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16 luglio 2017
Vladimir Putin: “Seduti sulle nostre teste a masticare chewing-gum”
Al recente Forum Economico di San Pietroburgo, Megyn Kelly, la nuova star della NBC americana, portata via a suon di milioni dalla FOX, è stata mandata ad intervistare Putin, con il preciso compito di “fargli fare una brutta figura” davanti alle telecamere. Ecco il risultato. [Sintesi]
A cura di Massimo Mazzucco.
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Vladimir Putin
11 ottobre 2015
Perché l'Occidente non capisce più la Russia. Una lettura critica
di Mario Rimini.
da IL FOGLIO.
La Mosca preferita dagli Stati Uniti? Quella che non aveva politica estera e la cui identità nazionale era in crisi. La svolta di Vladimir Putin e il ruolo della Cecenia
Quando la Russia era amica degli Stati Uniti, Pavel Grachev era ministro della Difesa, dal 1992 al 1996. Erano gli anni della transizione post sovietica. Il Presidente Yeltsin e i suoi giovani riformatori traghettavano un paese lacero e miserabile verso un futuro di libertà stracciona, di occidentalismo predatorio, di privatizzazione da Far West.
Una Russia società aperta, che danzava ubriaca sulla fune sopra il baratro. E senza rete di salvataggio. Era, quella, la Russia degli americani. In nessun periodo storico fu Mosca più vezzeggiata, lusingata e accarezzata dall'affabile alleato transatlantico. Nel momento in cui rinunciò a qualunque politica estera, a qualunque sfera di influenza, all'interesse nazionale e alla geopolitica, i sorrisi della politica americana si sprecarono per anni, promettendo ai russi integrazione, sviluppo, benessere. E consegnando invece, tutt'al più, una copia vintage e involgarita delle luci di New York sulle cupole zariste e i condomini khruscioviani lungo la Moscova.
Pochi russi ammassavano fortune d'altri tempi sulle ceneri di una superpotenza in saldo. Una generazione di giovani vedeva scomparire l'istruzione, la sanità, la sicurezza di uno stipendio povero ma in grado di assicurare la spesa quotidiana e un tetto. Milioni di ragazze scoprivano che i loro corpi avevano un mercato, per le strade di Mosca invase dai turisti o nelle città d'Europa finalmente accessibili per una schiavitù diversa dalla solita, e più brutale. Gli orfanotrofi traboccavano di creature malnutrite rifiutate da famiglie scomparse e abbandonate da uno stato in bancarotta. La droga, il collasso dei servizi pubblici e l'anomia sociale mietevano un numero incalcolabile di giovani vittime ai quattro angoli di un impero arrugginito, venduto pezzo per pezzo come metallo di scarto sui mercati mondiali della corruzione e del malaffare. Mosca e San Pietroburgo, di notte, facevano paura. Crimine fuori controllo, omicidi spiccioli ed esecuzioni mafiose in grande stile terrorizzavano città senza più legge, dove la polizia sopravviveva grazie alle mazzette e all'estorsione e i malviventi regnavano come mai i Corleone e i Riina avrebbero potuto sognare nella loro terra. La Russia di Yeltsin non era più orso. Era semmai un elefante mutilato e sanguinante, cui bracconieri indigeni e stranieri somministravano stupefacenti per tenerlo in vita, mentre gli rubavano avorio, organi, e anima.
E poi c'era l'esercito. L'istituzione che aveva, sin dalla rivoluzione d'ottobre, rappresentato la gloria e la potenza, il vanto e l'orgoglio, il blasone e il sigillo della leadership mondiale della Russia dei Soviet. Non più Armata Rossa ma Russa, l'esercito era allora sotto la guida di Grachev. Una figura dimenticata ma preziosa, per capire la storia. Non la storia dei summit e delle dichiarazioni diplomatiche, no. La storia di uomini e donne, di carne e di sangue, di vita e di morte. La storia dei russi, contro la storia dei think tank e delle accademie e dei fondi monetari. Era il dicembre 1994 e Grachev aveva dichiarato con boria mediatica che l'esercito russo avrebbe potuto conquistare Grozny in 24 ore con un solo reggimento di paracadutisti. Perché oltre che dissanguata, derelitta e derubata, la Russia di Yeltsin era anche a un passo dalla disintegrazione. Regioni ribelli guidate da delinquenti e corrotti premevano per la secessione da un potere centrale che non aveva più potere, né centralità. E se il corpo rischiava la metastasi, il cancro da cui questo minacciava di diffondersi era la Cecenia. Dicono i pettegolezzi, che sono un po' anche cronaca, che Grachev avesse dato l'ordine di invadere Grozny di notte, ubriaco. E così la mattina di capodanno del 1995 la capitale caucasica fu svegliata dalle bombe e dai carri armati. Era la prima volta che l'Armata Russa combatteva. E fu un disastro che nemmeno gli analisti più cinici avrebbero previsto. Lungi dall'impiegare un solo battaglione di paracadutisti, Grachev riversò su Grozny tutto quello che aveva. Tank, artiglieria, aviazione. E lungi dall'ottenere la rapida vittoria che aveva promesso, si risvegliò dalla supposta sbronza con le notizie di una catastrofe nazionale. L'Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più.
C'era, al suo posto, l'esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d'America. Un'armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall'America aveva gettato la Russia esiste, questo e' senz'altro la campagna cecena di Pavel Grachev. D'altronde, l'Armata Russa era la stessa di cui filtravano notizie di soldati ridotti alla fame nelle basi dell'estremo Oriente, o venduti a San Pietroburgo come prostituti a ora per clienti facoltosi, o massacrati nei riti d'iniziazione sfuggiti a qualunque regola e disciplina, o suicidi in massa per sfuggire a violenze e soprusi impuniti. E così in Cecenia, dopo un bilancio di migliaia di soldati uccisi e fatti prigionieri, di una città rasa al suolo e di civili sterminati, il cancro non era stato nemmeno estirpato. E un anno dopo, i ribelli l'avrebbero riconquistata. Grachev perse la faccia. E la Russia con lui. Mentre le madri dei piccoli soldati usati come carne da cannone iniziarono le loro coraggiose manifestazioni pubbliche davanti ai lugubri ministeri moscoviti, che tanto le facevano assomigliare alle danze solitarie delle madri dei desaparecidos sudamericani. E sarebbe stata una ricerca disperata, straziante e inutile, perché dei figli soldati della Russia non v'erano notizie, ne' sepoltura, né nomi. Scomparsi nel nulla, saltati in aria nei carri sgangherati di Grachev, torturati nelle prigioni improvvisate dei mujaheddin ceceni. Inghiottiti dal drago di un paese allo sfacelo. Che però, allora, era il darling della Casa Bianca.
Per questo, oggi, non capiamo Putin. Perché ci rifiutiamo di vedere la storia degli uomini e ci soffermiamo invece sui paper delle accademie. Quelli che ci dicono che Putin è un fascista che sta distruggendo la Russia. Quelli che ci parlano di un paese prigioniero di una nuova tirannia. Quelli che dipingono la Crimea come una nuova Cecoslovacchia e l'Ucraina come la Polonia di Hitler. Quelli che sono, oggi, la copia speculare di ciò che condannano: Propaganda.
Perché la Russia non è più stracciona, e Putin lentamente l'ha cambiata. Ha ricostruito lo Stato.
Non è un modello di democrazia di Westminster, no di certo. Ma esiste, e fa qualcosa. Ha recuperato, legalmente e illegalmente, parte di quell'eredità che l'oligarchia mafiosa aveva comprato alla fiera dell'est, per due soldi. Ha curato i focolai tumorali che minacciavano la sopravvivenza della Federazione. Ha riparato i carri armati, e li ha svuotati degli adolescenti di leva, riempiendoli di soldati professionisti. Ha licenziato la leadership alcolista, e investito in ricerca e sviluppo. Ha riaperto le fabbriche del complesso militare industriale che non è certo la chiave del futuro, ma che è tutto ciò che la Russia aveva e da cui poteva ripartire. E quando il paese ha smesso di presentarsi ai summit internazionali scalzo e rattoppato per supplicare l'America e le sue istituzioni finanziarie di elargire un altro prestito ipotecando in cambio l'interesse nazionale, la Russia di Putin ne ha ripreso in mano il dossier. E ne ha rilette, una dopo l'altra, le pagine dimenticate.
La sorpresa della Crimea, per questo motivo, è tale solo per gli ipocriti, gli smemorati, e gli ingenui. La Crimea fu uno degli scogli più insidiosi su cui la transizione post sovietica rischio' di naufragare, già negli anni '90, quando per poco non scatenò
una guerra. In Crimea c'erano Sebastopoli e la flotta del Mar Nero. L'intera geopolitica zarista e poi sovietica aveva da sempre cercato lo sbocco verso il Mediterraneo, lo sanno anche i bambini delle medie. Non è certo un'invenzione di Putin. La Crimea è stata sempre la colonna portante dell'interesse nazionale russo. Non è Putin che ha stravolto la storia rivendicandola e riconquistandola. Era stata la debolezza e la disperazione degli anni di Yeltsin a far accettare obtorto collo a Mosca la rinuncia a una penisola che è insieme strategia e letteratura e icona e identità. La perdita della Crimea fu per i russi una dolorosa circostanza storica, mai una scelta coraggiosa.
L'aspro confronto tra Obama e Putin è tutto qui. L'elefante tramortito è ritornato orso. E rifiuta le sbarre della gabbia che la Nato nell'ultimo decennio gli ha costruito addosso, a dispetto delle dichiarazioni di amicizia e di rispetto.
livore di Obama ha così dipinto la Crimea come la prova della cattiveria di Putin, e l'Europa sbadata gli ha creduto. E ora che la Russia interviene su uno scacchiere mediorientale da cui mancava da vent'anni, la Casa Bianca si agita scomposta. Ma vent'anni di egemonia statunitense in Medio Oriente e Nord Africa cosa hanno prodotto? La farsa dell'Iraq e la sua tragedia umana. Lo Stato Islamico e il suo regno di barbarie. Il collasso della Siria e i milioni di profughi e la sua guerra senza sbocco. La fine della Libia.
Ed è solo l'inizio di un terremoto che l'America stessa ha scatenato, ma che le e' ormai sfuggito di mano.
Persino i paesi della regione lo sanno. E oggi iniziano a guardare a Putin più che a Obama, cui rimane la retorica da guerra fredda, l'uso spregiudicato delle sanzioni con la scusa dei diritti umani, e la scelta sconsiderata di perdere la Russia.
Putin è un personaggio complesso, ma non è il diavolo. Ha il merito di avere mantenuto la Russia nella storia, in un momento in cui era tutt'altro che scontato. Il giovane ignoto che si insediò sullo scranno degli Zar quando Yeltsin barcollò via con un ultimo brindisi, non verrà giudicato dalla storia per i pettegolezzi su come abbia passato il compleanno e sul costo dell'orologio che porta al polso, temi oggi prediletti da riviste un tempo autorevoli come Foreign Policy. Il verdetto è già scritto. E' nelle immagini che lo mostrano assieme al ministro della Difesa Shoigu nelle stanze dei bottoni del suo esercito, da cui la campagna siriana viene coordinata.
Sono passati solo due decenni, ma sembrano anni luce dalle gaffe di Yeltsin, e dalla disfatta cecena di Grachev. Se Obama non gradisce, non è per i diritti umani dei russi.
Washington ha approfittato della penosa transizione russa per arraffare quanto più spazio geopolitico ha potuto, in Europa, in Medio Oriente, nel Pacifico. E adesso che al Cremlino non siede più un ubriacone cardiopatico, e l'esercito non è più il soldatino di latta di Grachev, l'America, di colpo, ha deposto le lusinghe. E ha perso il sorriso. E minaccia di trascinarci, tutti, in uno scontro frontale con la Russia. Per i suoi interessi, e contro i nostri. Che sono quelli di un'Europa che non si fermi di colpo alla frontiera bielorussa.
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10 novembre 2014
Ricercato: il leader del Mondo Libero
Vladimir
Vladimirovic Putin non è andato in Germania ad assistere alle
celebrazioni su un'importante vicenda storica di un quarto di secolo
fa, la rimozione del Muro di Berlino. Era a Pechino per fare la
Storia del prossimo quarto di secolo, mentre firmava un altro storico
mega-accordo sul gas con il presidente cinese Xi Jinping.
A Putin non
manca il senso della Storia. Venticique anni fa era proprio in
Germania Est, e precisamente a Dresda, dove soggiornava da quattro
anni in veste di ufficiale del KGB. Aveva avuto modo tante volte di
girare in tutto il vasto centro di quella città ricca di storia, che
nei secoli si era guadagnata la definizione di Elbflorenz (“Firenze
sull'Elba”). Ricca di storia, sì, eppure nessuno degli edifici che costeggiava le camminate di Putin aveva più di cinquant'anni. La
città infatti era stata letteralmente rasa al suolo dal 13 al 15
febbraio 1945 dai bombardieri britannici e americani. Morirono
decine di migliaia di persone, quasi tutte civili. La Repubblica
Democratica Tedesca aveva ricostruito la città, facendo di essa un
primario centro industriale e di ricerca. Quando la Germania Ovest
annesse la Germania Est, non trovò certo una terra di nessuno. Era
un paese industriale ricostruito dopo una catastrofe. Proprio nel
rapporto con quello Stato era nata l'Ostpolitik, il modo di stemperare la Guerra Fredda per evitare un'altra
catastrofe.
Ci si spiava, ci si parlava. Putin ha fatto la gavetta
lì.
La vecchia guardia dei politici europei
dei tempi andati non perde ormai occasione per dirlo: separare i
destini dell'Europa dalla Russia è un suicidio politico, un errore
strategico, una follia economica, un'avventura insensata. L'ultimo
leader dell'URSS, Mikhail Gorbaciov, si è pronunciato in tal senso nell'occasione più solenne, proprio
la celebrazione dei 25 anni dalla rimozione del Muro, con una
dichiarazione che si schiera nettamente con quel fa e dice
l'inquilino odierno del Cremlino, Vladimir Putin.
Nel corso dei mesi della crisi ucraina
abbiamo sentito anche le dichiarazioni dell'ex primo ministro
francese Dominique De Villepin, quelle degli ex presidenti del
Consiglio italiani Silvio Berlusconi e Romano Prodi, per non parlare
degli ex cancellieri tedeschi Gerhard Schröder
e Helmut
Kohl (quest'ultimo praticamente silenziato da tutti i principali
organi di informazione italiani), e altri ancora, come l'ex
cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel. Sono tutti politici che
hanno dovuto fare i conti - al loro tempo - con l'ingombrante
superpotenza degli USA: tutti la vedevano come un interlocutore
essenziale e indispensabile, ma agivano per salvaguardare spazi di
manovra per sé, in modo da essere autonomi nel nome di interessi radicati
presso le proprie classi dirigenti nazionali e nella “Casa comune
europea”.
All'alba del “momento unipolare”
statunitense, quando crollava la cortina di ferro fra l'Est e l'Ovest
dell'Europa, e poi negli anni successivi, ognuno di questi politici
ha giocato le sue scommesse, vincendone e perdendone. Nessuno di loro
pensava che il suo compito fosse obbedire ciecamente agli USA.
Gorbaciov fu sconfitto da coloro che vollero la fine dell'URSS; Kohl
scommise sulla riunificazione tedesca ma assisté allo sconvolgimento
degli equilibri europei che seguirono; De Villepin vide le
istituzioni golliste della vecchia Francia indipendente travolte
dalle presidenze atlantiste di Sarkozy e di Hollande; Berlusconi e
Prodi - lungo i decenni - hanno contribuito gravemente al declino
dell'Italia, ma si ricorda anche qualche tentativo da parte loro di
non azzerare la capacità di manovra internazionale ereditata dalla
Prima Repubblica. La cosiddetta “sovranità limitata” non era
sinonimo di “sovranità azzerata”.
Questi diversi governanti parlavano
spesso della Casa comune europea. Questa casa non è stata poi
costruita per vari motivi. Dov'è che sono mancati i mattoni? Perché
quella casa non c'è? Perché tutti questi governanti avevano limiti
e ambiguità, perché hanno proiettato gravi errori sulle generazioni
successive, perché c'erano condizioni - storiche e oggettive - che
non controllavano, perché maturava una crisi più grande che stava
fuori e al di sopra della crisi europea, ossia la crisi dell'Impero
atlantico e della potenza nordamericana.
Intanto l'Impero in crisi puntava a far
pagare a tutti il prezzo sempre più esoso della propria
sopravvivenza. Il dollaro non era più quello di una volta, la
finanza si faceva via via più devastante, ma anche la NATO non era
quella di prima: in contrasto contro ogni altra logica, si espandeva.
L'Impero doveva accentuare tutte le spinte militari, aumentare la
dose di controllo fino a rendere la propria “intelligence” un
incubo orwelliano e a trasformare la Casa comune europea in una Caserma.
In pieno revival berlinese, visito a
Berlino la sede della STASI, diventata un museo che vorrebbe
perpetuare la vergogna di un sistema che impiegava decine di migliaia
di persone per violare “le vite degli altri”. Scatto molte foto
ai microfoni nascosti negli orologi, alle macchine fotografiche
mascherate da innaffiatoi o tronchi d'albero, ai campioni di tessuto degli
oppositori (da far odorare ai cani per rintracciarli prima), ai
registratori e alle bobine che carpivano migliaia di voci. Mentre
fotografo questo tragicomico modernariato dello spionaggio, mi rendo
conto di quanto esso sia poca cosa di fronte a quel che ha rivelato
Edward Snowden.
Potete anche voi visitare il museo della STASI, ma
non c'è ancora un museo che spieghi che tutte le vostre email - anche
se siete uomini potenti, anzi, soprattutto se siete potenti - sono in
pancia alla NSA e ad altre strutture spionistiche atlantiche.
Strutture con budget sterminati che vogliono e ottengono una sola
cosa, la TIA – Total Information Awareness, ossia la sorveglianza
totalitaria. Altro che il buffo innaffiatoio della vecchia Germania Est.
Ecco perché le classi dirigenti
europee di nuova generazione, dal lato atlantico, oggi sono molto
cambiate: totalmente ricattabili, asservite, incapaci di affermare
una propria elaborazione autonoma, disarticolate. Se la generazione
dei grandi vecchi che abbiamo citato commetteva errori e subiva
sconfitte, questa generazione è addirittura annichilita, almeno a Ovest: perché
innanzitutto non è libera. E si fa portare in guerra, a partire dal
disastro ucraino.
Gli esponenti più avveduti delle
classi dirigenti, ovunque in Europa, sanno che la Guerra Fredda e le
sanzioni sono un pessimo affare e che la sicurezza collettiva non può
esistere se va contro qualcuno, specie se quel qualcuno ha il peso
della Russia. I più liberi di parlare restano i vecchi ed ex
politici. Nessuno di loro ha consuetudine con i politici della
generazione Obama. Li vedono come maggiordomi che – così come
Barack – non possiedono pensiero autonomo, ma recitano un copione
redatto presso i veri piani alti dell'Impero e della finanza, e lo
recitano meccanicamente fino in fondo, anche quando sanno che
annienterà la sovranità dei propri paesi, sacrificata all'altare di
una nuova Guerra Fredda.
Perciò, i vecchi, com'è naturale,
guardano con attenzione speciale a Mosca, dove vedono una classe
dirigente vera. Putin e Lavrov sovrintendono al proprio copione, e
questo rende leggibile il loro operato. La politica internazionale
del Cremlino mira a essere "prevedibile", cioè esplicita
nell'enunciare i propri interessi di lungo periodo, senza aree di
ambiguità. Quando Putin dice di non voler ricostruire l'Unione
Sovietica, è vero. E quando dice che non consentirà alla NATO di
minare l'efficacia della deterrenza nucleare, è altrettanto vero.
Capirlo ci consentirebbe di risparmiare sulle spese militari che
ingrassano coloro per i quali Obama fa il piazzista.
L'americano Paul Craig Roberts, un
altro reduce di quando la politica governava ancora qualche
decisione, è arrivato a definire Putin “il leader del mondo morale”. Suonerà una definizione controversa
per molti potenziali lettori, letteralmente bombardati dalla campagna
anti-russa e dall'isteria anti-Putin che fa scrivere a tutta la stampa
occidentale anche le
notizie più assurde pur di lordare con sangue e sperma la sua
reputazione.
Ma c'è qualcosa che spiega lo stesso
la definizione usata da Roberts. Un tempo l'ideologia occidentale era
riassunta nell'espressione “siamo il Mondo Libero”, un concetto
già smentito dalle sue guerre e dai dittatori al suo servizio, e
oggi sempre più inconsistente, fino a diventare
un'autorappresentazione al
limite della patologia. La nemesi è in atto: Vladimir Putin si
sta ritrovando a essere il leader del Mondo Libero così come
è da intendere oggi, ossia il mondo che per emanciparsi deve
sganciarsi dal dominio di Washington, e perciò costruisce nuove
alleanze fra continenti, popoli, gruppi di interesse, forze militari,
movimenti politici molto diversi.
Putin non aveva lavorato per questo
obiettivo, perché stava lavorando a
sollevare la marea geopolitica del suo immenso paese. Nel sollevarsi,
la marea a sua volta ha sospinto la barca del Cremlino fino a un
rango di relazioni autenticamente «globali», a dispetto della
definizione che i burattinai russofobi fanno leggere a Obama sul
suggeritore elettronico: «Russia
potenza “regionale”».
Il che rivela il vero pensiero che le classi dirigenti imperiali
rivolgono anche a tutti gli altri attori internazionali: a Washington
non accettano il mondo multipolare e faranno di tutto per spegnere
ogni ambizione da potenza globale, impedendo prima di tutto ai vari
attori “regionali” di interagire, separandoli artificialmente
contro i loro interessi.
Con
l'Europa la faccenda funziona, tanto che ora
il Muro lo vogliono costruire da Ovest, per separare l'Ucraina dalla
Russia sul modello del Muro israeliano, che hanno già digerito senza
menare scandalo. Con la Cina e i BRICS funziona molto meno, tanto che
la velleità USA viene travolta da giganteschi
accordi economici che cambieranno gli assetti mondiali, e fuori
dal dollaro.
In
Russia sanno che rimane loro poco tempo per sganciarsi dai mille fili
che li legano ancora alla finanza anglosassone e alle leve che
manovrano il prezzo degli idrocarburi, e sanno anche che l'esito non
è scontato.
In
America sanno che rimane poco tempo per impedire il sorgere di
un mondo multipolare e riallineare a sé interi continenti,
dall'Africa, all'Europa asservita dei nuovi trattati, fino al Caos
artificiale in Medio Oriente, mentre si prepara ogni grado di
aggressione a danno delle grandi potenze eurasiatiche.
In
Europa, i vecchi politici sanno che rimane poco tempo alle loro vite
per testimoniare l'urgenza di ricostruire un buon rapporto con la
Russia, da cui passano le strade della sicurezza collettiva. Rimane
quindi poco tempo all'Europa tutta per ascoltarli, anziché allearsi
con i nazisti ucraini e farsi governare dagli incubi robotici del
neoliberismo reale degli Juncker e dei Katainen.
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Vladimir Putin
10 settembre 2014
Lettera di Putin a Ezio Mauro
Le premesse:La letterina di Ezio Mauro, 5 settembre (2014)La lettera di Putin, 10 settembre (2013)
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La lettera
di risposta di Vladimir Vladimirovic Putin ad Ezio Occidente Mauro non si è
fatta attendere.
L'aveva
scritta esattamente 365 giorni fa, ben un anno prima che il direttore di Repubblica
prendesse tra le mani la tastiera per trascrivere l'atto notarile con cui ha
formalmente consegnato un ampio settore dell'opinione pubblica italiana nelle
mani - e nelle tasche - della «Terza Nato», quella di ultima generazione.
Dispiace
deludere Ezio Occidente, ma il messaggio del presidente Putin era in realtà
destinato al popolo americano, dato l'elevato livello di tensione che in quei
giorni aveva portato le relazioni tra i leader delle due superpotenze mondiali al
minimo storico dalla fine della guerra fredda (o dall'episodio del Kursk nel
2000).
Si ricorda
forse Mauro che cosa era successo esattamente un anno fa vicino a Damasco?
I media
occidentali avevano mostrato i corpi ammassati e privi di vita di adulti,
anziani, donne e bambini. Le prime informazioni che circolavano sui nostri
media parlavano di un attacco letale da parte delle forze lealiste del
presidente siriano Bashar al-Assad, che avrebbero utilizzato del gas per
sopprimere i ribelli, fino ad uccidere quasi 1500 civili.
Memorabili
furono gli strilli del Washington Post e del Daily Mail, come di tutti i grandi avamposti del
pensiero unico occidentale
L'ondata di
sdegno si era alzata uniforme lungo tutto il vecchio e il nuovo mondo.
Quest'ultimo - vuoi perché più fresco e arzillo - era arditamente balzato in
piedi per primo e con grande determinazione aveva iniziato a chiedere, anzi a
esigere, un intervento armato contro Damasco.
Qualcuno poi ha dimostrato che la strage non era certo opera del governo siriano. Ma a quel tempo l'Occidente aveva trovato l'ennesimo Hitler da strapazzare.
Qualcuno poi ha dimostrato che la strage non era certo opera del governo siriano. Ma a quel tempo l'Occidente aveva trovato l'ennesimo Hitler da strapazzare.
Tutto
sarebbe andato per il verso auspicato dai trombettieri del mondo nuovo se
soltanto l'Orso della Moscova e il Dragone della Grande Muraglia non si fossero
messi di mezzo (con un veto all'intervento armato votato al Consiglio di
Sicurezza dell’Onu) bloccando così la mano armata e protetta da Dio. Proprio il
Washington Post pubblicò un intero sermone del vicario di Dio a
Washington, il Nobel per la Pace più armato del pianeta:
«L’America non è il poliziotto del mondo. Succedono cose terribili in mezzo al mondo, e andrebbe oltre i nostri mezzi raddrizzare ogni torto. Ma quando, con uno sforzo e un rischio modesti, possiamo impedire che i bimbi siano ammazzati con il gas, e in questo modo far sì che i nostri bimbi siano più sicuri nel lungo periodo, ritengo che dobbiamo agire. Questo è ciò che rende l’America diversa. È ciò che ci rende eccezionali. Con umiltà, ma con risolutezza, facciamo in modo di non perdere mai di vista questa essenziale verità.»
Putin allora
prende metaforicamente in mano la penna (con ogni probabilità assistito da ghost writer abilissimi) e sulle pagine
del New York Times risponde indirettamente all'insidioso invito che Ezio
Occidente gli porgerà a bruciapelo di lì a dodici mesi, quando intimerà: «Anche
Vladimir Putin dovrebbe riflettere sulla sfida islamista, domandandosi per chi
suona la campana, magari recuperando negli archivi del Cremlino la lettera che
l'ayatollah Khomeini scrisse all'ultimo segretario generale del Pcus nel gennaio
del 1989: “È chiaro come il cristallo che l'Islam erediterà le Russie”.»
Il
presidente russo affronta tutte le questioni sul tappeto. Allude alla
sorte, simile a quella della Lega delle Nazioni, che toccherebbe all'Onu,
qualora smettesse di rivestire un ruolo di peso reale. E poi ipotizza gli scenari
di caos e destabilizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi di questo
assai piovoso 2014, in particolare a Tripoli e a Gaza:
«Il potenziale attacco da parte degli Stati Uniti contro la Siria [...] porterà a un aumento delle vittime innocenti e a un’escalation, diffondendo potenzialmente il conflitto molto lontano dai confini della Siria. Un attacco incrementerebbe la violenza e scatenerebbe una nuova ondata di terrorismo. Minerebbe gli sforzi multilaterali intesi a risolvere il problema nucleare iraniano e il conflitto Israelo-Palestinese, e destabilizzerebbe ulteriormente il Medio Oriente e il Nord Africa. Precipiterebbe l’intero sistema del diritto e dell’ordine internazionale nello squilibrio.»
Ma Putin
mette anche l’«Occidente» in guardia dalla minaccia che gruppi di terroristi
armati (da chi?) potrebbero rappresentare ai danni della sicurezza
internazionale, quasi a voler prendere le distanze con un anno di anticipo
dalle acrobatiche accuse di Mauro che mettono sullo stesso piano Russia e Stato
Islamico:
«Il Dipartimento di Stato USA ha designato il Fronte Al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, che combattono con l’opposizione, come organizzazioni terroristiche. Questo conflitto interno, alimentato dalle armi straniere fornite all’opposizione, è uno dei più sanguinosi del mondo. Mercenari provenienti dai vicini paesi arabi, nonché centinaia di militanti che accorrono dai paesi occidentali e persino dalla Russia, sono per noi materia di profonda preoccupazione. Non potrebbero forse far ritorno nei nostri paesi con l’esperienza acquisita in Siria? Dopo tutto, dopo aver combattuto in Libia, gli estremisti si sono spostati in Mali. Tutto ciò minaccia tutti noi.»
Vladimir
Vladimirovic va oltre, ricordando a tutti i paladini della giustizia mondiale
(direttore di Repubblica incluso) il significato delle tanto invocate
"regole", che vanno rispettate sia che ci piacciano sia che non ci
piacciano:
«Non stiamo proteggendo il governo siriano, ma il diritto internazionale. Dobbiamo usare il Consiglio di sicurezza dell’Onu e crediamo che salvaguardare la legge e l’ordine nel mondo complesso e tumultuoso di oggi sia uno dei pochi modi per evitare che le relazioni internazionali scivolino nel caos. La legge è ancora la legge, e dobbiamo seguirla che ci piaccia o meno. In base al diritto internazionale vigente, l’uso della forza è consentito solo per autodifesa o su decisione del Consiglio di Sicurezza. Qualsiasi altra cosa è inaccettabile in base alla Carta delle Nazioni Unite e costituirebbe un atto di aggressione».
Putin evoca
ancora una volta l'arma del dialogo e della negoziazione:
«Dobbiamo
smettere di usare il linguaggio della forza e tornare sul sentiero della
soluzione diplomatica e politica», proprio quel dialogo che Mauro invoca a suon
di armi della Nato.
L'ultima
annotazione di Putin pare trovarlo in una posizione condivisa da Mauro, cioè la
diversità tra le popolazioni, nonostante la quale siamo comunque tutti uguali
di fronte al Dio invocato da Obama, quello che avrebbe dovuto proteggergli la
mano assassina.
«La mia relazione di lavoro e personale con il presidente Obama è contrassegnata da crescente fiducia. Questo lo apprezzo. Ho studiato attentamente il suo discorso alla nazione martedì. E sono piuttosto in disaccordo con una tesi che ha portato avanti in merito all’eccezionalità americana, quando afferma che il modo di fare degli Stati Uniti è “ciò che rende l’America diversa. È ciò che ci rende eccezionali”. È altamente pericoloso incoraggiare le persone a sentirsi eccezionali, a prescindere dalla motivazione. Ci sono paesi grandi e paesi piccoli, ricchi e poveri, quelli con lunghe tradizioni democratiche e quelli ancora sulla propria strada verso la democrazia. Anche le loro politiche sono diverse. Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo la benedizione del Signore, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali.»
Mauro non si
è mai sognato di menzionare, nemmeno lontanamente, questo documento importante
per la sua unicità e per la franchezza e la trasparenza espositiva. Al
contrario, nel suo accorato appello prova ad imbastire un dualismo tra
Occidente e le entità "altre", la Russia e il Califfato dei
decapitatori, da lui messe sullo stesso piano.
«Hanno il
terrore di tutto questo, nonostante la nostra testimonianza infedele della
democrazia e il cattivo uso delle nostre libertà. Lo ha Putin, con la sua
sovranità oligarchica. E lo ha radicalmente l'Is» rispetto alla nostra
gerarchia di valori virtuali che dovrebbe definirci. Per Ezio Mauro, i
cattivoni del Cremlino e il Califfo 2.0 minacciano i nostri valori, quelli che
definiscono la «comunità di destino - non solo l'alleanza - con gli Stati
Uniti».
Ma vediamo
nello specifico quali sono i valori attualmente minacciati dai nostri nemici di
civiltà.
«Oggi noi dobbiamo vedere (se non fosse bastato l'11 settembre) che non è l'America soltanto il bersaglio, ma è questo nostro insieme di valori e questo nostro sistema di vita, fatto di libertà, di istituzioni, di controlli, di regole, di parlamenti, di diritti.»
È curioso
che Mauro utilizzi queste belle parole, ricche di storia e di significato, ma,
purtroppo, svuotate di qualsiasi contenuto originale una volta osservate dalla
sua postazione. Ossia la direzione di un quotidiano in mano a un oligarca,
Carlo de Benedetti, che sa come piegare a suo favore le regole e le leggi.
Sono state
le "regole" decise dai "parlamenti" sotto il
"controllo" delle "istituzioni" a regalarci questi
"diritti", sembra volerci suggerire Mauro.
Sono altresì
quelle "regole" che hanno «rotto il tavolo di compensazione dei
conflitti, il legame sociale tra il ricco e il povero, la responsabilità comune
di società».
Ezio Mauro
sembra anche fare un mea culpa quando ammette che «tra i precari fino a
quarant'anni e licenziati di 50, produciamo esclusi per i quali la democrazia
materiale non produce effetti: e perché per loro dovrebbe produrne la
democrazia politica, la partecipazione, il voto?»
Difficile,
però, incolpare Putin di uno dei punti più bassi della civiltà occidentale.
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Vladimir Putin
24 luglio 2014
Tra Putin e Frank Capra. Aria di guerra mondiale
di Pino Cabras.
da Megachip.
Con Pandora TV analizziamo un originale video, un
pezzo di propaganda, per giunta fatta maledettamente bene: non è tutti i giorni
che si producono video con un'infografica così ben curata. La clip di 3 minuti
si rivolge a un pubblico di nazionalisti russi (milioni di spettatori), ma
colpisce anche chi non è il destinatario diretto, muovendo (manipolando)
sensazioni profonde. Dove avevo già provato la stessa impressione? Poi dirò.
Il video incalza lo spettatore con una ricostruzione
geopolitica globale che spiega la portata di quanto avviene in Ucraina e si
rivolge con severità a una vasta platea di “interventisti da tastiera” o “da
divano”, cioè quegli impazienti che fanno appello a Vladimir Putin affinché
sconfigga i massacratori nazisti che stanno facendo strage fra i russi
d'Ucraina e gli chiedono una grande azione militare diretta. Ossia un'invasione dell'Ucraina.
Il video spiega agli interventisti perché l'entrata
sul suolo di un paese già virtualmente in bancarotta, qual è l'Ucraina, sarebbe
chiamata aggressione, e addosserebbe soltanto ai russi le responsabilità
drammatiche della sua catastrofe economica, per giunta nel contesto di una
trappola bellica: gli USA, vicini a essere travolti dal debito e dalla crisi
del dollaro, preferirebbero scatenare ora una grande guerra in cui bruciare i
libri mastri e azzerare la spirale debitoria giunta ormai a 17 trilioni di
dollari.
Dunque? «La scelta è tra una decisione cattiva e una
pessima»: sopportare alcune centinaia di vittime o doverne sopportare persino
milioni. Il Cremlino ha “già dato” trent'anni fa con l'Afghanistan. Fu un’altra
trappola, preparata meticolosamente dagli USA ai danni dell’URSS. Ergo: oggi
non si deve cadere nella trappola preparata anche a Kiev da una Washington che
non cambia schema.
In Occidente non siamo più abituati a questa
franchezza. A Mosca, l'ultimo paradossale sgarbo che si fa al
sistema mediatico Occidentale, zavorrato dalla menzogna, è questo: manipolare
le masse proprio con dosi brutali di verità. O dosi di verità brutali. È
stato così anche nella impressionante conferenza
stampa dei capi militari russi sul misterioso abbattimento del volo della
Malaysia Airlines, mentre gli USA finora non hanno tirato fuori neanche una foto. Solo i loro megafoni tirano fuori video tratti dalla rete, grossolane falsificazioni che i media e i militari russi hanno sbugiardato in mezza giornata.
C'è in questo tutta la cifra degli anni di Putin,
caratterizzati da una politica internazionale che mira a essere “prevedibile”,
ossia molto chiara nel dichiarare i propri interessi di lungo periodo, che ci piacciano o meno.
Le classi dirigenti dei paesi BRICS ormai non
capiscono più la “lingua di legno” dei leader politici occidentali (in
prevalenza insignificanti maggiordomi dei loro opachi elemosinieri elettorali),
mentre s'intendono benissimo con la dirigenza russa, che fa quel che dice e
dice quel che fa. E infatti pochi giorni fa i paesi BRICS hanno deciso di fare
una banca alternativa alla Banca mondiale.
Sono decollati molti aerei da quel giorno. Uno è stato
abbattuto.
Che con Putin si possa parlare chiaro lo sa molto bene anche Angela Merkel, che invece non sa che
farsene delle promesse di Obama di non spiarla, e sa che una rottura con Mosca
farebbe crollare l'economia tedesca con tutto il vantaggioso meccanismo di
prelievo dell'euro. Eppure lei, come tutti i colleghi dei paesi NATO, ha margini
di manovra sempre più stretti, in mezzo a uno spionaggio praticamente
totalitario e a un conseguente potere di ricatto e intimidazione senza pari
nella storia, interamente nelle mani di Washington, Londra e New York.
Contrariamente a quello che dicono gli apparati della
menzogna - capaci di occultare le stragi di civili a Gaza in Terrasanta, a
Mosul in Iraq e nel Donbass in Ucraina – la Russia non ha mai avuto alcuna
intenzione di invadere l'Ucraina. Uno
dei dispacci d'ambasciata rivelati da Wikileaks, risalente al 2008, mostra
molto bene che il Cremlino aveva già chiaro allora quale sarebbe stato lo
scenario più plausibile:
«Gli esperti affermano che la Russia sia assai preoccupata per le forti divisioni che esistono in Ucraina in merito alla decisione di aderire alla NATO, a causa della forte componente etnica russa che manifesta contrarietà all’adesione e che potrebbe portare a forti opposizioni, violenze o nel caso peggiore, alla guerra civile. In questo caso la Russia dovrebbe decidere se intervenire, e questa è una decisione che la Russia non vuole dover fronteggiare».
Era manifesto da anni che la Russia considerava
l'eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO come un attentato diretto e
immediato ai propri interessi strategici. L’istituzione recentemente avvenuta a
Kiev di un regime russofobico con forti componenti naziste ha spinto Mosca a
dar seguito al referendum secessionista della Crimea, riportandola alla sovranità della Russia,
la quale non può permettersi di perdere le sue basi militari lì dislocate senza
ricevere un danno strategico irreparabile.
E tuttavia, così come si poteva prevedere questa forma
di "autotutela della superpotenza", avvenuta senza che in Crimea si sparasse, era
altrettanto prevedibile che la Russia non si sarebbe precipitata dentro il
trappolone teso in Ucraina orientale dalle vecchie teste d'uovo americane della
guerra fredda.
Qui, c’è un'ulteriore differenza rispetto
all'Occidente. Mentre Obama e Cameron aizzano alla russofobia, in Russia si
dice ai nazionalisti: “non diffondere il panico!”
Si respira nel video la cupezza di questo momento, in
cui i fronti di guerra si moltiplicano, e sembrano tutti in grado di accendere
la grande polveriera. La clip vibra alle frequenze di questo scenario
pre-apocalittico. Dove avevo già provato la stessa impressione? Ora dunque ve lo dico.
Anni fa avevo visto spezzoni di documentari di Frank
Capra e John Ford che spiegavano in modo martellante e preciso le ragioni
geopolitiche per le quali gli Stati Uniti andavano alla guerra contro i nazisti
e i giapponesi. Di Frank Capra è memorabile Why We
Fight (“Perché combattiamo”, NdT).
Nello stile e con la tecnologia del tempo, si vedevano
anche lì delle infografiche chiare, mappe geopolitiche animate, frasi secche e
precise, E si diceva senza addolcire la pillola che il sacrificio sarebbe stato enorme: milioni di morti, immense distese di croci. L'allusione è simile anche nel
video russo di oggi.
La differenza sta nel fatto che ai combattenti
americani si “vendeva” la necessità della guerra, mentre il video russo “vende”
la necessità di evitarla, almeno per ora.
Eppure il peso calato sul piatto è lo stesso: una sfida
mondiale, apocalittica, in cui il linguaggio è quello della “gravitas”. Perché
è tornato lo spettro della guerra totale.
I russi si sono spiegati bene. Io sarei per ascoltarli
con attenzione, e da europeo comincerei a scaricare nella pattumiera della
storia la banda di nazistoidi e capitalisti mafiosi che massacra i russi
d'Ucraina, prima che ci trascini tutti in guerra.
Il fatto che i governi e quasi tutti i partiti europei
siano stati sin qui complici degli avventuristi di Kiev la dice lunga sulla
loro miopia politica e la loro subalternità al disperato disegno imperiale atlantista.
Un'Europa che si auto-mutila perdendo gli affari e gli
accordi di mutua sicurezza con la Russia si sta privando di ogni spiraglio per
sopravvivere alla Grande Crisi. Significa affidarsi a una scommessa folle sull’orlo
di una guerra combattuta in un mondo nuclearizzato.
Qualche video ben fatto bisogna farlo anche qui a
Ovest, per spiegarlo a chi non ha capito la posta in gioco.
12 maggio 2014
La verità sull'Ucraina, intervista a Pino Cabras
Riporto l'intervista rilasciata a Magazine Donna sulla crisi Ucraina.
Intervista di Valeria Gatopoulos a Pino Cabras.
da MagazineDonna.it.
1. Ucraina: come definirebbe in poche righe quello che sta accadendo?
È la crisi internazionale più pericolosa degli ultimi cinquant’anni, paragonabile per portata alla crisi dei missili di Cuba nel 1962. Il terremoto del sistema politico ucraino avviene lungo una delle “linee di faglia” del confronto strategico planetario, durante un momento in cui gli Stati Uniti – che non accettano un mondo multipolare – vorrebbero spegnere la potenza russa riemersa dopo le sue umiliazioni post-sovietiche.
2. Ci troviamo di fronte ad uno degli estremi atti della Guerra Fredda oppure c’è il rischio effettivo di un nuovo conflitto mondiale?
La Guerra Fredda è durata molti decenni e ha plasmato il modo di ragionare e di agire delle classi dirigenti di tanti paesi, e quella visione del mondo rimane in Occidente nella testa di influenti accademici, generali, editori, giornalisti, nonostante l’Unione Sovietica non ci sia più dal 1991. Possiamo dire che molti pilastri della Guerra Fredda restano ancora in piedi anche in un paesaggio profondamente cambiato, tanto è vero che la NATO non è stata smantellata, bensì estesa. Rispetto ai tempi della prima Guerra Fredda e rispetto al primo decennio post-sovietico, l’Occidente sta compiendo però un grave errore di valutazione, che – se non verrà corretto – potrebbe portare il mondo alla catastrofe. Il mondo atlantista non potrà più prendere decisioni con implicazioni militari nei confronti di Mosca con l’illusione che d’ora in poi non abbiano un prezzo salatissimo da pagare, da subito. Si è già consumato tutto il tempo di un colossale abbaglio, ma dobbiamo capirlo al più presto se non vogliamo precipitare nella più grande catastrofe del nostro secolo. La Russia, dopo l’allargamento della NATO a Est, non ha più terreno da cedere. Per difendere questa posizione metterà in campo tutto il suo potenziale, con la massima determinazione. Dobbiamo sapere che ci siamo ormai affacciati a una finestra da cui si vedono già in volo i bombardieri nucleari.(di seguito il video) Il dramma – anche in Italia – è che non abbiamo ministri che capiscano la posta in gioco. I ministri degli esteri e della difesa nostrani agiscono come figuranti di un paese a sovranità zero.
3. Le sanzioni alla Russia che effetto sortiranno in realtà?
Potrebbero innescare una serie di scambi di colpi reciproci. Non sarebbero indolori per nessuno, perché il mondo è ora più interdipendente e c’è una forte complementarità fra l’economia europea e quella russa, specie per le forniture energetiche. La Russia è la sola entità in grado di fornire per decenni il gas di cui l’Europa ha bisogno per organizzare la sua graduale e auspicabile transizione verso un nuovo sistema energetico. Per contro, la Russia ha interesse a diversificare la sua economia interagendo con le altre potenze industrializzate. Lo schema delle sanzioni, altre volte applicato a piccoli paesi, non potrà funzionare allo stesso modo con la Russia, un territorio sconfinato entro il quale si trovano le più grandi riserve di energia fossile, in tutte le sue componenti, nonché di materie prime dell’intera tavola periodica di Mendeleev, di cui il pianeta sia dotato.
Ma anche quel che a Ovest verrebbe chiamato “capitale umano” in Russia è imponente, con un evidente spessore della sua intelligencija tecnologica. Il sistema sovietico è sì crollato, ma gli è sopravvissuta una cultura media del paese elevatissima, ereditata dal precedente sistema. Il livello delle università russe, dei politecnici, dei centri di ricerca, dell’Accademia delle Scienze, per decenni impegnati in una dura competizione per la parità strategica con gli USA, ha generato un ceto scientifico e tecnologico di straordinario valore. Aggiungo anche un altro fatto: mentre negli anni novanta la Russia annegava nei debiti e si faceva imporre un’austerity criminale dall’FMI, oggi è un super-creditore, un partner finanziario non remissivo. Il contrario della condizione italiana, per dirne una.
4.Quali sono, ad oggi, gli interventi effettivi degli Stati Uniti all’interno del territorio ucraino?
Registriamo sia una presenza di lunga data (costruita con enormi risorse economiche, miliardi di dollari spesi negli ultimi vent’anni), sia una presenza recente legata alla contingenza dell’attuale crisi. La prima presenza è consistita in un lungo lavoro egemonico rivolto dagli USA alle componenti più influenti delle classi dirigenti diffuse (politici, media, militari, professori universitari): persino la più insignificante borsa di studio con fondi americani era l’ingranaggio di un rodato sistema che fidelizzava, atlantizzava, dollarizzava i vari livelli delle classi dirigenti ucraine. Tutto il mondo ha potuto sentire le parole di Victoria Nuland, assistente segretario di stato per gli affari europei e euroasiatici del Dipartimento di Stato USA (nonché moglie di Robert Kagan, uno dei più eminenti neocon di Washington): «abbiamo investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita». La seconda presenza USA in Ucraina, quella dell’oggi, è segnata da tre componenti intrecciate: una massiccia partecipazione della CIA (perfino con frequenti visite del suo capo John Brennan); un intenso lavoro di addestratori militari che guidano la riorganizzazione degli apparati repressivi con un inquadramento delle nelle forze di sicurezza ufficiali delle squadre paramilitari dei partiti di ispirazione nazista, e infine gruppi di mercenari appartenenti a imprese private (contractors), come la Greystone (una ex affiliata alla Xe, ossia la famigerata Blackwater).
Il resto dell'intervista è suddiviso in altre due parti:
- SECONDA PARTE;
- TERZA PARTE.
2 marzo 2014
La Russia tornata grande e gli apprendisti stregoni occidentali
di Daniele Scalea.
C'era una volta una Russia debole, uscita mutilata, economicamente a
pezzi, con una grave crisi d'identità, dal crollo dell'Unione Sovietica.
Era una Russia costretta, volente o nolente, ad accettare le decisioni
che gli USA, i vincitori della Guerra Fredda, prendevano per il mondo.
Era la Russia che cedette sull'allargamento a est della NATO, sui due
attacchi all'Iraq, sullo smembramento della Jugoslavia, sulle basi
statunitensi in Asia Centrale, sulle sanzioni all'Iran, sulle
"rivoluzioni colorate" nello spazio post-sovietico e via dicendo, fino
all'ultimo episodio dell'attacco arabo-occidentale alla Libia. Era una
Russia che ingoiò tanti rospi da farne indigestione.
Oggi c'è una Russia diversa: decisa a cambiar dieta e finalmente capace di farlo perché, malgrado i perduranti problemi strutturali,
la sua potenza ha senz'altro recuperato. E mentre quella statunitense,
provata dalle difficili avventure in Afghanistan e Iraq, dalla crisi
economica, dalla perdita di consenso internazionale, sta spostando la
sua attenzione sull'Asia-Pacifico, lasciando spazi vuoti che Mosca è ansiosa di rioccupare.
La prima avvisaglia del mutato atteggiamento russo fu la breve guerra con la Georgia
nel 2008. Quando il presidente georgiano (e filo-occidentale)
Saakashvili tentò di occupare con un colpo di mano le due regioni
separatiste di Abchazija e Ossezia del Sud - confinanti con la Russia,
abitate in prevalenza da persone con passaporto russo, e garantite dalla
presenza di "truppe di pace" russe - Mosca reagì con un blitzkrieg che
avrebbe potuto facilmente arrivare a Tblisi, ma che si limitò a
garantire l'indipendenza delle due regioni (oggi di fatto Stati
satelliti di Mosca).
Negli ultimi mesi il Cremlino ha riguadagnato terreno anche nel mondo
arabo, il quale dagli anni '80 almeno sembrava saldamente soggetto
all'egemonia degli USA. Le rivolte arabe,
che pure inizialmente parevano favorite da e favorevoli a Washington,
nonché sgradevoli per la Russia sensibilissima alla questione dell'Islam
Politico; le rivolte arabe, si diceva, stanno risultando in un
avanzamento dell'influenza di Mosca. La Siria, che ospita l'unica base
navale mediterranea di Mosca, ha resistito all'assedio congiunto
dell'Occidente, della Turchia e degli altri Arabi: è certo un paese a
pezzi, letteralmente (Curdi e ribelli sunniti controllano ciascuno una
propria porzione di territorio), ma in compenso più legato alla Russia
cui il regime del Ba'th deve la vita. In Egitto, la reazione
anti-Fratelli Musulmani ha soppresso la democrazia e riportato al potere
un generale, che strizza platealmente l'occhio a Mosca, la quale dà
maggiori garanzie di non ingerenza e di "anti-islamismo" rispetto a
Washington.
Sulla Siria, poi, nell'estate scorsa Putin ha conseguito una evidente
vittoria diplomatica. L'intervento militare minacciato da USA, Gran
Bretagna e Francia (il medesimo terzetto artefice della guerra libica)
si è disciolto come neve al sole di fronte, certo, alle forti titubanze e
ostilità incontrate all'interno, ma pure a un'opposizione
internazionale di cui Putin è stato il capofila indiscusso. In realtà
Obama ha ottenuto al minimo costo (senza intervenire direttamente nel
caos siriano) un risultato importante (lo smantellamento dell'arsenale
d'armi chimiche di Assad), che ipoteticamente in futuro potrà anche
agevolare un intervento militare di Washington nel paese (l'invasione
irachena del 2003 fu successiva a un decennio di disarmo del paese). Ma
l'ha ottenuto facendo mostra di irresolutezza, di incapacità a gestire a
proprio vantaggio lo scenario siriano, mentre gli alleati si sono
defilati uno ad uno appoggiando anzi, in molti casi, l'opzione avversa
avanzata da Putin.
A pochi mesi da quegli eventi, l'Ucraina ci conferma che il vento è
cambiato. Nel 2005 gli USA appoggiarono (secondo alcuni orchestrarono)
la "rivoluzione arancione" che, tramite la ripetizione del voto
popolare, condusse al potere la fazione filo-occidentale. In quel caso
Mosca non reagì, ma lavorò ai fianchi il nuovo governo che si sfaldò
velocemente per le proprie contraddizioni interne. Nel 2010, così, la
fazione non ostile alla Russia (dire "filo-russa" è eccessivo, perché in
realtà fino a novembre 2013 la linea ufficiale dell'amministrazione Janukovič era entrare almeno nell'UE) è ritornata al potere, sempre tramite un regolare voto popolare.
Oggi l'Occidente ha rialzato la posta, appoggiando compatto (e si può supporre non solo moralmente) la controversa rivolta di piazza
che ha portato all'occupazione del potere da parte di una fazione ben
più radicale di quella protagonista della "rivoluzione arancione".
Significativamente, il primo atto del nuovo regime (oltre alla
deposizione del Presidente eletto) è stata una norma discriminatoria
verso le minoranze linguistiche: qualcosa che nell'UE non sarebbe mai
accettato come legittimo, e che nell'Ucraina è tanto più virulento
perché la minoranza russofona rappresenta un cittadino su tre, e si
tramute in maggioranza in molte regioni orientali. E ciò considerando
unicamente i madrelingua, perché gli ucraini che parlano anche il russo
sono molti di più.
Com'era prevedibile, il Cremlino ha lasciato passare l'evento
olimpico di Soči e poi ha reagito. Ma l'ha fatto in una maniera ben più
assertiva del 2005 - anche perché in questo caso il governo ostile di
Kiev non è legittimato dal voto ed è assai meno presentabile
internazionalmente. Entriamo qui nella cronaca, che è inutile
ripercorrere: basti notare che oggi il vessillo russo svetta sui palazzi
di governo di mezza Ucraina e che la penisola di Crimea è ormai
completamente in mano alle forze russe e ai fiancheggiatori locali.
Tanto per non lasciare nessuna ambiguità, il Parlamento russo ha già
accordato il via libera a Putin per un intervento militare in Ucraina e sta lavorando a una legge per rendere possibile e rapida l'annessione di nuovi territori.
Allo stato attuale, pare improbabile che la Crimea possa tornare in
mano ucraina. Essa si è resa indipendente di fatto in pochi giorni (le
truppe ucraine di stanza nella penisola hanno disertato in massa) e
avrebbe buoni argomenti per diventarlo anche de jure o persino
per unirsi alla Federazione Russa (la Crimea fu infatti parte della
Russia fino al 1954, quando il presidente sovietico, e ucraino, Chuščëv
decise di "regalarla" all'Ucraina). È più difficile capire se Mosca
punti invece alla preda grossa, ossia ad annettersi (o costituire a
Stato satellite) tutta l'Ucraina Orientale. Anche qui troverebbe un
consenso probabilmente maggioritario da parte della popolazione, ma non
plebiscitario come in Crimea (laddove l'opposizione viene quasi
esclusivamente dalla minoranza tatara),
e soprattutto Kiev non potrebbe chiudere gli occhi, poiché la linea di
separazione presumibile passa per il Dnepr - ossia proprio per Kiev e
per il centro industriale di Dnepropetrov'sk (roccaforte elettorale di
Julia Timošenko). L'Ucraina Occidentale, privata del resto del paese,
rimarrebbe un moncone senza sbocco sul mare, senza industria
manifatturiera, senza grande rilievo demografico.
In tutto questo, che farà l'Occidente? Arduo immaginare che qualcuno sia disposto a una guerra con la Russia per salvare l'integrità territoriale dell'Ucraina,
sebbene sia fuor di dubbio che la NATO, l'UE e molti paesi europei (in
primis la Germania, che dopo la riunificazione ha ripreso il Drang nach Osten
suo tradizionale) appoggeranno per quanto possibile Kiev. Di certo, gli
apprendisti stregoni occidentali avranno molto su cui meditare nel
futuro prossimo. Hanno suscitato la rivolta in Libia, e oggi il paese
nordafricano appare fuori controllo. Hanno salutato la sollevazione di
piazza in Egitto, salvo poi scaricare il governo democratico perché
ideologicamente non gradito e tollerare così una reazione militare.
Hanno appoggiato la rivolta in Siria per poi scoprire che Assad è laico
mentre molti ribelli sono radicali religiosi, come se l'Afghanistan
degli anni '80 non avesse insegnato nulla. Ora hanno appoggiato ed
esaltato il coup ucraino, salvo trovarsi di fronte a una
possibile guerra civile e a un intervento russo che è già realtà, coi
loro beniamini di Kiev che invocano la NATO per una terza guerra
mondiale contro Mosca.
E l'imbarazzato Obama, che "minaccia" di boicottare il G8 a Soči, è
l'emblema di una diplomazia occidentale che non ha più il senso della
misura e la capacità di pensare alle conseguenze delle proprie azioni
oltre le 24 ore successive alla loro messa in atto.
Fonte: http://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/russia-ucraina-crisi_b_4884277.html?utm_hp_ref=italy.
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