12 dicembre 2017

Criptovalute, monete fuori dal controllo della borghesia



«Nulla è meno materiale del denaro, giacché qualsiasi moneta…è, a rigore, un repertorio di futuri possibili. Il denaro è astratto, ripetei, il denaro è futuro…una moneta simboleggia il libero arbitrio...»
Jorge Luis Borges

«Quello che sta avvenendo, ma sul nulla, perché dietro non c'è attività reale che ne giustifichi il valore, né un autorità che li protegga. Lo ripeto, vivono perché i possessori lo vogliono e altri lo consentono»
Paolo Savona.

di Giuseppe Masala.
da Megachip.

Chi è l'economista e chi è il somaro? Chi ha capito cos'è una moneta e chi parla di moneta da una vita senza sapere di cosa si tratta? Pazzesco. Ma l’epoca delle criptovalute aiuta se non altro a far cadere molti veli.
Non chiedete dunque agli economisti cos’è la moneta, non lo sanno (tranne rare eccezioni come Augusto Graziani, John Keynes, Karl Marx e Joseph Schumpeter).
Se volete sapere cos'è una moneta andate da un filosofo e da un semiologo. In alternativa si può sempre leggere lo Zahir di Jorge Luis Borges. Oh, quanto si sarebbe divertito Borges nel leggere di questa moneta anarchica e nascosta dentro un involucro di equazioni matematiche che vaga nel cyberspazio! Il divino labirinto degli effetti e delle cause. Anzi, il criptolabirinto.
Che tristezza gli economisti, ridotti a corifei di un Potere rantolante. Ma andiamo con ordine.

Ora vi spiego un po' a cosa servono (politicamente) le criptomonete.
Per decenni gli instancabili cantori del capitalismo ci hanno inculcato l'idea che bisogna difendere l'indipendenza delle banche centrali “dall'interferenza della politica”. Locuzione che può e deve essere vista come “vietare il controllo democratico (degli organi eletti democraticamente) sulle banche centrali”. Bene, ora si possono dire le cose come stanno. Non vi è alcuna interferenza degli organi democraticamente eletti sulla politica monetaria attuata dalle banche centrali ma vi è l'esatto opposto: vi è l'interferenza del potere autocratico, incontrollato e incontrollabile, delle banche centrali sugli organi costituzionali democraticamente eletti.
Il caso più plateale riguarda proprio l'Italia. Nel 2011, la Banca Centrale Europea, ha dettato l'agenda della politica economica agli organi costituzionali italiani. Non c’è alcuna norma dei Trattati europei che dia questo potere alla BCE. Si tratta di una gravissima interferenza che peraltro ha chiesto lacrime e sangue al popolo italiano, tra cui una riforma delle pensioni di ferocia belluina (diventata legge sotto il governo Monti e conosciuta come “Legge Fornero”). Non solo, hanno preteso che fosse inserito in Costituzione il pareggio di bilancio, scolpendo così nel bronzo della carta costituzionale una concezione determinata, una visione economica teorica controversa diventata una inscalfibile “Verità di Stato” sancita dalla legge più solenne (non ha alcuna importanza che questa visione di teoria economica sia giusta o sbagliata, questo va lasciato al dibattito degli studiosi di teoria economica).

Pensate che ciò che ho scritto sia falso? Pensate sia il delirio di un complottista? No. Non lo è. Carta canta. Tutto questo è stato scritto in una lettera della BCE controfirmata dal suo Presidente uscente (Trichet) e dal suo Presidente entrante (Draghi).
Ecco, ripeto, la BCE non aveva alcuno, e ripeto, alcun titolo per scrivere una cosa del genere, e per il poco e nulla che capisco di diritto configura platealmente un reato grande come una montagna: un attentato contro la personalità dello Stato, un’indebita intromissione in prerogative riservate all’inviolabile libera scelta del Parlamento e del Governo e così via.
Ecco, lamentare questo sopruso prima della diffusione delle criptovalute era semplicemente inutile: il potere ce l'avevano loro. La regola era ed è brutale: loro mettono il giogo e noi stiamo sotto al giogo, come i buoi che tirano l'aratro. La novità è che adesso la denuncia non è più una voce velleitaria perché c'è un’alternativa, sebbene embrionale, e puoi chiedere che chi ha commesso questa enormità sia sottoposto al giudizio dei tribunali.
Ecco, cos'è l'uso politico delle criptovalute. Quantomeno puoi dire a Draghi che in un futuro non lontano ogni patina di legalità con cui si è coperto in questi anni cadrà. Potremo finalmente scoprire quanto nudi e crudi possono essere i grandi delitti. I giornali che tenevano il sacco, tutti quelli più importanti, perdono ogni anno un quinto dei loro lettori e ne perderanno ancora. I veli cadono, e molti economisti non sono più economisti, molti uomini credibili non sono più credibili, i delinquenti sono delinquenti.
Ecco, caduti i veli, a questo servono le criptomonete.
Nelle immagini che seguono potete vedere il corpo del reato, gli ordini imposti a un intero paese piegato dall’austerity eurocratica. E il fatto che qualcuno osi firmare una simile enormità apre anche scenari di tipo psichiatrico: delirio di onnipotenza, intoccabilità e ingiudicabilità degli atti commessi. Solo che alle volte il fare troppo il Marchese del Grillo (io so’ io, e voi non siete un cazzo) può portare male.



E Paolo Savona e il suo allarme?
E soprattutto, tutto questo farneticare contro le criptovalute (contro l'esperimento delle criptovalute) è legato ad una questione fondamentale: quella che le criptovalute sono delle monete fuori dal controllo della borghesia. Il tema sta tutto lì.
Ora si stanno accorgendo che esistono, e iniziano a lanciare allarmi. Non è concepibile leggere certe bestialità. Come fa un economista come Savona a scagliarsi contro le criptovalute perché non sarebbero garantite da nulla? E perché di grazia, Signor Professore, mi dica lei, l'Euro da cosa sarebbe garantito? Mi pare di aver studiato che il tallone aureo sia finito il 15 agosto 1971. Da allora le monete statali non sono garantite esattamente da nulla. Come le criptovalute.
Puerile poi l'appello di Savona all'Autorità che dovrebbe vietare il nuovo mostro monetario. Illustrissimo professore, mi risulta che viviamo in uno stato di diritto. Occorrerebbe un qualche appiglio in relazione all'ordinamento vigente per vietare qualcosa. Per non parlare poi del fatto che servirebbe un trattato mondiale per stabilire chi sia mai l'autorità suprema nel Cyberspazio. Vede, nientemeno che Mario Draghi, il Potentissimo Professor Draghi, nel Cyberspazio è uno semplice sviluppatore di una moneta chiamata Euro. Esattamente come gli altri mille sviluppatori. Non ha autorità di nulla.
Non basta, lei, straparla, di "riciclaggio". Ma mi scusi Chiarissimo Professore, i capitali illeciti sono sempre esistiti, e lei sa bene (se ha capito il blockchain) che sarebbe forse il modo più stupido quello di riciclare denaro attraverso un database indelebile e immodificabile. Sorvolo sul fatto che non ricordo nessuna sua intemerata contro le attività illecite che venivano e vengono transate con il danaro di Stato. Si sveglia solo ora?
Non parliamo poi della sua uscita su un ipotetica causa legale futura dove un creditore chiede ad un giudice di rendere nullo un pagamento di un debito effettuato con criptovalute. Lei dimostra di non aver capito. Nessuno paga debiti in Bitcoin o altre criptovalute. Eventualmente, qualcuno offrirà i Bitcoin in cambio di danaro di Stato e successivamente pagherà il suo debito. Molte banche offrono il servizio.
E infine la solita vexata quaestio. Che cos'è una Moneta? Rifletta su quello che diceva Borges, potrebbe esserle utile.

7 novembre 2017

I sauditi che non ti aspetti e altri scherzi della crisi sistemica


“La maggior parte delle persone si inganna con una duplice fede errata: crede nella Memoria Eterna (delle persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella Riparabilità (di azioni, errori, peccati, ingiustizie). Sono entrambe fedi false. In realtà avviene proprio il contrario: ogni cosa sarà dimenticata e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall'oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”
         (Milan Kundera, “Lo scherzo”).

di Piotr.


La cara amica Marinella, già giornalista del Manifesto quando questo quotidiano esprimeva ancora qualche scampolo di dignità, mi ha chiesto di scrivere un post basato su un nostro recente scambio di e-mail.
Lo faccio volentieri, perché ne vale la pena. Ne vale la pena per l’importante quesito che Marinella mi aveva posto. Ragionando sul visibile avvicinamento dell’Arabia Saudita e la Russia, l’amica infatti commentava:
«E come al solito i Golfisti e i Natoisti che scatenano guerre e ammazzano e sfasciano paesi e sostengono terroristi, NON pagheranno per i loro crimini. La speranza di un'alleanza economica fra paesi NON aggressori che emargini l'asse della guerra NATO/GOLFO e costruisca relazioni internazionali pacifiche, sostenibili e meno diseguali delle attuali, è una totale illusione, mi sa.»

Voglio articolare la mia risposta su due piani. Il primo è morale, il secondo politico.
Sul piano morale devo purtroppo rispondere che la disillusione di Marinella è totalmente motivata. Nessuno pagherà per i suoi crimini. Se qualcuno pagherà sarà perché gliel’ha fatta pagare una compagine statale avversaria, non un giudice incorrotto che sta dalla parte delle vittime. Oggi non vedo come la, sacrosanta, giustizia possa essere fatta dalle masse che hanno subito i crimini, le uniche che possono farla, che possono richiederla. La “giustizia” di uno Stato, ad esempio la Russia, sarebbe una sola possibile: bombardare chirurgicamente Riad e azzerare la Casa Saud che ha creato e armato al-Qaida e l’Isis, facendo piombare una civilissima e pacifica nazione, la Siria, in un incubo sanguinoso che ormai dura da sei anni. Lo stesso dovrebbe fare con Washington, complice e socia dei Saud e ideatrice dell’attacco alla Siria (come rivelato da quasi dieci anni dal generale statunitense Wesley Clark in contrasto con gli utili idioti che ancora credono nella narrazione delle “primavere arabe”). E lo dovrebbe fare con Ankara. E con Doha. Con Parigi e con Londra.
Ma sarebbe vera giustizia? No, perché solo nei sogni si può pensare ai “cattivi” che vengono eliminati dai “buoni”. Se questi bombardamenti – che ovviamente non sarebbero tanto chirurgici – avvenissero, vuol dire che quella era la linea di politica estera decisa dalla potenza chiamata Russia, sic et simpliciter. E in politica estera ci sono concetti tabù: il primo è “giustizia”, poi ci sono “amicizia”, “democrazia” e infine “libertà”. Ce n'è invece uno obbligatorio: interessi.

È difficile ammetterlo, persino capirlo, ma il nostro problema non è quello di rendere giustizia ai massacrati, ai torturati, agli sgozzati, ai bombardati, ai crocefissi, ai bruciati vivi, alle donne e alle bambine violentate, alle madri lapidate, ai bimbi uccisi per inscenare le false flag chimiche. No, questi martiri rimarranno nei cuori e nella coscienza dei loro cari e di chi ha sete di giustizia finché essi vivranno, ma alle vittime non sarà resa mai vera giustizia. Poi rimarrà solo un rumore di fondo, continuo, disturbante, ma inesprimibile, prossimo all’oblio.
Possiamo solo sperare, e aiutare fattivamente questa speranza, che il piano criminale che ha falcidiato quegli innocenti fallisca. Questa sarebbe già una sorta di giustizia. Perché fallisca gli aggressori USA, NATO, Saud, Turchi e Qatarioti (col solito appoggio attivo israeliano, britannico, francese e UE) devono essere messi in grado di non poter nuocere. E la prima cosa da fare è quindi gettare scompiglio nel loro fronte, nelle loro alleanze.
La posta in gioco non è la giustizia, ma la vita sulla Terra, perché negli Usa (e in Israele) c’è chi pensa seriamente al first strike, cioè pensa che sarebbe il caso di rischiare una guerra atomica totale (in realtà sarebbe garantita). Allora, anche se non sono immacolati – anzi, a volte non lo sono proprio – bisogna fare in modo che chi si oppone a questa follia abbia la meglio in quei Paesi e all’interno del loro fronte.
Ben venga quindi l’avvicinamento tra Riad e Mosca, così come quello già iniziato della Turchia e quello del Qatar, avvicinamento, questo, “comprato” con una bella quota di azioni della Rosneft. E ben vengano anche gli strani rapporti di odio-amore tra Russia e Israele.
Niente di tutto questo è edificante, ma tutto questo può essere utile.
Il tempo è contro l’Impero statunitense - che in questa fase storica è il pericolosissimo aggressore globale - e Russia e Cina devono guadagnare tempo. In un punto del prossimo futuro non sarà più possibile, nemmeno ai più folli, pensare a una guerra totale. A quel punto, quindi, dobbiamo arrivare. È un obbligo etico, è un obbligo verso i nostri figli e l’umanità tutta. Per chi è credente è un obbligo verso il Signore, che tutti gli altri obblighi racchiude. Non solo, se si guadagna tempo sarà anche sempre più difficile fare le guerre parziali, cioè i sanguinosissimi “pezzetti” di guerra mondiale che vediamo da un quarto di secolo a questa parte, per dirla con papa Francesco.
Queste, al contrario della guerra totale, sono tuttora possibilissime, come dirò adesso nel mio commento politico. E quindi bisogna renderle fin da ora più difficili.

Passiamo allora al piano più prettamente politico.  
Il “progetto ISIS” sta andando in frantumi (da qui molte delle motivazioni di quegli “avvicinamenti” alla Russia). Ora assistiamo ad altri due progetti. Il primo è il “progetto Kurdistan”. L’SDF/YPG curdo si è rivelato essere semplicemente una Legione Straniera al servizio di Washington, esattamente come prima l’ISIS era una Legione Straniera al servizio dei Sauditi e, quindi, degli USA.
È una Legione Straniera per il ruolo che sta ricoprendo e per il fatto che le regioni che ha “liberato”, in gran parte non sono affatto curde e l’YPG/SDF non vuole ridarle alla Siria, ma ci compie continue pulizie etniche per “curdizzarle” (le ONG e i dirittumanisti non dicono nulla, nemmeno stanno a sentire le denunce dei prelati e dei vescovi che vivono là). Il vantaggio per gli USA è che questa Legione Straniera è direttamente sotto il suo controllo e quindi aliena dalla molteplicità di interessi che l’ISIS serviva.
[Per inciso, era prevedibile, e tuttavia insopportabile, che oggi noi si debba sorbire la santificazione di persone come Karim Franceschi, che con lo stemma di Mao all’occhiello e tanti begli ideali “marxisti” e “libertari” nella zucca, si sono messe al servizio di questa Legione Straniera, cioè al servizio della CIA e del Pentagono. Se concedo loro che lo hanno fatto per idealismo, devo arrivare alla conclusione che l’idealismo spesso fa fare idiozie. In tutti i casi le conclusioni descrivono uno scenario penoso.]
I loro amici curdi sono anche quelli che stanno agevolando il secondo piano imperiale nella regione. Cioè il riciclaggio dei rimasugli dell’ISIS. Essi vengono oggi riconcentrati, reinquadrati e riaddestrati nella base americana di al-Tanf, in territorio siriano al confine con la Giordania – quindi una base totalmente illegale per il diritto internazionale. Sono in gran parte provenienti da al-Raqqa e da Deir-Ezzor, arrivati lì con l’aiuto statunitense e la complicità curda (tutto documentato da informazioni di intelligence e da foto satellitari e aeree rese note dalla Russia).
Questo nuovo esercito, che è composto all’incirca da 20mila uomini, servirà a molti scopi.
Innanzitutto per operazioni di terrorismo e guerriglia in vista di un possibile nuovo conflitto nell’area. Un conflitto che forse partirà dal Libano, investirà di nuovo la Siria e l’Iraq e solo un miracolo ne terrà fuori l’Iran. E il suo preludio potrebbero proprio essere le dimissioni - ostili ad Hezbollah e al presidente libanese, il generale cristiano Michel Aoun - che il premier libanese Saad Hariri ha annunciato, guarda un po’, proprio dall’Arabia Saudita. Sia i sauditi che Israele sono spaventati dal successo di Hezbollah e dei corpi militari iraniani in Siria e vogliono distruggere ogni possibilità di consolidamento del cosiddetto “asse sciita”.
Ma questi conflitti devono essere iscritti nella crisi sistemica globale. In essa le cose non stanno mai ferme e una strategia messa a punto oggi può rivelarsi controproducente in poco tempo o non essere più attuabile. Perché lo scenario muta e perché qualcuno, anche tra i cattivi, guarda più in là. In termini sistemici, il caos protratto in Medio Oriente significa anche uno stop alle nuove vie della seta e quindi a una globalizzazione 2.0, cioè non più sottomessa agli interessi statunitensi e di importanza vitale per moltissimi Paesi, tra i quali quelli europei.
Ecco allora l’opposizione europea alla minaccia di Trump di “de-certificare” il “nuclear deal” con l’Iran e la recente contestazione dell’Agenzia nucleare dell’ONU nei confronti del presidente americano.
Ecco il crescere dei mugugni europei contro il protrarsi delle sanzioni alla Russia. E, perché no, ecco che il Nobel per la pace viene assegnato all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN). Ecco i sospetti su possibili voltafaccia della Germania (uno per tutti, si legga questo articolo - in realtà una sintesi di un articolo più vasto - di George Friedman, da leggere bene ma con occhio critico).
Ma ecco allora anche il secondo compito della Legione Straniera ex ISIS riciclata: condurre un pressing terroristico contro la UE per evitare che segua le sirene orientali (e questa minaccia dobbiamo denunciarla a squarciagola prima che succedano tragedie).
Se dunque il riavvicinamento Arabia Saudita-Russia servisse ad evitare queste nuove carneficine, sarebbe già un buon risultato.

La successione degli eventi in Arabia Saudita è stata frenetica, tipica della frenesia delle fasi finali (e lunghe) delle crisi sistemiche. Pochi giorni dopo la sua visita a Mosca il principe reale Mohammad Bin Salman, in quanto presidente di un’Alta Commissione Anticorruzione creata ad hoc dal padre, re Salman, ha ordinato una clamorosa retata: 11 principi della Casa Saud, 4 ministri in carica, dozzine di altri funzionari. Tra di essi il principe al-Waleed Bin Talal, ultramiliardario, azionista di riferimento di Twitter, CitiBank, Four Seasons e Lyft (è stato anche socio di Rupert Murdoch). E, soprattutto, il punto di riferimento della CIA in Arabia Saudita.
Diversi commentatori “addentro alle segrete cose”, dicono che Mohammad abbia fatto il passo più lungo della gamba, che si è isolato dal resto della Casa, essendo sostenuto solo dal padre che è sì re, ma ha contro quasi tutti i parenti. Ed è un avventurista perché si è messo in rotta di collisione con la CIA e con l’Esercito del Regno. Cioè sostanzialmente è un pazzo che si è scavato la fossa da solo.
Ma Mohammad non sembra un folle.
Penso invece che a Mosca abbia ricevuto la promessa di qualche tipo di appoggio, di “copertura aerea”. E non solo a Mosca. Prima del sorprendente e inedito viaggio a Mosca di Mohammad, a Riad ne aveva compiuto uno Donald Trump. Che Mohammad sia anche una pedina della lotta tra il Presidente e la CIA/neo-liberal-cons? Una lotta che sembrava persa dal presidente in carica che però è improvvisamente tornato alla controffensiva con la minaccia delle carte segrete sull’omicidio Kennedy, con lo scandalo Weinstein-Hollywood (centro di propaganda per i Democrats e di riciclaggio dei loro fondi neri), con lo scandalo Uranium One e quello “del Dossier Russia”, una controffensiva che ha fortemente indebolito Hillary Clinton (con sempre meno potere e sempre più scaricata dal suo fronte, dai media che la osannavano e persino dagli amici e dalle amiche – automaticamente accusati di essere agenti della propaganda russa, siamo e ormai alle patologie psicotiche; una Clinton vista come una palla al piede e da qualcuno addirittura già con un piede in galera).
Una lotta fuori dai radar dei media mainstream ma davanti agli occhi di tutti.
Ebbene, che rassicurazioni avrà dato il Presidente al Principe? Perché di sicuro Mohammad ne deve aver ricevute per arrestare il beniamino locale della CIA e altri mammasantissima, posto, per l’appunto, che non sia un folle.
Perplessità ha suscitato tra i commentatori anche la sua Vision 2030, ovverosia il piano di differenziazione dell’economia saudita che per quella data non dovrà più basarsi sull’esportazione netta di petrolio. Mohammad deve avere buone ragioni per perseguire questo progetto. Di esse dovremo riparlare, perché coinvolgono le risorse energetiche planetarie. Qui sottolineo solo che di sicuro questo piano implica un cambiamento sensibile nella politica estera dell’Arabia Saudita e la fine del rapporto privilegiato e a doppio filo con gli Stati Uniti, a favore di uno slittamento verso il Gruppo di Shanghai, cioè verso l’Eurasia. E’ la logica della crisi sistemica che detta questi slittamenti (e ogni Paese sta lavorando alla propria Vision 2030, spesso senza dirlo troppo in giro, vedi i Paesi europei: da che altro deriva la famosa “instabilità europea”?).
La retata è un atto dovuto in questa Vision, per via dei legami politici di alcuni arrestati coi neo-liberal-cons americani (e Trump si ricorda bene i milioni dati dai Saud alla Clinton per la sua campagna elettorale) e per via della loro visione delle cose, totalmente statica, legata alle rendite petrolifere e allo status quo delle relazioni internazionali saudite.
Lo status quo, così come il legame doppio Washington-Riad, è infine basato sul wahhabismo, la visione settaria, estremistica, fondamentalista dell’Islam che da più di due secoli fa da sostegno ideologico alla Casa Saud. Ecco allora il principe Mohammad che auspica che l’Arabia Saudita si faccia promotrice di un “Islam moderato, aperto al mondo e a tutte le religioni” (e questo vorrebbe dire anche fine della strategia di radicalizzazione per arruolare carne da cannone e quadri jihadisti da scatenare in mezzo mondo – un’operazione che adesso ha come oggetto i Curdi).
Se è questo che gironzola dentro la testa quasi-coronata di Mohammad Bin Salman, o è veramente matto da legare o ha fatto i suoi conti, ma con l’aiuto di qualcuno.



9 ottobre 2017

La censura avanza: YouTube tappa la bocca ad Antonio Rinaldi. E' gravissimo!

di Marcello Foa.

Qualcuno nei giorni scorsi ha accolto con incredulità la notizia del disegno di legge voluto dal piccolo Grande Fratello Paolo Gentiloni per imporre la sorveglianza di massa sul web – da oggi lo Stato italiano monitorerà per 6 anni tutta la vostra attività sul web, incluse le chat! – e la censura, impedendo ai singoli utenti di accedere a siti scomodi (leggi qui e qui). Il pretesto è quello della violazione del copyright, che in internet significa poter censurare praticamente qualunque sito. Basterà che appaia una foto scaricata dai motori di ricerca e non autorizzata per venire “bannati”.
Lo ripeto da settimane: il disegno, a livello internazionale, è di mettere a tacere le voci davvero libere e, soprattutto, quelle che promuovono idee contrarie al mainstream. Ad esempio quelle di chi si oppone all’euro.
L’opera di normalizzazione avanza rapidamente. In Francia nei giorni scorsi hanno chiuso il blog di un economista del calibro di Jacques Sapir, colpevole di essere troppo eretico, di smontare da tempo i falsi miti della moneta unica e di non essere allineato all’establishment, men che meno al piccolo Napoleone Emmanuel Macron.
Ora vengo a scoprire che You Tube ha chiuso il canale video di Scenarieconomici.it , il sito di Antonio Rinaldi, un altro esponente del fronte no euro. La colpa? Misteriosa. Nella notifica ricevuta da Rinaldi si parla di “ripetute e gravi violazioni delle regole della community” ma non si precisa quali. Come un vero Grande Fratello, YouTube decide di censurare un canale, vestendo al contempo i panni dell’inquisitore e del giudice. Già perché a vagliare il ricorso presentato da Rinaldi è stata la stessa YouTube, respingendolo ovviamente.
Io non posso che esprimere la mia totale, indignata solidarietà ad Antonio Rinaldi, rilevando con rabbia il silenzio dei giornalisti, che non hanno scritto nulla sul disegno di legge Gentiloni e nemmeno sulla censura a Rinaldi. In un caso e nell’altro, siamo stati Claudio Messora (qui l’intervista di Byoblu a Rinaldi) ed io a urlare la nostra indignazione. In perfetta solitudine mediatica.
I miei due post contro il gravissimo disegno di legge del finto buonista Gentiloni sono stati letti in poche ore da oltre 100 mila persone. Numeri impressionanti per un blog. Incoraggianti. Ma quel che sta avvenendo è gravissimo. Chi sarà il prossimo a venire censurato?
La battaglia di Antonio Rinaldi, di Alberto Bagnai, di Claudio Messora, di Enrica Perrucchietti, di Pino Cabras,  degli anticonformisti de Gli Occhi della Guerra,  mia e di altri pensatori liberidi qualunque orientamento politico, continuerà; cambiando piattaforme e canali all’occorrenza.
Ma mai come ora abbiamo bisogno di voi. Unite le vostre voci al nostro dissenso!  Dimostrate che siamo tanti, tantissimi e che non vi lascerete intimidire!
Difendete, come noi e con noi, la libertà e la democrazia!
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4 ottobre 2017

Gentiloni sta per imporre la censura sul web. Va fermato!

di Marcello Foa.

Il Fatto Quotidiano ne ha scritto con notevole chiarezza a firma di Fulvio Sarzana. E merita di essere ripreso e rilanciato. Anzi, urlato. Da mesi diversi opinionisti, tra cui il sottoscritto, denunciano la tendenza da parte dei governi a imporre la censura sul web. Ebbene, zitto, zitto, colui che si presenta come un rassicurante moderato, e che ha l’aspetto di un cagnolone innocuo, sta facendo approvare una delle leggi più liberticide della storia politica italiana.
Sì, avete capito a chi mi riferisco: al premier Paolo Gentiloni, che ha scelto la forma del disegno di legge per far approvare un provvedimento senza un appropriato dibattito parlamentare e senza possibilità di introdurre modifiche, perché quel testo, come spiega il Fatto, andrà votato a scatola chiusa.
La scusa? Ma sì la conoscete già, è un grande classico: ce lo chiede l’Europa! Ma con uno zelo che non ha precedenti nell’Unione Europea.
E cosa prevede? Primo: i dati internet e telefonici potranno essere conservati per 6 anni, ben oltre le attuali consuetudini internazionali.
Ma spaventoso è soprattutto il secondo punto: l’Agcom, ovvero l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni,  avrà il potere di intervenire sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani, allo scopo – in via cautelare si intende, come dubitarne –  di impedire l’accesso agli stessi cittadini a contenuti presenti sul web.
Che cosa questo significhi lo spiega benissimo Sarzana con queste parole:

“da oggi con un regolamento dell’Agcom, in Italia si sperimenta la notice and stay down e le piattaforme dovranno rimuovere i contenuti illeciti e impedirne la riproposizione”.
Ora, poiché il web è composto di milioni di informazioni che cambiano in nanosecondi e la maggior parte di questi dati sono all’estero, non c’è modo di conoscere in anticipo la riproposizione dei contenuti che la norma vorrebbe censurare, se non con una tecnica di intercettazione di massa denominata Deep packet inspection. L’unico modo, insomma, di fare ciò che il governo sta per fare approvare, è di ordinare ai provider italiani di “seguire” i cittadini su internet per vedere dove vanno, al fine poi di realizzare questo “impedimento” alla riproposizione, attraverso un meccanismo di analisi e raccolta di tutte le comunicazioni elettroniche dei cittadini che intendano recarsi su siti “dubbi”.

Questo, naturalmente senza alcun controllo preventivo da parte di un magistrato.
Dunque: l’Agcom potrà seguire e memorizzare quel che voi fate. E, ad esempio, se giudicherà inopportuni i contenuti di questo blog vi impedirà di leggerlo. Vi schederanno e vi censureranno
Capito? Solo un regime dittatoriale, forse, potrebbe pensare a norme come queste. Ma in una democrazia mai. Eppure a proporle è proprio il premier di un partito che si definisce “democratico”: il PD del finto innocuo Gentiloni.
Io dico: bisogna impedirlo! C’è qualcuno in Parlamento disposto a far propria questa battaglia e far di tutto per impedire quello che è un inaccettabile  tentativo di limitare la libertà d’opinione?
Salvini, ci sei? E Grillo? E Berlusconi? Accetterete tutto passivamente? Ditemi di no, vi prego. Manifestatevi! Fatelo per la libertà dei vostri concittadini. E di voi stessi.

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29 settembre 2017

Russia: distrutte tutte le armi chimiche e condonati 20 miliardi di debiti africani


di Pino Cabras.

Distrutte tutte le armi chimiche e condonati 20 miliardi di debiti africani. Sono due notizie “hard” di notevole rilevanza politica mondiale e provengono da Mosca. In sé meriterebbero un’attenzione cospicua, ma il modo di operare del sistema informativo dominante è così impermeabile alle notizie vere sulla Russia, che anche gli eventi suscettibili di grande peso simbolico e politico in campo militare ed economico passano praticamente inosservati. Così siamo informati fino all’ultimo tweet sulla lite fra Donald Trump e i giocatori di football, ma non ci viene detto con bastevole attenzione che il più formidabile arsenale chimico della storia, capace di distruggere diverse volte l’intera vita sul pianeta, ha concluso la sua esistenza il 27 settembre 2017. Né ci viene detto che – sempre in quella data - la Russia ha deciso unilateralmente di cancellare il grosso dei sui crediti che gravavano sui paesi africani più indebitati.

Dunque, i fatti.

La fine delle armi chimiche russe
Con tre anni di anticipo sulla tabella di marcia, Mosca ha adempiuto in toto alla Convenzione sulle armi chimiche ratificata 20 anni fa, nel 1997, quando ancora possedeva ben 40mila tonnellate fra gas nervini e sostanze vescicanti. Il presidente Vladimir Putin ha riservato a questo fatto una notevole solennità, come quando si posa la prima pietra di una grande manifattura. Solo che in questo caso la cerimonia è stata invece riservata al mettere fine all’ultimo chilogrammo rimasto degli ultimi due ordigni.
Il quantitativo terminale è stato definitivamente distrutto con un ordine impartito da Putin in persona, in videoconferenza con i funzionari inviati presso il villaggio di Kizner, dove si trovava l’ultima goccia dell’arsenale chimico che Mosca ha ereditato dall’URSS. Putin lo ha definito «un enorme passo verso un maggiore equilibrio e sicurezza nel mondo di oggi.» Ha ricordato che per adempiere al trattato internazionale il suo paese ha speso tanto e ha investito in imprese high-tech in grado di neutralizzare l’intero arsenale. Ha poi ricordato che gli Stati Uniti stanno opponendo ogni tipo di scusa economica e finanziaria per giustificare i continui rinvii sulla completa distruzione del proprio arsenale. «Onestamente, questa storia della mancanza di fondi mi suona proprio strana», ha ironizzato Putin.
La Russia in questi anni ha padroneggiato strategicamente il tema dell’eliminazione delle armi chimiche, al punto da ottenere grandi dividendi politici nelle negoziazioni internazionali: nel 2013 Mosca impedì l’aggressione diretta delle forze armate occidentali alla Siria mettendo sul piatto della bilancia la completa eliminazione dell’arsenale chimico siriano (che a suo tempo Damasco aveva costruito come deterrente opposto alle decine di bombe atomiche detenute da Israele). Fu una tappa diplomatica fondamentale per rovesciare poi le sorti del conflitto siriano a sfavore della galassia jihadista.
E ora arriva quella che il turco Ahmet Üzümcü - direttore dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – definisce come una «grande pietra miliare» per il disarmo chimico mondiale.
Ovviamente questa non è ancora la fine delle armi di distruzione di massa, visto che tutte le potenze nucleari continuano a testare nuovi armamenti sempre più micidiali e sofisticati. In proposito, nel suo discorso in videoconferenza, Putin ha sottolineato di avere piena consapevolezza «dei pericoli potenziali e dei rischi associati alla ripresa della corsa agli armamenti e ai tentativi di sconvolgere la parità strategica». Ha sottolineato che la sicurezza globale richiede il dialogo e il «rafforzamento delle misure per la creazione di fiducia». Il disarmo chimico è un passo politico importante e dimostra in modo pratico che grandi misure strategiche di disarmo sono possibili e governabili, magari un domani anche nel campo degli armamenti nucleari.

Il condono del debito africano
Lo ricorda il sito Sputnik: il presidente Putin ha annunciato la decisione di cancellare «oltre 20 miliardi di dollari di debiti ai paesi dell'Africa», il tutto nell'ambito delle «iniziative per aiutare i paesi poveri fortemente indebitati».
Molte partite geopolitiche si stanno giocando ora nel continente africano, e avranno tutte enormi conseguenze sull’energia, le materie prime, le basi militari e i grandi flussi migratori. Il Cremlino cala sul campo una carta che può cambiare lo scenario, con un maggior peso della Russia.
L’annuncio del presidente russo è stato fatto in occasione del suo incontro con Alpha Condé, che è sì il presidente della Guinea, un paese di meno di 11 milioni di abitanti, ma è soprattutto il presidente dell’Unione Africana, che ricomprende tutti i 54 Stati dell’Africa (1,1 miliardi di abitanti).



3 agosto 2017

Napolitano il passante e la guerra di Libia

di Pino Cabras.

Nei giorni in cui è finalmente diventato senso comune il fatto che la guerra di aggressione mossa alla Libia nel 2011 dai paesi Nato e dalle petromonarchie arabe sia stata un disastro geopolitico, l'ex presidente della repubblica Napolitano rilascia un'intervista per dire che in quella guerra lui non c'entrava mica, era quasi un passante. 
Lui non c'era e se c'era dormiva. 
Eppure gli archivi sono ancora lì a ricordarci che il Peggiorista nel 2011 usava tutta la sua influenza per fare appelli alle «decisioni difficili» (cioè la guerra) e strillava «non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo» (si è visto che bel Risorgimento, come no). 
Il 26 aprile 2011 Napolitano dichiarava: «L'ulteriore impegno dell'Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall'Italia a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento». 
Prima mettono le premesse per tragedie immani, poi fischiettano allegramente come se niente fosse.


28 luglio 2017

La stella spenta dell'europeismo

di Pino Cabras.
da Megachip.


Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica. 
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.


16 luglio 2017

Vladimir Putin: “Seduti sulle nostre teste a masticare chewing-gum”

PANDORATV.it


Tratto da pandoratv.it/?p=17522.

Al recente Forum Economico di San Pietroburgo, Megyn Kelly, la nuova star della NBC americana, portata via a suon di milioni dalla FOX, è stata mandata ad intervistare Putin, con il preciso compito di “fargli fare una brutta figura” davanti alle telecamere. Ecco il risultato. [Sintesi]
A cura di Massimo Mazzucco.

COME SOSTENERE PANDORATV.it:


16 giugno 2017

False accuse di antisemitismo, strumento del nuovo maccartismo


di Enrica Perucchietti.
Con nota di Pino Cabras in coda all’articolo.


La caccia alle streghe continua. Il mio nome è finito nell'elenco dell'Osservatorio sull'Antisemitismo in quanto sarei "complottista". Sarei inoltre antisemita a causa del mio saggio False Flag (non se ne capisce il motivo).
È evidente che è in atto ed è sempre più violenta una campagna denigratoria e censoria volta a denigrare, censurare, distruggere, piegare chiunque non si allinei con il pensiero unico, il politicamente corretto e soprattutto il potere.
Io non ho mai parlato di "ebrei", semmai ho parlato di personaggi come Soros, o dinastie come i Rothschild non in quanto ebrei ma in quanto addentro a certe dinamiche di potere, dove troviamo molti eminenti cristiani e musulmani loro pari. Se parlo di Soros non è perché ebreo ma in quanto speculatore finanziario. Se non concordo con alcune politiche di Israele, ciò non avviene in virtù di qualche mio spirito antisemita o perché io sia fascista (cosa che tra l'altro, a differenza di personaggi ben più famosi di me, non sono).
Di fatto non dovrei nemmeno stare qui a giustificarmi di non essere qualcosa che non sono, se non fosse che il mio nome è stato messo senza senso in mezzo a quello di altri colleghi. Ed è inoltre un danno all'immagine, soprattutto ora che viviamo in una società sempre più fondata sull'immagine, sulla forma, sullo spettacolo. È sempre più evidente che sta operando alla luce del sole la psicopolizia in stile orwelliano: ti spiano, leggono quello che scrivi o che pubblichi per poi metterti alla berlina. Aspettano un tuo passo falso per screditarti come dei parassiti che si nutrono del sangue altrui. E se il passo falso non c’è, pazienza, basta accusare gli altri di “fake news” facendosi coprire le spalle dai potenti.
Se parli di gender sei omofobo, se contesti la maternità surrogata sei nazista, se attacchi Soros sei antisemita. Praticamente non siamo più liberi nemmeno di pensare.
Si svuotano inoltre i termini e li si riempiono con quello che vuole il Potere. Potere che vuole subissare ogni testa con i suoi contenuti. Devi dire fare e pensare quello che il Potere vuole e illuderti di essere libero. Altrimenti dovrai vergognarti di esistere e verrai processato, additato, perseguitato e magari bruciato in pubblica piazza.
Siamo dentro la distopia di “1984” e forse ben oltre.

NOTA DI PINO CABRAS

Ho scritto la prefazione di False Flag di Enrica Perucchietti, il libro che le ha guadagnato l’inserimento maccartista nell’indice dei libri proibiti dell’Osservatorio sull’Antisemitismo, un’organizzazione non governativa che tuttavia agisce come se fosse una organizzazione ipergovernativa di emanazione israeliana. Né in questo libro, né in tutta la pubblicistica di Enrica ho letto un solo rigo che sia classificabile come antisemitismo. In altri suoi libri in qualche passaggio ha parlato del Mossad, certo. Ma un osservatore dei fenomeni politici internazionali contemporanei che non parlasse delle grandi agenzie di intelligence e delle loro sinistre strategie sarebbe come uno studioso di fauna africana che non nominasse mai un elefante. L’accusa di antisemitismo è un silenziatore usato con zelo implacabile per intimidire anche la minima critica a Israele, anche quella solo potenziale, evidentemente. Più realisti del re.
Il dramma è che questa pratica maccartista ha poi un’eco sui grandi gruppi editoriali, sempre più infastiditi dal fatto che stanno perdendo influenza rispetto alle nuove fonti di cultura e informazione, e dunque pronti a ogni più vigliacca “character assassination”. E questo deve preoccupare. La mia è una solidarietà piena e convinta a un’intellettuale brava e onesta. Ed è anche un invito a non lasciar passare nessuna intimidazione di questo tipo. Ne va della libertà di parola di tutti.


19 maggio 2017

11/9, perché il consulente saudita dice che dietro c'erano gli USA?

di Giulietto Chiesa.


Strane cose dal mondo mentre un’America lacerata e isterica fatica a mantenere il controllo degli scenari in cui è impegolata. Ora è l’Arabia Saudita che manifesta ripetutamente segni di inquietudine e di rivalsa.
Inquietudine ben giustificata se si tiene conto che Riyadh è letteralmente appesa alla protezione americana e israeliana, e ha fondati motivi per credere che una tale America sia sempre più bisognosa di cure psichiatriche. Inquietudine che potrebbe innescare inedite reazioni vendicative, per quanto collidenti con l’interesse strategico. Come nei casi che qui stiamo esaminando, che si stanno trasformando in accuse devastanti per l’immagine e il ruolo guida di Washington.
La più clamorosa delle quali è la rivelazione saudita secondo cui “l’11 settembre 2001 è stato una operazione esclusivamente americanaprogettata ed eseguita all’interno degli Stati Uniti”. Boom! Affondati in un colpo solo i servizi segreti americani e i debunkers che da sedici anni difendono la versione ufficiale dell’11/9.
La dichiarazione è uscita sul quotidiano saudita (con sede a Londra), Al-Hayat, firmata dall’esperto legale del governo saudita, Katib Al-Shammari. Dichiarazione interessante, ma soprattutto “interessata” in quanto Riyadh è impegnata a sottrarsi alle accuse di avere partecipato in varie forme all’attacco terroristico, e di evitare quindi il micidiale codazzo di indennizzi alle famiglie delle vittime che si rovescerebbero sulle finanze dei sovrani feudali dell’Arabia Saudita. Dunque l’offensiva di Katib Al-Shammari sarebbe finalizzata a bloccare in anticipo sentenze di qualche tribunale americano. Tant’è che qualche mese fa il governo saudita ha fatto sapere a Washington che, in caso ci si incamminasse su questa strada, Riyad sarebbe pronta a ritirare quasi un miliardo di dollari dalle banche americane.
Il piatto è ricco e Katib non pronuncia parole al vento in un momento d’ira. L’11 settembre – ha detto – è uno dei temi che hanno consentito agli Usa gettare la colpa su una serie variabile di capri espiatori: da Al-Qaeda ai Taliban, dal regime iracheno di Saddam Hussein all’Arabia Saudita. E ora la minaccia di pubblicare documenti che proverebbero la partecipazione saudita all’atto terroristico dell’11/9 sarebbe la “solita operazione” di scaricare il barile sulle spalle altrui.
Il legale saudita entra pesantemente nel merito della ormai più che quindicinale disputa: “Tutte le persone ragionevoli del mondo, che conoscono le politiche americane e che hanno esaminato immagini e video [dell’11/9] , sono unanimemente concordi sul fatto che l’assalto alle Twin Towers fu una operazione esclusivamente americana, pianificata e portata a compimento all’interno degli Stati Uniti. Prova di ciò è la sequenza di continue esplosioni che drammaticamente si verificò lungo entrambi gli edifici (…). Esperti ingegneri strutturali li demolirono con esplosivi, mentre gli aerei che si sfracellarono [contro di essi] diedero il via libera alle detonazioni, ma non furono il motivo dei collassi”.
Credere in toto al signor Katib Al-Shammari non è possibile, essendo egli stipendiato per difendere Riyadh. Lo si vede bene là dove egli, insistendo sull’operazione “esclusivamente pianificata e portata a compimento negli Usa”, difende i suoi patrocinati e il Mossad israeliano, oltre all’intelligence pachistana Isi: tutti comprovatamente e variamente partecipi dell’operazione. Tuttavia chi — come me e i milioni di persone che non hanno mai creduto alla versione ufficiale dell’11 settembre — possono sentirsi in qualche misura confortati da queste deduzioni, che provengono dal campo avversario e sono destinate comunque, prima o dopo, a far saltare il coperchio della menzogna.
Ma quella di Katib Al-Shammari non è l’unica cicogna a volare fuori formazione. Il mese scorso un altro cittadino arabo-saudita, il direttore del Centro d’informazioni per gli Studi arabo russi, Dottor Majed Abdulaziz Al-Turki, ha sorpreso il foltissimo uditorio di militari di tutto il mondo (eccetto i paesi Nato) riuniti a Mosca per la Sesta Conferenza sulla Sicurezza Internazionale, con una relazione in cui ha dichiarato con tutta chiarezza che i gruppi terroristici “esprimono non se stessi ma le intenzioni di forze ignote, non visibili, in quanto sottoposti ai servizi segreti di alcuni paesi”.
Non è entrato nel dettaglio e non ha rivelatori di quali paesi stesse trattando ma, affinché non vi fossero dubbi sul significato delle sue deduzioni, ha aggiunto che questi gruppi “non hanno ideologia“, i loro scopi sono “mutevoli in quanto corrispondono ai desiderata degli sponsor e di coloro che li assoldano”. In altri termini il rappresentante saudita ha descritto i gruppi terroristici come mercenari al servizio di altri paesi, non necessariamente islamici.
Se il cognome Al-Turki indica – come si presume – la nobile famiglia di provenienza, si deve immaginare che, anche in questo caso, qualcuno a Riyadh stia cominciando a perdere la pazienza e lascia intendere che è pronto a dire, se necessario, chi guida la danza della guerra in Siria e chi c’è dietro al Califfato.
Siamo dunque di fronte a fughe di notizie che, tutte insieme, chiariscono come gli alleati degli Stati Uniti sono ben consapevoli, anche i più fedeli, del ricatto, cui sono sottoposti in continuazione, mediante la pubblicazione di materiali compromettenti. Se vale per l’Arabia Saudita, non c’è motivo di pensare che non valga per tutti gli altri, compresi gli alleati europei (intendendosi tanto di Stati quanto, personalmente, dei loro leaders).
Così si spiega assai bene come mai questi signori siano così inclini a prendere decisioni assurde, o apertamente contrarie ai loro interessi. Al punto che talvolta ci si chiede come sia possibile che siano diventati così stupidi. La spiegazione di un tale dilemma è invece molto semplice: essi eseguono ordini sotto ricatto.