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21 maggio 2009

Perché i piani di Obama & C. non funzioneranno

di Pino Cabras - da Megachip

Sessant’anni di mentalità, di poteri, istituzioni internazionali, una linea economica di riferimento, tutto questo nella nostra percezione non passa in un istante. I commenti politici degli ultimi mesi sono ancora immersi in quel sistema, ma tutto è cambiato. Il mondo uscito dal 1945 ha avuto una lunga continuità che in pochi mesi si è sgretolata. La Grande Crisi procede a dispetto delle idee aggrappate ai vecchi tempi.

A maggio 2009, il rapporto mensile di Leap/Europe 2020 - il sito francese che ha previsto meglio di tanti altri soggetti l’evolversi dell’attuale crisi - scrive proprio che ci siamo, che in questa primavera il mondo farà l’ultimo passo prima di uscire dal quadro di riferimento dei poteri globali degli ultimi sessant’anni, e uscirà soprattutto dalla sua versione “semplificata”, quella impostaci negli ultimi vent’anni, dopo la fine del sistema sovietico.

La fine di un’era rende già subito inutilizzabile il cruscotto di strumenti che sinora hanno guidato le azioni di chi ha preso le più importanti decisioni economiche.

I tentativi disperati di salvare il sistema finanziario globale guidato da Londra e New York hanno fatto impazzire tutte le bussole, influenzate dalle manipolazioni di istituti finanziari, banche centrali e governi.

Le immissioni astronomiche di liquidità che hanno invaso il sistema finanziario globale per un anno, specie il sistema USA, hanno portato gli operatori politici e finanziari a perdere completamente contatto con la realtà. Europe 2020 li paragona ai sub che vengono colpiti da narcosi da azoto (detta anche ‘ebbrezza da alti fondali’), i quali manifestano un’euforia che li spinge ad andare più a fondo quando avrebbero invece bisogno di riemergere. Anche nel caso della finanza c’è un’ebbrezza – lo vediamo in qualche rally borsistico di queste settimane – che distrae dal vero pericolo, per il quale non c’è più la lucidità necessaria in termini di orientamento né ci sono più strumenti adatti.

L’ebbrezza si scontrerà prestissimo con la realtà.

Dieci anni fa, fra le prime 20 istituzioni finanziarie al mondo per capitalizzazione, 11 erano statunitensi, 4 britanniche, 2 giapponesi, 2 svizzere e due giapponesi.
Oggi, le prime 3 sono cinesi, mentre di statunitensi ne sono rimaste 3, intanto che molte fallivano. Il cambiamento è avvenuto nel giro di brevissimo tempo.
Sono tempi insoliti, con paragoni che devono fare il passo del secolo, ossia salti di generazioni.
Europe 2020 fa tre esempi illuminanti.

1) Da quando nel 1694, ossia 315 anni fa, venne creata la Banca d’Inghilterra, il tasso d’interesse non aveva mai toccato un livello più basso di quello attuale, lo 0,5%.


2) Nel 2008 la Caisse des Dépôts et Consignations, un istituto finanziario che fa da braccio operativo dello Stato francese, ha chiuso il bilancio in rosso per la prima volta dalla sua fondazione, avvenuta 193 anni fa, nel 1816. La Caisse era passata per monarchie, repubbliche, fasi imperiali, guerre mondiali, crisi, senza mai conoscere una perdita.

3) Nell’aprile 2009 la Cina è diventato il primo partner commerciale del Brasile, un genere di evento che altre volte ha annunciato un cambio di guardia nella leadership planetaria. Due secoli fa gli inglesi soppiantavano i portoghesi e questo coincise con l’inizio della grande potenza britannica a livello globale. Gli USA sostituirono il Regno Unito come partner principale del Brasile negli anni Trenta del XX secolo, e la cosa coincise con un passaggio di ruolo internazionale che poi vide la preponderanza statunitense.

Assieme a questo senso di assoluta novità, sono preoccupanti le sensazioni di dejà vu, nell’ora in cui cerchiamo di dar forma alla crisi.
Una prima cosa da chiedersi è se una crisi possa avere una forma. I grafici provano a dare una risposta. Le tendenze dei mercati azionari nel corso delle quattro maggiori crisi economiche dell’ultimo secolo mostrano una evidente convergenza fra la curva della crisi del 1929 e quella di oggi.


Trend borsistici: al netto dell’inflazione – durante le ultime quattro maggiori crisi economiche (grigia: 1929, rossa: 1973, verde: 2000, blu: crisi attuale) - Fonte: Dshort/Commerzbank, 17 aprile 2009.

Ma la questione fondamentale da chiedersi è un’altra. L’impegno profuso per reagire alla Grande Crisi andrà a buon fine? Ci chiediamo cioè se gli enormi interventi dei governi e delle banche centrali, nel breve volgere dei prossimi mesi, siano in grado di bilanciare una tendenza storica così robusta che va in direzione contraria. Ci chiediamo se sia possibile spendere bene cifre così difficili da assorbire. Insomma mettiamo in discussione sia lo “stimulus plan” degli USA, sia l’omologo cinese, due piani monstre che sembrano volersi sporcare le mani con l’economia reale.

Europe 2020 vede un ostacolo insormontabile rispetto all’efficacia dei mega-piani di stimolo messi in campo da Obama e Hu Jintao. È la “barriera della capacità di assorbimento”. Cioè l’esistenza di un limite “fisico” alla capacità di spendere enormi risorse pubbliche in tempi sensati, con progetti funzionali, con burocrazie capaci di far procedere il meccanismo di spesa.

Tutti conosciamo la fatica del processo europeo, la lunga storia di tentativi e adattamenti che ancora – nonostante decenni di ricalibrature – rendono la capacità di spesa ben lontana dal 100%, con ampie aree di corruzione, spreco, ininfluenza sui fondamentali dell’economia. A Stati Uniti e Cina manca perfino il tempo, la risorsa oggi più importante, quando invece i risultati dovrebbero far capolino immediatamente per rasserenare i cuori di milioni di persone, e confortare i portafogli vicini a questi cuori.

I leader dell’Unione europea e le autorità che presiedevano ai bilanci hanno scoperto già all’inizio degli anni novanta l’esistenza di una barriera in relazione alla capacità di un sistema-Paese di “assorbire” gli aiuti allocati per il suo sviluppo economico.

Se calcolato su base annua, il piano di Obama corrisponde a 182 miliardi di euro, quello cinese a 215 miliardi. L’Europa dei fondi strutturali dispone di circa 70 miliardi di euro per anno. Ciascuno dei piani di stimolo economico varati da Washington e Pechino è dunque circa tre volte più grande dei fondi europei, proprio quei fondi che scontano tuttora la “barriera della capacità di assorbimento”.

Capite ora quanto è inedita la portata del problema.

Cina e USA devono dimostrare immediatamente una capacità di assorbimento enormemente più vasta di quella europea, pur rodata da vent’anni di pratiche.
Dovranno, qui ed ora, tener conto delle loro dimensioni continentali, con tutte le diversità locali, le differenze stridenti fra territori e sistemi subregionali. Proprio come l’Europa.
Diversa rispetto all’Europa sarà però l’infrastruttura pubblica: molto meno sviluppata in USA, molto di più in Cina, ma in entrambi i casi non abbastanza preparata e formata per gestire in pochi mesi tanta complessità operativa.
Il dilemma è inventarsi un flusso di procedure e risorse che non può permettersi il lusso di arrestarsi nei colli di bottiglia, né sopportare carenze progettuali, né farsi vanificare da mafie agguerrite che spolpano i fondi.
Nel mentre il ticchettio della crisi va avanti. Dal febbraio 2008 al febbraio 2009 gli Stati Uniti hanno perso oltre 4 milioni di posti di lavoro, e la tendenza si accelera.

Mappa dell’occupazione USA (feb 2008 - feb 2009). In blu il lavoro creato, in rosso il lavoro perso.
Fonte: Bureau of Labor Statistics / NYT

In queste situazioni il rischio immediato è che ogni euro, ogni dollaro, ogni yuan renminbi investito dalle autorità pubbliche generi sempre meno valore aggiunto. O non viene speso del tutto, o viene speso male.

Nei casi peggiori, gli effetti degli incentivi sono perfino negativi, perché possono creare delle “bolle” a livello locale, o erigono cattedrali nel deserto, senza impatti sull’economia. Oppure selezionano imprenditori specializzati a massimizzare il denaro pubblico, anziché l’economicità delle loro imprese. Nei casi davvero peggiori, come ci dice anche l’esperienza italiana, incancreniscono la corruzione sistemica a livello di governo locale, fino a creare vaste reti criminali in grado di condizionare la politica e rendere non rendicontabili i risultati.

Le avvisaglie di queste difficoltà ci sono già.
In USA le agenzie che hanno in carico la realizzazione del programma potranno dare informazioni sui progetti solo nell’ottobre 2009 e “forse” (che per i burocrati significa “non prima di”) durante la primavera del 2010, fuori tempo massimo perché la cosa abbia senso («USA Today, 6 maggio 2009»). I canali di spesa già oliati non ci sono.

In Cina la fantasia dei burocrati è arrivata a prescrivere per tutti i funzionari pubblici del distretto di Gongan (provincia di Hubei) l’«obbligo di fumare» per stimolare l’economia dell’area, fortemente basata sulla produzione di sigarette. Davvero la Grande Crisi produce notizie. L’uomo morde il cane.


I peggiori dieci periodi di perdita di posti di lavoro in USA:
Fonte: US Bureau of Labor Statistics / Christian Hill

Rimane la notizia vera di una crisi senza precedenti e in avvitamento. I piani di stimolo ridurranno forse la caduta dell’occupazione, sebbene con effetti marginali. Ma il lascito sarà terribile per la finanza pubblica. In Cina ci sarà un drastico calo delle riserve finanziarie. Negli USA ci saranno un deficit e un debito meno sostenibili, o forse proprio del tutto insostenibili. Per la prima volta nella storia le risorse del livello federale sono diventate l’introito più importante per i singoli Stati, e gli effetti saranno duraturi.

Quanto a noi, in Italia, l’informazione è lontana dal raccontare la dimensione della crisi. Addirittura un crollo del PIL intorno al -6% è capace di passare quasi inosservato.

17 marzo 2008

Le dimissioni dell'Ammiraglio Fallon provocheranno nuove battaglie in Iraq

di Thierry Meyssan,

analista politico, fondatore del Réseau Voltaire.

Articolo originale: "La démission de l’amiral Fallon relance les hostilités en Irak",

13 marzo 2008.

Traduzione di Pino Cabras


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Il generale William Fallon [Foto di Peter Yang, fonte: Esquire]


Contrariamente a quanto è stato scritto dai media più influenti, l’ammiraglio William Fallon non è stato mandato via perché si stava opponendo al presidente Bush in merito a un attacco all’Iran. Si è dimesso per sua iniziativa dopo che l’accordo che aveva negoziato e concluso con Teheran, Mosca e Pechino è stato sabotato dalla Casa Bianca. Questa decisione dell’amministrazione Bush rilancerà i combattimenti in Iraq ed esporrà fatalmente i soldati statunitensi a una nuova resistenza, stavolta sostenuta senza remore dall’esterno.

Erano ormai le ore 22 del meridiano di Greeniwich, martedì 11 marzo 2008, quando il comandante in capo del Central Command, l’ammiraglio William Fallon, annunciava dall’Iraq la presentazione delle sue dimissioni. Immediatamente a Washington, il segretario della Difesa, il suo amico Robert Gates, durante una conferenza stampa improvvisata faceva sapere che accettava questa decisione, seppure a malincuore. Nei minuti successivi, i rumori circa un possibile attacco statunitense all’Iran si sono sparsi in tutto il mondo. In effetti, le dimissioni dell’ammiraglio sarebbero state pretese dalla Casa Bianca in seguito alla pubblicazione di un reportage sul mensile Esquire che riportava i commenti «franchi» dell’ufficiale a proposito del presidente Bush. Nel medesimo articolo si poteva leggere che la rimozione dell’ammiraglio avrebbe contrassegnato l’ultimo segnale prima della guerra.

Nondimeno, questa interpretazione risulta sbagliata. Essa ignora l’evoluzione dei rapporti di forza a Washington. Per capire che cosa è in gioco, dobbiamo andare un attimo indietro. I nostri lettori, che sono stati regolarmente informati nelle nostre colonne sulle discussioni in corso a Washington, si ricorderanno delle minacce di dimissioni di Fallon, dell’ammutinamento degli ufficiali superiori, dei retroscena di Annapolis, e dell’infiltrazione della NATO in Libano che abbiamo riferito su queste pagine prima di tutti; delle rivelazioni dapprima contestate al momento della loro pubblicazione e oggi largamente confermate. Qui aggiungeremo informazioni inedite sui negoziati condotti da Fallon.

Il Piano Fallon

Dopo che l’establishment statunitense aveva approvato l’entrata in guerra contro l’Iraq nella speranza di ottenere sostanziosi profitti economici, progressivamente è giunto a più miti consigli. Questa operazione causa costi smisurati, sia diretti sia indiretti, ma non conviene se non a qualcuno. A partire dal 2006, la classe dirigente si è preoccupata di mettere fine a questa avventura. Ha contestato di volta in volta l’eccessivo spiegamento di truppe, il crescente isolamento diplomatico nonché l’emorragia finanziaria. Tutto ciò trovava la sua espressione attraverso il rapporto Baker-Hamilton, il quale condannava il progetto di rimodellare il Grande Medio Oriente e preconizzava un ritiro militare dall’Iraq, coordinato con un riavvicinamento diplomatico con Teheran e Damasco.

Sottoposto a questa amichevole pressione, il presidente Bush era costretto a far fuori Donald Rumsfeld e a sostituirlo con Robert Gates (membro egli stesso della Commissione Baker-Hamilton). Fu messo in campo un gruppo di lavoro bipartisan (la Commissione Armitage-Nye) per definire consensualmente una nuova politica. Ma si è verificato che il tandem Bush-Cheney non aveva rinunciato ai suoi progetti tanto che utilizzava questo gruppo di lavoro per sopire i suoi avversari, mentre continuava ad affilare le sue armi contro l’Iran. Per tagliar corto con queste manovre, Gates ha dato carta bianca a un gruppo di ufficiali superiori che aveva frequentato all’epoca di Bush padre. Questi hanno pubblicato, il 3 dicembre 2007, un rapporto delle agenzie d’intelligence che screditava il discorso falso della Casa Bianca sulla presunta minaccia iraniana. Inoltre essi hanno tentato d’imporre al presidente Bush un riequilibrio, a spese di Israele, della sua politica mediorientale.

L’ammiraglio William Fallon esercita un’autorità morale nei confronti di questo gruppo - che include l’ammiraglio Mike McConnell (direttore nazionale dell’intelligence), il generale Michael Hyden (direttore della CIA), il generale George Casey (capo di stato maggiore dell’esercito) e, di seguito, l’ammiraglio Mike Mullen (capo dei Joints chiefs of staff, gli stati maggiori riuniti delle varie armi). Uomo di sangue freddo, dotato di una brillante intelligenza, Fallon è uno degli ultimi grandi capi delle forze armate a poter vantare di aver prestato servizio in Vietnam. Preoccupato dalla moltiplicazione dei teatri operativi, dalla dispersione delle forze e dalla spossatezza delle truppe, ha apertamente contestato una leadership civile la cui politica non può che condurre gli Stati Uniti alla sconfitta.

Nel prolungarsi di tale ribellione, questo gruppo di ufficiali superiori è stato autorizzato a negoziare un’onorevole via di uscita dalla crisi con l’Iran e a preparare un ritiro dall’Iraq.

Secondo le nostre fonti, essi avevano immaginato un accordo in tre fasi:

  1. Gli Stati Uniti avrebbero fatto adottare dal Consiglio di Sicurezza un’ultima risoluzione contro l’Iran per non perdere la faccia. Ma tale risoluzione sarebbe stata senza reale sostanza e Teheran si sarebbe uniformata.
  2. Mahmud Ahmadinejād si sarebbe recato in Iraq dove avrebbe affermato gli interessi regionali dell’Iran. Ma il viaggio sarebbe stato puramente simbolico e Washington avrebbe lasciato fare tranquillamente.
  3. Teheran avrebbe fatto ricorso a tutta la sua influenza per normalizzare la situazione in Iraq e far passare i gruppi che sostiene dalla resistenza armata all’integrazione politica. Questa stabilizzazione avrebbe permesso al Pentagono di ritirare le sue truppe senza sconfitta. In contropartita, Washington avrebbe cessato il suo sostegno ai gruppi armati dell’opposizione iraniana, in particolare i Mujāhidīn del popolo.

Sempre secondo le nostre fonti, Robert Gates e questo gruppo di ufficiali, inquadrati dal generale Brent Scowcroft (ex consigliere nazionale della sicurezza), avrebbe sollecitato l’ausilio della Russia e della Cina affinché appoggiassero questo processo. Dapprima perplesse, Mosca e Pechino si sarebbero assicurate dell’assenso forzato della Casa Bianca prima di rispondere positivamente, sollevate dal fatto di poter evitare un conflitto incontrollabile.

Vladimir Putin aveva preso l’impegno di non approfittare militarmente del ritiro USA, ma aveva preteso che non se ne traessero le conseguenze politiche. Era stato dunque convenuto che la conferenza di Annapolis avrebbe partorito un topolino, mentre una conferenza globale sul Vicino Oriente sarebbe stata organizzata a Mosca per sbloccare i fascicoli che l’amministrazione Bush non aveva smesso di inasprire.

Putin accettava allo stesso tempo di facilitare il compromesso iraniano-statunitense, ma era impensierito da un Iran troppo forte lungo la frontiera meridionale della Russia. A titolo di garanzia, si convenne che l’Iran avrebbe accettato ciò che aveva sempre rifiutato : di non fabbricare da solo il suo combustibile nucleare.

I negoziati con Hu Jintao furono più complessi, giacché i dirigenti cinesi erano sconcertati nello scoprire fino a che punto l’amministrazione Bush avesse loro mentito in merito alla presunta minaccia iraniana. Occorreva innanzituttoristabilire la fiducia bilaterale. Per buona sorte, l’ammiraglio Fallon, che fino a poco tempo prima comandava la PacCom (zona Pacifico), intratteneva relazioni cordiali con i Cinesi.

Fu convenuto che Pechino avrebbe lasciato passare una risoluzione anti-iraniana del tutto formale al Consiglio di Sicurezza, ma che la formulazione di tale testo non avrebbe affatto ostacolato il commercio sino-iraniano.

Il sabotaggio

Di primo acchito, tutto sembrava funzionare. Mosca e Pechino accettarono di fare le comparse ad Annapolis e di votare la risoluzione 1803 contro l’Iran. Nel mentre il presidente Ahmadinejād si godeva la sua visita ufficiale a Baghdad, dove incontrò in segreto il capo dei Joint chiefs of staff, Mike Mullen, per pianificare la riduzione della tensione in Iraq. Ma il tandem Bush-Cheney non si dava per vinto e, no appena poteva, sabotava questo ben oliato meccanismo.

In primo luogo, la conferenza di Mosca spariva fra le sabbie mobile dei miraggi orientali ancor prima di esistere. In secondo luogo, Israele si lanciava all’assalto di Gaza e la NATO schierava la sua flotta al largo del Libano in modo da riattizzare l’incendio generale del Grande Medio Oriente, proprio mentre Fallon si sforzava di spegnerne i focolai uno ad uno. In terzo luogo, la Casa Bianca, di norma così pronta a sacrificare i suoi dipendenti, si rifiutava di abbandonare i Mujāhidīn del popolo.

Esasperati, i russi ammassavano la loro flotta a sud di Cipro per sorvegliare le navi della NATO e inviavano Sergei Lavrov a farsi un giro del Medio Oriente con la missione di armare la Siria, Hamas e Hezbollah al fine di riequilibrare il Levante. Nel frattempo gli iraniani, furiosi per essere stati ingannati, incoraggiavano la Resistenza irachena alla caccia dei soldati statunitensi.

Vedendo annichiliti i propri sforzi, l’ammiraglio Fallon dava le dimissioni, unico mezzo per lui di conservare alla lunga il proprio onore e la propria credibilità di fronte ai suoi interlocutori. L’intervista di Esquire, pubblicata due settimane prima, non è altro che un pretesto.

L’ora della verità

Nelle prossime tre settimane, il tandem Bush-Cheney si giocherà il tutto per tutto in Iraq facendo parlare le armi. Il generale David Petraeus, spingerà all’estremo il suo programma di contro-insurrezione, in modo da presentarsi vittorioso davanti al Congresso ai primi di aprile. Frattanto, la resistenza irachena, ormai sostenuta sia da Teheran sia da Mosca e Pechino, andrà a moltiplicare le imboscate e cercherà di uccidere il massimo di occupanti.

Spetterà allora all’amministrazione statunitense trarre le conclusioni dal campo di battaglia. O riterrà accettabili i risultati di Petraeus sul terreno e il tandem Bush-Cheney terminerà senza intoppi il suo mandato. O, per evitare lo spettro della sconfitta, dovrà sanzionare la Casa Bianca e riprendere, in un modo o nell’altro, i negoziati che l’ammiraglio Fallon aveva portato avanti.

Nello stesso tempo, Ehud Olmert interromperà le trattative iniziate con Hamas tramite l’Egitto. Egli surriscalderà la regione fino alla visita, in maggio, del presidente Bush.

Questa febbre regionale dovrebbe galvanizzare daccapo il dispositivo Bush, tanto negli investimenti nel settore militare-industriale del fondo Carlyle, la cui branca immobiliare è sull’orlo del fallimento, quanto nella campagna elettorale di John McCain.

Dal punto di vista di Washington, occorre continuare a sacrificare la vita dei GI’s per una guerra che è già costata 3 triliardi di dollari e far odiare gli Stati Uniti anche dai loro partner più fedeli, mentre essa non ha reso che solo ad alcune società possedute dal clan Bush e dai suoi amici?