il beniamino locale della CIA e altri mammasantissima, posto, per l’appunto, che non sia un folle.
Perplessità ha suscitato tra i commentatori anche la sua Vision 2030, ovverosia il piano di differenziazione dell’economia saudita che per quella data non dovrà più basarsi sull’esportazione netta di petrolio. Mohammad deve avere buone ragioni per perseguire questo progetto. Di esse dovremo riparlare, perché coinvolgono le risorse energetiche planetarie. Qui sottolineo solo che di sicuro questo piano implica un cambiamento sensibile nella politica estera dell’Arabia Saudita e la fine del rapporto privilegiato e a doppio filo con gli Stati Uniti, a favore di uno slittamento verso il Gruppo di Shanghai, cioè verso l’Eurasia. E’ la logica della crisi sistemica che detta questi slittamenti (e ogni Paese sta lavorando alla propria Vision 2030, spesso senza dirlo troppo in giro, vedi i Paesi europei: da che altro deriva la famosa “instabilità europea”?).
La retata è un atto dovuto in questa Vision, per via dei legami politici di alcuni arrestati coi neo-liberal-cons americani (e Trump si ricorda bene i milioni dati dai Saud alla Clinton per la sua campagna elettorale) e per via della loro visione delle cose, totalmente statica, legata alle rendite petrolifere e allo status quo delle relazioni internazionali saudite.
Lo status quo, così come il legame doppio Washington-Riad, è infine basato sul wahhabismo, la visione settaria, estremistica, fondamentalista dell’Islam che da più di due secoli fa da sostegno ideologico alla Casa Saud. Ecco allora il principe Mohammad che auspica che l’Arabia Saudita si faccia promotrice di un “Islam moderato, aperto al mondo e a tutte le religioni” (e questo vorrebbe dire anche fine della strategia di radicalizzazione per arruolare carne da cannone e quadri jihadisti da scatenare in mezzo mondo – un’operazione che adesso ha come oggetto i Curdi).
Se è questo che gironzola dentro la testa quasi-coronata di Mohammad Bin Salman, o è veramente matto da legare o ha fatto i suoi conti, ma con l’aiuto di qualcuno.



9 ottobre 2017

La censura avanza: YouTube tappa la bocca ad Antonio Rinaldi. E' gravissimo!

di Marcello Foa.

Qualcuno nei giorni scorsi ha accolto con incredulità la notizia del disegno di legge voluto dal piccolo Grande Fratello Paolo Gentiloni per imporre la sorveglianza di massa sul web – da oggi lo Stato italiano monitorerà per 6 anni tutta la vostra attività sul web, incluse le chat! – e la censura, impedendo ai singoli utenti di accedere a siti scomodi (leggi qui e qui). Il pretesto è quello della violazione del copyright, che in internet significa poter censurare praticamente qualunque sito. Basterà che appaia una foto scaricata dai motori di ricerca e non autorizzata per venire “bannati”.
Lo ripeto da settimane: il disegno, a livello internazionale, è di mettere a tacere le voci davvero libere e, soprattutto, quelle che promuovono idee contrarie al mainstream. Ad esempio quelle di chi si oppone all’euro.
L’opera di normalizzazione avanza rapidamente. In Francia nei giorni scorsi hanno chiuso il blog di un economista del calibro di Jacques Sapir, colpevole di essere troppo eretico, di smontare da tempo i falsi miti della moneta unica e di non essere allineato all’establishment, men che meno al piccolo Napoleone Emmanuel Macron.
Ora vengo a scoprire che You Tube ha chiuso il canale video di Scenarieconomici.it , il sito di Antonio Rinaldi, un altro esponente del fronte no euro. La colpa? Misteriosa. Nella notifica ricevuta da Rinaldi si parla di “ripetute e gravi violazioni delle regole della community” ma non si precisa quali. Come un vero Grande Fratello, YouTube decide di censurare un canale, vestendo al contempo i panni dell’inquisitore e del giudice. Già perché a vagliare il ricorso presentato da Rinaldi è stata la stessa YouTube, respingendolo ovviamente.
Io non posso che esprimere la mia totale, indignata solidarietà ad Antonio Rinaldi, rilevando con rabbia il silenzio dei giornalisti, che non hanno scritto nulla sul disegno di legge Gentiloni e nemmeno sulla censura a Rinaldi. In un caso e nell’altro, siamo stati Claudio Messora (qui l’intervista di Byoblu a Rinaldi) ed io a urlare la nostra indignazione. In perfetta solitudine mediatica.
I miei due post contro il gravissimo disegno di legge del finto buonista Gentiloni sono stati letti in poche ore da oltre 100 mila persone. Numeri impressionanti per un blog. Incoraggianti. Ma quel che sta avvenendo è gravissimo. Chi sarà il prossimo a venire censurato?
La battaglia di Antonio Rinaldi, di Alberto Bagnai, di Claudio Messora, di Enrica Perrucchietti, di Pino Cabras,  degli anticonformisti de Gli Occhi della Guerra,  mia e di altri pensatori liberidi qualunque orientamento politico, continuerà; cambiando piattaforme e canali all’occorrenza.
Ma mai come ora abbiamo bisogno di voi. Unite le vostre voci al nostro dissenso!  Dimostrate che siamo tanti, tantissimi e che non vi lascerete intimidire!
Difendete, come noi e con noi, la libertà e la democrazia!
-———————————————



Segui Marcello Foa anche su Twitter @MarcelloFoa e sulla sua pagina Facebook




4 ottobre 2017

Gentiloni sta per imporre la censura sul web. Va fermato!

di Marcello Foa.

Il Fatto Quotidiano ne ha scritto con notevole chiarezza a firma di Fulvio Sarzana. E merita di essere ripreso e rilanciato. Anzi, urlato. Da mesi diversi opinionisti, tra cui il sottoscritto, denunciano la tendenza da parte dei governi a imporre la censura sul web. Ebbene, zitto, zitto, colui che si presenta come un rassicurante moderato, e che ha l’aspetto di un cagnolone innocuo, sta facendo approvare una delle leggi più liberticide della storia politica italiana.
Sì, avete capito a chi mi riferisco: al premier Paolo Gentiloni, che ha scelto la forma del disegno di legge per far approvare un provvedimento senza un appropriato dibattito parlamentare e senza possibilità di introdurre modifiche, perché quel testo, come spiega il Fatto, andrà votato a scatola chiusa.
La scusa? Ma sì la conoscete già, è un grande classico: ce lo chiede l’Europa! Ma con uno zelo che non ha precedenti nell’Unione Europea.
E cosa prevede? Primo: i dati internet e telefonici potranno essere conservati per 6 anni, ben oltre le attuali consuetudini internazionali.
Ma spaventoso è soprattutto il secondo punto: l’Agcom, ovvero l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni,  avrà il potere di intervenire sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani, allo scopo – in via cautelare si intende, come dubitarne –  di impedire l’accesso agli stessi cittadini a contenuti presenti sul web.
Che cosa questo significhi lo spiega benissimo Sarzana con queste parole:

“da oggi con un regolamento dell’Agcom, in Italia si sperimenta la notice and stay down e le piattaforme dovranno rimuovere i contenuti illeciti e impedirne la riproposizione”.
Ora, poiché il web è composto di milioni di informazioni che cambiano in nanosecondi e la maggior parte di questi dati sono all’estero, non c’è modo di conoscere in anticipo la riproposizione dei contenuti che la norma vorrebbe censurare, se non con una tecnica di intercettazione di massa denominata Deep packet inspection. L’unico modo, insomma, di fare ciò che il governo sta per fare approvare, è di ordinare ai provider italiani di “seguire” i cittadini su internet per vedere dove vanno, al fine poi di realizzare questo “impedimento” alla riproposizione, attraverso un meccanismo di analisi e raccolta di tutte le comunicazioni elettroniche dei cittadini che intendano recarsi su siti “dubbi”.

Questo, naturalmente senza alcun controllo preventivo da parte di un magistrato.
Dunque: l’Agcom potrà seguire e memorizzare quel che voi fate. E, ad esempio, se giudicherà inopportuni i contenuti di questo blog vi impedirà di leggerlo. Vi schederanno e vi censureranno
Capito? Solo un regime dittatoriale, forse, potrebbe pensare a norme come queste. Ma in una democrazia mai. Eppure a proporle è proprio il premier di un partito che si definisce “democratico”: il PD del finto innocuo Gentiloni.
Io dico: bisogna impedirlo! C’è qualcuno in Parlamento disposto a far propria questa battaglia e far di tutto per impedire quello che è un inaccettabile  tentativo di limitare la libertà d’opinione?
Salvini, ci sei? E Grillo? E Berlusconi? Accetterete tutto passivamente? Ditemi di no, vi prego. Manifestatevi! Fatelo per la libertà dei vostri concittadini. E di voi stessi.

———————————————-

Seguimi anche su Twitter @MarcelloFoa e sulla mia pagina Facebook





29 settembre 2017

Russia: distrutte tutte le armi chimiche e condonati 20 miliardi di debiti africani


di Pino Cabras.

Distrutte tutte le armi chimiche e condonati 20 miliardi di debiti africani. Sono due notizie “hard” di notevole rilevanza politica mondiale e provengono da Mosca. In sé meriterebbero un’attenzione cospicua, ma il modo di operare del sistema informativo dominante è così impermeabile alle notizie vere sulla Russia, che anche gli eventi suscettibili di grande peso simbolico e politico in campo militare ed economico passano praticamente inosservati. Così siamo informati fino all’ultimo tweet sulla lite fra Donald Trump e i giocatori di football, ma non ci viene detto con bastevole attenzione che il più formidabile arsenale chimico della storia, capace di distruggere diverse volte l’intera vita sul pianeta, ha concluso la sua esistenza il 27 settembre 2017. Né ci viene detto che – sempre in quella data - la Russia ha deciso unilateralmente di cancellare il grosso dei sui crediti che gravavano sui paesi africani più indebitati.

Dunque, i fatti.

La fine delle armi chimiche russe
Con tre anni di anticipo sulla tabella di marcia, Mosca ha adempiuto in toto alla Convenzione sulle armi chimiche ratificata 20 anni fa, nel 1997, quando ancora possedeva ben 40mila tonnellate fra gas nervini e sostanze vescicanti. Il presidente Vladimir Putin ha riservato a questo fatto una notevole solennità, come quando si posa la prima pietra di una grande manifattura. Solo che in questo caso la cerimonia è stata invece riservata al mettere fine all’ultimo chilogrammo rimasto degli ultimi due ordigni.
Il quantitativo terminale è stato definitivamente distrutto con un ordine impartito da Putin in persona, in videoconferenza con i funzionari inviati presso il villaggio di Kizner, dove si trovava l’ultima goccia dell’arsenale chimico che Mosca ha ereditato dall’URSS. Putin lo ha definito «un enorme passo verso un maggiore equilibrio e sicurezza nel mondo di oggi.» Ha ricordato che per adempiere al trattato internazionale il suo paese ha speso tanto e ha investito in imprese high-tech in grado di neutralizzare l’intero arsenale. Ha poi ricordato che gli Stati Uniti stanno opponendo ogni tipo di scusa economica e finanziaria per giustificare i continui rinvii sulla completa distruzione del proprio arsenale. «Onestamente, questa storia della mancanza di fondi mi suona proprio strana», ha ironizzato Putin.
La Russia in questi anni ha padroneggiato strategicamente il tema dell’eliminazione delle armi chimiche, al punto da ottenere grandi dividendi politici nelle negoziazioni internazionali: nel 2013 Mosca impedì l’aggressione diretta delle forze armate occidentali alla Siria mettendo sul piatto della bilancia la completa eliminazione dell’arsenale chimico siriano (che a suo tempo Damasco aveva costruito come deterrente opposto alle decine di bombe atomiche detenute da Israele). Fu una tappa diplomatica fondamentale per rovesciare poi le sorti del conflitto siriano a sfavore della galassia jihadista.
E ora arriva quella che il turco Ahmet Üzümcü - direttore dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – definisce come una «grande pietra miliare» per il disarmo chimico mondiale.
Ovviamente questa non è ancora la fine delle armi di distruzione di massa, visto che tutte le potenze nucleari continuano a testare nuovi armamenti sempre più micidiali e sofisticati. In proposito, nel suo discorso in videoconferenza, Putin ha sottolineato di avere piena consapevolezza «dei pericoli potenziali e dei rischi associati alla ripresa della corsa agli armamenti e ai tentativi di sconvolgere la parità strategica». Ha sottolineato che la sicurezza globale richiede il dialogo e il «rafforzamento delle misure per la creazione di fiducia». Il disarmo chimico è un passo politico importante e dimostra in modo pratico che grandi misure strategiche di disarmo sono possibili e governabili, magari un domani anche nel campo degli armamenti nucleari.

Il condono del debito africano
Lo ricorda il sito Sputnik: il presidente Putin ha annunciato la decisione di cancellare «oltre 20 miliardi di dollari di debiti ai paesi dell'Africa», il tutto nell'ambito delle «iniziative per aiutare i paesi poveri fortemente indebitati».
Molte partite geopolitiche si stanno giocando ora nel continente africano, e avranno tutte enormi conseguenze sull’energia, le materie prime, le basi militari e i grandi flussi migratori. Il Cremlino cala sul campo una carta che può cambiare lo scenario, con un maggior peso della Russia.
L’annuncio del presidente russo è stato fatto in occasione del suo incontro con Alpha Condé, che è sì il presidente della Guinea, un paese di meno di 11 milioni di abitanti, ma è soprattutto il presidente dell’Unione Africana, che ricomprende tutti i 54 Stati dell’Africa (1,1 miliardi di abitanti).



3 agosto 2017

Napolitano il passante e la guerra di Libia

di Pino Cabras.

Nei giorni in cui è finalmente diventato senso comune il fatto che la guerra di aggressione mossa alla Libia nel 2011 dai paesi Nato e dalle petromonarchie arabe sia stata un disastro geopolitico, l'ex presidente della repubblica Napolitano rilascia un'intervista per dire che in quella guerra lui non c'entrava mica, era quasi un passante. 
Lui non c'era e se c'era dormiva. 
Eppure gli archivi sono ancora lì a ricordarci che il Peggiorista nel 2011 usava tutta la sua influenza per fare appelli alle «decisioni difficili» (cioè la guerra) e strillava «non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo» (si è visto che bel Risorgimento, come no). 
Il 26 aprile 2011 Napolitano dichiarava: «L'ulteriore impegno dell'Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall'Italia a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento». 
Prima mettono le premesse per tragedie immani, poi fischiettano allegramente come se niente fosse.


28 luglio 2017

La stella spenta dell'europeismo

di Pino Cabras.
da Megachip.


Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica. 
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.


16 luglio 2017

Vladimir Putin: “Seduti sulle nostre teste a masticare chewing-gum”

PANDORATV.it


Tratto da pandoratv.it/?p=17522.

Al recente Forum Economico di San Pietroburgo, Megyn Kelly, la nuova star della NBC americana, portata via a suon di milioni dalla FOX, è stata mandata ad intervistare Putin, con il preciso compito di “fargli fare una brutta figura” davanti alle telecamere. Ecco il risultato. [Sintesi]
A cura di Massimo Mazzucco.

COME SOSTENERE PANDORATV.it: