di Pino Cabras e Piotr (Пётр) – da Megachip.
Le popolazioni dei paesi europei più benestanti sostengono che i paesi periferici in difficoltà devono prendersi le loro responsabilità per i loro carichi debitori e smetterla con l’affidarsi ai salvataggi da parte dell’Europa nel suo insieme.
Nel frattempo, i cittadini nella periferia sono via via sempre più angosciati dalla perdita della sovranità fiscale che deriva dai salvataggi e dalle conseguenti misure di austerità. In casi più estremi, questo si è manifestato in forma di appelli ai paesi affinché uscissero dalla moneta unica, un’azione che sarebbe catastrofica per il progetto europeo nel suo insieme. La soluzione ideale soddisferebbe entrambe le parti.
Una tale soluzione consentirebbe ai singoli paesi di mantenere la propria sovranità e tornare ai mercati in modo da non doversi più affidare sul resto dell’Europa per i salvataggi. Allo stesso tempo, dobbiamo assicurare che la moneta unica rimanga intatta. Di seguito, introduciamo un’innovazione finanziaria che fornirebbe tale soluzione.
La radice della crisi del debito può essere ricondotta al fatto che gli investitori sono attualmente preoccupati dal debito pubblico dei paesi della periferia della zona euro. Sono preoccupati del fatto che questi paesi potrebbero andare in default e che gli investitori perderebbero di conseguenza il loro denaro.
Questo fa sì che gli investitori chiedano un maggiore "rendimento", o tasso di interesse, su tali titoli di Stato. Ma quando i tassi di interesse salgono troppo in alto, il paese in questione soffre sotto il peso dei pagamenti di pesanti interessi, il che può spingere quel paese verso una situazione tale da renderlo non in grado di rimborsare i suoi creditori. In tal caso, il paese debitore può poi chiedere ai suoi vicini di eseguire un salvataggio, sia tramite un fondo costituito appositamente per tale salvataggio, sia richiedendo che la banca centrale acquisti un po’ del suo debito sul mercato secondario.
Entrambi gli scenari di cui sopra si sono già verificati e hanno causato tensioni e conflitti in tutta Europa. Vogliamo richiamare l'attenzione sul fatto che i paesi membri non sono emittenti di euro, e che i paesi che emettono moneta propria non hanno di questi problemi. Il Giappone - il cui rapporto debito-PIL è il più alto del mondo sviluppato oltrepassando il 220 per cento, ma i cui pagamenti degli interessi su quel debito sono tra i più bassi al mondo (1,04 per cento sui titoli a 10 anni, al momento della scrittura del presente articolo) - offre in proposito un buon esempio.
Come hanno notato figure di rilievo del calibro di Alan Greenspan e Paul Krugman, la ragione per cui i paesi che emettono la propria valuta hanno i costi del servizio del debito così bassi sta nel fatto che questi paesi possono sempre effettuare i rimborsi del debito. Possono sempre creare denaro per far fronte agli obblighi contrattuali.
E il fatto che essi abbiano questa opzione a portata di mano consente che i loro rendimenti obbligazionari rimangano bassi anche quando il loro indebitamento raggiunge livelli relativamente elevati. Il problema, naturalmente, è che se uno qualsiasi dei paesi periferici volesse emettere la propria moneta dovrebbe uscire dall'euro, un’opzione politica per la quale non vi è alcun sostegno politico.
Quel che cercano gli investitori è la garanzia di essere rimborsati. Nei mercati, questa è denominata "solvibilità". Gli investitori cercano beni sicuri che ritengono siano una “moneta buona”. Pertanto, quel che dobbiamo fare è dare al debito periferico un elevato grado di sicurezza e contemporaneamente (1) permettere ai paesi periferici di rimanere utenti dell'euro e (2) garantire che la Banca centrale europea non abbia bisogno di intervenire come prestatore di ultima istanza. Proponiamo che una semplice soluzione a questo problema sia quella di fare in modo che i paesi periferici inizino l'emissione di un nuovo tipo di debito pubblico. Definiamo questo tipo di debito “Titoli di Stato garantiti dalle imposte”. I Titoli di Stato garantiti dalle imposte sarebbero simili ai titoli di Stato attuali, tranne che per il fatto che essi prevedono una clausola che stabilisce che se il paese non riuscisse a effettuare i versamenti alla scadenza - e solo se questo accade – i titoli garantiti dalle imposte sarebbero accettabili per effettuare i pagamenti delle imposte all'interno del paese in questione.
Se un investitore detiene un titolo di Stato irlandese, ad esempio, per un valore di 1.000 euro e il governo irlandese salta un pagamento degli interessi o della quota capitale, l'investitore può semplicemente utilizzare il titolo di Stato per effettuare versamenti fiscali al governo irlandese per un importo di 1.000 euro. Se l'investitore è un detentore straniero del debito e il governo salta un pagamento, può semplicemente vendere l’insolvenza sul debito a una banca irlandese (magari con un piccolo sconto, diciamo, di 5 euro) la quale potrebbe quindi utilizzare i titoli per pagare le imposte dei suoi clienti in cambio dei loro euro. Il punto chiave qui, tuttavia, è che dal momento che questa garanzia fiscale costituirebbe un minimo assoluto al di sotto del quale il valore del bene non potrebbe cadere, e poiché i bond pagano un tasso di interesse equo, non ci sarebbe alcun rischio di perdita reale e nessun motivo per liberarsene: e, pertanto, i titoli di Stato non sarebbero mai usati per rimborsare le tasse. Il Titolo di Stato garantito dalle imposte assicura gli investitori sul fatto che il bond è sempre una "mometa buona", non importa quali siano le circostanze.
Ciò porterebbe a minori tassi di interesse sui titoli, e questo, a sua volta, garantirebbe che i paesi periferici non sarebbero sospinti fino al default. È stata sollevata la questione, dagli economisti e dai gestori di denaro, sul motivo per cui un governo inadempiente non potrebbe semplicemente rifiutare di accettare i titoli insoluti nel pagamento delle imposte. Perché ciò avvenga, però, qualcuno dovrebbe tentare di utilizzare i suoi titoli per il pagamento delle imposte e il governo dovrebbe sostenere che nessun pagamento è stato effettuato e perseguire tale contribuente per la mancata corresponsione delle imposte. Per garantire che ciò non avvenga, ci battiamo affinché le obbligazioni siano scritte in conformità al diritto (internazionale) del Regno Unito.
Ciò significherebbe che il governo non avrebbe alcuna legittimazione ad agire per dar seguito a una tale pretesa. I rendimenti dei nuovi titoli saranno quindi stabiliti dai mercati. Noi contiamo sul fatto che questi rendimenti rifletterebbero il basso rischio associato ai nuovi titoli e sarebbero molto al di sotto dei rendimenti attualmente richiesti dai mercati. (Consigliamo di emettere i titoli con un tasso di interesse fissato al tasso Euribor più 3 per cento su una base fluttuante, e lasciando poi che il mercato regoli il prezzo a partire da lì.)
Noi sosteniamo che questa sia la soluzione più pulita e più efficiente per la nostra attuale crisi del debito. Eppure è una soluzione che ha ricevuto solo una minima attenzione mediatica o politica. Il nostro piano sui titoli di Stato garantiti dalle tasse potrebbe fornire la via d’ingresso a un nuovo approccio al debito sovrano in Europa, quello in cui il desiderio di sovranità viene equilibrato dalla necessità per i paesi di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e non consegnarsi al soccorso altrui.
Vengono prese dunque decisioni politiche, ma ad esse chi cerca una soluzione al disastro contrappone contromisure tecniche, di fatto considerando quelle decisioni politiche degli errori di economia politica.
Pensa dunque di avere una soluzione innovativa mentre invece avanza un'ipotesi sicuramente già scrutinata e scartata dai decisori o meglio da chi, tra i decisori, prevale.
Mario Draghi (proprio quello che dice: «il modello sociale europeo è oggi superato») è stato un brillante allievo di Federico Caffè. Pensate proprio che non si ricordi delle lezioni del suo maestro? Forse è persino convinto di rielaborarle creativamente, chi lo sa?
La prima domanda da porsi allora è: «Perché l’ipotesi è stata scartata?». La seconda, connessa alla prima, è: «Perché è prevalso quel decisore e non quell'altro?».
Ovviamente bisogna poi stare attenti a non rispondere con ingenuità come «l'ingordigia dei banchieri». Questa ingordigia c'è, naturalmente, ma è parte di un meccanismo conflittuale che agli stessi attori della finanziarizzazione si presenta come “oggettivo”, nel medesimo modo in cui è oggettivo il mondo delle cose. Il loro mestiere e la loro possibilità di rimanere attori sulla scena è la valorizzazione all’infinito del capitale. Quel che non vi rientra è pura esternalità da scaricare sull’ambiente, sulle società e sul futuro di tutti. E loro si comportano così per gli stessi motivi per cui il baco fa la seta: è il loro modo di esistere e di proteggersi nel mondo.
Un’altra delle teorie emergenti è quella di chi propone come soluzione della crisi l’uscita collettiva dei PIIGS - che poi ricalca l'idea di Luciano Vasapollo di una «ALBA mediterranea». Anche questa proposta entra nel bagaglio teorico di chi spinge per far uscire l’Italia dall’euro. Ma anch’essa, pur molto interessante, non ci dice quali sono le pre-condizioni e le post-condizioni politiche della sua attuazione, benché si capisca, però più per induzione, che la versione di Vasapollo in verità non sia totalmente sguarnita in tal senso.
Tutte queste proposte sono da valutare seriamente, ma sollevano perplessità, che non riguardano il lato tecnico in sé, ma proprio il fatto che quello sia il lato più evidenziato, cioè che non siano descritte assieme al complesso di condizioni politiche nazionali e internazionali che le devono accompagnare.
L’approccio contro-monetarista non affronta la "doppia trappola" tedesca-anglosassone. Per esso c'è un trappolone unico, ovvero c'è un nemico unico e un meccanismo coerente a cui contrapporsi. Non è per nulla così: se c'è una cosa che manca ai nostri avversari è la coerenza, sono tutti in preda a contraddizioni e a conflitti. Anche laddove sembra che ci sia una macchina compatta, come nel caso del governo Monti-Napolitano, in realtà vediamo il punto di convergenza di tendenze stridenti e difficilissime da conciliare, se non con equilibri distruttivi. E qui sta il pericolo estremo, certo.
Più in generale, le classi dirigenti occidentali sono attraversate da visioni e catene d’interessi conflittuali, che possono essere tenute insieme con ben altro che la moneta, ad esempio militarmente. Perciò non ci fidiamo della solidità di chi ci parla di euro ma non delle guerre atlantiste.
E poi, di cos’altro non parlano gli economisti, anche gli economisti amici? Non dicono mai, ad esempio, perché quella che propongono sarebbe da considerare una soluzione. Lasciano implicito - ma a volte lo dicono esplicitamente – che lo sarebbe perché permetterebbe il caro e rimpianto rilancio keynesiano dell'economia. Come mai ne sono così sicuri? Per loro è così perché lo dice la teoria economica della "domanda aggregata" e l'esperienza del ventennio d'oro del dopoguerra (da noi passato alla storia come il “boom economico”).
Le due cose non possono essere disgiunte: ogni ipotesi di economia politica ha la sua conferma solo dall'applicazione. E l'applicazione del keynesismo è relegata al ventennio seguito alle distruzioni, economiche e belliche, della precedente crisi sistemica.
Detto in altri termini, si vorrebbero applicare le ricette che ebbero successo all'inizio del ciclo sistemico statunitense adesso che siamo al tramonto di questo ciclo e all'inizio di una fase di transizione inedita, che va in direzione non di un nuovo ciclo ma di qualcosa del tutto nuovo da governare.
E poi, si fa presto a dire euro. Di che euro stiamo parlando? Di quello di un anno fa? Di quello di oggi? Di quello che i signori decisori prospettano per domani? La nostra perplessità non nasce certo da un amore per una schifezza monetaristica sub imperiale e disfunzionale, come quella che ci sovrasta. Il punto è proprio che non amiamo le soluzioni uguali e contrarie, semplicemente perché le riteniamo, per i motivi spiegati, pseudo-soluzioni, soluzioni che del connubio che caratterizza il capitalismo, economia e politica, vedono solo una metà.
La plausibilità di qualsiasi soluzione deve essere valutata col metro politico. E in questo rientra anche la valutazione della sua "praticabilità di massa" - ovvero una proposta incomprensibile potrebbe essere adottata solo da un partito iper-giacobino, una merce mai venduta nella piazza italica.
Esistono analisi eccellenti della finanziarizzazione, ma tutte (con pochissime eccezioni, come quelle ad esempio di Giovanni Arrighi che nel 1994 aveva previsto le crisi finanziarie e le guerre di oggi) si fermano sulla soglia delle sue ragioni profonde, del perché ci sia. A questo punto è più sensata la spiegazione marxista classica: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Almeno cerca di dare una spiegazione interna ai meccanismi di accumulazione. È una spiegazione molto parziale, ma se non altro vuole andare a fondo delle cose.
Per finire: dialoghiamo con tutti, cerchiamo di ricevere l'apporto delle menti migliori, ma non innamoriamoci dell'ultimo tecnico con sensibilità sociale (che non vuol dire politica) che incontriamo.
[1] Philip Pilkington è un giornalista e scrittore che vive a Dublino. Warren Mosler è consigliere economico senior del presidente del Senato delle Isole Vergini statunitensi e primario fondatore della Modern Monetary Theory (teoria monetaria moderna). Il Levy Economics Institute ha pubblicato questa ricerca con la convinzione che si tratti di un contributo costruttivo e positivo alla discussione su questioni politiche rilevanti. Né il Consiglio di amministrazione dell’Istituto né i suoi consulenti necessariamente approvano ogni proposta formulata dall'autore.


Non c’è da aspettarsi nulla da Marchionne che, secondo Chiesa, è il «rappresentante della scimmia che pilota l'aereo verso il disastro.»

