8 agosto 2011

Uomo morto non parla: Gli US Navy SEALs distrutti per coprire la bufala dell’esecuzione di bin Laden?

di Finian Cunningham - globalresearch.ca.
(Con nota di Pino Cabras in coda all’articolo).



L’eliminazione di 30 uomini delle forze speciali degli Stati Uniti nello schianto di un elicottero Chinook in Afghanistan arriva in un periodo in cui la versione ufficiale di Washington sul modo in cui è stata eseguita l’uccisione di Osama bin Laden stava crollando sotto i colpi dell’incredulità. Tra i 38 morti nel disastro dell'elicottero - la più grande perdita di vite statunitensi avvenuta in una singola occasione nel corso della decennale guerra di occupazione dell'Afghanistan - si pensa che vi siano molti dei 17 Navy Seals coinvolti nell'esecuzione di Osama bin Laden all’inizio di maggio. Tra i morti sono compresi anche altri membri delle forze speciali USA e dei commando afghani.
I primi servizi dei media occidentali indicavano che il Chinook potrebbe essere stato coinvolto in una considerevole operazione militare contro dei militanti afghani, al momento in cui è stato abbattuto nella provincia di Wardak, poco a ovest della capitale Kabul, alle prime ore di sabato. Si è riferito che alcune fonti fra i taliban hanno affermato che i loro militanti hanno abbattuto il Chinook con un lancio di razzi.
Funzionari militari statunitensi dichairano che stanno indagando sulle cause dello schianto.
Tuttavia, appare significativo che fonti anonime USA abbiano raccontato agli organi di informazione che ritenevano che l'elicottero sia stato abbattuto. Questo sorta di conferenza stampa non ufficiale degli USA appare alquanto strana. Perché le fonti militari statunitensi vogliono offrire ai combattenti nemici un così spettacolare colpo propagandistico?
Forse giova gli interessi degli USA distrarre dal motivo e dalla causa reali dello schianto dell'elicottero, sia stato esso colpito o meno da un razzo.
Funzionari statunitensi hanno ammesso che i Navy Seals deceduti facevano parte dell'unità Team 6 che avrebbe eseguito l'assassinio, lo scorso maggio, della presunta mente dell'11/9, Osama bin Laden.
Fin dai primordi, il resoconto di Washington in merito al modo in cui le sue forze speciali hanno ammazzato Bin Laden presso il suo complesso residenziale di Abbottabad, nel nord del Pakistan, era squarciato dalle contraddizioni. Perché mai, una volta liquidato, Bin Laden è stato seppellito in mare in fretta e furia? Come ha potuto il "Terrorista N°1" a livello mondiale risiedere, senza essere notato, ad appena poche miglia dal quartier generale militare pakistano di Rawalpindi?
In tutta evidenza, diverse fonti ben informate sono convinte che Bin Laden sia morto per cause naturali dieci anni fa. L'autore Ralph Schoenman ha respinto la presunta esecuzione dei Navy SEALs come "una grande bugia". Dalle indagini condotte nel corso di vari anni in Pakistan, Schoenman ha dichiarato a Global Research: «Ho intervistato vari membri dei servizi segreti pakistani e diversi militanti, e tutti hanno confermato che Bin Laden è morto per insufficienza renale oltre dieci anni fa».
Più di recente, come riferisce Paul Craig Roberts,[1] i pakistani del luogo hanno affermato che l'operazione dei Navy SEALs ad Abbottabad è finita in un disastro, con uno dei tre elicotteri USA che esplodeva appena decollato dal terreno vicino al complesso. Gli altri due elicotteri non sono atterrati e, secondo i testimoni, sono volati via dalla scena immediatamente dopo l'esplosione. Come Roberts sottolinea, questo vuol dire che non c'era alcun cadavere di Bin Laden da smaltire in mare, come Washington asserisce.
Le persone chiave che conoscerebbero la verità sull'incredibile assassinio di Bin Laden da parte di Washington, sono ora indisponibili ai commenti. Caso chiuso.

Finian Cunningham è corrispondente di Global Research da Belfast, Irlanda.
cunninghamfin@yahoo.com
Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25923
Traduzione per Megachip a cura di Dario Tanzi.


Nota di Pino Cabras per Megachip 
Subito dopo i fatti di Abbottabad gli esponenti del sito Infowars.com avevano ragionato e profetizzato intorno a uno scenario inquietante: alludevano a un provvidenziale incidente militare che nel giro di poco tempo avrebbe eliminato dalla scena i Navy SEALs coinvolti nella misteriosa operazione che aveva depennato ufficialmente Bin Laden dagli attori del grande show della guerra. Citavano analoghi casi – per i servizi americani come per quelli russi e di altri paesi - in cui le operazioni coperte venivano ulteriormente coperte sacrificandone i protagonisti.
L’articolo di Finian Cunningham offre perciò un’interpretazione suggestiva del tragico incidente occorso al Team 6 dei Navy SEALs. L’interpretazione non è tuttavia suffragata da prove, mentre funzionari governativi USA «hanno dichiarato all’agenzia Associated Press che ritengono che nessuno dei Navy SEALs che sono morti nello schianto di un elicottero in Afghanistan avesse preso parte al raid che ha ucciso Osama bin Laden, sebbene fossero della stessa unità che ha eseguito la missione bin Laden.»[2]
Non potendo affatto ancora raggiungere conclusioni su questa vicenda, ci limitiamo a riprendere comunque le testimonianze a caldo raccolte fra i residenti di Abbottabad dai reporter di CCTV. Gli abitanti del luogo non credevano che Osama bin Laden fosse mai stato in quel complesso residenziale e si ritenevano tranquillamente sicuri che quella strana operazione fosse una bufala. La stessa squadra antiterrorismo del Pakistan non era in grado di confermare l’uccisione, in base a quanto veniva riferito.






[1] http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25898
[2] K. Dozier & L. C. Baldor: AP sources: Crash kills members of SEAL Team 6, Associated Press.
____________________________________________________________

Tratto da www.megachip.info.

6 agosto 2011

Una rettifica sui fatti di Oslo

di Pino Cabras - da Megachip. CON UN IMPORTANTE AGGIORNAMENTO DEL 28 AGOSTO 2011 IN CODA ALL'ARTICOLO.


Quando ho commentato a caldo la terribile strage di Oslo di venerdì 22 luglio ho commesso un errore di cui mi sono accorto in ritardo, e che cambia una parte molto importante di quella valutazione. Descrivo il mio errore. Nell’articolo, scritto la sera stessa degli attentati, ho fatto riferimento a un link che portava a un articolo del quotidiano norvegese Aftenposten: (http://mobil.aftenposten.no/article.htm?articleId=3569108). Come avevo fatto altre migliaia di volte per altri articoli, ho letto la data di pubblicazione, che in quel caso riportava il 22 luglio 2011. Si trattava di una breve cronaca accompagnata da un video in cui si descriveva un’esercitazione delle forze antiterrorismo in pieno centro di Oslo avvenuta «mercoledì», con tanto di esplosioni e mobilitazioni di uomini in armi.
La percepita vicinanza delle esercitazioni rispetto alla strage mi sembrava un fatto da segnalare con adeguata evidenza, perché in occasione dell’11 settembre 2001 americano e del 7 luglio 2005 londinese c’erano state esercitazioni degli apparati di sicurezza che avevano interferito con la linea degli eventi. Sugli attentati di Londra menzionavo il fatto che «un'agenzia di sicurezza che si curava della metropolitana stava conducendo un’esercitazione con eventi terroristici simulati che dovevano svolgersi nei medesimi orari ed esattamente negli stessi luoghi in cui accaddero per davvero. Una sfida impossibile alla statistica, su cui né Scotland Yard né il giornalismo britannico – istituzioni regolarmente sopravvalutate - hanno provato a fare obiezioni di sorta.» (http://www.youtube.com/watch?v=JKvkhe3rqtc) La data che appariva sul link di Aftenposten, tuttavia non era quella della prima pubblicazione reale di quell’articolo. Ogni volta che quella pagina viene ricaricata sul pc - come ho potuto apprendere solo in seguito – accanto alla dicitura “Publisert”, ossia “Pubblicato il”, appare la data della pagina ricaricata, e non quella della prima vera pubblicazione. Agli occhi dell’utente è strano, ma è così, e potete verificarlo voi stessi cliccando sul link in questione. Ho perciò scritto a Hans O. Torgersen, il cronista di Aftenposten che aveva raccontato e filmato la simulazione delle forze speciali, per chiedergli quale fosse la vera data. Ieri Torgensen mi ha gentilmente attestato che la data dell’articolo è in realtà il 18 marzo 2010. Cioè oltre un anno prima. Lo si evince da questo altro link che porta allo stesso articolo, ma stavolta senza la data “cangiante”: http://www.aftenposten.no/nyheter/oslo/article3569108.ece.
Mi scuso con i lettori per questo incidente di percorso. Se non altro la lettura dei fatti di Oslo - sebbene presenti molti elementi ancora da scoprire, in particolare le influenze e gli appoggi che hanno preparato il terreno allo stragista Anders Behring Breivik – può al momento escludere la logistica di un’esercitazione che facesse da schermo, a differenza degli scenari dell’11/9, del 7/7 e di Mumbai.
I fatti sono spesso interpretati con schemi, esperienze, pregiudizi. A volte i canovacci semplificano e accelerano la raccolta degli elementi, altre volte portano a sbagliare e a dover correggere il tiro. Per mia fortuna non ho fatto almeno gli errori dei sedicenti esperti di terrorismo (come Guido Olimpio del «Corriere» che pontificava sulla «pista uigura», o come Fiamma Nirenstein del «Giornale» che distillava in un solo editoriale secoli di odio anti islamico sotto il titolo “Sono sempre loro. Ci attaccano”). Sotto l’ombrello ideologico degli orfani di Oriana Fallaci lo spiazzamento è stato davvero devastante.
Va detto che il giornalismo è nato su una carta che il giorno dopo serviva ad avvolgere il pesce; gli errori un tempo erano in qualche modo più tollerati. Oggi il web è una grande entità incancellabile, che implica un trattamento più lungo degli inevitabili sbagli di chi si espone intellettualmente. Mentre scrivo, sto verificando che un sito di anonimi cialtroni attacca tra gli altri anche Megachip proprio per la questione dell’articolo di Aftenposten, fino ad aggiungere questa perla, alla fine di un crescendo paranoico: «È un complottismo sciacallo e vigliacco: sciacallo perché sfrutta la disperazione, la tragedia e la paura; vigliacco perché non ha il coraggio di ammettere che gli autori di certe nefandezze sono spesso espressione di quelle stesse ideologie che sono alla base del complottismo. Anders Behring Breivik è della stessa pasta di tanti complottisti, e in particolare quelli di ideologia neonazista, antisemita, antiamericana.»
Eh no, carini. Breivik è della stessa pasta vostra, pasta Fallaci. Guardate cosa scrive il vostro beneamato sparacchiatore nel suo mattone di 1500 pagine: «Quando qualcuno mi chiede se sono un nazionalsocialista, mi sento profondamente offeso. Se c’è una figura storica che odio è Adolf Hitler». E meno male, aggiungiamo.
E dichiara: «Coloro che deplorano il diritto di Israele ad esistere sono o antisemiti, o sono dementi. Chi ha un po’ di senno dovrebbe sostenere il sionismo (nazionalismo israeliano) che è il diritto di autodifesa di Israele contro lo Jihad». Non vi riconoscete, pseudoamericanisti da strapazzo, quando dice: «Dunque combattiamo insieme ad Israele, a fianco dei nostri fratelli sionisti contro tutti gli anti-sionisti, contro tutti i marxisti-multiculturalisti»? Il suo è un manifesto adatto a caricature vigliacche di un Occidente altrimenti più ricco e complesso, un delirio da atei devoti ultraoccidentali ossessionati da Eurabia. Proprio come voi. È da sistemare nel vostro album di famiglia, fra le perle.


AGGIORNAMENTO DEL 28 AGOSTO 2011

26 minuti prima della strage di Oslo

Anche a Oslo l’esercitazione antiterrorismo c’era, eccome se c’era: il più importante quotidiano norvegese, «Aftenposten», il 26 agosto 2011 ha pubblicato nella sua versione on line un articolo inquietante. Un reportage di Andreas Bakke Foss conferma infatti che anche per la strage del 22 luglio 2011 si è avuto lo stesso pazzesco scenario di coincidenze presentatosi in occasione dell’11 settembre 2001 (in USA) e del 7 luglio 2005 (a Londra), così come in altre occasioni di rilevanti attentati terroristici. In tutti questi casi la scena del crimine ha letteralmente ricalcato simulazioni in corso degli apparati di sicurezza.
Il caso di Oslo in un primo momento si era prestato a un equivoco a causa di un altro articolo dello stesso «Aftenposten» che raccontava un’esercitazione del 2010, ma con la data apparente del 22 luglio 2011.
PER LEGGERE IL RESTO DELL'AGGIORNAMENTO: LEGGI QUI.


5 agosto 2011

L'onda araba e il nuovo disordine mondiale


di Pino Cabras – da Megachip.


Alcune riflessioni sui fatti nuovi in Libia, in Siria e in altri paesi: cercheremo di sgarbugliare importanti informazioni distorte, documentandoci anche con alcuni terribili video. L’onda araba non è ordinata come piacerebbe ai media. Quotidiani e telegiornali fanno a gara per presentare schemi semplici, con cui rinfrancare la buona coscienza democratica: noi siamo quelli della libertà, e ci sdegniamo con barbari e dittatori. Facile, no? È invece un’idea irriflessiva, per giunta falsa e ipocrita (perché a certi dittatori, amici dei portafogli occidentali, lasciamo fare di tutto).
Ma è pur sempre il discorso politico che spicca su tutti gli altri dal grande rumore di fondo dei media. Si rinuncia a distinguere fra un paese e l’altro, né si pensa alle conseguenze di un atto, specie un atto di guerra, tanto meno si fanno valutazioni realistiche delle forze in campo, dei problemi, degli intrecci etnici. Così, però, non si va da nessuna parte nella comprensione dei fenomeni, e infatti la crisi si presenta con scenari imprevisti che fanno a pezzi ogni credibilità delle narrazioni occidentali. Libia e Siria lo dimostrano.
Il disastro Libia
Puntiamo su Bengasi, allora. L’armata dei ribelli libici è stata fin dall’inizio presentata come una schiera di combattenti adamantini che si battevano per la libertà e la democrazia in nome dei nostri stessi valori di fondo. I media più importanti tacevano le loro azioni da tagliagole e le loro sconcertanti alleanze con le peggiori milizie di fanatici suicidi dell’islamismo estremista. Oggi l’imbarazzo dei media è enorme, al punto da nascondere il disastro della Cirenaica, un caos che vede sbriciolarsi lo schieramento dei ribelli, rende velleitaria qualsiasi loro ambizione strategica, e li fa totalmente dipendere da un massiccio intervento coloniale della NATO, senza apprezzabili consensi nel territorio da “liberare”, anzi.
La pressione che può esercitare la superiorità tecnologica delle potenze coloniali è ancora sufficiente a impedire a Gheddafi di ricostruire un ordinamento nazionale sull’intero suolo libico. Eppure siamo già certi che nessun ordinamento potrà essere imposto dall’Occidente, che - al contrario dei libici anticoloniali - è privo ormai di qualsiasi limpidezza strategica e non potrà mai vincere questa guerra, nonostante il vanaglorioso frasario da Sturmtruppen del segretario generale della NATO, Fogh Rasmussen, che da mesi ogni giorno vede la vittoria all’orizzonte del giorno dopo. Rasmussen si fida dell’uranio impoverito, si fida dei bombardamenti - umanitari, s’intende – che polverizzano i potabilizzatori dell’acqua e i ripetitori tv, gli ospedali e le famiglie dei dirigenti libici.
Aumentando la sua pressione, tuttavia, la NATO potrà solo “somalizzare” la Libia, cioè trasformarla in un ennesimo e incontrollabile “stato fallito”, percorso da milizie, deturpato, esposto a ulteriori emergenze umanitarie. È quel che in parte è già avvenuto, e la responsabilità – sia chiaro - non è di Gheddafi, ma di quel signore che passa le vacanze in Toscana con una faccia ritenuta rispettabile e democratica, quel David Cameron primo ministro britannico. Ed è responsabilità del portabigodini di Carlà. Nonché di quell'instancabile manipolatore di Barack Obush. Per non parlare del Caimandrillo che ci tocca in sorte dalle nostre parti. I civili muoiono ogni giorno, intanto. E chissà quanti ne moriranno nei prossimi anni per i veleni sparsi dai missili della NATO. Niente male per una missione che doveva impedire un’emergenza umanitaria.

La destabilizzazione della Siria
Lo schema si sta ripetendo per la Siria. Quella siriana è una società che a lungo ha compresso i suoi i conflitti latenti e palesi, i punti di frizione, il delicatissimo miscuglio etnico, le aspettative economiche. Su questi punti di frizione si sono innestati i disordini degli ultimi mesi.
Non ci sono dubbi sul fatto che le rivolte siano dovute a una grave insufficienza delle istituzioni, né c’è da dubitare che vengano alla luce perché sono affluite nuove generazioni più che mai in grado di fare confronti e capaci di rivendicare giustizia e cambiamento. Come pure è chiaro che le rivolte si inaspriscono per via dall’assenza di meccanismi di rappresentanza delle istanze di protesta e di critica rispetto al regime modellatosi sulla famiglia Assad. Possiamo anche dire che sembra arrivare drammaticamente fuori tempo la spinta del presidente siriano a «costituzionalizzare» il dissenso. Lui fa conto su una maggioranza reale che lo sostiene ancora, ma la crisi economica figlia della destabilizzazione si mangia pezzo dopo pezzo quel consenso di massa. Regge ancora uno specifico timore che domina i pensieri di milioni di siriani: il timore che la democrazia che qualcuno vorrebbe impiantare a Damasco somigli troppo a quella del vicino Iraq, ossia un cataclisma di violenza e insicurezza. I siriani hanno ospitato milioni di iracheni in fuga, e sanno dunque di cosa si tratta.
Il dramma è in corso, ma ha forse senso esporlo come una faccenda di mostri da sbattere in prima pagina? Andrebbe spiegato con pazienza a tutti i direttori dei giornali e dei TG che Bashar al-Assad non va visto attraverso le lenti della reiterata, stupida, ipocrita “reductio ad Hitlerum” con cui l’Occidente vuole sempre bruciare e “mostrificare” i politici sgraditi intanto che preserva i propri stragisti. Bashar è semmai un uomo politico che sino a poco fa era al centro di tanti equilibri e di tanti “crocevia della stabilità” in una regione di ferro e di fuoco, mentre ora non trova molte sponde internazionali che gli possano far trovare soluzioni, una volta che le manifestazioni assumono un carattere violento, ricambiate dalla reazione repressiva sproporzionata di un potere impreparato a gestire questi conflitti.
Il regime siriano ha provato a imbastire riforme troppo tardive rispetto alla portata del sommovimento geopolitico che è arrivato a interessare anche quel paese. Milioni di siriani gli hanno creduto. Ma queste riforme non hanno trovato appoggio in Occidente, che al contrario dà sponda e sostegno all’opposizione, nei media e sul campo. Non fa bene ad Assad come non ha fatto bene a Gheddafi lasciare che i loro paesi fossero gli unici stati mediterranei al di fuori del dispositivo militare della NATO.
Nei media il sostegno riprende lo schema ‘libertà contro dittatura’, con l’accanimento monocorde di quando si fa molto sul serio e i redattori capiscono subito dove va la corrente. L’intero mainstream occidentale, anche sulla Siria, è una sorta di monolite che adopera un solo standard, un’intelaiatura che si presenta simultaneamente linguistica, mentale, temporale e pratica: il pensiero unico blindato nel messaggio unico, non importa quanto svilito dalle falsificazioni.
Quanto all’intervento straniero sul campo, mettiamola così: l’eventualità che potenze straniere vicine e lontane non c’entrino nulla, da sole o perfino insieme, è davvero molto bassa. Assistiamo alle azioni di milizie armate, che compiono operazioni di una certa complessità militare, agguati, azioni contro caserme. Anche se ci sono molti civili che protestano in modo pacifico, è riduttivo definire «civili» gli autori di certe operazioni, con buona pace delle cronache basate sull’emozione più manipolata. I «civili» non portano armi, e quindi non dovrebbero essere attaccati da nessuno, compresi gli insorgenti antigovernativi. Ma se la parola «civile» equivalesse a «combattente» che si dota di armi - comprese le armi pesanti - contro un governo sovrano fornito di legittimazione, non è immaginabile che un esercito regolare si arrenda a questa tipologia di «civili», ne tolleri senza risposta gli assalti militarizzati; e infine capitoli a una sicura disfatta. Non conosciamo alcuno stato che lo farebbe.
I risultati degli scontri in Siria sono drammatici, e si combinano con le risposte ondivaghe di un regime non privo di divisioni e ancora incerto fra bastone e carota intanto che il tempo gli gioca contro.

La situazione sul campo
Veniamo dunque alle novità di questi giorni, gli stessi giorni in cui le stragi perpetrate dai cirenaici in Libia sono riassunte in pochi trafiletti, la brutale repressione in Bahrein e Yemen neanche in due righe, e perfino lo sgombero delle piazze del Cairo da parte delle truppe speciali affoga nell’indistinto.
Un sito filo-siriano in francese, InfoSyrie.fr, analizza in dettaglio la mole di nozioni sui disordini siriani diffuse dai media mainstream. In un articolo da significativo titolo «Hama: le cifre inverificabili e il coro delle vergini occidentali», il sito francese parte proprio dalle dichiarazioni più solenni:
«Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, esprime una condanna “vigorosa”, Barack Obama è “inorridito”, Alain Juppé [ministro degli esteri francese] esprime la sua “vibrante preoccupazione”, Roma parla di “atto orribile” e domanda che la questione venga deferita al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Berlino promette nuove sanzioni, Ankara esige che Damasco ritiri l’esercito».
Quali sono le cause di questa comune emozione diplomatica, che in Italia hanno portato persino a richiamare l’ambasciatore a Damasco? «Domenica 31 luglio, le truppe siriane sono entrate ad Hama, la grande città nel nord-ovest del paese, per ristabilirvi il controllo della situazione dopo che migliaia di manifestanti dell’opposizione tengono da alcune settimane la città in uno stato di insurrezione più o meno latente. L’intervento avrebbe causato un centinaio di morti – 95 per la precisione – e decine di feriti tra la popolazione, la quale aveva manifestato venerdì – giorno di preghiera e di raccolta dei manifestanti, indicati nel numero di 500mila – contro il regime di Bashar al-Assad. E, in modo da identificare meglio l’unicità dell’evento per renderlo subito emotivamente riconoscibile dal pubblico, i media l’hanno ribattezzato come il “massacro del Ramadan”».
Quali osservazioni fare in proposito? Siamo di fronte a cifre impressionanti e non verificabili di morti e manifestanti, e sentiamo regolarmente che la violenza viene imputata al solo esercito siriano. Il tutto somiglia come una goccia d’acqua allo schema delle settimane che precedettero la guerra di Libia, quando le cifre sui morti erano pompate, si parlava di fosse comuni inesistenti, e si diffondevano decine di altre bugie. InfoSyrie.fr elenca alcuni semplici elementi per criticare l’impalcatura del “messaggio unico”. Non sono cronache dal Regno del Male, sono spunti di parte, ma sono spunti ragionevoli. Vediamoli nella traduzione integrale curata da Simone Santini:

«La totalità delle stime e delle cifre su vittime e manifestanti anti-Bashar, ad Hama come altrove, proviene dai «cyber-dissidenti» che si trovano all’estero e che si appoggiano, a loro dire, su tutta una rete di corrispondenti locali equipaggiati di telefoni, di cui il meno che si possa dire è che possiedono – aldilà delle magie satellitari – una reattività capace di sfidare le leggi dello spazio-tempo! La fonte più citata dalle agenzie di stampa e dai media occidentali è Rami Abdel Rahmane e il suo «Osservatorio siriano dei diritti dell’Uomo», sulla cui identità aleggia un fitto mistero (si veda l’articolo “Ma insomma chi è – e dove si trova – Rami Abdel Rahmane?”,). Ma su questi argomenti sono degni di “fiducia” anche un certo Ammar Qurabi e la sua Organizzazione nazionale dei diritti dell’Uomo, senza dimenticare Abdel Karim Rihaui e la Lega siriana dei diritti dell’Uomo, nonché Wissam Tarif, rispettabile corrispondente siriano – dall’estero – del gruppo di pressione americano Avaaz (si veda I super poteri del sig. Wissam Tarif”).
Tutte associazioni che si dividono il mercato dell’indignazione e dei comunicati e di cui risulta arduo apprezzare la rappresentatività, l’obiettività nei loro rapporti, e addirittura dove si trovino.
Tutte associazioni che, come notato da uno dei nostri visitatori, non sono in alcun modo affiliate alla ufficiale "Federazione Internazionale dei Diritti Umani", fondata nel 1922 e composta da 164 leghe "omologate" e operative nel 2010 in più di 100 paesi. Viene da credere che la difesa dei diritti umani sia diventata, per una serie di siriani (ma che non si trova necessariamente in Siria), uno strumento di promozione personale...»
Pensiamo un istante a queste riflessioni, e confrontiamole con i titoli di «Repubblica» e di «Le Monde» del 22 luglio 2011: “Hama e Deir ez-Zor – 1.200.000 dimostranti”.
Questa informazione doveva far suonare grandi campanelli d’allarme, visto che la città di Hama non raggiunge i 700mila abitanti. Per quanto ci possano essere margini di errore e non sia cosa semplice poter contare la gente in piazza, questo è un caso di patente disinformazione.
Un conto sono 500mila dimostranti, che possono mettere in ginocchio qualsiasi governo, altra cosa sono 10 o 20 mila persone, che incidono molto di meno e hanno un significato politico molto diverso. Le foto sono impietose nel ridimensionare la fiumana di oppositori.
«Ci sono, con tutta evidenza, dei morti ad Hama, così come altrove» – evidenzia InfoSyrie.fr - «ma il loro numero è sistematicamente esagerato e addossato esclusivamente alle sole forze armate. L’agenzia ufficiale siriana Sana afferma da parte sua che i soldati siriani hanno affrontato a Hama, domenica 31 luglio, dei gruppi armati che avrebbero fatto almeno due morti tra i militari. Questi gruppi avrebbero eretto barricate e dato alle fiamme delle stazioni di polizia. Sana cita inoltre la testimonianza di un abitante secondo cui «decine di uomini organizzati in bande armate sono attualmente appostate sui tetti dei maggiori edifici della città, sono armati di fucili mitragliatori e terrorizzano la popolazione sparando senza tregua». Propaganda? Non esiste in ogni caso alcuna seria ragione per accordare meno credito alle affermazioni governative rispetto quelle di oppositori risoluti ad infangare il più possibile, dall’estero, il potere siriano. E per quanto riguarda l’esistenza ad Hama di cecchini appartenenti all’opposizione armata, rinviamo al video che abbiamo messo on-line il 20 luglio scorso e che mostra senza possibilità di dubbio un poliziotto siriano cadere vittima del fuoco “nemico” (http://www.infosyrie.fr/actualite/groupes-armes-la-preuve-par-limage/).»

[Attenzione: immagini che possono urtare profondamente la vostra sensibilità]
 

Mentre abbiamo già avuto buon gioco a documentare tecnicamente la falsità di un video che mostrava la presunta morte in presa diretta di un ragazzo che filmava un cecchino del regime, qui proponiamo invece un video difficilmente contestabile, che descrive in modo atroce la situazione sul campo in Siria. Sono immagini crude che non sono certo circolate nel mainstream occidentale, ma in Siria e Russia sì.

Anche se sconsiglio vivamente ai più sensibili di guardare questo prossimo video, lo propongo comunque per comprendere bene che le violenze perpetrate contro persone che appoggiano Assad da una parte degli insorti di Hama – legati ai Fratelli musulmani – cambiano totalmente la lettura degli eventi.

Sono mostrati degli uomini che estraggono dal cassone di un pick-up almeno sette cadaveri insanguinati, che vengono poi gettati, uno dopo l'altro, da un ponte che attraversa l’Oronte, il fiume che attraversa Hama, la città siriana che per settimane ha fatto da sfondo a violente proteste e disordini. Hama è anche la roccaforte dell'opposizione islamico-radicale della Fratellanza musulmana siriana: è gente che gira armata, e la vediamo bene nel video successivo, che mostra un quartiere di Hama in mano agli insorti. Il filmato si conclude proprio con la vista dei cadaveri insanguinati ammucchiati sul cassone del pick-up.




L’articolo di InfoSyrie.fr prosegue così:
«è irresponsabile – da parte di giornalisti che pretendono di informare i loro lettori – il presentare, in un modo tanto rassicurante quanto inesatto, i manifestanti di Hama come semplici partigiani di una democrazia pluralista all’occidentale. Ad Hama, più che ovunque in Siria, sono i Fratelli musulmani che operano, che hanno in questa città una loro roccaforte storica, sono loro che dominano, per ammissione degli stessi giornalisti occidentali, l’opposizione radicale all’estero al regime siriano. Sono loro che sembrano beneficiare della benevolenza degli americani, che hanno mandato il loro ambasciatore in parata in mezzo ai manifestanti di Hama. Americani sempre pronti a manipolare – come attualmente in Libia – tutto ciò che torna utile ai loro propositi destabilizzatori. E mettendo in sordina o tacendo il ruolo degli islamisti radicali di Hama, i giornalisti di Le Monde, di Libération, di Le Figaro, o del Nouvel Observateur, fanno il gioco – coscientemente? – del Dipartimento di Stato americano che non ha mai rinunciato all’opportunità storica di rovesciare o almeno fiaccare in modo decisivo un potere che si oppone all’asservimento del mondo arabo da parte di Washington e dei suoi alleati, con grande giovamento di Israele. Tutto questo lo abbiamo più volte detto sul nostro sito, ma non temiamo di ripeterlo finché disinformatori, coscienti o strumentalizzati, continueranno a martellare con le loro approssimazioni e menzogne. Obama è “inorridito” da ciò che succede ad Hama? Allora, secondo logica, dovrebbe essere più che sconvolto per quanto le sue truppe hanno fatto in Iraq negli ultimi otto anni, nonché per quanto i suoi indefettibili alleati israeliani compiono da tanto tempo a Gaza, a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nel sud del Libano, fatti e abusi che, al contrario delle “uccisioni” di Hama, sono stati pienamente dimostrati.»
Prima di precipitare in infinito botta e risposta in cui si finisca per tirare fuori tutti gli scheletri dei rispettivi armadi, la prima bonifica concettuale da operare è questa: non si può ragionare della cruciale crisi siriana senza analizzare la realtà sul campo in tutta la sua complessità, in base agli interessi in gioco, alle caratteristiche reali delle forze che si combattono, ai margini di composizione pacifica delle questioni irrisolte, che sono ampiamente inesplorati. Tutte le guerre degli ultimi vent’anni – per non andare più indietro – sono state condizionate da un’iniezione propagandistica di “buoni intenti” impastati con menzogne mediatiche sempre più intrusive e manipolatrici. I progetti imperiali sono stati insaporiti da demonizzazioni senza ritorno. Cosa succede se al Sarkozy che bombarda la Costa d’Avorio non si negano gli ossequi dei media e dei salotti buoni? Cosa accade se nel frattempo contro l’Assad che spinge l’esercito contro le sedizioni si riservano invece solo destini da Hitler? Succede che si assiste all’asfissia degli sbocchi giuridici e degli spazi di trattativa. Accettare passivamente i classici due pesi e due misure significa conformarsi ai parametri della guerra totale. Ossia una logica unidirezionale e prepotente che non vorrà né potrà trovare soluzioni. Sulla Libia l’ONU si è fatta torcere il braccio ed è stata scortata, in ceppi, fino a sconfessare se stessa e il suo statuto, che non ammette l’approvazione da parte della comunità internazionale di qualsivoglia azione militare contro uno Stato sovrano che non stia turbando la pace e la sicurezza internazionale. Per il momento alla Siria e all’ONU è stata risparmiata una riedizione della Risoluzione n.1973, per l’opposizione di Russia e Cina.
Molte frodi mediatiche sono state smascherate nel corso degli anni, ma l’area pacifista non ne ha fatto tesoro, e anzi ha sempre più ceduto all’idea che si debba dare credito alle “ingerenze umanitarie”, in un progressivo cumulo di disastri che pure sta davanti a tutti. Fare sbagli è parte dell’umana natura. Ma questo non può essere un modo per giustificare la ripetizione degli errori, quanto semmai un modo per apprendere dall'esperienza.
La diabolica perseveranza nell’errore non riesce a farsi una ragione dell’allargarsi delle aree del pianeta in cui sino a pochi anni fa i bambini andavano regolarmente a scuola e gli indici di sviluppo umano erano decenti, mentre ora – dopo l’intervento degli “esportatori di democrazia” - l’unica presenza ordinatrice rimasta ha il rombo sinistro dei fuoristrada civili equipaggiati in maniera artigianale con armi pesanti, intanto che sul cielo sfrecciano aerei senza pilota che perlustrano e bombardano. Li teleguida dall’Ohio o dal Nebraska qualche bravo padre di famiglia ai comandi di una remota consolle. Lui serve la sua giornata come un qualsiasi impiegato davanti a uno schermo, e poi la sera aiuterà i figli a fare i compiti. Non sentirà la responsabilità delle stragi consumate a ottomila chilometri di distanza quando lui ha fatto clic. A tutti coloro che abboccano alle indignazioni a comando – magari per l’impulso di “fare qualcosa” - propongo di riflettere su questo realistico scenario, per valutare dove avvenga la vera deresponsabilizzazione, dove stiano i rischi umanitari, in un tempo in cui nemmeno il dio del deficit riesce a calmare il dio della guerra, che intanto si camuffa nella routine democratica.

___________________________________________

Il nuovo libro di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, Barack Obush (Ponte alle Grazie, 2011).

obushgrande
alt
La liquidazione di Osama, l'intervento in Libia, la manipolazione delle rivolte arabe, la guerra all'Europa e alla Cina: colpi di coda di un impero in declino.
barack-e-book


27 luglio 2011

Chi erano i giovani laburisti di Utøya?

di Pino Cabras – da Megachip.



Quali erano i valori dei ragazzi e delle ragazze norvegesi dell’isola di Utøya, teatro della strage del 22 luglio 2011? I nostri media non ne hanno fatto cenno. Nel pieno del seminario estivo del movimento giovanile laburista Arbeidernes Ungdomsfylking (AUF), il suo leader Eskil Pedersen, il 19 luglio, aveva rilasciato un’intervista all’importante quotidiano «Dagbladet». E cosa leggiamo di così clamoroso in questa intervista? Proprio alla vigilia dell’incontro con il ministro degli esteri di Oslo, il laburista Jonas Gahr Store, quali temi di politica internazionale va a proporre Pedersen? Il giovanissimo politico della sinistra di governo norvegese, in modo inequivocabile, punta tutto su un solo tema: no al dialogo con Israele, sì all’embargo. Vi proponiamo qui di seguito la traduzione dell’intervista.

I lettori potranno così vedere sotto un’ulteriore luce il massacro perpetrato da Anders Behring Breivik, alias ABB, con i suoi complici. Si potranno porre domande fin qui sopite soprattutto se si accenderà poi un’altra luce, quella sul lungo documento di Breivik, che proclama in molti punti una viscerale fedeltà alla causa sionista, e quando si riveleranno i contatti organici di ABB con l'estrema destra sionista europea. L’«anti-islamico» ABB non ha consumato il suo piombo in una moschea. Ha invece sterminato le giovani leve di un'intera nuova classe dirigente sgradita. Lui sarà pazzo. Ma i pazzi come lui spesso sono in mano a manovratori e agenti d’influenza con una visione precisa. Qualunque cosa per adesso si possa pensare, intanto buona lettura.

«Il Dialogo non serve, Jonas!»

Il leader dell’AUF, Eskil Pedersen, ritiene che sia l’ora di misure più forti contro Israele.

Intervista a cura di Alexander Stenerud - dagbladet.no.
Questa settimana circa un migliaio di membri dell’organizzazione dei Giovani Laburisti (AUF) si sono radunati all’isola di Utøya per discutere di temi politici. Giovedì a Utøya verrà Jonas Gahr Store per dibattere di Medio Oriente.
Il ministro degli esteri crede nel dialogo in merito al conflitto tra Israele e Palestina, ma il leader dell’AUF Eskil Pedersen ha un chiaro messaggio per il ministro.
«Ci piace che si parli ma, da come abbiamo visto, Israele non è interessata, e non ha ascoltato nessuna delle rimostranze che le sono state fatte. Il processo di pace è un vicolo cieco, e sebbene il mondo intero strepiti affinché gli israeliani vi si conformino, loro non lo fanno. Noi della Gioventù Laburista vogliamo un embargo economico unilaterale contro Israele da parte norvegese», dichiara Pedersen.
Il leader dei giovani laburisti sostiene che il dialogo non ha più nulla da offrire di fronte a Israele, e ritiene che sia l’ora che si adottino nuovi tipi di misure. Pedersen considera che le autorità israeliane si sono spostate così tanto a destra che risulta impossibile avere alcun colloquio con loro.
«La Norvegia ha poche opportunità di esercitare in qualche modo un’influenza, e non siamo vicini ad alcuna pace in questo conflitto. Semmai il contrario. Israele si è spostata estremamente a destra, il che fa sì che scarseggino i partner dialoganti. Oserei dire che perfino i responsabili della politica estera del Partito del progresso (la formazione conservatrice liberale norvegese, NdT) faticheranno assai per trovare interlocutori in Israele. Non c’è più alcun filo diretto. Quel che intendo dire è che dovremmo parlare con chiunque, ma non possiamo sacrificare i nostri principi e le nostre politiche tanto per parlare».
La Gioventù Laburista è stata a lungo in favore del boicottaggio di Israele, ma la decisione all’ultimo congresso, che richiedeva che la Norvegia imponesse un embargo economico unilaterale del paese, era più netta che in precedenza.
«Riconosco che questa sia una misura drastica, ma ritengo che essa dia una chiara indicazione del fatto che siamo stanchi del comportamento di Israele. Larghe parti del mondo reagiscono in ogni momento, ma Israele non ascolta. Penso che la decisione sia un segno che noi dell’AUF diffidiamo di Israele, semplicemente».

Fonte: http://www.dagbladet.no/2011/07/20/nyheter/politikk/innenriks/auf/17367745.
Traduzione dal norvegese a cura di Padore Eltili.
_______________________________________________

25 luglio 2011

Da Lee Oswald a Lee Oslo, via "Gladio"?


Erano in più di uno a far fuoco sull'isola. Un’esercitazione sull’esplosione di bombe appena conclusa a Oslo. Forse una vendetta della NATO per la decisione della Norvegia di non bombardare più la Libia?

di Webster G. Tarpley.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


I tragici attentati terroristici in Norvegia presentano un certo numero di segni rivelatori di una provocazione false flag (sotto falsa bandiera, NdT) . È stato riferito che - sebbene i media mondiali stiano cercando di focalizzare l’attenzione su Anders Behring Breivik in veste di assassino solitario nella tradizione di Lee Harvey Oswald - molti testimoni oculari concordano sul fatto che un secondo tiratore era all’opera nel massacro presso il campo estivo giovanile di Utøya, fuori Oslo .
È anche emerso che una unità speciale di polizia aveva condotto una simulazione o esercitazione, nel centro di Oslo, che includeva la detonazione di bombe: esattamente ciò che ha causato il massacro a poche centinaia di metri di distanza poco più di 48 ore più tardi. Ulteriori ricerche rivelano che le agenzie di intelligence degli Stati Uniti stavano conducendo un vasto programma di reclutamento di ufficiali in pensione della polizia norvegese con lo scopo presunto di disporre atti di sorveglianza all'interno del paese. Questo programma, noto come Unità di sorveglianza e rilevamento SIMAS, ha fornito un tramite perfetto per la penetrazione e la sovversione della polizia norvegese da parte della NATO.
È inoltre presente un movente per l'attacco: come parte del suo tentativo di far crescere una politica estera indipendente, compreso l’imminente riconoscimento diplomatico di uno stato palestinese inserito in un riavvicinamento generale con il mondo arabo, la Norvegia stava guidando gli stati più piccoli della NATO che intendevano tirarsi fuori dalla coalizione di aggressori imperialisti che sta attualmente bombardando la Libia. La Norvegia aveva programmato di mettere fine a tutti i bombardamenti e agli altri assalti contro le forze di Gheddafi non più tardi del 1° agosto.
Infine, l’operazione CIA consistente in rivelazioni parziali controllate (limited hangout, nell’orig., NdT), nota come Wikileaks, ha già fornito un caso prefabbricato e pubblicamente disponibile per incompetenza e illeciti contro l'attuale governo norvegese, che sta facendo tutte queste cose, sotto forma di una serie di dispacci reali o manipolati che documentano la presunta negligenza di questo governo nell’affrontare la minaccia terroristica, il tutto secondo la visuale dei funzionari del Dipartimento di Stato USA.

Il giornale VG di Oslo: "Diversi" testimoni oculari affermano che c’erano due tiratori sull'Isola
Come si è visto, la stampa mondiale e i media della scuola anglo-americana si sono immediatamente fissati su Breivik come un caso esemplare di assassino solitario dello stesso stampo di Lee Harvey Oswald, Sirhan Sirhan, e tanti altri. Il problema per i mitografi del terrore è che, nella maggior parte di questi casi, vi sono credibili se non schiaccianti prove che queste figure non avrebbero potuto agire da sole. Tra i più recenti assassini solitari, Breivik potrebbe essere paragonato al maggiore Nidal Hasan di Fort Hood, in Texas, la cui sparatoria con carneficina risale al novembre 2009. Hasan è accusato di aver ucciso sette persone. A quel tempo, si ritenne degno di nota che Hasan era riuscito a uccidere così tanti soldati armati nella base militare. Ma i primi rapporti suggerivano che c'era un altro se non altri due sparatori oltre a Hasan. Come accade di solito, questi tiratori supplementari furono presto cancellati dalla versione dominante nei media. [1]
Nel caso norvegese, la prova che Breivik non era da solo a rivendicare il suo tributo spaventoso di vittime è chiara e convincente. Ecco alcuni estratti da un articolo pubblicato dal quotidiano di Oslo VG:
«Molti dei giovani che erano presenti al dramma della sparatoria di Utøya, hanno riferito a VG di essere convinti che ci debba essere stato più di un esecutore. Marius Helander Roset la pensa così: - “Sono sicuro che si sparava da due diversi punti dell'isola, contemporaneamente”, ha dichiarato.

Testimoni: - C’erano due persone
La polizia ritiene che Anders Behring Breivik (32 anni) sia l'esecutore vestito da poliziotto, e lo hanno incriminato per due attacchi terroristici. I giovani intervistati da VG descrivono un esecutore aggiuntivo, che non indossava l'uniforme della polizia. La persona che li seguiva era alta circa 180 centimetri, aveva folti capelli scuri e un aspetto nordico. Aveva una pistola nella mano destra e un fucile sulla schiena. – “Io credo che ci fossero due persone che stavano sparando”, sostiene Alexander Stavdal (23 anni) ....
Alla conferenza stampa di sabato mattina la polizia ha affermato che ci sarebbero potuti essere diversi esecutori e ha sottolineato che c'è un'indagine in corso»[2]
La presenza di un secondo tiratore è ovviamente più scomoda per la teoria dell’assassino solitario, in quanto rappresenta la prova incontrovertibile di una associazione cospirativa criminale, l'elemento essenziale che la copertura mediatica è generalmente ansiosa di evitare. Nel caso norvegese, i riferimenti a un secondo sparatore sembravano essere sufficientemente persistenti anche 36 ore dopo l'evento principale, tanto da poter far resistere qualche speranza che la versione ufficiale possa essere interamente abbattuta sulla base di questo particolare.

La polizia aveva svolto esercitazioni facendo brillare delle bombe nella stessa area pochi giorni prima
Un altro segno rivelatore critico di un'operazione false flag proviene dallo svolgimento di simulazioni o esercitazioni, ufficialmente per fini di controterrorismo - da parte della polizia o dei militari contemporaneamente all'attacco terroristico, o poco prima che l'attacco terroristico vero e proprio iniziasse. A volte, le esercitazioni o simulazioni in ordine ad atti terroristici sono programmate in modo da iniziare poco dopo il momento in cui l'attacco terroristico effettivo avviene. In questi casi si scopre spesso che la sedicente esercitazione o simulazione anti-terrorismo contiene un'azione simulata o un evento che ricorda fortemente l’attacco terroristico nel mondo reale, quello che uccide davvero la gente. I media poi faranno riferimento a un’incredibile coincidenza o a una concomitanza strana, ma la realtà è che l’esercitazione terroristica è stata presa o rivoltata in diretta nella forma di uccisioni reali. Il segreto sta nel fatto che l’esercitazione con copertura legale è stata utilizzata per condurre o ricalcare il massacro reale attraverso un apparato governativo le cui risorse sono necessarie per eseguire l’atto terroristico, ma in cui ci sono molti funzionari ai quali non si consente di sapere cosa stia succedendo.
Gli eventi in Norvegia forniscono un esempio molto chiaro di questo principio. A Oslo, una potente bomba è esplosa dentro o vicino all'edificio che ospita l'ufficio del Primo Ministro. Esattamente come ci aspetteremmo, unità speciali anti-terrorismo della polizia si esercitavano con l’esplosione di bombe in una zona vicina della capitale norvegese poco più di 48 ore prima. Il pubblico non era stato informato in anticipo, ma ha scoperto quello che stava accadendo quando ha iniziato a sentire le bombe martedì e mercoledì, mentre la bomba principale è esplosa venerdì. Ecco cosa riferisce il giornale Aftenposten:
«Poliziotti armati sono stati visti nella zona intorno al Teatro dell'Opera di Oslo, e violente esplosioni si potevano udire su gran parte della città. Nessuno sapeva che era tutta una questione di esercitazioni. La Sezione Informazione della polizia di Oslo si rammarica profondamente che il pubblico non fosse a conoscenza dell'esercitazione così apparentemente drammatica .... Si trattava della squadra di emergenza, l'unità speciale della polizia nazionale contro il terrorismo, che stava conducendo una simulazione nella zona delimitata presso il molo di Bjørvika. Secondo un comunicato stampa emanato dalla polizia, quasi un giorno dopo l'esercitazione, la simulazione consisteva in una formazione sul campo nel trattare la detonazione controllata di cariche esplosive .... L'esercitazione continuerà per il resto del Mercoledì sera e si prevedono un paio di ulteriori esplosioni.... L’esercitazione ha seguito un modello che risulta familiare a tutte le forze anti-terrorismo di tutto il mondo: gli uomini si calavano dal tetto e si introducevano dalla finestra che era stata appena fatta esplodere, intanto che sparavano».[3]
Peter Power della Visor Consultants disse alla BBC Radio Five sulla scia degli attentati alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 che la sua impresa aveva condotto un esercitazione basata su esplosioni che dovevano avvenire sostanzialmente nelle stesse stazioni della metropolitana londinese e alla stessa ora in cui le vere esplosioni sono effettivamente accadute. Gli eventi norvegesi presentano lo stesso tipo di strana coincidenza.

Un movente: la Norvegia ha deciso di mettere fine ai bombardamenti della Libia entro il 1° agosto
Gli obiettivi degli attacchi terroristici norvegesi sono tutti espressamente politici, compresi gli uffici governativi e un campo estivo dei giovani del Partito Laburista oggi al governo, e quindi vanno in direzione della politica. Il governo della Norvegia è attualmente una coalizione composta dal Partito Laburista, il Partito Socialista di Sinistra, e il Partito di Centro. La Norvegia ha sempre cercato di coltivare una politica estera filo-araba, come si evidenzia nella sua sponsorizzazione degli accordi di pace di Oslo tra il primo ministro israeliano Rabin e il leader palestinese Yasser Arafat a metà degli anni novanta. L'attuale governo ha annunciato la sua intenzione di concedere il riconoscimento diplomatico di uno stato palestinese nel prossimo futuro. Quando lo scorso febbraio è iniziata la destabilizzazione della Libia, il ministro degli Esteri norvegese Jonas Gahr Støre del partito laburista ha messo in guardia i partner della Norvegia nella NATO dal farsi coinvolgere.
Ma subito dopo, la Norvegia ha ceduto alle pressioni degli Stati Uniti e ha accettato di partecipare al bombardamento NATO della Libia per un periodo iniziale di tre mesi, inviando sei aerei che hanno effettuato circa il 10% di tutti i bombardamenti annoverati dall'Alleanza atlantica. Tuttavia, allo scoccare finale dei suoi tre mesi di impegno, la Norvegia aveva ridotto il suo contingente a quattro aerei per il mese di luglio, e il 10 giugno ha comunicato l'intenzione di ritirarsi del tutto entro il primo agosto dalla coalizione dei bombardamenti NATO.
La decisione norvegese di abbandonare la coalizione di attacco della NATO si è associata con una mossa simile dei Paesi Bassi, che è stata annunciata nella stessa data del 10 giugno. Gli olandesi hanno deciso di mantenere il loro contingente di sei aerei, ma non prenderanno più parte a bombardamenti su obiettivi a terra. D'ora in poi, gli olandesi sono disposti solo ad aiutare a far rispettare la no-fly zone attraverso l’interdizione aerea. C'era quindi la possibilità che l'esempio della Norvegia avesse potuto innescare una tendenza generale da parte degli stati più piccoli della NATO ad uscire dalla coalizione di bombardamento, in cui la loro presenza collettiva è altamente significativa.
Esponenti di spicco del governo norvegese sono stati tra i primi a minimizzare la presunta logica che sottostava al bombardamento della NATO, intanto che sollecitavano trattative: «Le soluzioni ai problemi in Libia sono politiche, non possono essere risolte con mezzi militari», ha dichiarato il Primo Ministro norvegese Stoltenberg ai giornalisti riuniti per una conferenza a Oslo il 13 maggio. «Stiamo sostenendo vigorosamente tutti gli sforzi intesi a trovare una soluzione politica alle sfide cui ci troviamo di fronte in Libia», ha aggiunto. Il governo norvegese ... ha promesso di ridimensionare il suo ruolo negli attacchi aerei alla Libia orchestrati dalla NATO dopo che il suo attuale impegno di tre mesi termina il 24 giugno.[4]
Questa era la politica dell'intero governo norvegese: «La Norvegia ridimensionerà il suo contributo con i caccia in Libia da sei a quattro aerei e si ritirerà completamente dalla operazione a guida NATO entro il 1° agosto», ha dichiarato venerdì il governo.... Il ministro della Difesa Grete Faremo ha detto che si aspetta la comprensione da parte degli alleati NATO perché la Norvegia ha una piccola forza aerea e non può "mantenere un grande contributo con i caccia durante un lungo periodo." La forza aerea della Norvegia sostiene intanto che i suoi jet F-16 hanno effettuato circa il 10 per cento dei bombardamenti aerei della Nato in Libia a partire dal 31 marzo. I partiti della coalizione di governo di centro-sinistra della Norvegia, erano stati in disaccordo sulla possibilità di estendere la partecipazione del paese, che avrebbe dovuto scadere il 24 giugno. La fazione più di sinistra nel governo, il Partito Socialista di Sinistra, si è opposta a una proroga, ma un compromesso è stato raggiunto affinché si rimanesse in funzione fino al 1° agosto con un minor numero di aerei. «È saggio porre fine al contributo dei caccia norvegesi. Ora la Norvegia dovrebbe impiegare i suoi sforzi per trovare una soluzione pacifica in Libia», ha dichiarato il deputato Baard Vegar Solhjell del Partito Socialista di Sinistra. [5]

Il Dipartimento di Stato si è lamentato della “mancanza di impegno” della Norvegia per l’avventura libica
La decisione norvegese di smettere di combattere la guerra contro la Libia, la prima di questo tipo da parte di qualsiasi membro dell'alleanza atlantica, ha attirato l'attenzione degli osservatori diplomatici, uno dei quali ha commentato che l'attuale governo di Oslo ha auspicato «un approccio nettamente più pacifico alle politiche globali da parte del governo norvegese .... [nonostante] le recenti pressioni da parte degli Stati Uniti in Norvegia affinché contribuisse maggiormente alla campagna militare in Libia. La Norvegia ha opposto resistenza a queste pressioni e ha spinto per un approccio più tranquillo agli attacchi della NATO sulla Libia guidati dagli USA, e ha rifiutato di fornire armi alla NATO, annunciando infine il mese scorso che la Norvegia avrebbe lasciato il suo ruolo militare in Libia dal 1° agosto. Nel mese di marzo, quando gli Stati Uniti stavano mettendo assieme il sostegno unilaterale volto a invadere la Libia, la Norvegia del ministro degli esteri Jonas Gahr Støre è stata una delle poche nazioni a mettere in guardia gli Stati Uniti contro l'intervento armato in Libia. La Norvegia inizialmente ha fornito sei aerei da combattimento per le operazioni di Libia e ha realizzato circa il 10% degli attacchi a partire dal 19 marzo. Tuttavia, i funzionari degli Stati Uniti hanno segnalato Norvegia e Danimarca per la loro 'mancanza di impegno' nella missione determinata a mandar via Gheddafi ... Altri legami Norvegia-Libia includono grandi interessi della Norvegia in Libia in materia di petrolio e fertilizzanti: la compagnia norvegese Statoil, posseduta dallo stato, ha circa 30 dipendenti presso i suoi uffici a Tripoli .... Aziende [norvegesi] hanno condotto importanti operazioni di business in Libia, in collaborazione con il regime di Gheddafi. »[6]
Allo stato attuale delle indagini, la migliore valutazione circa il motivo degli attentati norvegesi è quella di punire il paese per la sua politica estera indipendente e filo-araba in generale, e per il suo ripudio della coalizione dei bombardamenti NATO schierata contro la Libia in particolare.

Le Unità di sorveglianza e rilevamento SIMAS sono la nuova Gladio per la Norvegia?
Gli operatori dell’intelligence di USA e NATO hanno dimostrato di possedere capacità straordinarie all'interno della Norvegia, molti dei quali possono essere operativi al di fuori del controllo del governo norvegese. Ai primi di novembre 2010, il canale televisivo TV2 Oslo ha messo in luce l'esistenza di una vasta rete di risorse e di informatori segreti a libro paga dell’intelligence USA reclutati tra le fila dei poliziotti in pensione e altri funzionari. L'obiettivo apparente di questo programma era la sorveglianza dei norvegesi che stavano prendendo parte a manifestazioni e altre attività critiche nei confronti degli Stati Uniti e delle loro politiche. Uno dei norvegesi reclutati era l'ex capo della sezione anti-terrorismo della polizia di Oslo.[7]
Sebbene l'obiettivo consistesse ufficialmente solo nella sorveglianza, è possibile immaginare altre attività assai più sinistre che potrebbero essere svolte da una simile rete di poliziotti in pensione, compresa l'individuazione e la sovversione di mele marce presso le forze di polizia in servizio attivo. Alcune delle funzionalità di una rete di questo tipo non sarebbero del tutto estranee al genere di eventi che si sono appena verificati in Norvegia.
Il nome ufficiale per il tipo di cellula di spionaggio che gli Stati Uniti stavano creando in Norvegia è Surveillance Detection Unit (SDU, ossia Unità di sorveglianza e rilevamento, NdT). Le SDU a loro volta, operano nel quadro del Security Incident Management Analysis System (SIMAS, sistema di analisi nella gestione degli incidenti di sicurezza, NdT). Il SIMAS è noto per essere stato utilizzato per spionaggio e sorveglianza da parte delle ambasciate degli Stati Uniti non solo nel blocco nordico di Norvegia, Danimarca e Svezia, ma in tutto il mondo. Gli eventi terroristici inoltre sollevano la questione se il SIMAS abbia una dimensione operativa. Potrebbe questo apparato rappresentare una versione moderna delle reti Stay Behind della Guerra Fredda istituite in tutti i paesi della NATO e più conosciute sotto il nome della branca italiana, Gladio?
Al governo norvegese occorrerà scoprirlo. Finora i ministri norvegesi hanno affermato che non hanno mai approvato la rete di SDU della SIMAS. «Non abbiamo mai saputo nulla su di essa,» hanno affermato il ministro della Giustizia norvegese Knut Storberget e il ministro degli Esteri Jonas Gahr Støre in coro. Hillary Clinton ha dichiarato invece che i norvegesi erano stati informati.

L’operazione di rilascio controllato di notizie Wikileaks di matrice CIA ha ragion d’essere nel tentativo di far cadere il governo norvegese.
Grazie alle discariche documentali rilasciate della sussidiaria CIA che cura le rivelazioni parziali controllate (limited hangout, nell’orig., NdT), generalmente conosciuta come Wikileaks, è già stato fornito un chiaro percorso per l'utilizzo degli attacchi terroristici norvegesi come base adatta a rovesciare l'attuale governo. Dispacci del Dipartimento di Stato veri o manipolati e cortesemente messi a disposizione da Wikileaks ritraggono il governo norvegese, che la NATO odia, come una manica di pasticcioni e mentecatti, incapaci di prendere misure efficaci per salvaguardare la sicurezza nazionale del paese.
Alcune di queste carte sono state pubblicate sulla scia degli attacchi terroristici di Londra dal Daily Telegraph, un giornale notoriamente vicino agli ambienti di intelligence della NATO. Secondo questo articolo, mentre «si parla del tentativo da parte del servizio di polizia di sicurezza (PST) di rintracciare una particolare sospetta cellula terroristica di Al-Qa’ida, un dispaccio scritto dall'ambasciatore USA in Norvegia, Barry White, descrive [il modo in cui le autorità norvegesi] ... hanno rifiutato l'aiuto delle autorità del Regno Unito inteso a mettere sotto sorveglianza un potenziale sospetto e aggiunge: "Non solo non hanno indirizzato le proprie risorse su di lui ... ma hanno anche appena rifiutato l’offerta da parte del servizio d’intelligence del Regno Unito di due squadre di sorveglianza di dodici persone ciascuna". Il dispaccio continua affermando che i servizi di intelligence di Gran Bretagna e Stati Uniti hanno analizzato delle conversazioni in codice tra sospetti terroristi e hanno deciso di garantire la sorveglianza. Ma, dice il dispaccio, "Il PST ha invece trovato il modo di interpretare la stessa conversazione in codice tradotta sotto una luce più rosea e meno minacciosa, un’interpretazione che ha poco senso per gli USA o la Gran Bretagna."» Un catalogo anche dei più recenti fallimenti e fiaschi dell’FBI e della CIA nella cosiddetta Guerra Globale al Terrore potrebbe contribuire a mettere questi giudizi ipocriti nella giusta prospettiva, ma sarebbe anche cosa troppo voluminosa per poter essere aggiunta qui.
Un altro particolare negativo sembra fatto su misura per un tentativo di incolpare i presunti pasticci del governo norvegese per l'attentato di Oslo: «Il memorandum rivela anche come, nonostante in apparenza ci fosse sorveglianza sul sospetto, il PST ha perso le tracce di un’attrezzatura adatta a fabbricare bombe che veniva conservata in un appartamento, dopo che è stata visibilmente rimossa senza che gli investigatori» se ne accorgessero. Il PST quindi non è riuscito a stare sulle tracce di un sospetto per 14 giorni perché l’investigatore a lui assegnato fu chiamato a svolgere un altro lavoro. Il memorandum conclude: «Il PST non è all’altezza ... semplicemente non può tenere il passo.»
Un altro promemoria del Dipartimento di Stato propinato da Wikileaks, presumibilmente scritto nel 2007 ... aggiunge: « la valutazione ufficiale delle minacce della polizia (PST)... afferma che le organizzazioni terroristiche internazionali non sono una minaccia diretta contro la Norvegia.» Un promemoria scritto nel 2008, mostra come gli Stati Uniti ritenessero che la Norvegia non fosse consapevole della possibilità di un potenziale attacco terroristico. Nel dispaccio si legge: «Noi premiamo ripetutamente sulle autorità norvegesi affinché prendano sul serio il terrorismo. Cercheremo di basarci su questo slancio per combattere l'ancora diffusa sensazione che il terrorismo accada altrove, non nella tranquilla Norvegia» E un dispaccio scritto solo lo scorso anno aggiunge: «Il PST ha visto di nuovo la Danimarca come un obiettivo più che la Norvegia, per ragioni molto specificamente legate alla controversia sulle vignette.» [8].
Il governo della Norvegia ha bisogno di passare all'offensiva e stabilire tutta la verità su ciò che è appena accaduto. In caso contrario, è probabile che il governo soccomberà alla campagna orchestrata internazionalmente che i documenti Wikileaks così chiaramente presagivano.

Questo post è apparso sul blog di Webster Trapley.


Riferimenti

[1] http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/1357-la-strage-unesercitazione-divenuta-realta.html.
[2] 2 Vedi RIA Novosti, 23 luglio 2011, http://en.rian.ru/world/20110723/165350450.html; – Dal sito web di VG: “Flere av ungdommene som var på Utøya under skytedramaet forteller til VG at de er overbevist om at det må ha vært mer enn én gjerningsmann. Det mener også Marius Helander Røset.” “Jeg har overbevist om at det var to personer som skjøt, sier Aleksander Stavdal (23).” “Vedkommende var i følge dem rundt 180 centimeter høy, hadde tykt mørkt hår og så nordisk ut. Han hadde en pistol i høyrehånden og et gevær på ryggen.” http://www.vg.no/nyheter/innenriks/oslobomben/artikkel.php?artid=10080627
[3] “Politiet glemte å informere om øvelse: Anti-terrorpolitiet avfyrte sprengladninger under en øvelse midt i Oslo, to hundre meter fra Operaen, men glemte å gi beskjed til publikum,” Aftenposten, c. July 20, 2011, http://mobil.aftenposten.no/article.htm?articleId=3569108
[4] “Libya solution more political than military-Norway,” Reuters, 13 May 2011, http://www.trust.org/alertnet/news/libya-solution-more-political-than-military-norway
[5] “Norway to quit Libya operation by August,” AP, June 10, 2011, http://www.signonsandiego.com/news/2011/jun/10/norway-to-quit-libya-operation-by-august/
[6] Tragic Irony Surrounds Oslo Bombing, Phuket Word, July 23, 2011, http://www.phuketword.com/tragic-irony-surrounds-oslo-bombings
[7] Thomas Borchert, “US-Geheimdienst mit Nordfiliale: USA lassen Norweger überwachen,” Deutsche Presse-Agentur, November 4, 2010.
[8] Mark Hughes, “WikiLeaks files show Norway unprepared for terror attack: Norway’s intelligence service had previously been criticized for its failure to keep track of suspected terror cells and the country was felt to be complacent about the prospect of a terror attack, secret cables from the WikiLeaks files reveal,” London Daily Telegraph, July 22, 2011. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/norway/8655964/WikiLeaks-files-show-Norway-unprepared-for-terror-attack.html

24 luglio 2011

BARACK OBUSH

E' uscito il nuovo libro di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, Barack Obush (Ponte alle Grazie, 2011).


La liquidazione di Osama, l'intervento in Libia, la manipolazione delle rivolte arabe, la guerra all'Europa e alla Cina: colpi di coda di un impero in declino.

Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chies a e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi.






UN BRANO
"Ma quante volte è morto Osama bin Laden nei dieci anni post 11 settembre? Gli annunci e le ipotesi sulla sua dipartita si sono regolarmente susseguiti, con svariate fonti — giornalisti, leader politici, agenti o ex agenti di servizi segreti, funzionari di ogni livello nelle amministrazioni occidentali, inclusa quella americana, ecc. — che lo davano per molto malato, quasi morto, poi morto e rimorto.
Il mainstream, all’unanimità, imperterrito, lo dava ancora in vita. Nessuna stranezza in questo: il mainstream è lì esattamente per questo: per raccontare quello che vuole l’Impero. Ha funzionato sempre, perfettamente, la «legge delle ventiquattro ore». Che si manifesta così: la notizia esce, in quache modo, a caldo. C’è sempre un passacarte distratto, che non capisce, raccoglie la voce dal sen fuggita a qualcuno (o che qualcuno ha intenzionalmente fatto filtrare) e la pubblica. Poi qualcun altro, meno distratto o più furbo, se ne rende conto. E la notizia sparisce per sempre dalle pagine dei giornali e dei telegiornali. Solo gli specialisti se ne ricorderanno. Il grande pubblico la ignorerà."



barack-e-book

23 luglio 2011

Oslo: preveggenti wargames e crisi imperiali


di Pino Cabras – da Megachip.
CON IMPORTANTE AGGIORNAMENTO E RETTIFICA DEL 6 AGOSTO 2011 IN CODA ALL'ARTICOLO


Perfino a Oslo, ancora una volta, un evento terroristico di grande portata si è dispiegato a ridosso di un’esercitazione di sicurezza che aveva ad oggetto proprio un grande attentato: la polizia di Oslo appena 48 ore prima delle stragi stava conducendo un massiccio wargame ubicato nei pressi della Operahuset, il Teatro dell’Opera della capitale norvegese. Le stragi di Oslo si mostrano subito con uno scenario pieno di piste contrastanti. A caldo, così come è accaduto per lo stragismo italiano e per le stragi del decennio post 11 settembre, si creano e si cancellano rivendicazioni e ipotesi che si rincorrono: dal presunto comunicato islamista fino all’ipotesi investigativa sulla pista interna. Rimane questo fatto – l’esercitazione - che in sé non basta ancora a dimostrare nulla, ma che sarebbe sbagliato ignorare, dati i precedenti.
Come riferisce il quotidiano norvegese Aftenposten, nuclei della «polizia antiterrorismo hanno fatto esplodere delle cariche esplosive in un’esercitazione al centro di Oslo, a duecento metri dall’Opera, ma si sono dimenticati di avvisare il pubblico». L’esercitazione, svoltasi mercoledì 20 luglio, ruotava intorno all’azione di unità anti-terrorismo che attaccavano un edificio in disuso ai margini del molo Bjørvika con bombe e armi da fuoco.
«Gli uomini si sono calati dal tetto e sono entrati dalla finestra appena esplosa, intanto che sparavano». L’efficacia scenica era tale che – riferisce Aftenposten - si udivano "scoppi violenti", sotto lo sguardo attonito degli spettatori del vicino Teatro dell’Opera.
Il video dell’esercitazione dà un’idea del grado di realismo della simulazione.
politietaksion
In casi precedenti, riferibili ad analoghe esercitazioni, abbiamo visto numerosissimi punti di contatto con gli eventi in corso, fino al punto di sovrapporsi con essi. È possibile ripercorrere molti di questi casi, che mostrano sbalorditive coincidenze con la tortuosa scena del delitto, regolarmente accompagnata dai giochi di ruolo messi in campo da interi apparati coperti legalmente.
Durante gli attentati di Londra del 7 luglio 2005, ad esempio, un'agenzia di sicurezza che si curava della metropolitana stava conducendo un’esercitazione con eventi terroristici simulati che dovevano svolgersi nei medesimi orari ed esattamente negli stessi luoghi in cui accaddero per davvero. Una sfida impossibile alla statistica, su cui né Scotland Yard né il giornalismo britannico – istituzioni regolarmente sopravvalutate - hanno provato a fare obiezioni di sorta.
Dobbiamo intanto chiederci a chi giovi il massacro nella tranquilla città scandinava. La Norvegia, sebbene abbia un peso demografico molto modesto (poco più degli abitanti del Piemonte distribuiti su un territorio più vasto dell’Italia), e sebbene appaia a uno sguardo superficiale come un Paese periferico, ha in realtà una fortissima proiezione geopolitica, presentandosi come un paese chiave della NATO in vista dell’imminente corsa all’Artico, un’area che si libera sempre più dei ghiacci e “scopre” immense risorse su cui stanno puntando le grandi potenze.
È inoltre un paese petrolifero di prima grandezza, che ha nei suoi forzieri sovrani un cumulo di risorse gestite finora con oculatezza e con un’attenzione costante alla coesione sociale legata al modello scandinavo, qualcosa che non piace agli avvoltoi della finanza internazionale. È infine un comitato di emanazione parlamentare norvegese ad assegnare il Nobel per la Pace: il fatto riflette una secolare vocazione delle classi dirigenti della Norvegia a partecipare attivamente nello scenario internazionale, come ad esempio con gli “accordi di Oslo” fra israeliani e palestinesi negli anni novanta del XX secolo, e ultimamente con qualche ripensamento rispetto all’impegno militare in Libia nonché con il possibile riconoscimento dell’indipendenza palestinese.
Mettendoci nei panni dei politici norvegesi, il messaggio degli attentati che ci arriva è chiaro: in quest’epoca di caos finanziario, di intensificazione delle guerre, di lotta più aspra per le risorse energetiche e minerali, non esistono porti franchi per la nostra tranquillità, né per le nostre casseforti piene, né per i nostri pozzi petroliferi non ancora esausti come quelli britannici, e saremo anche noi chiamati a schierarci dolorosamente, perché siamo lungo le linee di frattura dei poteri imperiali in lotta per sopravvivere.  
Non è stata fatta una strage in un giorno di punta, ma in un momento in cui i palazzi erano semivuoti. Furia omicida, sì, ma a suo modo molto contenuta, come se si dovesse economizzare e ottimizzare il messaggio, sufficientemente spietato, ma militarmente contenuto. Non c’è più nemmeno l’icona di Bin Laden a fare da schermo. Si potrà capire meglio il messaggio.


AGGIORNAMENTO DEL 6 AGOSTO 2011

Una rettifica sui fatti di Oslo


Quando ho commentato a caldo la terribile strage di Oslo di venerdì 22 luglio ho commesso un errore di cui mi sono accorto in ritardo, e che cambia una parte molto importante di quella valutazione. Descrivo il mio errore. Nell’articolo, scritto la sera stessa degli attentati, ho fatto riferimento a un link che portava a un articolo del quotidiano norvegese Aftenposten: (http://mobil.aftenposten.no/article.htm?articleId=3569108). Come avevo fatto altre migliaia di volte per altri articoli, ho letto la data di pubblicazione, che in quel caso riportava il 22 luglio 2011. Si trattava di una breve cronaca accompagnata da un video in cui si descriveva un’esercitazione delle forze antiterrorismo in pieno centro di Oslo avvenuta «mercoledì», con tanto di esplosioni e mobilitazioni di uomini in armi.
La percepita vicinanza delle esercitazioni rispetto alla strage mi sembrava un fatto da segnalare con adeguata evidenza, perché in occasione dell’11 settembre 2001 americano e del 7 luglio 2005 londinese c’erano state esercitazioni degli apparati di sicurezza che avevano interferito con la linea degli eventi. Sugli attentati di Londra menzionavo il fatto che «un'agenzia di sicurezza che si curava della metropolitana stava conducendo un’esercitazione con eventi terroristici simulati che dovevano svolgersi nei medesimi orari ed esattamente negli stessi luoghi in cui accaddero per davvero. Una sfida impossibile alla statistica, su cui né Scotland Yard né il giornalismo britannico – istituzioni regolarmente sopravvalutate - hanno provato a fare obiezioni di sorta.» (http://www.youtube.com/watch?v=JKvkhe3rqtc) La data che appariva sul link di Aftenposten, tuttavia, non era quella della prima pubblicazione reale di quell’articolo. Ogni volta che quella pagina viene ricaricata sul pc - come ho potuto apprendere solo in seguito – accanto alla dicitura “Publisert”, ossia “Pubblicato il”, appare la data della pagina ricaricata, e non quella della prima vera pubblicazione. Agli occhi dell’utente è strano, ma è così, e potete verificarlo voi stessi cliccando sul link in questione. Ho perciò scritto a Hans O. Torgersen, il cronista di Aftenposten che aveva raccontato e filmato la simulazione delle forze speciali, per chiedergli quale fosse la vera data. Ieri Torgensen mi ha gentilmente attestato che la data dell’articolo è in realtà il 18 marzo 2010. Cioè oltre un anno prima. Lo si evince da questo altro link che porta allo stesso articolo, ma stavolta senza la data “cangiante”: http://www.aftenposten.no/nyheter/oslo/article3569108.ece.
Mi scuso con i lettori per questo incidente di percorso. Se non altro la lettura dei fatti di Oslo - sebbene presenti molti elementi ancora da scoprire, in particolare le influenze e gli appoggi che hanno preparato il terreno allo stragista Anders Behring Breivik – può al momento escludere la logistica di un’esercitazione che facesse da schermo, a differenza degli scenari dell’11/9, del 7/7 e di Mumbai.
I fatti sono spesso interpretati con schemi, esperienze, pregiudizi. A volte i canovacci semplificano e accelerano la raccolta degli elementi, altre volte portano a sbagliare e a dover correggere il tiro. Per mia fortuna non ho fatto almeno gli errori dei sedicenti esperti di terrorismo (come Guido Olimpio del «Corriere» che pontificava sulla «pista uigura», o come Fiamma Nirenstein del «Giornale» che distillava in un solo editoriale secoli di odio anti islamico sotto il titolo “Sono sempre loro. Ci attaccano”). Sotto l’ombrello ideologico degli orfani di Oriana Fallaci lo spiazzamento è stato davvero devastante.
Va detto che il giornalismo è nato su una carta che il giorno dopo serviva ad avvolgere il pesce; gli errori un tempo erano in qualche modo più tollerati. Oggi il web è una grande entità incancellabile, che implica un trattamento più lungo degli inevitabili sbagli di chi si espone intellettualmente. Mentre scrivo, sto verificando che un sito di anonimi cialtroni attacca tra gli altri anche Megachip proprio per la questione dell’articolo di Aftenposten, fino ad aggiungere questa perla, alla fine di un crescendo paranoico: «È un complottismo sciacallo e vigliacco: sciacallo perché sfrutta la disperazione, la tragedia e la paura; vigliacco perché non ha il coraggio di ammettere che gli autori di certe nefandezze sono spesso espressione di quelle stesse ideologie che sono alla base del complottismo. Anders Behring Breivik è della stessa pasta di tanti complottisti, e in particolare quelli di ideologia neonazista, antisemita, antiamericana.»
Eh no, carini. Breivik è della stessa pasta vostra, pasta Fallaci. Guardate cosa scrive il vostro beneamato sparacchiatore nel suo mattone di 1500 pagine: «Quando qualcuno mi chiede se sono un nazionalsocialista, mi sento profondamente offeso. Se c’è una figura storica che odio è Adolf Hitler». E meno male, aggiungiamo.
E dichiara: «Coloro che deplorano il diritto di Israele ad esistere sono o antisemiti, o sono dementi. Chi ha un po’ di senno dovrebbe sostenere il sionismo (nazionalismo israeliano) che è il diritto di autodifesa di Israele contro lo Jihad». Non vi riconoscete, pseudoamericanisti da strapazzo, quando dice: «Dunque combattiamo insieme ad Israele, a fianco dei nostri fratelli sionisti contro tutti gli anti-sionisti, contro tutti i marxisti-multiculturalisti»? Il suo è un manifesto adatto a caricature vigliacche di un Occidente altrimenti più ricco e complesso, un delirio da atei devoti ultraoccidentali ossessionati da Eurabia. Proprio come voi. È da sistemare nel vostro album di famiglia, fra le perle.