2 marzo 2017
Il potere fabbrica le vere fake news
9 aprile 2014
Siria: Linea Rossa e Linea dei Ratti
Sulle pagine de la Repubblica del 9 aprile 2014 si può leggere la traduzione di una clamorosa inchiesta del grande giornalista investigativo Seymour Hersh, appena pubblicata dalla London Review of Books. I lettori della grande corazzata di De Benedetti potranno leggere soltanto oggi quel che i lettori del nostro piccolo motoscafo pirata hanno potuto leggere già nel 2013 in decine di articoli: l'attacco chimico dello scorso agosto nell’area siriana della Ghouta, alle porte di Damasco, fu un complotto ordito per dare il pretesto a un intervento in Siria degli USA e di altri paesi NATO. Il governo siriano non aveva affatto causato quella strage.
Armi chimiche in Siria: un nuovo caso Tonchino?
6 febbraio 2012
Megachip: Cambiare, organizzarci, studiare, partecipare
Una novità che mi riguarda:
di Pino Cabras - da Megachip.
15 ottobre 2009
Consegnato ai magistrati il papello di Riina
da Megachip 
Palermo. Sarebbe stato consegnato da Massimo Ciancimino il famoso papello di Riina ai magistrati di Palermo. Sembrava una leggenda invece il foglio contenente le richieste che il capo di Cosa Nostra nel 1992 avanzò allo Stato in cambio della fine della strategia stragista, è ora una realtà oggettiva. Già questa mattina il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, durante un dibattito contro la mafia organizzato dagli studenti di sinistra, al polo di scienze politiche dell'Università di Firenze, aveva accennato all’ ipotesi che presto la Procura ne sarebbe venuta in possesso. Ora finalmente il “papello” sarebbe negli uffici giudiziari di Palermo disponibile al vaglio degli inquirenti. Se autenticato il documento tanto atteso potrebbe mettere in discussione molte delle versioni fornite dai vari soggetti che al tempo erano venuti a conoscenza della trattativa e rappresentare davvero una svolta nella ricerca della verità sulle stragi. A parlare per primo del “papello” era stato il pentito Giovanni Brusca il 13 gennaio 1998. Interrogato nel corso del processo di Firenze sulle stragi del ’93, il pentito aveva riferito dell’esistenza di una trattativa tra il capo di Cosa Nostra e lo Stato, intavolata dopo la strage di Capaci. Fu lo stesso capo di cosa nostra ad informarlo di quel dialogo .''Si sono fatti sotto – gli disse - gli ho presentato un 'papello' di richieste lungo cosi'”. Dodici istanze che avrebbero compreso una serie di agevolazioni per cosa nostra tra cui la revisione del Maxiprocesso, l’abolizione del carcere duro per i mafiosi, la revisione della legge sulla confisca dei beni, l’annullamento della legge sui pentiti ed altri ancora. Richieste che il capo di Cosa Nostra avrebbe inoltrato alle istituzioni dopo che il capitano del Ros dei carabinieri Giuseppe De Donno e il generale Mori avevano cercato con lui un dialogo con Riina attraverso la mediazione di Vito Ciancimino. Ora resta da stabilire chi oltre ai vertici del Ros aveva garantito questa negoziazione. Le ultime dichiarazioni dell’ex Ministro Martelli e la lunga audizione della dottoressa Liliana Ferraro, nel 1992 alla direzione del Ministero degli Affari Penali, durata quattro ore proprio nella giornata di oggi forse hanno già contribuito a fare chiarezza.
Tratto da: antimafiaduemila.com.
24 dicembre 2008
Le premonizioni della Grande Crisi
di Pino Cabras – da «Megachip»
Si sprecano le parole di sorpresa per la Grande Crisi in corso. Se ne parla il più delle volte come di un evento improvviso e imprevedibile.
In realtà c’era già chi riusciva a intravedere il tracollo, anche senza andare a spulciare le vecchie carte americane dei soliti ottimi Nouriel Roubini e Joseph Stiglitz. Prendiamo ad esempio il compianto Paolo Sylos Labini.
In un appassionato intervento a un convegno della Cgil nell’ormai lontano 2002 il grande economista italiano fece una lucida analisi sull'imminente indebolimento del dollaro e l’insostenibilità del debito pubblico e privato negli Stati Uniti. Una disamina ricca di dati precisi, cui corrispondevano analisi poi rivelatesi esatte. Un anno dopo, al momento di ripubblicare quell’opera, Sylos Labini scriveva: «esprimevo gravi preoccupazioni sulle prospettive dell’economia americana, che condiziona fortemente le economie degli altri paesi e, in particolare, quelle europee. La mia diagnosi fu giudicata da molti pessimista, ma i fatti, finora, mi hanno dato ragione. Oggi la mia diagnosi è ancora più pessimista, ma, giusta o sbagliata che sia, essa si fonda non su intuizioni o sul fiuto, bensì su un’analisi approfondita.» La chiave giusta di quello studio era proprio la profondità. Conviene leggerlo per intero, è una lettura veramente istruttiva: [QUI]
Contrariamente a quegli economisti-sacerdoti che in questi ultimi anni hanno officiato i riti e i dogmi neoliberisti, Sylos Labini usava la memoria plurisecolare delle scienze economiche, interessandosi ai cicli economici prosperi e a quelli recessivi o perfino depressivi del capitalismo: «Da almeno due anni avevo notato alcune rassomiglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella più grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America», ricordava Sylos Labini. « Il motore dello sviluppo ciclico è costituito dalle innovazioni: più sono importanti, più sono diffuse le occasioni di investimento che offrono e più dura la fase di prosperità. Al tempo stesso, però, sono più vigorose le ondate speculative, più frequenti sono gli errori dei manager e più crescono i debiti, le cui dimensioni, cessata la prosperità, condizionano la durata della crisi.»
Certo, Sylos Labini non era tanto di moda, nelle pagine economiche della nostra grande stampa, compresa quella economica.
Si preferiva dar retta ai signori del ‘rating’, quelli che ancora pochi giorni prima che Lehman Brothers sprofondasse nel gorgo dei debiti, quest’anno, le attribuivano uno sconsiderato AAA. Per loro era una bestemmia pensare che i manager potessero commettere errori, per giunta «più frequenti».
L’analogia con gli anni venti non finiva qui. L’altra grande affinità (dalle conseguenze enormi, ricordava Sylos Labini) era la disuguaglianza distributiva: «si indebolisce la domanda di beni di consumo e vengono alimentate le operazioni speculative e i debiti contratti per finanziarle.» Ecco le bolle speculative, che nel capitalismo di oggi diventano più grosse del PIL mondiale e si contagiano istantaneamente.
Sylos Labini non riteneva che quei debiti fossero una scatola nera misteriosa, da tralasciare. Rivendicava anzi la necessità di una «teoria dell’instabilità finanziaria fondata sull’indebitamento». Nel mondo bastava una mano a contare, oltre a lui, gli economisti che se ne occupavano. Ma era in ottima compagnia: fra questi c’era Paul Krugman, un signore che poi nel 2008 ha vinto il Nobel per l’Economia.
Al centro della riflessione era la nuova fabbrica dei debiti, gli Stati Uniti. L’insostenibilità dei tanti modi d’indebitarsi compresenti nel sistema statunitense, per i comuni cittadini come per il sistema-Paese, era evidente a uno sguardo attento. Il Nobel dell’economia Joseph Stiglitz lo faceva in qualche modo notare, ma rimaneva anche lui inascoltato. Stiglitz ricordava che nel gli USA prendevano a prestito dal resto del mondo oltre due miliardi di dollari al giorno: «è improbabile che si possa andare avanti così; […] rimane vero che qualsiasi cosa sia insostenibile non è sostenibile per sempre».
Il mainstream preferiva amplificare le enunciazioni autogratificanti dell’amministrazione Bush che vantavano una crescita economica sostenuta del prodotto interno lordo USA. Invece la qualità dell’occupazione era in decadimento, la produzione interna crollava e l’economia nel suo complesso si riorientava verso la guerra. Il debito con l’estero già da anni era a un livello critico, senza precedenti per un paese industrializzato. I giornali ignoravano perfino allarmi del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che vedevano in questa situazione – ad oggi precipitata – un serio pericolo per l’economia mondiale.
Non ammaestrati dalla crisi delle borse dopo la bolla della New Economy, i media riportavano acriticamente i comunicati trionfali diffusi a fine 2003 dal Dipartimento del Commercio USA, proprio nel momento in cui i tassi d’interesse erano minimi e partiva la bolla immobiliare, così come decollavano alla grande i fondi d’investimento che si portavano in pancia una finanza opaca e incomprensibile che rendeva illeggibili i rischi e i debiti, la finanza dei derivati e delle «posizioni su veicoli di investimento strutturati». Con un rialzo dell’8,2% del PIL per il terzo trimestre, si magnificava il fatto che il paese non avesse mai conosciuto una crescita così forte da 19 anni. La stampa salutava «il ritorno della crescita negli Stati Uniti».
Sylos Labini smontava già allora pezzo per pezzo questa euforia irresponsabile.
Alle osservazioni dell’economista possiamo aggiungere il nostro senno di poi. Intanto aumentava la disoccupazione. Ma soprattutto l’entusiasmo rimuoveva due questioni di eccezionale importanza. E cioè il fatto che le performance di crescita del PIL erano legate a una spirale d’indebitamento e a una riallocazione della enorme spesa pubblica in direzione del settore militare. L’incapacità operativa di fronte all’uragano Katrina – che nel 2005 spazzò via New Orleans – è uno dei più terribili sintomi di questa riallocazione delle priorità. Obama punterà molte carte sulla manutenzione. Aumenterà la domanda aggregata di beni e darà segni tangibili di cura del bene comune.
La base della crescita degli Stati Uniti prima del Grande Crollo borsistico del 2008 si è fondata finanziariamente sull’indebitamento. Mentre negli anni della presidenza di Bill Clinton si arrivò addirittura a un forte surplus, nel 2002, per la prima volta dal 1997 gli USA scontarono di nuovo un deficit di bilancio. Era all’1,5% nel 2002, al 3,5% nel 2003, al 4,2% nel 2004. L’aumento delle spese militari non si bilanciava nemmeno con i pesanti tagli sociali, come l’abbattimento del sistema di assistenza sanitaria Medicare. Negli ultimi mesi del 2008 questi parametri impazziscono. È come se si buttassero banconote dagli elicotteri. Il deficit schizza verso l’alto, la massa monetaria esplode, e per il momento viene accalappiata dalla più tipica “trappola della liquidità” keynesiana. Ma è una bomba a tempo.
Possiamo solo immaginare quale sarebbe stato lo sguardo di Sylos Labini di fronte al pauroso grafico che segue, che mostra l’aumento della base monetaria negli Stati Uniti a partire dalla prima guerra mondiale. Alti e bassi, com’è ovvio. Eppure mai - neanche durante la costosissima seconda guerra mondiale - la Federal Reserve aveva osato espandere la crescita della base monetaria a tassi del 300% su base annua, come è avvenuto nel 2008. Praticamente un asintoto.
Tutta questa immane massa di moneta resta oggi disperatamente congelata nei buoni del tesoro statunitensi. Poiché oggi questi buoni perdono meno rispetto ad investimenti alternativi, le banche li comprano, anche per mostrarsi meno avventuriste rispetto al passato. Il fatto è che se i buoni del tesoro a breve non rendono o addirittura fanno perdere qualcosa, tanto vale ricorrere al vecchio materasso: non guadagni interessi da una banconota, ma di sicuro non ne perdi. Nessuno presta denaro, e questo per ora si traduce in deflazione. Ma per quanto? L’acquisto dei titoli del debito pubblico statunitense è l’ennesima bolla, forse la più devastante delle “bolle atomiche”.
Nel corso del 2009 gli Stati Uniti per poter sperare di reggere in qualche modo dovranno emettere nuovi titoli per un valore di 2 trilioni (due milioni di milioni) di dollari. I compratori sono ormai pochi e stanno fuori dagli Stati Uniti. Pretenderanno che ci sia un certo rendimento. Ecco perché non è da escludere che si avvii la macchina trituratrice dell’inflazione, in grado di far collassare il sistema basato sul dollaro. Quando la bolla scoppierà potrà interagire con le altre terribili bolle compresenti e da tutti temute. Salteranno in aria gli hedge funds. Non potranno reggere molti soggetti finanziari che emettono carte di credito, per le troppe insolvenze dei debitori (un buco previsto con valori che oscillano intorno ai cento miliardi di dollari).
Non dimentichiamo che il valore nozionale dei derivati finanziari - ossia futures, options, swaps, tutta la materia cosiddetta “Over the Counter” (OTC) in gestione fuori dai bilanci supera varie volte il PIL di tutto il mondo.
Non parliamo dell’esplosione del debito estero. In questo quadro, un’anomalia pur gigantesca rischia di apparire poca cosa.
Le tendenze convergono dunque per l’indebitamento privato e per quello pubblico. Nel 2004, secondo l’Ufficio di Bilancio del Congresso, il debito avrebbe dovuto spingersi fino a 14mila miliardi entro il 2014. L’ex Ministro del Tesoro Paul O’Neill – oggi una figura molto critica nei confronti dell’amministrazione Bush, perfino sul punto dell’11 settembre – aveva fatto proiezioni ancora più pessimistiche. Tutte queste previsioni hanno avuto una brusca accelerazione.
È prevedibile che ancora per un po’, la “bolla estrema” riesca daccapo ad assorbire buona parte dell’extra-risparmio dei paesi con attivo delle partite correnti.
Fino al 2000 i risparmiatori del resto del mondo finanziavano la crescita degli investimenti americani. Dopo l’11 settembre la crescita dei consumi. Ora sono chiamati a finanziare la crescita dei debiti che tentano disperatamente di salvare il sistema in panico, mentre si prosciuga la possibilità di finanziare investimenti produttivi.
Se non si troveranno più acquirenti per questi titoli si stamperà moneta. Il famoso elicottero di Ben Bernanke che volteggerà a lanciare banconote su Main Street.
Un altro economista che non si era fatto ammaliare dal mainstream, lo statunitense Robert Freeman, nel 2004 – mentre osservava l’aumento eccessivo del debito che sormontava di gran lunga la solvibilità del paese – si chiedeva quali possibili strategie d’uscita avrebbe potuto usare l’amministrazione statunitense.
Sopra tutte le strategie, ciascuna con le sue specifiche controindicazioni (aumentare le imposte, stampare dollari, privatizzare gli asset nazionali e svenderli all’estero in un perfetto contrappasso del Washington Consensus, rifiutarsi di onorare i debiti secondo una sorta di ‘soluzione bolscevica’) Freeman vedeva una strategia più estrema: il saccheggio: «Quando il rimborso del debito di una nazione diviene così imponente che diventa impossibile rassicurare i creditori, questo paese deve cercare una qualche sorgente di ricchezza, non importa quale sia la fonte.»
Non dimentichiamo che la vera uscita dalla Grande Depressione avvenne con una guerra mondiale.
Nella brochure della UK Defence Conference, tenutasi a Londra il 10 settembre 2007, sul tema “Defence in 2020 and beyond” (La Difesa nel 2020 e oltre, ndt), il testo riassumeva le sfide affrontate – anche con errori – in materia di politica di Difesa, e proiettandosi sul 2020 lasciava cadere, come se niente fosse, la seguente frase: «Il Joint Doctrine and Concepts Centre delle forze armate britanniche prevede un collasso generale dell’ordine globale nel prossimo decennio, e altri pensatori strategici sono parimenti pessimistici.»
Il Joint Doctrine and Concepts Centre è l’organo più importante di pianificazione e valutazione preventiva delle forze armate del Regno Unito. Con una certa noncuranza ci ha informati sul fatto che i grandi strateghi intendono prepararsi al peggio.
Di sicuro c’è un senso paralizzante di attesa anche nei piani alti della finanza. In un’intervista a «El Pais» del 21 dicembre 2008, il governatore della Banca di Spagna, Miguel Ángel Fernández Ordóñez, lamenta che «la sfiducia è totale» e teme un collasso generale, nel momento in cui la velocità di circolazione della moneta è spaventosamente bassa.
Molti elementi portano a fare previsioni, ma non sono in gioco soltanto variabili strettamente finanziarie. Da sempre in molti raccomandano “Never Bet Against FED”, mai scommettere contro la banca centrale federale degli USA.
Allora torniamo all’opera di Paolo Sylos Labini. Era una critica competente dei difetti del sistema, ma conteneva molti apprezzabili elementi di prudenza che non spingevano la sua analisi sino a studiare la scena ancora ipotetica di un crollo sistemico. Esprimeva semmai un ragionamento sull’intervento pubblico, che avrebbe prodotto grandi risultati se fosse stato applicato per tempo. Abbiamo invece visto che l’improvvisa corsa allo statalismo da parte delle ex vestali del liberismo è stata disordinata e sbigottita.
Sylos Labini citava la prospettiva, deprimente, fatta da John Maynard Keynes nella sua Teoria generale, quando osservava che «una caratteristica preminente del sistema economico nel quale viviamo è che […] esso sembra capace di rimanere in una condizione cronica di attività inferiore al normale per un periodo considerevole, senza una tendenza decisa verso la ripresa o verso la rovina totale».
Quale soluzione pubblica, dunque? Per Sylos Labini «Il problema centrale, che a mio parere rende incerta e probabilmente lontana la ripresa, è quello dei debiti a lungo termine, ossia degli immobilizzi. Non credo che convenga riesumare la formula IRI, come pare voglia fare il Giappone. Forse bisognerà pensare a un’altra soluzione, in cui tuttavia l’intervento pubblico svolga pur sempre un ruolo di rilievo per rendere sostenibili i debiti a lungo termine, promuovendo attivamente, nello stesso tempo, misure per la ripresa. Si potrebbero ottenere effetti importanti attraverso un accordo fra i principali paesi industrializzati volto a stimolare l’espansione reciproca dei mercati: penso a una serie coordinata di trattati commerciali, che fra loro s’intarsino e promuovano una politica opposta a quella del protezionismo emulativo (beggar-my-neighbour policy), adottata dai paesi industrializzati negli anni Trenta e ripescata da Bush con le sue misure protezionistiche. Per uscire dalla crisi penso anche a misure di tipo keynesiano, con un forte aumento delle spese pubbliche in deficit e tagli fiscali.»
Ora, noi possiamo immaginare come una politica di questo tipo, sebbene sospinta dalla necessità, potrebbe essere resa inefficace dalle strutture corrotte del potere di un paese come l’Italia, in deficit di morale e perciò segnato in troppe sue fibre da amoralità, immoralità e demoralizzazione.
Sylos Labini ricordava che comunque era necessaria una grande e mobilitante riforma intellettuale e morale, perché «tale strategia comporterebbe l’impegno di tante e tante persone per attività, retribuite e volontarie, e potrebbe offrire ideali degni di essere perseguiti dalle nuove generazioni, in luogo dell’ossessiva caccia ai soldi che oggi domina e immiserisce la vita sociale dei paesi sviluppati: i giovani hanno un bisogno addirittura biologico di ideali.»
Il 2009 inaugurerà una crisi durissima che colpirà pesantemente il lavoro. Non ci sono ricette per uscirne magicamente. Siamo entrati in un territorio senza mappe, dove non funzionano i GPS. È il momento in cui riacquistano dignità pensieri e idee trascurate, nonché studiosi di straordinario spessore, che ridanno un’anima alla “scienza triste”, l’economia. Sylos Labini è fra questi. E ci sarebbe anche un autore da lui citato, Irving Fisher, un economista eclettico che aveva studiato a fondo il problema del debito e della velocità di circolazione della moneta (proprio quel che oggi si è quasi fermato). Fisher era arrivato a scrivere un librettino di straordinario interesse («Stamp Scrip») che conteneva la proposta di instaurare la moneta deperibile, un sistema con le banconote bollate. Fisher propose a Franklin D. Roosevelt si sperimentare il sistema in dimensione nazionale. Ogni banconota andava bollata ogni settimana, recando un bollo pari al 2% del valore facciale. Era impossibile speculare con una simile moneta, intaccata dal punto di vista della funzione di riserva di valore, ma sicuramente si risvegliava la velocità di circolazione. Alcuni esperimenti realizzati in Austria avevano funzionato così bene da essere spenti bruscamente dalle autorità monetarie.
Il Congresso bocciò un disegno di legge che proponeva l’adozione del sistema.
Si badi che Fisher non era un “eretico”, ma un economista capace di inserirsi bene nel sistema. Soprattutto aveva una conoscenza profonda dell’economia, capace di scardinare le pretese dogmatiche di “teologi” di scarsa scienza. Altre sue proposte andavano in direzione di una finanza più ancorata alla dotazione materiale dell’economia, senza i sostituti monetari che l’ingegneria finanziaria è in grado di creare in totale contiguità con poteri forti e intrinsecamente criminali.
Mentre aspettiamo Godot, cioè la nuova Bretton Woods, le banche centrali lanciano la loro liquidità dagli elicotteri, non tanto al cittadino comune, quanto ai soliti speculatori. Basterebbe una legge di un solo articolo per porre fine allo scempio. Ma il Grande Casinò vive alla giornata, e rinvia ancora, di poco, il conto più salato, che intanto iniziano a pagare milioni di persone.
Aggiornamento del 28 dicembre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso anche su «ComeDonChiscotte» e su «AriannaEditrice».
4 novembre 2008
Con Megachip
di Pino Cabras 
C'è una novità che mi riguarda. Sono il nuovo direttore editoriale del sito www.megachip.info. Proprio su quel sito spiego perché questa sfida mi piace, e lo faccio in un articolo che riproduco anche qui.
Di solito la ri-publicazione avveniva al contrario, dal blog a Megachip. In fondo, qui non cambia molto. Grazie a tutti coloro che mi hanno privatamente incoraggiato.
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da Megachip
04/11/08
Cari lettori,
E' un anno davvero particolare, questo 2008, ora che inizio a dirigere il sito di Megachip. I cambiamenti sono stati repentini. È esplosa in tutta la sua portata la crisi finanziaria globale, che di colpo ha fatto ingiallire intere annate di pagine economiche dei giornali. Quanta informazione inutile ci eravamo sorbiti. La guerra del Caucaso ha segnato la fine del “momento unipolare” statunitense, intanto che la nuova amministrazione dovrà ricollocare la missione degli Stati Uniti, in un secolo meno americano del previsto.
L'informazione mainstream è vissuta con sempre minore credibilità, laddove cresce un giornalismo partecipativo – qui e oltreoceano - che sa anticipare i fatti, una nuova comunicazione che “conversa” e non si limita a dirci ciò che non sappiamo, ma anche ciò che non sappiamo dire.
Il mainstream è però un'industria culturale dal potere economico ancora schiacciante, mentre i giornali e i siti che propongono un'agenda culturale e comunicativa diversa – come Megachip – hanno pochi mezzi.
Eppure il sito di Megachip è cresciuto. Lo dobbiamo ai passi, uno dopo l'altro, con cui lo hanno saputo accompagnare i miei predecessori, che mi sento di ringraziare anche a nome degli oltre tremila lettori che ogni giorno contattano il sito. Così come ringrazio Giulietto Chiesa, Antonio Conte, Francesco De Carlo e tutto il nuovo comitato di redazione per gli incoraggiamenti e i consigli.
Questa non è l'unica tribuna che coltiva oasi critiche in mezzo al deserto del gossip e delle “armi di distrazione di massa”. Viviamo in società abituate a un certo costume democratico, pur bombardate dai messaggi omologanti dei grandi poteri e delle grandi multinazionali. Cresce sì il potere dei grandi media, ma si creano nuovi strumenti per comunicare, organizzarsi, diffondere saperi originali. A tutto questo mondo – tanti siti, tanti operatori indipendenti, spesso dispersi - vogliamo parlare sempre di più. Megachip mantiene comunque un forte principio guida, che ora dovrà tentare di sviluppare appieno: non vogliamo fare controinformazione per pochi. Vogliamo aprirci a linguaggi che raggiungano la grande massa, oggi toccata solo dal grande sistema della comunicazione che propone il suo povero, seppur voluminoso, menù unico. Abbiamo questa attenzione, sempre. È grazie a questo principio che il sito ha dato e darà grande risalto alle iniziative nate in seno al lavoro svolto a contatto con un pubblico più vasto, interessato ai grandi temi. Parlo di «Zero», il film critico sull'11 settembre, che cerca di parlare del tema al vasto mondo fuori dal web, anche a chi non ha mai cliccato una pagina in rete. E parlo anche di Pandora, il format televisivo che sperimenterà nuovi linguaggi e affronterà i temi che nessuno sa o vuole affrontare in TV.
Il sito inquadrerà tutto (articoli, approfondimenti, saggi, strumenti di formazione, ecc.) all'interno di alcuni grandi temi. Temi che via via, a partire dalle prossime settimane, andremo a scoprire.
Parleremo, com'è ovvio di democrazia nella comunicazione, la nostra missione politica fondamentale. Cercheremo di farlo con una visione globale e internazionale.
Ma parleremo anche della Grande Crisi in cui convergono drammatiche crisi finanziarie, ambientali, energetiche: faremo una critica serrata al vecchio totem del Prodotto Interno Lordo e daremo strumenti per collegarci a chi ragiona concretamente per trovare soluzioni, in lotta contro il tempo scandito dalla natura. Troveremo le voci e i “pensieri lunghi” che ripensano il modello economico e sociale e le forze che possono cambiarlo.
Analizzeremo le notizie e confuteremo le macchine della propaganda bellica. Il radar è già puntato sui temi caldi: USA, Russia, Ucraina, Iran, Terra Santa, Cina, Venezuela. Faremo un'opera organica di “ressourcement” sulle fonti della cultura della pace. Noi non crediamo allo “Scontro di civiltà”. Le varie identità religiose e le grandi soggettività del nostro tempo sono l'eredità millenaria di particolarismi culturali, strumenti di coesione ideologica, politica, culturale e spirituale di monadi culturali che però hanno perduto la propria insularità. Ora, sfidate come sono dalle minacce apocalittiche della guerra moderna e del collasso ambientale, queste identità hanno due possibili funzioni. O una funzione regressiva di richiamo protettivo delle identità particolari. O una funzione di fermento anticipatore per la transizione verso un'età in cui si senta del tutto l'appartenenza a un mondo unificato. Un fermento più affine alle loro proprie intuizioni fondanti. La crisi ci spinge a guardare verso chiunque voglia definire i termini di un patto sociale fondativo della comunità mondiale. La ragione, spogliata della «soggettività iperbolica» dell'uomo occidentale, vi gioca ancora un ruolo fondamentale. Ciò senza rinunciare a certe acquisizioni universali della cultura dell'Occidente, come il principio del primato della coscienza rispetto a qualsiasi legge, il principio correlativo dello stato di diritto e il metodo scientifico. A tutto ciò ci teniamo, e vogliamo essere in buona compagnia.
A proposito dell'importanza del Diritto, la nuova redazione avrà un legame speciale con Antimafia Duemila. Sarà fondamentale il suo apporto sul tema. Opporremo i temi della legalità e della giustizia contro l'assalto di cosche, affaristi irresponsabili e un ceto politico degradato. C'è un mondo pulito che continua ad esistere e a dire sì di cuore a «legge e ordine», ma no ai ministri della paura e al loro modo di manipolare le emozioni mediatiche.
È un lavoro in fieri. Cercherò di non allungare il rodaggio e di entrare in piena sintonia – mentre mi sento già in piena simpatia - con chi collabora con il sito e con chi lo segue. Questo mio piccolo inizio va a coincidere per caso con un periodo che sembra annunciare grandi cambiamenti, che non saranno narrati solo nel “dopo” degli storici, ma nel “durante” della politica e della cronaca. Questa narrazione sarà un cimento in cui vogliamo trovare parole potenti e fatti solidi. Perciò, cliccate spesso da queste parti.
11 marzo 2008
Canale Zero - progetti per un nuovo format TV
Pino Cabras
Appello per una informazione libera
Cari amici e amiche, compagne e compagni di un'Italia che non si arrende. Lo sfacelo della situazione e della classe politica e una vera e propria emergenza democratica impongono di rompere indugi e timidezze, divisioni e recriminazioni.
Dobbiamo, in primo luogo, difenderci. E possiamo contr'attaccare.
Per farlo è ormai indispensabile dotarci di strumenti di comunicazione di massa che realizzino un'informazione democratica e che ingaggino una battaglia per la difesa della democrazia e del Bene Comune.
Noi riteniamo che milioni di persone, in Italia, aspettino questa proposta e siano pronti a sostenerla.
Ma farla richiede un impegno finanziario non indifferente. Non vi sono partiti, sindacati, imprenditori disposti a finanziarla. Se vi fossero vorrebbero controllarla. Cioè non servirebbe allo scopo. Quindi dobbiamo fare per conto nostro. Ciascuno di noi, di voi, diventi editore e protagonista.
E' tra voi, tra i cittadini, che dobbiamo raccogliere la somma necessaria per avviare l'esperimento. Che è grande, immenso, ma che dobbiamo fare con gli spiccioli. Un Davide contro i sette Golia. Ma non occorre avere decine di miliardi di euro per fare una informazione decente e libera. Anzi, i miliardi di euro sono proprio quelli che la imbavagliano e la impediscono.
Noi riteniamo che lo si possa fare anche con una cifra modesta di partenza. Per farlo occorre una struttura organizzativa essenziale. Anche questa costa. Per avviare questa macchina di raccolta è indispensabile sapere in anticipo quanti siamo, quante persone e gruppi sono disponibili.
Non chiediamo, per ora, denaro.
Chiediamo, a tutti coloro che sono disposti a versare almeno 100 euro a fondo perduto, di comunicarci il loro impegno, con una semplice e-mail, accompagnata dai dati essenziali: nome e cognome, e-mail, luogo di residenza ed eventuale recapito telefonico.
I dati raccolti resteranno riservati. Verranno resi noti, nel corso dei tre mesi necessari per questa "campagna di impegno", soltanto i totali, per aree geografiche, con cadenza settimanale.
Al termine dei tre mesi valuteremo se esistano le condizioni di partenza e, in caso affermativo, avvieremo la raccolta del denaro. E useremo questi mesi per definire tutti gli aspetti amministrativi, legali, organizzativi necessari.
Il sito di riferimento per la "campagna di impegno" sarà http://www.megachip.info/ che riporterà in maniera centralizzata le informazioni essenziali. Ma coinvolgeremo una serie di siti amici, di blog, di emittenti radiofoniche e mezzi di comunicazione che vorranno appoggiare e diffondere il messaggio della raccolta.
Le tappe:
Stiamo definendo una redazione giornalistica che lavorerà a tempo pieno, e i cui componenti avranno un contratto di collaborazione regolare per l'intera durata iniziale del progetto: 18 mesi .
La redazione avrà un direttore, nominato da questo collettivo e da un ampio gruppo di sostenitori, con analoga, elevata professionalità. E che non avrà altri vincoli che quelli di una corretta deontologia professionale e quelli dettati da un semplice documento d'intenti comprendente questi punti:
- Difesa della Costituzione e della legalità democratica.
- No a ogni guerra.
- Difesa dei diritti sociali e civili dei cittadini.
- Difesa dell'ambiente e del territorio.
- Difesa della laicità dello stato.
Prevediamo di definire, in base a una ampia consultazione, un comitato di garanti, super partes, scelti tra le personalità democratiche che godono della fiducia generale per le loro qualità professionali, culturali, scientifiche, di azione sociale. Il loro compito sarà di verificare che queste impostazioni ideali siano rispettate. A tal proposito vi chiediamo sin d'ora di esprimere il nome di una persona che, secondo voi, possa assicurare l'applicazione dei principi di cui sopra.
L'indipendenza degli operatori sarà totalmente garantita. Ogni fase della costruzione del progetto sarà resa pubblica nel più totale rispetto della trasparenza, attraverso strumenti di verifica diretta dei suoi finanziatori. In primo luogo attraverso la Rete, ma anche con una articolazione di comitati e di assemblee nei territori.
Giulietto Chiesa, don Aldo Benevelli, Anna Maria Bianchi, Caparezza, Sergio Cararo, Franco Cardini, Paolo Ciofi, Tana de Zulueta, Arturo Di Corinto, Laura Di Lucia Coletti, Claudio Fracassi, Luciano Gallino, don Andrea Gallo, Udo Gumpel, Sabina Guzzanti, Serge Latouche, Lucio Manisco, Gianni Minà, Roberto Morrione, Diego Novelli, Moni Ovadia, Riccardo Petrella, Carlo Petrini, Lidia Ravera, Ennio Remondino, David Riondino, Roberto Savio, Antonio Tabucchi, Gianni Vattimo, Vauro, Elio Veltri, Dario Vergassola, Alex Zanotelli
(L'elenco è aperto ad altre adesioni, che saranno tempestivamente rese note)




