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20 novembre 2016

L’Occidente si è trumpato il cervello

di Roberto Quaglia.



Queste elezioni americane sono senza alcun dubbio state le più incredibili da parecchi decenni a questa parte. Quanto di ciò che abbiamo visto sia reale e quanto sia invece abile teatro lo scopriremo solo nel tempo. Le opzioni principali sono due: o le cose sono come sembrano, oppure sono come non sembrano.
Iniziamo con la prima opzione.
Trump ha vinto le elezioni americane contro tutti i pronostici, contro tutti i sondaggi, contro il coro di tutti i media occidentali compattamente schierati contro di lui, contro l’opinione univoca e compatta dei ceti “liberal” di cultura medio-alta.
Più che fare un’analisi politica di questo avvenimento, opera in cui al momento si sbizzarriscono tutti, è interessante soffermarsi su alcune considerazioni che attengono più alla sociologia, che alla politica.
Perché i giornalisti e gli intellettuali mainstream in questa faccenda si sono sbagliati tutti e completamente? Prima incapaci di capire che Trump si sarebbe aggiudicato la nomination repubblicana, poi incapaci di capire che avrebbe vinto. E già in precedenza incapaci di prevedere l’esito del Brexit. Sbagliarsi completamente una volta può essere un caso, ma due o tre volte di fila inizia a configurare una norma. Nel caso italiano poi si aggiunge l’incapacità di prevedere e capire ed infine di prendere atto dell’ascesa del fenomeno dei Cinque Stelle. In altre parole: il mainstream è stupido. Mi sovviene la famosa citazione “se tutti pensano allo stesso modo, allora qualcuno non sta pensando”.
E per colmo di beffa, ora quello stesso circo mediatico corrotto ed incapace che da qualche tempo le sbaglia tutte, ci vomita in salotto le inutilissime arrampicate sugli specchi degli opinionisti che non ne hanno azzeccata una, e che ora pretendono di spiegarci ciò che manifestamente non hanno capito ed evidentemente non sono proprio in grado di capire. Tutto ciò in attesa dei salti carpiati con doppio avvitamento dei giornalisti e politici italiani (Renzi in testa) che hanno sempre sfottuto quando non addirittura insultato Trump e che ora, da un giorno all’altro, con la stessa passione di prima inizieranno a coglierne le virtù nascoste fino a giungere a tesserne lodi sempre più sperticate. Non perdetevi lo spettacolo infame, destinato a trasformarsi in un culto trash. Il voltagabbanismo nell’epoca di internet è infatti un gioco con un prezzo da pagare, il prezzo del ridicolo, dato che i precedenti insulti non scompaiono dalla memoria della rete – nossignori, non li si può cancellare da Internet – ed una volta abilmente accostati alle successive leccate di culo possono dare vita a dei disgustosi quadretti che immortaleranno lo squallore dei vari personaggi per l’ilare e sacrosanto dileggio dei posteri.
Come già per il caso del Brexit, assistiamo ora ad un altro fenomeno eclatante: il rifiuto del risultato della votazione da parte dell’elettorato perdente. Questo, naturalmente, nel nome della democrazia. Nel caso del Brexit, si manifestò con petizioni che chiedevano di votare di nuovo ed elucubrazioni sul fatto che il voto potesse venire legalmente ignorato. Questo, naturalmente, nel nome della democrazia. Nel caso delle elezioni di Trump invece abbiamo gente che scende in piazza contro l’esito delle elezioni, senza tuttavia un argomento diverso da quello della propria insoddisfazione. Non si scende in piazza per qualcosa che Trump ha fatto o sta per fare – è troppo presto per questo, lui non è nemmeno ancora presidente. No, si scende in piazza perché semplicemente non si è d’accordo con l’esito del voto. Contemporaneamente, iniziano a udirsi voci intellettualoidi che si esprimono contro il suffragio universale. Tutto questo, naturalmente, nel nome della democrazia.
Dico ciò perché l’aspetto forse più interessante di queste elezioni è proprio l’aperto manifestarsi di questa visione cripto-totalitaria di una parte di popolazione erudita sinceramente convinta di incarnare la vera ed unica identità democratica possibile della società. Oltre al blocco compatto dei media e della “intelligentsija” o presunta tale, si tratta dei ceti di istruzione medio-alta della società. Nel loro rifiuto di considerare legittimo il voto delle fasce di istruzione minore essi di fatto senza accorgersene hanno dichiarato una feroce lotta di classe che in sostanza si riassume nell’idea: la democrazia è vera democrazia solo quando vinciamo noi, che siamo persone più erudite e migliori. Quando vincono gli altri non vale, dato che sono ignoranti e sempliciotti, non vale a meno che il vincitore sia anche di nostro gradimento. Il rifiuto dell’esito del gioco è un comportamento tipico dei bambini. Nel caso del Brexit tutti ad urlare come i bambini “voglio la rivincita!” e coerentemente oggi tutti a strepitare “Non vale! Non vale” senza però essere in grado di spiegare perché non dovrebbe valere. Un comportamento molto infantile. Anche l’argomento, spesso utilizzato in questi casi, che la gente ignorante sia stata convinta dai media a votare per l’impresentabile di turno non vale, dato che i media spingevano invece a votare la Clinton con una univocità che – questo sì – rappresentava la morte del pluralismo politico, fatto che curiosamente non ha preoccupato nessuno di tutti questi colti benpensanti. In effetti, il fatto straordinario è proprio che metà degli elettori abbia votato a dispetto del coro compatto dei media – in direzione contraria. Questo significa inequivocabilmente che più di metà della popolazione votante, per non parlare di quella non votante, non crede più a ciò che sente in televisione per quello che riguarda la politica, non crede più a quello che scrivono i giornali mainstream. I sacerdoti del ministero della verità stanno rapidamente perdendo il loro pubblico.
Fino ad ora non sono entrato nel merito dell’analisi politica, interessandomi di più il mistero del comportamento delle masse di persone. Qualcosa tuttavia si può dire anche sul piano dell’analisi politica.
Una delle letture più lucide è forse stata data dal grande giornalista John Pilger in una bellissima intervista a RT che invito tutti a guardare. Ben due volte premiato come giornalista dell’anno in Inghilterra, John Pilger non può certo essere tacciato di simpatie sospette. Eppure, Pilger mette il dito nella piaga: per quanto Trump possa essere impresentabile, la Clinton è già compromessa da una miriade di fatti inaccettabili e semplicemente non è un’opzione. Massima garante dello status quo criminal-finanziario di Wall Street e del complesso militar-industriale, già criminale di guerra corresponsabile della distruzione di Libia e Siria, corrotta dai sauditi a cui assicurava le armi destinate ai tagliagole dell’ISIS, come rivelato da Wikileaks, aveva già promesso che se eletta avrebbe fatto guerra all’Iran – e molto probabilmente avrebbe scatenato la terza guerra mondiale. Non c’è antipatia per il personaggio Trump che regga al confronto con la prospettiva di un cataclisma del genere. Colpisce la confusione mentale di quel blocco di società benpensante per il quale maschilismo, rozzezza e cattivo gusto pesano di più dei crimini di guerra e della promessa di nuove guerre e possibilmente di una guerra nucleare. Una confusione mentale tale che, messi di fronte alle rivelazioni di Wikileaks che inchiodano la Clinton ai suoi crimini, anziché prendere atto della realtà chiudono gli occhi e piuttosto accusano Wikileaks di avere rivelato il malaffare. Anche il Guardian si è spinto a dare la colpa ad Assange. Siamo quindi al delirio. Fra la criminale sobria ed il maleducato pacchiano i benpensanti preferiscono la criminale sobria. Fra una guerrafondaia dichiarata, però persona elegante, ed un riccone maschilista, per lo più buzzurro, i benpensanti preferiscono la guerrafondaia elegante. Per quanto sia assurdo i benpensanti preferiscono, in America come in Italia ed in Europa, una guerra nucleare quasi certa piuttosto che il trionfo del cattivo gusto. Come si spiega questa follia? La risposta è semplice e banale: la gente capisce facilmente i problemi piccoli, ma non è assolutamente in grado di fronteggiare i problemi grossi. Cattivo gusto, razzismo ed esternazioni maschiliste sono le piccole cose che incontriamo nella nostra vita di tutti i giorni e per le quali abbiamo criteri di comprensione ed un codice di comportamento. Una guerra nucleare è invece un problema troppo grosso perché la nostra mente sappia occuparsene e quindi la nostra mente lo nega in blocco, rifiuta di vederlo, lo confina nell’ambito delle prospettive astratte che non ci possono davvero riguardare. In parole povere, la tattica dello struzzo che ficca la testa sotto terra per non vedere, la tattica dei bambini che chiudono gli occhi davanti a ciò che li spaventa convinti che questo basti a farlo sparire dalla realtà, oltre che dalla loro vista. I benpensanti hanno paura del parrucchino di Trump perché capiscono cosa voglia dire un parrucchino, ma non hanno paura della guerra, forse nucleare, promessa dalla Clinton perché non capiscono cosa voglia dire una guerra, soprattutto nucleare.
Naturalmente, è interamente possibile che anche Trump conduca il mondo alla catastrofe. Ciò non toglie che che con la Clinton questa sarebbe stata una certezza. E quando devi scegliere fra un disastro possibile ed un disastro garantito, il disastro garantito non è affatto la scelta migliore. Ubi maior minor cessat.
Adesso che abbiamo ragionato sulla premessa che le cose sono come sembrano, spendiamo due parole anche sull’ipotesi che le cose siano come non sembrano. Mi perdonerete la sospettosità, ma dall’11 settembre in poi ho sviluppato un certo scetticismo rispetto a qualsiasi teatrino venga rappresentato davanti a me. Ogni volta che cado in tentazione e credo alla realtà di uno scenario, prima o poi saltano fuori elementi che mi convincono di essere stato fregato per l’ennesima volta – stavo assistendo ad un teatrino e non me ne ero accorto perché la sceneggiatura era stata scritta troppo bene. E, come sappiamo, in politica i teatrini sono di solito la norma, non l’eccezione. Quanta gente a suo tempo cadde nel tranello del teatrino del mito di Obama il Buono, che nell’immaginario popolare, costruito ad arte, avrebbe portato la pace in terra? In seguito Obama avrebbe bombardato sette paesi. Oggi ci viene presentata una narrativa del tutto diversa, ma quanto di tutto ciò è reale?
Ci sono almeno tre elementi che stonano nel quadro che ci viene presentato. L’indagine ad orologeria dell’FBI su Hillary Clinton ed il timing delle rivelazioni di Wikileaks sono le prime due stonature. Wikileaks non è propriamente ciò che in molti credono, in realtà è parte del sistema, tanto è vero che fa sempre bella figura sulle prime pagine dei giornali – i veri oppositori del sistema sono ignorati dai media. E non solo Assange rispetto ai misteri dell’11 settembre non ha mai spifferato nulla, ma addirittura ha difeso l’indifendibile versione ufficiale. Non mi stupirei se Trump finisse per dargli la grazia, a cui seguirebbe il Nobel. 

E la terza stonatura, per quanto possa sembrare strano è costituita dai mancati brogli elettorali a favore della Clinton, brogli che in molti si aspettavano dato che si erano verificati in elezioni precedenti e che stavolta non sono avvenuti. Oppure che ci sono stati, ma a favore di Trump. La grande discrepanza fra gli exit poll ed il voto a favore di Trump in stati chiave suggerisce infatti che anche stavolta ci siano stati dei brogli, però a favore di Trump.
E bisogna essere incredibilmente ingenui a credere che le macchine elettroniche per il voto negli Stati Uniti, una vera e propria black box dal software segreto e di proprietà dei soliti sospetti, i cui risultati sono inverificabili, con le quali già in passato si sono truccate elezioni, proprio stavolta siano state usate senza imbrogliare.
C’mon, do you really believe that?
Se quindi ci vengono presentati tutti i soldatini del potere visibile schierati compatti per la Clinton, si intravvedono però in trasparenza i grandi alfieri del potere nascosto operare in appoggio a Trump.
E’ un’epoca di crescente ribellione contro i cosiddetti Padroni dell’Universo, ovvero i poteri forti, fortissimi, che tirano le fila dei burattini politici – e dopo questa elezione a sorpresa essi ci vengono presentati come sconfitti, disperati, messi all’angolo dalla vittoria di Trump. Ma lo sono davvero? Oppure fa tutto parte di uno spettacolo dai fini misteriosi? Come Obama fu il contentino per i benpensanti, è oggi forse Trump il contentino per i malpensanti? Obama l’anti-Bush seguito da Trump l’anti-Obama, lo stesso schema a ruoli invertiti, uno schema good cop – bad cop per tutta l’umanità?
L’attacco dell’FBI alla Clinton rivela uno schierarsi evidente dello deep state – lo stato profondo statunitense. Ma è lo stato profondo che si ribella ai Padroni dell’Universo costringendoli a cambiare strategia oppure sono sempre i Padroni dell’Universo quelli che conducono il gioco tirando abilmente le fila anche dell’FBI e di altre agenzie?
Le rivelazioni di Steve Pieczenik, un insider di alto livello e di lungo corso del potere americano (leggetevi la sua interessante biografia su Wikipedia, è stato anche fortemente coinvolto nel caso Moro), parrebbero suggerire che la ribellione del deep state sia sincera e patriotica. Ma come facciamo ad esserne certi?
Ed anche l’immagine delle proteste spontanee di strada contro la elezione di Trump inizia a vacillare quando scopriamo che ci sono annunci per reclutare gente che protesti a 1500 dollari la settimana. Si stanno creando le basi per una guerra civile in America? Che magari possa servire ad imporre una legge marziale? Oppure l’obiettivo principale è di restituire importanza alla narrativa della dialettica democratica, esasperando i contrasti apparenti fra ogni presidente in carica ed il suo successore, al fine di corroborare il mito di una democratica alternanza politica?
Altro che House of Cards, la puzza qui è piuttosto quella del Truman Show, però facciamo attenzione, qui siamo nel campo della speculazione, ipotizzare è doveroso, ma balzare a conclusioni certe è prematuro. La situazione è troppo complessa e con troppe incognite per nutrire certezze. Non sappiamo fino a che punto si sia evoluta l’arte di manipolarci e di prenderci in giro, ma dobbiamo considerare seriamente la possibilità che abbia trasceso la nostra capacità di immaginarlo. L’unica cosa certa è che il tempo ce lo dirà – forse. E fino ad allora, teniamo acceso il cervello, sospendiamo il giudizio e, poiché siamo comunque relegati al ruolo di spettatori, cerchiamo di goderci lo spettacolo.
Trump ha vinto il 9 novembre, 11/9 ovvero il 9/11 al contrario, l’11 settembre al contrario. Nell’anniversario in cui 27 anni fa venne abbattuto il muro di Berlino. I numerologi e gli analisti dei simboli ci andranno a nozze.
In conclusione, torniamo a limitarci a guardare agli eventi per come ci appaiono. Al di là delle sceneggiate elettorali e delle trame dietro le quinte rimane il dato straordinario di un voto di massa controcorrente. Chiediamoci ancora una volta come mai così tante persone hanno potuto votare per Trump, contro il politicamente corretto, contro il coro compatto di tutti i media. Grillo ha dichiarato che si è trattato del più grosso vaffa-day della storia, ma meglio di lui si è espresso un mio amico americano, un sociologo, riportando sul suo facebook il seguente piccolo test che vi invito tutti a seguire e – se tenevate per Clinton – a dare la vostra risposta:

Quando tutti i non-razzisti, non-misogini, non-omofobi, non-bigotti normali comuni cittadini ne hanno talmente abbastanza che voi li chiamiate razzisti, misogini, omofobi e bigotti da decidere di votare contro il vostro candidato – voi cosa fate?

Opzione A: Rivedete la vostra condotta personale e la strategia per convincere la gente a condividere la vostra politica.
Opzione B: Li chiamate razzisti, misogini, omofobi e bigotti più che mai urlando contro di loro ancora più forte.
A giudicare dai post che leggo su facebook, la maggioranza di voi ha scelto l’Opzione B.
Ed è soprattutto per questo che il vostro candidato ha perso.


20 Novembre 2016
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Fonte: http://roberto.info/it/2016/11/20/occidente-trumpato-il-cervello/.
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14 febbraio 2015

Nessun mondo multipolare se i media sono unipolari

di Roberto Quaglia.
da Megachip.


TEHERAN - Il grande interrogativo della geopolitica globale di oggi è se il mondo andrà verso un mondo unipolare a tempo indeterminato dominato dagli Stati Uniti (ciò che con orgoglio – o con arroganza − gli americani chiamano Full Spectrum Dominance, "dominio sull'intero spettro") o se invece si muoverà verso un mondo multipolare in cui coesistono diversi centri di potere.

Dal punto di vista economico il mondo è già multipolare, essendo la quota statunitense del prodotto mondiale lordo di appena circa il 18 per cento (dati 2013) e in costante diminuzione. Allora come mai gli USA sono ancora così dominanti a livello globale? La ragione non è il suo gigantesco budget militare, dal momento che non si può realisticamente bombardare tutto il mondo.

Il primo strumento magico che gli Stati Uniti usano per dominare il mondo è il loro dollaro. La parola "magico" è qui licenza non poetica: il dollaro è effettivamente una creatura magica, in quanto la Federal Reserve può crearlo in quantità illimitate dentro i computer, e tuttavia il mondo lo considera come qualcosa di prezioso, pensando comunque ai petrodollari. Il che rende un compito facile per gli Stati Uniti finanziare con miliardi di dollari le “rivoluzioni colorate” e altre sovversioni in tutto il globo, praticamente a costo zero. Questo è un problema grave che ogni mondo che cerca la multipolarità dovrebbe affrontare.
L'altra super-arma degli Stati Uniti è il loro dominio folle dei mezzi d’informazione, qualcosa di molto vicino all’egemonia assoluta, la cui dimensione è fuori dall'immaginazione della maggior parte degli analisti.
Hollywood è la più straordinaria macchina della propaganda mai vista in questo mondo. Hollywood trasmette in miliardi di cervelli di tutto il mondo i canoni hollywoodiani per la comprensione della realtà, che includono − ma non solo − il modo di pensare, di comportarsi, di vestirsi, cosa mangiare e bere, fino a come esprimere il dissenso. Sì, Hollywood è perfino in grado di istruirci su come esattamente esprimere il nostro dissenso verso lo stile di vita americano. Solo per citare un esempio (ma ce ne sono molti), i dissidenti occidentali spesso citano il film “Matrix” [1999] per riferirsi a un’invisibile rete di controllo sulle nostre vite, ma anche Matrix fa parte della stessa matrice, se posso metterla in chiave umoristica. Ecco la confezione hollywoodiana del processo di comprensione che viviamo in un mondo ingannevole: utilizzando allegorie, simboli e metafore prodotti negli Stati Uniti, facciamo comunque pienamente parte del loro sistema e quindi contribuiamo a rendere questo reale.


Gli Stati Uniti hanno anche il controllo dell’informazione mainstream a livello mondiale, essendo la CIA infiltrata nella maggior parte dei più importanti network. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, che ha lavorato per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, nel suo libro bestseller Gekaufte Journalisten [“Giornalisti venduti”] ha recentemente confessato di essere stato pagato per anni dalla CIA per manipolare le notizie, e che questo è del tutto normale nei media tedeschi. Possiamo tranquillamente ritenere che ciò sia molto comune anche in altri paesi. Questo controllo globale sui mezzi d’informazione permette agli Stati Uniti di dominare la guerra della percezione in tale misura da rendergli possibile trasformare facilmente il bianco in nero agli occhi del pubblico. È incredibile come i media europei sotto il controllo americano abbiano potuto distorcere i fatti durante le recenti crisi in Ucraina: la giunta filonazista di Kiev, salita al potere con un colpo di Stato, è stata capace di bombardare e uccidere i propri cittadini per mesi, mentre i media occidentali la raffigurano sempre come la parte buona e Putin è descritto come il nuovo Hitler senza nessun motivo realmente fondato.

Per capire fino a che punto il dominio delle informazioni è di per sé sufficiente a plasmare una realtà effettiva, ricordiamo questa citazione del 2004 attribuita a Karl Rove, all'epoca consulente senior di George W. Bush: 
«Noi siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà; così, mentre voi studiate quella realtà – con tutto l’equilibrio di cui siete capaci – noi agiamo di nuovo, creando altre nuove realtà che voi potete anche studiare, ed è così che le cose si gestiscono: noi siamo i protagonisti della storia... e a voi, a tutti voi, sarà solamente consentito di studiare ciò che noi facciamo.»
E se tutto questo non bastasse, la maggior parte delle informazioni che circolano oggi nel mondo è elaborata da computer con sistemi operativi americani (Microsoft e Apple), mentre le persone − compresi coloro che si oppongono agli Stati Uniti − comunicano fra loro attraverso Facebook, Gmail e altri canali controllati dalla CIA.
È proprio questo pressoché totale monopolio dell’informazione che fa la vera differenza. Così, anche se l’importanza economica americana ha subìto un netto declino negli ultimi decenni, la sua influenza sul piano dell’informazione è paradossalmente cresciuta. 
Perciò i paesi che oggi guardano a un vero e proprio mondo multipolare dovrebbero rivedere le loro priorità e iniziare a competere seriamente sul campo dell’informazione, piuttosto che concentrarsi solo su questioni economiche.

Oggi il potere è solo una questione di percezione, e gli Stati Uniti sono ancora gli impareggiabili maestri di questo gioco. Non avremo nessun mondo veramente multipolare fino a quando altri giocatori con competenze analoghe non entreranno in gioco.

Ci sono già alcuni casi di servizi di news non allineati con gli Stati Uniti di qualità eccellente e con l'ambizione di un’audience globale, fra i quali i più notevoli sono Russia Today e l’iraniana Press TV, ma questo è ancora poco o niente in confronto al costante tsunami di informazioni audiovisive filoamericane che dilaga in tutto il mondo 24 ore su 24. Russia Today sta progettando di allestire anche canali in francese e tedesco: questo è un passo in avanti, ma ancora lontano dall'essere sufficiente.
Gli USA non sono davvero preoccupati dai paesi che li sorpassano nei propri interessi, però cominciano a innervosirsi se questi paesi utilizzano valute diverse dal dollaro per i loro commerci e letteralmente impazziscono quando sullo scacchiere dell’informazione appaiono importanti network non allineati
Il che suona abbastanza strano, dato che la libertà di stampa è un punto centrale della moderna mitologia americana, ma ogni fonte di informazione non allineata con gli Stati Uniti mette appunto in pericolo il loro monopolio della realtà. Questo è il motivo per cui hanno bisogno di demonizzare i concorrenti e di etichettarli come antiamericani o peggio. 
Tuttavia, spesso i giornalisti o gli editori non allineati sono semplicemente una realtà non americana, non necessariamente antiamericana; ma agli occhi degli egemonisti americani tutte le informazioni non-americane sono per definizione antiamericane, dal momento che la compattezza del loro impero si fonda soprattutto sul loro monopolio della realtà percepita. Ricordate la citazione di Karl Rove.

Così, i paesi non allineati con gli USA che veramente aspirano a un mondo multipolare non hanno altra scelta se non quella di imparare dal loro avversario e agire di conseguenza. Al di là della creazione di un proprio news network all’avanguardia, essi dovrebbero anche cominciare a fornire un sostegno concreto all’informazione indipendente nei paesi in cui le notizie sono attualmente controllate dagli Stati Uniti. Giornalisti indipendenti, scrittori e ricercatori dei paesi occidentali oggi stanno facendo il loro lavoro solo per passione civile, spesso non pagati e al costo di pubbliche derisioni, emarginazione sociale e sacrifici economici. Diffamati nelle loro patrie e senza nessun aiuto da parte dei paesi che presumibilmente mirano a sottrarsi al giogo statunitense: questo non è un buon inizio per la fine della Full Spectrum Dominance degli Stati Uniti.
Non c’è e non ci sarà mai un mondo realmente multipolare senza una gamma veramente multipolare di punti di vista sulla scena. Un impero postmoderno è più che altro una condizione mentale: se questa condizione rimarrà unipolare, il mondo resterà tale.



Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.

9 luglio 2013

Il web globale passa quasi tutto per i cavi NSA

da RT.
Segue intervista a Pino Cabras

Come rivelano alcuni nuovi documenti emersi, gli accordi stipulati tra agenti federali e società straniere hanno permesso al governo degli Stati Uniti di intercettare e interpretare facilmente una vasta fascia di dati di comunicazione trasmessi in tutto il mondo.
In una presentazione con slides della National Security Agency ottenuta da The Washington Post e attribuita alle rivelazioni del dissidente NSA Edward Snowden, il governo USA ha incoraggiato gli analisti ad attingere direttamente a tutta una gamma di cavi in fibra ottica sottomarini che funzionano da condutture per circa il 99 per cento del traffico mondiale telefonico e di internet.
Il resoconto, pubblicato da Craig Timberg e Ellen Nakashima del Post, spiega il modo in cui le slides della NSA fatte trapelare da Snowden rivelino un ulteriore programma di sorveglianza attivato in qualità di presunta misura antiterrorismo, ma al costo di mettere a rischio la privacy di milioni - se non miliardi - di persone.
Secondo l’articolo, il governo degli Stati Uniti inviò una squadra di avvocati presi dal guazzabuglio di sigle delle agenzie federali - inclusi il Federal Bureau of Investigation e i Dipartimenti della Difesa, della Giustizia e della Sicurezza Interna - per sovrintendere agli sforzi post-11/9 avrebbero garantito che più informazioni di intelligence disseminate in tutto il mondo potessero essere raccolte da agenti americani.
«I documenti mostrano che, tra i loro compiti, vi era quello di garantire che le richieste di sorveglianza ricevute venissero soddisfatte in modo rapido e riservato», hanno scritto i due giornalisti.
Tutto ciò, sostiene il Post, è stato adempiuto mantenendo «una cellula aziendale interna di cittadini americani con nulla osta del governo» tra le fila delle società estere che controllano i cavi a fibre ottiche che trasportano la maggior parte dei dati delle telecomunicazioni in tutto il mondo. Una di queste entità è stata l’asiatica Global Crossing, e gli USA si sono affrettati ad infiltrarsi nella lista dei suoi addetti poco dopo l'11/9.
Il Post scrive che il "Contratto di sicurezza di rete" stipulato tra Global Crossing e gli USA nel 2003 ha rappresentato il caso di uno dei primi grandi fornitori che diede agli USA il potere di attingere a queste grandi condutture delle telecomunicazioni, e nel decennio successivo ormai non si contano più quanti altri siano stati autorizzati. In quel caso e in altri, avvocati federali che collaboravano sotto il nome di "Team Telecom" hanno costretto i proprietari stranieri di questi cavi a conformarsi alle richieste americane di informazioni.
Nel caso del contratto di Global Crossing, gli USA ottennero che la ditta firmasse un accordo che garantiva che gli agenti segreti americani potessero richiamare l'azienda in modo da essere presso un suo "Centro di Operazioni di Rete" con sede in USA entro un tempo di appena 30 minuti per monitorare e raccogliere i dati
E sebbene esistano leggi concepite per fornire presunte salvaguardie in grado di proteggere la privacy degli americani, il Post sostiene che questo non ha fermato le agenzie americane dall’essere in grado di raccogliere comunque i dati.
«Dato che le persone in tutto il mondo chattano, navigano e inviano le immagini tramite i servizi online, gran parte delle informazioni fluisce entro il raggio d’azione alla portata tecnologica della sorveglianza USA. Anche se le leggi, le norme procedurali e le politiche interne limitano il modo in cui le informazioni possono essere raccolte e usate, i dati provenienti da miliardi di dispositivi fluiscono in tutto il mondo attraverso quelle strettoie di internet che gli Stati Uniti e i loro alleati sono in grado di monitorare», scrive il Post. Insieme al programma PRISM divulgato da Snowden il mese scorso, l’attingere a questi cavi offre agli Stati Uniti la possibilità di monitorare praticamente qualsiasi comunicazione che passi vicino agli Stati Uniti.

Il Post osserva che sia il PRISM sia il programma "a monte" che estrae i dati dai cavi sottomarini, intendono indirizzarsi soltanto alle comunicazioni in cui si ritenga che una parte stia al di fuori degli USA, ma le agenzie governative non sono disposte a dire quanti americani sono incidentalmente o inavvertitamente entrati nel raggio del radar della NSA. In precedenza, però, membri del Senato degli Stati Uniti hanno usato frasi come «profondamente costernati» per prevedere come gli americani avrebbero verosimilmente reagito se avessero conosciuto la piena estensione e la portata dei programmi di sorveglianza del loro paese.
Sulla scia delle rivelazioni di Snowden che sono iniziate a emergere lo scorso mese, la NSA, il presidente Barack Obama e la sua amministrazione hanno tutti quanti esaltato i programmi di sorveglianza, quali strumenti necessari nella guerra contro il terrorismo. La Casa Bianca sostiene che le pratiche sono legalmente autorizzate sia attraverso il Foreign Intelligence Surveillance Act sia tramite il Patriot Act post-9/11, ma continuano ad attirare le critiche da parte del pubblico e anche dai politici. Il trentenne Snowden è alla ricerca di asilo per evitare il processo negli Stati Uniti, dove è accusato ai sensi della vigente legge sullo spionaggio.





Intervista a Pino Cabras a Radio Italia dell'IRIB: Amici e nemici, tutti nel raggio dello spionaggio USA.

Qual è la verità sul Datagate? «Credo che la verità sia stata una volta tanto raccontata da una persona interna al sistema, cioè Edward Snowden, questo funzionario di una delle tante agenzie collegate allo spionaggio americano. E la verità è che il sistema spionistico elettronico statunitense ha un controllo pressoché totale sulle comunicazioni a livello mondiale, e quindi amici e nemici sono tutti nel suo raggio di azione…».


È disponibile attraverso il link sottostante l'audio integrale dell'intervista.