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17 maggio 2017

Dov'è la Corea Del Nord? In Australia

di Pino Cabras.

Il New York Times ha chiesto a un campione di 1.746 cittadini statunitensi adulti di localizzare la Corea del Nord in una cartina muta. 
I puntini azzurri rappresentano le loro risposte. 
Soltanto il 36% ha saputo indicare correttamente la posizione geografica
Il rimanente 64% è andato a prendere granchi in tutta l'immensa Asia e persino in Australia.
Le risposte al sondaggio del 2017 su "dov'è la Corea del Nord?" su una cartina muta.

E' molto interessante l'analisi delle altre domande connesse a questo sondaggio: per ogni persona intervistata, quanto più essa segnava lontano dalla Corea il suo punto sulla mappa, tanto più era favorevole a un intervento militare. 
Nel 2014 il Washington Post fece un analogo esperimento. Quella volta agli americani si chiedeva dove fosse l'Ucraina. Anche allora, più si ignorava la geografia, più si voleva la guerra e meno la diplomazia


Le risposte al sondaggio del 2014 su "dov'è l'Ucraina?" su una cartina muta.

Non credo che i risultati cambierebbero di molto anche da noi, persino tra illustri intellettuali. 
Se si osservasse bene ad esempio quanti pochi chilometri ci siano tra il confine ucraino e la città di Mosca, si capirebbe meglio che piazzare lì un avamposto della NATO con una postura ostile - nell'era delle armi atomiche e delle decisioni di rappresaglia da prendere con poco preavviso - sia una mossa molto pericolosa e infinitamente stupida
Ma pochi sembrano saperlo. 


4 aprile 2013

Nord Corea, la guerra atomica può attendere

di Pino Cabras - da Megachip.

Sulla crisi in Corea, un consiglio a chi ci legge (una piccola porzione fra i miliardi di utenti del sistema mediatico): non c'è da preoccuparsi troppo, per ora. Per molti nel mondo è già così, come ha rilevato il quotidiano britannico The Guardian, riscontrando che quasi nessuno prende sul serio i bellicosi comunicati dei comandi nordcoreani, quando proclamano di poter attaccare atomicamente il suolo nordamericano. 
Il livello della retorica del giovane Kim Jong Un sembra voler bucare la nostra noncuranza sollevandosi di parecchi toni. Se un capo di stato minaccia di radere al suolo le città USA si guadagna inevitabilmente i titoli di testa di ogni medium che abbia memoria dell’immaginario di Hollywood, e qualche sopracciglio in più si solleva (e anche qualche elicottero in più). Poco sappiamo delle dinamiche interne del potere in Corea del Nord, uno stato eremita, ma possiamo lo stesso scommettere che nessuno al suo vertice pensi di vincere una guerra con gli Stati Uniti d’America fino a portarla sulla scala della guerra termonucleare. A Pyongyang non sono dei suicidi, o almeno non fino a questo punto.

Come leggere i fatti, allora?

Forse più avanti sapremo qualcosa di più, ma qualche punto fermo c’è già.

Primo. Il contesto delle minacce: ogni anno le forze armate USA e quelle della Corea del Sud fanno gigantesche esercitazioni militari congiunte a ridosso della Corea del Nord. Laggiù al Nord non sono mai tranquilli, come non lo sarebbero gli USA se una grossa armata di un paese lontano migliaia di chilometri considerato un nemico strategico facesse le proprie manovre a un miglio dalle proprie coste. Ogni anno non si contano le proteste e qualche volta si registrano scaramucce di confine. Quest’anno è soltanto tutto più intenso.

Secondo. Le manovre del 2013 sono affrontate per la prima volta dal nuovo leader della dinastia nordcoreana, Kim Jong Un. Poiché il nonno e il padre che lo hanno preceduto hanno incentrato il loro ruolo guida su una retorica agiografica, titanica ed eroica rivolta contro nemici potentissimi, l’ex rampollo (ufficialmente definito come “Grande Successore”) è subito assorbito dal ruolo. Non dovrà essere da meno, anzi: dovrà mostrarsi più risoluto, esibire nemici più duri, e giustificazioni più spietate per schiacciarli. Non verrebbe capito molto, se adottasse invece il linguaggio di papa Francesco sulla “tenerezza”. In genere nessun leader in questo pianeta sembra adottare quel linguaggio. Tanto meno se ne serve un dittatore acerbo che deve iniziarsi per via militare, non tanto agli occhi del mondo, quanto a quelli dei suoi compatrioti, che vivono in una bolla mediatica separata dalla nostra.

Terzo. Il paese è in perenne crisi alimentare, e più volte ha trovato accordi con il nemico per garantirsi degli aiuti. Avere un nemico fa comodo a ogni potere, e un modus vivendi si trova, i do ut des cinici possono essere alimentati dallo scontro, dalle pressioni, dalle minacce reciproche. Proprio mentre il teatro strategico dell’Oceano Pacifico diventa più importante, e gli USA aumentano la propria presenza in funzione anti-cinese, un nemico nell’area fa comodo, per quanto riottoso, imprevedibile e impenetrabile. Chi le sloggia più le basi americane? Il giapponese Hatoyama, che aveva provato a mandarne via una, non c’è riuscito, e ha persino dovuto dimettersi da premier, nel 2010. Già ora tutto il dispositivo si sta rafforzando.

A Mosca tutto questo non piace, perché basterebbe un guasto meccanico per scatenare gli automatismi dei grandi apparati in assetto di guerra.

E anche a Pechino la situazione non piace per nulla, perché va a perturbare la sua sfera d’azione più vicina, nei mesi già agitati dalle nuove tensioni con il Giappone per via delle isolette contese, le Senkaku-Diaoyu.  Di certo i cinesi non vogliono che il vicino abbia armi nucleari, né che faccia un uso così rozzo della deterrenza. All’ONU hanno persino votato con gli USA per imporre sanzioni a Pyongyang sul programma nucleare.

La guerra termonucleare può attendere anche stavolta, ma ovunque nel mondo l’uso delle leve del potere si fa più esasperato di fronte al rapido mutare degli equilibri. A Cipro prosciugano i conti correnti, in Estremo Oriente si dà fondo alla retorica bellica. Ma stanno parlando di noi, anche se per ora non sembra.