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30 gennaio 2018

Partecipa. Scegli. Cambia

di Pino Cabras.

Ringrazio il MoVimento Cinque Stelle che mi presenta come candidato al Collegio Uninominale Sardegna 03 (potete leggere in coda l'elenco dei comuni) per l'elezione della Camera dei Deputati. 
E' stata apprezzata la mia autonomia di giudizio, che metto al servizio di una comunità che vuole cambiare profondamente la politica di questa repubblica.

Comuni inclusi
Assemini, Buggerru, Calasetta, Capoterra, Carbonia, Carloforte, Decimomannu, Dolianova, Domus de Maria, Domusnovas, Elmas, Fluminimaggiore, Giba, Gonnesa, Iglesias, Masainas, Monastir, Musei, Narcao, Nuraminis, Nuxis, Perdaxius, Piscinas, Portoscuso, Pula, San Giovanni Suergiu, San Sperate, Santadi, Sant'Anna Arresi, Sant'Antioco, Sarroch, Selargius, Serdiana, Sestu, Settimo San Pietro, Siliqua, Soleminis, Teulada, Tratalias, Ussana, Uta, Villa San Pietro, Villamassargia, Villaperuccio, Villasor, Villaspeciosa.

11 gennaio 2018

Elezioni 2018. L'ossessione dem per le interferenze russe

Un rapporto paranoico di un senatore USA, giornalisti che copincollano obbedienti, ed ecco servito un allarme russofobo per le elezioni del 4 marzo. Ormai è un format (perdente). 



di Pino Cabras.
da Megachip.

Ora, non è che io abbia un'ossessione contro i russofobi. Sono i russofobi a essere ossessionati e ossessionanti. Sta diventando un format, poveri noi. Prendete ad esempio questo articolone on line della solitaRepubblica (uno dei più ligi megafoni della NATO):


Già nel titolo e nel sommario troviamo uno spettacolare esempio di «bispensiero» orwelliano, praticamente lo stesso meccanismo psicologico del romanzo 1984, dove il Partito del Grande Fratello pretendeva da chi era bombardato dai contenuti dei teleschermi che credesse contemporaneamente a due verità normalmente incompatibili: doveva sostenere un'idea e il suo contrario, così da non stare mai al di fuori dell'ortodossia, scordando sia di aver cambiato opinione sia l'atto stesso dello scordare. Cioè un principio opposto a quello del XXVII canto dell’Inferno di Dante, «la contradizion che nol consente»

la Repubblica, alla NATO, a casa dei politici USA, la contraddizione invece consente tutto. Tanto che leggiamo:
«Il documento redatto dallo staff del senatore democratico Ben Cardin avverte: "Il Cremlino probabilmente cercherà di favorire i partiti contrari alle sanzioni contro Mosca". Riferimento a M5s e Lega. "L'amministrazione Usa garantisca il processo democratico di un alleato come l'Italia dall'interferenza straniera"»

Cioè, avete letto bene: un’interferenza straniera lamenta che possa esistere un’interferenza straniera. Orwell, maledetto dilettante!

Per corroborare l’analisi, ecco la solita litania: viene citata ancora una volta una sputtanatissima inchiesta maccartista del sito americano Buzzfeed - ripresa in Italia dalla bolla autoreferenziale degli influencer atlantisti - in cui fu descritto un megacomplotto di siti vicini al M5S per combattere il RefeRenzum sulla Costituzione. In particolare, udite udite, ci fu nientemeno che «un video prodotto da Russia Today e promosso dal network del M5s in cui si mostravano migliaia di dimostranti contrari alla riforma costituzionale, quando in realtà erano state filmate durante una manifestazione a sostegno del referendum.» Questi intelligentoni dei Democrats non hanno ancora digerito la grande marea di No che ha ripudiato un tentativo francamente schifoso di manomettere la Costituzione, da loro sostenuto con valanghe di fake news istituzionali, e cercano scuse puerili per negare la forza intrinseca dell'orientamento pubblico e del voto popolare. Altro che Cremlino! Il loro orologio si è fermato il 4 dicembre 2016 e ancora vorrebbero fermare tutti i nostri orologi.

Ma non basta. Paternalisticamente ci dicono: «alcuni partiti sono vulnerabili alle infiltrazioni, non hanno esperienza, non hanno anticorpi». Mentre ci vorrebbe qualche politico virtuoso e non "infiltrabile", perbacco. Ecco che lo trovano nel presidente della Camera, Laura Boldrini, lodata per il suo voler «addestrare gli studenti di 8mila scuole in tutto il Paese alla verifica delle notizie e al riconoscimento delle fake news e delle teorie cospirazioniste sui social media». Compito che sarebbe meritorio, se ben attuato: riconoscerebbe ad esempio nel rapporto del senatore USA Cardin tutti i vizi, le fallacie e le paranoie di una teoria cospirazionista, condita da fake news al cubo. Solo che l’ufficio della presidenza della Camera – forse per inesperienza, per mancanza di “anticorpi” - si è fatto “infiltrare” (usiamo pure questo termine, provvisto di un’irrinunciabile accuratezza) da una brigata di balilla digitali, gente capace di dire che occorre «immaginare un sistema di regole condivise sulla Verità», una roba che starebbe bene solo in uno Stato totalitario. Gente che sembra stupirsi che esista il pluralismo.

Siccome il riflesso russofobo deve essere implacabile, sempre lì si deve andare a parare, perché la nuova guerra fredda è ciò che i democratici americani – e i loro maggiordomi d’oltreoceano – devono alimentare senza flessioni. Se qualcuno ha qualcosa da obiettare sulle sanzioni contro la Russia e vuole raccontare i fatti in dissenso dall’agenda mediatica della NATO, è sicuramente parte di una terrificante guerra asimmetrica di Putin «con l'obiettivo di destabilizzare i governi nelle fragili democrazie di Ucraina e Georgia». Gli addestratori americani di milizie paranaziste e le valanghe di dollari riversate sulla vorace oligarchia ucraina non sono mica interferenze antidemocratiche. Il rapporto dei bravi Dem così preoccupati delle nostre imminenti elezioni e delle "fragili democrazie" non citerà mai un mio articolo del 2014 su Hunter Biden, figlio dell’ex vicepresidente democratico USA e i suoi alleati di Kiev. 

Si bolli tutto come teoria del complotto, e via. E allo stesso tempo si denunci il mega-complottone di Putin che sta congiurando per favorire il «crescente consenso riscontrato dai partiti "populisti e anti-establishment"» in Europa e anche in Italia. Capito? Anti-establishment. Non sia mai che ce lo tocchino, per cui teniamocelo caro, questo bell’establishment che il mondo ci invidia. E teniamoci la cosa che più di tutte interessa ai padroni di Washington: le sanzioni contro la Russia. Anche se queste sanzioni ci fanno molto danno, anche se voler piegare la Russia con le sanzioni è come voler spaventare un porcospino mostrandogli il culo nudo (abbastanza intercambiabile con la faccia di un politico straniero che pretende come salvarci dalle influenze straniere).
Il 4 marzo 2018, dopo il 4 dicembre 2016, potrebbe essere una data preoccupante per i "dem" tanto cari a Repubblica. Per cui già strillano, già denunciano, già fanno i maccartisti, già trovano giornalisti che copincollano obbedienti come soldatini le loro veline. 


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5 gennaio 2018

Siria - Curioso articolo su Repubblica.it

Dopo anni in cui il quotidiano fondato da Scalfari hitlerizzava Assad ed esaltava i 'ribelli', compare un pezzo che demolisce la narrativa di fonte jihadista. Troppo poco e troppo tardi


di Pino Cabras.

Atterro tramite il link di un amico su una pagina web sorprendente, e quasi salto sulla sedia. 
Una delle testate giornalistiche più organiche alla NATO, la Repubblica, ha appoggiato fin dal 2011 l'aggressione alla Siria, bevendosi volontariamente tutti i resoconti della più improbabile delle fonti, l'Osservatorio siriano per i diritti umani, una "one-man-organization" con sede a Londra gestita da un personaggio affidabile come un autostoppista in manette (direbbe Caparezza).

Ecco invece che a inizio 2018, dopo anni di "reductio ad Hitlerum" e demonizzazione di Assad, fa comparire questo articolo non firmato - non nella sezione Esteri ma nella più irraggiungibile sezione Immigrazione - che dice peste e corna del suddetto Osservatorio, senza un solo rigo di autocritica.

Il che mi fa ragionevolmente ritenere che il pezzo sia stato infilato alla chetichella da una manina - chissà se interna o esterna al quotidiano - all'insaputa della redazione, come una piccola ribellione contro le Fake News istituzionali. 

A futura memoria conservo comunque per voi la schermata.

AGGIORNAMENTO h. 13:09:
L'articolo di Repubblica è stato nel frattempo modificato ed edulcorato specie nel titolo (com'era prevedibile). Resta la nostra schermata del pezzo originale.


AGGIORNAMENTO h. 20:30:
In tanti anni non mi è mai capitato di assistere a un caso simile: sullo stesso URL ora c'è addirittura una terza versione. L'articolo è stato rimosso e sostituito con una collezione raffazzonata di considerazioni in merito allo stato dell'informazione sulla Siria. Cosa che mi sembra rivelatrice dello stato dell'informazione dell'Italia.

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Prima versione:

Seconda versione:

Terza versione:

17 maggio 2017

Dov'è la Corea Del Nord? In Australia

di Pino Cabras.

Il New York Times ha chiesto a un campione di 1.746 cittadini statunitensi adulti di localizzare la Corea del Nord in una cartina muta. 
I puntini azzurri rappresentano le loro risposte. 
Soltanto il 36% ha saputo indicare correttamente la posizione geografica
Il rimanente 64% è andato a prendere granchi in tutta l'immensa Asia e persino in Australia.
Le risposte al sondaggio del 2017 su "dov'è la Corea del Nord?" su una cartina muta.

E' molto interessante l'analisi delle altre domande connesse a questo sondaggio: per ogni persona intervistata, quanto più essa segnava lontano dalla Corea il suo punto sulla mappa, tanto più era favorevole a un intervento militare. 
Nel 2014 il Washington Post fece un analogo esperimento. Quella volta agli americani si chiedeva dove fosse l'Ucraina. Anche allora, più si ignorava la geografia, più si voleva la guerra e meno la diplomazia


Le risposte al sondaggio del 2014 su "dov'è l'Ucraina?" su una cartina muta.

Non credo che i risultati cambierebbero di molto anche da noi, persino tra illustri intellettuali. 
Se si osservasse bene ad esempio quanti pochi chilometri ci siano tra il confine ucraino e la città di Mosca, si capirebbe meglio che piazzare lì un avamposto della NATO con una postura ostile - nell'era delle armi atomiche e delle decisioni di rappresaglia da prendere con poco preavviso - sia una mossa molto pericolosa e infinitamente stupida
Ma pochi sembrano saperlo. 


3 maggio 2017

Kill The Children


di Pino Cabras.
da Megachip.

In mezzo alle polemiche sulle organizzazioni non governative internazionali che traghettano verso l’Italia i disperati raccolti sulle coste libiche, la mia attenzione è stata attratta dal profilo dei componenti del Consiglio Direttivo italiano di una di esse, Save The Children:

Nella lista ho notato in particolare un nome, quello di Marco De Benedetti, che - oltre ad essere il figlio dell’oligarca italiano naturalizzato svizzero Carlo De Benedetti - ricopre la carica di Managing Director e Co-Presidente Europa di The Carlyle Group.

Ora, The Carlyle Group non è un’azienda qualsiasi, ma un gigante mondiale nella gestione degli attivi di aziende di tanti settori, incluse le industrie del complesso militare-industriale. Carlyle ha sede al centro dell’Impero, a Washington, e vive di una perenne commistione politica-affari, tanto che ha reclutato fra i suoi super-faccendieri anche ex direttori CIA ed ex presidenti USA come George Bush padre e l’ex primo ministro britannico John Major. Nel 2008-2016 il suo direttore dei servizi finanziari globali è stato un pezzo grosso di Wall Street, Olivier Sarkozy, fratellastro dell’ex presidente francese Nicolas, mentre fra gli amministratori di Carlyle c’è anche il numero uno della General Motors, Dan Akerson.

Insomma, parliamo di un architrave del capitalismo globalizzato, che gestisce "asset" per centinaia di miliardi dollari, di quel capitalismo al centro delle rapine finanziarie, delle guerre mediorientali, e di un’altra serie di fenomeni che potremmo ribattezzare “Kill The Children”.

Vediamo così adesso i bambini fuggiti da una casa perduta per via di una bomba aeronautica o di una bomba finanziaria ricollegata a imprese partecipate da Carlyle, mentre sono raccolti in mare da un’azienda dell’assistenza che incrocia la sua orbita con la Carlyle, e magari fornirà loro farmaci e cibo di aziende partecipate da Carlyle. Il capitalismo è tentacolare, apre e chiude cicli, è completo, e si fa anche bello, con tanto di riviste patinate e siti cinguettanti che vantano i buoni rapporti dei pezzi grossi del non profit con le multinazionali quotate nelle grandi borse del generoso Occidente.

Nel 2014, l’ex primo ministro britannico Tony Blair fu insignito di un premio istituito dall’influente ramo statunitense di Save the Children, il Global Legacy Award, durante una cena di gala a New York. Proprio lui, Blair, non esattamente il salvatore dei bambini iracheni e afghani.

L’industria della filantropia compie gesti buoni. Ma la muovono salotti esclusivi che incrociano le loro strategie con quelle dei padroni della geopolitica, cioè i signori delle guerre e delle ondate di profughi.
Nella statistica delle singole vite salvate, che fanno un bel rumore, scompaiono le masse sommerse e silenziate dai grandi media, a loro volta pilotati dagli stessi salotti.



19 aprile 2017

Giulietto Chiesa e Pino Cabras intervengono al Congresso del Movimento Roosevelt

PANDORA TV

Giulietto Chiesa e Pino Cabras intervengono al Congresso sulle “Forme della Democrazia” organizzato dal Dipartimento Cultura del Movimento Roosevelt.


Tratto da pandoratv.it/?p=15823.



2 marzo 2017

Il potere fabbrica le vere fake news

PANDORA TV  -  Pino Cabras


Negli ultimi anni i media tradizionali hanno vissuto una doppia crisi: una crisi di identità e una crisi di credibilità
I grandi quotidiani perdono ogni anno quantità pazzesche di lettori, e intanto milioni di persone si comportano in modo contrario rispetto a ciò che vorrebbero i grandi media.



25 ottobre 2016

Il linguaggio prezioso della Costituzione. Ecco perché #iodicoNo

Mio intervento sul "RefeRenzum" Costituzionale, da ospite della manifestazione del M5S organizzata ad Assemini (CA) il 22 ottobre 2016.





25 giugno 2016

Tra Europa e mare aperto, la Gran Bretagna ha scelto il mare aperto

#Brexit. Il voto britannico è una delle tante manifestazioni della grande crisi europea. Da un lato il colpo potrebbe essere riassorbito, dall’altro – poiché nulla sarà come prima – si aprono scenari inediti.


Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=8919.


3 giugno 2016

False Flag - Sotto Falsa Bandiera


Il saggio False Flag - Sotto Falsa Bandiera di Enrica Perucchietti (Arianna Editrice, 2016) fa una rassegna dei casi di “terrorismo sintetico” storicamente accertati e di quelli che sollevano dubbi sulle reali dinamiche degli eventi. Di seguito la Prefazione che apre il libro, a cura di Pino Cabras.
Buona lettura.



PREFAZIONE di Pino Cabras

Da sempre il potere proclama dei valori, attraverso i quali si legittima, ma li nega con una parte delle sue azioni, con le quali si rafforza. È una questione che si ripropone nel corso del tempo. Niccolò Machiavelli affermava del Principe che «è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua». Parlava di un potere che all'occorrenza non esitava a mostrare senza maschera la sua faccia più crudele, e guai ai vinti.
Nella variante moderna il potere vuol farsi amare dal popolo promettendo la democrazia, ossia il potere del popolo, ma usa ugualmente la paura come strumento di governo, solo che ha bisogno di attribuire ad altri l'intento di causarla, attraverso atti spesso eclatanti. Ecco dunque le "false flag", aggressioni ricevute sotto falsa bandiera, attentati terroristici da addossare a nemici veri o inventati, contro i quali scatenare l'isteria dei propri media, che a sua volta trascina interi popoli.
Le false flag aiutano il nucleo più interno del potere a conquistare sufficiente consenso per imporre la disciplina dettata dalla paura. Gli diventa più facile restringere le libertà, neutralizzare e disperdere il dissenso, pur esibendo ancora agli occhi dei popoli i simulacri delle vecchie costituzioni. Come diceva il maiale Napoleone nella Fattoria degli animali di Orwell: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». E oggi i governanti sembrano dirci: «Tutte le libertà sono in vigore, ma alcune sono meno vigenti delle altre».
Il prezzo da pagare può essere altissimo. Il preavviso passa attraverso i secoli e ci viene da uno dei padri costituenti degli Stati Uniti d'America, Benjamin Franklin: «chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza».
Il libro che avete in mano ricostruisce una serie impressionante di vicende diverse, attribuibili a differenti Stati e legate a circostanze storiche non sempre connesse direttamente fra di loro, ma accomunate da un metodo che sembra essere uno strumento essenziale della moderna "arte di governo". Enrica Perucchietti entra in dettaglio sui misteri e le scoperte che rivelano da un'altra prospettiva decine di incidenti militari, attentati, azioni terroristiche: di fronte a tanti gialli politici per i quali i governi forniscono su due piedi spiegazioni piatte, sprovviste di profondità, riduttive, banali, riferite a killer solitari e a gruppi isolati che non godrebbero di indecenti connivenze dentro gli apparati dello Stato fra chi potrebbe bloccarli, l'autrice del saggio fa invece affiorare indizi, prove, collegamenti clamorosi, fino a raccontare le storie che la censura di tipo moderno aveva eclissato in mezzo alla sua immensa produzione di notizie inutili.
Perciò viene citato regolarmente il saggista statunitense Webster Tarpley, che ha coniato un concetto efficacissimo per descrivere questo sistema, ossia «terrorismo sintetico», che altro non è che «il mezzo con cui le oligarchie scatenano contro i popoli guerre segrete, che sarebbe impossibile fare apertamente. L'oligarchia, a sua volta, ha sempre lo stesso programma politico […] Il programma dell'oligarchia è di perpetuare l'oligarchia».
In tante pagine il vostro sguardo potrà posarsi su un secolo intero di vicende storiche innescate o favorite dalle flase flag, fino a notare come queste diventino sempre più numerose. Episodi più lontani nel tempo, come l'affondamento del Lusitania, l'incendio del Reichstag, l'incidente del Tonchino, diventano - decennio dopo decennio - una prassi rodata e frequente, che si moltiplica nel corso degli ultimi 15 anni.
E cosa ha inaugurato quest'ultimo periodo? Esattamente la più spettacolare e visionaria delle false flag, lo scenario apocalittico dell'11 settembre 2001.
Quel che è venuto dopo - ossia la "guerra infinita", la "guerra al terrorismo", lo spionaggio totalitario coperto dal Patriot Act e altre leggi liberticide - una volta illuminato dalla luce terribile dell'11/9, si è avvalso di una sorta di "terapia di mantenimento" a base di attentati piccoli e grandi, perpetrati da gruppi di terroristi presso i quali sono sempre riconoscibili l'ombra e l'impronta dei servizi segreti.
I servizi segreti sono il grande convitato di pietra, sempre più ingombrante eppure ancora sottovalutato nelle analisi politiche, storiche e giornalistiche. Anche se gli apparati di intelligence sono formalmente subordinati al potere politico ed esecutivo, hanno risorse enormi in grado di sfuggire ai deboli criteri di trasparenza che possono mettere in campo le eventuali commissioni parlamentari di controllo. Pertanto sono capaci di costruire reti di interessi che in tutta autonomia possono condizionare sia l'agenda politica sia l'agenda dei media. Settori interi di questi servizi giocano partite autosufficienti grazie a budget incontrollabili ed enormi, in grado di mettere in campo forze pervasive.
All'interno di quello che certi politologi definiscono "lo Stato profondo" esistono settori ombra del governo, dotati di proprie catene di comando presso le forze armate, di budget non rendicontabili che uniscono risorse pubbliche e autofinanziamento in simbiosi con le attività criminali delle mafie, provvisti di idee proprie in merito al modo di intendere l’interesse nazionale, portati a costruire ogni tipo di rapporto con gruppi terroristici che poi manovrano con "leve lunghe" e irriconoscibili.
Le attività sono organizzate e adempiute mascherando ogni responsabilità riconducibile ai governi, tanto che immense risorse sono spese per depistare e neutralizzare le eventuali scoperte con il noto principio della «plausible deniability», ossia la smentita plausibile.
Ove rimanesse ancora una notizia impossibile da smentire, la si potrà disinnescare grazie all'immenso arbitrio in mano ai dirigenti dei media più importanti, che hanno mille intrecci con il mondo dei servizi. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, che ha a lungo lavorato per la «Frankfurter Allgemeine Zeitung», uno dei principali quotidiani tedeschi, ha scritto un saggio bestseller, Gekaufte Journalisten ["Giornalisti venduti"], in cui rivela che per molti anni la CIA lo aveva pagato per manipolare le notizie, e che questa è la consuetudine ancora attuale nei media germanici. Tutto fa pensare che la consuetudine sia identica anche altrove. Di certo non leggerete su «la Repubblica» una recensione sul libro di Ulfkotte, mentre leggerete le geremiadi dei suoi editorialisti su dove andremo a finire con questi complottisti, signora mia...
Come spiegarsi altrimenti il silenzio che circonda certe notizie, che vengono pur date per salvarsi la coscienza, ma non hanno un prosieguo, una campagna di inchieste, nessun impegno? Eppure perfino Human Rights Watch (HRW) ha denunciato: «L'agenzia FBI pagava dei musulmani per compiere attentati». Secondo un'indagine su 27 processi e 215 interviste, l'agenzia di intelligence interna americana «ha creato dei terroristi sollecitando i loro obiettivi ad agire e compiere atti di terrorismo».
Notare bene: «creato dei terroristi». In che modo?
«In molti casi il governo, usando i suoi informatori, ha sviluppato falsi complotti terroristici, persuadendo e in alcuni casi facendo pressione su individui, per farli partecipare e fornire risorse per attentati», scrive HRW. Per l'organizzazione, metà dei casi esaminati fa parte di operazioni portate avanti con l'inganno e nel 30% dei casi un agente sotto copertura ha giocato un ruolo attivo nel complotto. «Agli americani è stato detto che il loro governo veglia sulla loro sicurezza prevenendo e perseguendo il terrorismo all'interno degli Stati Uniti», ha detto Andrea Prasow, vice direttore di HRW a Washington. «Ma se si osserva da vicino si scopre che molte di queste persone non avrebbero mai commesso crimini se non fossero state incoraggiate da agenti federali, a volte anche pagate». La notizia, se non la vogliamo ignorare, è semplice e terribile: gran parte degli attentati terroristici sul suolo USA sono indotti dalla stessa organizzazione che li dovrebbe combattere, cioè l'FBI.
Gli organi di informazione che hanno lasciato appesa al nulla questa notizia impressionante, sono gli stessi che per anni - ad ogni attentato avvenuto o sventato - avevano ripetuto i comunicati dell'FBI senza chiedere spiegazioni. Queste veline diventavano titoli urlati in prima pagina, notizie di apertura dei telegiornali. Quando la verità emerge, spesso molti anni dopo, non gode certo degli stessi spazi, rimanendo confinata in qualche insignificante pagina interna, in taglio basso. Chi aveva voluto raggiungere un certo effetto con i titoli cubitali, lo aveva già ottenuto. Resta viceversa la prima impressione dell'allarme, quando l'annuncio strillato e falso si deposita nella coscienza di lettori e spettatori. Ed è per responsabilità di questa informazione - che si è curata solo di aizzare (quando gli è stato comandato), o di "sopire e troncare" (quando era comodo) - che ogni giorno ci è stato depredato un pezzo di libertà, di sovranità, e infine imposto lo spionaggio totalitario della NSA, l'agenzia che perfino di ciascun lettore di questo libro, in nome della sicurezza, possiede tutte le tracce delle sue comunicazioni, tutte le e-mail, i suoi orientamenti, i segreti personali. Ed è naturalmente in grado di ricattare ogni politico-maggiordomo occidentale, esposto al tempismo di qualche scandalo che lo potrebbe colpire e affondare se dovesse ribellarsi ai padroni dei segreti.
Enrica Perucchietti ricompone un vasto mosaico di "false flag" che nell'insieme disegnano un allarme sicurezza permanente che ha fatto da base giuridica e premessa politica delle guerre di aggressione intraprese dal 2001 in poi, nonché delle leggi che hanno consentito lo spionaggio di massa indiscriminato oltre ad aver reintrodotto gli arresti extralegali assieme alla tortura.
In questo quadro emerge chiaramente che il terrorismo sintetico è un'interminabile catena di azioni in cui gli attori hanno sempre il fiato sul collo dell'intelligence, che li manipola per i propri fini.
Quel che nel senso comune si chiama terrorismo è in prevalenza una forma di manipolazione di massa, coperta da entità statali e usata con l'accordo dei pochi proprietari della quasi totalità dei media mainstream, i quali sono adibiti a organizzare a comando gli isterismi collettivi e a rinfrescare la paura, ricordando certe vittime innocenti e dimenticandone altre.
Nel saggio si sottolinea ad esempio come ci sia una notevole compartecipazione tra servizi segreti e gruppi islamisti, compresa l'ISIS/Daesh.
Enrica Perucchietti pone la domanda che nella maggior parte dei nostri media è tabù: «Spuntando dal nulla nel giro di pochi mesi, l’ISIS si è assicurata un gran numero di risorse, armi, attrezzature multimediali high-tech e specialisti in propaganda. Da dove provengono i soldi e le tecniche di guerriglia?».
L’ISIS, cioè lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Siria), è uno stato-non-stato che nel costituire per definizione un’entità terrorista si prende il “diritto” di non attenersi ad alcuna legalità, come se fossero i corsari dei giorni nostri. Nell'epoca dei paradossi, gli USA - con buone ragioni - definiscono l'ISIS e altre organizzazioni della galassia jihadista come “organizzazioni terroriste”; ma quando sentiamo vecchi astri della politica imperiale statunitense come Zbignew Brzezinski e John McCain definire i jihadisti come "i nostri asset", sembra quasi che definirli terroristi implichi proprio il diritto-dovere di essere terroristi. Catalogarli così somiglia quasi a una "lettera di corsa" da parte della superpotenza nordamericana, simile a quelle autorizzazioni con cui le potenze di un tempo abilitavano i corsari ad attaccare e razziare navi di altre potenze.
Mentre i soldati "normali" sarebbero in una certa misura esposti al dovere di rispettare le Convenzioni di Ginevra e altri elementi del diritto internazionale, i terroristi/corsari, viceversa, costituiscono una legione che infrange questi limiti nascondendo la catena delle responsabilità. Quelli dell'ISIS condividono valori oscurantisti e l'uso delle decapitazioni con la dinastia saudita che li appoggia e foraggia. Ma siccome l'Arabia Saudita è «un'ISIS che ce l'ha fatta» - come dice il «New York Times» - il ruolo della canaglia rimane comodamente attaccato solo alla manovalanza di assassini che si rifà al jihadismo, senza estendersi ai mandanti occulti.
Ma poi è arrivato l'intervento in Siria dell'aeronautica russa.
Gli aerei di Mosca hanno distrutto quasi tutte le migliaia di autobotti con cui il petrolio razziato dai nuovi corsari veniva smerciato in un paese NATO, la Turchia, proprio con il consenso di Ankara (altro grande sponsor dell'ISIS). La mossa strategica di Mosca ha perciò aperto una nuova fase che spinge molti paesi a porsi un semplice problema: che rapporto devo avere adesso con la Russia di Vladimir Putin, ora che i miei alibi sono stati bruciati? Non è un caso che dopo l'intervento russo gli attentati jihadisti, con tutto il loro tipico fumo di false flag, si stiano intensificando drammaticamente, aumentando la pressione e il ricatto sui sistemi politici di mezzo mondo e mostrandosi come una presenza ormai permanente della scacchiera internazionale. Una scacchiera che possono demolire.
Sarebbe il momento giusto per fare chiarezza, ma le istituzioni si chiudono a riccio, come nel caso dell'inchiesta sulla strage di Charlie Hebdo: mentre emergevano particolari inquietanti su quell'attentato e i suoi torbidi contorni, il ministro degli interni francese, Cazeneuve, ha deciso che l'inchiesta doveva essere subito insabbiata. Perché? “Segreto militare”. Il che implica - come il lettore vedrà poi in dettaglio in questo saggio - che l'evento terroristico, ancora una volta, andava oltre l'attentato "islamico", perché erano coinvolti organi di Stato che agivano da complici, se non da pianificatori dell’atto, corresponsabili quindi di un delitto che sacrificava propri cittadini. Le nuove norme eccezionali approvate in Francia si presentano come l'annuncio di una tendenza generale, e già ci sono le avvisaglie del fatto che queste norme saranno usate per restringere le libertà e i diritti, ad esempio di lavoratori o cittadini che manifestino per rivendicare migliori condizioni di vita.
Gran parte degli intellettuali - freschi reduci di un'indigestione retorica di "Je suis Charlie" - non leva una sola voce contro le restrizioni della libertà, nemmeno quando toccano in modo massiccio un paese NATO come la Turchia, che ha praticamente schiacciato un'intera generazione di giornalisti che osavano indagare sulle complicità del governo con il terrorismo. Per colmo, accusandoli di terrorismo.

Occorre un risveglio intellettuale e morale che accompagni un rinnovamento politico, occorre spostare il pendolo del potere dalle istituzioni modellate dall'«eccezione» e dalla paura verso le istituzioni ispirate alla sovranità popolare e alla corretta informazione. Smascherare il sistema fondato sulle false flag non è una condizione sufficiente per questo risveglio (che ha bisogno anche di coraggio e partecipazione di massa). Ma rivelare ai molti cittadini obnubilati dalla bolla mediatica dominante la verità sugli inganni che hanno subito è una condizione necessaria per difendere e ampliare le proprie libertà.  Questo è un buon punto di partenza.


Il formato ebook:

4 febbraio 2016

Siria: ISIS & Co. perdono terreno, i loro sponsor scappano da Ginevra

di Pino Cabras.


Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=6072.

Mentre i negoziati sulla Siria a Ginevra vengono congelati per le prossime settimane, sul terreno di battaglia la controffensiva di Damasco va avanti.
Le forze governative siriane hanno vinto una battaglia importante: hanno rotto l'assedio delle cittadine di Nubbul e e Al-Zahraa, nel distretto settentrionale di Aleppo, dopo tre anni di accerchiamento da parte dell'ISIS. Il tutto accade pochi giorni dopo la riconquista a sud di Shaykh Miskin e a nord di Rabia (nella regione di Latakia).

L’operazione militare – preparata da tre mesi - non solo chiude una situazione drammatica per circa 30 mila abitanti, ma taglia una linea di rifornimento ai terroristi dell'ISIS. L’esercito di Damasco si avvicina al confine turco, che si trova a 20 km dall'area liberata. Questa vittoria interrompe per l’ISIS anche la strada che va da Aleppo alla cosiddetta capitale del Califfato, Raqqah.

La rottura dell’assedio taglia quasi tutte le linee di rifornimento dalla Turchia che alimentavano i terroristi della zona di Aleppo. Per i gruppi armati in zona è un crollo strategico. I miliziani libanesi di Hezbollah, alleati dell’esercito siriano, intercettano le comunicazioni tra i combattenti dell'ISIS e di Al-Nusra mentre si sbandano disorientati a migliaia. Ora Damasco può pensare a liberare Aleppo, ancora una volta con l’aiuto dell’aviazione russa, che da settembre in qua ha cambiato i rapporti di forza in Siria. Vicino ad Aleppo i jihadisti sono geograficamente rinchiusi in una sacca che li espone a un’imminente catastrofe militare.

Non è un caso che proprio ora il segretario di Stato statunitense, Kerry, dica a Mosca “fermate gli attacchi aerei”. Prevedibile la risposta del ministro degli esteri russo, Lavrov: un secco “NO”. Le basi dei negoziati di Ginevra sono cambiate radicalmente ed è prevedibile che cambieranno ancora nelle prossime settimane, perché stanno cadendo le carte che avevano in mano i nemici di Bashar al-Assad. Vedremo se saranno giocate nuove carte.


Pino Cabras.
Hanno collaborato Talal Khrais (Beirut), Mohammad Eid (Damasco), Shadi Martak (Aleppo).

21 dicembre 2015

La guerra dei media in Europa e in Medio Oriente

Pandoratv.it

C’è un Islam che lotta strenuamente contro l’ISIS. Muore in battaglia e produce un nuovo giornalismo, come la TV libanese di Hezbollah, Al Manar. L’Arabia Saudita l’ha voluta oscurare dal satellite Arabsat.
Ma prima ancora questa TV l’avevano già oscurata gli europei con Eutelsat.
Al Manar mi ha intervistato in proposito.



Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5342.

14 dicembre 2015

Barbara Honegger – “Dietro la cortina di fumo”

da PandoraTV.

Barbara Honegger ha lavorato all’interno dell’Amministrazione USA e poi come giornalista investigativa esperta di questioni militari, sempre a contatto con la stampa di casa al Pentagono. In occasione del ‘Convegno contro la Guerra per un’Italia neutrale per un’Europa indipendente’, tenutosi a Roma il 20 ottobre 2015, ha rilasciato un’intervista a Pandora TV. 

Le ho chiesto di introdurre i temi principali del suo film ‘Behind The Smoke Curtain: What Happened at the Pentagon on 9/11, and What Didn’t, and Why it Matters’ (‘Dietro la cortina di fumo, cosa accadde al Pentagono l’11/9 e cosa non accadde, e perché conta’, ndt). Fra i temi affrontati, le tante esercitazioni militari che riproducevano fedelmente proprio quel che stava accadendo. 



 Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5289


3 settembre 2015

L'Europa alla prima spiaggia

Pandora TV.


La foto del bimbo profugo morto in spiaggia ispira una tardiva indignazione di molti media e politici. Gli stessi che dicono “facciamo qualcosa”, non fecero "qualcosa" quando l’Europa e gli USA provocavano le guerre all’origine delle tragedie migratorie.
I fatti del 1989-1991, con il crollo del sistema sovietico, ebbero come con-causa scatenante una crisi di flussi migratori certamente molto diversa da quella attuale per origine, motivi e composizione, ma simile per forza d’urto.
Se la pressione continuerà in questi prossimi mesi (e continuerà) l’Europa ne risulterà ancora una volta cambiata.

http://www.pandoratv.it/?p=3936


2 giugno 2015

Hezbollah: battaglia per difendere la civiltà

La guerra all'ISIS e la polveriera Libano. 
Hassan Nasrallah denuncia: lo Stato islamico uccide i diversi. 

Mia corrispondenza dal Libano  in esclusiva per PandoraTV.it



Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=3427.


25 maggio 2015

Leader di Hezbollah: guerra senza quartiere all'ISIS


Pino Cabras

In un drammatico discorso, Nasrallah fa appello a combattere con ogni mezzo un pericolo di portata globale. La polveriera Libano sull'orlo tra pace e guerra.

NABATIYE (Sud Libano) - Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, il movimento sciita che esattamente 15 anni fa ha sconfitto l'occupante israeliano in Libano, oggi dichiara guerra all'ISIS, considerato il nemico principale e più insidioso. Ascolto il suo drammatico discorso - teletrasmesso su un maxischermo davanti a un grande spiazzo al centro di Nabatiye, in quel Libano del Sud dove il Partito di Dio è una sorta di Stato nello Stato – e osservo le reazioni delle migliaia di militanti presenti al comizio della Festa della Liberazione: le parole del loro segretario generale e leader carismatico fanno breccia, sono tutti pronti alla nuova fase della guerra. Come vedremo, il discorso di Nasrallah avrà importanti implicazioni internazionali, e annuncia di fatto un impegno delle sue addestratissime forze militari in un raggio molto più vasto rispetto ad oggi. Si allarga cioè la sfera territoriale entro cui Hezbollah giocherà la partita della sicurezza del Libano, e la sua presenza nella guerra siriana non si limiterà al confine libanese, perché tutta la Siria sarà considerata decisiva per il futuro del Paese dei Cedri. Nasrallah fa appello a sostenere in modo nuovo e più intenso il presidente siriano Assad.

Prima di raggiungere Nabatye, faccio un lungo giro nel Libano meridionale accompagnato dal giornalista libanese Talal Khrais, attivo esponente dell'Associazione Assadakah. Il paesaggio che osservo – essendo modellato dall'Uomo – riesce a “parlare” e manda un messaggio chiarissimo: questa terra è in pieno boom economico. Oltrepasso i borghi e i paesi, uno dopo l'altro, punteggiati ciascuno da piccole imprese edili, cantieri, piazzali che ospitano un'infinità di macchine movimento terra. Ovunque un'impressionante espansione edilizia, con ville, palazzine, case di ogni tipo, molte ben rifinite, altre nello stile del “Non-Finito mediterraneo”, con blocchetti a vista, piani inconclusi e pilastri nudi pronti per futuri innalzamenti. Dal 1982 al 2000, tutti questi centri abitati erano continuamente martoriati dai tiri d'artiglieria della forza occupante. In cima alle colline e montagne che si aprono su valli e panorami a perdita d'occhio, si trovavano infatti le numerose postazioni israeliane, che apparivano una forza soverchiante. Quando la Resistenza sloggiò gli israeliani, le troppe macerie rendevano difficile immaginare ricostruzione e rinascita. Invece la rinascita c'è stata, ha attirato capitali, ha ricostruito ogni ponte, anche quelli distrutti per 34 giorni dall'aeronautica di Tel Aviv nel 2006, prima di una nuova sconfitta strategica di Israele.
Solo una comunità che ha una fede sicura nel proprio futuro può rifabbricarsi il paesaggio con tanta convinzione, a pochi passi da uno degli eserciti più forti del pianeta. Impossibile non notarlo. Hezbollah e il suo popolo hanno accresciuto la fiducia nei propri mezzi. Celebrano la vittoria non solo nei giorni dedicati, ma tutto l'anno.
Visito il Museo della Resistenza a Mleeta, e trovo lo scatto: faccio una foto a tre bimbi sorridenti che occupano la torretta di quello che un tempo fu un temibile carro armato israeliano (a sua volta sottratto agli egiziani), prima di diventare il trofeo di un parco a tema che attira 15mila visitatori al mese.


Il responsabile media del museo annuncia che quel luogo, dove si trovano gli ingegnosi e lunghi tunnel presso cui si organizzava la Resistenza, sarà un polo turistico con alberghi e funivia. Un altro segnale che il mondo di Hezbollah ha ambizioni di egemonia culturale che allungano il raggio d'influenza ben oltre il Libano. Avvicino alcuni giovani che armeggiano con un drone nel piazzale del museo. Mi raccontano che sono studenti di ingegneria. Forse vogliono unirsi agli altri mille ingegneri che in pochi anni hanno fatto fare a Hezbollah un balzo tecnologico impressionante: in materia di droni non hanno ormai nessun timore reverenziale nei confronti di nessuno. I ragazzi mi spiegano che quel drone può portare un salvagente a un bagnante che rischia di annegare. Ottimo uso civile. Ma i loro fratelli maggiori hanno forgiato una varietà di droni con una gamma di usi sofisticati in campo militare.
Proprio un drone con una telecamera vola sopra la mia testa durante il comizio di Nasrallah, mentre riprende le migliaia di bandiere gialle che si agitano festanti. C'è allegria in giro, ma contrasta con la sostanza di uno dei discorsi più inquieti che una personalità politica abbia pronunciato negli ultimi anni.
Nasrallah fa una cronistoria, per spiegare come si è giunti alla liberazione. Per lui la sostanza partiva da questo: occorreva credere, aver fede nella vittoria. «Eppure all'inizio tutti i media ci erano contro» - spiega Nasrallah - «tanto che molti parlavano di Israele come di un possibile alleato, oppure, anche nei casi migliori, come un'entità da non combattere per evitare rappresaglie più gravi, ritenendoci responsabili delle conseguenze decise dal Nemico», per non parlare dei casi di chi era favorevole all'occupazione. Nella lista dei comportamenti libanesi, Nasrallah non si dimentica dei partiti laici che invece furono subito schierati nell'iniziare la resistenza. «Una resistenza difficilissima» – ricorda il leader di Hezbollah - «contro un esercito di centomila soldati (oltre ai loro complici). Ora tutti i libanesi sanno che la pace di oggi è frutto della resistenza. E conta la sua qualità. L'alleanza fra popolo, resistenza ed esercito ha fatto capire a Israele che davanti a sé ha solo porte chiuse, in Libano. L'eco di questa vittoria è arrivato ovunque anche fuori dal Libano».
Nasrallah prosegue affinando i toni sugli aspetti politici più delicati del suo Paese, rivendicando per il suo movimento il merito di essere stato clemente con chi aveva ostacolato la resistenza, in modo da saldarsi politicamente a gran parte dei libanesi. «Oggi siamo liberi e vedo che anche gli sguardi di coloro che vivono più vicino al confine sono fieri». Non dimentica chi ha aiutato il movimento, Iran e Siria.
Pericolo scampato, dunque? Niente affatto. Nasrallah passa a un tono più grave.
«Oggi la storia si ripete, ma con un nuovo piano in grado di destabilizzare l'intera Regione. È quello che stiamo vedendo ogni giorno con le orribili azioni dei salafiti takfiristi». È la definizione con cui Nasrallah accomuna Daesh (ossia l'ISIS), al-Nusra e al-Qa'ida. Si riferisce anche ai 400 civili uccisi ieri dall'ISIS a Palmira, dipendenti pubblici e loro familiari, bambini compresi, tutti allineati nelle strade, molti decapitati. Nelle parole del leader traspare una dolorosa ironia: «Noi avevamo già visto per tempo, qual era il piano di questi elementi, Non certo il piano che elabora un istituto di ricerca, ma un programma che uccide, un'organizzazione che agisce in Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Libia, Nigeria, e ora in Arabia Saudita, ovunque. E ora, che fare? In Libano in troppi mettono la testa sotto la sabbia, così come facevano con Israele. Questo è un nuovo e più grande pericolo».
Le parole contro ISIS e simili diventano roventi. Hassan Nasrallah alza la voce: «Questa è un'entità che elimina fisicamente ciò che è proprio dell'Uomo, persino più del colonialismo. Guardate a quel che succede in Iraq: chi non si sottomette viene trucidato, chi è diverso, perché cristiano, yazida, sciita o perché ha un'idea diversa, viene ucciso. Uccidono i diversi, a migliaia come se fosse una cosa da nulla, anche mentre io vi sto parlando. Arrivano a combattersi persino fra di loro, quando si scontrano con una visione diversa delle cose. È un pericolo globale. Basta nascondere la testa sotto la sabbia!»
A questo punto si comprende meglio l'insistenza sulla premessa storica, sulle prime reazioni all'occupazione israeliana: «Ci sono quelli che non si schierano, e sperano così di salvarsi con il silenzio. Ma non saranno risparmiati! Non hanno capito nulla. Leggete i comunicati di queste organizzazioni salafite. Hanno giudici che comminano condanne a morte senza aver letto mai un rigo di un codice. Eppure la coalizione Movimento Futuro (il partito a base sunnita di Saad Hariri, ndr) non vuole contestarli. Allora chiedo a loro e ai cristiani. Chi può salvare le vostre chiese, le vostre moschee, i vostri simboli, le vostre stesse genti? Forse i vostri leader?»
Nasrallah rivolge un appello accorato a tutte le 18 comunità che compongono il fragile mosaico libanese. Anche qui i toni politici si adattano a una materia delicata: «noi non siamo laici, certo, ma dal profondo del cuore vi dico: siamo realisti. Affrontiamo la situazione». Contando in primo luogo sui libanesi.
Fidarsi degli USA? Il no del leader di Hezbollah è netto: «gli Stati Uniti prendono in giro tutti. Ci distruggono e ci logorano. Pensate all'Iraq. Ormai Daesh minaccia Baghdad. Cos'ha fatto la coalizione a guida statunitense? Se contiamo le loro incursioni ad oggi, Israele ne fecce il doppio in un solo mese, nel 2006. Gli USA hanno la possibilità di vedere ogni singolo movimento dei pickup che vanno avanti e indietro in vasti territori, e non fanno nulla. Chi aspetta gli Stati Uniti non va da nessuna parte.»
Rimane da capire chi sostiene l'ISIS. L'elenco di Nasrallah comprende chi li esalta in TV e chi compra da loro il petrolio di contrabbando. Non fa nomi, ma saranno i soliti noti. Di chi fidarsi, allora? «Dobbiamo contare su di noi e cercare i veri amici, accettare l'aiuto dalla Repubblica islamica dell'Iran e dai movimenti popolari».
Ma perché questa battaglia è così importante? «È una battaglia esistenziale. È una battaglia per sopravvivere. Di fronte a pericoli gravi, ovunque nel mondo, maggioranze e minoranze, governo e opposizione, forze diverse fra loro fanno i governi di unità nazionale. Occorre uscire dal dubbio, ognuno si assuma la responsabilità», scandisce Nasrallah, che aggiunge: «In molti temono che Assad vinca, ma sono i suoi nemici quelli da temere. Se l'ISIS penetra in Libano, siete in grado di garantire la sicurezza della popolazione? Questo forse significa fare pressioni sull'esercito libanese? No, è un appello alla responsabilità».
Pochi giorni fa Hezbollah ha riportato una grande vittoria in Siria nelle alture di Qalamoun. Nasrallah annuncia che l'operazione di Qalamoun continuerà per garantire la sicurezza comune di Libano e Siria. C'è poi una città nel nordest del Libano, Arsal, «dove avvengono fatti tremendi, e si applica la pena di morte anche per questioni sessuali». Nasrallah, dichiara che Hezbollah è pronto ad aiutarli, ma è lo Stato libanese che deve fare la sua parte. Di fronte a un'inerzia che perdurasse nel caso che i takfiristi dilagassero nei dintorni della città e nella valle della Bekaa, Hezbollah romperebbe gli indugi, e non si farebbe frenare dalle forze politiche che temono che sia la scusa per innescare conflitti confessionali. Il punto invece è: «noi non accettiamo invasioni, occorre dare l'esempio e possiamo vincere.» Intervenendo dove c'è un pericolo esistenziale. Che viene visto anche per l'intervento in Siria, dove la chiave della vittoria non può risiedere solo nell'esercito siriano, ma in una reazione popolare che porti le tribù sunnite a schierarsi contro l'ISIS e gli altri estremisti. Se l'esercito si salda con le istanze popolari, succede come in Yemen, «dove l'attacco saudita fallisce perché c'è identità di obiettivi fra esercito yemenita e popolo».
Nasrallah fa appello affinché non si ripropongano anche per l'ISIS gli effetti del “divide et impera” in stile israeliano. «Trascurare questo pericolo e restare divisi sarebbe un errore strategico con gravi conseguenze storiche. Pensate se si fosse affrontato l'ISIS un anno fa. Non saremmo all'attuale disastro. Invece hanno consentito loro di comprare armamenti, vendere petrolio, addestrare in campi i combattenti, indisturbati. Chi ha taciuto a lungo sulla Siria, solo ora scopre Palmira».
Qui viene il salto di qualità drammatico a cui è pronto il leader di Hezbollah: «siamo presenti in Siria e lo saremo in tutta la Siria, ovunque lo si richieda». Dunque non solo al confine libanese.
E anche altrove. Nasrallah cita le condizioni diplomatiche per fare cessare l'aggressione saudita allo Yemen e gli scontri interni in Bahrein. Dichiara che non dimentica certo Israele, ma Hezbollah ha una capacità dissuasiva che permette di concentrarsi su quello che il leader definisce ormai “Nemico principale”, l'ISIS, a partire dalla Siria: «Nel 2011 dicevano che la caduta del regime era imminente, ma c'è ancora. Dobbiamo aver fede e contare sulla nostra mente, così sconfiggeremo il piano dei takfiristi».
Questo richiamo alla mente non è nuovo in Nasrallah. Già la lotta di Liberazione l'aveva definita come “guerra delle menti”, una definizione curiosamente simile a quella che alcuni dei più spregiudicati teorici militari USA avevano usato tempo fa per un nuovo modello di guerra psicologica: “mind war”. In Nasrallah riveste anche una connotazione legata alla spiritualità religiosa, che ha un peso e una forza che dovranno saper valutare tutti coloro che vogliono che l'ISIS sia sconfitto davvero.
In Libano si addensano grandi nubi. La guerra siriana ha scaricato in pochi anni su un paese di 4,2 milioni di persone una bomba di 1,5 milioni di profughi. In proporzione, è come se in Italia nel giro di due anni si aggiungessero oltre 21 milioni di rifugiati da accudire, nutrire, alloggiare, accampare.
Basterebbe che solo una piccola percentuale di questi disperati sia reclutata con le ingenti risorse di chi finanzia l'ISIS, e il Libano esploderebbe come una grossa polveriera, e anche il Medio Oriente.
Nasrallah dichiara che le nuove battaglie costeranno “sacrifici e martiri”. Noi dobbiamo sapere che quelle battaglie ci coinvolgeranno, e dovremo saper scegliere gli alleati possibili, imparando a conoscerli. Non ha soluzioni una guerra all'ISIS che non ricomprenda Hezbollah e i suoi alleati. La folla che lascia Nabatye alla spicciolata conservando nonostante tutto l'aspetto di chi partecipa a una festa popolare qualsiasi, non è gente qualsiasi. Si tratta di combattenti estremamente determinati.