di Pino Cabras - da Megachip 
Il corpo insaziabile di Silvio Berlusconi si muove tanto, in questi giorni. Si sposta fra i palazzi romani, dove ha usato un altro corpo, quello estenuato della povera Eluana Englaro, per scassinare l’equilibrio dei poteri. E fa spola fra Roma e la Sardegna, dove affronta una delle più strane campagne elettorali mai viste in Italia. La navetta di Arcore ha come strascico tutto il governo, in mobilitazione permanente sul caso Englaro e sul caso Sardegna. Ovunque si muove anche una dispendiosa nuvola di aerei di stato e di auto blu.
Mentre Obama, a ragione, dice di non dormire la notte pensando all’economia, ora che la Grande Crisi lievita, laddove Sarkozy presta una parte della sua leadership alla guida dell’Europa, qua invece il capo del governo invade tutto, sia lo spazio del dolore privato sia l’isola lontana. Sembrano temi distanti fra di loro, e sicuramente diversi dalle cose di cui si occupano gli altri governi nazionali. Eppure ingombrano quasi tutta l’agenda del dominus della politica italiana. Perché lo fa?
Nessuna redenzione istituzionale si posa sull’azione di Silvio Berlusconi. Lo potevamo sapere sin dall’inizio della sua presa sul sistema politico, decenni fa. Dovranno saperlo definitivamente anche gli autorevoli illusi che speravano che Berlusconi, dopo la sonante vittoria alle elezioni politiche del 2008, avrebbe infine vestito i panni dello statista, normalizzandosi. Impossibile.
Si è sempre comportato così, nel solco del vecchio “sovversivismo dall’alto” che ha condizionato senza sosta la vita italiana. Ma in questi giorni si affaccia alla soglia di un salto di regime più impellente. Gli interlocutori di Berlusconi sottovalutano regolarmente la sua totale spregiudicatezza. Ora è il momento in cui una sottovalutazione ulteriore ci precipiterebbe in una nuova era politica. Non certo piacevole, non certo democratica.
Il «golpe Eluana» e la Costituzione in bilico
Un tema eticamente controverso – una donna in stato vegetativo persistente da 17 anni, alla cui famiglia la Corte di Cassazione ha consentito di interrompere l'alimentazione e le cure forzate fino all’epilogo che conosciamo – è stato trasformato da Berlusconi in un grimaldello istituzionale per forzare gli esiti di una partita decisiva, quella della sovranità.
È la stessa partita su cui si gioca la sorte di qualsiasi Costituzione.
Carl Schmitt, il più eminente teorico del diritto del Terzo Reich, affermava che «la sovranità significa capacità di dichiarare uno stato d’eccezione». L’organo in grado di emanarlo è l’organo sovrano per eccellenza. La demarcazione della sovranità è tutelata dalla rigidità delle norme che presiedono alla revisione della carta costituzionale. Se un potere dello Stato conquista la legittimazione a decidere come normare l’eccezione che esso stesso proclama, la forza di quel potere può dilagare snaturando tutte le altre norme e schiacciando tutti i bilanciamenti. Il regime hitleriano fu il cuculo che crebbe nel nido della vigente Costituzione di Weimar, resa flessibile dall’articolo 48 sullo stato di emergenza. Nemmeno il regime mussoliniano ebbe necessità di abolire lo Statuto Albertino né emanò leggi che esplicitamente avessero come scopo di emendarlo, ma lo compromise infrangendolo senza modificarlo o abrogarlo. Se una Costituzione è flessibile, oppure se è rigida come una diga ma si crea lo stesso il buco da dove passa tutto il fiume, allora si apre uno spazio pericolosissimo per far dilagare chi domina il dispositivo dello “stato d’eccezione”.
Gustavo Zagrebelsky ha sottolineato qualche mese fa che l’Italia vive «un’esperienza costituzionale in divenire e dall’esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l’ha preceduta.»
E ha aggiunto: «La Costituzione del ‘48 non è abolita e, perciò, accredita l’impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l’esito. Forze potenti sono all’opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico.» Le implicazioni sono enormi. Non si percepisce una legittimità costituzionale accettata da tutti, mentre si confrontano interpretazioni opposte. Quando lo spirito pubblico si divarica, e non c’è un principio di vita pubblica che sia un patrimonio comune, è il momento della “costituzione in bilico”, Non si può stare per sempre in questa incertezza. Sarà una concezione o l’altra a prevalere.
Zagrebelsky osserva: «È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia.» Significa anche che si moltiplicano i pretesti utilizzabili per dare spallate istituzionali sempre più energiche, e il conflitto non sarà più latente.
Il dramma è che c’è una larga fetta dei facitori di opinioni, degli intellettuali e delle personalità politiche che non vuole vedere, e scambia« per accidentali deviazioni» quei segni «di un mutamento di rotta». La costante e stupida sottovalutazione del sovversivismo dall’alto porta a considerare sopportabili certe piccole modificazioni credute come illegalità provvisorie, mentre quelle precorrono e preparano una diversa e sempre più compatta legittimità. «Così, si resta inerti», avverte Zagrebelsky, e prevede che l’accumulo progressivo «di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi.»
Nel 2006 Berlusconi perse il referendum confermativo sulle modifiche alla Costituzione. Nonostante l’ignavia di buona parte del centrosinistra e un certo silenzio mediatico, la maggioranza dei cittadini votò lo stesso, e respinse gli stravolgimenti con una valanga di voti. C’era una coscienza costituzionale ancora forte in sé. Si deve ripartire da lì.
Le pulsioni piduiste però passano ancora per il corpo di Berlusconi, che ha abbastanza meno anni di Napolitano per voler proiettare un qualche suo futuro sul Quirinale e incarnare da lì il corpo della Terza Repubblica eversiva.
Soffocare Soru.
Anche il presidente uscente della Regione Sardegna, Renato Soru, 51 anni, fondatore di Tiscali, di nuovo candidato in vista delle elezioni di metà febbraio, proprio non si capacita del corpo indelicato del vecchio Silvio: «ho un senso di pena per quest’uomo di 73 anni, ormai alle soglie della vecchiaia. Ci si aspetta che una persona a quell’età migliori, che diventi più matura e più saggia. E magari si spera nella 'grazia di Stato', che la renda più adeguata al ruolo che ricopre. Purtroppo con Berlusconi tutto questo non è successo. Nemmeno in vecchiaia, nemmeno come presidente del Consiglio, quest’uomo riesce a essere serio. Lui vuole prevaricare su tutto e su tutti. Perciò mi ricorda Caligola.»
È talmente presente nella campagna elettorale sarda, il novello Caligola, che nei simboli elettorali c’è il suo nome e non quello del candidato ufficiale Ugo Cappellacci, il suo aggraziato cavallo di razza da lui pescato in seno alla “borghesia compradora” cagliaritana.
Sotto i tabelloni dei palchi dominati dalla scritta Berlusconi Presidente, al presunto front-runner Cappellacci sono concessi discorsi di pochi minuti, mentre il Cavaliere comizia dovunque in modo fluviale, di solito con postura da patronaggio: braccio sulla spalla del bravo ragazzo, discorsi interminabili e barzellette grossier.
A suo modo anche Cappellacci fa conto sul corpo. Lo slogan guida della sua campagna è infatti «la Sardegna torna a sorridere». Sembrerebbe uno slogan come tanti. E invece no. È anche un riferimento alla corporeità di Soru, che viceversa sorride di rado, non ammicca mai, non fa il simpatico, e ha una complessione lunga e scostante, che certo lo sottrae a qualche affetto popolare, ma gli conferisce anche un ascendente particolare.
Arrigo Levi nel 1976 quando spiegava ai lettori di «Newsweek» perché il PCI stava per avere un notevole risultato elettorale coniò un riferimento allo stile della leadership di Enrico Berlinguer: «Sardinian uncharismatic charisma». Un carisma non carismatico che attinge a certi tratti caratteriali scabri e sobri di molti sardi.
Credo che il concetto sia risultato incomprensibile agli americani già allora.
Berlusconi vuole prendersi il sicuro con ogni mezzo affinché nulla di quel tipo di carisma si salvi agli occhi del popolo sardo di oggi.
E domani, a quelli del popolo italiano tutto.
Perché Soru, in questi anni, ha dimostrato la scorza del leader che può impensierire su una scala molto maggiore di quella su cui si è misurato finora. Uno di quei leader che raggiungono gli obiettivi anche con una forte dose di autoritarismo, con cocciutaggine, diffidenza, solitudine, forzature. Leader perché riorganizza interessi vasti e ne sacrifica altri a muso duro, con inevitabili errori, ma anche con una capacità di creare fatti nuovi. Ha risanato i conti di una Regione indebitata e pletorica riducendo del 40% i suoi costi, e nel farlo non ha usato nessun gradualismo. Ha segato carriere, rendite, organizzazioni, ha inciso su interessi concreti e personali di migliaia di persone. Nel contempo ha liberato risorse ingenti per investimenti infrastrutturali e per far studiare all’estero migliaia di giovani. Ha contrastato il saccheggio delle coste frustrando anche lì forti interessi. Ha affrontato di petto l’abnorme presenza militare nell’isola ed è riuscito a concordare la chiusura della base USA di La Maddalena, dove quest’anno si svolgerà il G8.
Il modo in cui tutto questo è avvenuto – con lacerazioni reali, strappi repentini, carenza di mediazioni - è al centro delle dispute politiche, tanto forti da aver spaccato anche il Partito democratico. Ma il punto su cui voglio attirare l’attenzione è che al di là delle dispute e delle opposizioni forti che ha suscitato, nessuno può dire che Soru sia uno che galleggi o tiri a campare.
Rispetto ai tempi delle società opulente, la Grande Crisi che incombe seleziona con meno indulgenza i leader. Emergeranno quelli che di fronte a un ostacolo hanno l’approccio dello tsunami. Non è affatto detto che uno come Soru risolva problemi di una tale portata “strutturale”, ma di certo nella sua durezza ha uno dei profili più adatti per la selezione darwiniana della leadership. Come nella boxe, mi sembra di sentire la fatidica frase “fuori i secondi!”.
Allora si capisce la missione berlusconiana. Con la Costituzione in bilico pronta a pencolare da una parte o dall’altra, il fronte della leadership diventa decisivo. L’attempato piduista percepisce Soru come un chiaro pericolo per il passaggio di fase. Non è organico ai vecchi schemi di Gelli. Non è il solito cacicco locale del centrosinistra che intermedia le risorse con una classe dirigente nazionale e aspira alla promozione nella serie A della politica, pronto a stare in posizione subalterna rispetto al padrone del campionato, anche se in apparente opposizione.
No, questo personaggio è di un’altra pasta.
È un politico che gioca già su scala europea, ha rapporti solidi con la prima cerchia del capitalismo mondiale, è ambiziosissimo e ha sempre guidato come se la macchina non avesse la retromarcia.
Soffocare il leader nella culla, questo il disegno che sembra sottostare all’impressionante dispiego di mezzi. Per capirci: sulle elezioni che riguardano l’amministrazione di un milione e mezzo di persone il governo sta mobilitando uno sforzo normalmente usato per le elezioni politiche nazionali di un paese di sessanta milioni di abitanti. Non si era mai visto. Le televisioni locali sono invase da interviste e discorsi di Berlusconi. Videolina e «L’Unione Sarda», rispettivamente tv e quotidiano posseduti dall’immobiliarista Sergio Zuncheddu (azionista de «Il Foglio» assieme alla moglie del presidente del Consiglio) per tutta la legislatura non hanno intervistato Soru una volta che fosse una. L’Unione Sarda evitava di pubblicare le sue foto, anche quando c’erano notizie importanti. Ma oggi c’è una novità. Per queste elezioni regionali Berlusconi ha straripato nei tg e nelle trasmissioni di infontainment delle sue reti nazionali. Intere edizioni assorbite da invettive contro Soru. Quasi un quarto d’ora a Studio Aperto, solo per fare un esempio. E decine e decine di comizi, incontri, gag, promesse mirabolanti, ministri in gran spolvero ripresi come prima notizia su scala nazionale, una sera dopo l’altra. Ha perfino disertato Palazzo Chigi per precipitarsi alla prefettura di Cagliari in una riunione con i sindacati di un’industria sarda in crisi, l’Eurallumina del magnate russo Deripaska. Il corpo insaziabile di Silvio era tutto offerto alle apprensioni dei lavoratori, mentre ostentava le sue telefonate trafelate all’«amicoputin». Risultato: mezza giornata lontano da Roma per riferire ai lavoratori un «vi faremo sapere» di Putin. Generico, ma spendibile in mancanza di meglio nella scompostezza di questa campagna elettorale. Anche Soru ha parlato di «emergenza informazione».
Accade quindi che ogni passaggio critico della crisi della Repubblica, ora collocata nella Grande Crisi mondiale, diventi un “Caso Berlusconi”. La monnezza campana, il caso Englaro, le convulsioni di una classe dirigente predatrice che si vuole sottrarre al vaglio dei magistrati, la voragine di Alitalia, le elezioni sarde. Tutto passa per il suo corpo fisico e per i trucchi del moltiplicatore mediatico del suo corpo insaziabile.
Saranno settimane decisive per le sorti della democrazia italiana. Per una volta, il risultato elettorale sardo darà una prima misura degli anticorpi disponibili contro la Terza Repubblica. E le misure successive seguiranno in una successione rapidissima. Guai a distrarsi.
VIDEO DI PANDORA DAL TERRITORIO:
L'oligopolio mediatico in Sardegna
di Eleonora Cipollina, dur. 42' 33'
Fonte: PANDORA TV
Questo video racconta la diseguale distribuzione delle risorse nel mercato dei media in Sardegna e la conseguente difficoltà per i cittadini dell'isola di esercitare il proprio diritto al pluralismo informativo. In periodo pre-elettorale la disinformazione diventa manipolazione.
LETTERA APERTA A RENATO SORU
di Byoblu
Leggere anche:
Philippe Ridet, Renato Soru, l'anti-Silvio Berlusconi, «Le Monde», 12 febbraio 2009.
Traduzione di Alessandro Mongili [QUI].
Articolo originale: [QUI]
10 febbraio 2009
Il corpo insaziabile della Terza Repubblica
29 luglio 2008
Sardegna, terra di War Games. Ipotesi di riconversione
di Pino Cabras
Fonte dell'immagine: Sardegna DigitalLibrary
Il CoMiPa un punto di osservazione davvero propizio per capire il rapporto fra attività militari e territorio, più che in altre parti d’Italia, più che in altri territori anche di altri paesi.
Parlo del Comitato Misto Paritetico sulle Servitù Militari (CoMiPa) della Sardegna, del quale faccio parte dal 2005.
In ogni regione è presente un Comitato misto paritetico che ha il compito di esaminare i programmi delle installazioni militari per conciliarli con i piani di assetto territoriale della Regione. La legge 898/1976 che istituiva i CoMiPa - composti alla pari da sette rappresentanti dello Stato e sette della Regione - intendeva trovare un equilibrio fra esigenze molto diverse fra di loro.
Nelle cose militari di Sardegna, il dare e l’avere per cinquant’anni si è fissato in tremendi squilibri. I poligoni militari dell’isola occupano 24mila ettari. In tutte le altre regioni messe insieme si raggranellano appena 16mila ettari. Qui si concentra dunque il 60% dei poligoni della nazione. La percentuale degli ordigni esplosi nelle esercitazioni sale all’80%, senza contare le esercitazioni di forze armate straniere non comprese in questo computo.
Durante le riunioni e le missioni sul campo del CoMiPa ho visto da vicino la mole sproporzionata del carico di attività e presenze militari. L’impatto economico e ambientale è enorme: aree a perdita d’occhio off limits, rischi ambientali con sparuti controlli, superfici sottratte ad attività economiche connaturali a quei territori, popolazioni non coinvolte, accordi mai rispettati, altri accordi ancora segreti.
Un dato su tutti mi colpisce. Durante il dopoguerra, mentre tutti i comuni costieri sardi tendevano a raddoppiare la popolazione, il comune di Teulada la vedeva dimezzare, nonostante avesse alcune delle insenature più belle del Mediterraneo e una pianura nota come il Giardino, settemila fertilissimi ettari di paradiso agrario oggi ridotti a una landa devastata dai cingoli. I terreni furono espropriati e in molti casi ottenuti anche con l’inganno, quando ai contadini fu promesso – intanto che venivano caricati sui camion - che sui loro fondi sarebbe stata fatta la riforma agraria. Piccola pesca, un film di Enrico Pitzianti, racconta bene quel che rimane di questa piccola deportazione sconosciuta.
Ho avuto però il privilegio di assistere ad alcuni importanti cambiamenti. Nulla è più come prima, non ci sono precedenti altrettanto forti: esistono nuovi accordi, con molti beni restituiti al demanio civile e la base di La Maddalena smantellata e in via di riconversione. Qualcosa di più di un piccolo passo, sebbene i poligoni di Teulada, Quirra e Capo Frasca non siano stati ancora ridimensionati.

Perfino gli avversari del presidente della Regione Renato Soru riconoscono che su questo tema ha esercitato una spinta che prima del suo ufficio non c’era. Tanto è vero che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancorché non entusiasta, si trova a in mezzo al ballo della riconversione e balla anche lui, in vista del G8 del 2009 previsto nell’arcipelago maddalenino. Allo stesso modo anche il sindaco di centro-destra di Cagliari si avvantaggia nel gestire l’arrivo di una manna immobiliare che ora ritorna civile. Per non parlare dei miei colleghi di centro-destra nel CoMiPa, che si son trovati senza patemi a votare con me contro il governo, a volte quello di Berlusconi, a volte di Prodi, mentre rinvenivano ferme sponde nell’istituzione regionale nel corso della battaglia procedurale per la riduzione delle servitù militari.
Oggi c’è insomma una Regione che non si distrae, non lascia cadere, non si fa sostituire l’agenda, e dice ad esempio che quando un ministro mette una firma in calce a un testo, quelle parole non devono essere mai dimenticate. Le firme dei ministri di venticinque anni fa promettevano un riequilibrio “a breve termine”. Tutto venne sottoscritto nonostante i blocchi militari, l’URSS, l’equilibrio del terrore, cose che non ci sono più da ormai tanto tempo. Quanto accidenti doveva durare un “breve termine”? Un mio caro amico americano mi corregge, quando mi congedo dicendogli “ci vediamo i prossimi giorni”, perché questa frase – mi dice puntigliosamente - è un “nonsense”, visto che non fissa un’ora e una data.
In questi ultimi quattro anni sono state stabilite date, percorsi, tempi, per non rassegnarci agli accordi “nonsense”, che restano tali se non li rivendichiamo con forza.
La Sardegna aveva ceduto troppe superfici e troppe stagioni all’uso militare, senza proporzione e senza equità rispetto al resto del Paese. Quando la Germania fu riunificata, ottenne un programma comunitario per la riconversione economica e sociale delle aree dipendenti dalle produzioni e dalle presenze militari. Qualcosa di simile serve anche in Sardegna. L’economia dell’isola può convivere con una significativa presenza militare. È una realtà corposa e radicata, anche solo per il grande numero di persone che vi lavorano. Riconversione vuol dire però cambiare nella quantità e nella qualità della presenza militare. Nella quantità, chiedendo esercitazioni più corte, molti terreni più liberi, molti specchi d’acqua più disponibili. Nella qualità, legando le competenze riutilizzabili in ambito civile provenienti dal mondo militare alla qualità economica e tecnologica della Sardegna. La presenza militare sarebbe percepita con una diversa armonia fra dare e avere.
Il fatto che si sia smantellata la base statunitense di La Maddalena, che fungeva da punto di appoggio per i sommergibili nucleari, non deve far pensare che sia stato un fatto scontato, anzi. Nel 2005 circolavano ancora dei piani dettagliati che descrivevano addirittura un suo imminente ampliamento. La base sarebbe diventata così molto più grande, in larghezza e in profondità, rispetto ai tempi della Guerra Fredda. Dopo la fine dell’URSS sembrava più facile chiudere qualche base e allontanarci dall’Apocalisse nucleare. Viceversa sembrava che andassimo verso una maggiore militarizzazione. Perché accadeva tutto questo? Osservando gli avvenimenti eravamo preoccupati. Vedevamo prendere corpo la preparazione a qualcosa di smisurato e terribile nella scacchiera eurasiatica, una grande guerra. Ancora oggi vediamo troppi movimenti verso quella direzione. Le basi USA nel Vicino e Medio oriente sono cresciute anno per anno, la pressione sulla Russia è aumentata sempre di più, sin dentro il cuore dell’Asia, fino a un passo dal gigante risvegliato, la Cina, a sua volta avvisata che la pressione crescerà anche per essa. Per contro Russia e Cina danno segno di rispondere con un impressionante aumento delle spese militari e il rafforzamento della loro integrazione militare nella Shanghai Cooperation Organization.
Il fatto però è che il dio della guerra si vede scavare molta terra sotto i piedi dal dio del deficit.
Gestire un impero costa.
A La Maddalena si puntava a raddoppiare. Ma i conti impietosi forse hanno spinto a lasciare, per concentrarsi su altri dispendiosi obiettivi da nuova Guerra Fredda, come i sistemi anti-missile da piazzare in Polonia. Anche lì però non è gratis. Il primo ministro polacco Donald Tusk chiede che gli Stati Uniti «forniscano miliardi di dollari di investimenti USA per aggiornare la difesa aerea polacca in cambio dell’ospitare 10 missili intercettori a due stadi» (Reuters, 4 luglio 2008).
Il commentatore conservatore statunitense Pat Buchanan ironizza:
«Perché non dire al presidente Tusk che se vuole un sistema di difesa aerea se lo può comprare? Che noi americani non vogliamo più pagare la Polonia per avere il privilegio di difendere la Polonia? Che la trattativa sui missili anti-missile si chiude qui?»
Ancora una volta: gli equilibri si contrattano, con dignità e senza arrendevolezze, e i risultati si possono ottenere. Per questo insisteremo ancora, affinché non si abbandoni la partita mirante a chiudere il poligono di Capo Teulada. Così come non può essere accettata la recente imposizione di «una striscia tattica polifunzionale» (in pratica un aeroporto per voli senza pilota UAV) nel poligono interforze del Salto di Quirra. Anche qui forse dovremo sperare nel deficit: la stretta finanziaria sta strozzando perfino la routine della polizia (e questo è un segnale preoccupante di tenuta del sistema), ma si estende in altri ambiti, portando a lesinare sulla benzina, figuriamoci sui missili e gli UAV.
Riconvertire è necessario, per non farci travolgere dall’oscillazione dei governi fra le velleità belliche e l’inclemenza del disavanzo, mentre un’idea di come il territorio potrebbe meglio vivere ce l’abbiamo.



