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16 luglio 2017

Vladimir Putin: “Seduti sulle nostre teste a masticare chewing-gum”

PANDORATV.it


Tratto da pandoratv.it/?p=17522.

Al recente Forum Economico di San Pietroburgo, Megyn Kelly, la nuova star della NBC americana, portata via a suon di milioni dalla FOX, è stata mandata ad intervistare Putin, con il preciso compito di “fargli fare una brutta figura” davanti alle telecamere. Ecco il risultato. [Sintesi]
A cura di Massimo Mazzucco.

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11 ottobre 2015

Perché l'Occidente non capisce più la Russia. Una lettura critica

di Mario Rimini.

La Mosca preferita dagli Stati Uniti? Quella che non aveva politica estera e la cui identità nazionale era in crisi. La svolta di Vladimir Putin e il ruolo della Cecenia


Quando la Russia era amica degli Stati Uniti, Pavel Grachev era ministro della Difesa, dal 1992 al 1996. Erano gli anni della transizione post sovietica. Il Presidente Yeltsin e i suoi giovani riformatori traghettavano un paese lacero e miserabile verso un futuro di libertà stracciona, di occidentalismo predatorio, di privatizzazione da Far West
Una Russia società aperta, che danzava ubriaca sulla fune sopra il baratro. E senza rete di salvataggio. Era, quella, la Russia degli americani. In nessun periodo storico fu Mosca più vezzeggiata, lusingata e accarezzata dall'affabile alleato transatlantico. Nel momento in cui rinunciò a qualunque politica estera, a qualunque sfera di influenza, all'interesse nazionale e alla geopolitica, i sorrisi della politica americana si sprecarono per anni, promettendo ai russi integrazione, sviluppo, benessere. E consegnando invece, tutt'al più, una copia vintage e involgarita delle luci di New York sulle cupole zariste e i condomini khruscioviani lungo la Moscova.

Pochi russi ammassavano fortune d'altri tempi sulle ceneri di una superpotenza in saldo. Una generazione di giovani vedeva scomparire l'istruzione, la sanità, la sicurezza di uno stipendio povero ma in grado di assicurare la spesa quotidiana e un tetto. Milioni di ragazze scoprivano che i loro corpi avevano un mercato, per le strade di Mosca invase dai turisti o nelle città d'Europa finalmente accessibili per una schiavitù diversa dalla solita, e più brutale. Gli orfanotrofi traboccavano di creature malnutrite rifiutate da famiglie scomparse e abbandonate da uno stato in bancarotta. La droga, il collasso dei servizi pubblici e l'anomia sociale mietevano un numero incalcolabile di giovani vittime ai quattro angoli di un impero arrugginito, venduto pezzo per pezzo come metallo di scarto sui mercati mondiali della corruzione e del malaffare. Mosca e San Pietroburgo, di notte, facevano paura. Crimine fuori controllo, omicidi spiccioli ed esecuzioni mafiose in grande stile terrorizzavano città senza più legge, dove la polizia sopravviveva grazie alle mazzette e all'estorsione e i malviventi regnavano come mai i Corleone e i Riina avrebbero potuto sognare nella loro terra. La Russia di Yeltsin non era più orso. Era semmai un elefante mutilato e sanguinante, cui bracconieri indigeni e stranieri somministravano stupefacenti per tenerlo in vita, mentre gli rubavano avorio, organi, e anima.

E poi c'era l'esercito. L'istituzione che aveva, sin dalla rivoluzione d'ottobre, rappresentato la gloria e la potenza, il vanto e l'orgoglio, il blasone e il sigillo della leadership mondiale della Russia dei Soviet. Non più Armata Rossa ma Russa, l'esercito era allora sotto la guida di Grachev. Una figura dimenticata ma preziosa, per capire la storia. Non la storia dei summit e delle dichiarazioni diplomatiche, no. La storia di uomini e donne, di carne e di sangue, di vita e di morte. La storia dei russi, contro la storia dei think tank e delle accademie e dei fondi monetari. Era il dicembre 1994 e Grachev aveva dichiarato con boria mediatica che l'esercito russo avrebbe potuto conquistare Grozny in 24 ore con un solo reggimento di paracadutisti. Perché oltre che dissanguata, derelitta e derubata, la Russia di Yeltsin era anche a un passo dalla disintegrazione. Regioni ribelli guidate da delinquenti e corrotti premevano per la secessione da un potere centrale che non aveva più potere, né centralità. E se il corpo rischiava la metastasi, il cancro da cui questo minacciava di diffondersi era la Cecenia. Dicono i pettegolezzi, che sono un po' anche cronaca, che Grachev avesse dato l'ordine di invadere Grozny di notte, ubriaco. E così la mattina di capodanno del 1995 la capitale caucasica fu svegliata dalle bombe e dai carri armati. Era la prima volta che l'Armata Russa combatteva. E fu un disastro che nemmeno gli analisti più cinici avrebbero previsto. Lungi dall'impiegare un solo battaglione di paracadutisti, Grachev riversò su Grozny tutto quello che aveva. Tank, artiglieria, aviazione. E lungi dall'ottenere la rapida vittoria che aveva promesso, si risvegliò dalla supposta sbronza con le notizie di una catastrofe nazionale. L'Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più.

C'era, al suo posto, l'esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d'America. Un'armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall'America aveva gettato la Russia esiste, questo e' senz'altro la campagna cecena di Pavel Grachev. D'altronde, l'Armata Russa era la stessa di cui filtravano notizie di soldati ridotti alla fame nelle basi dell'estremo Oriente, o venduti a San Pietroburgo come prostituti a ora per clienti facoltosi, o massacrati nei riti d'iniziazione sfuggiti a qualunque regola e disciplina, o suicidi in massa per sfuggire a violenze e soprusi impuniti. E così in Cecenia, dopo un bilancio di migliaia di soldati uccisi e fatti prigionieri, di una città rasa al suolo e di civili sterminati, il cancro non era stato nemmeno estirpato. E un anno dopo, i ribelli l'avrebbero riconquistata. Grachev perse la faccia. E la Russia con lui. Mentre le madri dei piccoli soldati usati come carne da cannone iniziarono le loro coraggiose manifestazioni pubbliche davanti ai lugubri ministeri moscoviti, che tanto le facevano assomigliare alle danze solitarie delle madri dei desaparecidos sudamericani. E sarebbe stata una ricerca disperata, straziante e inutile, perché dei figli soldati della Russia non v'erano notizie, ne' sepoltura, né nomi. Scomparsi nel nulla, saltati in aria nei carri sgangherati di Grachev, torturati nelle prigioni improvvisate dei mujaheddin ceceni. Inghiottiti dal drago di un paese allo sfacelo. Che però, allora, era il darling della Casa Bianca.

Per questo, oggi, non capiamo Putin. Perché ci rifiutiamo di vedere la storia degli uomini e ci soffermiamo invece sui paper delle accademie. Quelli che ci dicono che Putin è un fascista che sta distruggendo la Russia. Quelli che ci parlano di un paese prigioniero di una nuova tirannia. Quelli che dipingono la Crimea come una nuova Cecoslovacchia e l'Ucraina come la Polonia di Hitler. Quelli che sono, oggi, la copia speculare di ciò che condannano: Propaganda

Perché la Russia non è più stracciona, e Putin lentamente l'ha cambiata. Ha ricostruito lo Stato
Non è un modello di democrazia di Westminster, no di certo. Ma esiste, e fa qualcosa. Ha recuperato, legalmente e illegalmente, parte di quell'eredità che l'oligarchia mafiosa aveva comprato alla fiera dell'est, per due soldi. Ha curato i focolai tumorali che  minacciavano la sopravvivenza della Federazione. Ha riparato i carri armati, e li ha svuotati degli adolescenti di leva, riempiendoli di soldati professionisti. Ha licenziato la leadership alcolista, e investito in ricerca e sviluppo. Ha riaperto le fabbriche del complesso militare industriale che non è certo la chiave del futuro, ma che è tutto ciò che la Russia aveva e da cui poteva ripartire. E quando il paese ha smesso di presentarsi ai summit internazionali scalzo e rattoppato per supplicare l'America e le sue istituzioni finanziarie di elargire un altro prestito ipotecando in cambio l'interesse nazionale, la Russia di Putin ne ha ripreso in mano il dossier. E ne ha rilette, una dopo l'altra, le pagine dimenticate.


La sorpresa della Crimea, per questo motivo, è tale solo per gli ipocriti, gli smemorati, e gli ingenui. La Crimea fu uno degli scogli più insidiosi su cui la transizione post sovietica rischio' di naufragare, già negli anni '90, quando per poco non scatenò
una guerra. In Crimea c'erano Sebastopoli e la flotta del Mar Nero. L'intera geopolitica zarista e poi sovietica aveva da sempre cercato lo sbocco verso il Mediterraneo, lo sanno anche i bambini delle medie. Non è certo un'invenzione di Putin. La Crimea è stata sempre la colonna portante dell'interesse nazionale russo. Non è Putin che ha stravolto la storia rivendicandola e riconquistandola. Era stata la debolezza e la disperazione degli anni di Yeltsin a far accettare obtorto collo a Mosca la rinuncia a una penisola che è insieme strategia e letteratura e icona e identità. La perdita della Crimea fu per i russi una dolorosa circostanza storica, mai una scelta coraggiosa.


L'aspro confronto tra Obama e Putin è tutto qui. L'elefante tramortito è ritornato orso. E rifiuta le sbarre della gabbia che la Nato nell'ultimo decennio gli ha costruito addosso, a dispetto delle dichiarazioni di amicizia e di rispetto
livore di Obama ha così dipinto la Crimea come la prova della cattiveria di Putin, e l'Europa sbadata gli ha creduto. E ora che la Russia interviene su uno scacchiere mediorientale da cui mancava da vent'anni, la Casa Bianca si agita scomposta. Ma vent'anni di egemonia statunitense in Medio Oriente e Nord Africa cosa hanno prodotto? La farsa dell'Iraq e la sua tragedia umana. Lo Stato Islamico e il suo regno di barbarie. Il collasso della Siria e i milioni di profughi e la sua guerra senza sbocco. La fine della Libia. 
Ed è solo l'inizio di un terremoto che l'America stessa ha scatenato, ma che le e' ormai sfuggito di mano. 
Persino i paesi della regione lo sanno. E oggi iniziano a guardare a Putin più che a Obama, cui rimane la retorica da guerra fredda, l'uso spregiudicato delle sanzioni con la scusa dei diritti umani, e la scelta sconsiderata di perdere la Russia.

Putin è un personaggio complesso, ma non è il diavolo. Ha il merito di avere mantenuto la Russia nella storia, in un momento in cui era tutt'altro che scontato. Il giovane ignoto che si insediò sullo scranno degli Zar quando Yeltsin barcollò via con un ultimo brindisi, non verrà giudicato dalla storia per i pettegolezzi su come abbia passato il compleanno e sul costo dell'orologio che porta al polso, temi oggi prediletti da riviste un tempo autorevoli come Foreign Policy. Il verdetto è già scritto. E' nelle immagini che lo mostrano assieme al ministro della Difesa Shoigu nelle stanze dei bottoni del suo esercito, da cui la campagna siriana viene coordinata. 
Sono passati solo due decenni, ma sembrano anni luce dalle gaffe di Yeltsin, e dalla disfatta cecena di Grachev. Se Obama non gradisce, non è per i diritti umani dei russi
Washington ha approfittato della penosa transizione russa per arraffare quanto più spazio geopolitico ha potuto, in Europa, in Medio Oriente, nel Pacifico. E adesso che al Cremlino non siede più un ubriacone cardiopatico, e l'esercito non è più il soldatino di latta di Grachev, l'America, di colpo, ha deposto le lusinghe. E ha perso il sorriso. E minaccia di trascinarci, tutti, in uno scontro frontale con la Russia. Per i suoi interessi, e contro i nostri. Che sono quelli di un'Europa che non si fermi di colpo alla frontiera bielorussa.




10 novembre 2014

Ricercato: il leader del Mondo Libero


di Pino Cabras.
da Megachip.
Vladimir Vladimirovic Putin non è andato in Germania ad assistere alle celebrazioni su un'importante vicenda storica di un quarto di secolo fa, la rimozione del Muro di Berlino. Era a Pechino per fare la Storia del prossimo quarto di secolo, mentre firmava un altro storico mega-accordo sul gas con il presidente cinese Xi Jinping
A Putin non manca il senso della Storia. Venticique anni fa era proprio in Germania Est, e precisamente a Dresda, dove soggiornava da quattro anni in veste di ufficiale del KGB. Aveva avuto modo tante volte di girare in tutto il vasto centro di quella città ricca di storia, che nei secoli si era guadagnata la definizione di Elbflorenz (“Firenze sull'Elba”). Ricca di storia, sì, eppure nessuno degli edifici che costeggiava le camminate di Putin aveva più di cinquant'anni. La città infatti era stata letteralmente rasa al suolo dal 13 al 15 febbraio 1945 dai bombardieri britannici e americani. Morirono decine di migliaia di persone, quasi tutte civili. La Repubblica Democratica Tedesca aveva ricostruito la città, facendo di essa un primario centro industriale e di ricerca. Quando la Germania Ovest annesse la Germania Est, non trovò certo una terra di nessuno. Era un paese industriale ricostruito dopo una catastrofe. Proprio nel rapporto con quello Stato era nata l'Ostpolitik, il modo di stemperare la Guerra Fredda per evitare un'altra catastrofe. 
Ci si spiava, ci si parlava. Putin ha fatto la gavetta lì.

La vecchia guardia dei politici europei dei tempi andati non perde ormai occasione per dirlo: separare i destini dell'Europa dalla Russia è un suicidio politico, un errore strategico, una follia economica, un'avventura insensata. L'ultimo leader dell'URSS, Mikhail Gorbaciov, si è pronunciato in tal senso nell'occasione più solenne, proprio la celebrazione dei 25 anni dalla rimozione del Muro, con una dichiarazione che si schiera nettamente con quel fa e dice l'inquilino odierno del Cremlino, Vladimir Putin.
Nel corso dei mesi della crisi ucraina abbiamo sentito anche le dichiarazioni dell'ex primo ministro francese Dominique De Villepin, quelle degli ex presidenti del Consiglio italiani Silvio Berlusconi e Romano Prodi, per non parlare degli ex cancellieri tedeschi Gerhard Schröder e Helmut Kohl (quest'ultimo praticamente silenziato da tutti i principali organi di informazione italiani), e altri ancora, come l'ex cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel. Sono tutti politici che hanno dovuto fare i conti - al loro tempo - con l'ingombrante superpotenza degli USA: tutti la vedevano come un interlocutore essenziale e indispensabile, ma agivano per salvaguardare spazi di manovra per sé, in modo da essere autonomi nel nome di interessi radicati presso le proprie classi dirigenti nazionali e nella “Casa comune europea”.
All'alba del “momento unipolare” statunitense, quando crollava la cortina di ferro fra l'Est e l'Ovest dell'Europa, e poi negli anni successivi, ognuno di questi politici ha giocato le sue scommesse, vincendone e perdendone. Nessuno di loro pensava che il suo compito fosse obbedire ciecamente agli USA. Gorbaciov fu sconfitto da coloro che vollero la fine dell'URSS; Kohl scommise sulla riunificazione tedesca ma assisté allo sconvolgimento degli equilibri europei che seguirono; De Villepin vide le istituzioni golliste della vecchia Francia indipendente travolte dalle presidenze atlantiste di Sarkozy e di Hollande; Berlusconi e Prodi - lungo i decenni - hanno contribuito gravemente al declino dell'Italia, ma si ricorda anche qualche tentativo da parte loro di non azzerare la capacità di manovra internazionale ereditata dalla Prima Repubblica. La cosiddetta “sovranità limitata” non era sinonimo di “sovranità azzerata”.

Questi diversi governanti parlavano spesso della Casa comune europea. Questa casa non è stata poi costruita per vari motivi. Dov'è che sono mancati i mattoni? Perché quella casa non c'è? Perché tutti questi governanti avevano limiti e ambiguità, perché hanno proiettato gravi errori sulle generazioni successive, perché c'erano condizioni - storiche e oggettive - che non controllavano, perché maturava una crisi più grande che stava fuori e al di sopra della crisi europea, ossia la crisi dell'Impero atlantico e della potenza nordamericana.
Intanto l'Impero in crisi puntava a far pagare a tutti il prezzo sempre più esoso della propria sopravvivenza. Il dollaro non era più quello di una volta, la finanza si faceva via via più devastante, ma anche la NATO non era quella di prima: in contrasto contro ogni altra logica, si espandeva. L'Impero doveva accentuare tutte le spinte militari, aumentare la dose di controllo fino a rendere la propria “intelligence” un incubo orwelliano e a trasformare la Casa comune europea in una Caserma.

In pieno revival berlinese, visito a Berlino la sede della STASI, diventata un museo che vorrebbe perpetuare la vergogna di un sistema che impiegava decine di migliaia di persone per violare “le vite degli altri”. Scatto molte foto ai microfoni nascosti negli orologi, alle macchine fotografiche mascherate da innaffiatoi o tronchi d'albero, ai campioni di tessuto degli oppositori (da far odorare ai cani per rintracciarli prima), ai registratori e alle bobine che carpivano migliaia di voci. Mentre fotografo questo tragicomico modernariato dello spionaggio, mi rendo conto di quanto esso sia poca cosa di fronte a quel che ha rivelato Edward Snowden
Potete anche voi visitare il museo della STASI, ma non c'è ancora un museo che spieghi che tutte le vostre email - anche se siete uomini potenti, anzi, soprattutto se siete potenti - sono in pancia alla NSA e ad altre strutture spionistiche atlantiche. Strutture con budget sterminati che vogliono e ottengono una sola cosa, la TIA – Total Information Awareness, ossia la sorveglianza totalitaria. Altro che il buffo innaffiatoio della vecchia Germania Est.
Ecco perché le classi dirigenti europee di nuova generazione, dal lato atlantico, oggi sono molto cambiate: totalmente ricattabili, asservite, incapaci di affermare una propria elaborazione autonoma, disarticolate. Se la generazione dei grandi vecchi che abbiamo citato commetteva errori e subiva sconfitte, questa generazione è addirittura annichilita, almeno a Ovest: perché innanzitutto non è libera. E si fa portare in guerra, a partire dal disastro ucraino.
Gli esponenti più avveduti delle classi dirigenti, ovunque in Europa, sanno che la Guerra Fredda e le sanzioni sono un pessimo affare e che la sicurezza collettiva non può esistere se va contro qualcuno, specie se quel qualcuno ha il peso della Russia. I più liberi di parlare restano i vecchi ed ex politici. Nessuno di loro ha consuetudine con i politici della generazione Obama. Li vedono come maggiordomi che – così come Barack – non possiedono pensiero autonomo, ma recitano un copione redatto presso i veri piani alti dell'Impero e della finanza, e lo recitano meccanicamente fino in fondo, anche quando sanno che annienterà la sovranità dei propri paesi, sacrificata all'altare di una nuova Guerra Fredda.
Perciò, i vecchi, com'è naturale, guardano con attenzione speciale a Mosca, dove vedono una classe dirigente vera. Putin e Lavrov sovrintendono al proprio copione, e questo rende leggibile il loro operato. La politica internazionale del Cremlino mira a essere "prevedibile", cioè esplicita nell'enunciare i propri interessi di lungo periodo, senza aree di ambiguità. Quando Putin dice di non voler ricostruire l'Unione Sovietica, è vero. E quando dice che non consentirà alla NATO di minare l'efficacia della deterrenza nucleare, è altrettanto vero. Capirlo ci consentirebbe di risparmiare sulle spese militari che ingrassano coloro per i quali Obama fa il piazzista.
L'americano Paul Craig Roberts, un altro reduce di quando la politica governava ancora qualche decisione, è arrivato a definire Putin “il leader del mondo morale”. Suonerà una definizione controversa per molti potenziali lettori, letteralmente bombardati dalla campagna anti-russa e dall'isteria anti-Putin che fa scrivere a tutta la stampa occidentale anche le notizie più assurde pur di lordare con sangue e sperma la sua reputazione.
Ma c'è qualcosa che spiega lo stesso la definizione usata da Roberts. Un tempo l'ideologia occidentale era riassunta nell'espressione “siamo il Mondo Libero”, un concetto già smentito dalle sue guerre e dai dittatori al suo servizio, e oggi sempre più inconsistente, fino a diventare un'autorappresentazione al limite della patologia. La nemesi è in atto: Vladimir Putin si sta ritrovando a essere il leader del Mondo Libero così come è da intendere oggi, ossia il mondo che per emanciparsi deve sganciarsi dal dominio di Washington, e perciò costruisce nuove alleanze fra continenti, popoli, gruppi di interesse, forze militari, movimenti politici molto diversi.
Putin non aveva lavorato per questo obiettivo, perché stava lavorando a sollevare la marea geopolitica del suo immenso paese. Nel sollevarsi, la marea a sua volta ha sospinto la barca del Cremlino fino a un rango di relazioni autenticamente «globali», a dispetto della definizione che i burattinai russofobi fanno leggere a Obama sul suggeritore elettronico: «Russia potenza “regionale”». Il che rivela il vero pensiero che le classi dirigenti imperiali rivolgono anche a tutti gli altri attori internazionali: a Washington non accettano il mondo multipolare e faranno di tutto per spegnere ogni ambizione da potenza globale, impedendo prima di tutto ai vari attori “regionali” di interagire, separandoli artificialmente contro i loro interessi.
Con l'Europa la faccenda funziona, tanto che ora il Muro lo vogliono costruire da Ovest, per separare l'Ucraina dalla Russia sul modello del Muro israeliano, che hanno già digerito senza menare scandalo. Con la Cina e i BRICS funziona molto meno, tanto che la velleità USA viene travolta da giganteschi accordi economici che cambieranno gli assetti mondiali, e fuori dal dollaro.

In Russia sanno che rimane loro poco tempo per sganciarsi dai mille fili che li legano ancora alla finanza anglosassone e alle leve che manovrano il prezzo degli idrocarburi, e sanno anche che l'esito non è scontato.
In America sanno che rimane poco tempo per impedire il sorgere di un mondo multipolare e riallineare a sé interi continenti, dall'Africa, all'Europa asservita dei nuovi trattati, fino al Caos artificiale in Medio Oriente, mentre si prepara ogni grado di aggressione a danno delle grandi potenze eurasiatiche.
In Europa, i vecchi politici sanno che rimane poco tempo alle loro vite per testimoniare l'urgenza di ricostruire un buon rapporto con la Russia, da cui passano le strade della sicurezza collettiva. Rimane quindi poco tempo all'Europa tutta per ascoltarli, anziché allearsi con i nazisti ucraini e farsi governare dagli incubi robotici del neoliberismo reale degli Juncker e dei Katainen.




10 settembre 2014

Lettera di Putin a Ezio Mauro


di Midnight Rider.
da Megachip.

Le premesse:
La letterina di Ezio Mauro, 5 settembre (2014)
La lettera di Putin, 10 settembre (2013)

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La lettera di risposta di Vladimir Vladimirovic Putin ad Ezio Occidente Mauro non si è fatta attendere.

L'aveva scritta esattamente 365 giorni fa, ben un anno prima che il direttore di Repubblica prendesse tra le mani la tastiera per trascrivere l'atto notarile con cui ha formalmente consegnato un ampio settore dell'opinione pubblica italiana nelle mani - e nelle tasche - della «Terza Nato», quella di ultima generazione.

Dispiace deludere Ezio Occidente, ma il messaggio del presidente Putin era in realtà destinato al popolo americano, dato l'elevato livello di tensione che in quei giorni aveva portato le relazioni tra i leader delle due superpotenze mondiali al minimo storico dalla fine della guerra fredda (o dall'episodio del Kursk nel 2000).

Si ricorda forse Mauro che cosa era successo esattamente un anno fa vicino a Damasco?
I media occidentali avevano mostrato i corpi ammassati e privi di vita di adulti, anziani, donne e bambini. Le prime informazioni che circolavano sui nostri media parlavano di un attacco letale da parte delle forze lealiste del presidente siriano Bashar al-Assad, che avrebbero utilizzato del gas per sopprimere i ribelli, fino ad uccidere quasi 1500 civili.
Memorabili furono gli strilli del Washington Post e del Daily Mail, come di tutti i grandi avamposti del pensiero unico occidentale
L'ondata di sdegno si era alzata uniforme lungo tutto il vecchio e il nuovo mondo. Quest'ultimo - vuoi perché più fresco e arzillo - era arditamente balzato in piedi per primo e con grande determinazione aveva iniziato a chiedere, anzi a esigere, un intervento armato contro Damasco.
Qualcuno poi ha dimostrato che la strage non era certo opera del governo siriano. Ma a quel tempo l'Occidente aveva trovato l'ennesimo Hitler da strapazzare.

Tutto sarebbe andato per il verso auspicato dai trombettieri del mondo nuovo se soltanto l'Orso della Moscova e il Dragone della Grande Muraglia non si fossero messi di mezzo (con un veto all'intervento armato votato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu) bloccando così la mano armata e protetta da Dio. Proprio il Washington Post pubblicò un intero sermone del vicario di Dio a Washington, il Nobel per la Pace più armato del pianeta:

«L’America non è il poliziotto del mondo. Succedono cose terribili in mezzo al mondo, e andrebbe oltre i nostri mezzi raddrizzare ogni torto. Ma quando, con uno sforzo e un rischio modesti, possiamo impedire che i bimbi siano ammazzati con il gas, e in questo modo far sì che i nostri bimbi siano più sicuri nel lungo periodo, ritengo che dobbiamo agire. Questo è ciò che rende l’America diversa. È ciò che ci rende eccezionali. Con umiltà, ma con risolutezza, facciamo in modo di non perdere mai di vista questa essenziale verità.»

Putin allora prende metaforicamente in mano la penna (con ogni probabilità assistito da ghost writer abilissimi) e sulle pagine del New York Times risponde indirettamente all'insidioso invito che Ezio Occidente gli porgerà a bruciapelo di lì a dodici mesi, quando intimerà: «Anche Vladimir Putin dovrebbe riflettere sulla sfida islamista, domandandosi per chi suona la campana, magari recuperando negli archivi del Cremlino la lettera che l'ayatollah Khomeini scrisse all'ultimo segretario generale del Pcus nel gennaio del 1989: “È chiaro come il cristallo che l'Islam erediterà le Russie”.»

Il presidente russo affronta tutte le questioni sul tappeto. Allude alla sorte, simile a quella della Lega delle Nazioni, che toccherebbe all'Onu, qualora smettesse di rivestire un ruolo di peso reale. E poi ipotizza gli scenari di caos e destabilizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi di questo assai piovoso 2014, in particolare a Tripoli e a Gaza:

«Il potenziale attacco da parte degli Stati Uniti contro la Siria [...] porterà a un aumento delle vittime innocenti e a un’escalation, diffondendo potenzialmente il conflitto molto lontano dai confini della Siria. Un attacco incrementerebbe la violenza e scatenerebbe una nuova ondata di terrorismo. Minerebbe gli sforzi multilaterali intesi a risolvere il problema nucleare iraniano e il conflitto Israelo-Palestinese, e destabilizzerebbe ulteriormente il Medio Oriente e il Nord Africa. Precipiterebbe l’intero sistema del diritto e dell’ordine internazionale nello squilibrio.»

Ma Putin mette anche l’«Occidente» in guardia dalla minaccia che gruppi di terroristi armati (da chi?) potrebbero rappresentare ai danni della sicurezza internazionale, quasi a voler prendere le distanze con un anno di anticipo dalle acrobatiche accuse di Mauro che mettono sullo stesso piano Russia e Stato Islamico:

«Il Dipartimento di Stato USA ha designato il Fronte Al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, che combattono con l’opposizione, come organizzazioni terroristiche. Questo conflitto interno, alimentato dalle armi straniere fornite all’opposizione, è uno dei più sanguinosi del mondo. Mercenari provenienti dai vicini paesi arabi, nonché centinaia di militanti che accorrono dai paesi occidentali e persino dalla Russia, sono per noi materia di profonda preoccupazione. Non potrebbero forse far ritorno nei nostri paesi con l’esperienza acquisita in Siria? Dopo tutto, dopo aver combattuto in Libia, gli estremisti si sono spostati in Mali. Tutto ciò minaccia tutti noi.»

Vladimir Vladimirovic va oltre, ricordando a tutti i paladini della giustizia mondiale (direttore di Repubblica incluso) il significato delle tanto invocate "regole", che vanno rispettate sia che ci piacciano sia che non ci piacciano:

«Non stiamo proteggendo il governo siriano, ma il diritto internazionale. Dobbiamo usare il Consiglio di sicurezza dell’Onu e crediamo che salvaguardare la legge e l’ordine nel mondo complesso e tumultuoso di oggi sia uno dei pochi modi per evitare che le relazioni internazionali scivolino nel caos. La legge è ancora la legge, e dobbiamo seguirla che ci piaccia o meno. In base al diritto internazionale vigente, l’uso della forza è consentito solo per autodifesa o su decisione del Consiglio di Sicurezza. Qualsiasi altra cosa è inaccettabile in base alla Carta delle Nazioni Unite e costituirebbe un atto di aggressione».

Putin evoca ancora una volta l'arma del dialogo e della negoziazione:
«Dobbiamo smettere di usare il linguaggio della forza e tornare sul sentiero della soluzione diplomatica e politica», proprio quel dialogo che Mauro invoca a suon di armi della Nato.

L'ultima annotazione di Putin pare trovarlo in una posizione condivisa da Mauro, cioè la diversità tra le popolazioni, nonostante la quale siamo comunque tutti uguali di fronte al Dio invocato da Obama, quello che avrebbe dovuto proteggergli la mano assassina.

«La mia relazione di lavoro e personale con il presidente Obama è contrassegnata da crescente fiducia. Questo lo apprezzo. Ho studiato attentamente il suo discorso alla nazione martedì. E sono piuttosto in disaccordo con una tesi che ha portato avanti in merito all’eccezionalità americana, quando afferma che il modo di fare degli Stati Uniti è “ciò che rende l’America diversa. È ciò che ci rende eccezionali”. È altamente pericoloso incoraggiare le persone a sentirsi eccezionali, a prescindere dalla motivazione. Ci sono paesi grandi e paesi piccoli, ricchi e poveri, quelli con lunghe tradizioni democratiche e quelli ancora sulla propria strada verso la democrazia. Anche le loro politiche sono diverse. Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo la benedizione del Signore, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali.»

Mauro non si è mai sognato di menzionare, nemmeno lontanamente, questo documento importante per la sua unicità e per la franchezza e la trasparenza espositiva. Al contrario, nel suo accorato appello prova ad imbastire un dualismo tra Occidente e le entità "altre", la Russia e il Califfato dei decapitatori, da lui messe sullo stesso piano.
«Hanno il terrore di tutto questo, nonostante la nostra testimonianza infedele della democrazia e il cattivo uso delle nostre libertà. Lo ha Putin, con la sua sovranità oligarchica. E lo ha radicalmente l'Is» rispetto alla nostra gerarchia di valori virtuali che dovrebbe definirci. Per Ezio Mauro, i cattivoni del Cremlino e il Califfo 2.0 minacciano i nostri valori, quelli che definiscono la «comunità di destino - non solo l'alleanza - con gli Stati Uniti».

Ma vediamo nello specifico quali sono i valori attualmente minacciati dai nostri nemici di civiltà.

«Oggi noi dobbiamo vedere (se non fosse bastato l'11 settembre) che non è l'America soltanto il bersaglio, ma è questo nostro insieme di valori e questo nostro sistema di vita, fatto di libertà, di istituzioni, di controlli, di regole, di parlamenti, di diritti.»

È curioso che Mauro utilizzi queste belle parole, ricche di storia e di significato, ma, purtroppo, svuotate di qualsiasi contenuto originale una volta osservate dalla sua postazione. Ossia la direzione di un quotidiano in mano a un oligarca, Carlo de Benedetti, che sa come piegare a suo favore le regole e le leggi.
Sono state le "regole" decise dai "parlamenti" sotto il "controllo" delle "istituzioni" a regalarci questi "diritti", sembra volerci suggerire Mauro.
Sono altresì quelle "regole" che hanno «rotto il tavolo di compensazione dei conflitti, il legame sociale tra il ricco e il povero, la responsabilità comune di società».
Ezio Mauro sembra anche fare un mea culpa quando ammette che «tra i precari fino a quarant'anni e licenziati di 50, produciamo esclusi per i quali la democrazia materiale non produce effetti: e perché per loro dovrebbe produrne la democrazia politica, la partecipazione, il voto?»
Difficile, però, incolpare Putin di uno dei punti più bassi della civiltà occidentale.


24 luglio 2014

Tra Putin e Frank Capra. Aria di guerra mondiale

di Pino Cabras.


http://www.pandoratv.it/?p=1587

Con Pandora TV analizziamo un originale video, un pezzo di propaganda, per giunta fatta maledettamente bene: non è tutti i giorni che si producono video con un'infografica così ben curata. La clip di 3 minuti si rivolge a un pubblico di nazionalisti russi (milioni di spettatori), ma colpisce anche chi non è il destinatario diretto, muovendo (manipolando) sensazioni profonde. Dove avevo già provato la stessa impressione? Poi dirò.

Il video incalza lo spettatore con una ricostruzione geopolitica globale che spiega la portata di quanto avviene in Ucraina e si rivolge con severità a una vasta platea di “interventisti da tastiera” o “da divano”, cioè quegli impazienti che fanno appello a Vladimir Putin affinché sconfigga i massacratori nazisti che stanno facendo strage fra i russi d'Ucraina e gli chiedono una grande azione militare diretta. Ossia un'invasione dell'Ucraina.
Il video spiega agli interventisti perché l'entrata sul suolo di un paese già virtualmente in bancarotta, qual è l'Ucraina, sarebbe chiamata aggressione, e addosserebbe soltanto ai russi le responsabilità drammatiche della sua catastrofe economica, per giunta nel contesto di una trappola bellica: gli USA, vicini a essere travolti dal debito e dalla crisi del dollaro, preferirebbero scatenare ora una grande guerra in cui bruciare i libri mastri e azzerare la spirale debitoria giunta ormai a 17 trilioni di dollari.
Dunque? «La scelta è tra una decisione cattiva e una pessima»: sopportare alcune centinaia di vittime o doverne sopportare persino milioni. Il Cremlino ha “già dato” trent'anni fa con l'Afghanistan. Fu un’altra trappola, preparata meticolosamente dagli USA ai danni dell’URSS. Ergo: oggi non si deve cadere nella trappola preparata anche a Kiev da una Washington che non cambia schema.

In Occidente non siamo più abituati a questa franchezza. A Mosca, l'ultimo paradossale sgarbo che si fa al sistema mediatico Occidentale, zavorrato dalla menzogna, è questo: manipolare le masse proprio con dosi brutali di verità. O dosi di verità brutali. È stato così anche nella impressionante conferenza stampa dei capi militari russi sul misterioso abbattimento del volo della Malaysia Airlines, mentre gli USA finora non hanno tirato fuori neanche una foto. Solo i loro megafoni tirano fuori video tratti dalla rete, grossolane falsificazioni che i media e i militari russi hanno sbugiardato in mezza giornata.

C'è in questo tutta la cifra degli anni di Putin, caratterizzati da una politica internazionale che mira a essere “prevedibile”, ossia molto chiara nel dichiarare i propri interessi di lungo periodo, che ci piacciano o meno.
Le classi dirigenti dei paesi BRICS ormai non capiscono più la “lingua di legno” dei leader politici occidentali (in prevalenza insignificanti maggiordomi dei loro opachi elemosinieri elettorali), mentre s'intendono benissimo con la dirigenza russa, che fa quel che dice e dice quel che fa. E infatti pochi giorni fa i paesi BRICS hanno deciso di fare una banca alternativa alla Banca mondiale. 
Sono decollati molti aerei da quel giorno. Uno è stato abbattuto.

Che con Putin si possa parlare chiaro lo sa molto bene anche Angela Merkel, che invece non sa che farsene delle promesse di Obama di non spiarla, e sa che una rottura con Mosca farebbe crollare l'economia tedesca con tutto il vantaggioso meccanismo di prelievo dell'euro. Eppure lei, come tutti i colleghi dei paesi NATO, ha margini di manovra sempre più stretti, in mezzo a uno spionaggio praticamente totalitario e a un conseguente potere di ricatto e intimidazione senza pari nella storia, interamente nelle mani di Washington, Londra e New York.
Contrariamente a quello che dicono gli apparati della menzogna - capaci di occultare le stragi di civili a Gaza in Terrasanta, a Mosul in Iraq e nel Donbass in Ucraina – la Russia non ha mai avuto alcuna intenzione di invadere l'Ucraina. Uno dei dispacci d'ambasciata rivelati da Wikileaks, risalente al 2008, mostra molto bene che il Cremlino aveva già chiaro allora quale sarebbe stato lo scenario più plausibile:
«Gli esperti affermano che la Russia sia assai preoccupata per le forti divisioni che esistono in Ucraina in merito alla decisione di aderire alla NATO, a causa della forte componente etnica russa che manifesta contrarietà all’adesione e che potrebbe portare a forti opposizioni, violenze o nel caso peggiore, alla guerra civile. In questo caso la Russia dovrebbe decidere se intervenire, e questa è una decisione che la Russia non vuole dover fronteggiare».
Era manifesto da anni che la Russia considerava l'eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO come un attentato diretto e immediato ai propri interessi strategici. L’istituzione recentemente avvenuta a Kiev di un regime russofobico con forti componenti naziste ha spinto Mosca a dar seguito al referendum secessionista della Crimea, riportandola alla sovranità della Russia, la quale non può permettersi di perdere le sue basi militari lì dislocate senza ricevere un danno strategico irreparabile.

E tuttavia, così come si poteva prevedere questa forma di "autotutela della superpotenza", avvenuta senza che in Crimea si sparasse, era altrettanto prevedibile che la Russia non si sarebbe precipitata dentro il trappolone teso in Ucraina orientale dalle vecchie teste d'uovo americane della guerra fredda.
Qui, c’è un'ulteriore differenza rispetto all'Occidente. Mentre Obama e Cameron aizzano alla russofobia, in Russia si dice ai nazionalisti: “non diffondere il panico!”

Si respira nel video la cupezza di questo momento, in cui i fronti di guerra si moltiplicano, e sembrano tutti in grado di accendere la grande polveriera. La clip vibra alle frequenze di questo scenario pre-apocalittico. Dove avevo già provato la stessa impressione? Ora dunque ve lo dico.
Anni fa avevo visto spezzoni di documentari di Frank Capra e John Ford che spiegavano in modo martellante e preciso le ragioni geopolitiche per le quali gli Stati Uniti andavano alla guerra contro i nazisti e i giapponesi. Di Frank Capra è memorabile Why We Fight (“Perché combattiamo”, NdT).

Nello stile e con la tecnologia del tempo, si vedevano anche lì delle infografiche chiare, mappe geopolitiche animate, frasi secche e precise, E si diceva senza addolcire la pillola che il sacrificio sarebbe stato enorme: milioni di morti, immense distese di croci. L'allusione è simile anche nel video russo di oggi.

La differenza sta nel fatto che ai combattenti americani si “vendeva” la necessità della guerra, mentre il video russo “vende” la necessità di evitarla, almeno per ora.
Eppure il peso calato sul piatto è lo stesso: una sfida mondiale, apocalittica, in cui il linguaggio è quello della “gravitas”. Perché è tornato lo spettro della guerra totale.

I russi si sono spiegati bene. Io sarei per ascoltarli con attenzione, e da europeo comincerei a scaricare nella pattumiera della storia la banda di nazistoidi e capitalisti mafiosi che massacra i russi d'Ucraina, prima che ci trascini tutti in guerra.

Il fatto che i governi e quasi tutti i partiti europei siano stati sin qui complici degli avventuristi di Kiev la dice lunga sulla loro miopia politica e la loro subalternità al disperato disegno imperiale atlantista.
Un'Europa che si auto-mutila perdendo gli affari e gli accordi di mutua sicurezza con la Russia si sta privando di ogni spiraglio per sopravvivere alla Grande Crisi. Significa affidarsi a una scommessa folle sull’orlo di una guerra combattuta in un mondo nuclearizzato.

Qualche video ben fatto bisogna farlo anche qui a Ovest, per spiegarlo a chi non ha capito la posta in gioco.


12 maggio 2014

La verità sull'Ucraina, intervista a Pino Cabras

Riporto l'intervista rilasciata a Magazine Donna sulla crisi Ucraina.

Intervista di Valeria Gatopoulos a Pino Cabras.
da MagazineDonna.it.


1. Ucraina: come definirebbe in poche righe quello che sta accadendo?
È la crisi internazionale più pericolosa degli ultimi cinquant’anni, paragonabile per portata alla crisi dei missili di Cuba nel 1962. Il terremoto del sistema politico ucraino avviene lungo una delle “linee di faglia” del confronto strategico planetario, durante un momento in cui gli Stati Uniti – che non accettano un mondo multipolare – vorrebbero spegnere la potenza russa riemersa dopo le sue umiliazioni post-sovietiche.


2. Ci troviamo di fronte ad uno degli estremi atti della Guerra Fredda oppure c’è il rischio effettivo di un nuovo conflitto mondiale?

La Guerra Fredda è durata molti decenni e ha plasmato il modo di ragionare e di agire delle classi dirigenti di tanti paesi, e quella visione del mondo rimane in Occidente nella testa di influenti accademici, generali, editori, giornalisti, nonostante l’Unione Sovietica non ci sia più dal 1991. Possiamo dire che molti pilastri della Guerra Fredda restano ancora in piedi anche in un paesaggio profondamente cambiato, tanto è vero che la NATO non è stata smantellata, bensì estesa. Rispetto ai tempi della prima Guerra Fredda e rispetto al primo decennio post-sovietico, l’Occidente sta compiendo però un grave errore di valutazione, che – se non verrà corretto – potrebbe portare il mondo alla catastrofe. Il mondo atlantista non potrà più prendere decisioni con implicazioni militari nei confronti di Mosca con l’illusione che d’ora in poi non abbiano un prezzo salatissimo da pagare, da subito. Si è già consumato tutto il tempo di un colossale abbaglio, ma dobbiamo capirlo al più presto se non vogliamo precipitare nella più grande catastrofe del nostro secolo. La Russia, dopo l’allargamento della NATO a Est, non ha più terreno da cedere. Per difendere questa posizione metterà in campo tutto il suo potenziale, con la massima determinazione. Dobbiamo sapere che ci siamo ormai affacciati a una finestra da cui si vedono già in volo i bombardieri nucleari.(di seguito il video) Il dramma – anche in Italia – è che non abbiamo ministri che capiscano la posta in gioco. I ministri degli esteri e della difesa nostrani agiscono come figuranti di un paese a sovranità zero.



3. Le sanzioni alla Russia che effetto sortiranno in realtà?

Potrebbero innescare una serie di scambi di colpi reciproci. Non sarebbero indolori per nessuno, perché il mondo è ora più interdipendente e c’è una forte complementarità fra l’economia europea e quella russa, specie per le forniture energetiche. La Russia è la sola entità in grado di fornire per decenni il gas di cui l’Europa ha bisogno per organizzare la sua graduale e auspicabile transizione verso un nuovo sistema energetico. Per contro, la Russia ha interesse a diversificare la sua economia interagendo con le altre potenze industrializzate. Lo schema delle sanzioni, altre volte applicato a piccoli paesi, non potrà funzionare allo stesso modo con la Russia, un territorio sconfinato entro il quale si trovano le più grandi riserve di energia fossile, in tutte le sue componenti, nonché di materie prime dell’intera tavola periodica di Mendeleev, di cui il pianeta sia dotato.
Ma anche quel che a Ovest verrebbe chiamato “capitale umano” in Russia è imponente, con un evidente spessore della sua intelligencija tecnologica. Il sistema sovietico è sì crollato, ma gli è sopravvissuta una cultura media del paese elevatissima, ereditata dal precedente sistema. Il livello delle università russe, dei politecnici, dei centri di ricerca, dell’Accademia delle Scienze, per decenni impegnati in una dura competizione per la parità strategica con gli USA, ha generato un ceto scientifico e tecnologico di straordinario valore. Aggiungo anche un altro fatto: mentre negli anni novanta la Russia annegava nei debiti e si faceva imporre un’austerity criminale dall’FMI, oggi è un super-creditore, un partner finanziario non remissivo. Il contrario della condizione italiana, per dirne una.

4.Quali sono, ad oggi, gli interventi effettivi degli Stati Uniti all’interno del territorio ucraino?
Registriamo sia una presenza di lunga data (costruita con enormi risorse economiche, miliardi di dollari spesi negli ultimi vent’anni), sia una presenza recente legata alla contingenza dell’attuale crisi. La prima presenza è consistita in un lungo lavoro egemonico rivolto dagli USA alle componenti più influenti delle classi dirigenti diffuse (politici, media, militari, professori universitari): persino la più insignificante borsa di studio con fondi americani era l’ingranaggio di un rodato sistema che fidelizzava, atlantizzava, dollarizzava i vari livelli delle classi dirigenti ucraine. Tutto il mondo ha potuto sentire le parole di Victoria Nuland, assistente segretario di stato per gli affari europei e euroasiatici del Dipartimento di Stato USA (nonché moglie di Robert Kagan, uno dei più eminenti neocon di Washington): «abbiamo investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita». La seconda presenza USA in Ucraina, quella dell’oggi, è segnata da tre componenti intrecciate: una massiccia partecipazione della CIA (perfino con frequenti visite del suo capo John Brennan); un intenso lavoro di addestratori militari che guidano la riorganizzazione degli apparati repressivi con un inquadramento delle nelle forze di sicurezza ufficiali delle squadre paramilitari dei partiti di ispirazione nazista, e infine gruppi di mercenari appartenenti a imprese private (contractors), come la Greystone (una ex affiliata alla Xe, ossia la famigerata Blackwater).

Il resto dell'intervista è suddiviso in altre due parti:
- SECONDA PARTE;

- TERZA PARTE.


2 marzo 2014

La Russia tornata grande e gli apprendisti stregoni occidentali

di Daniele Scalea.



C'era una volta una Russia debole, uscita mutilata, economicamente a pezzi, con una grave crisi d'identità, dal crollo dell'Unione Sovietica. Era una Russia costretta, volente o nolente, ad accettare le decisioni che gli USA, i vincitori della Guerra Fredda, prendevano per il mondo. Era la Russia che cedette sull'allargamento a est della NATO, sui due attacchi all'Iraq, sullo smembramento della Jugoslavia, sulle basi statunitensi in Asia Centrale, sulle sanzioni all'Iran, sulle "rivoluzioni colorate" nello spazio post-sovietico e via dicendo, fino all'ultimo episodio dell'attacco arabo-occidentale alla Libia. Era una Russia che ingoiò tanti rospi da farne indigestione.
Oggi c'è una Russia diversa: decisa a cambiar dieta e finalmente capace di farlo perché, malgrado i perduranti problemi strutturali, la sua potenza ha senz'altro recuperato. E mentre quella statunitense, provata dalle difficili avventure in Afghanistan e Iraq, dalla crisi economica, dalla perdita di consenso internazionale, sta spostando la sua attenzione sull'Asia-Pacifico, lasciando spazi vuoti che Mosca è ansiosa di rioccupare.
La prima avvisaglia del mutato atteggiamento russo fu la breve guerra con la Georgia nel 2008. Quando il presidente georgiano (e filo-occidentale) Saakashvili tentò di occupare con un colpo di mano le due regioni separatiste di Abchazija e Ossezia del Sud - confinanti con la Russia, abitate in prevalenza da persone con passaporto russo, e garantite dalla presenza di "truppe di pace" russe - Mosca reagì con un blitzkrieg che avrebbe potuto facilmente arrivare a Tblisi, ma che si limitò a garantire l'indipendenza delle due regioni (oggi di fatto Stati satelliti di Mosca).

Negli ultimi mesi il Cremlino ha riguadagnato terreno anche nel mondo arabo, il quale dagli anni '80 almeno sembrava saldamente soggetto all'egemonia degli USA. Le rivolte arabe, che pure inizialmente parevano favorite da e favorevoli a Washington, nonché sgradevoli per la Russia sensibilissima alla questione dell'Islam Politico; le rivolte arabe, si diceva, stanno risultando in un avanzamento dell'influenza di Mosca. La Siria, che ospita l'unica base navale mediterranea di Mosca, ha resistito all'assedio congiunto dell'Occidente, della Turchia e degli altri Arabi: è certo un paese a pezzi, letteralmente (Curdi e ribelli sunniti controllano ciascuno una propria porzione di territorio), ma in compenso più legato alla Russia cui il regime del Ba'th deve la vita. In Egitto, la reazione anti-Fratelli Musulmani ha soppresso la democrazia e riportato al potere un generale, che strizza platealmente l'occhio a Mosca, la quale dà maggiori garanzie di non ingerenza e di "anti-islamismo" rispetto a Washington.
Sulla Siria, poi, nell'estate scorsa Putin ha conseguito una evidente vittoria diplomatica. L'intervento militare minacciato da USA, Gran Bretagna e Francia (il medesimo terzetto artefice della guerra libica) si è disciolto come neve al sole di fronte, certo, alle forti titubanze e ostilità incontrate all'interno, ma pure a un'opposizione internazionale di cui Putin è stato il capofila indiscusso. In realtà Obama ha ottenuto al minimo costo (senza intervenire direttamente nel caos siriano) un risultato importante (lo smantellamento dell'arsenale d'armi chimiche di Assad), che ipoteticamente in futuro potrà anche agevolare un intervento militare di Washington nel paese (l'invasione irachena del 2003 fu successiva a un decennio di disarmo del paese). Ma l'ha ottenuto facendo mostra di irresolutezza, di incapacità a gestire a proprio vantaggio lo scenario siriano, mentre gli alleati si sono defilati uno ad uno appoggiando anzi, in molti casi, l'opzione avversa avanzata da Putin.
A pochi mesi da quegli eventi, l'Ucraina ci conferma che il vento è cambiato. Nel 2005 gli USA appoggiarono (secondo alcuni orchestrarono) la "rivoluzione arancione" che, tramite la ripetizione del voto popolare, condusse al potere la fazione filo-occidentale. In quel caso Mosca non reagì, ma lavorò ai fianchi il nuovo governo che si sfaldò velocemente per le proprie contraddizioni interne. Nel 2010, così, la fazione non ostile alla Russia (dire "filo-russa" è eccessivo, perché in realtà fino a novembre 2013 la linea ufficiale dell'amministrazione Janukovič era entrare almeno nell'UE) è ritornata al potere, sempre tramite un regolare voto popolare.
Oggi l'Occidente ha rialzato la posta, appoggiando compatto (e si può supporre non solo moralmente) la controversa rivolta di piazza che ha portato all'occupazione del potere da parte di una fazione ben più radicale di quella protagonista della "rivoluzione arancione". Significativamente, il primo atto del nuovo regime (oltre alla deposizione del Presidente eletto) è stata una norma discriminatoria verso le minoranze linguistiche: qualcosa che nell'UE non sarebbe mai accettato come legittimo, e che nell'Ucraina è tanto più virulento perché la minoranza russofona rappresenta un cittadino su tre, e si tramute in maggioranza in molte regioni orientali. E ciò considerando unicamente i madrelingua, perché gli ucraini che parlano anche il russo sono molti di più.
Com'era prevedibile, il Cremlino ha lasciato passare l'evento olimpico di Soči e poi ha reagito. Ma l'ha fatto in una maniera ben più assertiva del 2005 - anche perché in questo caso il governo ostile di Kiev non è legittimato dal voto ed è assai meno presentabile internazionalmente. Entriamo qui nella cronaca, che è inutile ripercorrere: basti notare che oggi il vessillo russo svetta sui palazzi di governo di mezza Ucraina e che la penisola di Crimea è ormai completamente in mano alle forze russe e ai fiancheggiatori locali. Tanto per non lasciare nessuna ambiguità, il Parlamento russo ha già accordato il via libera a Putin per un intervento militare in Ucraina e sta lavorando a una legge per rendere possibile e rapida l'annessione di nuovi territori.
Allo stato attuale, pare improbabile che la Crimea possa tornare in mano ucraina. Essa si è resa indipendente di fatto in pochi giorni (le truppe ucraine di stanza nella penisola hanno disertato in massa) e avrebbe buoni argomenti per diventarlo anche de jure o persino per unirsi alla Federazione Russa (la Crimea fu infatti parte della Russia fino al 1954, quando il presidente sovietico, e ucraino, Chuščëv decise di "regalarla" all'Ucraina). È più difficile capire se Mosca punti invece alla preda grossa, ossia ad annettersi (o costituire a Stato satellite) tutta l'Ucraina Orientale. Anche qui troverebbe un consenso probabilmente maggioritario da parte della popolazione, ma non plebiscitario come in Crimea (laddove l'opposizione viene quasi esclusivamente dalla minoranza tatara), e soprattutto Kiev non potrebbe chiudere gli occhi, poiché la linea di separazione presumibile passa per il Dnepr - ossia proprio per Kiev e per il centro industriale di Dnepropetrov'sk (roccaforte elettorale di Julia Timošenko). L'Ucraina Occidentale, privata del resto del paese, rimarrebbe un moncone senza sbocco sul mare, senza industria manifatturiera, senza grande rilievo demografico.
In tutto questo, che farà l'Occidente? Arduo immaginare che qualcuno sia disposto a una guerra con la Russia per salvare l'integrità territoriale dell'Ucraina, sebbene sia fuor di dubbio che la NATO, l'UE e molti paesi europei (in primis la Germania, che dopo la riunificazione ha ripreso il Drang nach Osten suo tradizionale) appoggeranno per quanto possibile Kiev. Di certo, gli apprendisti stregoni occidentali avranno molto su cui meditare nel futuro prossimo. Hanno suscitato la rivolta in Libia, e oggi il paese nordafricano appare fuori controllo. Hanno salutato la sollevazione di piazza in Egitto, salvo poi scaricare il governo democratico perché ideologicamente non gradito e tollerare così una reazione militare. Hanno appoggiato la rivolta in Siria per poi scoprire che Assad è laico mentre molti ribelli sono radicali religiosi, come se l'Afghanistan degli anni '80 non avesse insegnato nulla. Ora hanno appoggiato ed esaltato il coup ucraino, salvo trovarsi di fronte a una possibile guerra civile e a un intervento russo che è già realtà, coi loro beniamini di Kiev che invocano la NATO per una terza guerra mondiale contro Mosca.
E l'imbarazzato Obama, che "minaccia" di boicottare il G8 a Soči, è l'emblema di una diplomazia occidentale che non ha più il senso della misura e la capacità di pensare alle conseguenze delle proprie azioni oltre le 24 ore successive alla loro messa in atto.

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/russia-ucraina-crisi_b_4884277.html?utm_hp_ref=italy