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13 febbraio 2015
Paul C. Roberts: costringere gli USA a mollare l'ideologia della supremazia mondiale
In occasione del
simposio internazionale Global WARning - tenutosi il 12
dicembre 2014 e organizzato da Pandora TV, Megachip-Democrazia nella
Comunicazione e Alternativa - uno degli interventi più forti è
stato quello di Paul Craig Roberts, intervistato da Piero
Pagliani. Roberts era stato sottosegretario al Tesoro durante la
prima Amministrazione Reagan, e ha poi scritto migliaia di
editoriali, oltre che diversi libri argomentati con una prosa limpida
e precisa, che descrivono l'involuzione imperiale del potere
atlantico.
Il Video, di 17'29'',
riporta la parte più interessante della conversazione, di cui vi
offriamo anche una trascrizione.
Buona visione e buona
lettura!
Intervista a Paul Craig Roberts a cura di Piero Pagliani.
Intervento Video al simposio internazionale Global WARning del 12 dicembre 2014.
D.
Dottor Roberts, grazie per averci concesso questa intervista.
Possiamo incominciare. Come sa ho uno scenario da sottoporle.
All’indomani
della II Guerra Mondiale, gli USA possedevano il 70% delle riserve
auree mondiali e la concentrazione negli Stati Uniti della domanda
effettiva e della capacità produttiva èra senza precedenti nella
storia. Queste condizioni costituivano l’aspetto economico
dell’egemonia statunitense mondiale.
Nell’agosto
del 1971, il presidente Nixon dichiarando l’inconvertibilità del
Dollaro in oro mise fine al sistema monetario stabilito a Bretton
Woods.
Oggi,
la Russia e la China ammassano migliaia di tonnellate di oro fisico e
i BRICS hanno lanciato la Nuova Banca di Sviluppo.
Nel
marzo del 2009, il Governatore della Banca Centrale Cinese ha
proposto di rimpiazzare il Dollaro come valuta dominante e di creare
una valuta di riserva internazionale indipendente da singole nazioni.
Mr.
Roberts, in quale modo questo scenario riesce a descrivere i
cambiamenti attuali negli equilibri geopolitici? In
quale misura un mondo multipolare può riuscire a fare
superare la presente crisi sistemica?
R.
A mio modo di vedere, una valuta internazionale non è più
necessaria. All’indomani della II Guerra Mondiale quando tutte le
altre grandi nazioni industriali avevano economie distrutte e
strutture industriali distrutte solo il Dollaro americano aveva
valore e quindi poteva diventare la moneta mondiale.
Oggi
chiaramente ci sono molte zone sviluppate del mondo con valute
legittime e quindi è possibile condurre scambi tra nazioni tramite
le loro proprie valute. Avete l’Euro, avete il Rublo, avete la
valuta cinese, avete la giapponese, la canadese, l’australiana,
ognuna già ora con un grande volume di attività economica sulla
faccia del pianeta che non esisteva nel 1945. E quindi una valuta di
riserva non è veramente più necessaria. Una valuta di riserva
connessa a nazioni assicura a quella nazione un potere, le dà
l’egemonia finanziaria sopra altre nazioni.
Stiamo
osservando come Washington faccia un cattivo uso di questo potere. Un
altro problema è il modo in cui Washington usa la valuta di riserva
per pagare i suoi conti. Se sei la nazione con la valuta di riserva
puoi rilassarti perché puoi pagare i tuoi conti emettendo moneta di
credito. Negli anni recenti ciò che è successo è stato che
Washington ha espanso oltre misura la sua disponibilità monetaria e
il Dollaro ha denominato il debito. Washington inflaziona la sua
valuta come ha fatto anno dopo anno, dopo anno e dopo anno ancora col
Quantitative Easing. Una politica che strettamente parlando, non è
finita. Ciò costringe le altre nazioni a inflazionare le proprie
valute, altrimenti il valore di scambio delle loro valute aumenta e
le esportazioni vengono tagliate, e quindi per proteggere i mercati
di esportazioni tutti devono inflazionare se lo fanno gli Stati
Uniti. Così la conseguenza è che il mondo ora è sommerso da fiat
money, ma la produzione di merci e di servizi non è cresciuta in
modo commensurabile alla crescita
del denaro. Ci aspettiamo una seria inflazione mondiale per molte
ragioni. Molta di questa moneta è sotto chiave nel sistema bancario.
E’ comunque una situazione molto instabile ogni volta che create
più fiat money di quanto non siano prodotti beni e servizi.
Quindi,
io penso che la situazione abbia raggiunto il punto in cui molte
nazioni, parlo di nazioni potenti come la Russia e la Cina, si
rendono conto che il sistema del Dollaro, il sistema di pagamenti
basato sul Dollaro, si sta frantumando, ed è anche il sistema che
può essere usato per imporre sanzioni su nazioni che non seguono le
imposizioni di Washington. Avete sanzioni se vi comportate
indipendentemente da Washington e quindi si possono vedere movimenti
per abbandonare il sistema e ciò certamente avverrà.
D.
Così, in un certo senso, la proposta del governatore cinese della
banca centrale, è una sorta di provocazione politica. Dire: “Abbiamo
bisogno di un Bancor invece che del Dollaro”.
R.
Beh, lei sa che la Cina è il più grande creditore del Tesoro
statunitense. Possiede la parte maggiore
del debito USA. Ha legato la sua valuta al Dollaro per dimostrare che
la sua valuta è buona quanto il Dollaro . E ciò che vediamo è che
la valuta cinese è meglio del Dollaro. Io penso che l’obiezione
della Cina è il modo in cui gli Stati Uniti usano la loro valuta
come un’egemonia finanziaria sopra tutte le altre nazioni. La usa
per minare la sovranità delle altre nazioni. Lo vediamo con le
sanzioni contro la Russia. Questo è il modo per costringere la
Russia a sottomettersi al volere di Washington. Ma stanno ottenendo
il risultato opposto. La Russia sta lasciando il sistema dei
pagamenti basati sul Dollaro.
E
la Russia inoltre, a causa della la stupidità dei governi europei,
sta riorientando il suo commercio dall’Europa all’Oriente. Lo
vediamo oggi con gli sviluppi in campo energetico. Così ciò manderà
in frantumi il sistema di pagamento basato sul dollaro. E finirà.
D.
Questo ci porta alla prossima domanda, Mr. Roberts. A quanto sembra
gli Stati Uniti stanno cercando di mantenere la loro supremazia
mondiale costi quel che costi. Qual è la sua opinione riguardo le
possibilità degli USA di mantenere la loro egemonia nel breve e
medio termine? Quale è, in quest’ottica, il ruolo delle forze
armate, delle istituzioni finanziarie, delle corporations e
dell’agribusiness? Cosa dovrebbero fare le nazioni europee per
ribilanciare questo squilibrio a favore degli USA?
R.
Le nazioni europee sono i grandi facilitatori dell’egemonia di
Washington. Se le nazioni europee fossero davvero sovrane e fossero
in grado di condurre politiche internazionali indipendenti non
sarebbero stati vassalli degli Stati Uniti e questo limiterebbe lo
strapotere degli USA e priverebbe gli Stati Uniti della copertura per
le sue guerre di aggressione.
Cosa
può fare l’Europa? Può disimpegnarsi dalla Nato. Essere un
membro della Nato vuol dire assoggettarsi al controllo di Washington.
La Nato esisteva per proteggersi dall’invasione dell’Europa da
parte dell’Armata Rossa, l’esercito sovietico. Questa minaccia è
bella e spartita da almeno vent’anni. Eppure la Nato continua ad
espandersi e viene usata dagli Stati Uniti per le sue guerre in
Africa e nel Medio Oriente. Cosa ci guadagna l’Europa da tutto ciò?
Niente. E adesso viene trascinata in un confronto militare con la
Russia. Che cosa ne uscirà da tutto ciò? Nulla di buono per
l’Europa. È quindi è necessario che i Paesi europei riacquistino
la loro sovranità. Ma non sono sovrani, Sono colonie. Sono regimi
fantocci. Non hanno politiche estere indipendenti. Sono assoggettate
al volere di Washington. E ciò costituisce una grande facilitazione
per l’egemonia di Washington. Senza ciò gli Stati Uniti sarebbero
solo un altro Paese tra tanti. Magari un Paese molto forte, certo, ma
un Paese tra tanti. Ma quando uno ha tutta l’Europa, il Canada,
l’Australia il Giappone come regimi fantocci e stati vassalli,
diventa strapotente.
Quindi,
ciò che l’Europa può fare? Lasciare la Nato. La Nato non protegge
più l’Europa, ma la mette in pericolo perché la coinvolge nelle
guerre di Washington.
D.
Mr. Roberts. In che modo gli USA riescono ad assoggettare le nazioni
europee? C’è una ragione principale?
R.
Ci sono vari motivi. Un motivo è che dopo la II Guerra Mondiale il
Dollaro è diventato la moneta di riserva, ciò che dà un potere
enorme a questo Paese. Un’altra ragione è stata la lunga Guerra
Fredda con l’Unione Sovietica e la propaganda secondo cui l’Europa
poteva essere invasa dall’Unione Sovietica. Con la conseguente
dipendenza dell’Europa, che dura da decenni, dalla protezione
americana. Se tu dipendi dalla protezione di un altro Paese finisci
per dover seguire le politiche di quel Paese perché dipendi da quel
Paese. E’ il ruolo che assumi col tempo.
Tutto
ciò avrebbe dovuto finire con il collasso dell’Unione Sovietica.
Sfortunatamente il collasso dell’Unione Sovietica ha portato alla
ribalta negli Stati Uniti l’ideologia dei neoconservatori che dice
che la Storia ha scelto gli Stati Uniti per dominare il mondo.
Sarebbe la Nazione Eccezionale, la Nazione Indispensabile e il
collasso del comunismo, del socialismo avrebbe provato che gli Stati
Uniti dovevano esercitare la loro egemonia sul mondo. Questa
ideologia è stata istituzionalizzata nella politica estera e
militare degli Stati Uniti. Abbiamo la dottrina Brzezinski e la
dottrina Wolfowitz.
E
nell’essenziale queste dottrine dicono che gli Stati Uniti devono
prevenire l’ascesa di ogni altro Paese che abbia il potere e le
capacità di bloccare i propositi di Washington nel mondo. E questi
due Stati oggi sono la Russia e la Cina. E quindi questa ideologia è
estremamente pericolosa perché mette il mondo in conflitto con la
Russia e la Cina. E questi sono tra i principali paesi nucleari, e
sono grandi economie ed enormi aree geografiche. E quindi l’ideologia
dell’egemonia americana è una minaccia alla stessa esistenza della
vita sulla terra.
D.
La Germania potrebbe giocare un ruolo importante in questo scenario.
Ma sembra che non stia affatto per giocarlo. Cosa pensa della
Germania?
R.
Temo che la Merkel sia solo un pupazzo di Washington. E’ molto
difficile per un leader europeo alzarsi in piedi e rappresentare il
proprio popolo invece che gli Stati Uniti. Tutti i leader europei
rappresentano gli Stati Uniti e non rappresentano il popolo della
Francia, della Germania o il popolo britannico. Rappresentano gli
Stati Uniti. E certamente sono ben remunerati per questo. E quindi i
leader che mostrano una qualche disposizione a non stare al gioco
sono sempre rovinati . Perciò se la Germania dovrebbe alzarsi in
piedi, dovesse fare qualcosa, immaginatevi se la Germania dovesse
semplicemente lasciare l’UE . Restare non serve agli interessi
della Germania. Perché la Germania verrebbe munta e pagherebbe i
debiti dell’UE. E dell’Ucraina.
O
se la Germania lasciasse la Nato. Perché la Germania dovrebbe stare
nella Nato? La Germania ha grandi collegamenti economici con la
Russia. Ma questi stanno per essere sacrificati per far piacere agli
Americani.
Quindi
la Germania potrebbe fare molto. Potrebbe lasciare la UE, potrebbe
lasciare la Nato. Questo sarebbe la fine dell’egemonia
statunitense.
D.
E’ quindi anche un problema di democrazia. Non c’è perciò più
democrazia nei Paesi occidentali, in un certo senso.
R.
I Paesi occidentali non hanno più, a mio avviso la democrazia,
perché i loro leader non rappresentano il popolo.
Negli
stati Uniti rappresentano ideologie e rappresentano potenti gruppi di
interessi, come ad esempio il complesso militare e di sicurezza, Wall
Street e le grandi banche e l’agribusiness, la lobby israeliana, le
industrie estrattive, petrolio, miniere e l’industria del legno.
Tutti questi sono interessi potentissimi le cui donazioni determinano
chi viene eletto e la gente che trae beneficio da questi contributi
alle campagne elettorali sono alleate alle fonti del denaro. Quindi
tutto il processo viene rimosso dalla rappresentazione del popolo. Il
popolo non fornisce i soldi che eleggono i candidati. E quindi si ha
una situazione in cui l’Europa è solo un vassallo degli Stati
Uniti
Quindi
questi leader non possono nemmeno rappresentare gli interessi del
loro popolo ma devono conformarsi alle politiche degli Stati Uniti.
Perciò si può solamente dire che la democrazia in fin dei conti non
esiste. E’ solo una copertura perché i governi sono incapaci di
rappresentare gli interessi del popolo.
R.
Questo mi ricorda un suo articolo recente. In questo articolo lei ha
denunciato, cito, che dall’Amministrazione Clinton in poi “il
potere di contrappeso dei lavoratori nei confronti del capitale è
svanito”. Questa denuncia significa che dovremmo fare qualcosa per
ribilanciare lavoro e capitale. Cosa dovrebbero fare i lavoratori e
le persone comuni per ribilanciare lo squilibrio nei confronti del
capitale?
R.
E chiaro che non possono fare nulla all’interno di questo sistema.
Ciò che ha distrutto il potere dell’uomo comune negli Stati Uniti
è stato la delocalizzazione all’estero dei posti di lavoro
dell’industria manifatturiera e quando l’industria è stata
delocalizzata all’estero i sindacati sono stati distrutti. E quando
i sindacati sono stati smantellati, la fonte indipendente di
finanziamento del Partito Democratico è stata distrutta e di
conseguenza i Democratici ora devono rivolgersi agli stessi gruppi di
interesse che finanziano i Repubblicani. Devono rivolgersi al
complesso militare-sicurezza, a Wall Street, alle banche e così
entrambi i partiti sono finanziati dalle medesime fonti. Così a
tutti gli effetti c’è un unico partito.
E
quindi all’interno di ciò cosa possono fare i lavoratori
spossessati? Non possono fare veramente nulla all’interno del
sistema. Tutto quello che possono fare è contestare la legittimità
del governo e ribellarsi. E’ l’unica alternativa che hanno. Non
c’è nessuna possibilità di cambiare il sistema dall’interno.
Fin quando protestare vuol dire protestare pacificamente vuol dire
che la gente accetta la struttura e semplicemente cerca di convincere
coloro che hanno il potere che devono cambiare le proprie idee. Ma
questo non avverrà. Non succede mai.
Abbiamo
raggiunto un punto in cui i lavoratori sono spinti ai margini. Non
hanno nessuna influenza non hanno nessuna rappresentanza. E tutto
quello che possono fare è contestare la legittimità del sistema e
ribellarsi. Non c’è nient’altro che possano fare.
D.
È una posizione molto forte.
Molto precisa.
R.
Non lo sto proponendo. Sto solo rispondendo alla sua domanda.
D.
Certo, la comprendo.
R.
All’interno del sistema non hanno praticamente nessun potere. E
tutto questo è dovuto alla delocalizzazione dei posti di lavoro.
Perché ciò ha tolto il loro potere economico. Questo era il potere
che controbilanciava il potere dei capitalisti. Senza i sindacati non
c’è un potere controbilanciante.
D.
Lo scenario che dobbiamo affrontare è molto pericoloso. Grazie
ancora per averci concesso questa intervista. Le voglio chiedere se
ha qualcosa da dire all’audience europeo e italiano. Liberamente.
R.
Tutto quello che posso dire è che i Paesi in Europa che hanno una
così lunga storia non devono rinunciare alla loro sovranità, per
Washington. Devono riconquistare la loro sovranità per proteggere il
mondo dall’aggressione di Washington. Perché questa ideologia
dell’egemonia mondiale è molto pericolosa. E’ un’ideologia
molto pericolosa. Potete vedere i morti e le distruzioni nel Medio
Oriente da tredici anni. Puoi vedere l’ingerenza irresponsabile del
governo degli Stati Uniti in Ucraina, le accuse irresponsabili contro
la Russia, contro la Cina, la costruzione di basi militari sulle
frontiere della Russia e in Asia per bloccare l’accesso della Cina
alle risorse. Tutto questo ci porterà alla guerra. Ma La Russia e la
Cina non sono la Libia o l’Iraq.
Quindi
i Paesi europei dovrebbero recuperare la loro sovranità e
ridiventare Paesi indipendenti . Così da costringere gli Stati Uniti
a mollare questa ideologia della supremazia mondiale.
Essa
è pericolosa per gli Americani, è pericolosa per i Russi, per i
Cinesi, per gli Europei. E’ pericolosa per tutti.
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14 dicembre 2014
Brevi notizie e grandi pericoli
Il simposio 'GlobalWARning' è stata una grande occasione per conoscere
meglio il quadro dei pericoli mondiali incombenti e i prezzi che rischia
di pagare l'umanità.
di Piotr.
da Megachip.
0. Presso la Biblioteca della Camera dei Deputati si è svolto venerdì scorso il convegno “Global WARning” organizzato da Pandora TV, Megachip-Democrazia nella Comunicazione e Alternativa. Ospiti politici in sala due parlamentari 5 Stelle, Marta Grande (deputata) e Massimo Castaldo (eurodeputato), la senatrice Paola De Pin e l’europarlamentare del Gruppo Verde-(ALE) Tatyana Zhdanoka.
Nessun politico di sinistra, sebbene invitato, era presente. In compenso Matteo Salvini ha voluto rilasciare una breve dichiarazione registrata. Ma nessuno a sinistra ha pensato che fosse interessante dialogare con giornalisti esperti di politica internazionale come Pepe Escobar (tanto per intenderci, un inviato che due settimane prima dell’11 Settembre scrisse su Asia Times un articolo intitolato “Get Osama! Now! Or else ...”), o come Marcello Foa e Talal Khrais, e nemmeno gli è sembrato interessante capire come la pensa un ex pezzo grosso di Washington, come Paul Craig Roberts, assistente al Tesoro di Reagan o l’attuale consigliere economico di Putin, Sergey Glazyev impossibilitato a venire in quanto “sanzionato” dalla UE.
1. Partiamo proprio da qui. E’ interessante questa modalità atlantica di sanzione ad personam. Interessante perché rivela che le mosse economiche della Russia fanno vedere i sorci verdi al fronte Atlantico. Quali altri motivi ci sarebbero per sanzionare un tecnico privo di un potere politico personale?
Vediamo allora alcuni avvenimenti recenti. Credo che possano interessare anche l’italiano medio, benché tradizionalmente non sia molto incuriosito da quel che succede oltre il Raccordo Anulare o le tangenziali milanesi.
Da quando sono iniziate le sanzioni contro Mosca, la Russia ha firmato con la Cina i maggiori accordi energetici della storia, ha stretto inimmaginabili legami con la Turchia - cosa che verosimilmente farà cambiare il quadro della crisi ISIS-Siria-Iraq - e due giorni dopo essere stato in Turchia, Putin se ne è volato in India dove si è portato a casa un pacchetto di 25 accordi più la decisione strategica di un progressivo aumento del volume di scambi in monete nazionali. L’ennesimo colpo al ruolo del Dollaro. In realtà, nell’intervista registrata per il convegno, il supertecnico Paul Craig Roberts iniziava proprio con la categorica affermazione che "oggi non è più necessaria una valuta internazionale per il commercio e gli investimenti perché bastano quelle nazionali" mentre il ruolo del Dollaro è ormai esclusivamente geopolitico.
Vediamo allora alcuni avvenimenti recenti. Credo che possano interessare anche l’italiano medio, benché tradizionalmente non sia molto incuriosito da quel che succede oltre il Raccordo Anulare o le tangenziali milanesi.
Da quando sono iniziate le sanzioni contro Mosca, la Russia ha firmato con la Cina i maggiori accordi energetici della storia, ha stretto inimmaginabili legami con la Turchia - cosa che verosimilmente farà cambiare il quadro della crisi ISIS-Siria-Iraq - e due giorni dopo essere stato in Turchia, Putin se ne è volato in India dove si è portato a casa un pacchetto di 25 accordi più la decisione strategica di un progressivo aumento del volume di scambi in monete nazionali. L’ennesimo colpo al ruolo del Dollaro. In realtà, nell’intervista registrata per il convegno, il supertecnico Paul Craig Roberts iniziava proprio con la categorica affermazione che "oggi non è più necessaria una valuta internazionale per il commercio e gli investimenti perché bastano quelle nazionali" mentre il ruolo del Dollaro è ormai esclusivamente geopolitico.
2. Il peggior scenario per gli USA è che il declino del Dollaro come moneta internazionale mostri improvvisamente che il re è nudo, ovvero che il Dollaro vale poco o nulla, che è carta stampata col ciclostile dalla FED per sostenere i debiti di banche sommerse dagli effetti della finanziarizzazione, ovvero sommerse da montagne di titoli che finché dura - ovvero fin quando vige un loro riconoscimento convenzionale internazionale - possono essere spacciati come ricchezza, ma quando non durerà più potranno bruciare in poco tempo, mettendo così a ferro e a fuoco le nazioni occidentali, a partire dagli USA.
3. Sia ben chiaro, i BRICS, Russia e Cina in testa, sono lontani dal volere questo rogo, per vari motivi. Intanto perché le loro finanze non sono scollegate da quelle occidentali. In secondo luogo perché i Paesi occidentali sono pur sempre loro partner economici molto importanti.
Tuttavia la strategia di contenimento attuata da Washington, e di cui le sanzioni contro la Russia sono parte clamorosa, sembra condurre a una profonda frattura tra Est e Ovest che potrebbe attenuare molto quei due legami.
E così, rispetto ai risultati controproducenti che sta ottenendo questa strategia rimango perplesso e impaurito.
Escludendo la classica spiegazione, banale e consolatoria, che gli Americani sono sciocchi (perché non lo sono affatto), non riesco a ben capire perché gli USA non abbiano cercato di utilizzare una classica strategia di divide et impera, tenuto conto che i BRICS non sono né una compagine statale, né configurano una singola area di influenza come invece succede per la Triade composta da USA, Europa e Giappone, coesa da storici legami commerciali, finanziari, politici e militari, e, per quanto riguarda USA ed Europa, culturali.
Riesco solo a pensare che gli USA abbiano valutato che i tempi incalzano. Che lo sviluppo dei suoi competitor strategici sia troppo accelerato. Che al contrario l’Occidente stia evidenziando troppe debolezze. Infine che la finanziarizzazione a oltranza (principale sfogo alla crisi economica) non sia più sostenibile, pena una svalutazione drammatica del Dollaro a causa degli effetti del Quantitative Easing (QE) da parte della FED. Che nonostante i ripetuti annunci di graduale “tapering” il QE sia ancora in essere sotto altre forme (valutazione di Paul Craig Roberts). Possiamo pensare che forse il QE americano diminuirà quando inizierà quello europeo promesso da Mario Draghi. E’ solo un’ipotesi, che però giustificherebbe ulteriormente la necessità degli USA di stringere in modo sempre più soffocante ed esclusivo i legami con l’Europa.
Tuttavia la strategia di contenimento attuata da Washington, e di cui le sanzioni contro la Russia sono parte clamorosa, sembra condurre a una profonda frattura tra Est e Ovest che potrebbe attenuare molto quei due legami.
E così, rispetto ai risultati controproducenti che sta ottenendo questa strategia rimango perplesso e impaurito.
Escludendo la classica spiegazione, banale e consolatoria, che gli Americani sono sciocchi (perché non lo sono affatto), non riesco a ben capire perché gli USA non abbiano cercato di utilizzare una classica strategia di divide et impera, tenuto conto che i BRICS non sono né una compagine statale, né configurano una singola area di influenza come invece succede per la Triade composta da USA, Europa e Giappone, coesa da storici legami commerciali, finanziari, politici e militari, e, per quanto riguarda USA ed Europa, culturali.
Riesco solo a pensare che gli USA abbiano valutato che i tempi incalzano. Che lo sviluppo dei suoi competitor strategici sia troppo accelerato. Che al contrario l’Occidente stia evidenziando troppe debolezze. Infine che la finanziarizzazione a oltranza (principale sfogo alla crisi economica) non sia più sostenibile, pena una svalutazione drammatica del Dollaro a causa degli effetti del Quantitative Easing (QE) da parte della FED. Che nonostante i ripetuti annunci di graduale “tapering” il QE sia ancora in essere sotto altre forme (valutazione di Paul Craig Roberts). Possiamo pensare che forse il QE americano diminuirà quando inizierà quello europeo promesso da Mario Draghi. E’ solo un’ipotesi, che però giustificherebbe ulteriormente la necessità degli USA di stringere in modo sempre più soffocante ed esclusivo i legami con l’Europa.
4. La stessa ipotesi di accordo transatlantico di libero scambio (il famigerato TTIP) ha un minuscolo senso economico (lo ha per poche grandi corporation e le loro imprese ancillari), ma un enorme senso geopolitico, come ha ricordato di recente il ministro degli Esteri olandese, Frans Timmermans: Il TTIP non è un accordo di libero scambio. Il TTIP è un accordo geostrategico. Il suo reale senso geo-economico è quello di tentare di rilanciare la globalizzazione nei nuovi termini che detterà (o vorrebbe dettare) il blocco atlantico, che sono termini che non prevedono tra i propri parametri la ricaduta sociale positiva dell’economia, una ricaduta che potrà essere solo eventuale e solo subordinata a tutte le altre esigenze.
E’ quindi evidente che l’accettazione di questi termini da parte dei BRICS li condannerebbe a uno sviluppo che non contempla, anzi ostacola, la loro crescita e assestamento in quanto stati-nazione moderni, quindi con dinamiche sociali più armoniose, più equilibrate e più socialmente protette. Per molti versi si tratta di un ambizioso (ma difficile) progetto neo-comprador, cioè di dominio sulle economie delle nazioni estere attraverso élite subordinate a un potere imperiale.
E’ quindi evidente che l’accettazione di questi termini da parte dei BRICS li condannerebbe a uno sviluppo che non contempla, anzi ostacola, la loro crescita e assestamento in quanto stati-nazione moderni, quindi con dinamiche sociali più armoniose, più equilibrate e più socialmente protette. Per molti versi si tratta di un ambizioso (ma difficile) progetto neo-comprador, cioè di dominio sulle economie delle nazioni estere attraverso élite subordinate a un potere imperiale.
5. Tuttavia se guardiamo dall’altra parte del globo, notiamo che il tentativo di contenere Russia e Cina ha fatto virtualmente già fallire l’accordo gemello del TTIP, ovvero la Trans-Pacific Partnership.
Che effetto avrà in Europa? Proviamo a fare un’ipotesi. L’ulteriore compattazione del Gruppo di Shanghai, il rafforzamento dei legami coi suoi “Observer States”, come l’India e il Pakistan, e con i suoi “Dialogue Partners” come la Turchia, può indurre un ragionevole senso di isolamento nell’Europa. Grandi segni di nervosismo e di insofferenza sono già palesi, come l’appello tedesco “Wieder Krieg in Europa? Nicht in unserem namen!” (Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome!) firmato da personalità che vanno dal regista Wim Wender, all’attore Klaus Maria Brandauer, all’ex sindaco di Berlino, Eberhard Diepgen, al sindaco di Amburgo, Klaus von Dohnanyi, all’ex presidente federale Roman Herzog, a Konrad Kaiser, ex Segretario Generale del Consiglio ecumenico mondiale delle Chiese, all’ex Cancelliere federale Gerhard Schröder, a ex ministri, a economisti, a industriali.
Dopo aver notato che è un’immonda indecenza che in Italia non si sia alzata nessuna voce contraria di questo calibro, vediamo cosa potrebbero essere le implicazioni di questo scenario.
Che effetto avrà in Europa? Proviamo a fare un’ipotesi. L’ulteriore compattazione del Gruppo di Shanghai, il rafforzamento dei legami coi suoi “Observer States”, come l’India e il Pakistan, e con i suoi “Dialogue Partners” come la Turchia, può indurre un ragionevole senso di isolamento nell’Europa. Grandi segni di nervosismo e di insofferenza sono già palesi, come l’appello tedesco “Wieder Krieg in Europa? Nicht in unserem namen!” (Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome!) firmato da personalità che vanno dal regista Wim Wender, all’attore Klaus Maria Brandauer, all’ex sindaco di Berlino, Eberhard Diepgen, al sindaco di Amburgo, Klaus von Dohnanyi, all’ex presidente federale Roman Herzog, a Konrad Kaiser, ex Segretario Generale del Consiglio ecumenico mondiale delle Chiese, all’ex Cancelliere federale Gerhard Schröder, a ex ministri, a economisti, a industriali.
Dopo aver notato che è un’immonda indecenza che in Italia non si sia alzata nessuna voce contraria di questo calibro, vediamo cosa potrebbero essere le implicazioni di questo scenario.
6. Gli Usa hanno finora usato due armi per compattare la propria area d’influenza: il “pericolo comunista” e il “pericolo terrorista”. Storicamente la seconda arma è stata usata dopo il venir meno della credibilità della prima a seguito della caduta del muro di Berlino. Oggi le due armi sono usate assieme come una tenaglia. L’ISIS (Daesh) in Medio Oriente è il braccio simmetrico al governo nazistoide di Kiev e quindi il rilanciato allarme per un incombente “pericolo di invasione russa” agisce parallelamente al rilanciato allarme per il fondamentalismo islamico.
7. Pericoli (reali).
Se i segni di nervosismo e di insubordinazione in Europa dovessero aumentare, non escludo la possibilità di clamorosi e sanguinosi attacchi terroristici sul nostro continente, fatti per dimostrare che il “pericolo fondamentalista” è reale (e per dimostrare a chi è in grado di udire, che il caos può essere usato ovunque, che non ci sono zone franche: tutto sommato, l’Italia non è stata bombardata terroristicamente per dieci anni di fila, negli anni Settanta?).
Parallelamente non è impensabile che non subentreranno cambiamenti radicali in Ucraina, la guerra contro la Novorussia riprenda in grande stile e con atrocità tali da obbligare la Russia a intervenire (ripeto “la Russia”, non Putin come politico indipendente dalla volontà della Russia, spero di essere stato chiaro). Nell’intervento al convegno di venerdì del consigliere Sergey Glazyev, la cosa che mi ha più impressionato è il fatto che parlasse del conflitto nel Donbass direttamente come di una guerra tra Stati Uniti e Russia. Un conflitto tra Ucraina e Russia sarebbe un ampliamento di questa guerra per procura, dove presumibilmente né la NATO né gli USA presumibilmente offerta da una Russia prossima a una vittoria totale e veloce.
Così dopo aver combattuto la Russia fino all’ultimo ucraino (come usano dire molti analisti), gli USA lascerebbero Mosca presa nel dilemma se ritirarsi unilateralmente e lasciare ai suoi confini (e a quelli tedeschi) un Paese nel caos oppure logorarsi nell’occupazione di un Paese ostile. Washington raccoglierebbe così una terrorizzata Europa occidentale nel proprio soffocante abbraccio.
Se i segni di nervosismo e di insubordinazione in Europa dovessero aumentare, non escludo la possibilità di clamorosi e sanguinosi attacchi terroristici sul nostro continente, fatti per dimostrare che il “pericolo fondamentalista” è reale (e per dimostrare a chi è in grado di udire, che il caos può essere usato ovunque, che non ci sono zone franche: tutto sommato, l’Italia non è stata bombardata terroristicamente per dieci anni di fila, negli anni Settanta?).
Parallelamente non è impensabile che non subentreranno cambiamenti radicali in Ucraina, la guerra contro la Novorussia riprenda in grande stile e con atrocità tali da obbligare la Russia a intervenire (ripeto “la Russia”, non Putin come politico indipendente dalla volontà della Russia, spero di essere stato chiaro). Nell’intervento al convegno di venerdì del consigliere Sergey Glazyev, la cosa che mi ha più impressionato è il fatto che parlasse del conflitto nel Donbass direttamente come di una guerra tra Stati Uniti e Russia. Un conflitto tra Ucraina e Russia sarebbe un ampliamento di questa guerra per procura, dove presumibilmente né la NATO né gli USA presumibilmente offerta da una Russia prossima a una vittoria totale e veloce.
Così dopo aver combattuto la Russia fino all’ultimo ucraino (come usano dire molti analisti), gli USA lascerebbero Mosca presa nel dilemma se ritirarsi unilateralmente e lasciare ai suoi confini (e a quelli tedeschi) un Paese nel caos oppure logorarsi nell’occupazione di un Paese ostile. Washington raccoglierebbe così una terrorizzata Europa occidentale nel proprio soffocante abbraccio.
Cosa succederebbe dopo non lo so.
Le migliaia (o milioni) di europei morti “in the process” non lo saprebbero mai.
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21 marzo 2008
Il collasso della potenza americana
di Paul Craig Roberts.
Titolo originale:
A Bankrupt Superpower
The Collapse of American Power
The Collapse of American Power
pubblicato su «counterpunch»
il 18 marzo 2008.
Traduzione di Pino Cabras
Nel suo famoso libro intitolato The Collapse of British Power [Il collasso della potenza britannica] (1972), Correlli Barnett racconta che nei primi giorni della Seconda Guerra Mondiale alla Gran Bretagna l'oro e la valuta straniera necessari a finanziare le spese di guerra bastavano per appena pochi mesi.
I britannici si rivolsero agli americani per finanziare la loro capacità di portare avanti la guerra. Barnett scrive che questa dipendenza segnò la fine della potenza britannica.
Fin dal loro inizio, le guerre americane del XXI secolo contro l’Afghanistan e l’Iraq sono state delle guerre “in rosso” finanziate da stranieri, soprattutto cinesi e giapponesi, che acquistano i buoni del tesoro che il governo USA emette per coprire i suoi bilanci in rosso.
L’amministrazione Bush prevede un deficit di bilancio federale pari a 410 miliardi di dollari per quest’anno, il che indica che, siccome il saggio di risparmio USA è circa zero, gli USA dipendono dagli stranieri non solo per finanziare le loro guerre ma anche per finanziare parte della spesa pubblica interna. I prestatori stranieri stanno pagando gli stipendi statali USA – forse quello dello stesso presidente – o stanno finanziando le spese dei vari ministeri. Dal punto di vista finanziario, gli Stati Uniti non sono una nazione indipendente.
La previsione del deficit da 410 milioni di dollari dell’amministrazione Bush si basa sul presupposto irrealistico di una crescita del PIL del 2,7% nel 2008, mentre di fatto l’economia USA è caduta in una recessione che potrebbe essere grave. Non ci sarà alcuna crescita del 2,7%, per cui il vero deficit si dilaterà ben oltre i 410 miliardi di dollari.
Così come il bilancio pubblico è in confusione, altrettanto lo è il dollaro USA che continua a vedere declinare il suo valore rispetto alle altre valute. Il dollaro è sotto pressione non solo per via dei deficit di bilancio, ma anche a causa degli immani deficit commerciali e delle aspettative d’inflazione che derivano dallo sforzo della Federal Reserve volto a stabilizzare il perturbatissimo sistema finanziario con grandi iniezioni di liquidità.
Un sistema monetario e finanziario sconvolto e grandi deficit di bilancio e commerciali non mostrano un bel viso ai creditori, eppure Washington nella sua sfacciataggine sembra credere che gli USA possano contare per sempre sui cinesi, i giapponesi e i sauditi per finanziare il tenore di vita dell’America oltre i suoi mezzi. Immaginate lo sgomento quando arriva il giorno in cui un’asta del Tesoro USA sui nuovi strumenti di debito non risulta interamente sottoscritta.
Gli USA hanno gettato al vento 500 miliardi di dollari in una guerra che non serve ad alcuno scopo americano, Inoltre quei 500 miliardi sono soltanto le spese vive. Non includono i costi di sostituzione degli equipaggiamenti distrutti, né i futuri costi previdenziali per i veterani, né il costo degli interessi da pagare sui prestiti che hanno finanziato la guerra, né il PIL statunitense perso per aver deviato delle risorse scarse sulla guerra. Gli esperti che non fanno parte degli ingranaggi di governo calcolano che il costo della guerra irachena raggiunga i 3mila miliardi di dollari.
Il candidato alla presidenza repubblicano ha detto che sarebbe lieto di continuare la guerra per 100 anni. Con quali risorse? Quando i creditori dell’America considerano il nostro comportamento vedono una totale irresponsabilità fiscale. Vedono una nazione ingannata che crede che gli stranieri continueranno ad accumulare il debito USA fino alla fine dei tempi.
La questione vera è che gli USA sono in bancarotta. David M. Walzer, il Comptroller General degli USA nonché capo del GAO (Government Accountability Office, una funzione paragonabile alla nostra Corte dei Conti, NdT), nel suo rapporto del 17 dicembre 2007 al Congresso sul rendiconto finanziario del governo USA ha annotato che “il governo federale non ha mantenuto un controllo interno efficace sulla rendicontazione finanziaria (comprese le attività di salvaguardia) né ha ottemperato a importanti leggi e regolamenti alla data del 30 settembre”. Detto nel linguaggio di tutti i giorni: il governo USA non passerebbe una revisione di bilancio.
Come se non bastasse, il rapporto GAO ha indicato che le passività accumulate del governo federale “assommavano a circa 53mila miliardi di dollari al 30 settembre 2007”. Nessun fondo è stato messo da parte per coprire questo sconvolgente passivo.
Tanto perché il lettore capisca, 53mila miliardi di dollari sono 53 milioni di milioni di dollari.
Stanco di parlare a delle orecchie sorde, Walzer si è recentemente dimesso dalla carica di capo del Government Accountability Office.
Al 17 marzo 2008, un franco svizzero valeva più di un dollaro. Nel 1970 il tasso di cambio era di 4,2 franchi svizzeri per un dollaro. Nel 1970 un dollaro comprava 360 yen giapponesi. Oggi un dollaro compra meno di 100 yen.
Se tu fossi un creditore, vorresti tenerti un debito in una valuta che registra prestazioni così scarse rispetto a quelle di una moneta di una piccola nazione isolana che venne colpita atomicamente e sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, o rispetto a una piccola nazione europea senza sbocchi al mare abbarbicata alla sua indipendenza e che non fa parte dell’Unione europea?
Ti terresti il debito di un paese le cui importazioni eccedono la sua produzione industriale? Secondo le ultime statistiche USA riportate il 28 febbraio 2008 su «Manufacturing and Technology News», nel 2007 le importazioni erano il 14% del PIL statunitense mentre la produzione manifatturiera USA comprendeva il 12% del PIL. Un paese le cui importazioni eccedano la sua produzione industriale non può chiudere il suo deficit commerciale esportando di più.
Il dollaro ha anche visto crollare il suo valore rispetto all’Euro, la moneta di una nazione immaginaria che non esiste: l’Unione europea. La Francia, la Germania, l’Italia, l’Inghilterra e altri membri della Ue esistono ancora come nazioni sovrane. L’Inghilterra conserva addirittura la propria moneta. Eppure l’Euro batte nuovi primati ogni giorno contro il dollaro.
Noam Chomsky recentemente ha scritto che l’America pensa di “possedere” IL mondo. Questa è decisamente la visione dell’amministrazione Bush egemonizzata dai neocon. Ma la realtà effettuale è che gli USA “devono” AL mondo. La “superpotenza” USA non può nemmeno finanziare le proprie operazioni interne, tanto meno le sue guerre gratuite, se non attraverso l’accondiscendenza di stranieri a voler prestare denaro che non potrà essere ripagato.
Gli Stati Uniti non ripagheranno mai i prestiti. L’economia americana è stata devastata dalle delocalizzazioni, dalla concorrenza straniera e dall’immigrazione di stranieri con il permesso di lavoro, mentre si aggrappa a un’ideologia di libero scambio che avvantaggia i pesci grossi delle multinazionali e gli azionisti a spese della forza lavoro americana. Il dollaro sta fallendo nella sua funzione di moneta di riserva e sarà presto abbandonato.
Quando il dollaro smetterà di essere la valuta di riserva, gli USA non saranno più capaci di pagare i propri conti facendosi prestare più denaro dagli stranieri.
A volte mi chiedo se la “superpotenza” fallita riuscirà a raggranellare le risorse per riportare a casa i soldati posizionati nelle sue centinaia di basi oltremare, o se costoro saranno semplicemente abbandonati.
Paul Craig Roberts è stato sottosegretario al Tesoro nell'amministrazione Reagan. E' stato commentatore sulle pagine del «Wall Street Journal» e collaboratore della «National Review».
È coautore di The Tyranny of Good Intentions
Gli si può scrivere su PaulCraigRoberts, at, yahoo, punto, com.
Si veda sul tema anche un interessante video olandese:
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