29 aprile 2012

Creare direttamente un milione di posti di lavoro

di Luciano Gallino

Intervento in occasione della prima Assemblea del Soggetto Politico Nuovo, tenutasi a Firenze il 28 aprile 2012.


Sgravi fiscali, investimenti in grandi opere, incentivi alle imprese perché assumano, sono poco o punto efficaci per creare rapidamente occupazione. Occorre che lo stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone.

La proposta:
1) Istituire un’Agenzia per l’occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano (works = opere pubbliche). L’Agenzia stabilisce i criteri di assunzione, il numero delle persone da assumere, il livello della retribuzione, i settori cui assegnarle. Le assunzioni vengono però effettuate e gestite unicamente su scala locale, da comuni, regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro, ecc.
2) Per cominciare si dovrebbe puntare ad assumere rapidamente almeno un milione di persone. Poiché tale numero è inferiore a quello dei disoccupati e dei precari, occorre stabilire inizialmente dei requisiti in cui i candidati dovrebbero rientrare. Un requisito ovvio potrebbe essere l’età: p. e. 16-30 anni, oltre ovviamente alla condizione di disoccupato o precario.
3) L’Agenzia offre un lavoro a chiunque, in possesso dei requisiti richiamati sopra, lo richieda e sia in grado di lavorare.
4) Le persone assunte dall’Agenzia dovrebbero venire impiegate unicamente in progetti di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro. (Le grandi opere non presentano né l’una né l’altra caratteristica). Progetti del genere potrebbero essere: la messa in sicurezza di edifici scolastici (oggi il 50% non lo sono); il risanamento idrogeologico di aree particolarmente dissestate; la ristrutturazione degli ospedali (nel 70% dei casi la loro struttura non è adeguata per i modelli di cura e di intervento oggi prevalenti). Per attuare progetti del genere sarebbero richieste ogni sorta di figure professionali.
5) Finanziamento. Nell’ipotesi che ogni nuovo occupato costi 25.000 euro, per crearne un milione occorrono 25 miliardi l’anno (la maggior parte dei quali rientrebbero
immediatamente nel circuito dell’economia). Si può pensare a una molteplicità di fonti: fondi europei; cassa depositi e prestiti; una patrimoniale di scopo dell’1% sui patrimoni finanziari superiori a 200.000 euro (la applica la Svizzera da almeno mezzo secolo); obbligazioni mirate. Andrebbero altresì considerate altre fonti. Ad esempio, si potrebbe offrire a cassaintegrati di lunga durata la possibilità di scegliere liberamente se lavorare a 1000-1200 euro al mese piuttosto che stare a casa a 750, a condizione che sia conservato il posto di lavoro (è possibile, con l’istituto del distacco). Qualcosa del genere andrebbe considerato per chi riceve un sussidio di disoccupazione. In questi casi l’onere per il bilancio pubblico (includendo in questo l’Inps) scenderebbe di due terzi. Infine va tenuto conto che molte imprese sarebbero interessate a utilizzare lavoratori pagando, per dire, soltanto un terzo del loro costo totale. 

28 aprile 2012
Fonte: http://www.gonews.it/pdf/BENICOMUNI-FIRENZEGALLINO.pdf

Disarmare la finanza per rifondare l'Europa


Sintesi della video-intervista di Giulietto Chiesa al Prof. Bruno Amoroso, membro del Comitato Scientifico di Alternativa.



Una parte della sinistra, quella divenuta suo malgrado extraparlamentare, ha sposato la tesi dell'uscita dall'euro punto e basta. Lei che cosa ne pensa, sia in termini monetaristici, sia in termini di concreta strategia politica (che sono due cose diverse)? L'Unione Europea ha un destino, oppure è destinata a crollare?
Le proposte critiche si sono orientate in due direzioni principali. La prima è quella degli economisti keynesiani che propongono il superamento della parentesi dell'Euro per i 17 paesi partecipanti e che si sono distaccati dallo SME dei 27 paesi. Si tratta di una proposta di ritorno al sistema del serpente monetario, con le sovranità monetarie nazionali, e con fasce di variazione concordate nei cambi. Inoltre si propone un Fondo di solidarietà al quale dovrebbero concorrere sia i paesi con un eccesso di surplus sia quelli con un eccesso di deficit nella bilancia dei pagamenti. Il Fondo dovrebbe aiutare in modo mirato i paesi in difficoltà. È una proposta lineare e che si rifà sia al modello keynesiano, sia alle esperienze di cooperazione monetaria del sistema europeo precedenti all'Euro. La debolezza della proposta è che non tiene conto che gli Stati nazionali non dispongono più di governi autonomi e di forze politiche capaci di gestire queste politiche. La Globalizzazione ha modificato tutto questo in forma irreversibile.
La seconda proposta, nella quale io colloco la mia, è quella di tentare di risolvere i problemi prodotti dall'Euro dentro questo sistema. I problemi nascono da una divisione tra i paesi dell`area tedesca e quelli dell`Europa del sud. Per questo è ipotizzabile una divisione dell'Euro in due zone, con rapporti di cambio concordati e meccanismi di solidarietà del tipo di quelli descritti sopra. Le ragioni della mia preferenza per questa proposta sono due. Prima, le debolezze dei governi nazionali singolarmente presi sono evidenti, ormai ridotti a ruoli prefettizi rispetto alla BCE. Un semplice ritorno ai sistemi statali nazionali porterebbe probabilmente a una dissoluzione dell'intero progetto europeo. La divisione proposta della zona euro costringerebbe i governi e i movimenti politici dell`Europa del sud a riprendere una propria iniziativa più aderente alla realtà dei propri sistemi produttivi e sociali e consentirebbe uno spazio d’intervento ai movimenti sociali, politici e sindacali di questi paesi. Seconda, si riaprirebbe un processo di rifondazione dell'assetto istituzionale europeo, che ponga una alternativa al modello istituzionale centralizzato di Bruxelles in direzione di una struttura federale europea costruita però non su singoli stati e paesi ma su aree mesoregionali omogenee. Questo è quanto di fatto già avviene nell'area dei paesi baltici e dell'Europa centrale, mentre è assente per i paesi dell'Europa del Sud (Europa mediterranea). È evidente che questo richiederebbe una ricontrattazione di tutti i passaggi strategici della fase post guerra fredda (Maastricht, Lisbona, ecc.) totalmente inadeguati a questi nuovi indirizzi.

Esiste, secondo lei, una competizione tra dollaro ed euro? O, per dirla in altri termini, Wall Street-City of London e Francoforte agiscono in modo solidale, oppure non è così?
A mio avviso i sistemi finanziari hanno costruito legami che impediscono ogni forma di competizione interna e hanno anche il pieno controllo dei sistemi monetari (dollaro, sterlina e euro) come dimostra la loro presenza nei posti chiave del governo dell'economia e della moneta sia negli Stati Uniti sia in Europa. La possibilità di rompere questo monopolio risiede anzitutto nel formarsi di volontà politiche diverse che sono la premessa indispensabile perché l'Euro possa eventualmente svolgere un ruolo autonomo rispetto a obiettivi sia interni sia internazionali. Questo non è raggiungibile né con le attuali istituzioni monetarie europee, controllate dalla Goldman Sachs (Mario Draghi), né con iniziative di sovranità nazionali che, per la loro debolezza intrinseca, potrebbero forse aiutare le condizioni socioeconomiche interne, ma rimanendo dipendenti per il loro ruolo internazionale. Questo è quanto oggi avviene, ad esempio, con la corona dei paesi scandinavi. Diverso sarebbe il caso del formarsi di aree monetarie forti dentro il sistema dell'UE (come è oggi il caso della sterlina inglese) che concatenando moneta e sistemi produttivi potrebbero tornare a svolgere un ruolo di trascinamento dell'Euro in nuove direzioni. La proposta francese dell'Unione per il Mediterraneo sembrava potesse rappresentare un passo importante in questa direzione, ma poi è stata invece strumentalizzata da Sarkozy per una ripresa delle politiche coloniali europee.

Quali sono le regole della finanza che occorre cambiare per evitare un collasso come quello del 1929? E in Italia, Fiscal compact, pareggio di bilancio e la linea Monti cosa ci daranno, oltre alla recessione?
Il nodo da risolvere è quello di togliere tutti quegli spazi di autonomia che i sistemi finanziari si sono conquistati rispetto ai sistemi politici e economici. La finanza va disarmata chiudendo le istituzioni mediante le quali può operare in modo autonomo (borse, società di rating, grandi società finanziarie e banche nazionali e transnazionali). La finanza va drenata del proprio potere togliendo alla moneta la funzione di “strumento di accumulazione di ricchezza”, riportandola a quella di “misura di conto” e “strumento di scambio”. La moneta deve essere emessa dagli Stati con funzioni precise di sostegno dell`economia e dei suoi equilibri interni. L'accumulo di moneta per operazioni finanziarie crea ostacolo all`uso della moneta per gli scambi commerciali e gli investimenti; è di fatto un’appropriazione indebita della moneta emessa dallo Stato che i privati fanno sottraendo così lo strumento necessario per investimenti e per il consumo. Il meccanismo d’intervento necessario è semplice: tassare in forma fortemente progressiva tutte le forme di risparmio e di accumulo finanziario che superino i limiti del “risparmio famigliare”. La moneta va rimessa in circolazione per investimenti e consumo limitando così anche il bisogno di espandere le emissioni con effetti inflazionistici.

La Cina sta rallentando, e non è una sorpresa. Quanti anni di crescita lei concede alla Cina? E sul versante dei delicatissimi equilibri geopolitici, intravede una grande guerra all’orizzonte?
La Cina dimostra una grande saggezza nello gestire i processi di crescita della propria economia nelle fasi che tutti abbiamo conosciuto, e cioè di una crescita che si finanzia sull`utilizzo del basso costo della manodopera abbondante e sulle esportazioni per avere accesso alle valute necessarie per i rifornimenti energetici e delle tecnologie. Dopo aver attuato in circa 15 anni una trasformazione industriale e civile (urbanizzazione ecc.) che ha richiesto in Occidente 150 anni, la Cina sta affrontando i problemi della coesione territoriale e sociale spostando l'asse della crescita dall`esportazione al consumo interno. La Cina sa anche molto bene che la sua collocazione dentro un orizzonte temporale di due decenni alla testa dell'economia mondiale costituisce l'incubo dei paesi occidentali incapaci finora financo di pensare ad una propria ricollocazione dentro un sistema mondiale che li veda nel ruolo di partner di uno sviluppo la cui centralità risiede altrove. La Globalizzazione è il piano di apartheid pensato dall`Occidente per controllare i mercati mondiali e impedire un sistema policentrico che ne possa minacciare il ruolo di potere. Le guerre degli ultimi trenta anni seguono un filo rosso che porta allo smantellamento di tutti i possibili poli di potere regionale (Iugoslavia, Iraq, Mondo arabo, Afghanistan, Iran, ecc.) autonomi dall'Occidente per l'accerchiamento della Cina. Due soggetti potrebbero ancora svolgere un ruolo diverso per contribuire a creare un sistema mondiale di cooperazione e co-sviluppo alternativo a quello del saccheggio e della guerra. Questi sono la Russia e l'Unione Europea, se all'interno di quest'ultima sorgessero forti aree mesoregionali (l'Europa Mediterranea) capaci di condizionare gli sviluppi europei. Se questo non avverrà assisteremo presto a una nuova situazione di “guerra fredda” basata su un nuovo equilibrio del terrore rappresentato oltre che dalle armi atomiche da nuove tecnologie di annientamento anche più terrificanti.

Infine, cosa pensa della decrescita?
Il problema della decrescita ha senso rispetto al tema dei limiti delle risorse e di una autolimitazione delle forme di consumo irragionevoli. Ma questo nella consapevolezza che il mondo non è fatto di gente ricca e obesa che sperpera risorse, ma di miliardi di persone che ancora faticano per trovare forme di sopravvivenza materiale e mentale. Se la decrescita è una proposta che riguarda noi occidentali, delle classi medio alte, e i nostri sistemi produttivi spesso costruiti sullo spreco e sul superfluo, ben venga. Si tratta di una proposta di qualità ed etica che non può che essere condivisa.  Ma se il mantenimento degli attuali squilibri distributivi e delle forme di vita ad alto consumo energetico significa imporre la decrescita alle famiglie e ai lavoratori, come si sta facendo oggi, questa indicazione rischia di svolgere un ruolo di legittimazione alla conservazione di quella che Keynes definiva il vizio maggiore delle nostre società, e cioè l'iniqua distribuzione dei redditi e della ricchezza. In conclusione penso che la diffusione di questo concetto, anche tra forze di sinistra e movimenti sociali, rischia di diventare un mezzo di distrazione di massa rispetto a quelli che sono i problemi e le cause del nostro malsviluppo.

Il link su Megachip: QUI.

19 aprile 2012

Fiat, PD e noi. Una questione di metodo

di Pino Cabras – da Megachip.


Oggi, mentre le cronache descrivono il crollo verticale delle vendite Fiat, con le redazioni che cadono sorpresissime dal pero, ho in serbo per voi un esercizio facile facile: metto uno dopo l’altro due articoli del 2010, scritti a ridosso del referendum di Pomigliano, quando Otelma Marchionne ci regalava la previsione sbruffona di fare 6 milioni di auto l’anno, se solo i sindacati si fossero tolti dal suo scroto manageriale. Il primo articolo descrive le posizioni del PD. Il secondo è un articolo di Giulietto Chiesa. Potrete apprezzare quanto le posizioni del PD avessero i piedi saldamente appoggiati sulle nuvole e quanto invece l’articolo di Chiesa sia confermato alla virgola col passare degli anni. È una questione di metodo.
Il PD è lo stesso partito che ora ha votato senza battere ciglio l’introduzione in Costituzione del pareggio in bilancio (una norma che uccide tutte le altre), intanto che tiene il sacco a Otelma Monti quando vaneggia di numeri futuri come il tasso di crescita del 2020. Gli inservienti dei poteri forti applaudono al chiaroveggente vampiro. È una questione di metodo, anche questa.
I servi svendono i nostri diritti e intanto si tengono a galla con i milioni di finanziamento pubblico, a dispetto della loro disastrosa e meschina incapacità. Noi per finanziare un’attività politica faticosa e controcorrente usiamo mezzi poverissimi. Ma se saremo in tanti faremo un’organizzazione capace di resistere e scacceremo i servi. Pensateci.

Ecco l’articolo numero 1:

«Non mi pento, tifo ancora per Marchionne»
Chiamparino: vincerà il sì. Ma Bertinotti: lo consideravo un bravo manager, ora no

di Maria Teresa Melicorriere.it, 16 giugno 2010.

«Non sono un pentito, al contrario»: il sindaco di Torino Sergio Chiamparino è un"irriducibile" dell' ala del Pd filo-Marchionne. Neanche la vicenda di Pomigliano d' Arco gli ha fatto cambiare idea: «Non mi pento degli apprezzamenti che gli ho rivolto. Anzi, non capisco come il sindacato non possa cogliere l' occasione che viene offerta: credo che nel referendum il sì all'accordo vincerà e quindi penso che la Fiom dovrà ripensarci». Sin dall'avvento dell' era Marchionne la sinistra, persino quella cosiddetta alternativa, ha subìto il fascino dell' amministratore delegato della Fiat. Fausto Bertinotti ne tesseva le lodi. Lo collocava tra i «borghesi buoni» e non aveva paura di dichiarare apertamente: «Mi piace». Ora però l'ex presidente della Camera ha cambiato idea e capeggia il fronte dei "pentiti": «L'accordo di Pomigliano è un disastro e quello che sta facendo Marchionne è peggio di un ricatto, è un atto di violenza: la Fiat cambia con un colpo di maglio il sistema delle relazioni industriali perché questo accordo verrà esportato in tutta Italia e il contratto nazionale di lavoro verrà sospeso. L' intesa che viene offerta ai lavoratori, costringendoli in uno stato di totale dipendenza dall' impresa, è incostituzionale». Bertinotti è un fiume in piena: «Mi sbalordisco che i leader, i dirigenti e gli intellettuali di centrosinistra si mobilitino contro la legge bavaglio delle intercettazioni e si disinteressino del fatto che questo accordo mette il bavaglio agli operai. Anch' io, non lo nego, ho parlato bene di Marchionne, ma se poi fa cose come queste, con la stessa libertà con cui ho detto che era un bravo manager ora dico che è un personaggio pessimo». Insomma, l' ex presidente della Camera cambia idea e lo rivendica. Nel Pd, invece, eccezion fatta per Cofferati, il fronte pro-Marchionne resta sulle sue posizioni. Tanto che Pierluigi Bersani arriva a compiere una piccola svolta e prende le distanze dalla battaglia dei duri e puri della Fiom. La linea prevalente è quella che aveva dettato il giorno prima il vice segretario Enrico Letta. Il più agguerrito dell' ala filo-Marchionne è Piero Fassino. Lui non ha proprio mutato idea. Spiega l' ex leader dei Ds: «Se Marchionne non avesse fatto tutto quel che ha fatto finora, non ci troveremmo qui a discutere di Fiat perché la Fiat non esisterebbe». Per Fassino non si può prescindere da questo dato. Non solo, secondo l' esponente del Pd, che la «ristrutturazione toccasse ogni singolo stabilimento era ovvio». Quindi un monito alla Fiom: «Sta passando l' ultimo treno per salvare Pomigliano e il sindacato deve rendersene conto: in un passaggio così decisivo nessuno può sottrarsi alle proprie responsabilità». L' ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, invece, è un filo-Marchionne "malpancista". Quello che lo preoccupa è la parte dell' accordo che riguarda lo sciopero: «Bisogna cambiarla». Ma anche nella sinistra alternativa c' è chi non riesce proprio ad attaccare Marchionne e a cambiare idea su di lui come ha fatto Bertinotti. E' il caso di Valentino Parlato: «La colpa non è sua. Lui è schiavo di una situazione impostagli dal capitalismo. Non è che Marchionne è cattivo ma è costretto a compiere certi passi». Passi che a Parlato non piacciono, ciò nonostante di criticare l' amministratore delegato della Fiat non se ne parla proprio.


Ed ecco l’articolo numero 2:

Le scimmie del capitalismo impazzito

di Giulietto Chiesa, 30 giugno 2010.

Di Pomigliano dovremo parlare a lungo. Anzi, più che parlarne, su questa trincea dovremo combattere. Perché questo è l’inizio di una svolta epocale, in cui chi comanda cerca di imporre le sue nuove regole alla società intera.
Regole di una nuova guerra di classe.
Regole di un potere che traballa, senza prospettive e destino, ma che per questo diventa feroce e pronto a tutto.

Noi, che stiamo dalla parte di chi subisce la violenza, abbiamo perduto. Se ti costringono, con la pistola alla tempia, a scegliere tra il vivere e il morire, l’esito è scontato.
Ma a Pomigliano l’esito non è stato così scontato.
Se si misura l’enormità del ricatto e dell’offesa inferta ai lavoratori; se si misura il tradimento di quasi tutte le centrali sindacali; se si misura l’assenza, l’insulso balbettamento del PD, quando non i decibel scomposti dei peana innalzati a Marchionne dai maggiordomi torinesi Fassino e Chiamparino; se si misura la praticamente unanime azione del mainstream televisivo e giornalistico a sostegno del padrone e/o del governo: se si misura tutto questo, allora il risultato ottenuto dalla caparbia resistenza della FIOM assume dimensioni straordinarie. Che fanno pensare che la partita non è affatto perduta.
Ecco perché la FIAT non è contenta del risultato e la Confindustria neppure: si aspettavano di stravincere e così non è stato. Già pensavano che sarebbe stata una pacifica (per loro) discesa introdurre dappertutto le norme imposte a Pomigliano, in tutti gli stabilimenti italiani, in tutti i settori.
Tutti i padroni, infatti, potranno dire, cifre alla mano, che in tutte le aziende italiane il costo del lavoro è superiore a quello che c’è nelle loro filiali (o nelle filiali del vicino di panfilo) in Romania o in Cina, o in Polonia, o nelle Filippine, o in Messico. Invece i dati del referendum gaglioffo dicono che non di una pacifica discesa si tratterà e forse, al contrario, di una strada dissestata e in salita.
Certo il sindacato si è presentato allo scontro non solo diviso ma anche disarmato. Non solo perché arrendevole. Soprattutto perché, non avendo elaborato, pensato, immaginato, disegnato un programma di radicale riconversione industriale (l’unico in grado di difendere e rilanciare l’occupazione, ma in altra direzione), non ha potuto contrastare la mortifera atmosfera che promana da un’azienda (la FIAT) e da un settore (quello dell’auto) destinati ad affondare nella crisi. E in tempi rapidi.
Senza una chiara visione del disastro che incombe non si può proporre nessuna alternativa. Senza aver capito che l’automobile non è più un futuro per nessuno, non si può nemmeno gridare a gran voce che la scimmia al comando è definitivamente impazzita. E che le sue promesse – per le quali la maggioranca, costretta, ha comunque votato – sono non soltanto cattive ma anche irrealizzabili. La FIAT non produrrà comunque i sei milioni di vetture che ha detto di voler progettare. E, se li producesse, non li potrebbe vendere. Perché se comprimi il mercato della domanda (come sta avvenendo drammaticamente in tutte le direzioni) la tua offerta non troverà acquirenti.
Quello che si vede è soltanto una cosa: un attacco strategico ai diritti, da usare subito. Per cui a Pomigliano si è votato che cosa? Di rinunciare a diritti, costituzionali e umani, fondamentali, per tenere in vita per qualche mese un quasi cadavere che, quando comincerà a puzzare, verrà seppellito, esattamente come Termini Imerese, con la scusa che il mercato non tira. Amen.
In realtà sta accadendo qualche cosa di molto più importante. Il capitalismo finanziario è senza una linea e una guida, e assomiglia sempre di più a una guerra per bande senza esclusione di colpi. E il capitalismo industriale è di fronte ai limiti dello sviluppo, e non ha più i margini per ripetere quello che ha fatto per quasi un secolo: cioè non può più mantenere un retroterra relativamente privilegiato, relativamente fidato. Il gigantesco surplus che realizzava sulle spalle del mondo povero veniva in parte erogato per tenere relativamente alto il tenore di vita delle classi lavoratrici dei paesi ricchi, soprattutto dei ceti medi.
Certo, questo gli serviva non solo per attenuare il conflitto in casa propria, ma anche per avere un mercato di consumo sostenuto all’interno dai produttori divenuti consumatori.
Oggi non è più possibile. Scesi i margini, nel pieno di una sovraproduzione non assorbibile, apparsi concorrenti non addomesticabili, le classi dirigenti sono costrette a rompere il patto sociale con le classi lavoratrici del miliardo d’oro. Non si può più offrire loro tutti i lussi del consumo di massa. Dopo averli istupiditi per decenni con la pressione consumistica a oltranza, non si sa più se li si potrà costringere a spendere ancora indebitandosi (in America e Gran Bretagna ci sono già riusciti, ma in Europa pare funzioni molto poco). E non si sa, al contrario, se si riuscirà a spiegare loro che non potranno comunque più consumare come prima.
E questo cambio di marcia non si potrà farlo lentamente.
La crisi arriva galoppando. Lentamente significherebbe usare l’arma lunga della seduzione con cui li hai manipolati. Ma non c’è tempo.
Allora bisognerà farlo con il bastone. Per questo Marchionne c’è andato giù duro dopo essere andato a scuola negli USA. Solo che, appunto, queste cose le puoi fare su un pubblico lavoratore che è stato in ginocchio per ottant’anni. Non è detto che funzioni in un paese che ancora non è stato piegato del tutto. Per cui l’operazione “fine dei consumi, fine dei diritti” non ha un esito scontato. Pomigliano è un laboratorio sperimentale per vedere se ce la possono fare.
Ciò che li rende inquieti è il fatto che hanno il fiato corto e non hanno un progetto per il futuro Vanno a tentoni, anche se, avendo il bastone in mano, possono fare molti danni. Certo è che rovineranno. Il problema nostro è che corriamo il rischio di rimanere anche noi sotto le loro macerie.
E c’è un solo modo per evitarlo: innalzare la bandiera della verità, che è la bandiera di una transizione consapevole verso la società che verrà dopo questa, ormai in agonia.
Certo non ci si può aspettare che il sindacato, la FIOM, faccia da solo ciò che è un compito collettivo delle classi lavoratrici e dell’intellettualità italiana. Il problema è che, al momento attuale, il problema della transizione non è ancora entrato nel discorso politico corrente.
Perché questo cominci ad avvenire occorre: a) vedere la profondità e irreversibilità della crisi. Condizione essenziale per cominciare a fronteggiarla nell’interesse dei più deboli, strappando ai più forti il privilegio della proposta; b) liberarci di un’elite politica della sinistra e della democrazia che è ormai piuttosto simile a una cupola complice del potere. Con questi non si può andare da nessuna parte, per la semplice ragione che nemmeno loro sanno dove andare. E certo non interpretano più i sentimenti dei milioni di inquieti.
La “nostra” transizione non la può guidare Marchionne. Se ne ha in mente una, come Pomigliano dimostra, quella non è la nostra. La transizione non può venire da Berlusconi, né da Bersani, né da Epifani. Loro sono gli organi della scimmia al comando dell’aereo che sta precipitando.
La transizione dobbiamo pensarla noi e organizzarci per imporla, con il sostegno della gente.



 

15 aprile 2012

Il Vincitore

di Pino Cabrasda Megachip.

 
«Non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera, semmai voglio essere ricordato per i miei sogni. Dovessi morire, tra cento anni, vorrei che sulla mia lapide fosse scritto ciò che diceva Nelson Mandela: un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare. Vittorio Arrigoni, un vincitore». Vittorio si accompagnava con docilità alla grandezza reale dei suoi sogni, ma alludeva inevitabilmente alla nera ombra che si abbinava al suo raro coraggio fisico, un’ombra che lo ha raggiunto prima di quei cent’anni, proprio un anno fa. Un anno dopo la morte di Vittorio Arrigoni siamo interrogati in profondità dal “vincitore”, anche quando scontiamo la sconfitta profanatrice che ha spezzato la sua vita.
Le doppiezze, le disparità fra il dire e il fare, il progressismo che non smuove nulla, il funambolismo degli intellettuali, la manifattura usa-e-getta dell’eroismo, tutto questo abita lontano dalla memoria di Vik. Perciò i cent’anni e più saranno segnati davvero dalla sua memoria. Non tutto sarà polvere di polvere, fumo di fumo. Non tutto è destinato all’oblio triturante dei media menzogneri e reticenti. Anche in mezzo alla guerra dei cent’anni di oggi – questo è il metro realistico per la Terra Santa – è possibile distinguere ciò che può durare. Il sogno di Vittorio durerà a lungo e irriderà alle illusioni di sicurezza riposte nei mezzi militari. La sua assenza però ci interroga, ci chiede cosa siamo disposti a fare per “restare umani”, mentre enormi risorse sono mobilitate dal potere per disumanizzare amici e nemici.
Siccome la Palestina è sovraccarica di messaggi e simboli storici e religiosi che si stratificano e sovrappongono, colpisce l’analogia di Vittorio il Vincitore con la theologia crucis. Il mondo è abbandonato alla fragilità dell’uomo. Per i cristiani il vero rappresentante di Dio non è un re seduto sul trono, è un uomo crocifisso. In quell'uomo vedono Dio. Ma chi vede quell'uomo non vede che l'uomo. Similmente, l’ottimismo dei sogni di Arrigoni non giustifica né determinismi, né fedi alienate, né bandiere che neghino l’umano. Proprio per questo Arrigoni era un testimone ingombrante in vita, e lo è anche un anno dopo la sua morte.
Non deve stupirci che il processo a Gaza contro i suoi assassini non faccia passi avanti. Nessuno fra gli attori più potenti del dramma del Vicino Oriente sembra avere fretta di risolvere i misteri del delitto: un importante delitto politico. Come per altri crimini di questa portata, anche per Vik il mistero sembra nascondere inconfessabili convergenze di interessi, con soggetti improbabili che compaiono dal nulla nel suolo di Gaza per compiere l’esecuzione lasciando al buio i mandanti, a loro volta manovrati da leve ancora più irriconoscibili. Non dimentichiamo che l’uccisione di Arrigoni avviene nel pieno di un sommovimento che ridisegna la sponda sud del Mediterraneo e il Vicino Oriente, cambia le alleanze, modifica gli appoggi politici dei movimenti, stipula nuovi compromessi. Uno dei fatti più rilevanti che inquinano forzatamente la stagione delle rivolte arabe è la reviviscenza di gruppi armati salafiti, sovvenzionati dalle petromonarchie del Golfo e alleati con le azioni dei paesi NATO. Un tempo sarebbero stati inquadrati nello spauracchio al-Qa’ida, ma ora no. Come mai?
Alla fine del 2010, pochi mesi prima del delitto Arrigoni, in Arabia Saudita ritornava a splendere la stella del principe Bandar bin Sultan, uomo forte dei servizi segreti messo in disparte per un periodo, ma subito in grado di approfittare – con l’aiuto di Washington – della malattia del re Abdallah. La prima cosa che ha fatto Bandar, non appena in sella, è stata la riattivazione delle sue reti di uomini in armi e terroristi. Queste reti sono state protagoniste dirette in Libia, Libano, Siria e Palestina, con tanti gruppi fanatizzati, ideologicamente anti-sionisti, ma capaci di forti convergenze d’interessi con Israele.
Il gruppo che ha eseguito la brutale esecuzione di Vittorio Arrigoni è stato uno dei tanti improvvisamente galvanizzati dalla nuova stagione politica. Le petromonarchie del Golfo hanno subito compreso che le rivolte avrebbero potuto travolgere anche loro. Hanno all'istante messo in campo risorse eccezionali, giocando con una certa abilità su più piani: sia quello del disordine (il terrorismo riconducibile ai suoi canali di rifornimento), sia quello della stabilizzazione (in chiave sunnita, con i Fratelli Musulmani). La stabilizzazione doveva trovare persino un ricongiungimento con le rive moderate dell’islamismo politico turco di Recep Tayyip Erdoğan. Questi cambiamenti hanno agito in profondità anche nella Gaza di Hamas, che ha cambiato alleanze internazionali con sorprendente velocità.
L'alleanza con la Siria laica da parte degli integralisti del movimento islamista palestinese era stata a lungo un “in mancanza di meglio”, che conveniva anche a Damasco in chiave anti-israeliana.
Nel frattempo è emersa una potenza che aspira a egemonizzare la Sunna, la Turchia, un membro della NATO che porta in dote la sua brava medaglia di morti della Freedom Flotilla, e con l'ambizione di domare il demone integralista in chiave moderata, a costo di liquidare un'alternativa laica come Assad e di sopportare i tagliagole jihadisti nelle nuove instabili coalizioni che vanno al potere.
Hamas diventa un punto di cerniera fra la Turchia e le monarchie arabe, che ora la riempiono di petrodollari freschi freschi, e guadagna così posizioni sul campo. Magari si farà perfino lo stato palestinese. Probabilmente un Bantustan.
Una prospettiva contro cui Arrigoni e Juliano Mer-Khamis, il pacifista «al 100% ebreo e al 100% palestinese», ucciso anche lui un anno fa, avrebbero sicuramente lottato.
Le tante città che oggi celebrano Vittorio lo faranno ancora, perché ci sarà bisogno a lungo del sogno poetico e concreto di chi si contrappone al ferro dell’oppressione. Parole sue: «Continueremo a fare delle nostre vite poesie fino a quando la libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi».


 

14 aprile 2012

Presentazioni del libro a Cagliari e Lanusei

Cagliari

Venerdì 20 Aprile 2012 ore 20.00

L'associazione Don Chisciotte presenta il libro
Barack Obush

il giornalista Vito Biolchini intervista gli autori
 Pino Cabras e Giulietto Chiesa


Piazza San Domenico, quartiere di Villanova.
seguirà un buffet

in caso di maltempo la presentazione si svolgerà nella sede Don Chisciotte in via San Giacomo 117, poco distante dalla piazza.


__________________________________
Lanusei
 Sabato 21 Aprile 2012 ore 18.30

Presso la Sala Consiliare del Comune
L'associazione La Sinistra ospita la presentazione del libro
Barack Obush

Presenti gli autori
Pino Cabras e Giulietto Chiesa



__________________________________

05 aprile 2012

Ipotesi di attentato alla Costituzione

di Pino Cabras - da Megachip.

Puntare dritti verso Monti e Napolitano? Metterli di fronte alle responsabilità dello stravolgimento delle istituzioni? Una dentro l’altra, vediamo esplodere la grande crisi sistemica e la crisi acuta dei vecchi equilibri costituzionali. Quest’ultima possiamo chiamarla anche crisi della democrazia. Nella sua versione più facile, la crisi sta già offrendo alla pubblica indignazione più di un bocconcino succulento, Lusi il margherito vorace, Trota il bosso incapace, la casta dei partiti che spiace. Siamo così tutti distratti dalla polpa vera. Ci ha pensato, con un impeto kamikaze, un avvocato di Cagliari, Paola Musu.
Altro che Trota. La Musu punta direttamente a Napolitano e Monti, ma anche a ministri e parlamentari, ipotizzando il reato di attentato alla Costituzione. La denuncia, depositata il 2 aprile 2012, potete leggerla qui:
Il documento sta già facendo il giro del web, e non potrebbe essere altrimenti. Accusa un’intera classe di rappresentanti delle istituzioni di aver consentito - a partire dal trattato di Maastricht, e più ancora con i trattati europei più recenti - uno svuotamento della sovranità popolare in favore di un sistema pienamente oligarchico.

Apparentemente le argomentazioni giuridiche sollevate non hanno chances immediate per essere accolte da un tribunale, poiché sono sovrastate da una costituzione materiale che non si fa disapplicare nelle corti ordinarie.
La decapitazione di un sistema politico non può che essere azione pienamente politica.

E questo è tanto più vero oggi, quando il sistema dei partiti sta cercando di blindarsi, figuriamoci se si farà portatore di un’incriminazione a carico dei vertici dello Stato. Napolitano e Monti condividono la stessa camerata dei partiti. Gli scandaletti in dimensione Trota possono perfino aiutare a castigare i recalcitranti, padani e non.

Tuttavia qualsiasi battaglia politica, pienamente e totalmente politica, non può fare a meno di un quadro giuridico coerente, alternativo alla rivoluzione oligarchica in atto, che ha costruito esattamente il quadro giuridico denunciato. Questa denuncia lo descrive bene, e propone un sentiero preciso, quello della Costituzione italiana. Divulghiamo perciò la denuncia, facciamone magari un terreno di lotta politica.

Se una strada può essere percorsa nei palazzi di giustizia, essa può essere, semmai, a mio modesto avviso, quella penale. Se i contorni del sistema finanziario ombra, con i suoi volumi capaci di piegare i governi e le costituzioni, sono i contorni di una gigantesca “economia della truffa”, coerentemente andrebbero ravvisate le ipotesi di reato. Se fra i tanti danneggiati, e direi che lo siamo tutti, si producessero dossier in grado di muovere tutte le procure d’Italia (e di altri paesi), l’aria per i maneggiatori di derivati e per i raggiratori del rating potrebbe diventare penalmente irrespirabile. E anche per i loro complici istituzionali. Avvocati, se ci siete, battete un colpo.
 
Può essere l'occasione per un audit che sveli l'illegalità del sistema che ha creato il debito. Di rimando sarà un audit per scoprire e smontare le cause di quel sistema.

L'articolo su Megachip: QUI.


 

02 aprile 2012

E quelli della MMT dicono: «con l’Euro si potrebbe…»

di Pino Cabras e Piotr (Пётр) – da Megachip.  

 
Con l’Euro e senza default. Per Warren Mosler, uno degli economisti più citati da Paolo Barnard e altri neomilitanti modern-monetaristi, c’è un uovo di Colombo che può azzerare lo spread senza per forza abbandonare l’Euro né tanto meno l’Unione Europea. È curioso che dal cuore della MMT, la Modern Money Theory (la teoria economica alternativa da poco propagandata anche in Italia), cioè proprio dal Levy Institute, arrivi un’idea insieme rivoluzionaria e conservatrice sul debito e sull’euro, che va in un verso opposto a quello reclamato da una parte dei neofiti che hanno riscoperto la MMT.
Abbiamo qui tradotto il breve e brillante saggio di Mosler (e di Philip Pilkington) per poi condividere con i lettori alcune riflessioni, che lasciamo in coda all’articolo.



Titoli di Stato garantiti dalle imposte: una soluzione nazionale alla crisi europea del debito.  
 
di Philip Pilkington e Warren Mosler[1] – levyinstitute.org.


Lo scopo di questo articolo consiste nell’offrire una breve introduzione a un nuovo approccio nei confronti della crisi europea del debito in espansione: i Titoli di Stato garantiti dalle imposte. I Titoli di Stato garantiti dalle imposte sarebbero simili ai bond statali ordinari tranne per il fatto che essi conterrebbero una clausola che dichiara che se il paese che emette i titoli non effettua i suoi pagamenti – e soltanto se il paese non effettua i suoi pagamenti – i Titoli di Stato garantiti dalle tasse sarebbero accettabili per effettuare i pagamenti delle imposte all’interno del paese in questione, e continuerebbero a guadagnare interessi.



Il contesto.

Il problema chiave affrontato dall’Europa consiste nella sua crisi dei debiti sovrani. La crisi ha causato enormi danni all’Europa, sia dal punto di vista politico, sia da quello sociale ed economico. Come hanno dimostrato recenti sondaggi, la fiducia nell’Unione Europea e nelle sue istituzioni ha raggiunto il suo livello più basso, con molti cittadini che mettono in discussione la direzione che sta prendendo il progetto europeo. Le questioni chiave sollevate da entrambi i lati della discussione sono quelle della sovranità de della responsabilità.
Le popolazioni dei paesi europei più benestanti sostengono che i paesi periferici in difficoltà devono prendersi le loro responsabilità per i loro carichi debitori e smetterla con l’affidarsi ai salvataggi da parte dell’Europa nel suo insieme.
Nel frattempo, i cittadini nella periferia sono via via sempre più angosciati dalla perdita della sovranità fiscale che deriva dai salvataggi e dalle conseguenti misure di austerità. In casi più estremi, questo si è manifestato in forma di appelli ai paesi affinché uscissero dalla moneta unica, un’azione che sarebbe catastrofica per il progetto europeo nel suo insieme. La soluzione ideale soddisferebbe entrambe le parti.
Una tale soluzione consentirebbe ai singoli paesi di mantenere la propria sovranità e tornare ai mercati in modo da non doversi più affidare sul resto dell’Europa per i salvataggi. Allo stesso tempo, dobbiamo assicurare che la moneta unica rimanga intatta. Di seguito, introduciamo un’innovazione finanziaria che fornirebbe tale soluzione.



Causa dell’attuale crisi.
 
La radice della crisi del debito può essere ricondotta al fatto che gli investitori sono attualmente preoccupati dal debito pubblico dei paesi della periferia della zona euro. Sono preoccupati del fatto che questi paesi potrebbero andare in default e che gli investitori perderebbero di conseguenza il loro denaro.
Questo fa sì che gli investitori chiedano un maggiore "rendimento", o tasso di interesse, su tali titoli di Stato. Ma quando i tassi di interesse salgono troppo in alto, il paese in questione soffre sotto il peso dei pagamenti di pesanti interessi, il che può spingere quel paese verso una situazione tale da renderlo non in grado di rimborsare i suoi creditori. In tal caso, il paese debitore può poi chiedere ai suoi vicini di eseguire un salvataggio, sia tramite un fondo costituito appositamente per tale salvataggio, sia richiedendo che la banca centrale acquisti un po’ del suo debito sul mercato secondario.
Entrambi gli scenari di cui sopra si sono già verificati e hanno causato tensioni e conflitti in tutta Europa. Vogliamo richiamare l'attenzione sul fatto che i paesi membri non sono emittenti di euro, e che i paesi che emettono moneta propria non hanno di questi problemi. Il Giappone - il cui rapporto debito-PIL è il più alto del mondo sviluppato oltrepassando il 220 per cento, ma i cui pagamenti degli interessi su quel debito sono tra i più bassi al mondo (1,04 per cento sui titoli a 10 anni, al momento della scrittura del presente articolo) - offre in proposito un buon esempio.
Come hanno notato figure di rilievo del calibro di Alan Greenspan e Paul Krugman, la ragione per cui i paesi che emettono la propria valuta hanno i costi del servizio del debito così bassi sta nel fatto che questi paesi possono sempre effettuare i rimborsi del debito. Possono sempre creare denaro per far fronte agli obblighi contrattuali.
E il fatto che essi abbiano questa opzione a portata di mano consente che i loro rendimenti obbligazionari rimangano bassi anche quando il loro indebitamento raggiunge livelli relativamente elevati. Il problema, naturalmente, è che se uno qualsiasi dei paesi periferici volesse emettere la propria moneta dovrebbe uscire dall'euro, un’opzione politica per la quale non vi è alcun sostegno politico.





Gli elementi chiave del approccio sui Titoli di Stato garantiti dalle imposte.
 
Quel che cercano gli investitori è la garanzia di essere rimborsati. Nei mercati, questa è denominata "solvibilità". Gli investitori cercano beni sicuri che ritengono siano una “moneta buona”. Pertanto, quel che dobbiamo fare è dare al debito periferico un elevato grado di sicurezza e contemporaneamente (1) permettere ai paesi periferici di rimanere utenti dell'euro e (2) garantire che la Banca centrale europea non abbia bisogno di intervenire come prestatore di ultima istanza. Proponiamo che una semplice soluzione a questo problema sia quella di fare in modo che i paesi periferici inizino l'emissione di un nuovo tipo di debito pubblico. Definiamo questo tipo di debito “Titoli di Stato garantiti dalle imposte”. I Titoli di Stato garantiti dalle imposte sarebbero simili ai titoli di Stato attuali, tranne che per il fatto che essi prevedono una clausola che stabilisce che se il paese non riuscisse a effettuare i versamenti alla scadenza - e solo se questo accade i titoli garantiti dalle imposte sarebbero accettabili per effettuare i pagamenti delle imposte all'interno del paese in questione.





Come funzionerebbe il Titolo di Stato garantito dalle imposte.
 
Se un investitore detiene un titolo di Stato irlandese, ad esempio, per un valore di 1.000 euro e il governo irlandese salta un pagamento degli interessi o della quota capitale, l'investitore può semplicemente utilizzare il titolo di Stato per effettuare versamenti fiscali al governo irlandese per un importo di 1.000 euro. Se l'investitore è un detentore straniero del debito e il governo salta un pagamento, può semplicemente vendere l’insolvenza sul debito a una banca irlandese (magari con un piccolo sconto, diciamo, di 5 euro) la quale potrebbe quindi utilizzare i titoli per pagare le imposte dei suoi clienti in cambio dei loro euro. Il punto chiave qui, tuttavia, è che dal momento che questa garanzia fiscale costituirebbe un minimo assoluto al di sotto del quale il valore del bene non potrebbe cadere, e poiché i bond pagano un tasso di interesse equo, non ci sarebbe alcun rischio di perdita reale e nessun motivo per liberarsene: e, pertanto, i titoli di Stato non sarebbero mai usati per rimborsare le tasse. Il Titolo di Stato garantito dalle imposte assicura gli investitori sul fatto che il bond è sempre una "mometa buona", non importa quali siano le circostanze.
Ciò porterebbe a minori tassi di interesse sui titoli, e questo, a sua volta, garantirebbe che i paesi periferici non sarebbero sospinti fino al default. È stata sollevata la questione, dagli economisti e dai gestori di denaro, sul motivo per cui un governo inadempiente non potrebbe semplicemente rifiutare di accettare i titoli insoluti nel pagamento delle imposte. Perché ciò avvenga, però, qualcuno dovrebbe tentare di utilizzare i suoi titoli per il pagamento delle imposte e il governo dovrebbe sostenere che nessun pagamento è stato effettuato e perseguire tale contribuente per la mancata corresponsione delle imposte. Per garantire che ciò non avvenga, ci battiamo affinché le obbligazioni siano scritte in conformità al diritto (internazionale) del Regno Unito.
Ciò significherebbe che il governo non avrebbe alcuna legittimazione ad agire per dar seguito a una tale pretesa. I rendimenti dei nuovi titoli saranno quindi stabiliti dai mercati. Noi contiamo sul fatto che questi rendimenti rifletterebbero il basso rischio associato ai nuovi titoli e sarebbero molto al di sotto dei rendimenti attualmente richiesti dai mercati. (Consigliamo di emettere i titoli con un tasso di interesse fissato al tasso Euribor più 3 per cento su una base fluttuante, e lasciando poi che il mercato regoli il prezzo a partire da lì.)



Conclusioni
 
Noi sosteniamo che questa sia la soluzione più pulita e più efficiente per la nostra attuale crisi del debito. Eppure è una soluzione che ha ricevuto solo una minima attenzione mediatica o politica. Il nostro piano sui titoli di Stato garantiti dalle tasse potrebbe fornire la via d’ingresso a un nuovo approccio al debito sovrano in Europa, quello in cui il desiderio di sovranità viene equilibrato dalla necessità per i paesi di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e non consegnarsi al soccorso altrui.




Riflessioni sull’articolo a cura di Pino Cabras e Piotr (Пётр)

Possiamo star certi che il breve articolo di Philip Pilkington e Warren Mosler che avete appena letto farà parlare di sé, anche in Italia, soprattutto in Italia, il paese più grosso di quella «periferia» della zona euro richiamata insistentemente nel saggio. In Italia c’è infatti il governo Monti-Napolitano, cioè l’esperimento politico più massiccio oggi in atto in Occidente fra quelli che vogliono prescriverci un modello unico di economia, sorretto da un’ideologia disperata e feroce basata sulla TINA (There Is No Alternative).

Solo con un enorme forzatura antidemocratica, che non può ammettere alternative, questo governo potrà tenere insieme le contraddizioni di un Paese che ha i vizi di sempre ma non la forza di un tempo.

Siamo la periferia del neomercantilismo tedesco, siamo la provincia militare e finanziaria dell’atlantismo, e siamo il campo delle scorribande per un ceto affaristico-politico criminale autoctono, fra i più insaziabili del pianeta.

Monti e Napolitano rinserrano le classi dirigenti intorno alla mancanza di alternative, con la determinazione impassibile di chi è disposto a far pagare al popolo l’intero prezzo di una catastrofe sociale. È un progetto politico che ha come unica stella polare il prelievo parassitario - concentrato in una sola generazione e in un brevissimo tempo geologico - di valori accumulati da tante generazioni. Un’assoluta emergenza.

È di fronte a una simile macchina del potere che ci spieghiamo il fiorire di una ricerca di modelli economici e politici diversi, che all’emergenza rispondono con la mobilitazione, l’esplorazione di strade inconsuete, e anche con la semplificazione, fino in certi casi a opporre alla TINA una loro TINA.

In queste circostanze non buttiamo via nulla ma non abbracciamo nessun salvatore. Questo perché non ci sono salvatori ma non ci sono idee da sprecare.

La MMT ad esempio, è la versione attuale di teorie che a lungo hanno avuto cittadinanza, prima che passasse lo schiacciasassi della teoria economica oggi dominante. Ma va vista laicamente. Se un’espressione religiosa dobbiamo usare, allora recitiamo “niente di nuovo sotto il sole”: perché basta togliere la polvere da un vecchio libro di un keynesiano italiano, Augusto Graziani, "La teoria del circuito monetario", per rivedere tutti i presupposti di una teoria “moderna”.

La MMT è ora una teoria utilizzata ampiamente da un’area di opposizione che sostiene la necessità di fare una battaglia politica per uscire dall’Euro e azzerare l’Unione Europea. Come dimostra in modo clamoroso l’articolo sopra riportato, firmato proprio uno dei più eminenti fondatori della MMT, lo stesso impianto concettuale si presta a una battaglia totalmente diversa, che non prevede né la fine dell’euro né del progetto europeo.

Cosa significa tutto questo? Che lezione dovremmo trarne? Quale parola prevale sulle altre?

La parola è Politica. È la porta giusta da attraversare per comprendere l’origine della crisi e i possibili sbocchi.

Ogni tentativo di fuoriuscire dal pensiero unico è benvenuto. E anche la MMT, perfino nelle sue divulgazioni fra loro opposte, è un approccio interessante.
Ma bisogna inquadrare le soluzioni tecniche nel loro contesto politico nazionale e internazionale. Altrimenti rimangono tecnicismi che, da soli, non possono incidere nella realtà.

Molti partono da un assunto di fondo ingenuo e sbagliatissimo: che alla FED, alla BCE o a Bankitalia queste cose non si conoscano. Ribaltiamo invece l'assunto: tutte queste cose i veri decisori, cioè quelli non fanno solo parte del teatrino della politica ma dei ponti di comando che contano, le sanno eccome. E allora perché fanno tutt'altro?

Ecco cosa scriveva Federico Caffé in una conferenza del 1971 pubblicata nel 1973 col titolo “Di una economia di mercato compatibile con la socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”:

«Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica, con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati, favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi.»

Attenzione alle date: il 1971 è l’anno in cui Nixon dichiara che la moneta internazionale, il dollaro, non ha più nessun riferimento con l’oro. Siamo cioè nell’anno dell’evento spia della presente crisi sistemica, ovvero al momento di snodo tra il precedente ventennio keynesiano e la successiva lunga fase di tentativi di aggiramento della sua crisi. Questi tentativi si assesteranno, per modo di dire, nel monetarismo e nel neo-liberismo che quella crisi non faranno altro che aggravare, approfondire e allargare.

Ci troviamo cioè proprio laddove le nuove teorie della crisi non vogliono quasi mai scavare fino in fondo, perché altrimenti si capirebbe che le loro spiegazioni sono in realtà delle brillanti descrizioni e che le loro soluzioni nuove sono in realtà un “passato che avanza”.
Ed ecco come concludeva quella conferenza Caffè:

«Nelle condizioni odierne di estesa concentrazione del potere economico e finanziario, esso è strumento di vigore competitivo e di allocazione efficiente di capitale monetario; bensì strumento di un complesso intreccio di manovre e strategie, prive di ogni connessione con la logica di una economia di mercato e rese possibili dalle deformazioni che essa ha subito con l’affermarsi di una configurazione storica del capitalismo, ormai anacronistica».

Il linguaggio era quello di un economista riformatore e non certo rivoluzionario. Ma Federico Caffè aveva capito che la finanziarizzazione era una nuova fase dell’intimo, seppur contraddittorio, connubio tra economia e politica.
La finanziarizzazione era una strategia di potere, non un modello economico sbagliato.
Vengono prese dunque decisioni politiche, ma ad esse chi cerca una soluzione al disastro contrappone contromisure tecniche, di fatto considerando quelle decisioni politiche degli errori di economia politica.
Pensa dunque di avere una soluzione innovativa mentre invece avanza un'ipotesi sicuramente già scrutinata e scartata dai decisori o meglio da chi, tra i decisori, prevale.
Mario Draghi (proprio quello che dice: «il modello sociale europeo è oggi superato») è stato un brillante allievo di Federico Caffè. Pensate proprio che non si ricordi delle lezioni del suo maestro? Forse è persino convinto di rielaborarle creativamente, chi lo sa?
La prima domanda da porsi allora è: «Perché l’ipotesi è stata scartata?». La seconda, connessa alla prima, è: «Perché è prevalso quel decisore e non quell'altro?».
Ovviamente bisogna poi stare attenti a non rispondere con ingenuità come «l'ingordigia dei banchieri». Questa ingordigia c'è, naturalmente, ma è parte di un meccanismo conflittuale che agli stessi attori della finanziarizzazione si presenta come “oggettivo”, nel medesimo modo in cui è oggettivo il mondo delle cose. Il loro mestiere e la loro possibilità di rimanere attori sulla scena è la valorizzazione all’infinito del capitale. Quel che non vi rientra è pura esternalità da scaricare sull’ambiente, sulle società e sul futuro di tutti. E loro si comportano così per gli stessi motivi per cui il baco fa la seta: è il loro modo di esistere e di proteggersi nel mondo.
Un’altra delle teorie emergenti è quella di chi propone come soluzione della crisi l’uscita collettiva dei PIIGS - che poi ricalca l'idea di Luciano Vasapollo di una «ALBA mediterranea». Anche questa proposta entra nel bagaglio teorico di chi spinge per far uscire l’Italia dall’euro. Ma anch’essa, pur molto interessante, non ci dice quali sono le pre-condizioni e le post-condizioni politiche della sua attuazione, benché si capisca, però più per induzione, che la versione di Vasapollo in verità non sia totalmente sguarnita in tal senso.
Tutte queste proposte sono da valutare seriamente, ma sollevano perplessità, che non riguardano il lato tecnico in sé, ma proprio il fatto che quello sia il lato più evidenziato, cioè che non siano descritte assieme al complesso di condizioni politiche nazionali e internazionali che le devono accompagnare.
L’approccio contro-monetarista non affronta la "doppia trappola" tedesca-anglosassone. Per esso c'è un trappolone unico, ovvero c'è un nemico unico e un meccanismo coerente a cui contrapporsi. Non è per nulla così: se c'è una cosa che manca ai nostri avversari è la coerenza, sono tutti in preda a contraddizioni e a conflitti. Anche laddove sembra che ci sia una macchina compatta, come nel caso del governo Monti-Napolitano, in realtà vediamo il punto di convergenza di tendenze stridenti e difficilissime da conciliare, se non con equilibri distruttivi. E qui sta il pericolo estremo, certo.
Più in generale, le classi dirigenti occidentali sono attraversate da visioni e catene d’interessi conflittuali, che possono essere tenute insieme con ben altro che la moneta, ad esempio militarmente. Perciò non ci fidiamo della solidità di chi ci parla di euro ma non delle guerre atlantiste.
E poi, di cos’altro non parlano gli economisti, anche gli economisti amici? Non dicono mai, ad esempio, perché quella che propongono sarebbe da considerare una soluzione. Lasciano implicito - ma a volte lo dicono esplicitamente – che lo sarebbe perché permetterebbe il caro e rimpianto rilancio keynesiano dell'economia. Come mai ne sono così sicuri? Per loro è così perché lo dice la teoria economica della "domanda aggregata" e l'esperienza del ventennio d'oro del dopoguerra (da noi passato alla storia come il “boom economico”).
Le due cose non possono essere disgiunte: ogni ipotesi di economia politica ha la sua conferma solo dall'applicazione. E l'applicazione del keynesismo è relegata al ventennio seguito alle distruzioni, economiche e belliche, della precedente crisi sistemica.
Detto in altri termini, si vorrebbero applicare le ricette che ebbero successo all'inizio del ciclo sistemico statunitense adesso che siamo al tramonto di questo ciclo e all'inizio di una fase di transizione inedita, che va in direzione non di un nuovo ciclo ma di qualcosa del tutto nuovo da governare.
E poi, si fa presto a dire euro. Di che euro stiamo parlando? Di quello di un anno fa? Di quello di oggi? Di quello che i signori decisori prospettano per domani? La nostra perplessità non nasce certo da un amore per una schifezza monetaristica sub imperiale e disfunzionale, come quella che ci sovrasta. Il punto è proprio che non amiamo le soluzioni uguali e contrarie, semplicemente perché le riteniamo, per i motivi spiegati, pseudo-soluzioni, soluzioni che del connubio che caratterizza il capitalismo, economia e politica, vedono solo una metà.
La plausibilità di qualsiasi soluzione deve essere valutata col metro politico. E in questo rientra anche la valutazione della sua "praticabilità di massa" - ovvero una proposta incomprensibile potrebbe essere adottata solo da un partito iper-giacobino, una merce mai venduta nella piazza italica.
Esistono analisi eccellenti della finanziarizzazione, ma tutte (con pochissime eccezioni, come quelle ad esempio di Giovanni Arrighi che nel 1994 aveva previsto le crisi finanziarie e le guerre di oggi) si fermano sulla soglia delle sue ragioni profonde, del perché ci sia. A questo punto è più sensata la spiegazione marxista classica: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Almeno cerca di dare una spiegazione interna ai meccanismi di accumulazione. È una spiegazione molto parziale, ma se non altro vuole andare a fondo delle cose.
Per finire: dialoghiamo con tutti, cerchiamo di ricevere l'apporto delle menti migliori, ma non innamoriamoci dell'ultimo tecnico con sensibilità sociale (che non vuol dire politica) che incontriamo.



[1] Philip Pilkington è un giornalista e scrittore che vive a Dublino. Warren Mosler è consigliere economico senior del presidente del Senato delle Isole Vergini statunitensi e primario fondatore della Modern Monetary Theory (teoria monetaria moderna). Il Levy Economics Institute ha pubblicato questa ricerca con la convinzione che si tratti di un contributo costruttivo e positivo alla discussione su questioni politiche rilevanti. Né il Consiglio di amministrazione dell’Istituto né i suoi consulenti necessariamente approvano ogni proposta formulata dall'autore.
Copyright © 2012 Levy Economics Institute of Bard College ISSN 2166-028X