Visualizzazione post con etichetta Di Pietro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Di Pietro. Mostra tutti i post

28 febbraio 2010

Partenze viola

di Pino Cabras - Megachip.


ROMA - Osservo il popolo viola arrivare alla spicciolata dalle vie che confluiscono su Piazza del Popolo, in una giornata tiepida. Volgo poi gli occhi verso i piani più alti dei palazzi, per immaginare come possa apparire il flusso da lassù. Chissà se fra gli attici che si affacciano su queste vie c'è anche qualcuno dei tanti lussuosi rifugi di Gennaro Mokbel, il più recente nome, prima sconosciuto, dell'eterna capitale corrotta, dell'eterna nazione infetta.

Due mondi lontanissimi, quegli attici e questa piazza, eppure compresenti dentro la grande pancia dell'Urbe, che digerisce tutto, come sempre: sia le mille manifestazioni sia il potere sempre più smodato e senza contrappesi di un ceto affaristico-politico criminale fra i più avidi del pianeta. Senza referenti politici forti le une, e senza progetto l'altro, se non quello di arraffare. Su tutto veglia – si fa per dire – la Procura romana.
Il bersaglio dei viola è sempre il dominus del gioco politico, Silvio B., il più intoccabile degli arraffatori. Per l'annunciato crepuscolo dell'avventura berlusconiana, anche questa manifestazione popolare riesce a mandare un segnale che si aggiunge a tanti altri segnali di declino, e quindi va bene.
Eppure va detto: non si tratta di un segnale forte. Gli organizzatori hanno alluso a 50mila partecipanti, qualcuno si è spinto a un mirabolante 200mila. Ma a ben guardare i vuoti della piazza, non c'erano più di 15mila persone. Le recenti giravolte di Antonio Di Pietro – che in Campania appoggia un candidato rinviato a giudizio - avevano già sgomentato in primo luogo gli intellettuali vicini al partito dell'Italia dei Valori, ma sicuramente un contraccolpo c'è stato su tutto il movimento viola. Un movimento orgogliosamente capace, sì, di pagarsi i costi della manifestazione, ma davvero attaccato a sponde politiche troppo deboli, friabili, inaffidabili. Non c'è una classe dirigente in grado di dare sbocco al fermento, e il fermento perciò si affievolisce.
Gianfranco Mascia, uno degli animatori delle iniziative viola, dal palco fa appello a impegnarsi «per passare dal Basta all'Ancora», ossia dalla protesta alla proposta. Ma quando Di Pietro ha già svalutato la piazza come un luogo «sterile», è difficile vedere da qualche parte un barlume di classe dirigente davvero alternativa.
La piazza sarebbe pure punteggiata dai gazebo delle flebili voci dell'opposizione che fu. Vedo la Federazione della sinistra Prc-Pdci. Vedo i Verdi. E Sinistra e Libertà. E le bandiere Idv. E quelle sparute del Pd. E poi i giornali che sempre sono stati presenti in questa piazza con altri colori e altre stagioni: vedo la gloriosa «Unità», «il manifesto» splendido quarantenne acciaccato, e il recente «Terra». Non manca «Liberazione». Maglioni viola, foulard e pantaloni viola sfiorano con un residuo rispetto gli striscioni che promuovono queste tribune sempre più marginali, ma sembra prevalere una più sostanziale indifferenza. Che si tramuta poi in un applauso molto critico, amaro e ironico quando l'attore Andrea Rivera, dal microfono, urla alcune spietate invettive contro quel che rimane della sinistra.
Dall'altro lato della piazza, impassibili, vedo i gruppi giovanili di tendenza Emo e le Gothic Lolitas, che proprio sulle scalinate della chiesa di Santa Maria in Montesanto hanno da tempo localizzato la loro nuvola di depressione, colorata di un altro viola lontano dalla politica. Altrettanto impassibili decine di poliziotti, lì a un passo. Emo e poliziotti, seppure così stridenti, vestono entrambi in uniforme, in fondo.
Proprio nel giorno della manifestazione il quotidiano francese «Le Monde» scrive che l'Italia è arrivata «all'anestesia totale, alla sonnolenza collettiva, alla narcosi», una passività da paese che non fa i conti con la sua eterna autobiografia, il fascismo.
Eppure sento l'applauso della piazza al breve discorso di Mario Monicelli, classe 1915, energico come un ragazzino: «Sono qui per dirvi non mollate, dovete tenere duro, spazzare via tutta la classe dirigente del Paese». È l'applauso di un sottile strato della società italiana. Prezioso ma sottile. È il famoso “ceto medio riflessivo”. Questo tutto sommato è in piazza: un piccolo sismografo che registra movimenti che il grosso della popolazione non avverte ancora, anche se lungo le linee di frattura della società si stanno accumulando energie e tensioni fortissime. Forse «Le Monde» legge questo silenzio come definitivo, mentre sembra solo preludere a un terremoto politico vasto.
La piazza viola è già pronta al giorno in cui il Caimano avrà il suo basta, salvo colpi di coda. Non è però ancora attrezzata per essere l'alternativa. Per cui dovrà studiare la politica e l'analisi della società italiana proiettandola ben oltre la stagione di Silvio B.


Pubblicato su Megachip: QUI.

7 luglio 2009

«Il Fatto». Fin dove arriverà l’agenda alternativa della comunicazione?



di Pino Cabras - da «Megachip»

Sta per nascere un nuovo quotidiano, «Il Fatto», e ha già un volume di abbonati potenziali che appare subito significativo perché sembra voler chiamare a raccolta quanto resta dei “ceti medi riflessivi” italiani.

La cosa merita un po’ di domande e alcune valutazioni. L’iniziativa sembra avere il pregio di poter durare. Come si risponde all’emergenza informativa del nostro paese dominato dall’impresario dello spettacolo che vive la sua fase più sguaiata e pericolosa? C’è un modello imprenditoriale in grado di reggere una nuova impresa nel mondo della comunicazione? Quali sono le sponde politiche?

Sono domande molto attuali, che ci poniamo in piena fase di pericolo per la libertà di parola.

Nel momento in cui sarebbe più necessario che mai poter raccontare una grande crisi, maggiore è invece la difficoltà di fare una buona narrazione e trovare gli strumenti. I media più importanti, nonostante quegli strumenti li abbiano, non li usano, essendo essi stessi troppo dentro le cause della crisi. In Italia, per giunta, questi media sono sotto schiaffo di Papi l’Insaziabile, che insiste ormai ogni giorno per indirizzare ‘pro domo sua’ le risorse pubblicitarie, che con la crisi si sono fatte sempre più scarse. Papi in sostanza che fa? Avverte gli imprenditori con tutta la sua “immoral suasion” affinché non osino finanziare i giornali scomodi. L’avvertimento è pronunciato ormai ogni volta che apre bocca in pubblico. Delimita l’area entro cui il mercato mediatico può funzionare. Per gli altri, fuori dal suo perimetro, pretende che la crisi dell’informazione, un fenomeno mondiale, li strazi più che altrove, perché a loro «bisogna chiudere la bocca».

berlusca-vignettaNegli ultimi due anni, proprio durante l’esordio della grande crisi, sono nate tante iniziative fuori da quel perimetro. C’è chi ha imitato maldestramente la già dimessa Current TV di Al Gore, ma in chiave di bollettino di partito. YouDem è uno specchio perfetto della crisi verticale del Partito Democratico. Non conta quasi nulla nemmeno la cugina dalemiana, Red TV. Sono nati nuovi quotidiani a sinistra, «Terra» e «L’Altro», mentre sono stati investiti da forti trasformazioni editoriali altri quotidiani esistenti, «l’Unità» e «Liberazione». Il loro peso nella società italiana, come la capacità di raccontarla, tendono all’irrilevanza, in ciò riflettendo la dissipazione della sinistra novecentesca in Italia: anche questa è una tendenza di cui le ultime elezioni europee hanno rivelato la portata internazionale.

Ci sono poi le esperienze della Rete. In questi ultimi anni Beppe Grillo ha rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking su temi politici, sociali e ambientali. Qualche volta l’«azienda Grillo» ha inciso sull’agenda della comunicazione, ma è difficile scalfire un modello di consumo comunicativo nel quale il 70% dei cittadini apprende tutto soltanto dalla TV. Daniele Luttazzi aveva liquidato i V-Day grillini come dei flash mob un po’ più articolati. Allo stesso modo dei flash mob, i raduni di Grillo rompevano la quotidianità, ma poi la quotidianità ritornava, e le urne del vasto blocco sociale berlusconiano si riempivano ugualmente di voti nei giorni delle elezioni. Grillo ha segnato tuttavia una tendenza, così che anche altri comunicatori hanno ricreato “modelli di business” sostenibili in cui al centro c’è internet, la grande ostetrica delle nicchie intellettuali. Anche questa è una tendenza che si manifesta su scala mondiale.

D’altronde i media non sono compartimenti stagni.
Beppe Grillo ha guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio televisivo, ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, lo ha riportato sul terreno di internet, dove ora fa ritornare anche un certo uso della grammatica delle immagini, che descriverei comunque come “televisive” in mancanza di migliori definizioni.

Si può richiamare un altro esempio di interazione fra media diversi. Marco Travaglio assieme a Elio Veltri aveva scritto un libro nel 2001, “L’odore dei soldi”, che rompeva tutti i tabù mediatici sulla biografia di Berlusconi. Un buon libro può influenzare i lettori, crescere e sedimentarsi anche quando questi lettori siano poche migliaia. Può perfino arrivare in TV. Successe anche a quel libro. Travaglio presentò il suo volume in televisione, e la rottura del tabù pervenne a milioni di persone. Il segmento di mercato librario raggiungibile dal più documentato cronista giudiziario italiano si moltiplicò fino ai suoi confini naturali potenziali, tanto che Travaglio in questo decennio è diventato una macchina mediatica in grado di sfornare decine di best-seller, al punto di dare forma a un “genere”, adoperato in varia misura anche da altri scrittori. Nascono nuove collane e perfino nuove case editrici fondate apposta da quelle più grosse per consentire più agilità ai direttori editoriali nello sfruttamento del filone. Sebbene i punti più delicati delle inchieste di Travaglio non passino se non occasionalmente in televisione, la TV è comunque una piattaforma di lancio non secondaria per l’indotto, assieme ai DVD, ai blog e, recentemente, al teatro. Adesso dunque entra in gioco anche un quotidiano.

L’idea che la televisione sia ancora il formato dominante nella comunicazione è stata invece alla base di Pandora TV, il progetto promosso a partire da un appello di noti intellettuali, giornalisti, personalità dello spettacolo, che ha visto anche Megachip spendersi in prima fila nella promozione. Come oggi spiegano i promotori nel documento in cui rilanciano il progetto, le sottoscrizioni materiali sono state finora nettamente inferiori alle attese e al numero dei firmatari. Sebbene sia «stata costruita un’agenda televisiva insolita, che ti dà l’idea di come potrebbe essere potente una TV con più mezzi, che intenda diffondere quel che qualcuno non vuole che tu sappia», si è scontato un problema più esteso, che riguarda Pandora come altre esperienze: «la profonda crisi culturale e democratica del paese, la spaccatura a sinistra tra intellettuali ormai incapaci di trovare un linguaggio comune e comuni obiettivi, un pubblico sempre più annichilito dall’agonia dell’informazione», senza tralasciare il peso della crisi economica, non certo un buon viatico per investire a fondo perduto in un bene pur essenziale come la comunicazione. Oggi stiamo tentando di riproporre il progetto, perché l’emergenza è ancora più forte di prima. Scontiamo tutta la grande difficoltà del compito, ma il terreno televisivo andrà presidiato in qualche modo.

Intanto, non trasmette ancora Europa 7, la TV generalista di Francesco Di Stefano bloccata per anni dal sistema politico italiano in barba alle leggi con accanimento bipartisan. L’ultima beffa del 2009 è stato concederle un sistema di frequenze che copre solo una minima parte del territorio nazionale. A queste condizioni, se Europa 7 partisse ora fallirebbe in sei mesi. Per la TV – medium ancora dominante – non ci sono di fatto spazi per grandi operazioni se non con disponibilità economiche immense su nuove piattaforme (Murdoch) o con operazioni “corsare” che osino informare e intrattenere rompendo gli schemi (Pandora se avesse risorse).

In questo quadro politico e mediatico nasce dunque l’iniziativa imprenditoriale denominata «Il Fatto Quotidiano», imperniata sulla diretta partecipazione nella compagine sociale di due giornalisti, Antonio Padellaro e Marco Travaglio, rispettivamente con il 22% e l’11% delle azioni, nonché di un soggetto editoriale forte, la casa editrice Chiarelettere (con il 22%), che appartiene interamente al terzo gruppo dell’editoria libraria italiana, le Messaggerie Italiane, un gruppo relativamente poco noto con questa denominazione, mentre sono molto conosciute le tante case editrici che controlla. Oltre a Chiarelettere, sono controllate infatti dalle Messaggerie anche Bompiani, Garzanti, Salani-Ponte alle Grazie, Longanesi, Vallardi, TEA, Guanda, e altre ancorae altre ancora, tra cui l'ultima acquisita, nel luglio 2009, la Bollati Boringhieri. Il fatturato consolidato del gruppo supera il mezzo miliardo di euro. Le copie stampate sono circa dieci milioni all’anno. L’utile registrato negli ultimi bilanci è sempre stato di poco inferiore ai sette milioni di euro. Del gruppo fa parte anche Internet Bookshop Italia (IBS), la più nota piattaforma italiana di vendita di libri on line. Si tratta dunque di un soggetto che, in base a questi e altri parametri, potrebbe ipoteticamente offrire ampie garanzie, fideiussioni e “collaterals” in grado di ridurre drasticamente il rischio d’impresa per una sua nuova iniziativa in fase di “start up”.

Nel quadro dell’operazione è stata lanciata anche una campagna di disponibilità ad abbonarsi al nuovo quotidiano, con 40mila aderenti finora persuasi dalla promessa che «non avrà padroni». È un segno di un possibile successo fra i lettori, anche se questo non dice nulla in merito alla sostenibilità del business una volta che si dovranno fare i conti con la pubblicità e i costi di distribuzione, le note dolentissime dell’attuale crisi dei quotidiani cartacei.

Un quotidiano costa e costerebbe ancora di più senza editori a reggerlo. Senza editori si hanno le mani libere e si rende conto solo ai propri sostenitori e lettori, ma si è troppo esposti ai rovesci. L’elenco dei quotidiani italiani falliti su queste premesse è lunghissimo. «Il Manifesto» è un’eccezione che sopravvive camminando sempre su un filo sottilissimo, pronto a spezzarsi.

L’operazione «Il Fatto», come abbiamo visto, è meno avventata di altre. L’editore industriale c’è.

E c’è anche l’identificazione di una missione politica ed editoriale che ha alcuni margini di espansione, una missione che vede convergere diversi soggetti.

La crisi del Partito Democratico ha concesso estese praterie elettorali all’Italia dei Valori, il partito fondato e dominato da Antonio Di Pietro. Un elettorato numeroso e smarrito osserva con avvilimento la triste parabola dei partiti che normalmente votava, e oscilla tra l’astensione e lo sguardo rivolto a progetti politici diversi (dal partito in cui detta legge Di Pietro fino a Beppe Grillo e alla spinta laica post-girotondina). Sul numero 4/2009 di «Micromega», Paolo Flores d’Arcais fa notare che tra le elezioni politiche del 2008 e quelle europee del 2009 il PD ha perso diecimila voti al giorno, mentre Italia dei Valori ne guadagnava quattromila al giorno. E la sinistra ha confermato l’incapacità di superare i quorum. Su vari candidati dipietristi è arrivato un robusto ‘endorsement’ da parte di testimonial un tempo restii a dare indicazioni di voto: ancora Grillo, ancora Travaglio. E poi il netto schierarsi di «Micromega» e altre riviste e movimenti.

Pura constatazione: si sta formando una galassia di “intellettuali organici” a un progetto, che trova sempre più stabili occasioni di convergenza e luoghi di interazione. La definizione gramsciana di “intellettuale organico”, dal punto di vista metodologico, parte dal fatto che ogni intellettuale è militante; legato in modo “organico” a un gruppo sociale, a una formazione sociale, e riproduce costantemente, perfino inconsciamente, un certo quadro di interessi; senza che questo si traduca necessariamente in una posizione partitica blindata. Un quotidiano che s’inserisse in questo contesto magari non sarebbe un “organo” di partito, ma sarebbe naturalmente “organico” a una proposta politica in divenire.

Per via delle dinamiche elettorali in corso, le liste dell’Italia dei Valori-Di Pietro sono diventate un campo gravitazionale in grado di ricomporre e attrarre con una certa forza quella parte di opposizione che intende consistere in sé e per sé e vuole difendere la Costituzione sotto scacco. Quella parte sa bene che Di Pietro sui contenuti – adottati con disinvoltura a tratti cinica - interviene con la prontezza di un vero “imprenditore del consenso”: realizza “affari politici” in tempi che un tipico esponente del PD non realizzerebbe mai, e lo fa in modi sostanziali e spregiudicati. Questa opposizione in fieri è talmente consapevole di alcuni difetti costitutivi dell’«azienda Di Pietro» che fa di tutto per enfatizzare le possibili correzioni promesse dal capo del partito.
Travaglio ha scritto ad esempio qualche riga di coinvolto e partecipe incoraggiamento nei confronti dei modesti segnali di cambiamento nello statuto del partito, finora corazzato in modo proprietario nelle mani del furbo Tonino.
Flores D’Arcais intervista Di Pietro con lo stesso tono partecipe, chiedendogli - già nello speranzoso titolo del dialogo su «MicroMega» - «cosa vuol fare l’IDV da grande?»

Di Pietro ha un disegno. Nell’aprire parzialmente la sua macchina politica alla galassia degli intellettuali, allarga la classe dirigente e punta a un raddoppio dei consensi. Cioè un partito del 16%. Il che forse corrisponde al numero di elettori che vedono al primo posto la questione della legalità sopra tutti gli altri temi. Di fronte all’afasia del PD è una prospettiva plausibile, tanto più verosimile quanto più il progetto si dimostri in grado di captare in modo più strutturato i famosi “ceti medi riflessivi”, per svariati motivi non più rappresentabili dal PD. Per una tale strutturazione la presenza nell’area di un giornale quotidiano – ancorché non finanziato dal partito - potrebbe essere un pezzo importante del mosaico.
I vari media hanno raggi d’azione diversi, imprimono effetti sulla realtà che non derivano solo dal numero di persone raggiunte direttamente, ma pure dall’influenza che possono esercitare su gruppi particolari, sulle élite, su strati di cittadini particolarmente attivi che a loro volta interagiscono con altri.

Al mosaico mancano alcuni pezzi.

Innanzitutto quale sarà il peso delle questioni internazionali, così centrali per capire le emergenze ambientali ed economiche di oggi? I quotidiani italiani su questo fronte non hanno informato bene, per usare un eufemismo. Quale sarà l’analisi degli scenari di guerra? Il foglio di Travaglio & C. saprà liberarsi dagli schemi dei dinosauri della Guerra Fredda su molte decisive questioni? Questo non lo sappiamo ancora, ed è un tema altrettanto fondamentale quanto quello della legalità interna.

Un altro pezzo del mosaico è la questione del pubblico di riferimento per l’informazione. Un quotidiano, quando le cose riescono bene, fa riflettere il caro vecchio “homo legens”. E magari gli dà strumenti per agire e contare, specie se si trova in posizioni in cui decide. Un articolo che lascia un buco informativo ai giornali che ignorano i fatti fa sempre rumore e li mette in una posizione scomoda. Tuttavia quel quotidiano da solo non raggiungerà il nuovo “homo videns”, che rappresenta la maggioranza dei cittadini. Posto che – per le ragioni prima accennate – aumentano le convergenze fra segmenti comunicativi diversi (quotidiani, rete, TV) rimane un incombenza per chi vuole rafforzare l’informazione libera: è quella di non smarrire l’importanza di un percorso per immagini e contenuti di tipo televisivo.

Un’ultima considerazione. Ho usato più volte in modo intercambiabile i termini informazione e comunicazione. In realtà la comunicazione è un fatto molto più ampio dell’informazione.
Si fa bene a essere sensibili al tema dell’informazione. Ma questa è una componente sottile di tutta la corrente dei messaggi, in cui prevalgono le concezioni del mondo date da intrattenimento e pubblicità. La grande manipolazione dei media ha certo come ingrediente di base l’inganno informativo nonché la scomparsa dei fatti e delle domande scomode, ma il grosso di essa si compie nel resto della comunicazione, ampiamente fruita dalla maggioranza dei cittadini.

Il nuovo quotidiano aprirà qualche finestra in più davanti alla coscienza democratica dell’Italia e perciò mi auguro che possa avere successo, intanto che però mi pongo il problema di fondo, ancora irrisolto: come aprire le porte e finestre più importanti, come varcare la soglia delle stanze in cui si decide la vera colonizzazione delle menti, per immagini ed emozioni.

18 febbraio 2009

Sardegna espugnata e prospettive europee

di Pino Cabras - da «Megachip»



CAGLIARI - Le elezioni sarde sono state vinte dalla coalizione raccolta intorno al simbolo che urlava “Berlusconi Presidente”. Quello sardo è un altro scudetto per lo specialista in campagne elettorali, affrontate ogni volta con risorse virtualmente illimitate in grado di saturare la sfera del dibattito pubblico con la forza soverchiante del suo apparato. Il centrosinistra ha perso, il Pd è sprofondato, e la china è quella che lo porterà giù fino alle europee, forse un capolinea.

soru-sardegnaIn questo contesto Renato Soru ha intercettato molti più voti del sistema dei partiti a lui legato. Mentre la somma dei partiti di centrosinistra veniva surclassata di 14 punti percentuali, il candidato alla presidenza ha portato in dote abbastanza voti da ridurre il distacco a 9 punti dall’avversario Ugo Cappellacci, troppi comunque.
Segno che - per questo centrosinistra in rotta - una personalità che indica temi forti riesce a migliorarne le sorti, ma certo non abbastanza da rovesciarle. Non basta, perché questo sistema di partiti rimasto a sinistra di Berlusconi ha consumato fino in fondo i suoi insediamenti sociali tradizionali, e perché il terreno della comunicazione è presidiato ferramente dal sistema di potere legato al Cavaliere insaziabile, che intanto ha sistemato un altro tassello per il passaggio alla sua Terza Repubblica.
L’emergenza democratica si acuisce.

Di fronte a sconfitte così nette le riflessioni sulle cause devono andare in più direzioni. Alcune portano lontano. Hanno pesato i limiti specifici dell’esperienza di governo di Soru. L’ex presidente della Regione Sardegna stava riorganizzando il sistema di comando secondo lo schema della “verticale del potere” che ha premiato Putin in Russia, Nazarbaev in Kazakhstan e Chavez in Venezuela. È un sistema che aumenta l’efficienza delle decisioni, ma funziona se c’è un ampio consenso di dimensioni plebiscitarie.
A Mosca, Astana e Caracas il lubrificante del consenso è dato dagli idrocarburi. In Sardegna non c’è petrolio.
L’unzione dei meccanismi plebiscitari è invece saldamente in mano a Silvio Berlusconi, con i suoi enormi giacimenti di comunicazione. Non è nemmeno una questione di una campagna elettorale alterata dalla sua schiacciante presenza informativa. La sua presa sulle menti non si riduce certo al minutaggio dei telegiornali.
Faccio l’esempio di una cosa a cui ho assistito personalmente. Quando lo sconosciuto cantante cagliaritano Marco Carta ha vinto l’edizione 2008 del talent show Amici di Maria De Filippi - ‘casualmente’ in prospettiva delle elezioni sarde - si scatenò un’isteria collettiva. L’arrivo di Carta all’aeroporto di Elmas fu accolto da migliaia di ragazzine e dalle loro mamme sgomitanti, che bivaccavano da ore per accaparrarsi il posto migliore, con accenni di rissa per qualche prevaricazione nella fila.
Pochi giorni dopo Mediaset organizzò in tutta fretta da Cagliari la trasmissione speciale in prima serata di un concerto di Carta, accompagnato da vari big della musica leggera italiana che consacravano l’iniziazione alla mediocrità di massa del ragazzo-che-emerge-in-tv. A parte i telespettatori, nella piazza del concerto c’erano oltre 70mila persone, molte delle quali piantonavano il loro cantuccio dalla notte prima. Non ho visto bivacchi altrettanto estesi per difendere la scuola sotto attacco. Per molti era il primo evento collettivo cui partecipavano. Una grande porzione delle nuove generazioni sarde veniva battezzata a un rito sociale Mediaset. In altri momenti e in altre forme accadeva lo stesso presso altre porzioni della società italiana. Bertinotti proprio in quei giorni consumava le sue ultime cartucce a Porta a Porta.

In Sardegna il centrodestra trionfante promette sviluppo e crescita. Parte di questa promessa si tradurrà in un tentativo di rilanciare in grande stile l’industria edile. Le rigide norme paesaggistiche imposte dal comando di Soru saranno sacrificate. Dato il contesto della Grande Crisi mondiale, il sacrificio non varrà la pena. Ammesso che la crescita sia ancora un obiettivo desiderabile, non c’è spazio per essa.
Lo sboom immobiliare della Spagna oggi ci racconta quanto siano illusori certi exploit.
E questo è ancora più evidente guardando al contesto italiano, in vista della “tempesta perfetta” che presto addenserà tutti gli effetti della depressione economica globale sulle debolezze strutturali del Bel Paese. Non c’è ormai dubbio che sarà questa destra a farsi carico del declino dell’Italia. Il paesaggio istituzionale, il sistema dei valori, il racconto che questo Paese farà di se stesso nei prossimi anni, tutto scaturirà dalle pulsioni contrastanti e contraddittorie tenute insieme dal titanismo berlusconiano, proprio nel momento in cui la dimensione della tempesta minaccerà la tenuta dell’insieme. Sarà una società più cattiva, direbbe Maroni.

Chi proporrà un’alternativa a tutto questo, in un momento così difficile? Ora che si avvicinano a grandi passi le elezioni europee, la domanda è un dito nella piaga.

floresHo letto l’appello di Paolo Flores d’Arcais per una “lista civica nazionale” da proporre alle europee. Il fondatore di «MicroMega» coglie nel segno quando denuncia l’enorme – praticamente irreversibile - crisi di rappresentatività del Pd e quando postula l’esistenza di un elettorato che invece sta cercando qualcos’altro. Potremmo dire lo stesso dal punto di vista dell’elettorato ancora spaesato dalla disfatta delle liste dell’Arcobaleno.
Un elettorato di opposizione che percepisca la concreta possibilità di consistere in sé e per sé e difenda la Costituzione sotto scacco: questa sarebbe la sfida, sostenuta da ampie e ragionevoli basi, per chi volesse far quagliare un movimento nuovo.
Solo che questa sfida ha bisogno di tempi e gradazioni che hanno gittate non facili da prevedere. Sicuramente il tempo che ci separa dalle elezioni europee è così poco da dover spingere a non sprecare energie nell’inane tentativo di ricomporre tutto il domino, ancora a soqquadro.
A mio modesto avviso c’è appena il tempo per scegliere pochissimi temi, purché ci sia un soprassalto di apertura e lealtà fra gli spezzoni di movimenti che vogliano intraprendere un progetto di respiro nazionale da portare avanti con una certa fermezza condivisa.

Le tessere fuori posto del domino sono davvero tante, troppe: spezzoni orgogliosi d’identità incapaci d’espandersi, intransigenze non portate a conciliarsi, priorità diverse dei vari gruppi, immaturità istituzionale (che in zona Grillo dilaga), sospetti sostenuti da un pluridecennale know-how del gioco in solitario.
Flores apre una generosa linea di credito ad Antonio Di Pietro, buttandosi in uno dei terreni più accidentati che si possano immaginare nella politica italiana.

Chiunque si cimenterà con una lista di nuovo tipo dovrà tenere conto di alcune questioni di fondo. Un elemento d’identità forte e unificante dovrebbe essere una consapevolezza che oggi non ha il Pd, non hanno i rottami istituzionali dell’Arcobaleno, ma ha certamente Tremonti (scusate la mostruosa semplificazione): oggi c’è una crisi globale, un diluvio che cambia tutti i giochi e richiede alla politica di costruire ripari e mezzi di trasporto adatti. Nella rapida distruzione, i Cofferati scappano, i Veltroni urlano degli sterili “inaudito!” fino a scappare anche loro, i Fini s’inabissano; i Tremonti sono invece lì a dire: ci proviamo noi a costruire il riparo.
Chi vorrà sfidare questo stato di cose dovrà svelare la natura del riparo offerto dai timonieri della Grande Crisi, e proporre alcune novità – una diversa idea di riparo e transizione – a difesa della società. Ad esempio sul terreno dell’economia. Su questo fronte la consapevolezza, oltre al riparo, dovrebbe alludere all’àncora: ancorare la finanza alla realtà, alla materialità insopprimibile della vera economia-ecologia.

La consapevolezza dei tempi eccezionali dovrebbe essere molto netta in tema di pace e di funzione delle organizzazioni internazionali. Un no deciso all’espansione della Nato, un no a ogni copertura della guerra afghana, un no alla costruzione di nuove infrastrutture militari offensive (a Vicenza come in Polonia), un sì alla ricerca negoziata di nuovi accordi di sicurezza collettiva che aumentino la fiducia nel teatro europeo e non solo, un sì a nuovi accordi strategici su finanza, trasferimento tecnologico, energia, trasporti, ambiente (con effetti equilibranti positivi “anticiclici” per l’economia reale in caduta e per la transizione verso un sistema produttivo meno dissipativo).

È significativo, da questo punto di vista, che il Partito democratico in Italia arranchi, mentre l’omologo giapponese ha il vento in poppa, perché ha preso di petto tutte queste faccende.

La questione è talmente importante da avere implicazioni unificanti “multidisciplinari” per varie sensibilità dei movimenti che potrebbero accostarsi alla lista. Purché se ne discuta con vera apertura.

Il precipitare della crisi mette in discussione le conquiste sociali del Novecento e gli assi culturali e politici che le sostenevano. Il “sogno europeo” è ancora vivo, ma dovrà riaversi dalle sue grandi ferite e dai suoi difetti.

Le ferite, quelle ideologiche inflitte dalla schiacciante egemonia del neoliberismo ora vedono scomparire il feritore, che però nel frattempo ha cambiato/tagliato la testa e la struttura degli smarriti partiti di matrice riformista. I difetti, quelli di un modello comunque affidato a una crescita indefinita che oggi non si sostiene più, pesano sulla prospettiva delle conquiste sociali. La difesa non basta. Occorre ripensare il modello economico verso un paradigma ambientale stazionario, in cui l’impatto ambientale sia autenticamente sostenibile, ispirato a uno stile di vita che si richiama a scelte di “semplicità volontaria”, sobrietà, decrescita mirata, società dei “2000 watt a testa”. È un campo di riforme che crea molto lavoro e mette ancora al centro l’homo faber, non è una resa al pauperismo.

Oggi c’è in giro un richiamo nostalgico al Piano Delors. È molto probabile che si cercherà di lanciare qualcosa di simile in chiave keynesiana per dare una qualche risposta alla Grande Crisi, mentre incombono anche la crisi ambientale e quella energetica. I venditori di soluzioni nucleari e di alte velocità saranno della partita. Bisogna essere pronti a rivendicare un progetto europeo alternativo, altrettanto vasto e altrettanto ambizioso tecnologicamente, ma più legato al paradigma Negawatt che a quello Megawatt.

Gli elementi programmatici forti sono dunque ben rinvenibili nei movimenti che aspirano a ricostruire una politica non subalterna al sistema di potere berlusconiano. Alcune cose le ho citate. La questione ambientale legata al tema della pace è un tema essenziale per le riforme, ed è ormai uno dei punti più deboli degli pseudo riformisti del Pd, tanto che si aprono spazi enormi per chi saprà riproporla.

Altro tema forte è quello di una legalità e una giustizia da ricostruire contro l’assalto di cosche, affaristi irresponsabili e un ceto politico degradato. È un campo in cui un bacino elettorale pulito continua ad esistere. Questo bacino elettorale guarda con sgomento ai partiti d’abituale riferimento, osserva con attenzione le proposte politiche alternative (da Di Pietro a Grillo all’agitazione laica post-girotondi, così come le proposte nient’affatto sprovvedute che vengono da destra), ma non trova una vera proposta unificante con un aggancio istituzionale rappresentativo. I referendum spesso sono un vicolo cieco.
Rimane sullo sfondo il tema di una lista che dia una sponda sicura a tutto questo.

di_pietroComunque la giriamo, il peso del partito di Di Pietro risulta determinante e condizionante.
Istituzionalmente è sulla cresta dell’onda, grazie alla nullità del Pd. Mentre sui contenuti – impiegati con distacco a volte cinico - agisce usando la rapidità degli imprenditori: fa “affari politici“ velocemente, in modo sostanziale e spregiudicato. Così il partito stabilisce significative relazioni con intellettuali e gruppi. Lo sappiamo bene.
Come porsi nei confronti di quest’agile “azienda del consenso”?
Una soluzione sarebbe non allearsi. Rimarrebbe una forte capacità concorrenziale autonoma del partito di Di Pietro. Il peso elettorale alternativo al Pd risultante non sarebbe enorme, ma comunque avrebbe un qualche consolidamento intorno alla macchina politica dipietrista.

Una seconda soluzione sarebbe un’alleanza fra potenze catafratte, con i simboli elettorali affiancati, ma il timoniere dell’Italia dei Valori ha sperimentate capacità di cavillare il modo per capitalizzare la sua separatezza, come ha fatto dopo altri patti.
Flores D’Arcais propone un’alleanza meno notarile e più capace di mescolare società civile e partito, ma il tempo di cottura a disposizione per questa pietanza sembra poco.

Infine ci sarebbe la soluzione di una lista in cui si investe un po’ di più sulla prospettiva e si mescolano meglio i colori. Questo, dopo aver ben chiaritola parte degli accordi legali: in questi tempi così è, se ci pare. Niente nomi di leader nelle liste. Punti politici? Un punto politico per l’Italia (“le buone leggi ci difendono dalla Casta”, perciò offriamo un’alternativa al farsi cooptare nel sistema di potere del longevo Re Sole). Punti politici per l’Italia in Europa: “un’economia più semplice, stabile e sicura, ancorata alla realtà”, “l’Europa delle reti pulite e del lavoro nuovo”, “dopo la politica della paura, nessuna paura della politica” (un po’ legnoso, potrebbe essere anche: “è il tempo di guadagnare dalla pace”).
Di Pietro potrebbe esercitare la sua influenza sulla scala dei suoi mezzi in merito al primo punto, altri potrebbero legare i temi degli altri punti.
È una cosa possibile? Servirebbero alcuni passi in avanti e alcuni passi indietro, atti di generosità politica da pronunciare in modo trasparente. Che so.. un Di Pietro che faccia un qualche atto di riparazione rispetto alle precedenti elezioni europee. Difficile. Oppure un Grillo che proclami una tregua rispetto a certe sue insofferenze istituzionali. Molto difficile. Ovvero i movimenti locali che s’impegnano con forza in una prospettiva nazionale. Arduo.

In ogni caso ci vorrebbe un gruppo di personalità indipendenti (ma chi lo promuove, Paolo Flores, tu?) capace di farsi garante di ogni operazione di convergenza di fronte a tutti i settori di elettorato che potrebbero guardare con favore a questa ipotesi.

Di Pietro, da solo, non solo non è in grado di catalizzarli tutti, ma non può nemmeno offrire garanzie. Dovrebbe far sapere al mondo se vuole gettare il dado per diventare parte magna di una nuova opposizione, oppure se aspetta il prossimo turno, quando il PD sarà scomparso dalla scena e ci sarà un generale rimescolamento delle carte. La prima variante ha probabilità di realizzazione minime. La seconda servirebbe solo a lui, a Di Pietro, per navigare a vista prima di essere, a sua volta, speronato dal Padrone. O comprato dallo stesso.

Però varrebbe la pena esplorare subito la possibilità dell’operazione lista, per decidere a breve se serve spenderci del tempo, oppure se quel tempo vada adoperato meglio per attrezzarsi a un durevole viaggio, lungo un deserto vagamente fascista.
Che ne pensate?