Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
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28 luglio 2017
La stella spenta dell'europeismo
Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica.
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.
25 giugno 2016
Tra Europa e mare aperto, la Gran Bretagna ha scelto il mare aperto
#Brexit. Il voto britannico è una delle tante manifestazioni della grande crisi europea. Da un lato il colpo potrebbe essere riassorbito, dall’altro – poiché nulla sarà come prima – si aprono scenari inediti.
Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=8919.
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18 gennaio 2016
Italia-UE, una crisi dentro una crisi più grande
Le
guerre che circondano l’Europa alimentano una parte importante del flusso
migratorio, e ora quel flusso si abbatte sui contrasti interni dell’Unione
europea, disunita e fiaccata da troppi anni di austerity.
La
Turchia, soggetto attivo e passivo della guerra siriana, ha in mano il
rubinetto che regola l’intensità del flusso migratorio verso l’Europa, mentre
l’Europa ha il rubinetto delle risorse finanziarie da dare alla Turchia: solo
che sul rubinetto dei soldi le mani in lotta per controllarlo sono più d'una.
Si ricorderà che a novembre 2015 fu firmato un accordo da 3 miliardi di euro fra la UE e la Turchia, a
sostegno di un pacchetto di interventi pluriennali per i rifugiati, da spendere
soprattutto sul suolo turco. Il problema è che quei 3 miliardi bastano a
malapena per un anno (mentre Ankara chiede 3,5 miliardi l’anno per due anni), e
nessuno sa chi metterà - e in che modo – già da ora, i due terzi della cifra.
Si
presume che paghino in gran misura gli Stati membri, ciascuno in base al suo
peso economico. Per Stati già sottoposti a vincoli di spesa sempre più
penetranti rimane il dilemma: tagliare ancora le spese o chiedere all’Europa
più libertà di spesa?
L’Italia,
ad esempio, aveva già chiesto qualche flessibilità alla Commissione europea,
sforando in modo concordato i rigidi parametri del deficit. Questo è bastato al
presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, per dire "abbiamo già
dato". Ovverosia: niente ulteriore flessibilità per Roma. Il contributo
dell'Italia alla crisi dei migranti ricadrebbe nei soliti vincoli, con
prevedibili conseguenze sul bilancio e sull'economia.
Ecco
perché il governo italiano non ci sta e dichiara di non volersi sottomettere
alla Commissione europea (né alla Germania): esige che quanto sarà speso in più
per i rifugiati non faccia scattare la tagliola di Bruxelles. L'attacco di
Matteo Renzi ha avuto una risposta durissima da parte di Juncker: «Il
presidente del Consiglio italiano sbaglia ad offendere la Commissione in ogni
occasione. La mia irritazione è in tasca, sono pronto a tirarla fuori.» Quando
i pezzi grossi della troika usano questo linguaggio, la battaglia sarà
durissima. È la fine di una sorta di "periodo di grazia" accordato a
Renzi. Infatti, sebbene l'Italia sia stata fra i paesi membri più solerti nell'aderire
al famigerato "Fiscal Compact", ossia il Patto di bilancio europeo,
non ha dovuto applicare da subito il suo pesantissimo obiettivo: ridurre entro
vent'anni il debito pubblico dal 130% al 60% del PIL (cioè mazzate pazzesche
ogni anno), l'impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve
superare lo 0,5% del PIL (cioè impossibilità di fare politica economica),
l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (che unicamente l'Italia
ha introdotto in Costituzione), nonché altre vessazioni che formano l'ossatura
della dittatura europea, quella forma di tirannia che pensa di curare l'anemia
con i salassi. Per tutto questo meccanismo infernale, in grado di distruggere
definitivamente l'economia italiana (e di tutto il Sud Europa), al "premier-mai-eletto"
è stato concessa una sorta di sospensione del Fiscal Compact, per non far
cadere subito il suo governo e non creare perciò un'altra Grecia, molto più
grande e incontrollabile.
È
grazie al poter stare in questo limbo che Renzi ha potuto presentare come una
svolta epocale un PIL che non calava più, anche se cresceva di pochi spiccioli,
così come ha potuto maneggiare qualche risorsa per giochi di prestigio fiscali,
senza però intaccare nessuna delle ragioni del declino italiano.
Ora
Renzi non sarà più graziato, mentre rimane il nodo di fondo della dittatura
fiscale europea: un nodo scorsoio che tornerà a stringersi, non lasciando più
margini di manovra. Con regole simili e con interlocutori così rigidi ai piani
alti dell'eurocrazia, la strada dell'austerity è già segnata.
Per
questo motivo il caso turco anticipa il problema.
Il
presidente turco Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Levante, dopo aver
fornito il retroterra militare ai combattenti jihadisti che hanno generato una
catena di catastrofi umanitarie in Siria e dintorni, è la diga che oggi
trattiene due milioni di rifugiati, ma che domani può anche non trattenere più.
Sa bene che l'Europa è un continente ripiegato sui suoi problemi. Sa che i suoi
Stati reggono male l'arrivo devastante di una fiumana di disperati, perché su
questo sono culturalmente e politicamente impreparati. Sa che quasi tutti
questi Stati sono anche vincolati dalla NATO e che la Turchia può coinvolgerli
in guerra, dentro quel disastro che essi stessi hanno contribuito a creare
destabilizzando il Medio Oriente e il Nord Africa. Insomma, Erdoğan ha potenti
strumenti di ricatto per pretendere il pizzo all'Europa, che però non ha ancora
deciso chi paga.
È
quella stessa Europa che finge che l'Ucraina non sia in bancarotta mentre
continua ad appoggiarla diplomaticamente e militarmente, intanto che contro la
Russia intraprende la battaglia autolesionista delle sanzioni.
Gli
alibi e i rinvii non funzionano più, e le contraddizioni si presentano tutte
insieme, in forma di crisi migratorie, finanziarie, sociali, militari e
diplomatiche. Se si solleva lo sguardo è un'unica crisi politica europea, nel
momento in cui non esiste alcun "sogno europeo" che possa funzionare.
Nessun sogno funzionerà finché resterà nella doppia morsa della NATO e delle
istituzioni deviate del costrutto comunitario. Rimangono solo i ricatti e i
rapporti di forza, oltre a leggi europee che acuiscono i contrasti e creano le
basi per ulteriori sconvolgimenti. La battaglia su "quanto deficit si può
sforare" è ancora poca cosa rispetto alla vera portata della crisi.
Fonte: http://it.sputniknews.com/mondo/20160118/1908434/italia-ue-crisi-nella-crisi-guerre-europa.html.
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7 agosto 2014
I finlandesi soffrono? Mangino Babbo Natale
La guerra
è, dapprima, la speranza che uno stia meglio; poi, l’attesa che l’altro stia
peggio; più tardi, la soddisfazione che esso non stia meglio; e, alla fine, la
sorpresa che ognuno stia peggio.
(Karl
Kraus)
Il duro spessore dei fatti
– in forma di reazione russa alle sanzioni occidentali - si sta già dedicando a
spiegare bene agli europei come gira il fumo, anche a quegli europei che negli
ultimi anni pensavano di poter imporre a interi popoli un’austerity criminale e
predatoria in nome delle regole intoccabili dell’Unione europea. Le regole del
prelievo e della distruzione economica erano un tabù e non si potevano modificare. A costo di fare
spallucce se qualcuno osava ricordare che persino questa UE di vampiri scrive nei
propri pessimi trattati che esistono “obblighi di solidarietà fra gli Stati”. Ma per i
PIGS – maledetti maiali-cicala poco ariani – nessuna pietà.
Ora succede che la
Finlandia avrà grossi danni dalle sanzioni decise da Mosca in risposta alle
stolte sanzioni europee che appoggiano gli avventuristi nazistoidi dell’Ucraina (il
53% delle esportazioni finlandesi sono verso la Russia). Con la rapidità di un ninja finnico hanno già chiesto
all’Europa un pacchetto di aiuti per fronteggiare i danni che subiranno. Non
avete mai visto un ninja finnico? Ora li vedrete, con una tutina nera e la
scritta «Itken jotta hitto sinua» (trad.: “chiagn’e fotti”).
Il primo ministro
finlandese, Alexander Stubb, dichiara:
«Non c’è dubbio che se le sanzioni colpiranno la Finlandia in modo sproporzionato, cercheremo un sostegno dei partner europei. Ci appelleremo al principio di solidarietà economica.»
Quando veniva scannata la gente
di Atene il principio di solidarietà economica non esisteva. Lo hanno
introdotto ora, e vale solo se almeno il 50% della popolazione è bionda con gli
occhi azzurri. Sig Heil!
E no, stelline, il prezzo
della Libertà (oh yeah!) va pagato, dovete fare le manovre di aggiustamento
strutturale. E poi, non è forse roba vostra quell'espertone di Olli Rehn, che
si è prodotto in ogni tipo di manovra sadica contro Grecia, Spagna, Italia e
Portogallo? Fatevi fare una consulenza da lui. Ora tocca a voi.
Se avete un
deficit di bilancia commerciale, importate meno carne di vitella e mangiatevi
renna sotto sale. O mangiatevi quel trippone di Babbo Natale, che ha una vasta
riserva di proteine.
E se non vi arriva il gas russo
per cuocerlo, avrete pure qualche bosco di betulle da disboscare come un parco
greco qualsiasi, o no?
Vedete, ci avete imposto
regole economiche inventate, parametri insensati, superstizioni finanziarie assassine
(con la complicità di certi italiani, va detto: i minori economisti della
nostra epoca come Rigor Montis e Alesina, più qualche altro zimbello da esportazione). Ed ecco l’austerità espansiva, la moneta da
prendere a debito, gli spread in mano anglosassone, ogni liquame neoliberista che
potesse affogare lo Stato sociale. La vostra prima ministra di un tempo tuonava da Helsinki per chiedere finanche il Colosseo in garanzia per pochi spiccioli, e non muoveva un dito davanti
a 6 milioni di italiani in povertà assoluta a causa di 22 anni consecutivi di
manovre strutturali. Va bene che il Colosseo fu costruito per un ludico spettacolo di sacrifici umani, ma Obama ha detto che sembra un campo da baseball. Il solito ipocrita. Noi non dimentichiamo il genocidio economico del popolo
greco. Noi non dimentichiamo la sferza che ha torturato spagnoli e portoghesi.
Ora, se i finlandesi e i
baltici e i polacchi hanno un problema di bilancia dei pagamenti e di crescita,
imparino da Rehn le manovre di austerità espansiva. Soffrire aiuta, fa bene,
fortifica. Spetta un po' anche a loro. Imparino sulla loro pelle il significato delle
loro "raccomandazioni", che ci hanno impartito per anni mentre in
mezza Europa edificavano una rete di classi dirigenti in bilico fra
neoliberismo economico e nazismo ideologico, fino all’apoteosi della catastrofe
ucraina, un buco nero neonazista che rischia di inghiottirci tutti.
Giuriamo che se danno
soldi a questi qua ci lanciamo con un trattore contro la sede della Commissione
Europea come il mitico Jose Bové.
#FinlandiaPenitenziagite.
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