14 gennaio 2015

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme

NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS 
da Megachip.


Sulla vicenda di Charlie Hebdo consigliamo vivamente la lettura di questo potente e documentato articolo di Glenn Greenwald, il giornalista che ha fatto emergere con forza il caso di Edward Snowden (e tutto il "Datagate" sullo spionaggio totalitario in capo agli USA). Greenwald va dritto alla questione: la libertà di espressione vantata da governi e media occidentali, nonostante il motto "Je suis Charlie", è una costruzione ipocrita, nella quale a lungo si era inserito il pezzo di narrazione della rivista francese. Il grande giornalista americano lo spiega con molti esempi, link, e anche molti disegni. 

Aggiungiamo qui alla sua casistica una vicenda eclatante: proprio oggi la cronaca ci propone il caso del comico francese Dieudonné: da un anno in qua gli viene impedito di lavorare con ogni tipo di vessazione politica, mediatica, legale, amministrativa e fiscale, viene perseguitato e accusato ingiustamente di aver inventato un saluto nazista rovesciato (la famosa "Quenelle", che non ha nulla a che fare con il nazismo), ogni sua battuta viene soggetta a un linciaggio mediatico, travisata, piegata paranoicamente fino a leggervi perfino l'apologia del terrorismo. Il primo ministro Manuel Valls, lo stesso che figurava fra i lugubri potenti che marciavano a Parigi in nome della libertà anche dei pensieri più estremi, dice a proposito di Dieudonné «Il razzismo, l’antisemitismo, il negazionismo e l’apologia di terrorismo non sono opinioni, sono reati» aggiungendo che occorre essere «implacabili» nel battersi «contro il terrorismo, certamente, ma anche contro la parola che uccide, la parola di odio»
Orwell chiamava questo modo patologico di pensare con la parola "bispensiero". Tutto l'Occidente ne è permeato, come illustra bene l'articolo di Greenwald, e ciò ci dovrebbe far molta più paura di qualsiasi falso spauracchio agitato dai politicanti atlantisti.

Buona lettura.
P.C.

AGGIORNAMENTO DEL 14 GENNAIO 2015, h. 10.00. Dieudonné arrestato
Stamattina Dieudonné è stato arrestato per "apologia del terrorismo". Il livello di pericolo per le libertà civili in Europa è tale da dover accendere tutte le lampadine dell'emergenza democratica.

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme 

di Glenn Greenwald.

Difendere il diritto alle libertà di parola e di stampa, che in genere significa difendere il diritto di diffondere proprio le idee che la società trova più ripugnanti, è stata una delle mie principali passioni durante gli ultimi vent’anni, primacome avvocato e ora come giornalista. Ritengo quindi positivo quando un gran numero di persone si appella a gran voce a questo principio, come sta accadendo nelle ultime 48 ore in risposta al terrificante attacco al Charlie Hebdo a Parigi.

Di solito la difesa del diritto alla libertà di parola è molto più di un compito isolato. Il giorno prima degli omicidi di Parigi, per esempio, ho scritto un articolo su parecchi casi in cui dei musulmani sono stati perseguiti e perfino incarcerati da governi occidentali per loro opinioni politiche espresse online: attacchi che hanno provocato proteste relativamente piccole, anche da parte di quei paladini della libertà di parola che si sono tanto fatti sentire questa settimana.

Mi sono già occupato di casi in cui dei musulmani sono stati reclusi per molti anni negli Stati Uniti per cose come traduzione e pubblicazione di video "estremisti" in Internet, l’ho fatto scrivendo dotti articoli in difesa di gruppi palestinesi ed esprimendo dure critiche su Israele, perfino includendo un canale tv di Hezbollah nell’abbonamento via cavo. Tutto questo è ben al di là dei numerosi casi di posti di lavoro persi o delle carriere distrutte per aver espresso critiche a Israele o (fatto molto più pericoloso e raro) all'ebraismo. Spero che la celebrazione dei valori della libertà di parola di questa settimana genererà in occidente una diffusa opposizione a tutte queste annose e crescenti violazioni dei diritti politici fondamentali, non solo ad alcune.

Centrale per l’attivismo in difesa della libertà di parola è sempre stata la distinzione tra la difesa del diritto di divulgare l’Idea X e l’approvare l’Idea X, una cosa che solo i più ingenui fra noi non sono in grado di comprendere: si difende il diritto di esprimere idee ripugnanti pur essendo in grado di condannare l'idea in sé. Non c'è una contraddizione indiretta in questo: l’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) difende con vigore il diritto dei neonazisti di manifestare davanti a una comunità piena di sopravvissuti all'Olocausto a Skokie, Illinois, ma non si unisce alla manifestazione; essi invece a gran voce disapprovano come grottesche le idee in questione pur difendendo il diritto di esprimerle.
Ma la difesa, questa settimana, del diritto di libertà di parola era così vivace che ha dato origine a un principio nuovo di zecca: difendendo la libertà di parola non solo si difende il diritto di divulgare il pensiero, ma si approva il contenuto del pensiero stesso. Molti scrittori hanno quindi chiesto che per mostrare “solidarietà” con i disegnatori assassinati non si debba semplicemente condannare gli attacchi e difendere il diritto dei disegnatori di pubblicare, ma si debba pubblicare e persino celebrare quelle vignette. «La miglior risposta all’attacco a Charlie Hebdo», ha dichiarato l'editore di Slate, Jacob Weisberg, «è quella di intensificare la satira blasfema».

Alcune delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo non erano solo offensive ma faziose, come quella che deride le schiave del sesso africane di Boko Haram mostrandole come regine dei servizi sociali. 

Altre vignette sono andate molto oltre, inventando false violenze da parte di estremisti che agiscono in nome dell'Islam o anche solo raffiguranti Maometto con immagini degradanti, contenendo invece un fiume di scherno nei confronti dei musulmani in generale, che in Francia non sono per niente potenti ma sono principalmente una popolazione di immigrati presi di mira ed emarginati.

Ma non importa. Le loro vignette erano nobili e dovrebbero essere celebrate, non solo per motivi di libertà di parola ma per il loro contenuto. In un articolo di fondo intitolato "La bestemmia di cui abbiamo bisogno”, Ross Douthat del New York Times ha sostenuto che «il diritto di bestemmiare (e altrimenti di offendere) è essenziale per l'ordine liberale» e «quel tipo di blasfemia [che provoca la violenza] è proprio il tipo che ha bisogno di essere difeso perché è ciò che evidentemente serve al bene superiore di una società libera». Jonathan Chait del New York Magazine effettivamente ha dichiarato che «non si può difendere il diritto [di bestemmiare] senza difenderne l’esercizio». Matt Yglesias di Vox ha dato una visione molto più sfumata, ma ha comunque concluso che «bestemmiare il Profeta trasforma la pubblicazione di queste vignette da un atto inutile in uno coraggioso e perfino necessario, mentre l'osservazione secondo cui il mondo se la caverebbe bene senza tali provocazioni diventa una forma di acquiescenza».
Per conformarci a questo nuovo principio, su come ci si mostra solidali con il diritto di libertà di parola e con una energica stampa libera, pubblichiamo alcune vignette blasfeme e diversamente offensive sulla religione e i loro seguaci:








Ed ecco alcune vignette (ristampate con l’autorizzazione) per nulla-blasfeme-o-faziose però molto mordaci e pertinenti di un disegnatore brasiliano acutamente provocatorio, Carlos Latuff:

Trad:
- Religione dell’odio!
- Stop all’immigrazione!


Trad.:
Vignetta sui musulmani… «È libertà di parola!»
Vignetta sugli ebrei… «È antisemitismo!»







È giunto il momento per me di essere celebrato per la mia coraggiosa e nobile difesa del diritto di libertà di parola? Ho inferto un colpo potente a favore della libertà politica e dimostrato solidarietà col libero giornalismo pubblicando vignette blasfeme? Se, come ha detto Salman Rushdie, è fondamentale che tutte le religioni siano sottoposte a «mancanza di rispetto senza paura», ho fatto la mia parte per sostenere i valori occidentali?
Quando ho cominciato a vedere richieste di pubblicare queste vignette anti-islamiche, il cinico in me ha pensato che forse questo significava davvero solo sanzionare alcuni tipi di pensiero offensivo nei confronti di alcune religioni e dei loro seguaci, mentre proteggeva i gruppi più avvantaggiati. In particolare, l'Occidente ha passato anni a bombardare, invadere e occupare paesi islamici uccidendo, torturando e imprigionando senza legge musulmani innocenti, e il pensiero anti-islamico è stato un motore fondamentale per sostenere tali politiche.
Quindi è tutt’altro che sorprendente vedere un gran numero di occidentali celebrare vignette anti-islamiche non per motivi di libertà di parola ma perché ne approvano il contenuto. Difendere la libertà di parola è sempre facile quando ti piace il contenuto delle idee prese di mira o quando non appartieni al gruppo che viene diffamato (o decisamente non ti piace).
Infatti, è evidente che se uno scrittore specializzato in arringhe apertamente contro i neri o antisemitiche venisse ucciso per le proprie idee non ci sarebbero diffusi appelli per ripubblicare questa spazzatura per "solidarietà" con il suo diritto alla libertà di parola. Effettivamente, Douthat, Chait e Yglesias si sono sforzati di affermare in modo chiaro che il loro era un appello solo per la pubblicazione di tali idee offensive nel caso limitato in cui la violenza è minacciata o perpetrata in risposta (in pratica riferendosi, per quanto ne so, al pensiero anti-islamico). Douthat ha anche utilizzato il corsivo per evidenziare quanto fosse limitata la sua difesa della blasfemia: «Questo tipo di blasfemia è proprio quello che ha bisogno di essere difeso».
Si dovrebbe riconoscere una valida considerazione contenuta nella tesi Douthat/Chait/Yglesias: quando i mezzi di comunicazione si astengono dal pubblicare del materiale per paura (piuttosto che per una volontà di evitare la pubblicazione di materiale gratuitamente offensivo), come molti dei principali organi d’informazione occidentali hanno ammesso di fare con queste vignette, questo è veramente preoccupante, una reale minaccia per la stampa libera. Ma in Occidente ci sono tutti i tipi di tabù deleteri che si traducono in autocensura o nella repressione forzata di idee politiche, da azioni penali e incarceramenti alla distruzione di una carriera: perché la più minacciosa è la violenza dei musulmani? (Qui non sto parlando della questione se i media dovrebbero pubblicare le vignette perché fanno notizia, voglio porre l’attenzione sulla richiesta che siano pubblicate decisamente, con approvazione, per "solidarietà").
Quando all’inizio abbiamo discusso la pubblicazione di questo articolo per fare queste considerazioni, la nostra intenzione era quella di incaricare due o tre disegnatori di creare vignette che deridono l'ebraismo e denigrano le figure sacre per gli ebrei come Charlie Hebdo ha fatto con i musulmani. Ma questa idea è stata impedita dal fatto che nessun disegnatore occidentale normale avrebbe osato mettere il proprio nome su una vignetta antiebraica, neanche se fatta con intenti satirici, perché così facendo avrebbe immediatamente e definitivamente distrutto la propria carriera, come minimo. Nei media occidentali i commenti (e le vignette) contro l’Islam e i musulmani non valgono niente; il tabù − che è almeno altrettanto forte, se non di più − sono le immagini e le parole contro gli ebrei. Perché Douthat, Chait, Yglesias e i crociati per la libertà di parola che la pensano come loro non chiedono la pubblicazione di materiale antisemita in solidarietà o come mezzo per tener testa a questa repressione? Sì, è vero che organi di stampa come il New York Times in rari casi pubblicano immagini del genere, ma solo per documentare il fanatismo odioso e condannarlo, non per pubblicarlo per “solidarietà” o perché merita una divulgazione seria e rispettosa .
Con tutto il rispetto per la grande disegnatrice Ann Telnaes, non è vero che quelli di Charlie Hebdo «recavano offesa con parità di trattamento». Così come Bill Maher, Sam Harris e altri con l’ossessione islamofoba, prendere in giro l’ebraismo, gli ebrei e/o Israele è qualcosa che raramente (se non mai) fanno.
Se costretti, possono mostrare rari e isolati casi in cui pronunciano qualche critica al giudaismo o agli ebrei, ma la grande maggioranza dei loro attacchi sono riservati all'Islam e ai musulmani, non all'ebraismo e agli ebrei.
La parodia, la libertà di parola e l’ateismo secolare sono i pretesti; il messaggio anti-islamico è l'obiettivo principale e il risultato finale. E questo messaggio – questa speciale passione per l’offensivo pensiero anti-islamico – casualmente coincide, per alimentarla, con l'agenda e la cultura di politica estera militarista dei propri governi.

Per vedere quanto questo sia vero, si consideri il fatto che Charlie Hebdo − trasgressore secondo “parità di trattamento” e difensore di tutti i tipi di linguaggio offensivo – nel 2009 aveva licenziato uno dei propri autori per avere scritto una frase che qualcuno ha definito antisemita (l’autore era stato accusato di reato d'odio e ha poi avuto una sentenza favorevole contro la rivista per licenziamento senza giusta causa). “Parità di trattamento” vi sembra offensivo?
Non è vero nemmeno che minacciare violenza in risposta a opinioni offensive sia pertinenza esclusiva di estremisti che affermano di agire in nome dell'Islam. Corpus Christi, un’opera teatrale di Terrence McNally del 1998 raffigurante Gesù come gay, è stata ripetutamente annullata dai teatri a causa di minacce di attentati. Larry Flynt fu reso paraplegico da un evangelico fautore della supremazia bianca che si opponeva alla rappresentazione pornografica di coppie interrazziali nella rivista Hustler. Nel 2003, dopo che ebbero pubblicamente criticato George Bush per la guerra in Iraq, le Dixie Chicks furono sommerse da minacce di morte che resero necessaria una protezione massiccia e che alla fine le costrinsero a chiedere scusa per paura. La violenza provocata dal fanatismo ebraico e cristiano è diffusissima, dai medici abortisti assassinati ai locali gay bombardati e ai 45 anni di brutale occupazione della Cisgiordania e di Gaza a causa in parte della convinzione religiosa (che accomuna Stati Uniti e Israele) secondo cui Dio avrebbe sancito che loro sono i proprietari di tutto il territorio.
E questo è del tutto indipendente dalla sistematica violenza di Stato in Occidente sostenuta, almeno in parte, dal settarismo religioso .

David Brooks del New York Times oggi sostiene che il pregiudizio anticristiano è talmente diffuso in America – in cui non è mai stato eletto un presidente non cristiano − che «l’Università dell’Illinois ha licenziato un professore che insegnava la visione cattolica romana sull'omosessualità». Brooks ha dimenticato di dire che lo stesso ateneo ha appena rescisso il contratto di ruolo con il professor Steven Salaita per i tweet che ha pubblicato durante l'attacco israeliano a Gaza, che l'università ha giudicato eccessivamente ingiuriosi verso i leader ebrei, e che al giornalista Chris Hedges è stato appena revocato l’invito a parlare presso l'Università della Pennsylvania per il reato d’opinione di tracciare somiglianze tra Israele e l’ISIS.
Questo è un vero tabù − un'idea repressa − potente e assoluto come nient’altro negli Stati Uniti, tanto che Brooks non riuscirà nemmeno a riconoscerne l’esistenza. Negli Stati Uniti è certamente più un tabù questo che criticare i musulmani e l'Islam, critica che si sente così spesso negli ambienti mainstreamcompreso il Congresso − che si nota a malapena di più.

Questo sottolinea il punto chiave: in Occidente ci sono idee e punti di vista di tutti i tipi che vengono repressi. Quando quelli che richiedono la pubblicazione di queste vignette anti-islamiche cominceranno a chiedere anche la pubblicazione favorevole di quelle idee, io crederò alla sincerità dell’applicazione molto selettiva dei loro principi di libertà di parola. Si può difendere la libertà di parola senza dover pubblicare, figurarsi accettarle, le idee offensive prese di mira. Ma se non è così, diamo uguale applicazione a questo nuovo principio.


Foto di Joe Raedle/Getty Images; ulteriori ricerche a cura di Andrew Fishman

Fonte: https://firstlook.org/theintercept/2015/01/09/solidarity-charlie-hebdo-cartoons.
Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.



Articoli correlati sul caso Dieudonné: 
- Diana Johnstone, Dieudonné, la bestia nera dell'élite francese, 4 gennaio 2014.
- Piotr, Obblighi di piangere e divieti di ridere, 12 gennaio 2014.

9 gennaio 2015

#CharlieHebdo e gli Spudorati


di Piotr.
da Megachip.



Se mai ci fossero stati dei dubbi, il “ritrovamento” del documento nell’auto usata dai killer del Charlie Hebdo è la conferma che la strage è stata organizzata e diretta dai Servizi, forse direttamente eseguita da loro. 
Tuttavia spingersi fino all’ipotesi di quali Servizi siano non è più un esercizio politico ma investigativo. Un esercizio arduo - e noi italiani abituati alle “stragi di stato” dovremmo ben saperlo - specialmente nell’epoca del caos sistemico.

Fatto sta che tutti gli esperti francesi in questioni militari e di sicurezza hanno subito messo in evidenza la professionalità degli assassini di Parigi. Lo hanno capito da come tenevano le armi. Lo hanno capito da come si muovevano. Lo hanno capito da come procedevano. Persone addestrate ad uccidere. Qualcuno ipotizzava in Siria, qualcuno in Iraq e qualcuno non escludeva la Francia. Incidentalmente noi facciamo un passo in più e ci chiediamo chi addestra ad uccidere in Siria e in Iraq. Non sono gli stessi squadroni della morte atlantici che abbiamo visto all’opera in Libia, in Iraq, in Siria e, con variazioni sul tema, in tutte le “rivoluzioni colorate”?

Partiamo da qui, perché, come vedremo, ci riguarda ormai da vicino. In ognuna di queste “rivoluzioni colorate” c’è un momento centrale ed è l’impiego di killer professionisti che devono gettare scompiglio e far imbestialire i dimostranti inconsapevoli e, soprattutto, i media “democratici”.

Spesso le modalità di organizzazione ed esecuzione del killeraggio saltano fuori. Come è successo, grazie a prove inoppugnabili, nei vari tentativi di defenestrare Chavéz in Venezuela.

A volte, sorprendentemente, sono gli organizzatori stessi delle stragi che fanno “outing”, come Audrius Butkevicius, che divenne ministro della Difesa della Lituania dopo averla “liberata” dai sovietici grazie alle proteste seguite a una strage organizzata proprio da lui: «Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime ma davanti alla storia io posso» (Obzor, maggio-giugno 2000). Comodo. E soprattutto proficuo, visto la carriera che quella strage gli ha fatto fare.

La strage è dunque un’arma politica imputata dagli autori ad altri soggetti, in ossequio ad uno schema che viene spudoratamente ripetuto.



Ma possibile che siano così spudorati, vi chiederete? Sì, è possibile, perché il Potere per definizione è spudorato. Lo è perché pensa di essere inattaccabile. Lo è perché pensa che le regole le fa lui. Lo è anche perché pensa di essere nel giusto, di essere moralmente e socialmente giustificato. Altrimenti perché gli inquisitori avrebbero documentato dettagliatamente quelle che a noi oggi sembrano indecenti e inammissibili atrocità? Perché lo avrebbero fatto i nazisti?

Perché un Potere pensa sempre di avere un mandato storico o divino e quindi finisce per credere veramente al Gott mit uns. Chi è al potere sa che rischia la propria pelle e quella degli altri e quindi deve darsi una giustificazione che vada al di là del semplice tornaconto personale, che è comunque miserabile per quanto grande possa essere materialmente.

In termini filosofici si chiama “falsa coscienza”. 

Il Potere è anche convinto che qualsiasi spudoratezza faccia sarà accettata, digerita e dimenticata. In tempi moderni si va dal piccolo caso al caso enorme, da Napoleone III che comprava casualmente tutti i biglietti vincenti della lotteria nazionale fregandosene delle critiche e delle denunce, a Hitler che riferendosi al genocidio degli Armeni commentava che tutti ormai se ne erano dimenticati, perché chi vince normalizza e la normalizzazione fa dimenticare.

Perché quindi sforzarsi a trovare scuse plausibili?

Pensate alla strage di Piazza Fontana e a tutte le bugie indecenti che sono state scritte su di essa. Pensate a Ustica.
Ma andiamo al di là dell’Atlantico e pensate all’omicidio Kennedy. Quante palle ci hanno spudoratamente raccontato. Palle e pallottole:


«CLOWN DARIO È  estremamente  semplice.  Come  noi  vediamo chiaramente  su  questa  lavagna,  l’assassino della  signora  si trovava  in  A,  cioè  sulla  piattaforma  n.  1;  eccolo  là.  Un dilettante  avrebbe mirato  direttamente  il  punto  B,  dove  si trovava  la  signora.  Ma  noi  abbiamo  a  che  fare  con  uno specialista.  Egli  mira  esattamente  nel  senso  opposto,  in direzione della piattaforma n. 4; il proiettile colpisce il palo; rimbalza,  torna  indietro  e  va  una  prima  volta,  a  colpire  la signora  nel  punto  B.  Attraversa  la  signora  e  raggiunge  il campanello  del  qui  presente  telefono  in  un  punto  che chiameremo Alfa e del quale impatto possiamo ben rilevare la  traccia. Nuovo  rimbalzo,  il  proiettile  atterra  qui,  con  un angolo di 116 gradi nella direzione del lampione lassù, dove stava appollaiato il cagnolino. Chissà poi perché proprio sul lampione  invece  che disotto  come di buona  regola. Questo verrà chiarito dall’inchiesta

CLOWN BOB Certamente

CLOWN DARIO Rimbalzo, del proiettile, non del  cane  randagio, che  è  rimasto  al  suo  posto.  Rimbalzo,  dicevamo,  in direzione  dello  sparatore  che,  brandendo  una  mazza  da baseball  ha  ribattuto  con  estrema  precisione  il  proiettile verso  la signora. Ricolpita  la signora,  trapassata, ricolpito  il campanello  del  telefono;  lo  scontro  con  il  campanello, questa  volta,  come  si  può  ben  notare  dal  vistoso  segno rimasto  nel  punto Beta,  punto  convesso,  provoca,  non  più, come  prima,  un  rimbalzo  con  relativa  traiettoria  rettilinea, ma  una  traiettoria  curvilinea  in  direzione  opposta, descrivendo  una  specie di parabola  che noi  chiameremo  in linguaggio  tecnico “protoparabola  d’Archimede”.  Nuovo impatto  col  terreno  e  nuovo  rimbalzo,  in  direzione  del lampione,  sul  quale  nel  frattempo  si  era  arrampicato  il soccorritore  del  cane  randagio: l’autista  della  signora, colpito  l’autista,  rimbalzo  sia  del  proiettile  che  dell’autista verso  lo  sparatore che, con  la mazza, colpisce quest’ultimo sulla  nuca,  costringendolo  a  sputare  il proiettile:  stessa traiettoria,  nuovamente  trapassata  la  signora.  La  corsa  del proiettile  sarebbe  continuata  all’infinito  se,  per  un  caso davvero  fortuito,  non  si  fosse  venuta  a  trovare,  proprio  in quel punto, la gomma di un carrettino dei gelati, gomma che ha  letteralmente  frenata  la  corsa del proiettile  stesso! Stop.

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(Dario Fo, “La signora è da buttare”)



Il rapporto della Commissione Warren era all’incirca così. Incredibile ma vero. Cioè l’incredibile era il vero ufficiale al quale tutti dovevano credere.

Non è importante che tutti credano alle bugie del Potere. L’importante è che si faccia finta di crederci e che specialmente lo faccia chi dispone dei media e di anche minime possibilità decisionali. Chi non si adegua alla sceneggiata può sempre essere liquidato come “complottista”.



Nel suo genere, come spudoratezza il ritrovamento della carta d’identità “persa” sull’auto della fuga da uno dei killer del Charlie Hebdo è seconda solo al ritrovamento del passaporto intatto di Satam al-Suqami, presunto attentatore suicida dell’11 settembre del 2001, da parte di un passante sconosciuto, addirittura prima che le Torri Gemelle crollassero. Ben poco si salvò delle parti metalliche degli aerei, quel giorno. Ma in vista dell’insano gesto il saudita si era munito di documento d’identità fatto con un nuovo ritrovato tecnico: una carta indistruttibile. Mai usata prima e mai usata dopo. Un’esclusiva. E che tempismo quel ritrovamento, in mezzo a quella confusione!

Oggi i killer di Parigi perdono sulla loro auto un documento d’identità, come degli affannati dilettanti. Peccato che tutti, testimoni ed esperti, concordino nel dire che erano degli imperturbabili professionisti.

Si potrebbe sospettare che il Potere sia a corto di espedienti. Non è vero. Il Potere sa che comunque la passa liscia e quindi non deve arrovellarsi più di tanto a trovare espedienti più “smart”.

In particolare, un potere imperiale può sembrare pasticcione in un’epoca di caos sistemico. Ma lo è solo nella misura in cui subisce esso stesso il caos, oltre a crearlo e sfruttarlo. Caos vuol dire, tra le altre cose, che i percorsi non sono certi, che una mossa che doveva sortire un effetto ne sortisce un altro, più spesso di quanto già succedeva nei periodi di stabilità.


Ma non ci si illuda, il potere imperiale ha ancora ottime risorse e ottime idee. Una per tutte è la sua fantastica strategia di occupare l’intero spettro politico e ideologico disponibile.


Ne riparleremo, ma di questa occupazione Charlie Hebdo era un caso di studio. 

Una rivista con le radici nella sinistra radicale che rinascerà dalle ceneri di Hara-Kiri grazie ai fondi segreti dell’Eliseo, sponsor il presidente socialista François Mitterand. Una rivista influente, che sempre più sosterrà le politiche di Washington (e in subordine di Tel Aviv) davanti alla sua audience naturale di sinistra. Sarà irriverente coi potenti, ma collaborerà a costruire il milieu ideologico-culturale di sostegno alle loro politiche, cercando di riplasmare a questo fine la mentalità di sinistra e seguendo le desolanti orme di Libération (il povero Jean-Paul Sartre non smette un attimo di rigirarsi nella tomba). Questo tragitto avrà come pietra miliare il sostegno a spada tratta della versione ufficiale dell’11 Settembre, per poi specializzarsi nella provocazione antislamica con la scusa della laicità. Questo percorso sfocerà infine nella teoria della contrapposizione tra un “antimperialismo antiautoritario”, sano e da sostenere, e un “antimperialismo terzomondista”, marcio e filoislamico, da combattere. In realtà il primo sarà semplicemente la foglia di fico del sostegno alle politiche imperiali e si intreccerà non casualmente col lavoro di Bernard-Henri Lévy, noto per essere stato l’ombra e il rincalzo del senatore McCain in Libia, in Ucraina e in Siria.

E’ questo il motivo per cui nel titolo di un precedente articolo abbiamo parlato di “satira sacrificale”. Se da vivi sono stati usati per preparare con materiale infiammabile il terreno, da morti i redattori di Charlie Hebdo possono appiccare l’incendio. Non sono stati colpiti a caso.


Già la Politica islamofoba e razzista si sta mobilitando, a partire dal Front National della Le Pen. A riprova che non basta tuonare contro l’Euro per essere al di fuori della cassetta degli attrezzi imperiali. Nuovi incendi di banlieue, con scontri a fuoco e conflitti in piazza tra opposte parti, sarebbero l’avvertimento del boss del quartiere che la Francia può facilmente essere soggetta al caos imperiale, così come il resto dell’Europa, tutta incendiabile in misura maggiore o minore.


A chi si intestardiva a cercare il pelo di classe nell’uovo delle “rivolte” in Libia e in Siria, abbiamo spesso risposto che se “qualcuno” avesse interesse a incendiare l’Italia avrebbe solo da distribuire un po’ di armi da guerra e un po’ d’istruzione militare, perché una ragione “plausibile” per innescare scontri sanguinosi la si troverebbe anche da noi senza troppi sforzi, vuoi il sempre più intollerabile disagio giovanile, vuoi la famosa “indipendenza della Padania”.


Il neoliberismo e la precedente fase di “globalizzazione” hanno iniettato negli stati-nazione contraddizioni di ogni tipo
I membri della UE hanno aggiunto a questo scenario una specifica e micidiale contraddizione, cioè la perdita di sovranità nazionale senza alcuna ricostruzione di una sovranità sovranazionale. Semplicemente la sovranità è stata regalata a un gruppo di filibustieri, avidi, incapaci, paurosi, violenti e cinici che se ne stanno per i fatti loro a preparare catastrofi dopo catastrofi perché altro non sanno fare e perché non sono pagati per far altro.

Siamo tutti nel mirino. E quindi stare fermi è un suicidio.


Immagine tratta da cdnds.net



8 gennaio 2015

#CharlieHebdo - È l'Impero del Caos che bussa, non l'Islam


di Pino Cabras.
da Megachip
 
La prima pagina del quotidiano Libero urla: “Questo è l’Islam!”, e anche il Giornale strilla “Strage islamica” con titolo cubitale. Una comunità variegata di un miliardo di esseri umani viene così ridotta al formato dell’orrenda strage dello Charlie Hebdo. È come se in occasione della strage compiuta il 22 luglio 2011 a Oslo da Anders Behring Breivik, che si proclamava difensore dell’Occidente giudaico-cristiano, si fosse titolato “Questo è il Cristianesimo!”, o “Strage cristiana”. Eppure, persino allora, gli stessi giornali, e anche il Corriere della Sera, osarono esordire con una fantomatica “pista islamica”. Prepariamoci dunque a un’ondata di isteria che non vorrà sentire ragioni.
La Francia è stata uno dei principali perturbatori del Mediterraneo e del Medio Oriente negli ultimi quattro anni, e per i suoi scopi bellici ha usato ogni tipo di commistione con lo jihadismo. Ricopio qui una frase usata nel 2013 da uno dei bersagli principali di Parigi, il presidentesiriano Bashar Al-Assad: «Hanno forse capito che quelle guerre non hanno provocato altro che il caos e l'instabilità in Medio Oriente e in altre regioni? A quei politici vorrei spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente in qualsiasi momento.»
Esiste ormai una sorta di legione di avventurieri addestrati in modo moderno, proiettata su vari fronti geopolitici, in grado di essere utilizzata per scardinare interi Stati, ma con coperture e finanziamenti statali, e la prontezza per ogni tipo di ricatto sulla sicurezza nazionale di interi paesi. Gli jihadisti europei arruolati sono migliaia, una manovalanza multiuso. Lo scorpione pungerà ancora in Europa. I governanti europei, fra i più ricattabili e ricattati in ogni campo, subiranno pressioni enormi contro gli interessi dei propri paesi. È l'Impero del Caos che bussa, non l'Islam.

La quasi totalità dei soggetti implicati in gravi atti di terrorismo di rilevanza internazionale negli ultimi 20 anni avevano da tempo il fiato sul collo degli apparati di sicurezza, delle forze speciali e dei servizi segreti, che in molti casi li foraggiavano e ne indirizzavano le traiettorie criminali. Le principali stragi, dall'11 settembre 2001 statunitense al 7 luglio 2005 londinese, fino alla strage norvegese del 2011, sono avvenute in coincidenza con esercitazioni militari e ‘securitarie’ che ricalcavano esattamente gli eventi terroristici in corso. In altri casi, i sospetti sono morti in tempestivi conflitti a fuoco che li eliminavano dalla scena nei loro presunti covi.
Hanno sempre abbondato sui luoghi dei delitti le carte d'identità e infinite altre tracce ridondanti, utili per sbattere subito qualche mostro in prima pagina.
Non mi aspetto una situazione troppo diversa nemmeno stavolta. Queste sono le prime tracce da seguire.

Provo una pena infinita per le povere vittime di ieri, mi sembra una tragedia atroce. Ma non del tutto inspiegabile. Sappiamo che la satira trova una misura solo in sé stessa ed è capace di tendere fino alla rottura ogni filo che regga una contraddizione. Non si fa carico del resto, ma solo della propria libertà. Dopo la strage di via Fani nel 1978, una foto del prigioniero Aldo Moro diffusa dai brigatisti – quasi una Sindone di umana dignità – venne comunque dissacrata da una famosa copertina del settimanale satirico Il Male, che fece dire a Moro: «Scusate, abitualmente vesto Marzotto». Se la dissacrazione si estende a interi mondi religiosi, mette in tensione fili ed equilibri ancora più delicati, scoperchia contraddizioni ancora più laceranti, alza il prezzo della libertà.
Nel difendere la libertà, i satiri di Charlie Hebdo, loro malgrado, hanno inseguito fantasmi e specchi deformanti, molto più cinici e spietati dei loro specchi colorati e scurrili. Da anni sono stati usati per alimentare una islamofobia di sinistra, e a uno come Bernard-Henry Lévi (un’intellettuale organico dello “Scontro di Civiltà”) non pareva vero di incoraggiarli lanciando petizioni a loro favore, in realtà arruolandoli come bersagli nella sua guerra, coincidente con la guerra dell’Impero.
Su queste pagine, già nel 2012, pubblicammo una riflessione di Paolo Bartolini proprio su Charlie Hebdo, che descriveva con precisione ed equilibrio la posta in gioco nella partita fra Satira e Potere.
Aggiungo che libertà di espressione, come tutte le libertà, funziona quando ci sono regole. Sono le regole che rendono possibile la libertà. Anche quella, fondamentale, del rispetto per gli altri.
Il fatto è che noi, in Occidente, possiamo coprirci di infamia, tra di noi. Possiamo sbertucciarci oltraggiosamente senza freni, e mettere il nostro deretano bene in vista. Ma non possiamo pretendere che la nostra sfrontatezza diventi norma per altri. Non possiamo piallare il pianeta, pretendere che tutto si misuri e si scomponga con la stessa velocità del grande acido solvente rappresentato dal nostro modello di vita. Era Rousseau, se non sbaglio, a criticare i filosofi del suo tempo: «Pensano di parlare dell'Uomo, in realtà parlano di un parigino». Cos’è cambiato nella coscienza occidentale, nel frattempo, anche a Parigi?
Nemmeno i martiri di Charlie Hebdo sono stati immuni – in vita – dall’impatto con le regole. Licenziarono in tronco una loro vecchia firma, il caricaturista Siné, per via di una sua blanda vignetta che alludeva a una conversione all'ebraismo per convenienza da parte del figlio di Sarkozy: violava il codice deontologico della rivista sul razzismo. Raffigurare invece profeti e divinità a culo nudo o mentre subivano trattamenti sessuali estremi, per tutti gli altri casi, non era razzismo. La libertà sceglieva dunque le sue strade nello Scontro di Civiltà. E in certi casi si costringeva a regole e ragionamenti di opportunità.
Occorre un passo indietro per capire meglio. Il giornale che per primo pubblicò le vignette anti-islamiche, come molti sanno, nel 2005, fu il danese Jylladen Posten, diretto dal giornalista Flemming Rose. Quel che pochi ricordano è che Rose è molto legato all’ala più islamofoba dei falchi neoconservatori americani. Sua l’intervista al superfalco Daniel Pipes nel 2004, e suo poi un libro intero di interviste alla crème della crème dei neocon, tra cui Francis Fukuyama, Bill Kristol, Richard Perle, e Bernard Lewis, intitolato Amerikanske stemmer (“Voci Americane”, NdT), nel 2006.
Charlie Hebdo, nel 2006, ripubblicò tutte le caricature e ospitò l’appello contro l’islamismo di Bernard-Henry Lévy.
Nel 2008 l’allora ministro italiano Roberto Calderoli esibì orgogliosamente in TV una maglietta con le vignette. In risposta, a Bengasi, in Libia, assaltarono il consolato italiano. Ci furono 11 morti fra i manifestanti, piccola avanguardia sfortunata del jihadismo più vincente che anni dopo rovesciò Gheddafi con l’aiuto della Francia e della NATO.
Anche chi non crede al diavolo sa che la parola deriva dal greco diabolos, "colui che divide", "calunniatore". A suo modo è stato un lavorio diabolico a tenere acceso tutte queste volte il casus belli, fino a rendere ogni volta più incomunicabili idee politiche e sentimenti di diverse comunità umane.
L’11 settembre 2012, ancora una volta a Bengasi, nuovi disordini hanno portato all’uccisione dell’ambasciatore americano, con il pretesto di una manifestazione contro altre immagini blasfeme. Ulteriore strage. Le torsioni della libertà di espressione si sono insomma intrecciate sanguinosamente per un decennio con le convulsioni della Guerra Infinita.
Infatti, era ed è una guerra. Con tutti gli inganni, i tradimenti, i sacrifici spietati delle guerre, capaci di vampirizzare le ingenuità di chi spendeva pezzi di battaglia giusta dentro una battaglia più grande e assassina di cui non intuiva tutti i contorni.
Daniele Luttazzi ha più volte spiegato che «la satira è un punto di vista e un po' di memoria». Per ricordo delle tante vittime, avremo bisogno di non impoverire i punti di vista, e di avere molta memoria.


Fonte dell'illustrazione: blog.ehrmann.org  



6 gennaio 2015

Ustica ucraina, il governo olandese ammette: sulle indagini c'è diritto di veto

di Enrico Santi.
da Megachip.



Le indagini e il veto alla divulgazione delle notizie

Il 30 agosto 2014 Giulietto Chiesa e Pino Cabras hanno rivelato su Megachip e su Pandora TV l'esistenza di un accordo dell'8 agosto 2014 fra i quattro Stati (Paesi Bassi, Ucraina, Australia e Belgio) che compongono il JIT (Joint Investigation Team), la squadra che conduce le indagini sull'abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines, avvenuto il 17 luglio 2014. In base a tale accordo, questi Stati avrebbero un diritto di veto sulla divulgazione delle notizie e dei risultati delle indagini. È il primo tassello giuridico del diritto all'omissis sulla «Ustica ucraina». I grandi media occidentali non ne hanno parlato.



A metà novembre il Ministero della giustizia olandese, in risposta a una specifica interpellanza, si è rifiutato di rivelare il contenuto dell'accordo per «preservare la stabilità delle relazioni internazionali». Risposta reticente, da cui è nata un'interrogazione parlamentare, la n. 2014D47806, firmata da due giovani parlamentari della Camera Bassa degli Stati Generali dell'Aia: il cristiano-democratico Pieter Omtzigt e il social-liberale Sjoerd Wiemer Sjoerdsma (del partito D66). Sono quattordici domande incalzanti. Il 22 dicembre 2014 arrivano le risposte del governo, con le firme congiunte di ben tre ministri: Ivo Opstelten (sicurezza e giustizia), Bert Koenders (esteri), Jeanine Hennis-Plasschaert (difesa). Il testo è scaricabile dal sito istituzionale della Camera bassa.



La domanda n. 3 dell'interrogazione chiedeva se l'Ucraina disponga di un diritto di veto nell'ambito dell'indagine penale. I ministri rispondono che i membri del JIT si sono reciprocamente impegnati ad astenersi dal fornire informazioni investigative all'esterno, salvo che ci sia il consenso sul fatto che la divulgazione non pregiudichi l'inchiesta. I tre ministri concludono affermando che «il consenso fra i partner del JIT non equivale al veto di uno di loro» (“Consensus onder de JIT-partners is iets anders dan een vetorecht van een van hen"). Un giro di parole che in realtà non cambia la sostanza: è sufficiente che ci sia il dissenso di uno solo degli Stati membri del JIT per fare in modo che le notizie non vengano rese pubbliche. Il diritto di veto per esistere non ha bisogno di essere esplicitato. È così anche per il Consiglio di Sicurezza dell'ONU: infatti il diritto di veto non è esplicitamente formulato nello Statuto delle Nazioni Unite (art. 27 c.3), il quale recita che «le decisioni del Consiglio di Sicurezza su ogni altra questione sono prese con un voto favorevole di nove Membri, nel quale siano compresi i voti dei Membri permanenti». Siccome nel voto ci devono essere tutti e cinque i Membri permanenti, se uno di loro fa mancare il suo voto, giocoforza scatta un veto. Stesso meccanismo nel caso dell'inchiesta sul Volo MH17. Abbiamo dunque la prima conferma ufficiale di quanto si diceva nella rivelazione dell'agosto scorso: «le chiavi del mistero della 'Ustica ucraina' sono saldamente nelle mani del governo di Kiev, che potrà decidere se tenerle per sé».



Contraerea del Donbass, anzi no...

Nelle settimane precedenti all'abbattimento del volo MH17 il governo di Kiev aveva lanciato di volta in volta, puntualmente, pesanti accuse ai "ribelli" del Donbass, dichiarandoli colpevoli dell'abbattimento di aerei ed elicotteri militari, con una correlata presunta complicità della Russia come fornitrice degli armamenti. Per esempio, sono ancora consultabili sul web le notizie di varie agenzie di stampa per constatare che il governo ucraino aveva incolpato esplicitamente i miliziani del Donbass per l'abbattimento di questi mezzi aerei dell'esercito ucraino:

- il 26 aprile 2014 un elicottero;

- il 2 maggio 2014 quattro elicotteri;

- il 29 maggio 2014 un elicottero;

- il 6 giugno 2014 un aereo da ricognizione;

- il 14 giugno 2014 un aereo militare che trasportava 49 soldati;

- il 14 luglio 2014 un aereo cargo Antonov 26, proprio tre giorni prima della tragedia del volo MH17 della Malaysia Airlines.



Nonostante questi eventi, l'Ucraina non aveva chiuso lo spazio aereo sopra una ragionevole quota di sicurezza. Tale omissione configurerebbe necessariamente una forma di responsabilità, sia pure indiretta, dell'Ucraina per il disastro dell'MH17. Ma ecco il colpo di scena, a distanza di circa 5 mesi dal tragico evento. In una lettera del 18 dicembre 2014 indirizzata al Presidente della Camera bassa, i tre ministri olandesi hanno presentato un riepilogo aggiornato di alcune criticità delle indagini relative al volo abbattuto, anch'essa scaricabile dal sito istituzionale della Camera bassa olandese.



In particolare, in risposta a una specifica interpellanza - sempre del parlamentare Omtzigt, a pag. 6 del documento i tre ministri affermano che nel periodo dal 15 aprile al 17 luglio 2014 nella zona orientale dell’Ucraina sono caduti undici aerei e otto elicotteri. Tuttavia - e questa è la clamorosa novità – precisano che:

- il numero non è sicuro;

- in alcuni casi i separatisti hanno rivendicato l’abbattimento, ma i filmati che costituirebbero la prova risultano essere stati manipolati;

- probabilmente i velivoli non stati abbattuti;

- le cause degli incidenti non sono chiare, ma probabilmente risiedono nell’inesperienza degli equipaggi e nel cattivo stato di manutenzione.



Ma allora, se tutte le accuse per gli abbattimenti di mezzi aerei rivolte per mesi dal governo ucraino ai "ribelli" del Donbass (e di volta in volta indirettamente alla Russia, che avrebbe fornito i missili) non sono più completamente valide per stessa ammissione di chi conduce le indagini (e molto probabilmente della stessa Ucraina, che ha interesse così a sottrarsi alla responsabilità di non aver chiuso lo spazio aereo), quale credibilità possono ancora avere le restanti accuse di Kiev per l'abbattimento del Boeing della Malaysia Airlines?



Ma per avere la risposta non c'è fretta. Infatti, come annunciato a dicembre dal procuratore capo olandese Fred Westerbeke in una lettera indirizzata ai familiari delle vittime, le indagini dureranno ancora molti mesi e, soprattutto, non sarà facile individuare i responsabili del tragico evento. La verità può attendere.






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Il 2015 verterà interamente su Iran, Cina e Russia

di Pepe Escobar.
 
PECHINO - Allacciate le cinture di sicurezza; il 2015 sarà un turbine che opporrrà Cina, Russia e Iran contro quel che ho descritto come “Empire of Chaos" (l'Impero del Caos, NdT).
Quindi sì – sarà tutta una questione di ulteriori passi verso l'integrazione dell'Eurasia mano a mano che gli USA risulteranno sospinti fuori da quell'area. Vedremo un'interazione geostrategica complessa che minerà progressivamente l'egemonia del dollaro quale moneta di riserva e, soprattutto, il petrodollaro.

Per tutte le immense sfide fronteggiate dai cinesi, in tutta Pechino è facile individuare i segni inequivocabili di una superpotenza commerciale sicura di sé, pienamente emersa. Il presidente Xi Jinping e l'attuale dirigenza continueranno a investire pesantemente nel fattore guida dell'urbanizzazione e nella lotta alla corruzione, anche ai più alti livelli del Partito Comunista Cinese (PCC). A livello internazionale, i cinesi accelereranno la loro travolgente spinta in favore delle nuove "Vie della Seta" - sia terrestri sia marittime - che sosterranno la strategia maestra cinese a lungo termine volta all'unificazione dell'Eurasia tramite gli scambi e il commercio.

I prezzi del petrolio globali sono destinati a rimanere bassi. Impossibile scommettere se un accordo nucleare sarà raggiunto o meno entro la prossima estate tra l'Iran e il P5 + 1. Se le sanzioni (vale a dire la guerra economica) contro l'Iran rimangono e continuano a danneggiare seriamente la sua economia, la reazione di Teheran sarà ferma, e comprenderà anche una maggiore integrazione con l'Asia, non con l'Occidente.
Non importa come sia stato architettato, quel che resta è che l'attuale collasso finanziario/strategico del prezzo del petrolio è un attacco diretto contro (e chi se no?) l'Iran e la Russia.
Washington è ben consapevole che un accordo globale con l'Iran non può essere raggiunto senza l'aiuto della Russia. Sarebbe l'unico - e lo ripeto: l'unico – successo della politica estera dell'amministrazione Obama. Un ritorno all'isteria del "Bomb Iran" starebbe bene solo ai proverbiali soliti sospetti (i neo-con). Ancora, non a caso, sia l'Iran sia la Russia sono ora soggetti a sanzioni occidentali. Non importa come sia stato architettato, quel che resta è che l'attuale collasso finanziario/strategico del prezzo del petrolio è un attacco diretto contro (e chi se no?) l'Iran e la Russia.


Quella guerra dei derivati
Ora diamo un'occhiata ai fondamentali russi. Il debito pubblico della Russia è pari appena al 13,4% del suo PIL. Il suo deficit di bilancio in rapporto al PIL è solo dello 0,5%. Se presupponiamo un PIL USA di 16,8 trilioni dollari (la cifra per il 2013), il deficit di bilancio degli Stati Uniti è pari al 4% del PIL, contro lo 0,5% della Russia. La Fed è essenzialmente una società privata di proprietà di banche private regionali americane, anche se si fa passare per un istituto statale. Il debito USA detenuto pubblicamente è pari a un enorme 74% del PIL per l'anno fiscale 2014. In Russia è appena il 13,4%.
La dichiarazione di guerra economica da parte degli Stati Uniti e della UE alla Russia - attraverso l'attacco al rublo e l'attacco alla finanza derivata collegata al petrolio - era essenzialmente un racket basato sui derivati. I derivati - in teoria - potrebbero essere moltiplicati all'infinito. Gli operatori sui derivati hanno attaccato sia il rublo sia il prezzo del petrolio al fine di distruggere l'economia russa. Il problema è che l'economia russa è finanziata con maggiore solidità di quella americana.
Considerando che questa rapida mossa è stata concepita come uno scacco matto, la strategia difensiva di Mosca non era poi così male. Sul fronte chiave dell'energia, il problema rimane dell'Occidente, non della Russia. Se l'UE non compra quel che Gazprom ha da offrire, crollerà.
L'errore cruciale di Mosca è stato quello di consentire all'industria nazionale della Russia di finanziarsi con un debito esterno, denominato in dollari. Stiamo parlando di una mostruosa trappola del debito che può essere facilmente manipolata dall'Occidente. Il primo passo per Mosca dovrebbe essere quello di sorvegliare da vicino le sue banche. Le società russe dovrebbero farsi prestare il denaro nazionalmente e fare la mossa di vendere i loro beni all'estero. Mosca dovrebbe anche prendere in considerazione di rendere operativo un sistema di controlli valutari in modo che il tasso di interesse di base possa essere abbassato rapidamente.
E non si dimentichi che la Russia può sempre usare l'arma di una moratoria sul debito e degli interessi, che riguarderebbe oltre 600 miliardi di dollari. Ciò scuoterebbe il sistema bancario di tutto il mondo fino al midollo. Stiamo parlando di un "messaggio" non velato che costringerebbe l'apparato di guerra economica di USA e UE a sparire.
E non dimenticate che la Russia può sempre usare l'arma di una moratoria sul debito e degli interessi, che riguarda oltre 600 miliardi di dollari.
La Russia non ha bisogno di importare alcuna materia prima. La Russia può facilmente decodificare e re-ingegnerizzare in teoria qualsiasi tecnologia importata, se le occorre. Più di tutto, la Russia è in grado di generare - dalla vendita di materie prime - abbastanza credito in dollari o euro. La vendita da parte della Russia delle sue ricchezze energetiche - o di sofisticati sistemi militari - potrebbe diminuire. Tuttavia, raccoglierà la stessa quantità di rubli - poiché il rublo è calato.
La sostituzione delle importazioni con la produzione interna russa ha perfettamente senso. Ci sarà una fase di inevitabile "aggiustamento" - ma non durerà molto. Le case automobilistiche tedesche, per esempio, non possono più vendere le loro auto in Russia a causa del declino del rublo. Questo significa che dovranno spostare le loro fabbriche in Russia. Se non lo fanno, l'Asia - dalla Corea del Sud alla Cina - le espellerà dal mercato.


Orso e Dragone in giro per prede
La dichiarazione di guerra economica contro la Russia da parte dell'UE non ha comunque senso. La Russia controlla, direttamente o indirettamente, la maggior parte del petrolio e del gas naturale tra Russia e Cina: circa il 25% dell'offerta mondiale. Il Medio Oriente è destinato a rimanere nel caos. L'Africa è instabile. L'Unione europea sta facendo tutto il possibile per isolarsi dal suo approvvigionamento più stabile di idrocarburi, spingendo Mosca a reindirizzare l'energia verso la Cina e il resto dell'Asia. Che regalo per Pechino – visto che riduce al minimo l'allarme circa la marina militare USA che gioca al "contenimento" lungo le aree di alto mare.
Eppure, un assioma non dichiarato a Pechino è che i cinesi restano estremamente preoccupati per via di un Impero del Caos che perde sempre più il controllo e detta le tempestose condizioni del rapporto tra l'UE e la Russia. La linea di fondo è che Pechino non si permetterà mai di porsi in una posizione in cui gli Stati Uniti potrebbero interferire con le importazioni di energia della Cina: come è avvenuto con il Giappone nel luglio 1941, quando gli USA dichiararono guerra attraverso l'imposizione di un embargo petrolifero, tagliando il 92% delle importazioni giapponesi di greggio.
Tutti sanno che uno dei pilastri fondamentali della spettacolare ascesa della Cina in termini di potenza industriale risiede nel requisito per i produttori di produrre in Cina. Se la Russia facesse lo stesso, la sua economia crescerebbe a un tasso di oltre il 5% annuo in pochissimo tempo. Potrebbe crescere perfino di più se il credito bancario fosse legato solo a investimenti produttivi.
Ora si immagini che la Russia e la Cina investano congiuntamente in un una nuova unione monetaria sostenuta da oro, petrolio e risorse naturali come alternativa al fallito modello “democratico” che si regge sul debito, spinto dai Padroni dell'Universo di Wall Street, dal cartello delle banche centrali occidentali, e dai politici neoliberisti. Dimostrerebbero così al Sud del mondo che il finanziare la prosperità e il miglioramento del tenore di vita gravando le generazioni future con il debito era un sistema destinato a non funzionare sin dal principio.
Fino ad allora, una tempesta minaccerà direttamente la nostra stessa vita - oggi e domani. La combinazione Padroni dell'Universo/Washington non rinuncerà alla sua strategia volta a fare della Russia uno stato paria tagliato fuori dal commercio, dai trasferimenti finanziari, dal sistema bancario e dai mercati del credito occidentali, e pertanto soggetto a un cambiamento di regime.
Proseguendo lungo una tale strada, se tutto va secondo i piani, il loro obiettivo sarà (e chi se no?) la Cina. E Pechino lo sa. Nel frattempo, aspettiamoci un paio di bombe a scuotere l'UE fino alle fondamenta. Il tempo potrebbe esaurirsi: ma per l'Unione europea, non per la Russia. Tuttavia, la tendenza generale non risulterà alterata; l'Impero del Caos viene lentamente ma inesorabilmente sospinto fuori dell'Eurasia.


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Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.