3 febbraio 2014

La Sardegna che toglie le Basi alla guerra

di Pino Cabras.


Nelle polemiche elettorali di queste settimane, qualcuno ha smarrito gli argomenti seri. Il tema delle servitù militari in Sardegna, con il suo carico di sofferenze, morti, ingiustizie, devastazioni ambientali, è il più serio di tutti, il vero banco di prova per misurare serietà e coerenza in vista delle elezioni del 16 febbraio.


Pagliuzza e trave? Cinque metri e migliaia di kmq

Vedo molti commentatori in zona Pigliaru-Cappellacci con in mano la matita rossa. Annotano soddisfatti che Michela Murgia ha sbagliato nell'indicare il Bruncu Spina (1829 metri s.l.m.) come montagna più alta della Sardegna, in luogo di Punta La Marmora (1834 metri s.l.m.). Per cinque metri, centinaia di commenti. La vita è fatta di priorità.
Eppure, fra i campioni dei loro schieramenti, avrebbero potuto scoprire distrazioni geografiche ben più gravi. Avrebbero bisogno, loro sì, di un bel ripasso di geografia sarda, quella che conta, quella che scompare dai loro programmi, o si annacqua nella retorica, o si perde fra le minoranze pacifiste ininfluenti dei loro schieramenti (ben presidiati dai guardiani della Nato). La lacuna si misura in decine di migliaia di km quadri a mare, e in decine di migliaia di ettari a terra. Sono le superfici sottratte alla Sardegna per le attività militari, in una misura di gran lunga superiore al resto dei territori della Repubblica Italiana e senza paragoni in Europa. Cinque metri e migliaia di kmq, ecco le misure di pagliuzza e trave, nella Sardegna del 2014.
I poligoni militari dell’isola, oltre ai 14mila ettari di servitù, occupano 24mila ettari di demanio. In tutte le altre regioni messe insieme si raggranellano appena 16mila ettari. Qui si concentra dunque il 60% dei poligoni gestiti dalle forze armate italiane. La percentuale degli ordigni esplosi nelle esercitazioni sale all’80%, senza contare le esercitazioni di forze armate straniere non comprese in questo computo.
Sono numeri da paese occupato.
Gli effetti negativi riguardano non solo i poligoni, ma aree più vaste. Le polveri inquinanti viaggiano. Lo sa il vento. E in un paese occupato la regola è semplice: qui possono sperimentare in segreto ogni tipo di arma letale, affittando a caro prezzo le strutture, qui rimangono i veleni, ma i profitti volano via, altrove. I cosiddetti indennizzi di oggi sono spiccioli che d'ora in poi dovremo considerare un insulto.


Presenza militare massiccia e vita civile: una conciliazione impossibile

Nel periodo 2005-2010 ho fatto parte del Comitato Misto Paritetico sulle Servitù Militari (CoMiPa) della Sardegna, un tavolo istituzionale con il compito di esaminare i programmi delle installazioni militari per conciliarli con i piani di assetto territoriale della Regione. La legge 898/1976 che istituiva i CoMiPa - composti alla pari da sette rappresentanti dello Stato e sette della Regione - intendeva trovare un equilibrio fra esigenze molto diverse fra di loro. Alla fine della mia esperienza mi son reso conto che in Sardegna erano esigenze inconciliabili. Troppe le pretese dei militari, e troppo il loro potere, mentre erano senza schiena i partiti sardi.
Durante le riunioni e le tante missioni sul campo del CoMiPa, ho visto da vicino la mole sproporzionata del carico di attività e presenze militari che grava sulla Sardegna. L’impatto economico e ambientale è enorme: aree a perdita d’occhio off limits, rischi ambientali con sparuti controlli, superfici sottratte ad attività economiche connaturali a quei territori, popolazioni non coinvolte, accordi mai rispettati, altri accordi ancora segreti.
Un dato su tutti mi colpisce. Durante il dopoguerra, mentre tutti i comuni costieri sardi tendevano a raddoppiare la popolazione, il comune di Teulada la vedeva dimezzare, nonostante avesse alcune delle insenature più belle del Mediterraneo e una pianura nota come il Giardino, settemila fertilissimi ettari di paradiso agrario oggi ridotti a una landa devastata dai cingoli. I terreni furono espropriati e in molti casi ottenuti anche con l’inganno, quando ai contadini fu promesso – intanto che venivano caricati sui camion - che sui loro fondi sarebbe stata fatta la riforma agraria. Piccola pesca, un film di Enrico Pitzianti, racconta bene quel che rimane di questa piccola deportazione sconosciuta.
Il disastro ambientale registrato nell'ambito del poligono di Quirra, così come emerge dalle inchieste in corso, spiega che non c'è solo un problema di giustizia, ma una vera e propria emergenza, che richiede scelte politiche di grande portata. Quando la Germania fu riunificata, ottenne un programma comunitario per la riconversione economica e sociale delle aree dipendenti dalle produzioni e dalle presenze militari. Si trattava di vasti sistemi costruiti decennio dopo decennio, e furono riconvertiti in un tempo ragionevolmente breve, con consistenti risorse non solo nazionali. Perché internazionali erano state le cause di quel prolungato impatto militare.
In un altro emisfero, a Portorico, la dismissione di un grande poligono ha comportato la creazione di un Fondo da centinaia di milioni di dollari. Qualcosa di simile, e certamente molto più in grande, serve anche per la Sardegna, da subito. Più avanti vediamo come.
La chiusura della base per sommergibili nucleari USA di La Maddalena è avvenuta nei modi che sappiamo, e rappresenta il modo in cui non dovrebbe realizzarsi una vera riconversione. Dopo la fine dell’URSS sembrava più facile chiudere qualche base e allontanarci dall’Apocalisse nucleare. Viceversa la pressione militare non si allenta. Perché accade tutto questo? È una catena lunga di fatti e luoghi che va dal Mediterraneo all'Asia centrale, fra guerre, disordini, nuovi posizionamenti geopolitici. Le basi USA nel Vicino e Medio oriente sono cresciute anno per anno, la pressione sulla Russia è aumentata sempre di più, sin dentro il cuore dell’Asia, fino a un passo dal gigante risvegliato, la Cina, a sua volta avvisata che la pressione crescerà anche per essa. Per contro Russia e Cina danno segno di rispondere con un impressionante aumento delle spese militari e il rafforzamento della loro integrazione militare nella Shanghai Cooperation Organization.
Il fatto però è che il dio della guerra si vede scavare molta terra sotto i piedi dal dio del debito. Gestire un impero costa, e le enormi spese militari stridono con i tagli in altri settori. Si apre una contraddizione nella quale possiamo inserirci. È il momento storico giusto per cambiare il posto della Sardegna nel mondo, a partire dalla funzione militare.


Togliere le basi alla guerra

I candidati delle liste della coalizione che sostiene la candidatura di Michela Murgia alla presidenza della Regione Sardegna si sono confrontati in un focus group con gli attivisti che da anni si battono contro le basi e le servitù militari in Sardegna, nonché con i familiari delle vittime della “Sindrome di Quirra”. Ne è emerso un documento molto sintetico con obiettivi chiari e ben definiti, intitolato “La Sardegna toglie le basi alla guerra”. Ecco i punti in sintesi:
  • La Regione Sardegna in base alle leggi dello Stato richiede la sospensione immediata delle attività militari nelle quali si sono registrate patologie.
  • Convocazione di una commissione indipendente internazionale per la quantificazione dei danni economici, sociali, ambientali, sanitari e culturali.
  • La Regione si dovrà impegnare in tutte le sedi (compresa quella giudiziaria) per tutelare il popolo sardo e il suo territorio dai danni causati dalla presenza militare, anche attraverso campagne informative sui rischi.
  • Apertura della vertenza con le istituzioni italiane e sovranazionali per bonifiche, dismissione e riconversione.
  • La Regione dovrà gestire i fondi per la bonifica dovuti dall'inquinatore attraverso la creazione di una filiera integrata per nuove opportunità economiche.

Tutti i punti mi sembrano ugualmente importanti, ma attiro l'attenzione in particolare sul secondo e sul terzo punto, che mirano a un vero audit sui danni accumulati in sessanta anni e individuano un quadro di reati da perseguire. Una cosa che pochi sanno è che perfino gli stessi regolamenti Nato prescrivono che si bonifichino le aree interessate dopo ogni esercitazione. In Sardegna non sono mai stati applicati, generando un cumulo abnorme di bonifiche mai fatte. Si tratta di un fatto colossale, di portata internazionale. Già da solo basterebbe a svelare l'insensibilità e la complicità criminale di intere classi dirigenti italiane, molto attente a piazzare nelle classi dirigenti sarde un solido sistema collaborazionista, a sua volta attento a spegnere, annacquare, diluire le proteste.
Anche l'ultimo punto del programma merita molta attenzione. Finora abbiamo avuto poco lavoro sotto il segno del cancro. Ma possiamo creare tanto lavoro sotto il segno della pace.
Si dovranno promuovere progetti su scala internazionale:
progetti di recupero, riconversione e valorizzazione di siti militari dismessi e loro destinazione a vantaggio di imprese con piani coerenti o per finalità turistiche/ricreative e per interventi collaterali di infrastrutturazione, riassetto del paesaggio, piccoli interventi di abbellimento delle aree edificate, interventi di urbanizzazione primaria tesi a qualificare il tessuto urbano e ambientale (che non devono, però, rappresentare l'elemento preponderante dei progetti), e opere di urbanizzazione secondaria.
Obiettivi principali: Diversificare le attività economiche nelle zone dipendenti dal settore difesa, riconvertire l'economia ed agevolare l'adeguamento delle imprese sane, in tutti gli ambiti.1

Sono impegni che può perseguire soltanto una Sardegna governata senza gli ingombri dei politici appiattiti sulle esigenze degli occupanti militari.
Chi, da attivista anti-basi, si candida nelle liste di Cappellacci e Pigliaru avrà una sorta di diritto di tribuna che consentirà grandi declamazioni in materia, ma in mezzo a un deserto. Però non sposterà di un centimetro le coalizioni di Berlusconi e Renzi, che rimangono irremovibili macchine atlantiste, obbedienti agli ordini della Nato, e del tutto indifferenti ai nostri diritti.
L'unica novità potrà venire dalla forza che acquisirà lo schieramento che si raccoglie intorno alla candidatura di Michela Murgia alla Presidenza della Regione.
Il 16 febbraio l'alternativa c'è.







Pino Cabras è candidato alle elezioni regionali nella lista Comunidades, per la coalizione Sardegna Possibile di Michela Murgia.
Sposato, due figli, laureato in scienze politiche, specializzato in relazioni industriali, quadro direttivo della SFIRS, è condirettore del sito www.megachip.info, autore di saggi di politica internazionale, co-fondatore del laboratorio politico Alternativa


 

1 Azioni possibili:
          • Consulenza tecnica; costituzione di associazioni; azioni di cooperazione e creazione di reti informative; scouting risorse per risanamento, rinnovamento infrastrutturale e incentivazione di attività alternative.
          • Concorsi d’idee per la riqualificazione delle aree interessate.
          • Collegamenti con istituti e agenzie che a livello internazionale si occupano di riconversione dal militare al civile [ad esempio BICC – Bonn International Center for Conversion (creato dal governo del Nord Reno Westfalia); SIPRI – Stockolm Peace Reseach Institute; NCECD; OEA - Office of Economic Adjustment del Dipartimento della Difesa USA.

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