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5 agosto 2008

James Quintiere: mazzate di un super esperto sulla versione ufficiale

di Pino Cabras


James Quintiere

Aggiornamento del 6 agosto 2008:

Il presente articolo è stato ripreso dal sito «Zerofilm»


Lo specialista e il NIST

Pochi in Italia sanno del dottor James Quintiere, una delle personalità più lucide e titolate che si sono impegnate a criticare – da un versante particolare - la versione ufficiale sui crolli del World Trade Center. Proprio Quintiere, ex capo della divisione Scienza degli incendi presso il NIST (l’agenzia che ha prodotto la più voluminosa versione ufficiale) - e ben coperto dalle credenziali di scienziato che ha a lungo lavorato con i governi - ha fatto appello a una revisione indipendente dell’inchiesta sui crolli dell’11 settembre 2001.

Ci sono al mondo ben poche persone che possano vantare l’esperienza scientifica di Quintiere nel valutare gli effetti di un incendio su un edificio. Tra l’altro fu Quintiere a dare ragione alla versione del governo federale in occasione della controversa tragedia di Waco. Perciò le sue severe domande al NIST suonano come altrettante mazzate sulla versione ufficiale.

Le sue domande aleggiano ancora, in attesa di risposte.

Chi può dare queste risposte sarà solo un’inchiesta di vasta portata.

Non le ha date il NIST.

Tanto meno sono in grado di darle gli zelanti censori che pure pretendono di surrogarsi come depositari di una verità irrevisionabile.

Chi ha affrontato la sconfinata materia dell’11 settembre sa che una delle inchieste ufficiali più importanti è stata svolta proprio dal NIST (National Institute of Standards and Technology), l’agenzia governativa USA per la normazione e la tecnologia, un'emanazione del Dipartimento del Commercio che si raccorda con l'industria per sviluppare standard, tecnologie e metodi miranti a favorire la produzione e il commercio, ma il cui budget è alimentato soprattutto dalla sfera pubblica.

È del 2005 la versione conclusiva del Rapporto Finale del NIST sulle cause del crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center. L’indagine era durata tre anni. I risultati del NIST hanno in qualche misura il rango di fonte ‘ufficiale’ della teoria per la quale gli impatti degli aeroplani, unitamente agli incendi, avrebbero cagionato i crolli dei grattacieli. Il rapporto del NIST è accompagnato da 43 volumi di documentazione e ricerca. I volumi sono noti collettivamente come NIST NCSTAR, e sono tutti scaricabili da wtc.nist.gov.

Sin da subito, chi ha criticato il rapporto ha fatto notare che i test del NIST sui materiali veri sono surclassati da modellizzazioni virtuali – perfette, ma arbitrarie, nei parametri usati – per cui i risultati s’inoltrano per certe vie e non per altre.

Il subisso di dati e immagini virtuali del NIST mira a puntellare questa spiegazione di fondo: gli aerei, nell’impatto, avrebbero asportato il rivestimento antincendio dall’acciaio esponendo quest’ultimo direttamente all’azione devastatrice del fuoco; le travature a ponte del WTC su cui facevano base i piani, nel piegarsi per effetto del calore, avrebbero tirato all’interno i muri perimetrali provocando una «propagazione dell’instabilità» lungo le colonne perimetrali e stressando maggiormente le colonne centrali del nucleo, già rese meno resistenti dagli incendi; l’energia dei piani posti sopra la zona dell’incendio avrebbe innescato il «collasso globale».

Il NIST tende a suggerire che i collassi totali di grattacieli siano abbastanza “normali”, anche se di norma questi eventi si presentano in modo meno subitaneo e meno catastrofico. Non c’è alcun esempio di “collassi progressivi TOTALI” di edifici in acciaio al di fuori dell’11 settembre 2001.

Fra chi non è rimasto convinto dalle conclusioni del NIST, c’è chi ha anche provato a ipotizzare possibili scenari alternativi, fatti di demolizioni intenzionali, la cui attuabilità non potrebbe che dipendere da drammatiche complicità all’interno delle organizzazioni che gestivano la sicurezza dei grattacieli. A scavare in quella direzione le sorprese sarebbero tante, ma in questa sede, oggi, ci porterebbero lontano.

James Quintiere, prima di concentrarsi sulle domande, prova anche lui a fare delle ipotesi. Non fa parte del ‘partito della termite’, e quindi non punta il dito sulla miscela incendiaria che secondo certe ipotesi avrebbe tagliato il nodo dell’equilibrio delle torri.

Tuttavia Quintiere contraddice con forza il rapporto del NIST. Rispetto al rapporto ufficiale ipotizza una diversa causa per i crolli, ossia l’applicazione di un’insufficiente isolamento antincendio delle travature a ponte delle Torri Gemelle. «Suggerisco che ci sia una teoria ugualmente giustificabile e cioè che le travature cadono allorché sono riscaldate dall’incendio con l’isolamento intatto. Queste sono due diverse conclusioni, e la responsabilità per ciascuna di esse è tremendamente diversa», ha detto.

In sostanza, Quintiere – a differenza del NIST - non è per nulla convinto che sia dimostrabile che ci sia stata una rimozione 'localizzata' delle protezioni antincendio né che essa abbia causato danni così gravi. Ritiene più verosimile una ‘magagna’ più generale e diffusa, che ha reso più vulnerabili le strutture. Altri che chiedono di indagare sull'ipotesi di demolizione sospettano che la cattiva performance della struttura sia derivata da un'azione intenzionale su di essa. Quintiere sospetta invece una carenza costitutiva delle torri. Ma è comunque un'ipotesi lontana dalla versione del NIST. È un’ipotesi di lavoro -chiamiamola così - che sceglie di non varcare la soglia delle complicità più altolocate: si entrerebbe in un paradigma operativo che coinvolgerebbe ben di più che al-Qā‘ida.

Il super esperto non lancia comunque scomuniche ‘anticomplottiste’. Anzi, al cospetto di una platea mondiale di colleghi scienziati e ingegneri della sicurezza, li esorta tutti ironicamente affinché riesaminino i crolli del WTC: «Spero di convincervi a diventare dei ‘cospirazionisti’, ma in un modo più adeguato».

Quintiere ha pronunciato questo suo appello nel 2007 durante una sua presentazione, intitolata “Questions on the WTC Investigations”, illustrata per un’ora davanti a un congresso di livello mondiale sulla sicurezza antincendio (World Fire Safety Conference).

«Mi piacerebbe che ci fosse una revisione paritaria dell’inchiesta NIST», ha detto. «Credo che tutti i dati assemblati dal NIST debbano essere archiviati. Vorrei davvero vedere qualcun altro dare uno sguardo a quanto il NIST ha fatto, sia dal punto di vista strutturistico sia da quello dell’analisi degli incendi».


NIST: conclusioni discutibili

«Ritengo che le conclusioni ufficiali cui è giunto il NIST siano discutibili», ha spiegato Quintiere.

«Dunque si guardi a delle reali cause alternative in grado di spiegare il crollo delle torri del WTC e si osservi come si pongono di fronte alla causa ufficiale e quale sia la rilevanza di ciascuna causa rispetto a un’altra».

L’atteggiamento è aperto, proprio come ci aspetteremmo da uno dei più eminenti scienziati al mondo nel settore dell’analisi scientifica degli incendi e dell’ingegneria della sicurezza. Se le conclusioni del NIST sono «discutibili», allora vanno indagate con un confronto vero le possibili «cause alternative».

Nella sua presentazione Quintiere ha anche criticato la ripetuta incapacità del NIST di rispondere alle serie domande sollevate in merito alle sue conclusioni circa i crolli degli edifici del WTC e in merito al processo da esso utilizzato per giungere a tali conclusioni. Parla a ragion veduta.

«Mi son sorbito tutte le audizioni del NIST. Sono andato a tutte le riunioni del loro comitato consultivo, in veste di osservatore. Ho fatto commenti su tutto.»

In risposta a un'osservazione di un rappresentante del NIST presente fra il pubblico, Quintiere ha puntualizzato:

«Ho constatato che lungo tutta la vostra inchiesta era difficilissimo ottenere una risposta chiara. E quando qualcuno è andato alle vostre riunioni o audizioni del comitato, gli venivano concessi cinque minuti per fare una dichiarazione, e non poteva mai fare domande. Con tutti i commenti che ho apportato, e ho passato molte ore a scrivere delle cose - mentre vi tedierei a riversarvele qui - non ho ricevuto, mai, una risposta formale che fosse una».

Arriva la prima grande anomalia investigativa individuata da Quintiere:

«In ogni inchiesta cui ho partecipato, la chiave consisteva nello stabilire una tabella temporale. E tale tabella si compone di testimonianze, informazioni ricavate dai sistemi di allarme, da qualsiasi video che possiate avere dell’evento, e infine di calcoli. E poi cercate di mettere insieme tutto ciò. E se i vostri calcoli sono coerenti con alcuni dei fatti di un certo peso, allora forse potete trovare un qualche conforto nei risultati dei vostri conteggi. Non ho visto alcuna tabella temporale disposta nella relazione del NIST.»

Quintiere ha poi manifestato la propria frustrazione di fronte a un’altra macroscopica anomalia: l’incapacità del NIST di fornire un rapporto sul terzo grattacielo crollato l’11/9, l’Edificio 7 del WTC. «E questo edificio non venne colpito da alcunché», ha sottolineato Quintiere. «È più importante dare uno sguardo a questo. Forse hanno giocato un ruolo importante i danni causati dalle macerie precipitate. Ma oltre a questo avete assistito a degli incendi che bruciavano a lungo senza l’intervento del dipartimento dei vigili del fuoco. E i pompieri erano dentro questo edificio. Devo ancora vedere un qualsiasi tipo di resoconto in merito a quanto hanno visto. Che cosa stava bruciando?»

Guarda caso, il sistema di monitoraggio antincendio del WTC 7 quel giorno mandò alla società di sorveglianza un solo segnale, subito dopo il crollo del WTC2, senza informazioni specifiche su dove si sviluppava l’incendio. Il sistema di allarme era stato messo in modalità test “per lavori di manutenzione” proprio quella mattina. L’ennesima coincidenza dell’11/9, giorno in cui su ognuna delle vicende chiave si sono concentrati gli effetti di decine di esercitazioni, manutenzioni, e war games che alteravano puntualmente la scenda del crimine. In questo caso il risultato fu che per 8 ore qualunque allarme d'incendio ricevuto dal sistema veniva comunque ignorato.

L’Edificio 7 del World Trade Center non era un grattacielo così banale, anche se il crollo delle Twin Towers ne ha offuscato la memoria. Negli USA sarebbe stato comunque l’edificio più alto in 33 su 50 stati. Sebbene l’11 settembre non fosse stato colpito da alcun velivolo, alle ore 17,20 crollò integralmente riducendosi a una magra pila di detriti, in una manciata di secondi. Negli anni successivi il NIST non è riuscito a offrire alcuna spiegazione del crollo. A questa momentanea rinuncia del NIST, si aggiunge l’assoluta mancanza di menzione del crollo dell’Edificio 7 nel rapporto della Commissione d’inchiesta sull’11/9, che pure si autodefiniva, meno male, «il pieno e completo resoconto delle circostanze che contornano gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.»


Un’inchiesta impedita

Quintiere spiega bene la sua delusione rispetto ai risultati del NIST. In origine riponeva «grandi speranze» sul fatto che il NIST avrebbe fatto un buon lavoro nell’inchiesta.

«Rappresentano il laboratorio governativo centrale in materia d’incendi. Ci sono ottime persone in grado di fare un buon lavoro.» Fin qui, bene.

«Ma ho anche pensato che quel che dovrebbero fare sarebbe di coinvolgere il servizio dell’ATF (l’ufficio che si occupa di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi), il quale ha una squadra investigativa e un laboratorio per proprio conto in materia d’incendi. E ho pensato che dovrebbero far scendere la loro gente per strada per procacciarsi informazioni con il metodo dei detective. Che cosa ha impedito tutto ciò? Ritengo che sia stata la struttura legale che avviluppa il Dipartimento del commercio e di conseguenza il NIST. Pertanto, invece di agire come dei legali impegnati in una causa civile tesi a raccogliere deposizioni e informazioni tramite atti di citazione, questi legali hanno fatto l’esatto contrario e hanno bloccato tutto.»

Le parole, adesso, sono felpate, ma le conclusioni sono gravissime: esistono condizioni strutturali e vincoli pesanti che impediscono un’inchiesta vera e attendibile.

La presentazione di Quintiere alla World Fire Safety Conference ha echeggiato la sua prima dichiarazione alla commissione parlamentare sulle scienze della Camera dei Rappresentanti, il 26 ottobre 2005, durante un’audizione per la “Inchiesta sul crollo del World Trade Center: risultati, raccomandazioni, e prossimi passi”, quando disse:

«A mio parere, l’inchiesta sul WTC del NIST delude le aspettative per non riuscire sicuramente a trovare una causa, per non collegare sufficientemente raccomandazioni specifiche alla causa, per non invocare pienamente tutta la propria autorità nel cercare i fatti nell'inchiesta, e per l'indirizzo dei legali di parte governativa mirante a scoraggiare anziché sviluppare la ricerca dei fatti.»

Queste le prime mazzate di Quintiere, ma poi arrivano le altre, sempre più incalzanti e micidiali.


Le domande senza risposta

«Io ho oltre 35 anni di esperienza nella ricerca sugli incendi. Ho lavorato nel programma sugli incendi del NIST per 19 anni come capo della divisione. Da allora sono stato alla University of Maryland. Sono un membro fondatore ed ex presidente della International Association for Fire Safety Science, il principale forum mondiale per la ricerca sugli incendi...». Premessa necessaria prima di snocciolare l’elenco delle domande ignorate dal NIST.

«1. Perché il processo di progettazione dell'applicazione della protezione antincendio alle torri del WTC non è stato pienamente richiamato per determinare le colpe?»

«2. Perché non sono state indagate e discusse delle ipotesi alternative sui crolli visto che il NIST ha dichiarato ripetutamente che lo sarebbero state?»

«3. La spoliazione di un luogo in cui si sia svolto un incendio è la base per distruggere una prova legale in un'inchiesta. La maggior parte dell'acciaio è stata rimossa, benché gli elementi chiave dell'acciaio presente nel ‘core’ fossero stati catalogati. Un'attenta lettura del rapporto del NIST mostra che non hanno alcuna prova che le temperature da loro previste come necessarie per le rotture siano corroborate da parte dei risultati dei minuscoli detriti in acciaio in loro possesso. Perché il NIST non ha dichiarato che questa spoliazione dell'acciaio fu un errore sesquipedale?»

«4. Il NIST ha usato modelli computerizzati che a loro dire non avevano mai usato prima in una simile applicazione e che sono i più avanzati. Per questo motivo le loro competenze andrebbero encomiate. Ma è la validazione di questa modellizzazione ad essere in questione. Altri hanno calcolato degli aspetti con diverse conclusioni circa il meccanismo che ha causato il crollo. Per di più, è cosa comune nelle indagini sugli incendi calcolare una linea temporale e confrontarla con eventi conosciuti. Il NIST non lo ha fatto.»

«5. I test del NIST sono stati inconcludenti. Sebbene abbiano fatto dei test sugli incendi nella scala di diverse postazioni di lavoro, un test replicato sulla scala di almeno un piano del WTC sarebbe stato di considerevole valore. Perché non è stato fatto questo?»

«6. Il critico crollo del WTC 7 è relegato in un ruolo secondario, poiché i suoi risultati non saranno completi per un altro anno ancora. Era chiaro durante la riunione del comitato consultivo del NIST nel settembre 2005 che questa data non sarebbe stata realistica, giacché il NIST non vi ha dimostrato progressi. Perché il NIST ha rinviato questa indagine importante?»


La necessità di un’inchiesta nuova

Già nel settembre 2006 era apparsa un’intervista di James Quintiere sull’edizione norvegese di «Le Monde Diplomatique». Alla domanda «C'è un bisogno di una nuova inchiesta sul crollo degli edifici?», lo scienziato statunitense rispose affermativamente:

«Credo che ci dovrebbe essere una piena pubblicazione delle analisi e dei risultati del NIST, con la possibilità per il pubblico di fare domande di fronte a una commissione imparziale capace di garantire la determinatezza e accuratezza dei risultati. […]. La commissione dovrebbe stabilire se sono necessarie ulteriori indagini. Un evento di questa scala continuerà ad essere oggetto di inchieste, e dato che i calcoli tendono a essere più precisi per questo scenario, credo che assisteremo a un miglioramento dei risultati. La cosa può richiedere decenni.»

La nostra memoria della strategia della tensione e degli anni di piombo non ci fa stupire di questo lungo arco temporale, previsto con lucido realismo da Quintiere. E questa stessa memoria non ci fa stupire della fretta con cui altri invece ci vogliono rivendere le soluzioni dei gialli politici fornite in quattr’e quattr’otto da certi apparati dello Stato: in genere si tratta di soluzioni piatte, senza profondità, riduttive, banalizzanti, fatte di killer solitari e di gruppi isolati, senza scabrose complicità fra chi potrebbe fermarli. È la fretta dei depistatori.

Di certo servono nuove risorse investigative, inquirenti indipendenti, possibilmente a livello internazionale, con poteri d’indagine penetranti, con dei “mastini” che raccolgano deposizioni e notizie tramite atti di citazione. Fino ad oggi le inchieste ufficiali sono state segnate dall’imprinting della 9/11 Commission, la quale dichiarava candidamente nel suo rapporto che il suo scopo «non è stato di assegnare colpe individuali». Fino alla farsa delle deposizioni di Bush e Cheney, in seduta segreta, senza giuramento e senza la possibilità di prendere appunti.

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Il dottor Quintiere è una delle figure più eminenti al mondo fra i ricercatori in scienza degli incendi e fra gli ingegneri della sicurezza. Ha lavorato presso la divisione Fire Science and Engineering del NIST per 19 anni, fino a ricoprire la posizione di capo della divisione. Ha lasciato il NIST nel 1990 per entrare alla facoltà di ingegneria della protezione dagli incendi alla University of Maryland, dove opera tuttora.

Quintiere è un membro fondatore ed ex presidente della International Association for Fire Safety Science (IAFSS). È anche Fellow presso l'American Society of Mechanical Engineers (ASME). Ha ricevuto numerosi premi per i suoi contributi alla ricerca sulla scienza e l'ingegneria degli incendi, tra cui:

La medaglia di bronzo e quella d'argento del Dipartimento del Commercio (rispettivamente 1976 e 1982);

La Howard W. Emmons Lecture Award insignito da IAFSS nel 1986

Il Sjölin Award del 2002 per il rilevante contributo alla scienza della sicurezza dagli incendi, insignito dal forum internazionale dei direttori della scienza degli incendi, NIST

La Guise Medal del 2006, insignita da parte della National Fire Protection Association

La sua presentazione intitolata “Questions on the WTC Investigations” è stata illustrata due volte, alla World Fire Safety Conference del 2007. Le registrazioni delle presentazioni possono essere acquistate dalla National Fire Protection Association presso il sito http://www.fleetwoodonsite.com/index.php?cPath=.

3 settembre 2008

Il crollo dell’Edificio 7: morta una teoria ufficiale se ne fa un'altra

di Pino Cabras


Fonte dell'immagine: «Luogocomune» [QUI]

“La montagna ha partorito un topolino”? Dovremmo dirlo anche stavolta, sette anni dopo l’11 settembre 2001, ora che il NIST (National Institute of Standards and Technology) ha finalmente esibito il suo studio sul crollo dell’Edificio 7 del World Trade Center, ancora privo di risposte convincenti.

Solo che si tratta di un topolone bello grande, pieno di pagine e pagine di grafici e simulazioni.
Il regalo troppo voluminoso fa più colpo su chi ha meno buon gusto. Allo stesso modo il pingue cadeau del NIST ha dato grande soddisfazione alla maggior parte dei giornali, che avevano già in caldo il titolo che serviva per l’occasione: “Finalmente risolto il mistero dell’Edificio 7”.

Sempre rinviata, l’inchiesta dell’agenzia governativa statunitense ha fatto il suo debutto in società il 21 agosto 2008 con una conferenza stampa tenuta dall'investigatore capo Shyam Sunder.

Abbiamo così appreso che il WTC7 sarebbe crollato a causa degli incendi per via di un evento mai riscontrato prima nella storia, un ‘unicum’ che annullerebbe ogni certezza in materia di sicurezza degli edifici. Salvo mettere le mani avanti: guardate che non è cosa che succede ogni giorno. Infatti sono cose che capitano solo nel giorno delle coincidenze magiche, l'11/9.
La causa sarebbe un crollo progressivo totale provocato da espansione termica (“thermal expansion”, dice il NIST).

Le conclusioni dell’inchiesta, in soldoni, sono queste: le macerie precipitate dalla Torre Nord sul WTC7 hanno innescato vasti incendi nella parte inferiore a est del grattacielo, abbastanza per lungo tempo da far dilatare le travature orizzontali che reggevano i pavimenti; la dilatazione orizzontale non riusciva a trovare sfogo in un’espansione all'esterno del palazzo, che rimaneva sufficientemente inalterabile, mentre lo trovava a danno di una colonna interna, la colonna 79, che ha finito per scardinarsi.

Un ricorrente “deus ex machina” dei film di Indiana Jones o dei fumetti di Martin Mystère, così come dei cartoni di Wile E. Coyote e dell’astronave aliena di Indipendence Day, è il cruciale punto debole – una lastra, una leva, un software, una colonna - che fa crollare tutto con un minimo movimento, sia esso un palazzo, una grotta, una montagna o un’astronave.

La colonna 79 dell’Edificio 7 si presenta con la medesima potenza di un espediente drammaturgico inatteso. Con sfrontatezza disneyana la colonna collassa, riverberando gli effetti sulle colonne più prossime, in un movimento da sud a nord. L’ondata di crolli va poi da est a ovest, risparmiando per qualche secondo la struttura perimetrale, che poi cede e fa crollare il grattacielo in modo totale e definitivo.

Fa specie pensare che fra gli inquilini dell’Edificio 7 ci fossero istituzioni finanziarie, compagnie di assicurazione e agenzie governative top secret talmente ingenue da fidarsi di un palazzetto così vulnerabile, nel quale il cedimento di un solo pilastro era in grado di mettere in moto un crollo totale che non faceva rimanere “pietra su pietra”. Non credevano alla “cartoon physics”. Dovevano, forse?

Per anni, chi osava mettere in questione i risultati delle frammentarie indagini sulla “terza torre” ha subito petulanti reprimende. Con il tono di chi ti dice “ora t’insegno dove abiti e nel frattempo dimostro che sei un cretino progressivo totale, me l’ha detto Occam”, i guardiani full time delle verità ammissibili ci hanno spiegato tutto e il contrario di tutto: che fra le cause del crollo c’era un grosso squarcio nel palazzo che ne aveva minato l’equilibrio, che però aveva fatto la sua porca parte anche il deposito di carburante diesel, che le conclusioni giuste erano quelle di «Popular Mechanics», anzi no, quelle della BBC. Per tenere insieme i contraddittori miti filogovernativi usavano una specie di “grammelot” tecnocratico, in modo da dire che la scienza era dalla loro parte, piena di punti fermi asseverati dalle autorità. Questi punti fermi hanno subito un crollo progressivo e totale con la disperata giravolta del NIST.

Tutto lo zelo dilapidato a guardia del mito-bidone delle mutevoli inchieste filogovernative sull'Edificio 7 è ora sradicato e non ha ancora fatto in tempo ad adattarsi.

Tutti gli elementi chiave propugnati a forza di insolenze dai sussiegosi travet dell’Assessorato allo Schiacciamento delle Bufale sono stati rigettati dalla stessa agenzia da loro ossequiata per anni.

È proprio in questi momenti che vado a contemplare un fantastico pezzo di modernariato: la prima pagina del settimanale «Diario» n.37/38, anno XI, del 29 settembre 2006, con il richiamo alla sedicente “inchiesta vecchio stile” con cui il direttore Enrico Deaglio volgarizzava gli scientismi della vecchia inchiesta di «Popular Mechanics», già di suo sdraiata sulla versione dell'11/9 di Bush e Cheney, e cordialmente prefata da John McCain.
M'illumino. Un vecchio parlamentare sardo attaccava le immaginette elettorali dei colleghi trombati alle elezioni sui bordi dello specchio. Mentre si radeva iniziava la giornata con crescente buonumore, intanto che dedicava brevi occhiate perfidelle alle loro facce condannate a sorrisi perenni e ignari del destino da trombati. Ecco che ho finalmente trovato collocazione per la rivista ormai vintage di un direttore con un destino da trombone.

È facile prevedere che i cantori della teoria ufficiale purchessia, incuranti delle cantonate, si avvinghieranno anche alla “thermal expansion”, un modo per essere partecipi della scoperta di un fenomeno fisico unico, mai trovato prima e mai visto dopo quel giorno. Dopo averci detto che il rasoio di Occam tagliava la ricerca di soluzioni complicate, ora riterranno invece che tra le varie spiegazioni possibili di un evento è quella più astrusa ad avere maggiori possibilità di essere vera.

Il NIST ha anche cercato di non ignorare totalmente i legittimi sospetti che ci fosse una demolizione intenzionale dell’Edificio 7, realizzata con l’uso di cariche dedicate allo scopo. Ma l'indagine su questa faccenda sembra mossa da logiche investigative singolari. In sostanza il NIST sostiene che siccome per determinare il crollo bastava il cedimento della colonna n. 79, non resterebbe da calcolare che la quantità di esplosivo necessaria a distruggere questo pilastro tanto risolutivo. La dose necessaria all'azione sarebbe stata causa di un rumore abbastanza forte da farsi sentire a distanza di centinaia di metri da lì. Dal momento che il NIST non ricomprendeva documenti che attestassero l’esistenza di un simile boato, ipso facto nessuna bomba è esplosa, per cui sono da rigettare le ipotesi di demolizione controllata.

Davvero una strana argomentazione. Che esistesse un punto cruciale contrassegnato dalle prodigiose caratteristiche cartoon della colonna 79 potevano saperlo solo Dio e Steven Spielberg. Non certo chi chiedeva di analizzare l’ipotesi demolizione.

È comodo pretendere di rispondere a obiezioni rese forzatamente più ridicole. Vecchia tecnica. Voodoo verbale. Hanno preso gli argomenti formulati in modo serio e solido dai critici, hanno creato una copia somigliante ma più debole, l'hanno attribuita a chi sollevava le obiezioni e l'anno colpita: buttando giù l'argomento fantoccio si abbatte anche quello vero. Nel caso di specie, identificare gli esplosivi come la prima cosa cui ricorrere per una demolizione intenzionale è una forzatura che serve a rendere l'ipotesi inverosimile. A parere degli esperti di demolizione, per i palazzi aventi struttura in acciaio il mezzo appropriato è rappresentato dalle “linear cutting charge”, usate per segare le colonne d'acciaio con un'angolazione che fa lavorare soprattutto la forza di gravità, senza chissà che boati. Non siamo più ai tempi della dinamite di Nobel. Oltretutto è assurdo pretendere che le obiezioni tendano all'ipotesi di un unica megabomba, anziché, come in altri casi di demolizioni totali, tante piccole cariche.

Ma a parte tutto questo, le testimonianze che parlano di esplosioni sono parecchie.
Abbiamo visto che un eminente ex del NIST, James Quintiere, che pure non prendeva in considerazione ipotesi di demolizioni controllate, ha dato poderose mazzate al metodo del NIST, specialmente in merito alle condizioni legali e ai vincoli pesanti che impedivano un’inchiesta vera e attendibile, a partire dalla mancata citazione dei testimoni.

Una volta esclusi gli scenari reali, oggettivi e soggettivi, rimane lo scenario virtuale delle modellizzazioni. In quel mondo asettico e virtuale il NIST può finalmente dedicarsi a escludere qualsivoglia ipotesi di demolizione intenzionale. È il regno della colonna 79. Lo stesso numero che la Smorfia napoletana attribuisce a “o' mariuolo”.

Un giornalista ha rivolto all'ispettore capo del NIST una domanda piena di buon senso, alla luce della “scoperta” della colonna su cui si basava tutto l'equilibrio del WTC7. Chiedeva se aveva significato escludere l'uso della termate, usata anche come cutting charge, magari per segare proprio lei, la fatidica colonna 79, e innescare così, senza boati, il “crollo progressivo totale”. Shyam Sunder ha replicato attingendo al suo campionario di risposte preconfezionate:

«L'ipotesi della termate è senza fondamento e non è mai neanche arrivata a poter essere presa in esame dagli investigatori come le altre. Ciò in ragione del fatto che per fissare la termate sarebbe occorso un accesso alla colonna considerata, e inoltre per la ragione che la termate - per riuscire a compromettere la colonna - avrebbe richiesto di farla restare in contatto con la superficie verticale dell'acciaio finché si svolgeva la reazione della termate».
Che dire? L'accesso non sarebbe un problema, con qualche ipotetica complicità, che ne so, di una società di sicurezza retta da un cugino del Commander in Chief. Quanto ai tempi, non sarebbero chissà che lunghi. Bastano pochi istanti.

I dubbi non sono stati certo dissipati. Anzi. Rimangono tante questioni. Il NIST stesso ammette che l’evento di un crollo totale indotto da un incendio è più unico che raro.
La demolizione intenzionale, che spiegherebbe le cose in base a fenomeni sperimentati migliaia di volte, in pratica viene negata unicamente per la supposizione che sarebbe stato complicato fare tutto ciò di nascosto. Di nascosto da chi? Magari dalla stessa società di sorveglianza che aveva messo il sistema di allarme antincendio in modalità testper lavori di manutenzione” proprio quella mattina, guarda un po’. Che giorno, quel giorno. Ogni vicenda chiave, ogni “meme” del mito, subiva direttamente l’influenza di una qualche esercitazione, manutenzione, simulazione militare che adulterava punto per punto il luogo del delitto, e in decine di casi.

I dubbi dunque.
Tra gli autori delle analisi critiche troviamo l’architetto Richard Gage, l’ingegnere meccanico Anthony Szamboti, l’ingegnere strutturale Kamal Obeid, l’architetto d’interni e ricercatore sui temi del WTC7 Chris Sarns, l’ingegnere Michael Donly, il chimico e ingegnere per la certificazione di qualità Kevin Ryan.

Una loro tavola rotonda è riportata nel sito di di «Architects and Engineers for 9/11 Truth», un movimento che raccoglie alcune centinaia di aderenti con qualifiche da addetti ai lavori, fondato da Gage e impegnato in una battaglia per la verità sull’11 settembre.

«Gli incendi di uffici non possono fondere l’acciaio», ricorda Gage, «e il NIST non ha spiegato il mistero del ferro fuso presso il sito del World Trade Center, né ha considerato altre prove che indicano anche l’uso di cariche incendiarie alla termate per tagliare la struttura che sorreggeva i 47 piani dell’Edificio 7.»

La presentazione del NIST, con le sue generiche parole, appariva “assurda a prima vista”, ha contestato Kevin Ryan, ed era del tutto diversa dalla versione raccontata in precedenza dalla rivista «Popular Mechanics». Nonostante il NIST abbia sostenuto di abbracciare attitudini scientifiche rispetto a teorie fra loro alternative, non ha mai risposto agli svariati inviti a discuterle, ha recriminato Ryan. Il disinteresse del NIST nei confronti di prove chimiche di nanotermate esplosiva deve essere considerata alla luce della scoperta di Ryan del fatto che il NIST ha studiato tali materiali per circa dieci anni, e ne sono esperti proprio molti degli investigatori NIST impegnati nel caso WTC. Una rivelazione molto interessante.

Il solo modo di discutere da parte del NIST sulle cariche incendiarie è stato quello di rifiutarle, ha osservato Tony Szamboti, tanto che sono state ignorate le minute microsfere ricche di ferro ritrovate nella polvere del WTC da parte dell’USGS (l’agenzia geologica USA) e dal dottor Steven Jones. Queste potrebbero essere state generate soltanto dal metallo fuso, sostiene Szamboti. I test britannici sulla resistenza agli incendi mostrano che le strutture in acciaio sono molto più durevoli di quanto attestano le teorie del NIST sui crolli, aggiunge Szamboti. Mentre i cosiddetti “Cardington Test” britannici sono stati conservati, l’acciaio del WTC è stato distrutto.
L'esclusione per principio dello scenario 'eretico' della demolizione indotta non può che bloccare certi tipi d’indagine. Se i test del NIST sui materiali autentici sono sostituiti da modellizzazioni virtuali - dove la fantasia ha galoppato – i risultati hanno troppe strade segnate.

Dovremmo fare in proposito delle “domande esigenti”, ha detto Szamboti.

La struttura di Cardington, pur priva di protezioni antincendio, sopravvisse a temperature doppie rispetto a quelle asseverate dal NIST, rammenta Chris Sarns. Il modello sugli incendi del NIST mostra degli incendi che bruciano più a lungo di quanto mostrino le foto, aggiunge Sarns. Dunque il NIST congettura molto ma spiega poco: nemmeno come una colonna che cede possa abbattere quelle a essa vicine.

La soluzione del NIST appare costruita per compiacere il suo cliente, ha detto Kamal Obeid, mentre gli ingegneri strutturali indipendenti avranno problemi lungo ogni passo del complesso meccanismo di collasso congetturato dal NIST. Obeid ritiene che le connessioni avrebbero ceduto prima che le sezioni che crollavano potessero abbattere le pesanti colonne del nucleo dell’edificio.
«Mentre i modelli computerizzati del NIST mostrano drammatiche distorsioni nei crolli delle più sottili colonne del perimetro, i video del vero edificio non mostrano nessun imbarcamento della struttura esterna che sia causato dai piani che invece il NIST afferma stiano crollando invisibilmente all’interno», hanno notato Obeid e Szamboti. Nel virtuale ci sono dunque immagini diverse da quelle realmente osservate. Forse è anche per questo che sono piaciute al mainstream informativo.


Fonte dell'immagine: NIST

In contrasto con gli effetti naturali e organici degli incendi ricordati da Gage (deformazioni graduali e crolli asimmetrici che seguono il sentiero della minor resistenza) il crollo visibile del WTC, fa notare Donly, è proceduto non lontano dalla velocità di caduta libera, senza nessuna apparente resistenza della struttura in acciaio. Molte colonne devono essere state tagliate in simultanea per far precipitare un edificio diritto verso il basso. Il rapporto FEMA 403, all’Appendice C, raccomandava ulteriori ricerche sulle prove di acciaio fuso che potevano avere correlazioni con la causa del crollo, ha commentato Donly, ma il NIST non prende in considerazione questa informazione.

Gage ha chiesto al NIST di concedere a dei ricercatori indipendenti le migliaia di foto e video dei suoi archivi sul WTC.

Come nel caso delle Torri Gemelle, non è inoltre spiegata la dinamica del crollo. Anche stavolta il rapporto ufficiale si ferma all'inizio del collasso senza provare a spiegare come la struttura esterna sia crollata praticamente a velocità di caduta libera attraverso il percorso di maggior resistenza (la struttura stessa).

C’è chi si accontenta di mettere sullo stesso piano i dati sperimentali e le speculazioni, senza tuttavia rilevare l’importante differenza che corre fra gli uni e le altre. Anche se sappiamo che gran parte delle prove fisiche è stata criminalmente spoliata.

Servirebbero indagini più approfondite e più indipendenti. Stiamo pur sempre parlando della vicenda imprescindibile che ha segnato l’esordio del secolo.

Aggiornamento dell'8 settembre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso da «Megachip» [QUI], da «ZeroFilm» [QUI], da «ComeDonChisciotte» [QUI], e da «Antimafia Duemila» [QUI].