16 giugno 2017

False accuse di antisemitismo, strumento del nuovo maccartismo


di Enrica Perucchietti.
Con nota di Pino Cabras in coda all’articolo.


La caccia alle streghe continua. Il mio nome è finito nell'elenco dell'Osservatorio sull'Antisemitismo in quanto sarei "complottista". Sarei inoltre antisemita a causa del mio saggio False Flag (non se ne capisce il motivo).
È evidente che è in atto ed è sempre più violenta una campagna denigratoria e censoria volta a denigrare, censurare, distruggere, piegare chiunque non si allinei con il pensiero unico, il politicamente corretto e soprattutto il potere.
Io non ho mai parlato di "ebrei", semmai ho parlato di personaggi come Soros, o dinastie come i Rothschild non in quanto ebrei ma in quanto addentro a certe dinamiche di potere, dove troviamo molti eminenti cristiani e musulmani loro pari. Se parlo di Soros non è perché ebreo ma in quanto speculatore finanziario. Se non concordo con alcune politiche di Israele, ciò non avviene in virtù di qualche mio spirito antisemita o perché io sia fascista (cosa che tra l'altro, a differenza di personaggi ben più famosi di me, non sono).
Di fatto non dovrei nemmeno stare qui a giustificarmi di non essere qualcosa che non sono, se non fosse che il mio nome è stato messo senza senso in mezzo a quello di altri colleghi. Ed è inoltre un danno all'immagine, soprattutto ora che viviamo in una società sempre più fondata sull'immagine, sulla forma, sullo spettacolo. È sempre più evidente che sta operando alla luce del sole la psicopolizia in stile orwelliano: ti spiano, leggono quello che scrivi o che pubblichi per poi metterti alla berlina. Aspettano un tuo passo falso per screditarti come dei parassiti che si nutrono del sangue altrui. E se il passo falso non c’è, pazienza, basta accusare gli altri di “fake news” facendosi coprire le spalle dai potenti.
Se parli di gender sei omofobo, se contesti la maternità surrogata sei nazista, se attacchi Soros sei antisemita. Praticamente non siamo più liberi nemmeno di pensare.
Si svuotano inoltre i termini e li si riempiono con quello che vuole il Potere. Potere che vuole subissare ogni testa con i suoi contenuti. Devi dire fare e pensare quello che il Potere vuole e illuderti di essere libero. Altrimenti dovrai vergognarti di esistere e verrai processato, additato, perseguitato e magari bruciato in pubblica piazza.
Siamo dentro la distopia di “1984” e forse ben oltre.

NOTA DI PINO CABRAS

Ho scritto la prefazione di False Flag di Enrica Perucchietti, il libro che le ha guadagnato l’inserimento maccartista nell’indice dei libri proibiti dell’Osservatorio sull’Antisemitismo, un’organizzazione non governativa che tuttavia agisce come se fosse una organizzazione ipergovernativa di emanazione israeliana. Né in questo libro, né in tutta la pubblicistica di Enrica ho letto un solo rigo che sia classificabile come antisemitismo. In altri suoi libri in qualche passaggio ha parlato del Mossad, certo. Ma un osservatore dei fenomeni politici internazionali contemporanei che non parlasse delle grandi agenzie di intelligence e delle loro sinistre strategie sarebbe come uno studioso di fauna africana che non nominasse mai un elefante. L’accusa di antisemitismo è un silenziatore usato con zelo implacabile per intimidire anche la minima critica a Israele, anche quella solo potenziale, evidentemente. Più realisti del re.
Il dramma è che questa pratica maccartista ha poi un’eco sui grandi gruppi editoriali, sempre più infastiditi dal fatto che stanno perdendo influenza rispetto alle nuove fonti di cultura e informazione, e dunque pronti a ogni più vigliacca “character assassination”. E questo deve preoccupare. La mia è una solidarietà piena e convinta a un’intellettuale brava e onesta. Ed è anche un invito a non lasciar passare nessuna intimidazione di questo tipo. Ne va della libertà di parola di tutti.


19 maggio 2017

11/9, perché il consulente saudita dice che dietro c'erano gli USA?

di Giulietto Chiesa.


Strane cose dal mondo mentre un’America lacerata e isterica fatica a mantenere il controllo degli scenari in cui è impegolata. Ora è l’Arabia Saudita che manifesta ripetutamente segni di inquietudine e di rivalsa.
Inquietudine ben giustificata se si tiene conto che Riyadh è letteralmente appesa alla protezione americana e israeliana, e ha fondati motivi per credere che una tale America sia sempre più bisognosa di cure psichiatriche. Inquietudine che potrebbe innescare inedite reazioni vendicative, per quanto collidenti con l’interesse strategico. Come nei casi che qui stiamo esaminando, che si stanno trasformando in accuse devastanti per l’immagine e il ruolo guida di Washington.
La più clamorosa delle quali è la rivelazione saudita secondo cui “l’11 settembre 2001 è stato una operazione esclusivamente americanaprogettata ed eseguita all’interno degli Stati Uniti”. Boom! Affondati in un colpo solo i servizi segreti americani e i debunkers che da sedici anni difendono la versione ufficiale dell’11/9.
La dichiarazione è uscita sul quotidiano saudita (con sede a Londra), Al-Hayat, firmata dall’esperto legale del governo saudita, Katib Al-Shammari. Dichiarazione interessante, ma soprattutto “interessata” in quanto Riyadh è impegnata a sottrarsi alle accuse di avere partecipato in varie forme all’attacco terroristico, e di evitare quindi il micidiale codazzo di indennizzi alle famiglie delle vittime che si rovescerebbero sulle finanze dei sovrani feudali dell’Arabia Saudita. Dunque l’offensiva di Katib Al-Shammari sarebbe finalizzata a bloccare in anticipo sentenze di qualche tribunale americano. Tant’è che qualche mese fa il governo saudita ha fatto sapere a Washington che, in caso ci si incamminasse su questa strada, Riyad sarebbe pronta a ritirare quasi un miliardo di dollari dalle banche americane.
Il piatto è ricco e Katib non pronuncia parole al vento in un momento d’ira. L’11 settembre – ha detto – è uno dei temi che hanno consentito agli Usa gettare la colpa su una serie variabile di capri espiatori: da Al-Qaeda ai Taliban, dal regime iracheno di Saddam Hussein all’Arabia Saudita. E ora la minaccia di pubblicare documenti che proverebbero la partecipazione saudita all’atto terroristico dell’11/9 sarebbe la “solita operazione” di scaricare il barile sulle spalle altrui.
Il legale saudita entra pesantemente nel merito della ormai più che quindicinale disputa: “Tutte le persone ragionevoli del mondo, che conoscono le politiche americane e che hanno esaminato immagini e video [dell’11/9] , sono unanimemente concordi sul fatto che l’assalto alle Twin Towers fu una operazione esclusivamente americana, pianificata e portata a compimento all’interno degli Stati Uniti. Prova di ciò è la sequenza di continue esplosioni che drammaticamente si verificò lungo entrambi gli edifici (…). Esperti ingegneri strutturali li demolirono con esplosivi, mentre gli aerei che si sfracellarono [contro di essi] diedero il via libera alle detonazioni, ma non furono il motivo dei collassi”.
Credere in toto al signor Katib Al-Shammari non è possibile, essendo egli stipendiato per difendere Riyadh. Lo si vede bene là dove egli, insistendo sull’operazione “esclusivamente pianificata e portata a compimento negli Usa”, difende i suoi patrocinati e il Mossad israeliano, oltre all’intelligence pachistana Isi: tutti comprovatamente e variamente partecipi dell’operazione. Tuttavia chi — come me e i milioni di persone che non hanno mai creduto alla versione ufficiale dell’11 settembre — possono sentirsi in qualche misura confortati da queste deduzioni, che provengono dal campo avversario e sono destinate comunque, prima o dopo, a far saltare il coperchio della menzogna.
Ma quella di Katib Al-Shammari non è l’unica cicogna a volare fuori formazione. Il mese scorso un altro cittadino arabo-saudita, il direttore del Centro d’informazioni per gli Studi arabo russi, Dottor Majed Abdulaziz Al-Turki, ha sorpreso il foltissimo uditorio di militari di tutto il mondo (eccetto i paesi Nato) riuniti a Mosca per la Sesta Conferenza sulla Sicurezza Internazionale, con una relazione in cui ha dichiarato con tutta chiarezza che i gruppi terroristici “esprimono non se stessi ma le intenzioni di forze ignote, non visibili, in quanto sottoposti ai servizi segreti di alcuni paesi”.
Non è entrato nel dettaglio e non ha rivelatori di quali paesi stesse trattando ma, affinché non vi fossero dubbi sul significato delle sue deduzioni, ha aggiunto che questi gruppi “non hanno ideologia“, i loro scopi sono “mutevoli in quanto corrispondono ai desiderata degli sponsor e di coloro che li assoldano”. In altri termini il rappresentante saudita ha descritto i gruppi terroristici come mercenari al servizio di altri paesi, non necessariamente islamici.
Se il cognome Al-Turki indica – come si presume – la nobile famiglia di provenienza, si deve immaginare che, anche in questo caso, qualcuno a Riyadh stia cominciando a perdere la pazienza e lascia intendere che è pronto a dire, se necessario, chi guida la danza della guerra in Siria e chi c’è dietro al Califfato.
Siamo dunque di fronte a fughe di notizie che, tutte insieme, chiariscono come gli alleati degli Stati Uniti sono ben consapevoli, anche i più fedeli, del ricatto, cui sono sottoposti in continuazione, mediante la pubblicazione di materiali compromettenti. Se vale per l’Arabia Saudita, non c’è motivo di pensare che non valga per tutti gli altri, compresi gli alleati europei (intendendosi tanto di Stati quanto, personalmente, dei loro leaders).
Così si spiega assai bene come mai questi signori siano così inclini a prendere decisioni assurde, o apertamente contrarie ai loro interessi. Al punto che talvolta ci si chiede come sia possibile che siano diventati così stupidi. La spiegazione di un tale dilemma è invece molto semplice: essi eseguono ordini sotto ricatto.


17 maggio 2017

Dov'è la Corea Del Nord? In Australia

di Pino Cabras.

Il New York Times ha chiesto a un campione di 1.746 cittadini statunitensi adulti di localizzare la Corea del Nord in una cartina muta. 
I puntini azzurri rappresentano le loro risposte. 
Soltanto il 36% ha saputo indicare correttamente la posizione geografica
Il rimanente 64% è andato a prendere granchi in tutta l'immensa Asia e persino in Australia.
Le risposte al sondaggio del 2017 su "dov'è la Corea del Nord?" su una cartina muta.

E' molto interessante l'analisi delle altre domande connesse a questo sondaggio: per ogni persona intervistata, quanto più essa segnava lontano dalla Corea il suo punto sulla mappa, tanto più era favorevole a un intervento militare. 
Nel 2014 il Washington Post fece un analogo esperimento. Quella volta agli americani si chiedeva dove fosse l'Ucraina. Anche allora, più si ignorava la geografia, più si voleva la guerra e meno la diplomazia


Le risposte al sondaggio del 2014 su "dov'è l'Ucraina?" su una cartina muta.

Non credo che i risultati cambierebbero di molto anche da noi, persino tra illustri intellettuali. 
Se si osservasse bene ad esempio quanti pochi chilometri ci siano tra il confine ucraino e la città di Mosca, si capirebbe meglio che piazzare lì un avamposto della NATO con una postura ostile - nell'era delle armi atomiche e delle decisioni di rappresaglia da prendere con poco preavviso - sia una mossa molto pericolosa e infinitamente stupida
Ma pochi sembrano saperlo. 


8 maggio 2017

Chi non si piega a Macron

La Francia Non Sottomessa giocherà le sue carte già alle legislative di giugno. Plastique Macron il Thatcheriano sconterà molte contraddizioni.

di Pino Cabras.
da Megachip.



Ho letto da sinistra diverse critiche alla scelta che ha fatto il più eminente rappresentante della 'gauche', Jean-Luc Mélenchon, ossia: non appoggiare Emmanuel Macron in vista del ballottaggio che ha consegnato a quest'ultimo e ai suoi facoltosi burattinai le chiavi dell'Eliseo.

I critici sottovalutano la portata del tema scelto da Mélenchon per dare un nome alla sua campagna: La France Insoumise, ossia La Francia non sottomessaMélenchon ha rotto l'eterno ricatto del "voto utile" con cui la sinistra si mette sotto padrone e si fa distruggere, come è accaduto in Italia. 
Non sottomettersi significa che la paura del lepenismo odierno non deve implicare il doversi mettere direttamente nelle mani dei progetti disumanizzanti di Jacques Attali e degli altri creatori di Macron. 

In vista delle elezioni legislative di giugno, Mélenchon si presenta ora come ispiratore di una forza autonoma, indipendente, in grado di espandersi presso l'area vastissima del voto che per l'elezione presidenziale ha scelto di astenersi. E può farlo perché non ha assicurato ai padroni del vapore l'idea che "tanto i nostri voti sono scontati". Durante tutta la campagna elettorale ha costantemente criticato il meccanismo costituzionale stesso che fa della Francia una "monarchia repubblicana". E che porta a scegliere alla fine un presidente non rappresentativo.

Se si gioca bene le carte, e se nel frattempo i media francesi non decidono definitivamente di proporre una forma soffocante di pensiero unico, Mélenchon può diventare Primo Ministro in un'interessante cohabitation con Plastique Macron. O in ogni caso può guidare un'opposizione forte in prospettiva.
E la prospettiva conta: nella fascia d'età 18-24 anni la maggioranza dei voti è andata a Marine Le Pen.  Nei prossimi anni intere coorti di giovani entreranno in conflitto con l'idea di lavoro espressa da Macron, che ha dichiarato che "i britannici hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher" e che ritiene che "la disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti". L'appello ricattatorio al "meno peggio" si scontrerà a un certo punto con una condizione materiale che lo renderà inconsistente. 
Fin qui ha funzionato la trappola descritta da Alessandro Robecchi: “Le politiche dei Macron producono le Le Pen, poi bisogna votare Macron per fermare la Le Pen. E' un meccanismo perfetto, tipo tagliola”.  Ma la tagliola non funzionerà per sempre. Per sfuggire alla trappola meglio attrezzarsi in tempo e non garantire né svendere nulla ai burattinai dei Macron e dei Renzi. Che intanto faranno di tutto per farci pensare che non esistano alternative.


  Post Scriptum
Molti hanno giustificato il voto a Macron per ragioni "antifasciste". Ma Macron condivide con tutte le forze politiche atlantiste europee una grave responsabilità nel coprire politicamente le forze nazistoidi cooptate al potere in Ucraina e nei paesi NATO dell'area baltica. Non dobbiamo mai arrenderci alla loro amnesia-amnistia selettiva, e ricordare questo dettaglio importante, che incide profondamente sulle prospettive di pace in Europa.


3 maggio 2017

Kill The Children


di Pino Cabras.
da Megachip.

In mezzo alle polemiche sulle organizzazioni non governative internazionali che traghettano verso l’Italia i disperati raccolti sulle coste libiche, la mia attenzione è stata attratta dal profilo dei componenti del Consiglio Direttivo italiano di una di esse, Save The Children:

Nella lista ho notato in particolare un nome, quello di Marco De Benedetti, che - oltre ad essere il figlio dell’oligarca italiano naturalizzato svizzero Carlo De Benedetti - ricopre la carica di Managing Director e Co-Presidente Europa di The Carlyle Group.

Ora, The Carlyle Group non è un’azienda qualsiasi, ma un gigante mondiale nella gestione degli attivi di aziende di tanti settori, incluse le industrie del complesso militare-industriale. Carlyle ha sede al centro dell’Impero, a Washington, e vive di una perenne commistione politica-affari, tanto che ha reclutato fra i suoi super-faccendieri anche ex direttori CIA ed ex presidenti USA come George Bush padre e l’ex primo ministro britannico John Major. Nel 2008-2016 il suo direttore dei servizi finanziari globali è stato un pezzo grosso di Wall Street, Olivier Sarkozy, fratellastro dell’ex presidente francese Nicolas, mentre fra gli amministratori di Carlyle c’è anche il numero uno della General Motors, Dan Akerson.

Insomma, parliamo di un architrave del capitalismo globalizzato, che gestisce "asset" per centinaia di miliardi dollari, di quel capitalismo al centro delle rapine finanziarie, delle guerre mediorientali, e di un’altra serie di fenomeni che potremmo ribattezzare “Kill The Children”.

Vediamo così adesso i bambini fuggiti da una casa perduta per via di una bomba aeronautica o di una bomba finanziaria ricollegata a imprese partecipate da Carlyle, mentre sono raccolti in mare da un’azienda dell’assistenza che incrocia la sua orbita con la Carlyle, e magari fornirà loro farmaci e cibo di aziende partecipate da Carlyle. Il capitalismo è tentacolare, apre e chiude cicli, è completo, e si fa anche bello, con tanto di riviste patinate e siti cinguettanti che vantano i buoni rapporti dei pezzi grossi del non profit con le multinazionali quotate nelle grandi borse del generoso Occidente.

Nel 2014, l’ex primo ministro britannico Tony Blair fu insignito di un premio istituito dall’influente ramo statunitense di Save the Children, il Global Legacy Award, durante una cena di gala a New York. Proprio lui, Blair, non esattamente il salvatore dei bambini iracheni e afghani.

L’industria della filantropia compie gesti buoni. Ma la muovono salotti esclusivi che incrociano le loro strategie con quelle dei padroni della geopolitica, cioè i signori delle guerre e delle ondate di profughi.
Nella statistica delle singole vite salvate, che fanno un bel rumore, scompaiono le masse sommerse e silenziate dai grandi media, a loro volta pilotati dagli stessi salotti.



28 aprile 2017

Fake News: alcuni consigli a Boldrini e i suoi futuri balilla digitali


di Glauco Benigni *


Il 26 aprile a Montecitorio il Presidente della Camera dei Deputati, on. Laura Boldrini, ha convocato quattro tavoli di lavoro sulle cosiddette fake news.  Dispiace, ma  viene subito in mente la citazione orwelliana sul Ministero della Verità che «ha il compito di produrre tutto ciò che ha a che fare con l'informazione: propaganda di partito, editoria, programmi radiotelevisivi, ma anche la letteratura. Oltre che di realizzarlo, questo ente si occupa di rettificarlo ...»
Fortunatamente la scena non è proprio così drammatica.
L'operazione si colloca infatti all'interno della Campagna "Basta Bufale". Nel sito si definiscono bufale: «quelle a scopo commerciale e di propaganda politica e il giornalismo acchiappaclick» più altri esempi quali «il caso dei vaccini pediatrici, le terapie mediche improvvisate, le truffe online.»
«È necessario mobilitarsi» - si legge ancora - «fare qualcosa per contrastare la disinformazione ... tutelare la libertà nel web» (magari! ndr) ... «a chi vi opera chiediamo uno sforzo aggiuntivo.»
Ma nel Web operano forze diversamente schierate sul fronte Vero/Falso. A chi è rivolto l'appello? Vediamo.
L'appello è rivolto a Scuola e Università per insegnare a usare gli strumenti digitali e distinguere tra fonti affidabili o meno. Affidabili secondo chi ?
Poi è rivolto a giornalisti e operatori dell'informazione affinché si aumenti il fact checking e il debunking e si dotino di un garante della qualità.  Evidentemente chi ha scritto l'appello non ha chiaro che i Media Mainstream prendono ormai ordini dagli inserzionisti pubblicitari, non possono più permettersi una alta etica e sono troppo indaffarati a fare titoli acchiappaclick visto che in edicola vendono sempre meno.
Poi è rivolto alle Aziende. Quali? Alle PMI italiane? Non credo. Al cartello delle multinazionali che delocalizzano per pagare 0,50 centesimi all'ora gli operai? A quelle che usano i minorenni? A quelle che evadono le tasse ? ... Affinchè con la pubblicità non finanzino siti che creano e diffondono fake news. Ma se sono proprio le aziende che per prime, quasi tutte, diffondono fake news sui loro Prodotti?
Infine è rivolto ai Social network. Definizione ambigua che non chiarisce. Agli Utenti o alle Piattaforme degli Over the Top ? Affinché assumano responsabilità di media company e contrastino le fake news e i discorsi di odio. Ecco, finalmente qui saremmo d'accordo. Molta parte della mia generazione era per il peace and love , ma sono stati poi alcuni illustri Capi di Stato e di Governo quelli che non hanno denuclearizzato, che hanno aumentato in continuazione le spese della cosiddetta Difesa e che di quando in quando hanno mandato, anche solo per provarli, gli ultimi modelli di bombardieri a sganciare (per sbaglio) sui civili indifesi. Se va avanti così sarà difficile interrompere la catena dell'odio solo con una Campagna contro le fake news.
E infine l'appello si rivolge - come se fosse un prodotto di largo consumo - ai testimonial del mondo della Cultura, Sport e Spettacolo e chiede loro letteralmente di "spendersi" per la causa, ottenendo l'adesione gioiosa di un cast ideale per il nuovo cinepanettone del 2017, ma un po' esile per testimoniare competenza riguardo ad una questione così spinosa.
Oltre ai testimonial la Campagna esibisce 4 primi firmatari: sono Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli, David Puente e Walter Quattrocchi, i quali si accreditano presso l'opinione pubblica quali "Cacciatori di bufale". No comment!  Andate a guardare i loro C.V. e le loro gesta in Internet e fatevi un'idea di tale alta rappresentanza e guida verso il Futuro. C’è chi si è chiesto, portando esempi concreti: è a loro che dovremmo affidare le chiavi dell’informazione su Internet?

A questo punto bisogna dare un'occhiata anche alle sintesi video apparse sul blog di Attivissimo. E qui c'è da notare una serie di questioni.

1) Non viene esplicitamente attaccata l'informazione antagonista nel web  fondata sulle fonti rinvenibili e sull'autorevolezza dei tanti opinionisti non conformisti. Meno male! 
2) Ovviamente c'è un "siluro"contro alcune interpretazioni del "terrorismo", però gli argomenti rilevanti quali: Russia, Siria, Europa, Banche, Finanza, Global Power Elites in genere, non vengono menzionati (almeno nelle sintesi). Ciò fa ritenere che la Campagna abbia obiettivi soprattutto interni e non si ponga invece (da una parte è meglio) la questione dell'arbitraggio Vero/Falso sui grandi temi strategici.   
3) Tra gli intervenuti alcuni restano "dialoganti", ancorché a distanza, con il web, in quanto si ritengono "giornalisti". Anche qui meno male. 
4) Grottesca invece, veramente ai limiti del buon gusto, l'affermazione di una signora targata Sky, secondo la quale la sua Company - di proprietà del maggior inventore di fake news del secolo e grande elettore del Presidente Trump, ovvero Mr. Murdoch -  sarebbe in grado di intervenire a far chiarezza. Ciò è da considerare altamente pericoloso, perché Sky è uno snodo di relazioni potenti e internazionali che potrebbero avere piani ben diversi e più crudeli di quelli della nostra amata Presidente della Camera.
5) Striscianti e anche pericolose, a mio avviso, sono le menzioni ricorrenti all'alleanza con gli Over the Top, dai quali, sebbene volendo affrontare la stessa battaglia contro le fake news, perfino la Cancelliera Merkel prende le distanze e anzi attribuisce loro, giustamente, pesanti responsabilità. Ambigue e decisamente ingenue appaiono le menzioni all'uso degli algoritmi che rimandano alla allegra dittatura digitale . 
Mentre si ventila di multe e sanzioni agli utenti (moltissimi disoccupati), spavaldamente si ipotizza anche di "liberalizzare il mercato degli algoritmi lasciando che le Verità si facciano concorrenza tra loro." Ancora liberalizzazioni, concorrenza, evocazioni di scenari imposti dalla Global Power Elite alle popolazioni nate e cresciute con l'IRI e il salario garantito.
6) Preoccupante è l'ipotesi della formazione di un centinaio di "balilla digitali" da allevare e tramutare in fact checkers .

Io comunque sono contento che ci si ponga la questione del cosa e perché affrontarlo. Spero che ci si accorga, grazie ad un dibattito aperto e allargato su  scala internazionale, che "la piaga fake news" non è curabile con pie dichiarazioni di buone intenzioni.
Il fenomeno è epocale come ben sanno e affermano gli analisti più consapevoli.
Se casca l'Impero Occidentale, e sta lentamente cascando; se bisogna confrontarsi con una visione non più NATO-centrica; se il Pensiero Unico e i valori monoteistici si stanno desertificando; se le Democrazie nate nel dopo Bretton Woods agonizzano insieme alle loro grandi istituzioni (Fondo Monetario, World Bank , World Trade Organisation); se l'ONU soccombe sotto gli attacchi del G20; se il baricentro dello sviluppo si sposta verso l'Asia; se i cittadini della maggiore potenza mondiale sono stati chiamati a scegliere tra i 2 peggiori candidati alla Casa Bianca della storia ; se ogni maggioranza si ottiene per il rotto della cuffia 51/49 e le nazioni si spaccano a metà... è ovvio che casca tutto il castello di carta dei valori occidentali. E' ovvio che ciò che era Vero si impasta e si confonde con il suo opposto e si ricolloca nell'indeterminazione.
Ma queste considerazioni i Quattro Cacciatori di bufale non le fanno mai?   Strano .
Veniamo al Quando si dovrebbe risolvere la questione fake news . Non c'è un "quando". Ogni pensatore onesto sa che bisognerà gestire un progress continuo.
E approdiamo al chi e al come. Qui sono in totale disaccordo alla luce di quanto espresso prima. Chi decide se è Vero o Falso non può essere il "public editor" di La Stampa, né "il tavolo di controllo " di Repubblica, nè l'hashtag "#laveritàconta" dell'Agenzia Italia. «Immaginare un sistema di regole condivise sulla Verità», come semplicisticamente afferma uno dei 4 cacciatori di bufale, è un'affermazione che non fa nemmeno più un parroco di provincia. È un'affermazione da integralisti; è il sogno infantile di un miope che ha perduto gli occhiali e non vede il mondo in cui i mercanti antepongono i propri interessi a quelli della collettività spacciandoli per innovazione, non vede il mondo in cui la Giustizia (quando c'è n'è qualche brandello) è lenta e parziale.
La Campagna è tutta fondata su concetti astratti che nella Storia non sono mai approdati a definizioni stabili e condivise. Siamo di nuovo alla caccia alle Streghe senza accorgersi che le Streghe dettano le Agende dei Masters of War e della Finanza Speculativa.

I sostenitori della Campagna si fanno forti di uno schieramento istituzionale che quasi minacciosamente chiama a raccolta ogni sigla del Potere Italiano, ma si invocano soluzioni rigide e frettolose che sono di fatto non conformi alla Costituzione. Quella stessa Costituzione che invece gli italiani hanno affermato di voler mantenere .
Si invoca la Scienza quale Arbitro Supremo ma non si capisce a quali fonti scientifiche ci si riferisca. La stessa Stanford University, tempio di Grandi Sacerdoti Digitali (e non solo) ha ammesso candidamente che gli utenti, in particolare i Millennial nativi digitali non distinguono più tra notizie vere e false e accordano il consenso a quelle con il packaging grafico che li convince o li seduce di più. Può sembrare "sconfortante" ma ... è così.
La campagna vuol far ricorso agli strumenti della Scienza. Ma quale Scienza? Quella parte che vuole applicare i principi del mondo newtoniano a concetti immateriali quali Libertà, Verità, Affidabilità?
Se solo si facesse riferimento a quella parte della Scienza che ha accettato Heisenberg dovremmo insegnare il concetto di indeterminazione ai futuri "balilla delle fake news" . Qualsiasi Sociologo, che non sia di regime,  sa benissimo che "l'Osservatore modifica la realtà osservata", lo insegnano in Metodologia della Ricerca Sociale. Figuriamoci quante mutazioni avvengono nel palleggio che i Media fanno (hanno sempre fatto) a loro piacimento nella narrazione dei fatti e figuriamoci quante mutazioni del Vero originale sono autorizzate dalla facoltà di condivisione e riproduzione notizie praticata nel web.
Si giungerà a dare una Patente a chi vuole accedere al Web e a ritirargliela se commette infrazioni? Speriamo che questa aberrante idea non ispiri i Quattro Cacciatori di Bufale e i loro futuri balilla. 
On. Presidente Boldrini, onestamente : la sua preoccupazione e la sua volontà di mettere ordine sono comprensibili, però nomini un Comitato di Esperti più adeguato alla contemporaneità e un addetto stampa che li sostenga quando rilasciano opinioni e interviste che poi finiscono nel web. Consulti e convochi anche i rappresentanti dell'opposizione democratica in rete. Probabilmente la battaglia contro le fake news assumerà contorni più realistici.                 



* Glauco Benigni, giornalista, è presidente della Web Activists Community.

24 aprile 2017

#Macron, #LePen, chi perderà di più?


di Pino Cabras.
da Megachip.

Il risultato del primo turno delle presidenziali francesi regala al candidato di plastica Emmanuel Macron, l’uomo dei Rothschild, le apparenti maggiori possibilità di vittoria per il secondo appuntamento alle urne, quello del 7 maggio, quando dovrà vedersela con Marine Le Pen.
I quattro candidati più votati (Macron, Le Pen, Fillon, Mélenchon) si sono spartiti l’80 per cento dei voti, collocandosi ciascuno poco sopra o poco sotto il 20 per cento. Con un dato di partenza così basso, il meccanismo del ballottaggio non potrà mai a giocarsi sul consenso per sé, ma sul dissenso verso l’altro candidato. Non vincerà il più amato e apprezzato, perderà il più odiato e temuto. Entrambi i candidati sono in grado di attirare su di sé le principali forme di dissenso già sperimentate in questi anni nel discorso pubblico dei paesi occidentali. Ognuna di queste forme ha i suoi intellettuali organici, i suoi media di riferimento, i suoi argomenti dominanti.
Prendiamo Emmanuel Macron. È un prodotto sfornato direttamente dalle officine dell’élite atlantista come un avatar telegenico che deve dare un volto elettoralmente fungibile agli interessi della grande finanza, di cui è espressione immediata. Una volta consumato oltre ogni dire l’impresentabile presidente Hollande, l’élite filo-NATO e filo-UE ha equipaggiato in fretta e furia il giovane Emmanuel con tutto il corredo retorico del “nuovo” e del “dinamico” (il suo partito istantaneo si chiama “En Marche!”, ossia “In Cammino!”), senza poterlo tuttavia riparare completamente dalla verità che lo riguarda né dalla repulsione di chi conosce questa verità: Macron è l’ennesimo fantoccio neoliberista, un continuatore delle politiche neocolonialiste che hanno fatto della Francia uno dei maggiori perturbatori della pace negli ultimi anni, un distruttore dei diritti del lavoro. Ha dalla sua parte le grandi TV e i grandi giornali dell’oligarchia francese, che sono organici al suo mondo di provenienza, ma questo elemento di forza - pur potentissimo - sconta il fatto che la corrente principale dei media è sempre più invisa a decine di milioni di persone, che si informano su altri canali e hanno altri intellettuali di riferimento.
Dal canto suo, Marine Le Pen non è certo una candidata artificiale e il suo Front National non è un partito finto, bensì una forza popolare radicata da decenni, durante i quali ha assunto un profilo staccato dalle caratteristiche fasciste impresse dal suo fondatore, e padre di Marine, Jean-Marie Le Pen, ormai espulso dal partito. Ma le dinamiche elettorali hanno inerzie e resistenze molto lunghe, che riguardano l’identità e la psicologia di grandi masse di elettori. Saranno in tanti a continuare a votare in base a pregiudiziali destra-sinistra: la lunga storia xenofoba del partito a guida Le Pen farà turare ancora milioni di nasi, cui non basterà il suo profilo sociale, il suo radicamento nei quartieri operai, i suoi progetti di ripresa della sovranità rispetto alle tecnocrazie europoidi, perché temeranno le sue ricette più dure in tema di immigrazione e di sicurezza pubblica. Marine Le Pen ha una certa presa popolare attraverso i media fuori dal mainstream, ma non le sarà risparmiata alcuna forma di manipolazione e “spin” mediatico da parte di un sistema disposto a vendere cara la pelle, con uno schieramento impressionante di politici già in lotta per far vincere Macron.
La cosa può anche non funzionare. Gli esempi recenti non mancano. Di fronte al Brexit e all’ascesa di Donald Trump la linea di difesa aggressivissima del “kombinat” politico-mediatico non ha retto nelle urne, dove i risultati sono stati quelli opposti al suo volere. Tanto che sono dovuti scattare dei “piani B”: sia a Londra che a Washington sono riusciti, sì, a normalizzare le scelte dei governi nati dai terremoti elettorali, ma con grande fatica e incertezza, in uno scenario di crisi sistemica meno manovrabile dall’élite: se sei un guerrafondaio neoconservatore russofobo e sei riuscito a castrare le velleità di The Donald, beh, la cosa ti va lo stesso di lusso, date le circostanze, ma alla Casa Bianca preferivi comunque avere qualcun altro.
Anche in Italia, con il Referendum costituzionale del 4 dicembre, il risultato è stato opposto a quello voluto dai padroni del vapore, al punto che Matteo Renzi è stato ridimensionato, con un governo che intanto galleggia senza progetto.
Tuttavia, nelle forme in cui avviene l’espressione della volontà popolare conta parecchio il tipo di sistema elettorale. Il ballottaggio francese ha caratteristiche importantissime che influiscono sulle possibilità reali di vittoria. E vincere implica trasformare un 20 per cento in un 51 per cento in appena quindici giorni.
Se con piccole variazioni percentuali Macron non avesse raggiunto il ballottaggio e lo avesse conquistato qualcun altro, avremmo misurato l’avversione a quell’altro candidato con altri criteri.
Ad esempio, come si sarebbero evolute le posizioni anti-UE e anti-NATO del candidato della sinistra, Mélenchon, di fronte alle analoghe posizioni della Le Pen? Sarebbe stata un’altra dinamica, o no?
E se al ballottaggio fosse giunto il gollista Fillon, che voleva ripristinare un dialogo amichevole con la Russia spazzando le sanzioni, come sarebbe cambiata la geografia elettorale?
E se Marine Le Pen non fosse giunta al ballottaggio, come avrebbero votato i suoi elettori? Avrebbe prevalso un euroscettico o un atlantista sfegatato?
Dato il sistema del ballottaggio, Macron prende il via comunque da favorito, perché una parte massiccia delle personalità e delle formazioni sociali che pure non lo ha votato teme di più Le Pen e si mobiliterà in tal senso. Ora non si tratta tanto dello schieramento - davvero scontato - dell’élite, ma anche delle associazioni nei quartieri, dei sindacati a livello locale, di tutta una miriade di organizzazioni con radici popolari. Certo, è un mondo che stavolta ha dato al candidato socialista Benoît Hamon soltanto un miserrimo 6 per cento dei voti, ma è anche un mondo che ha una lunga storia dove dire ‘non’ a Le Pen è stata sempre una pregiudiziale inflessibile, quartiere per quartiere, villaggio per villaggio. Buona parte degli elettori di sinistra di Mélenchon condivide molti più punti programmatici sociali con la presidente del Fronte Nazionale che con il rampollo della finanza predatoria. Ma per Marine Le Pen conquistare quei voti significa dover demolire un “di più” di sfiducia verso il portato storico e ideologico che lei rappresenta. È prevedibile che farà allora di tutto per presentarsi come l’Alternativa possibile, cercando di erodere il Fronte che già si è costituito contro di lei, pescando tanto a sinistra, quanto fra gli euroscettici che pure hanno votato il moderato Fillon.

In mezzo al risultato colpisce la disfatta totale dei socialisti francesi, che ripete quella dei socialisti olandesi di marzo. La sinistra socialdemocratica europea è in rotta, e le sue residue bandiere le consegna a difendere un bidone della banca Rothschild. 


19 aprile 2017

Giulietto Chiesa e Pino Cabras intervengono al Congresso del Movimento Roosevelt

PANDORA TV

Giulietto Chiesa e Pino Cabras intervengono al Congresso sulle “Forme della Democrazia” organizzato dal Dipartimento Cultura del Movimento Roosevelt.


Tratto da pandoratv.it/?p=15823.



21 marzo 2017

Il MES ormai dietro l'angolo

di Alberto Micalizzi.


Due giorni fa il Sole24Ore ha riportato la notizia che Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno inviato una lettera al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla BCE per richiedere l’applicazione della ricapitalizzazione preventiva, già applicata lo scorso Dicembre al Monte dei Paschi (“Popolare Vicenza e Veneto Banca chiedono l’aiuto di Stato”).
Si tratta della forma più morbida di gestione di una crisi bancaria, applicabile solo a certe condizioni, senza le quali occorre procedere con il Bail-in. La ricapitalizzazione preventiva è stata introdotta dalla stessa direttiva europea che regolamenta il Bail-in ed è finalizzata alla ricostituzione del capitale della banca. In particolare, si basa sull’intervento dello Stato prima che la situazione diventi critica tant’è che per potervi accedere la banca deve essere solvibile, criterio tutt’altro che oggettivo. Lo Stato italiano, in questo caso, può intervenire direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Con la ricapitalizzazione preventiva l’onere del salvataggio ricade dunque sugli azionisti, che vengono diluiti, sugli obbligazionisti subordinati e certamente sulla collettività ma non sui correntisti.
Nel caso di Popolare Vicenza e Veneto Banca si parla di una necessità di ricapitalizzazione fino a €5 miliardi. Ciò dipenderà anche dall’esito del progetto di fusione che le due banche stanno studiando, che però è ostacolato sia dalla BCE che dall’agenzia di rating Fitch, a processo a Trani per manipolazione di mercato, che lo scorso Venerdì ha tagliato il rating della Popolare di Vicenza.
Laddove la banca non sia ritenuta solvibile, si dovrebbe optare per la forma di salvataggio più drastica, quella del Bail-in, che espande il perimetro di inclusione dei soggetti che contribuiscono alle perdite, arrivando a toccare i correntisti con depositi maggiori di €100.000, oltre naturalmente agli azionisti e a tutti gli obbligazionisti della banca.
Ma cosa succede se lo Stato non avesse i mezzi necessari per intervenire, né per una ricapitalizzazione preventiva né per un Bail-in? Si aprirebbe la terza via, quella del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Avevo ammonito circa questo rischio durante l’intervista a Pandora TV del Gennaio 2017 (“L’intrigo Politico del MES – Parte 2”) nella quale facevo notare che sinora il MES ha eseguito 5 interventi su Stati dell’Eurozona ma mai interventi diretti su banche, che sono tuttavia ampiamente previsti dal regolamento istitutivo il MES.
Rimandando al mio articolo introduttivo sul MES (“Pronto il MES per commissariarci: alzare gli scudi – Parte 1) mi limito qui a ricordare che il MES non è un “meccanismo” ma un vero e proprio fondo che ha la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello FMI) embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ma interviene prestando denari ai Paesi sottoscrittori a fronte dell’accettazione di programmi di governo prestabiliti. In poche parole, a fronte del commissariamento del Paese richiedente.
Se leggiamo i criteri di ammissibilità al programma MES che riguardano specificamente le banche, apprendiamo che uno Stato può accedere al MES a 3 condizioni: i) non essere in grado di gestire la situazione con risorse dei privati; ii) non essere in grado di intervenire con finanze pubbliche senza compromettere la stabilità finanziaria; iii) la banca deve essere di rilevanza sistemica o porre rischi alla stabilità finanziaria dell’area Euro.
Ove ricorrano queste condizioni, lo Stato italiano dovrà impegnarsi ad applicare un programma di riforme stabilito dal MES che riguardano misure di taglio alla spesa pubblica, privatizzazione e incremento di imposte e tasse, oltre a riforme a favore della ricapitalizzazione del settore bancario (tradotto letteralmente dal sito del MES).
Qual è la probabilità che si finisca nella rete del MES? Direi piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione.
A ciò aggiungerei i circa €330 miliardi di crediti incagliati nei bilanci delle banche italiane, iscritti mediamente al 41% del valore nominale, che con elevata probabilità saranno ceduti a prezzi inferiori ai valori di bilancio, generando ulteriori ammanchi di capitale che richiederanno ulteriori interventi di ricapitalizzazione (vedi mio articolo Si orchestra la svendita di 330 miliardi di crediti bancari: bad bank/good profit”).
D’ora in avanti, se non mettiamo mano seriamente e rapidamente ad un piano urgente di rilancio dell’economia, dovremo abituarci a convivere con il MES benché, a pensarci bene, qualcuno dirà che non sarà poi così traumatico dato che con governi non eletti che stanno distruggendo l’economia nazionale abbiamo a che fare ormai da anni.
Non abbiamo però molto tempo. Dobbiamo aprire subito una fase di transizione basata su un piano giuridico ed economico attuabile in breve tempo (vedi mio articoloLe basi economiche di un New Deal italiano”) e soprattutto occorre: 1) convertire la Cassa Depositi e Prestiti in una vera banca pubblica, visto che è essenziale per il salvataggio delle banche commerciali; ed 2) istituire una bad bank pubblica per le sofferenze bancarie gestita dal Tesoro, visto che è comunque lo Stato a dover intervenire sul capitale delle banche. Solo così potremo schivare il MES e ridare fiato ad un’azione più ampia di ricostruzione di sovranità politica ed economica.


15 marzo 2017

Il fondamentalismo hollywoodista


PANDORATV - The Jolly.
di Roberto Quaglia.


Il fondamentalismo hollywoodista ovvero l’invisibile ideologia dell’Occidente. Un’ideologia invisibile, che non si dichiara, i cui testi sacri sono le migliaia e migliaia di film e telefilm che veicolano i modi di pensare e di vedere il mondo dell’Occidente, caricandoli quotidianamente in miliardi di cervelli. Così si forma la nostra visione del mondo. Ma In quali modi i film prodotti da Hollywood modificano il nostro modo di percepire ed interpretare la realtà? E in quale misura questo fenomeno è il frutto di un preciso progetto ed in quale è invece solo la conseguenza del conformismo agli stereotipi vigenti?

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IL TESTO DEL VIDEO, tratto da roberto.info.


Ho appena terminato di scrivere Il fondamentalismo hollywoodista.

Cos’è il fondamentalismo hollywoodista? Per capirlo, dobbiamo innanzitutto renderci conto che non è vero che tutte le ideologie siano morte, come si usa dire. Anche il mondo delle ideologia è probabilmente soggetto alla selezione naturale di Darwin, alcune ideologie agonizzano, altre si estinguono, ma le nicchie ecologiche che si liberano vengono subito occupate da qualche nuovo arrivato. La natura aborrisce il vuoto. In molti casi assistiamo all’insorgere di piccoli culti più o meno strampalati, culti pseudoreligiosi o pseudoscientifici. Di solito rimangono confinati a quattro gatti e durano poco. Ma in altri casi compare un nuovo grande predatore, una super ideologia che in quattro e quattr’otto si pappa tutto e tutti in vastissime porzioni del mondo. Il paradosso è che più questa ideologia è vasta, più chiunque ne venga assorbito non la riconosce più in quanto ideologia. Quando ci si è dentro, l’ideologia assume la forma della realtà, e tutto ciò che si trova al di fuori dell’ideologia diventa un’eresia. Quando la Chiesa perseguiva gli eretici, era proprio perché per lei essi si collocavano al di fuori della realtà, e così facendo mettevano in crisi, per la Chiesa, il concetto stesso di realtà. Per quanto possa suonare strano alle nostre orecchie, un fenomeno analogo è in atto proprio ora, ed il “Vaticano” di questa nuova ideologia-religione – i due concetti in parte si sovrappongono – è situato a Hollywood.


L’Occidente oggi non si rende conto di essere ideologico, profondamente ideologico, così ideologico da fare impallidire le altre grandi ideologie del passato. No, no sto parlando del capitalismo, del liberismo, e nemmeno della democrazia – queste sono tutte cosucce nel confronto dell’ideologia di cui sto parlando, ed in una certa misura ne sono parte. La grande ideologia della quale non siamo bene consapevoli di essere succubi in Occidente è l’Hollywoodismo, un vero e proprio sistema completo di valori, di modelli di comportamento e di pensiero, di come ci si debba abbigliare e cosa si debba mangiare, eccetera eccetera. Insomma, un intero modello di realtà, a cui in varia misura finiamo per credere. Ed è proprio chi non è consapevole della natura fideistica della fede che lo attanaglia che in men che non si dica si ritrova essere un fondamentalista, cioè qualcuno che crede ciecamente ai propri modelli di riferimento senza rendersi conto in nessuna misura della loro relatività. Ci piaccia o no siamo quindi tutti fondamentalisti hollywoodisti – in vita nostra abbiamo guardato troppo cinema e televisione americani per non esserlo. Alcuni lo saranno più di altri, ma nessuno sfugge.
Da cento anni Hollywood rappresenta l’immaginario occidentale all’interno dei propri prodotti cinematografici, e così facendo lo costruisce, lo omogenizza, ne stabilisce gli standard. Ma da quale momento in poi possiamo cominciare a chiamare questa attività di strutturazione dei nostri gusti e costumi, una vera e propria attività di manipolazione? Difficile da stabilire, tuttavia c’è evidenza del fatto che negli ultimi decenni la cinematografia statunitense è sempre più traboccante di elementi di manipolazione di massa chiaramente intenzionali, possiamo identificarli, riconoscerli e descriverli, e queste tecniche di manipolazione sono frutto di conoscenze straordinarie sui modi esatti nei quali le masse di persone possano venire condizionate. Il quadro è quindi quello di una lucidissima scienza di ingegneria sociologica, roba nuova, roba che non si insegna neppure nelle migliori università – a parte eventualmente qualche università militare della quale sappiamo poco o nulla. Di tutto ciò ignoriamo quasi tutto, ma possiamo tuttavia scoprire molto sottoponendo a rigorosa analisi i vettori di tale presunta manipolazione – cioè i film con cui Hollywood ci tempesta. Vogliono che guardiamo i loro film? Va bene, facciamo però un passo ulteriore – oltre a guardarli, studiamoceli ben bene, per capire esattamente cosa contengono, visto che di qualsiasi cosa si tratti, poi ce la ritroviamo nei nostri cervelli.

E questo è esattamente quello che ho voluto fare nel mio nuovo libro, Il fondamentalismo hollywoodista. Ho identificato undici tecniche principali di manipolazione, che tipicamente troviamo in molti film di Hollywood. Nel mio libro assegno ad ognuna di esse un nome e ne spiego il funzionamento e le finalità. La seconda parte del libro consiste in una rassegna di film e serie televisive americane che io ho analizzato – questo spiega perché mi ci siano voluti 4 anni per scrivere questo libro, uno non è che ha voglia di guardarsi film americani tutti i giorni – e per ognuno dei quali elenco le tecniche di manipolazione che in esso sono state utilizzate. Imparare a conoscere i trucchi e le leve psicologiche che vengono utilizzate per influenzare la nostra mente è il primo passo per difenderci dalle intrusioni nella nostra testa e per riappropriarci di noi stessi. In questo senso il mio è anche un libro di autodifesa, ma non è leggendo il mio libro soltanto, ahimé, che terremo la nostra mente al riparo dagli artifici degli apprendisti stregoni dell’hollywoodismo. Troppo potente la loro potenza di fuoco, che va sistematicamente a colpire i nostri inconsci. Tuttavia, bisogna pur iniziare da qualche parte se vogliamo avviare una guerra di indipendenza della nostra mente. Una guerra puramente mentale, beninteso, dato che di guerra esclusivamente mentale si tratta.

I gerarchi dell’hollywoodismo vogliono possedere e controllare la tua mente, così come quella di tutti gli altri, ed il possesso si manifesta ogniqualvolta tu pensi nei termini da loro prefissati. E loro la tua mente già la posseggono, almeno in parte , anche se tu credi di no. Magari ogni tanto ti piace citare Matrix, nei tuoi discorsi controcorrente, oppure film come V come vendetta…. ma in questo caso ho una brutta notizia per te, amico mio, anche Matrix, anche V come vendetta ti sono stati iniettati in testa dagli stregoni dell’hollywoodismo, sono allegorie che hanno messo in circolazione loro, non è farina del tuo sacco. E loro lo hanno fatto per te. Per aiutarti ad esprimere meglio il tuo dissenso. Ed esprimendo il tuo dissenso negli esatti termini che essi hanno disposto per te, tu dimostri di fare interamente parte del loro regno immateriale, e così facendo lo rendi più stabile. Non ci credi? Pensaci meglio. Magari aiutandoti con la lettura de Il fondamentalismo hollywoodista. Non ci facciamo troppe illusioni. Continuerai anche in seguito a citare Matrix, così come dopotutto ho appena fatto anch’io – chi è senza influsso dall’hollywoodismo scagli la prima pietra – ma per lo meno lo farai con un più elevato senso di consapevolezza di cosa sia accaduto nella tua mente. La prima tappa di un cambiamento è la comprensione, non ci sono altre vie. Dobbiamo capire perché pensiamo nel modo in cui pensiamo, e quali parti di questo processo siano state progettate a tavolino. Solo così, forse, potremo cessare di essere i fondamentalisti hollywoodisti che a nostra insaputa siamo, limitandoci ad un più dignitoso ruolo di hollywoodisti moderati consapevoli.

Il libro contiene anche una breve cronaca di un mio viaggio in Iran, qualche anno fa, ad una conferenza sull’hollywoodismo, dove per la prima volta ho udito di questo termine, questo vocabolo immaginifico che mi ha ispirato in questa ricerca. Su tale mio viaggio in Iran ho raccontato estensivamente in un mio precedente video, che se vi interessa vi invito a cercare.

Per il momento Il fondamentalismo hollywoodista è pubblicato soltanto su Amazon, quindi in libreria non lo trovate. Se qualche editore serio vuole portarlo in libreria, si accomodi pure. Nel frattempo, chiunque sia interessato se lo può procurare su Amazon.it con un paio di click ed in men che non si dica verrà recapitato a casa vostra. Un ultimo consiglio che vi do in quanto genovese: se volete risparmiare le spese di spedizione, ordinate anche qualche altro libro, non necessariamente mio. A partire da 29 euro di spesa godrete infatti della spedizione gratuita. Un’ultima raccomandazione: dato che Il fondamentalismo hollywoodista non esiste in libreria e nessun editore lo promuove, se l’argomento vi appassiona e non volete vederlo morire nel nulla, fate voi stessi qualcosa per farlo conoscere. Se avete un sito o un blog parlate di questo libro ai vostri lettori, condividete questo video, sul blog e sui social network. Ci sono e ci saranno anche miei altri video nei quali dirà altre cose sui contenuti de Il fondamentalismo hollywoodista. Li trovate su Pandora TV e su YoutubeFate del vostro meglio per far girare queste informazioni ed a questo modo avrete dato il vostro contributo alla lotta di liberazione delle nostre menti dal caleidoscopio di sogni, miti, illusioni e fantasie che gli apprendisti stregoni dell’hollywoodismo ci hanno intrufolato in testa. Infine un grazie sentito a Pandora TV, unica voce televisiva fuori dal coro in Italia oggi, senza la quale queste mie parole non sarebbero mai giunte a voi. Tutto questo detto, a tutti i migliori auguri di una felice dehollywoodismizzazione da Roberto Quaglia.


Marzo 2017



“Il fondamentalismo hollywoodista ovvero l’invisibile ideologia dell’Occidente. Un’ideologia invisibile, che non si dichiara, i cui testi sacri sono le migliaia e migliaia di film e telefilm che veicolano i modi di pensare e di vedere il mondo dell’Occidente, caricandoli quotidianamente in miliardi di cervelli. Così si forma la nostra visione del mondo. Ma In quali modi i film prodotti da Hollywood modificano il nostro modo di percepire ed interpretare la realtà? E in quale misura questo fenomeno è il frutto di un preciso progetto ed in quale è invece solo la conseguenza del conformismo agli stereotipi vigenti?”



ARTICOLI CORRELATI:

Antonello Cresti, Fuori i rossi da Hollywood!, 27 ottobre 2013


Pino Cabras:  Iran e Hollywoodismo: un progetto per cambiare la fabbrica dei sogni, 14 febbraio 2013.