16 settembre 2015

Hamid Karzai : Al-Qaida è un'invenzione


di Pino Cabras.
da Megachip.

L'ex presidente afghano Hamid Karzai, intervistato l'11 settembre 2015 da un giornalista di Al Jazeera, spazzato via 14 anni di narrativa ufficiale occidentale dichiarando che Al-Qa'ida è una mera invenzione.
Lo dice senza alcun tentennamento:
«Per me è un'invenzione. Non ho mai ricevuto un solo rapporto da una qualunque fonte afghana su Al-Qa'ida o su quello che stessero facendo. Noi non li vediamo, non riusciamo a visualizzarli, per noi non esistono. Non ho mai ricevuto rapporti dalla nostra intelligence, o dalla nostra gente. Non ho mai avuto a che fare con loro.»


Il video con l'intervista (sottotitolato in italiano da luogocomune.net e ripreso da PandoraTV.it) non è stato ancora citato con rilievo dai nostri grandi media. Eppure la notizia è importante. La traduciamo anche in un semplice concetto: gli enormi costi economici e umani dell'invasione dell'Afghanistan da 14 anni in qua sono imposti ai popoli sulla base di un pretesto inventato. Esattamente come fu per la guerra in Iraq.

Ulteriore traduzione: si corre a cercare negli occhi degli altri popoli pagliuzze da chiamare "criminali di guerra", mentre abbiamo travi conficcate nei nostri democratici occhi occidentali. Come definire altrimenti un Tony Blair?
La classe dirigente neocolonialista che ha trascinato il mondo nella guerra afghana - e poi nella serie di successive distruzioni di altri Stati - ha mentito sistematicamente, rendendosi responsabile della devastazione di grandi comunità umane.

Cosa sia stata Al-Qa'ida negli ultimi quindici anni è dunque una delle questioni cruciali per capire la nostra epoca. La disgrazia è che la natura di Al-Qa'ida nelle redazioni dei grandi media rimane un soggetto "tabù", affrontato con un mix micidiale di malafede, ignoranza, camaleontismo intellettuale. I fili che portano alla verità, quando il giornalismo volesse seguirli e fare il suo mestiere, ci sarebbero pure. Ma rimangono sconosciuti ai più. Come fu nel caso delle dichiarazioni di uno dei massimi esponenti dello spionaggio francese, Alain Chouet, l'uomo che aveva plasmato le strutture antiterrorismo ai vertici dei servizi segreti d'Oltralpe negli stessi anni in cui Washington e Londra elaboravano le favole e gli spettri della Guerra Infinita. Leggetele: quelle dichiarazioni di Chouet smontavano tutto quel che i grandi organi di informazione avevano fin lì raccontato su Al-Qa'ida. Quegli stessi organi si guardarono bene dal dargli peso.
È perciò ipotizzabile che al-Qa'ida, così come caratterizzata e spiegata dall’amministrazione USA e da quella britannica quale nucleo di un minaccioso ed esteso complotto terroristico su scala planetaria, non esista affatto? Che cioè sia un'illusione gonfiata e deformata dai politici? Un cupo imbroglio che si è moltiplicato tramite i governi di mezzo mondo, i servizi di sicurezza e l’informazione internazionale, senza che nessuno osasse contestarlo?
Rispondere correttamente a queste domande può aiutare a spiegare le crisi di oggi (e, temiamo, di domani): le guerre, le migrazioni di masse di profughi, l'isteria mediatica, il futuro di tutti noi.
Sia chiaro. Qui non si dubita del fatto che crudeli e ricchi esponenti delle petromonarchie, ben inseriti nei giochi delle classi dirigenti, organizzino un flusso smisurato di finanziamenti a favore di gruppi di fanatici islamisti introdotti alla lotta terroristica (si pensi anche all'ISIS, di cui si dirà più avanti).
Non si dubita neanche del fatto che una variante aberrante dell’Islam fondamentalista abbia provocato massacri e tensioni ovunque nel pianeta.
Ma le ondate di rivelazioni di questi anni demoliscono alla radice l’esistenza di una minaccia terroristica internazionale unificata antioccidentale e autonoma di portata equiparabile alla cosiddetta "minaccia sovietica" del tempo che fu. L’agenda politica imposta dai neoconservatori (sia quelli autentici, sia le loro varianti di sinistra) è falsa. Però pretende che noi crediamo senza prove, senza logica, spogliati dei normali parametri di analisi politica (perché, se osi adoperarli, ti aggrediscono come indemoniati incolpandoti di complottismo, di inammissibili dietrologie, ecc). Dunque dobbiamo credere, e perciò obbedire, e alla fine anche combattere il nemico invisibile, indefinibile, incalcolabile, dicendo di sì a un puzzle i cui pezzi non s'incastrano uno con l'altro.

Uno dei giornali turchi più importanti (e recentemente più perseguitati dal regime di Erdoğan), il quotidiano Zaman, nel 2004, si chiedeva: «Al-Qa'ida, un’Operazione dei Servizi Segreti?»:
«Gli specialisti di intelligence turchi concordano sul fatto che non c’è un’organizzazione come al-Qa'ida. Semmai, al-Qa'ida è il nome di un’operazione da servizi segreti. Il concetto “combattere il terrore” è il background del modello di guerra a bassa intensità, condotta nell’ordine mondiale monopolare. L’oggetto di questa strategia della tensione è denominato al-Qa'ida.»
Abbiamo innumerevoli conferme che aiutano a rileggere il fenomeno Al-Qa'ida come una porta girevole in cui transitano e vengono ingaggiati migliaia di tagliagole fanatizzati che operano al servizio delle strategie imperiali. Se si considera quanta gente abbia lungamente soggiornato nei "gulag offshore" dell'Occidente (Guantánamo e i suoi fratelli), per poi uscirne ancora più armata di prima, quei luoghi somigliano tanto a campi di condizionamento e reclutamento.  

Loro, i miliziani jihadisti brutti e cattivi, non si caricano delle responsabilità giuridiche che il diritto bellico imporrebbe a normali soldati inquadrati in eserciti più tradizionali. Il crimine di guerra rimane orfano: partendo da loro non si risale facilmente lungo la catena di comando, quella che passa dal criminale di guerra che sgozza i civili sino ai burattinai dei suoi burattinai, quei criminali di guerra più grossi e puliti che se ne stanno nel back-office, mentre lanciano le guerre umanitarie e inaugurano gli ospedali. Poi, va detto, li vediamo agire d'amore e d'accordo, come è accaduto in tante guerre degli ultimi anni.
Oggi il generale David Petraeus, ex direttore della CIA, propone di riciclare miliziani di Al-Nusra (in altri momenti definita come Al-Qa'ida inSiria) per combattere contro l'ISIS. Un investimento nel caos, come quello auspicato da George Friedman, il capo della Stratfor, espressione del complesso militare-industriale USA, quando rivendica con orgoglio la volontà dell'Impero di mettere interi popoli l'uno contro l'altro.

A proposito dell'ISIS, sembra il "next level" del videogioco Al-Qa'ida. Mentre Al-Qa'ida è una vecchia sigla che svolge alcuni limitati servizi, l'ISIS appare un progetto più organico e più ambizioso nell'ambito della Guerra Infinita. Ha il compito temerario di distruggere l'ordine statuale che perdurava nel Vicino Oriente in continuità con i trattati successivi alla prima guerra mondiale, per instaurarne uno del tutto nuovo, con altri confini, divisioni etniche, poteri. Ed è anche la piattaforma militare-terroristica da cui potrebbe partire una guerra non ortodossa nel cuore dell'Eurasia, contro gli attuali alleati di Russia e Cina e contro gli stessi giganti eurasiatici. Un incubo geopolitico in mano agli stessi doppiogiochisti e triplogiochisti che finanziano sia Al-Qa'ida sia nuovi grattacieli londinesi.

Ecco perché l'intervista a Karzai rompe molti schemi. È molto significativo che il suo giovane intervistatore si accorga subito che il quadro lì dipinto in diretta stia inconcepibilmente uscendo dalla solita cornice. Non può collocarsi nella bolla mediatica di riferimento - sta per forza in un'altro frame -  tanto che gli domanda: «Quando lei dice che sono un'invenzione, e che non ha mai visto le prove, la definiscono un "complottista"? Qualcuno potrebbe dire che lei sembra un complottista». Più che una domanda, è un riflesso condizionato pavloviano. Lo stesso stimolo a cui rispondono ancora in troppi, nel mondo forgiato dall'11 settembre 2001.


Riferimenti:  
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4795.
http://www.pandoratv.it/?p=4014.

10 settembre 2015

L'undici settembre e il magico mondo dei derivati


di Riccardo Pizzirani (SERTES).


In questo articolo cercheremo di fare luce su uno degli aspetti più complessi dell’undici settembre: gli effetti che gli attentati hanno avuto sul mondo della grande finanza. Per fare ciò occorrerà introdurre un paio di concetti, semplici quanto micidiali, che fanno parte del magico mondo dei derivati: Put Option, Naked Put, Call Option.


Put Option
La Put Option è uno strumento finanziario derivato che permette al suo detentore la possibilità (ma non l’obbligo) di vendere alla controparte una determinata azione ad un determinato prezzo entro una data futura prefissata. Tipicamente le Put Option sono utilizzate come assicurazioni contro il crollo improvviso di un titolo. Facciamo un esempio concreto: se sono il possessore di una cartiera è perfettamente normale e logico che io faccia un’assicurazione contro gli incendi; se la mia cartiera è anche una società per azioni, allora posso voler assicurarmi non solo contro l’incendio, ma anche contro tutta una serie di eventi nefasti che possono colpire la mia azienda, tutelandomi con una assicurazione del titolo azionario. Ad esempio, potrebbe aprire un’altra cartiera più grande che mi ruba il mercato, oppure quegli odiosi verdi potrebbero convincere il governo a mettere una tassa sul taglio delle foreste, e il prezzo della mia materia prima potrebbe schizzare verso l’alto, erodendo i miei guadagni e quindi il valore del mio titolo azionario. In tutti questi casi una Put Option acquisita anzitempo mi protegge come e meglio di una assicurazione.
In questo modo, se le azioni della mia cartiera valgono 30$ ciascuna, posso sottoscrivere una Put Option a 25$, e questo mi costa (diciamo) 2$ ad azione. Se la mia azione scende di quotazione, ed arriva a valere meno di 25$ posso limitare il danno, e venderla comunque a 25$. [...]


Naked Put
Le Put Options sono una bella idea, quindi. Peccato che ci sia un piccolo particolare: potete sottoscrivere una Put Option anche su una azione che non possedete! In questo caso si tratta di una “Naked Put” (Opzione "Nuda"). L’idea di fondo è che se un titolo crolla da 30$ a 18$ io posso comprare sul mercato libero le azioni a 18$ e poi la Put Option che avevo sottoscritto prima del crollo mi da il diritto di rivenderle ad esempio a 25$. Se il titolo invece non crolla, avrò speso al massimo l’ammontare della sottoscrizione della Put, cioè i 2$ ad azione, perché a scadenza non sarò obbligato a vendere un certo numero di azioni restando fregato... quella era solo una mia opzione, che scelgo di non esercitare.

Ecco fatto, con questa semplice variante abbiamo reso legale e accettabile quello che è platealmente immorale: scommettere e profittare sulle disgrazie altrui.

A questo punto il passo è veramente breve, perché se io posso far profitto sulle disgrazie altrui... è tutto nel mio interesse che poi queste si verifichino.

Voi vi fidereste se il vostro vicino potesse assicurare la vostra casa o la vostra auto contro un incendio? Se potesse fare un’assicurazione sulla vostra vita? Beh, per fortuna non c’è nulla di cui preoccuparsi: ci sono organi di controllo come la SEC (Securities And Exchanges Commission) che vigilano affinché questo non accada, e quand’anche la SEC non bastasse, c’è sempre l’FBI a punire i colpevoli di eventuali abusi.


Call Options
Questi derivati sono l’opposto delle Put Option, e una volta stipulata permette al detentore la possibilità (ma non l’obbligo) di comprare una determinata azione ad un determinato prezzo entro una certa data; Questi derivati servono per comprare a basso prezzo le azioni di una società che vada in forte rialzo, e sono quindi una “scommessa sulla crescita”.


L’undici di settembre 2001
L’undici di settembre 2001 sono stati dirottati e distrutti due aerei della American Airlines (AA11 torre nord e AA77 Pentagono) e due della United Airlines (UA175 torre sud e UA93 Shanksville), e il titolo azionario di entrambe le compagnie ha subito un crollo da circa 30$ a circa 18$, bruciando cioè in breve tempo il 40% del valore di queste due società.



È abbastanza normale che società di questo tipo subiscano nel corso dell’anno un certo numero di Put Options, ed allo stesso tempo un numero sostanzialmente identico di Call Options; il problema è che nei 6 giorni che hanno preceduto gli attentati c’è stato un fortissimo sbilanciamento in favore delle Put Options verso queste due società, di molto superiore al numero di Call, e incredibilmente più alto della media annuale.

In particolare, scrive CBS News il 26 settembre 2001:

- Le Put Options sulla UAL Corp. (proprietaria di United Airlines) hanno subito un incremento di 90 volte superiore al normale tra il 6 ed il 10 settembre, e 285 volte superiore alla media annuale il solo 6 settembre.

- Le Put Options sulla AMR Corp. (proprietaria di American Airlines) hanno subito un incremento di 60 volte superiore alla media annuale il giorno prima degli attentati.

Altre importantissime informazioni sono riportate da Bloomberg Business Report, che cita a sua volta l'Istituto per l’Antiterrorismo ICT di Herzliya, Israele:

- Nessun altra compagnia aerea ha subito in quel periodo un uguale esposizione di Put Options verso le proprie azioni:

- Morgan Stanley, che occupava il 22° piano della Torre Nord, ha subito un incremento di 27 volte nella sottoscrizione di Put Options sulle sue azioni tra il 7 ed il 10 settembre.

- Merrill Lynch, che aveva la sede principale nelle strette vicinanze delle Twin Towers, ha subito un balzo di più di 12 volte del livello normale delle Put Options sulle sue azioni nei quattro giorni di negoziazione prima degli attentati.

Veniamo adesso a chi invece è cresciuto:

- La Raytheon, produttore dei missili Patriot e Tomahawk, ha visto le proprie azioni in fortissimo rialzo dopo gli attentati (da 25$ a 34$ per un +37% nel valore). La sottoscrizione di Call Options sulle azioni Raytheon è incrementata di 6 volte il giorno prima degli attentati. (Fonte)

- Inoltre, come spiega il Wall Street Journal, “i Buoni del Tesoro U.S. a cinque anni sono tra i migliori investimenti nel caso di crisi mondiali, specialmente se la crisi colpisce gli Stati Uniti. Questi buoni sono celebri per la loro sicurezza e per il loro sostegno da parte del governo degli Stati Uniti, e tipicamente vengono acquistati in massa quando gli investitori scappano da investimenti più rischiosi, come le azioni”.

- I Buoni del Tesoro U.S. a cinque anni hanno subito un volume di acquisti insolitamente alto, compreso un singolo acquisto da 5 miliardi di dollari (sì, miliardi di dollari, non è un errore). Il valore dei Buoni del Tesoro U.S. a cinque anni è ovviamente cresciuto a dismisura dopo gli attentati.

Non stupisce quindi che SEC e FBI abbiano deciso che ci fossero i termini per iniziare un’indagine per Insider Trading.


L’indagine SEC/FBI
La prima cosa da fare in questi casi così grandi e di interesse generale… è secretare il tutto. Siccome aleggia la sempiterna domanda “ma se il 9/11 è stato un auto-attentato, come hanno fatto a far tacere tutti quelli coinvolti?”, perdiamo un paio di minuti a spiegare i fatti:

Un articolo del 19 ottobre del San Francisco Chronicle spiega che "la SEC, dopo un iniziale periodo di silenzio, ha intrapreso l'azione senza precedenti di rendere collaboratori all’indagine (deputy) centinaia di funzionari privati: Il sistema proposto, che sarebbe andato in vigore immediatamente, efficacemente rendeva collaboratori centinaia, se non migliaia, di attori chiave nel settore privato. In una dichiarazione di due pagine rilasciata a "tutte le entità coinvolte" a livello nazionale, la SEC ha chiesto alle imprese di designare qualcuno tra il personale senior che sa apprezzare "la natura sensibile" del caso e che possono garantire "la dovuta discrezione" che agisca come "punto di riferimento" per fungere da collegamento tra gli investigatori governativi e l'industria."

Michael Ruppert, un ex ufficiale di polizia di Los Angeles, spiegò le conseguenze di questa azione:

"Cosa succede quando si rende collaboratore qualcuno in un investigazione nazionale o indagine penale è che si rende illegale per loro di rivelare pubblicamente ciò che sanno.Mossa intelligente. In concreto, essi diventano agenti del governo e sono controllati da regolamenti governativi, piuttosto che la propria coscienza. In realtà, essi possono essere mandati in prigione senza udienza se parlano pubblicamente. Ho visto varie volte usare questa implicita minaccia durante le indagini federali, quelle con agenti dei servizi segreti, e persino verso membri del Congresso degli Stati Uniti che sono legati così strettamente dai giuramenti di segretezza e di accordi di non divulgazione che non sono nemmeno in grado di rivelare le attività criminali all'interno del governo per paura di essere poi incarcerati.

Quindi dalle persone coinvolte non sapremo mai nulla. Leggiamo allora la monografia prodotta dalla SEC relativa a questa indagine:

"Anche se questo rapporto non tratterà ognuno degli scambi che hanno tratto profitto dagli attentati del 9/11, alcuni degli scambi più grandi, in particolare quelli citati dai media come preoccupanti, sono illustrativi e tipici sia della natura delle indagini governo nei traffici e della natura innocente del trading.

Quindi l’indagine, che ha coinvolto 40 agenti solo nella SEC ed ha analizzato qualcosa come 9,5 milioni di transazioni… non ha trovato nulla di strano.

Per spiegare ciò vengono mostrati 3 “casi campione”, senza peraltro fare alcun nome pure in questi casi, e da questi si conclude:

"...inequivocabilmente che non c’è alcuna prova di negoziazione illecita nei mercati degli Stati Uniti con la pre-conoscenza degli attentati terroristici. Il personale della Commissione [Undici Settembre, ndt], dopo una revisione indipendente delle indagini del governo, non ha trovato alcun motivo di dubitare di questa conclusione.

Leggiamo allora le conclusioni della Commissione Undici Settembre direttamente nel loro Report


9/11 Commission Report
Come affronta l’argomento il documento che ha come scopo quello di “preparare un resoconto completo ed esauriente di tutti gli eventi riguardanti gli attentati dell'11 settembre”? Con cinque righe, nel capitolo 5:

"E’ stato anche affermato che Al-Qa’ida si sia finanziata attraverso la manipolazione del mercato azionario sulla base della sua conoscenza anticipata degli attentati 9/11. Indagini esaurienti da parte della Securities and Exchange Commission, FBI e altre agenzie non hanno scoperto alcuna prova che chiunque con la conoscenza anticipata degli attentati abbia approfittato attraverso operazioni in titoli130

Vediamo allora l’approfondimento, nel capitolo delle note:

130. Le accuse, molto pubblicizzate, di insider trading sul 9/11 generalmente si basano su segnalazioni di un’insolita attività di trading pre-9/11 in società le cui azioni sono crollate dopo gli attentati. Alcuni eventi di trading insolito si sono effettivamente verificati, ma per ciascuno di tali scambi è stato dimostrato di avere una spiegazione innocua. Ad esempio, il volume degli investimenti Put Options -che vengono ripagati solo quando un titolo scende in prezzo- nelle società proprietarie di United Airlines il 6 settembre e American Airlines il 10 settembre sono state negoziazioni altamente sospette. Ciononostante, ulteriori indagini hanno rivelato che le negoziazioni non avevano alcuna connessione con il 9/11. Un singolo investitore istituzionale statunitense senza possibili legami con Al-Qa’ida ha acquistato il 95 per cento delle Put sulla United il 6 settembre come parte di una strategia di trading che comprendeva anche l'acquisto di 115 mila azioni dell’American Airlines il 10 settembre. Allo stesso modo, l’altrettanto sospetto trading nella American Airlines il 10 settembre è stato ricondotto ad una specifica newsletter statunitense di opzioni di trading, inviato via fax ai propri abbonati Domenica 9 settembre, che raccomandava questi scambi. Questi esempi caratterizzano le prove esaminate dalla investigazione. La SEC e l'FBI, aiutati da altre agenzie e settore delle securities, hanno dedicato enormi risorse per indagare questo problema, compreso l’assicurarsi la cooperazione di molti governi esteri. Questi investigatori hanno scoperto che ciò che era apparentemente sospetto veniva costantemente dimostrato innocuo.

Sono due dei tre casi esplicitamente citati dalla SEC. Ad esempio per l’autore della newsletter la SEC dice anche: "La SEC ha intervistato l'autore della newsletter, un cittadino americano, che ha spiegato la sua analisi di strategia di investimento, che non aveva nulla a che fare con la pre-conoscenza del 9/11."


Le Conclusioni Ufficiali
Quindi non viene affatto negato che qualcuno abbia guadagnato un incredibile ammontare di soldi con le Put Options dell’undici settembre - ma viene detto che siccome questi non hanno connessioni con Al-Qa’ida, allora queste transazioni non sono sospette!
Ecco come si conduce una vera indagine: si parte determinando che il colpevole sia Al-Qa’ida, e mano a mano che si trovavano prove reali e concrete che puntano ad altri, questi vengono sistematicamente assolti... dal fatto che non sono Al-Qa’ida!

E neanche una parola su chi ha guadagnato dalle crescite azionarie, con le Call Options o con l’acquisto dei buoni del tesoro a 5 anni.


La richiesta FOIA
Incredibilmente, c’è chi non si è accontentato di quanto c’è stato detto dalla FBI, SEC e dalla 9/11 Commission. Essendo tutti atti prodotti da enti governativi, essi sono soggetti alle richieste FOIA - cioè qualsiasi materiale governativo che non sia esplicitamente secretato può essere richiesto nel dettaglio dai cittadini americani in copia per un analisi personale. Ecco come ha risposto la SEC alla richiesta FOIA di David Callahan, direttore esecutivo di SmartCEO Magazine:

"Questa lettera è in risposta alla vostra richiesta di avere accesso e copia delle prove documentali di cui alla nota 130 del Capitolo 5 della Relazione della Commissione 11 settembre. (...) Siamo stati informati che i dati potenzialmente pertinenti sono stati distrutti."

I dati della più grande indagine su truffe finanziare della storia, relativa al più grande atto di terrorismo della storia… sono stati distrutti. Dai relativi investigatori istituzionali.

Ancora un paio di curiosità e una considerazione, prima di concludere:

Primo, le imprese di assicurazione hanno pagato in totale circa 40,2 miliardi dollari per tutte le attività relative al 9/11, comprese queste relative alle PUT, ma compresi anche i crolli, i rimborsi alle vittime, ecc. (Fonte: Investopedia). La maggior parte delle imprese di assicurazione successivamente hanno rimosso la copertura da attentati terroristici nelle loro polizze, ma sono veramente rari i casi in cui siano scaturite cause per evitare i pagamenti o ridurne l’importo. Già questo, in un paese dove un cittadino può far causa a MacDonald’s perché i suoi hamburger lo hanno fatto ingrassare, è un elemento di profonda riflessione.

Secondo. Ricordate proprio all’inizio quando dicevo che le Put Options danno il diritto di vendere ad un determinato prezzo, ma non l’obbligo? Bene. Ci sono addirittura 2,5 milioni di dollari di Put Options che non sono state esercitate dai rispettivi possessori (Fonte: San Francisco Chronicle); alcuni malfidati complottisti sostengono che questo sia dovuto al fatto, non prevedibile, che gli attentati dell’undici settembre hanno causato uno stop di 4 giorni a tutte le contrattazioni azionarie - un evento senza precedenti nella storia - e che quindi i possessori non siano riusciti ad afferrare il malloppo e scappare prima che l’indagine della SEC fosse cominciata e temevano quindi di essere identificati. Questi pesci piccoli ovviamente non sapevano con quanta cura e con quarta solerzia la SEC avrebbe effettivamente poi condotto la sua indagine.

Quindi, mentre i diritti civili e la privacy dei comuni cittadini venivano stuprati dopo l’undici settembre dal Patriot Act e dal Military Commission Act 2006, le identità di chi ha guadagnato direttamente dall’undici settembre vengono tuttora tutelate. Anzi, i dati dell’indagine sono già stati distrutti.

L’unica cosa vagamente positiva è che non si potrà usare lo stesso trucco una seconda volta - adesso la presenza di volumi di Put così superiori alla media farà scattare tutti i campanelli d’allarme in ogni dove, e quindi quantomeno dovranno inventarsi un modo diverso per profittare direttamente dalle grandi disgrazie.


Fonti aggiuntive:



3 settembre 2015

L'Europa alla prima spiaggia

Pandora TV.


La foto del bimbo profugo morto in spiaggia ispira una tardiva indignazione di molti media e politici. Gli stessi che dicono “facciamo qualcosa”, non fecero "qualcosa" quando l’Europa e gli USA provocavano le guerre all’origine delle tragedie migratorie.
I fatti del 1989-1991, con il crollo del sistema sovietico, ebbero come con-causa scatenante una crisi di flussi migratori certamente molto diversa da quella attuale per origine, motivi e composizione, ma simile per forza d’urto.
Se la pressione continuerà in questi prossimi mesi (e continuerà) l’Europa ne risulterà ancora una volta cambiata.

http://www.pandoratv.it/?p=3936


27 agosto 2015

Siria: i migranti ultimo anello di una catena di errori

di Alberto Negri.
da Il Sole 24 Ore.


Campo profughi - © Mohamed Salman, da syrianrefugees.eu


Il problema sono le guerre che assediano l’Europa non i profughi. Se non si fermano le guerre non si fermano neppure i rifugiati. Le migrazioni da fenomeno di natura essenzialmente economica e sociale sono diventate qualche cosa d’altro, il risvolto inevitabile di questioni irrisolte e che si sono aggravate: dalla Siria all’Iraq e alla Libia, dallo Yemen all’Afghanistan, dal fallimento di Stati come la Somalia a dittature africane come quella in Eritrea. 
La rotta balcanica è balzata in prima pagina solo di recente ma è da oltre un anno che questa tratta, come quella africana con il suo terminale in Libia, viene battuta in maniera importante. 
Ma se è complicato risolvere le guerre in corso, l’aspetto più inquietante è l’assenza di un governo europeo. L’Europa non ha imparato dal passato recente – basti pensare alle guerre balcaniche – e neppure da quello remoto: alla fine della seconda guerra mondiale in Europa si aggiravano circa 40 milioni di profughi, molti dei quali non tornarono mai più alle loro case. Soltanto la Germania ne aveva 17 milioni. 
Forse non è casuale che Berlino, con un gesto senza precedenti, abbia aperto automaticamente le porte ai siriani.


La Siria è un caso emblematico. Il conflitto cominciato nel 2011 si è trasformato quasi subito in una guerra per procura tra gli Stati della regione. L’Occidente ha incoraggiato l’afflusso dei combattenti stranieri dalla frontiera turca condividendo l’obiettivo degli alleati arabi sunniti – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – di abbattere Bashar Assad, per poi pentirsi tardivamente di fronte all’ascesa barbarica del Califfato. 

Quindi c’è poco da fare gli ipocriti se i jihadisti tornano a seminare il terrore in Europa: la destabilizzazione anti-Assad si è risolta in un boomerang, come già accadde con i mujaheddin lanciati contro l’Armata Rossa in Afghanistan. 
Aggiungiamo che in Iraq l’avanzata dell’ISIS ha generato oltre 200mila profughi, cristiani e yezidi, soltanto nel Kurdistan iracheno. Non lamentiamoci se i cristiani spariscono dal Medio Oriente: dove mai dovrebbero tornare? 
Ora ci sono 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, un milione in Libano – che ha già i suoi problemi di stabilità – oltre 900 mila in Giordania. Anche la generosa accoglienza di Ankara – così generosa che la stessa UNHCR se ne chiedeva da tempo le ragioni – è stata funzionale all’abbattimento di Assad e dei suoi alleati. Ma con lo sdoganamento dell’Iran lo scenario è cambiato e la Turchia, soddisfatta l’esigenza di colpire i curdi del PKK, si sta adattando a un possibile negoziato con USA, Europa, Russia, Iran, Arabia Saudita, per la spartizione del Levante in sfere di influenza. 
I rifugiati non servono più, anzi sono diventati ingombranti e infatti è cominciato l’esodo siriano verso le coste greche e i Balcani. 
E dopo tante manovre per sbalzare di sella Assad, costate 260mila morti e milioni di profughi, sembra che gli americani siano giunti alla conclusione che la via per stabilizzare la Siria, mettendo un freno all’espansione dei jihadisti, sarebbe lasciare il regime che ha governato il Paese per decenni: sconcertante. Tra errori di valutazione, ambiguità, contraddizioni, cambiamenti repentini di linea, i governanti europei devono spiegare che affrontano un’emergenza di cui i migranti sono l’ultimo anello di una catena di clamorosi errori politici.







6 agosto 2015

Fabio Mini: 'La guerra spiegata a...'


Intervista di Enzo Pennetta a Fabio Mini.
Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su Critica Scientifica parla delle crisi attuali ma non solo. E dice cose molto importanti.


Gen. Mini, nel suo libro La guerra spiegata a… afferma che non esistono guerre limitate, o meglio che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per Siria e Iraq, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
La categoria delle guerre limitate, trattata dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti. La guerra è diventata un illecito del diritto internazionale e non è più la prosecuzione della politica, ma la sua negazione, il suo fallimento. Nonostante questo (o forse proprio per questo) lo scopo di una guerra non basta più a giustificarla e chi l’inizia, oltre a dimostrare insipienza politica, si assume la responsabilità di un conflitto del quale non conosce i fini e la fine. Con l’introduzione del controllo globale dei conflitti e della gestione della sicurezza (anche tramite le Nazioni Unite), tutti gli Stati e tutti i governanti sono responsabili dei conflitti. E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?

Un’altra sua interessante considerazione riguarda il fatto che la guerra porti sempre ad una politica diversa da quella che l’ha preceduta e preparata, dobbiamo dunque prepararci ad un mondo diverso da quello che sta generando i conflitti attuali? E se sì, ha idea della direzione in cui ci stiamo muovendo?
Direi di si, ma non credo che ci si possano fare molte illusioni sui risultati. Stiamo vivendo un periodo di transizione storica molto importante: il sistema globale voluto dai vincitori della seconda guerra mondiale sta scricchiolando, i blocchi sono scomparsi, molti regimi politici voluti dalle potenze coloniali sono in crisi, l’Africa si sta svegliando un giorno e regredendo il giorno successivo, le istanze economiche hanno il sopravvento su quelle politiche, sociali e militari, le periferie delle grandi potenze e i loro vassalli stanno cercando indifferentemente o maggiore autonomia o una servitù ancora più rigida. I conflitti attuali sono i segnali più evidenti di questo processo che porterà ad una nuova formulazione dei rapporti e degli equilibri internazionali. Tuttavia non è detto che questo passaggio porti al cosiddetto “nuovo ordine mondiale”. Le spinte al cambiamento e alla stabilità sono ancora flebili e rischiano di cronicizzare i conflitti e le situazioni, altrettanto pericolose, di post-conflitto instabile. Ci sono segnali di forte resistenza al cambiamento in senso multipolare da parte delle nazioni più ricche ed evolute come da parte di quelle più povere. Quelle più ricche si stanno di nuovo orientando verso una politica di potenza affidata soprattutto agli strumenti militari; quelle più povere si stanno orientando verso la rassegnazione alla schiavitù. Il cosiddetto “nuovo ordine” potrebbe essere quello vecchio del modello coloniale e le forze armate si stanno sempre di più orientando verso il sistema degli “eserciti di polizia” (constabulary forces). In molti paesi dell’Africa si parla da tempo di “nostalgia” del periodo coloniale o si accusano le potenze coloniali di averli abbandonati. La potenza e la schiavitù sono complementari. Un filosofo cinese diceva del suo popolo:“ci sono stati secoli in cui il desiderio di essere schiavo è stato appagato e altri no”.

Venendo alla situazione italiana, se è vero che una comunità che ospiti anche una sola base militare straniera è da considerarsi “sotto occupazione”, la presenza di basi USA sul territorio nazionale ci rende una nazione sotto occupazione o comunque non libera?
I regolamenti dell’Aja del 1907, stabiliscono i criteri dell’occupazione militare non tanto sulla presenza militare in un paese ma nella sua funzione. Se una presenza militare anche minuscola si assume la responsabilità della sicurezza del territorio (non importa di quale estensione) in cui è stanziata, si ha l’occupazione “de facto”. Le basi degli Usa non garantiscono la nostra sicurezza, ma la loro. Non servono i nostri interessi ma i loro e quindi non sono legalmente “occupanti”. Il fatto che si dichiarino basi Nato o facciano riferimento agli accordi di Parigi del 1963 è una foglia di fico che nasconde la realtà: alcune basi italiane sono aperte anche ai paesi Nato nell’ambito degli accordi dell’Alleanza, ma le basi americane più grandi sono precedenti agli accordi Nato e sono state concesse con accordi bilaterali in un periodo in cui l’Italia non aveva alcuna forza di reclamare autonomia; anzi andava cercando qualcuno da servire in America e in Europa. In queste basi decidono gli americani (e non la Nato) a chi consentirne l’uso temporaneo. Si ha così un doppio paradosso: molti italiani anche di alto lignaggio politico e militare tentano di giustificare le basi con la funzione di sicurezza che svolgono a nostro favore. E avallano la condizione di occupazione militare. Gli americani sono più espliciti, ma non meno paradossali: ogni anno il Pentagono invia una relazione al Congresso nella quale indica e traduce in termini monetari il contributo dei paesi ospitanti delle basi “agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti”. Dovrebbe essere un accordo fra pari, ma si avalla la nostra condizione di tributari.

Nel suo libro ha mostrato come la guerra si sia evoluta nel corso dei secoli, adesso siamo giunti a teorizzare una guerra di quinta generazione o guerra senza limiti, una guerra cioè che non deve essere percepita come tale e che coinvolge anche mezzi finanziari. Possiamo dire di essere nel corso di una guerra di questo tipo?
Senza dubbio. Ma anche questa quinta generazione sta trasformandosi nella sesta: la guerra per bande. Non essendoci più soltanto fini di sicurezza e non soltanto attori statuali, siamo nelle mani di “bande” con fini propri e senza alcuno scrupolo se non quello verso la propria prosperità a danno di quella altrui. Le bande si muovono senza limiti di confini e di mezzi, senza rispetto, solo all’insegna del profitto. Tendono ad eludere il diritto internazionale e la legalità, tendono a piegare gli stessi Stati ai loro interessi e a controllarne la politica e le armi. Oggi il problema degli eserciti e degli apparati di polizia non è quello di capire perché lavorano, ma per chi. Se lo Stato, per definizione, deve (o dovrebbe) pensare al bene pubblico, la banda pensa soltanto al bene privato, non statale e spesso contro lo stato. Quando nel 2004 chiesero ad un colonnello americano che tipo di guerra stesse combattendo in Iraq, quello rispose candidamente: “è una guerra per bande e noi siamo la banda più grossa”. Anche lui aveva capito che non stava lavorando per uno stato o un bene pubblico ma per qualcosa che esulava dal suo stesso “status” di difensore pubblico: era un mercenario, come tanti altri, al servizio di uno che pagava. E per questo si riteneva un “professionista” delle armi. La finanza è l’unico sistema veramente globale ed istantaneo e si avvale di mezzi leciti e illeciti: esattamente come fa ogni moderna banda di criminali. La struttura di comando delle bande ha due modelli di riferimento: il modello paternalistico e verticale e il modello comiziale e orizzontale. Quest’ultimo sta prevalendo sul primo anche se a certi livelli della gerarchia si ha comunque uno più forte degli altri. Il modello orizzontale è anche quello che meglio riesce a mascherare le guerre intestine e quelle esterne. Ci sono interessi contingenti che spesso portano gli avversari dalla stessa parte.

Dal suo libro emerge anche il concetto di guerra come “strumento d’imposizione”, cioè uno strumento per obbligare una determinata parte a compiere azioni contro la propria volontà, nel recente caso della Grecia in cui la volontà popolare ha dovuto cedere alle richieste di segno opposto dell’Europa, possiamo parlare di un atto di guerra?
Anche in questo caso dobbiamo riferirci alla guerra senza limiti e, purtroppo, a quella per bande. La Grecia ha subito un’imposizione che piegando la volontà del governo e della stessa popolazione è senz’altro un atto di guerra. Ma il vero scandalo della Grecia non è nell’imposizione subita, ma nell’apparente lassismo in cui è stata lasciata proprio dagli organismi internazionali che ne avrebbero dovuto controllare lo stato finanziario. La guerra finanziaria alla Grecia è la guerra per bande quasi perfetta. Solo qualche sprovveduto può pensare veramente che la Grecia abbia alterato i propri bilanci senza che né Unione europea, né Banca Centrale Europea, né Fondo Monetario, né Federal Reserve, né Banca Mondiale, né le prosperose e saccenti agenzie di rating se ne accorgessero. È molto più realistico pensare che al momento del passaggio all’Euro gli interessi politici della stessa Europa prevalessero su quelli finanziari e che gli interessi finanziari fossero quelli di far accumulare il massimo dei debiti a tutti i paesi membri più fragili. Abbiamo la memoria molto corta, ma ben prima del 2001 il dibattito sull’euro escludeva che molti paesi della periferia europea e quelli di futuro accesso (Europa settentrionale e orientale) potessero rispettare i parametri imposti. Non è un caso se proprio i paesi della periferia siano stati prima indotti a indebitarsi e poi a fallire, o ad essere “salvati” dalla padella per essere gettati nella brace. Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia e Grecia sono stati gli esempi più evidenti di una manovra che non è stata né condotta né favorita dagli Stati, ma gestita da istituzioni che si dicono superstatali e comunque sono improntate al sistema privatistico degli interessi del cosiddetto “mercato”.

La “narrativa”, la fiction, gli spin doctors, giocano un ruolo fondamentale nella guerra di nuova generazione, può indicarci qualche caso concreto in cui ultimamente ha visto questi elementi in azione?
In ambito militare ogni operazione è aperta, condotta e accompagnata dalla guerra dell’informazione e da quella psicologica. Dal 2000 in poi in Afghanistan e Iraq furono disseminate dall’alto migliaia di manifestini e radioline con le quali la coalizione tentava di dare la propria versione del conflitto. L’aereo C-130 destinato alla guerra d’informazione, chiamato “Commando Solo”, continua a sorvolare paesi come Iran, Iraq, Afghanistan, Yemen e Siria trasmettendo giornali radio e telegiornali dando la propria versione dei fatti. L’efficacia di tali mezzi tecnologici è minata dal dilettantismo. I primi volantini in Afghanistan e Iraq erano incomprensibili sia nella forma sia nella lingua. Le radioline furono acquistate in fretta dopo aver notato che gli afghani erano immuni alle trasmissioni radio visto che non avevano radio. E quando furono disseminate le radio gli americani si accorsero che oltre il 90% degli afghani non capiva la lingua usata. In Kosovo ho dovuto raddrizzare una campagna d’informazione, condotta tramite materiale edito da Kfor, dopo aver constatato che una rivista non veniva distribuita ai kosovari ma nelle caserme. In pratica si faceva guerra psicologica sui nostri stessi soldati. Più professionali, ma meno centrate sugli scopi militari, sono le trasmissioni radio della VOA (Voce dell’America) che parla in molte lingue e perfino dialetti centro asiatici. La Russia è entrata nel mondo della moderna guerra dell’informazione con nuove reti di stampa, internet, radio e televisione. I cinesi hanno interi canali dedicati all’informazione in varie lingue. Il programma Confucio, col quale s’insegna la lingua cinese all’estero, è ormai presente in tutto il mondo. Gli spin doctors del Pentagono avevano già immaginato nel 2011 come gestire la caduta di Bashar Assad in Siria e uno studio cinematografico ne stava realizzando il film. Il progetto è stato accantonato, ma il Pentagono spera che il film possa uscire nel 2016 (a Bashar Assad piacendo). Lo scopo di queste iniziative è difficilissimo perché la narrativa (la versione dei fatti) che si vuole fornire dovrebbe contrastare quella dell’avversario e della gente del luogo. In realtà nella comunicazione il messaggio più accettato è quello che conferma i fatti o le percezioni e non quello che le contrasta. La narrativa dell’avversario pur non avvalendosi di mezzi sofisticati e basandosi sulla trasmissione orale è molto più efficace anche perché racconta quello che si vede o ciò che qualcuno appartenente alla stessa comunità dice di aver visto. In Iraq, Afghanistan e altrove non è stato infrequente il grido di allarme dei vertici delle coalizioni occidentali: “stiamo perdendo la guerra della narrativa”. Fuori dal contesto militare, la stessa crisi greca è un esempio attuale di guerra dell’informazione accomunata alla guerra delle percezioni e alle operazioni d’influenza. In Grecia, come altrove, l’eccesso di debito pubblico e internazionale di uno stato non è di per sé un fattore fondamentale d’instabilità né d’insolvenza. E’ invece importante la credibilità che può ampliare a dismisura il credito. Per questo la guerra alla Grecia si è sviluppata sul piano della guerra psicologica con un’azione forte di discredito e di delegittimazione di tutto il paese. La delegittimazione che si è vista in maniera palese nel caso greco, non è avvenuta per altri paesi in via di fallimento, come il nostro; anzi, a dispetto dei dati oggettivi (debito, crescita, disoccupazione, investimenti), ci sono paesi che beneficiano di crediti oltre ogni ragionevole misura. Ogni volta che in Italia c’è un’asta di titoli pubblici, i media plaudono al “collocamento” di tutto il pacchetto sottacendo che in realtà si tratta di un aumento di debito. Anche il fatto che il debito di tale tipo sia “interno” viene manipolato e sottovalutato spacciandolo per una cosa senza valore. Come se il debito interno (quello nei confronti degli italiani che hanno acquistato titoli pubblici) non dovesse mai essere restituito ( e di fatto, così è), quasi che il rastrellamento costante del risparmio privato da parte dello stato non penalizzasse la disponibilità di denaro destinata agli investimenti produttivi. Oltre alle bande finanziarie internazionali, in Grecia, come in Italia e altrove, ci sono bande privatistiche interne che monopolizzano la finanza e la comunicazione. In Grecia, come altrove, queste bande hanno sperato e tuttora sperano in un ribaltone politico che le renda più potenti. E’ già successo, anche in maniera violenta.

Pochi anni fa il fisico Emilio dei Giudice e il giornalista Maurizio Torrealta parlarono di armi nucleari estremamente miniaturizzate, di armi di nuova generazione che sarebbero state già impiegate sui campi di battaglia in Iraq e in medio Oriente, e il cui uso sarebbe stato nascosto dietro la radioattività dei proiettili all’uranio impoverito. Crede che esistano elementi per ritenere fondata questa affermazione?
Non mi risultano casi concreti, ma ho sentito le stesse storie in altri casi. Una caratteristica delle guerre moderne è anche la perdita di consapevolezza sulla verità. Di certo c’è che la moderna tecnologia, anche fuori dal campo sperimentale consente questo ed altro. Se tali armi sono state veramente impiegate, si tratta di una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani delle vittime. Purtroppo, ogni violazione (anche del buon senso, come nel caso della tortura) è così frequente che non rappresenta più un ostacolo. C’è da sperare che lo abbiano fatto gli americani: almeno tra trent’anni i segreti di stato saranno derubricati e ci diranno la verità. Se le avessero usate i russi o altri paesi, come il nostro, non lo sapremmo mai. Dovremmo aspettare che diventasse un segreto di Pulcinella.

Critica Scientifica è un sito che si occupa molto delle problematiche dell’informazione ed è noto che la prima vittima della guerra è la verità, può dare ai nostri lettori un consiglio per difendersi e cercare di distinguere tra realtà e manipolazione?
Abbiamo due armi formidabili: diffidenza e ironia. La prima serve a neutralizzare il monopolio dell’informazione. Significa cercare continuamente altre fonti e altri riscontri senza bere tutte le scemenze ufficiali. La seconda tende a ridimensionare anche quella che può sembrare la realtà. Perché la verità non è più la vittima del primo colpo di fucile: non esiste più.