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4 ottobre 2009

Contro la dittatura del Caimandrillo non basterà Tocqueville

di Giulietto Chiesa - da Megachip

Ci sono andato e sono contento di esserci andato. C'era un sacco di gente, moltissimi giovani. Una speranza.

Non c'era una linea politica, ma questo lo sapevo. E non perché ci fosse un pluralismo di idee, ma perché questo spicchio d'Italia, pieno di indignazione, di preoccupazioni, di inquietudini, fatto di gente normale che paga le tasse, e cerca di difendersi, non ha ancora capito perché è finito dove è finito, cioè in un postribolo.

Né glielo hanno detto molti di quelli che hanno parlato, o che hanno mandato le loro adesioni.

Va detto che non c'era Mentana, e non pare abbia aderito, per fortuna. Ma ha aderito Lucia Annunziata (applausi) e anche Gad Lerner (applausi tiepidi). Ha aderito e ha perfino parlato il Del Boca, presidente dell'Ordine dei Giornalisti. Ed è stato il momento in cui ho sentito l'impulso irresistibile di andarmene e, infatti, me ne sono andato.

Brevi note che dicono molto della giornata. Che ha mostrato l'esistenza di un'altra Italia, impotente però, senza rappresentanza alcuna.

Il momento più alto del pomeriggio, in assoluto per me, è stato quando Neri Marcorè ha letto un brano di Alexis De Tocqueville, attorno al tema della dittatura della maggioranza e della facilità con cui un popolo sazio può essere costretto in una “servitù facile”.

È accaduto che Tocqueville ha ricevuto almeno cinque applausi a scena aperta. Per uno che ha scritto certe cose tra il 1830 4 il 1840 si tratta di una performance notevole. Gli italiani non sono un popolo sazio, anzi si potrebbe solo dire che gran parte di quelli che hanno votato fascista, leghista, razzista, subcultura, sono tutt'altro che sazi. Ma gli è stata fatta odorare (direbbe Michael Moore) la carota.

C'era, comunque, in Tocqueville, la prognosi precisa.

Ma non poteva esserci la diagnosi e la cura, perché Alexis non conosceva la televisione. Le cause del disastro stavano e stanno, però esattamente in quella scatola e in chi l'ha manovrata così bene. Solo che da quel palco, per quella piazza piena di speranze, non è venuta una sola parola per una nuova strategia. Peccato. Una manifestazione non fa primavera. Domani il Caimano ricomincerà come prima.


7 luglio 2009

«Il Fatto». Fin dove arriverà l’agenda alternativa della comunicazione?



di Pino Cabras - da «Megachip»

Sta per nascere un nuovo quotidiano, «Il Fatto», e ha già un volume di abbonati potenziali che appare subito significativo perché sembra voler chiamare a raccolta quanto resta dei “ceti medi riflessivi” italiani.

La cosa merita un po’ di domande e alcune valutazioni. L’iniziativa sembra avere il pregio di poter durare. Come si risponde all’emergenza informativa del nostro paese dominato dall’impresario dello spettacolo che vive la sua fase più sguaiata e pericolosa? C’è un modello imprenditoriale in grado di reggere una nuova impresa nel mondo della comunicazione? Quali sono le sponde politiche?

Sono domande molto attuali, che ci poniamo in piena fase di pericolo per la libertà di parola.

Nel momento in cui sarebbe più necessario che mai poter raccontare una grande crisi, maggiore è invece la difficoltà di fare una buona narrazione e trovare gli strumenti. I media più importanti, nonostante quegli strumenti li abbiano, non li usano, essendo essi stessi troppo dentro le cause della crisi. In Italia, per giunta, questi media sono sotto schiaffo di Papi l’Insaziabile, che insiste ormai ogni giorno per indirizzare ‘pro domo sua’ le risorse pubblicitarie, che con la crisi si sono fatte sempre più scarse. Papi in sostanza che fa? Avverte gli imprenditori con tutta la sua “immoral suasion” affinché non osino finanziare i giornali scomodi. L’avvertimento è pronunciato ormai ogni volta che apre bocca in pubblico. Delimita l’area entro cui il mercato mediatico può funzionare. Per gli altri, fuori dal suo perimetro, pretende che la crisi dell’informazione, un fenomeno mondiale, li strazi più che altrove, perché a loro «bisogna chiudere la bocca».

berlusca-vignettaNegli ultimi due anni, proprio durante l’esordio della grande crisi, sono nate tante iniziative fuori da quel perimetro. C’è chi ha imitato maldestramente la già dimessa Current TV di Al Gore, ma in chiave di bollettino di partito. YouDem è uno specchio perfetto della crisi verticale del Partito Democratico. Non conta quasi nulla nemmeno la cugina dalemiana, Red TV. Sono nati nuovi quotidiani a sinistra, «Terra» e «L’Altro», mentre sono stati investiti da forti trasformazioni editoriali altri quotidiani esistenti, «l’Unità» e «Liberazione». Il loro peso nella società italiana, come la capacità di raccontarla, tendono all’irrilevanza, in ciò riflettendo la dissipazione della sinistra novecentesca in Italia: anche questa è una tendenza di cui le ultime elezioni europee hanno rivelato la portata internazionale.

Ci sono poi le esperienze della Rete. In questi ultimi anni Beppe Grillo ha rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking su temi politici, sociali e ambientali. Qualche volta l’«azienda Grillo» ha inciso sull’agenda della comunicazione, ma è difficile scalfire un modello di consumo comunicativo nel quale il 70% dei cittadini apprende tutto soltanto dalla TV. Daniele Luttazzi aveva liquidato i V-Day grillini come dei flash mob un po’ più articolati. Allo stesso modo dei flash mob, i raduni di Grillo rompevano la quotidianità, ma poi la quotidianità ritornava, e le urne del vasto blocco sociale berlusconiano si riempivano ugualmente di voti nei giorni delle elezioni. Grillo ha segnato tuttavia una tendenza, così che anche altri comunicatori hanno ricreato “modelli di business” sostenibili in cui al centro c’è internet, la grande ostetrica delle nicchie intellettuali. Anche questa è una tendenza che si manifesta su scala mondiale.

D’altronde i media non sono compartimenti stagni.
Beppe Grillo ha guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio televisivo, ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, lo ha riportato sul terreno di internet, dove ora fa ritornare anche un certo uso della grammatica delle immagini, che descriverei comunque come “televisive” in mancanza di migliori definizioni.

Si può richiamare un altro esempio di interazione fra media diversi. Marco Travaglio assieme a Elio Veltri aveva scritto un libro nel 2001, “L’odore dei soldi”, che rompeva tutti i tabù mediatici sulla biografia di Berlusconi. Un buon libro può influenzare i lettori, crescere e sedimentarsi anche quando questi lettori siano poche migliaia. Può perfino arrivare in TV. Successe anche a quel libro. Travaglio presentò il suo volume in televisione, e la rottura del tabù pervenne a milioni di persone. Il segmento di mercato librario raggiungibile dal più documentato cronista giudiziario italiano si moltiplicò fino ai suoi confini naturali potenziali, tanto che Travaglio in questo decennio è diventato una macchina mediatica in grado di sfornare decine di best-seller, al punto di dare forma a un “genere”, adoperato in varia misura anche da altri scrittori. Nascono nuove collane e perfino nuove case editrici fondate apposta da quelle più grosse per consentire più agilità ai direttori editoriali nello sfruttamento del filone. Sebbene i punti più delicati delle inchieste di Travaglio non passino se non occasionalmente in televisione, la TV è comunque una piattaforma di lancio non secondaria per l’indotto, assieme ai DVD, ai blog e, recentemente, al teatro. Adesso dunque entra in gioco anche un quotidiano.

L’idea che la televisione sia ancora il formato dominante nella comunicazione è stata invece alla base di Pandora TV, il progetto promosso a partire da un appello di noti intellettuali, giornalisti, personalità dello spettacolo, che ha visto anche Megachip spendersi in prima fila nella promozione. Come oggi spiegano i promotori nel documento in cui rilanciano il progetto, le sottoscrizioni materiali sono state finora nettamente inferiori alle attese e al numero dei firmatari. Sebbene sia «stata costruita un’agenda televisiva insolita, che ti dà l’idea di come potrebbe essere potente una TV con più mezzi, che intenda diffondere quel che qualcuno non vuole che tu sappia», si è scontato un problema più esteso, che riguarda Pandora come altre esperienze: «la profonda crisi culturale e democratica del paese, la spaccatura a sinistra tra intellettuali ormai incapaci di trovare un linguaggio comune e comuni obiettivi, un pubblico sempre più annichilito dall’agonia dell’informazione», senza tralasciare il peso della crisi economica, non certo un buon viatico per investire a fondo perduto in un bene pur essenziale come la comunicazione. Oggi stiamo tentando di riproporre il progetto, perché l’emergenza è ancora più forte di prima. Scontiamo tutta la grande difficoltà del compito, ma il terreno televisivo andrà presidiato in qualche modo.

Intanto, non trasmette ancora Europa 7, la TV generalista di Francesco Di Stefano bloccata per anni dal sistema politico italiano in barba alle leggi con accanimento bipartisan. L’ultima beffa del 2009 è stato concederle un sistema di frequenze che copre solo una minima parte del territorio nazionale. A queste condizioni, se Europa 7 partisse ora fallirebbe in sei mesi. Per la TV – medium ancora dominante – non ci sono di fatto spazi per grandi operazioni se non con disponibilità economiche immense su nuove piattaforme (Murdoch) o con operazioni “corsare” che osino informare e intrattenere rompendo gli schemi (Pandora se avesse risorse).

In questo quadro politico e mediatico nasce dunque l’iniziativa imprenditoriale denominata «Il Fatto Quotidiano», imperniata sulla diretta partecipazione nella compagine sociale di due giornalisti, Antonio Padellaro e Marco Travaglio, rispettivamente con il 22% e l’11% delle azioni, nonché di un soggetto editoriale forte, la casa editrice Chiarelettere (con il 22%), che appartiene interamente al terzo gruppo dell’editoria libraria italiana, le Messaggerie Italiane, un gruppo relativamente poco noto con questa denominazione, mentre sono molto conosciute le tante case editrici che controlla. Oltre a Chiarelettere, sono controllate infatti dalle Messaggerie anche Bompiani, Garzanti, Salani-Ponte alle Grazie, Longanesi, Vallardi, TEA, Guanda, e altre ancorae altre ancora, tra cui l'ultima acquisita, nel luglio 2009, la Bollati Boringhieri. Il fatturato consolidato del gruppo supera il mezzo miliardo di euro. Le copie stampate sono circa dieci milioni all’anno. L’utile registrato negli ultimi bilanci è sempre stato di poco inferiore ai sette milioni di euro. Del gruppo fa parte anche Internet Bookshop Italia (IBS), la più nota piattaforma italiana di vendita di libri on line. Si tratta dunque di un soggetto che, in base a questi e altri parametri, potrebbe ipoteticamente offrire ampie garanzie, fideiussioni e “collaterals” in grado di ridurre drasticamente il rischio d’impresa per una sua nuova iniziativa in fase di “start up”.

Nel quadro dell’operazione è stata lanciata anche una campagna di disponibilità ad abbonarsi al nuovo quotidiano, con 40mila aderenti finora persuasi dalla promessa che «non avrà padroni». È un segno di un possibile successo fra i lettori, anche se questo non dice nulla in merito alla sostenibilità del business una volta che si dovranno fare i conti con la pubblicità e i costi di distribuzione, le note dolentissime dell’attuale crisi dei quotidiani cartacei.

Un quotidiano costa e costerebbe ancora di più senza editori a reggerlo. Senza editori si hanno le mani libere e si rende conto solo ai propri sostenitori e lettori, ma si è troppo esposti ai rovesci. L’elenco dei quotidiani italiani falliti su queste premesse è lunghissimo. «Il Manifesto» è un’eccezione che sopravvive camminando sempre su un filo sottilissimo, pronto a spezzarsi.

L’operazione «Il Fatto», come abbiamo visto, è meno avventata di altre. L’editore industriale c’è.

E c’è anche l’identificazione di una missione politica ed editoriale che ha alcuni margini di espansione, una missione che vede convergere diversi soggetti.

La crisi del Partito Democratico ha concesso estese praterie elettorali all’Italia dei Valori, il partito fondato e dominato da Antonio Di Pietro. Un elettorato numeroso e smarrito osserva con avvilimento la triste parabola dei partiti che normalmente votava, e oscilla tra l’astensione e lo sguardo rivolto a progetti politici diversi (dal partito in cui detta legge Di Pietro fino a Beppe Grillo e alla spinta laica post-girotondina). Sul numero 4/2009 di «Micromega», Paolo Flores d’Arcais fa notare che tra le elezioni politiche del 2008 e quelle europee del 2009 il PD ha perso diecimila voti al giorno, mentre Italia dei Valori ne guadagnava quattromila al giorno. E la sinistra ha confermato l’incapacità di superare i quorum. Su vari candidati dipietristi è arrivato un robusto ‘endorsement’ da parte di testimonial un tempo restii a dare indicazioni di voto: ancora Grillo, ancora Travaglio. E poi il netto schierarsi di «Micromega» e altre riviste e movimenti.

Pura constatazione: si sta formando una galassia di “intellettuali organici” a un progetto, che trova sempre più stabili occasioni di convergenza e luoghi di interazione. La definizione gramsciana di “intellettuale organico”, dal punto di vista metodologico, parte dal fatto che ogni intellettuale è militante; legato in modo “organico” a un gruppo sociale, a una formazione sociale, e riproduce costantemente, perfino inconsciamente, un certo quadro di interessi; senza che questo si traduca necessariamente in una posizione partitica blindata. Un quotidiano che s’inserisse in questo contesto magari non sarebbe un “organo” di partito, ma sarebbe naturalmente “organico” a una proposta politica in divenire.

Per via delle dinamiche elettorali in corso, le liste dell’Italia dei Valori-Di Pietro sono diventate un campo gravitazionale in grado di ricomporre e attrarre con una certa forza quella parte di opposizione che intende consistere in sé e per sé e vuole difendere la Costituzione sotto scacco. Quella parte sa bene che Di Pietro sui contenuti – adottati con disinvoltura a tratti cinica - interviene con la prontezza di un vero “imprenditore del consenso”: realizza “affari politici” in tempi che un tipico esponente del PD non realizzerebbe mai, e lo fa in modi sostanziali e spregiudicati. Questa opposizione in fieri è talmente consapevole di alcuni difetti costitutivi dell’«azienda Di Pietro» che fa di tutto per enfatizzare le possibili correzioni promesse dal capo del partito.
Travaglio ha scritto ad esempio qualche riga di coinvolto e partecipe incoraggiamento nei confronti dei modesti segnali di cambiamento nello statuto del partito, finora corazzato in modo proprietario nelle mani del furbo Tonino.
Flores D’Arcais intervista Di Pietro con lo stesso tono partecipe, chiedendogli - già nello speranzoso titolo del dialogo su «MicroMega» - «cosa vuol fare l’IDV da grande?»

Di Pietro ha un disegno. Nell’aprire parzialmente la sua macchina politica alla galassia degli intellettuali, allarga la classe dirigente e punta a un raddoppio dei consensi. Cioè un partito del 16%. Il che forse corrisponde al numero di elettori che vedono al primo posto la questione della legalità sopra tutti gli altri temi. Di fronte all’afasia del PD è una prospettiva plausibile, tanto più verosimile quanto più il progetto si dimostri in grado di captare in modo più strutturato i famosi “ceti medi riflessivi”, per svariati motivi non più rappresentabili dal PD. Per una tale strutturazione la presenza nell’area di un giornale quotidiano – ancorché non finanziato dal partito - potrebbe essere un pezzo importante del mosaico.
I vari media hanno raggi d’azione diversi, imprimono effetti sulla realtà che non derivano solo dal numero di persone raggiunte direttamente, ma pure dall’influenza che possono esercitare su gruppi particolari, sulle élite, su strati di cittadini particolarmente attivi che a loro volta interagiscono con altri.

Al mosaico mancano alcuni pezzi.

Innanzitutto quale sarà il peso delle questioni internazionali, così centrali per capire le emergenze ambientali ed economiche di oggi? I quotidiani italiani su questo fronte non hanno informato bene, per usare un eufemismo. Quale sarà l’analisi degli scenari di guerra? Il foglio di Travaglio & C. saprà liberarsi dagli schemi dei dinosauri della Guerra Fredda su molte decisive questioni? Questo non lo sappiamo ancora, ed è un tema altrettanto fondamentale quanto quello della legalità interna.

Un altro pezzo del mosaico è la questione del pubblico di riferimento per l’informazione. Un quotidiano, quando le cose riescono bene, fa riflettere il caro vecchio “homo legens”. E magari gli dà strumenti per agire e contare, specie se si trova in posizioni in cui decide. Un articolo che lascia un buco informativo ai giornali che ignorano i fatti fa sempre rumore e li mette in una posizione scomoda. Tuttavia quel quotidiano da solo non raggiungerà il nuovo “homo videns”, che rappresenta la maggioranza dei cittadini. Posto che – per le ragioni prima accennate – aumentano le convergenze fra segmenti comunicativi diversi (quotidiani, rete, TV) rimane un incombenza per chi vuole rafforzare l’informazione libera: è quella di non smarrire l’importanza di un percorso per immagini e contenuti di tipo televisivo.

Un’ultima considerazione. Ho usato più volte in modo intercambiabile i termini informazione e comunicazione. In realtà la comunicazione è un fatto molto più ampio dell’informazione.
Si fa bene a essere sensibili al tema dell’informazione. Ma questa è una componente sottile di tutta la corrente dei messaggi, in cui prevalgono le concezioni del mondo date da intrattenimento e pubblicità. La grande manipolazione dei media ha certo come ingrediente di base l’inganno informativo nonché la scomparsa dei fatti e delle domande scomode, ma il grosso di essa si compie nel resto della comunicazione, ampiamente fruita dalla maggioranza dei cittadini.

Il nuovo quotidiano aprirà qualche finestra in più davanti alla coscienza democratica dell’Italia e perciò mi auguro che possa avere successo, intanto che però mi pongo il problema di fondo, ancora irrisolto: come aprire le porte e finestre più importanti, come varcare la soglia delle stanze in cui si decide la vera colonizzazione delle menti, per immagini ed emozioni.

29 luglio 2008

Sardegna, terra di War Games. Ipotesi di riconversione

di Pino Cabras


Fonte dell'immagine: Sardegna DigitalLibrary

Il CoMiPa un punto di osservazione davvero propizio per capire il rapporto fra attività militari e territorio, più che in altre parti d’Italia, più che in altri territori anche di altri paesi.
Parlo del Comitato Misto Paritetico sulle Servitù Militari (CoMiPa) della Sardegna, del quale faccio parte dal 2005.
In ogni regione è presente un Comitato misto paritetico che ha il compito di esaminare i programmi delle installazioni militari per conciliarli con i piani di assetto territoriale della Regione. La legge 898/1976 che istituiva i CoMiPa - composti alla pari da sette rappresentanti dello Stato e sette della Regione - intendeva trovare un equilibrio fra esigenze molto diverse fra di loro.
Nelle cose militari di Sardegna, il dare e l’avere per cinquant’anni si è fissato in tremendi squilibri. I poligoni militari dell’isola occupano 24mila ettari. In tutte le altre regioni messe insieme si raggranellano appena 16mila ettari. Qui si concentra dunque il 60% dei poligoni della nazione. La percentuale degli ordigni esplosi nelle esercitazioni sale all’80%, senza contare le esercitazioni di forze armate straniere non comprese in questo computo.
Durante le riunioni e le missioni sul campo del CoMiPa ho visto da vicino la mole sproporzionata del carico di attività e presenze militari. L’impatto economico e ambientale è enorme: aree a perdita d’occhio off limits, rischi ambientali con sparuti controlli, superfici sottratte ad attività economiche connaturali a quei territori, popolazioni non coinvolte, accordi mai rispettati, altri accordi ancora segreti.
Un dato su tutti mi colpisce. Durante il dopoguerra, mentre tutti i comuni costieri sardi tendevano a raddoppiare la popolazione, il comune di Teulada la vedeva dimezzare, nonostante avesse alcune delle insenature più belle del Mediterraneo e una pianura nota come il Giardino, settemila fertilissimi ettari di paradiso agrario oggi ridotti a una landa devastata dai cingoli. I terreni furono espropriati e in molti casi ottenuti anche con l’inganno, quando ai contadini fu promesso – intanto che venivano caricati sui camion - che sui loro fondi sarebbe stata fatta la riforma agraria. Piccola pesca, un film di Enrico Pitzianti, racconta bene quel che rimane di questa piccola deportazione sconosciuta.


Ho avuto però il privilegio di assistere ad alcuni importanti cambiamenti. Nulla è più come prima, non ci sono precedenti altrettanto forti: esistono nuovi accordi, con molti beni restituiti al demanio civile e la base di La Maddalena smantellata e in via di riconversione. Qualcosa di più di un piccolo passo, sebbene i poligoni di Teulada, Quirra e Capo Frasca non siano stati ancora ridimensionati.


Perfino gli avversari del presidente della Regione Renato Soru riconoscono che su questo tema ha esercitato una spinta che prima del suo ufficio non c’era. Tanto è vero che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancorché non entusiasta, si trova a in mezzo al ballo della riconversione e balla anche lui, in vista del G8 del 2009 previsto nell’arcipelago maddalenino. Allo stesso modo anche il sindaco di centro-destra di Cagliari si avvantaggia nel gestire l’arrivo di una manna immobiliare che ora ritorna civile. Per non parlare dei miei colleghi di centro-destra nel CoMiPa, che si son trovati senza patemi a votare con me contro il governo, a volte quello di Berlusconi, a volte di Prodi, mentre rinvenivano ferme sponde nell’istituzione regionale nel corso della battaglia procedurale per la riduzione delle servitù militari.

Oggi c’è insomma una Regione che non si distrae, non lascia cadere, non si fa sostituire l’agenda, e dice ad esempio che quando un ministro mette una firma in calce a un testo, quelle parole non devono essere mai dimenticate. Le firme dei ministri di venticinque anni fa promettevano un riequilibrio “a breve termine”. Tutto venne sottoscritto nonostante i blocchi militari, l’URSS, l’equilibrio del terrore, cose che non ci sono più da ormai tanto tempo. Quanto accidenti doveva durare un “breve termine”? Un mio caro amico americano mi corregge, quando mi congedo dicendogli “ci vediamo i prossimi giorni”, perché questa frase – mi dice puntigliosamente - è un “nonsense”, visto che non fissa un’ora e una data.

In questi ultimi quattro anni sono state stabilite date, percorsi, tempi, per non rassegnarci agli accordi “nonsense”, che restano tali se non li rivendichiamo con forza.
La Sardegna aveva ceduto troppe superfici e troppe stagioni all’uso militare, senza proporzione e senza equità rispetto al resto del Paese. Quando la Germania fu riunificata, ottenne un programma comunitario per la riconversione economica e sociale delle aree dipendenti dalle produzioni e dalle presenze militari. Qualcosa di simile serve anche in Sardegna. L’economia dell’isola può convivere con una significativa presenza militare. È una realtà corposa e radicata, anche solo per il grande numero di persone che vi lavorano. Riconversione vuol dire però cambiare nella quantità e nella qualità della presenza militare. Nella quantità, chiedendo esercitazioni più corte, molti terreni più liberi, molti specchi d’acqua più disponibili. Nella qualità, legando le competenze riutilizzabili in ambito civile provenienti dal mondo militare alla qualità economica e tecnologica della Sardegna. La presenza militare sarebbe percepita con una diversa armonia fra dare e avere.

Il fatto che si sia smantellata la base statunitense di La Maddalena, che fungeva da punto di appoggio per i sommergibili nucleari, non deve far pensare che sia stato un fatto scontato, anzi. Nel 2005 circolavano ancora dei piani dettagliati che descrivevano addirittura un suo imminente ampliamento. La base sarebbe diventata così molto più grande, in larghezza e in profondità, rispetto ai tempi della Guerra Fredda. Dopo la fine dell’URSS sembrava più facile chiudere qualche base e allontanarci dall’Apocalisse nucleare. Viceversa sembrava che andassimo verso una maggiore militarizzazione. Perché accadeva tutto questo? Osservando gli avvenimenti eravamo preoccupati. Vedevamo prendere corpo la preparazione a qualcosa di smisurato e terribile nella scacchiera eurasiatica, una grande guerra. Ancora oggi vediamo troppi movimenti verso quella direzione. Le basi USA nel Vicino e Medio oriente sono cresciute anno per anno, la pressione sulla Russia è aumentata sempre di più, sin dentro il cuore dell’Asia, fino a un passo dal gigante risvegliato, la Cina, a sua volta avvisata che la pressione crescerà anche per essa. Per contro Russia e Cina danno segno di rispondere con un impressionante aumento delle spese militari e il rafforzamento della loro integrazione militare nella Shanghai Cooperation Organization.

Il fatto però è che il dio della guerra si vede scavare molta terra sotto i piedi dal dio del deficit.
Gestire un impero costa.

A La Maddalena si puntava a raddoppiare. Ma i conti impietosi forse hanno spinto a lasciare, per concentrarsi su altri dispendiosi obiettivi da nuova Guerra Fredda, come i sistemi anti-missile da piazzare in Polonia. Anche lì però non è gratis. Il primo ministro polacco Donald Tusk chiede che gli Stati Uniti «forniscano miliardi di dollari di investimenti USA per aggiornare la difesa aerea polacca in cambio dell’ospitare 10 missili intercettori a due stadi» (Reuters, 4 luglio 2008).
Il commentatore conservatore statunitense Pat Buchanan ironizza:
«Perché non dire al presidente Tusk che se vuole un sistema di difesa aerea se lo può comprare? Che noi americani non vogliamo più pagare la Polonia per avere il privilegio di difendere la Polonia? Che la trattativa sui missili anti-missile si chiude qui?»

Ancora una volta: gli equilibri si contrattano, con dignità e senza arrendevolezze, e i risultati si possono ottenere. Per questo insisteremo ancora, affinché non si abbandoni la partita mirante a chiudere il poligono di Capo Teulada. Così come non può essere accettata la recente imposizione di «una striscia tattica polifunzionale» (in pratica un aeroporto per voli senza pilota UAV) nel poligono interforze del Salto di Quirra. Anche qui forse dovremo sperare nel deficit: la stretta finanziaria sta strozzando perfino la routine della polizia (e questo è un segnale preoccupante di tenuta del sistema), ma si estende in altri ambiti, portando a lesinare sulla benzina, figuriamoci sui missili e gli UAV.

Riconvertire è necessario, per non farci travolgere dall’oscillazione dei governi fra le velleità belliche e l’inclemenza del disavanzo, mentre un’idea di come il territorio potrebbe meglio vivere ce l’abbiamo.