In mezzo alle polemiche sulle organizzazioni non governative internazionali
che traghettano verso l’Italia i disperati raccolti sulle coste libiche, la mia
attenzione è stata attratta dal profilo dei componenti del Consiglio Direttivo italiano
di una di esse, Save The Children:
Nella lista ho notato in particolare un nome,
quello di Marco De Benedetti, che - oltre
ad essere il figlio dell’oligarca italiano naturalizzato svizzero Carlo De
Benedetti - ricopre la carica di Managing Director e Co-Presidente Europa di The Carlyle Group.
Ora, The Carlyle Group non è un’azienda
qualsiasi, ma un gigante mondiale nella
gestione degli attivi di aziende di tanti settori, incluse le industrie del
complesso militare-industriale. Carlyle
ha sede al centro dell’Impero, a
Washington, e vive di una perenne commistione politica-affari, tanto che ha reclutato fra i suoi super-faccendieri anche ex direttori
CIA ed ex presidenti USA come George
Bush padre e l’ex primo ministro britannico John Major. Nel 2008-2016 il suo direttore dei servizi finanziari
globali è stato un pezzo grosso di Wall Street, Olivier Sarkozy, fratellastro dell’ex presidente francese Nicolas,
mentre fra gli amministratori di Carlyle c’è anche il numero uno della General Motors, Dan Akerson.
Insomma, parliamo di un architrave del capitalismo globalizzato, che gestisce "asset" per centinaia di miliardi dollari, di quel capitalismo al
centro delle rapine finanziarie, delle guerre mediorientali, e di un’altra
serie di fenomeni che potremmo ribattezzare “Kill The Children”.
Vediamo così adesso i bambini fuggiti da una
casa perduta per via di una bomba aeronautica o di una bomba finanziaria ricollegata
a imprese partecipate da Carlyle, mentre sono raccolti in mare da un’azienda
dell’assistenza che incrocia la sua orbita con la Carlyle, e magari fornirà
loro farmaci e cibo di aziende partecipate da Carlyle. Il capitalismo è tentacolare, apre e chiude cicli, è completo, e si fa
anche bello, con tanto di riviste patinate e siti cinguettanti che vantano i
buoni rapporti dei pezzi grossi del non profit con le multinazionali quotate nelle grandi borse del generoso
Occidente.
Nel 2014, l’ex primo ministro britannico Tony Blair fu insignito di un premio
istituito dall’influente ramo statunitense di Save the Children, il Global
Legacy Award, durante una cena di gala a New York. Proprio lui, Blair, non
esattamente il salvatore dei bambini
iracheni e afghani.
L’industria della filantropia compie gesti
buoni. Ma la muovono salotti esclusivi che incrociano le loro strategie con quelle
dei padroni della geopolitica, cioè i signori delle guerre e delle ondate di
profughi.
Nella statistica delle singole vite salvate,
che fanno un bel rumore, scompaiono le masse sommerse e silenziate dai grandi media,
a loro volta pilotati dagli stessi salotti.
Le
guerre che circondano l’Europa alimentano una parte importante del flusso
migratorio, e ora quel flusso si abbatte sui contrasti interni dell’Unione
europea, disunita e fiaccata da troppi anni di austerity.
La
Turchia, soggetto attivo e passivo della guerra siriana, ha in mano il
rubinetto che regola l’intensità del flusso migratorio verso l’Europa, mentre
l’Europa ha il rubinetto delle risorse finanziarie da dare alla Turchia: solo
che sul rubinetto dei soldi le mani in lotta per controllarlo sono più d'una.
Si ricorderà che a novembre 2015 fu firmato un accordo da 3 miliardi di euro fra la UE e la Turchia, a
sostegno di un pacchetto di interventi pluriennali per i rifugiati, da spendere
soprattutto sul suolo turco. Il problema è che quei 3 miliardi bastano a
malapena per un anno (mentre Ankara chiede 3,5 miliardi l’anno per due anni), e
nessuno sa chi metterà - e in che modo – già da ora, i due terzi della cifra.
Si
presume che paghino in gran misura gli Stati membri, ciascuno in base al suo
peso economico. Per Stati già sottoposti a vincoli di spesa sempre più
penetranti rimane il dilemma: tagliare ancora le spese o chiedere all’Europa
più libertà di spesa?
L’Italia,
ad esempio, aveva già chiesto qualche flessibilità alla Commissione europea,
sforando in modo concordato i rigidi parametri del deficit. Questo è bastato al
presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, per dire "abbiamo già
dato". Ovverosia: niente ulteriore flessibilità per Roma. Il contributo
dell'Italia alla crisi dei migranti ricadrebbe nei soliti vincoli, con
prevedibili conseguenze sul bilancio e sull'economia.
Ecco
perché il governo italiano non ci sta e dichiara di non volersi sottomettere
alla Commissione europea (né alla Germania): esige che quanto sarà speso in più
per i rifugiati non faccia scattare la tagliola di Bruxelles. L'attacco di
Matteo Renzi ha avuto una risposta durissima da parte di Juncker: «Il
presidente del Consiglio italiano sbaglia ad offendere la Commissione in ogni
occasione. La mia irritazione è in tasca, sono pronto a tirarla fuori.» Quando
i pezzi grossi della troika usano questo linguaggio, la battaglia sarà
durissima. È la fine di una sorta di "periodo di grazia" accordato a
Renzi. Infatti, sebbene l'Italia sia stata fra i paesi membri più solerti nell'aderire
al famigerato "Fiscal Compact", ossia il Patto di bilancio europeo,
non ha dovuto applicare da subito il suo pesantissimo obiettivo: ridurre entro
vent'anni il debito pubblico dal 130% al 60% del PIL (cioè mazzate pazzesche
ogni anno), l'impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve
superare lo 0,5% del PIL (cioè impossibilità di fare politica economica),
l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (che unicamente l'Italia
ha introdotto in Costituzione), nonché altre vessazioni che formano l'ossatura
della dittatura europea, quella forma di tirannia che pensa di curare l'anemia
con i salassi. Per tutto questo meccanismo infernale, in grado di distruggere
definitivamente l'economia italiana (e di tutto il Sud Europa), al "premier-mai-eletto"
è stato concessa una sorta di sospensione del Fiscal Compact, per non far
cadere subito il suo governo e non creare perciò un'altra Grecia, molto più
grande e incontrollabile.
È
grazie al poter stare in questo limbo che Renzi ha potuto presentare come una
svolta epocale un PIL che non calava più, anche se cresceva di pochi spiccioli,
così come ha potuto maneggiare qualche risorsa per giochi di prestigio fiscali,
senza però intaccare nessuna delle ragioni del declino italiano.
Ora
Renzi non sarà più graziato, mentre rimane il nodo di fondo della dittatura
fiscale europea: un nodo scorsoio che tornerà a stringersi, non lasciando più
margini di manovra. Con regole simili e con interlocutori così rigidi ai piani
alti dell'eurocrazia, la strada dell'austerity è già segnata.
Per
questo motivo il caso turco anticipa il problema.
Il
presidente turco Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Levante, dopo aver
fornito il retroterra militare ai combattenti jihadisti che hanno generato una
catena di catastrofi umanitarie in Siria e dintorni, è la diga che oggi
trattiene due milioni di rifugiati, ma che domani può anche non trattenere più.
Sa bene che l'Europa è un continente ripiegato sui suoi problemi. Sa che i suoi
Stati reggono male l'arrivo devastante di una fiumana di disperati, perché su
questo sono culturalmente e politicamente impreparati. Sa che quasi tutti
questi Stati sono anche vincolati dalla NATO e che la Turchia può coinvolgerli
in guerra, dentro quel disastro che essi stessi hanno contribuito a creare
destabilizzando il Medio Oriente e il Nord Africa. Insomma, Erdoğan ha potenti
strumenti di ricatto per pretendere il pizzo all'Europa, che però non ha ancora
deciso chi paga.
È
quella stessa Europa che finge che l'Ucraina non sia in bancarotta mentre
continua ad appoggiarla diplomaticamente e militarmente, intanto che contro la
Russia intraprende la battaglia autolesionista delle sanzioni.
Gli
alibi e i rinvii non funzionano più, e le contraddizioni si presentano tutte
insieme, in forma di crisi migratorie, finanziarie, sociali, militari e
diplomatiche. Se si solleva lo sguardo è un'unica crisi politica europea, nel
momento in cui non esiste alcun "sogno europeo" che possa funzionare.
Nessun sogno funzionerà finché resterà nella doppia morsa della NATO e delle
istituzioni deviate del costrutto comunitario. Rimangono solo i ricatti e i
rapporti di forza, oltre a leggi europee che acuiscono i contrasti e creano le
basi per ulteriori sconvolgimenti. La battaglia su "quanto deficit si può
sforare" è ancora poca cosa rispetto alla vera portata della crisi.
Il sito reported.ly pubblica un'inchiesta
clamorosa a partire da un recentissimo episodio che sembrava avere una
dimensione appena locale: il carico-scarico di molte tonnellate di bombe a un passo dagli aerei civili dell'aeroporto di
Cagliari. Ma un mega-carico di bombe non
è cronaca locale, è un fatto di portata internazionale che si lega a una catena di notizie. Tuttavia - tranne, in parte, ilgiornale.it - nessuna grande testata ha
voluto dedicare risorse a un qualche articolo che indagasse su questa catena, che parte
da un'industria italiana e finisce
negli ospedali bombardati in Yemen,
passando anello dopo anello per i trattati disattesi in
materia di diritti umani, la complicità
dei governi, e i pericoli crescenti legati all'aumento delle tensioni militari.
C'è un legame
diretto fra le bombe saudite e qatariote
acquistate in Italia e i milioni di
sfollati yemeniti, e le loro presenti e future pressioni migratorie. Ma quando
si devono coprire le cause delle migrazioni di massa, gli organi di
informazione europei sono capaci perfino di rinunciare a uno scoop. Proprio la Sardegna, in questi giorni è uno dei
teatri più affollati della grande esercitazione NATO Trident Juncture. Ci
sarebbe molto da raccontare su questo war game, una fornace di guerra che brucia risorse
immense sottratte alla vita dei popoli per esporla ai pericoli di un conflitto
apocalittico (e da subito a una pressione ambientale devastante).
Ma i grandi media non disturbano la NATO. Perché sono organi
della NATO.
Ci voleva un sito in lingua inglese per
ricomporre la storia delle bombe. L'abbiamo tradotto per voi, con l'aiuto delle redazioni di Megachip e di PandoraTV.
Buona lettura.
Esclusivo: L'Italia
invia altre bombe RWM in Arabia Saudita
di
Malachy Browne.
Utilizzando dei contenuti sociali originati
da fonti della comunità di origine e il servizio di monitoraggio in diretta
delle rotte aeronautiche, FlightRadar24.com,
il sito reported.ly ha seguito le
tracce di un carico di bombe a bordo di un Boeing 747 mentre veniva condotto da
un aeroporto civile in Sardegna verso una base militare in Arabia Saudita.
L'approvazione italiana della spedizione plausibilmente contravviene al
trattato sul commercio delle armi.
___________________________
Giovedì 29 ottobre, diversi testimoni
oculari e medialocalidell'isola di Sardegna
hanno fotografato decine di bombe sulla pista dell'aeroporto di Cagliari.
Sorvegliate dalla polizia italiana, le bombe sono state caricate a bordo di un
aereo cargo Boeing 747.
Le prove suggeriscono che le bombe siano
state prodotte presso il vicino impianto di produzione di RWM Italia, società di munizioni che ha
venduto migliaia di bombe all'Arabia Saudita e ad altre forze armate che
bombardano lo Yemen, come rivelato da questa indagine di reported.ly
dello scorso giugno. Questo reporter ha visto prove documentali delle bombe con
codici di fabbricazione RWM Italia sul terreno in Yemen.
Il giornalista locale Michele Ruffi ci ha
inviato il video qui sopra che mostra il velivolo e il carico. Abbiamo
verificato tutto ciò in maniera indipendente abbinando foto geo-referenziate diInstagramscattate giovedì, individuando così l'aereo
sulla pista.
Separatamente, il politico sardo Roberto
Cotti ha twittato questa foto del carico, che ci permette di identificarlo come
un carico di bombe di serie MK80, prodotte ed esportate dalla RWM Italia con contratti del valore di centinaia di milioni di dollari sin dal
2011.
L'operatore del Boeing 747 è la Silk WayAirlines, una compagnia di cargo dell'Azerbaigian. I registri
di volo storici mostrano che l'aereo viaggia regolarmente tra Baku e Dubai,
Francoforte, Kiev e Zhengzhou in Cina.
Ian Petchenik con FlightRadar24.com
ci ha aiutato a trovare il segnale dell'aereo sulla pista in Sardegna per
tracciare poi il modo in cui è partito giovedì sera per l'Arabia Saudita (la
destinazione non era registrata a quel momento).
Dopo aver perso traccia dell'aereo mentre
sorvolava l'Egitto, lo abbiamo captato di nuovo mentre attraversava il Mar
Rosso e cominciava a scendere verso Gedda. In un cambio di rotta dell'ultimo
minuto, l'aereo è stato dirottato verso Taif, un aeroporto regionale
che è anche una base militare delle forze armate del Regno saudita. Il
transponder sembra essere stato spento, una volta raggiunta Taif, ma i dati di
volo confermano che è partito
da lì venerdì mattina, 30 ottobre.
Un 'volo commerciale
regolare'
Infuriato per la spedizione avvenuta da un
aeroporto civile, il politico sardo Mauro Pili riferisce di aver chiesto
all'Ente Nazionale dell'Aviazione Civile (ENAC)
se l'aereo cargo fosse stato autorizzato a caricare armi. L'ENAC ha rilasciato
una dichiarazione, pubblicata dall'agenzia di stampa Ansa, sul fatto che
l'aereo fosse "regolarmente autorizzato" come "un volo
commerciale regolare". Pili ha anche pubblicato la prova video sul cargo
in fase di caricamento.
La dichiarazione dell'ENAC:
“In
merito alle notizie apparse oggi su alcune agenzie di stampa relativamente ad
un volo operato dall’aeroporto di Cagliari con a bordo materiale bellico, [...] si trattava di un volo di natura commerciale
regolarmente autorizzato nel contesto delle previsioni normative internazionali
tecniche che disciplinano il trasporto di tali materiali”.
Questa affermazione suggerisce che il
carico sia stato autorizzato dal Ministero della Difesa o dal Ministero degli
esteri. Con l'aiuto dei nostri contatti italiani, chiediamo ai ministeri se sia
questo il caso, e se necessario, presenteremo un'interrogazione parlamentare
per scoprirlo.
[AGGIORNAMENTO: Una serie di
interrogazioni parlamentari è stata presentata durante la seduta di venerdì 30
ottobre.]
Anche se non possiamo dire con assoluta
certezza che queste bombe siano state scaricate all'aeroporto di Taif per
l'utilizzo da parte delle forze armate saudite, è molto probabile che lo siano
state per davvero dato il conflitto
in corso e dato il commercio che è stato dimostrato tra RWM Italia e l'Arabia Saudita. A luglio, l'esperto
italiano di armamenti Giorgio Beretta aveva scoperto ancora un altro carico di
bombe verso l'Arabia Saudita.
Quest'ultima prova suggerisce una maggiore urgenza nel fornire le bombe
ai sauditi: in un precedente contratto
con gli Emirati Arabi Uniti, le bombe furono spedite via mare attraverso il porto di Gedda.
Insieme, queste prove suggeriscono
fortemente che il governo italiano continui a concedere licenze per
l'esportazione di armi a forze che stanno bombardando lo Yemen con conseguenze
orrende. Almeno tre spedizioni sono state fatte da quando è iniziato questo
conflitto sanguinario.
Dopo
migliaia di morti civili, milioni di sfollati e la metà della popolazione che
affronta la scarsità di cibo, la società yemenita è quasi totalmente crollata. Sono
state documentate eclatanti violazioni
dei diritti umani sia da parte sia della coalizione a guida saudita sia
delle milizie Houthi che combattono per mantenere il controllo (vedi la nostra
"StoryMap" più sotto). Compreso il recente bombardamento di un
ospedale di MSF nella città settentrionale di Saada.
Denaro sporco,
questioni giuridiche
Molti fondi pensione europei e americani,
compresi i fondi statali, si sono avvantaggiati dei ricavi da miliardi di dollari
della RWM Italia e della sua
società capogruppo tedesca, la Rheinmetall
Defence AG. Ma si tratta di denaro sporco. Gli Stati membri dell'UE sono vincolati da criteri specifici
sulle esportazioni di armi, come spiegato in precedenza per reported.ly da Patrick Wilcken, Ricercatore di Amnesty International sul controllo
degli armamenti, il commercio dei materiali di sicurezza e diritti umani:
Ai sensi
del Trattato sul commercio delle armi e della Posizione Comune dell'UE sul
controllo delle esportazioni di armamenti, l'Italia
deve intraprendere una rigorosa valutazione del rischio caso per caso di ogni
proposta di trasferimento di armi per determinare se vi sia un notevole
rischio che le armi possano essere usate dal destinatario per commettere o
facilitare gravi violazioni del diritto internazionale in materia di diritti
umani. Se c'è un rischio sostanziale,
l'Italia deve negare la licenza di esportazione. [corsivo di reported.ly]
Questa ultima spedizione di armi arriva
proprio nel giorno in cui il blogger saudita incarcerato, Raif Badawi, è stato insignito del massimo premio dell'Unione Europea sui diritti umani. L'Unione europea farebbe bene a esaminare
la legalità di queste spedizioni e sanzionare l'Italia qualora si dimostri che
siano illegali.
Ecco come il tuo fondo pensione si
avvantaggia dei bombardamenti in Yemen
La nostra
precedente indagine sulle bombe della RWM Italia trasportate verso gli
Emirati e ritrovate in Yemen
La foto del bimbo profugo morto in spiaggia ispira una tardiva indignazione di molti media e politici. Gli stessi che dicono “facciamo qualcosa”, non fecero "qualcosa" quando l’Europa e gli USA provocavano le guerre all’origine delle tragedie migratorie.
I fatti del 1989-1991, con il crollo del sistema sovietico, ebbero come con-causa scatenante una crisi di flussi migratori certamente molto diversa da quella attuale per origine, motivi e composizione, ma simile per forza d’urto.
Se la pressione continuerà in questi prossimi mesi (e continuerà) l’Europa ne risulterà ancora una volta cambiata.
Il problema sono le guerre che assediano l’Europa non i profughi. Se non si fermano le guerre non si fermano neppure i rifugiati. Le migrazioni da fenomeno di natura essenzialmente economica e sociale sono diventate qualche cosa d’altro, il risvolto inevitabile di questioni irrisolte e che si sono aggravate: dalla Siria all’Iraq e alla Libia, dallo Yemen all’Afghanistan, dal fallimento di Stati come la Somalia a dittature africane come quella in Eritrea.
La rotta balcanica è balzata in prima pagina solo di recente ma è da oltre un anno che questa tratta, come quella africana con il suo terminale in Libia, viene battuta in maniera importante.
Ma se è complicato risolvere le guerre in corso, l’aspetto più inquietante è l’assenza di un governo europeo. L’Europa non ha imparato dal passato recente – basti pensare alle guerre balcaniche – e neppure da quello remoto: alla fine della seconda guerra mondiale in Europa si aggiravano circa 40 milioni di profughi, molti dei quali non tornarono mai più alle loro case. Soltanto la Germania ne aveva 17 milioni.
Forse non è casuale che Berlino, con un gesto senza precedenti, abbia aperto automaticamente le porte ai siriani.
La Siria è un caso emblematico. Il conflitto cominciato nel 2011 si è trasformato quasi subito in una guerra per procura tra gli Stati della regione. L’Occidente ha incoraggiato l’afflusso dei combattenti stranieri dalla frontiera turca condividendo l’obiettivo degli alleati arabi sunniti – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – di abbattere Bashar Assad, per poi pentirsi tardivamente di fronte all’ascesa barbarica del Califfato.
Quindi c’è poco da fare gli ipocriti se i jihadisti tornano a seminare il terrore in Europa: la destabilizzazione anti-Assad si è risolta in un boomerang, come già accadde con i mujaheddin lanciati contro l’Armata Rossa in Afghanistan.
Aggiungiamo che in Iraq l’avanzata dell’ISIS ha generato oltre 200mila profughi, cristiani e yezidi, soltanto nel Kurdistan iracheno. Non lamentiamoci se i cristiani spariscono dal Medio Oriente: dove mai dovrebbero tornare?
Ora ci sono 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, un milione in Libano – che ha già i suoi problemi di stabilità – oltre 900 mila in Giordania. Anche la generosa accoglienza di Ankara – così generosa che la stessa UNHCR se ne chiedeva da tempo le ragioni – è stata funzionale all’abbattimento di Assad e dei suoi alleati. Ma con lo sdoganamento dell’Iran lo scenario è cambiato e la Turchia, soddisfatta l’esigenza di colpire i curdi del PKK, si sta adattando a un possibile negoziato con USA, Europa, Russia, Iran, Arabia Saudita, per la spartizione del Levante in sfere di influenza.
I rifugiati non servono più, anzi sono diventati ingombranti e infatti è cominciato l’esodo siriano verso le coste greche e i Balcani.
E dopo tante manovre per sbalzare di sella Assad, costate 260mila morti e milioni di profughi, sembra che gli americani siano giunti alla conclusione che la via per stabilizzare la Siria, mettendo un freno all’espansione dei jihadisti, sarebbe lasciare il regime che ha governato il Paese per decenni: sconcertante. Tra errori di valutazione, ambiguità, contraddizioni, cambiamenti repentini di linea, i governanti europei devono spiegare che affrontano un’emergenza di cui i migranti sono l’ultimo anello di una catena di clamorosi errori politici.
Le classi dirigenti francesi e britanniche negli ultimi quattro anni hanno scatenato guerre che oltre ai lutti e oltre alla distruzione di interi Stati con cui noi avevamo relazioni convenienti, hanno provocato un drastico peggioramento nella gestione dei flussi migratori, e ora dicono che gestirli non è affar loro ma solo affar nostro.
Non siamo di fronte a casuale o banale egoismo.
Stanno invece ridisegnando la gerarchia europea, trasformando il fianco sud dell'Europa in un mondo troppo debole per farsi valere, troppo ripiegato sui suoi problemi per esigere che più a nord si paghi il prezzo delle spietate politiche di potenza.
Le classi dirigenti di Parigi e Londra hanno scelto cosa voler fare dell'Italia: il paraurti per le tragedie della globalizzazione; così come a Francoforte, Bruxelles e Berlino hanno deciso cosa fare della Grecia: il laboratorio dove sperimentare la futura 'mezzogiornificazione' di mezza Europa.
E' l'autodemolizione del sogno europeo in vista di un ordine che toglie già, ancora una volta, il velo che nascondeva ciò che non è mai venuto meno: i soliti brutali rapporti di forza guidati dalle grandi capitali dei grandi capitali. Oggi la NATO militare e domani anche la NATO economica (il TTIP) si presentano come i gendarmi della nuova gerarchia che cambierà il destino di centinaia di milioni di persone.
L’ultima
catastrofe di Lampedusa – che di colpo aggiunge centinaia di
migranti morti alle decine di migliaia di vite spezzate e dimenticate
degli ultimi decenni – ci ricorda in un grido dilaniante che i
problemi del mondo ci toccano da vicino e non potranno essere più
ignorati. Le nostre spiagge sono raggiunte dai resti di bambini,
donne, ragazzi trattati come cose, espulsi dalle guerre, da
un’economia fondata sull’ingiustizia, da Stati distrutti per
calcolo politico. Assisteremo a funerali che schiaffeggeranno le
nostre coscienze: i seppellimenti di massa di bambini senza nome
saranno troppo anomali per poterci riconciliare con le abitudini e
con il solito sguardo che si volge da un'altra parte. Una parte del
dramma sta nella nostra lunga indifferenza.
È stato molto
significativo che il primo viaggio apostolico di papa Francesco, a
luglio, sia stato proprio a Lampedusa, lungo una riva che è snodo di
tragedie planetarie, tradotte in infinite tragedie umane individuali.
Si attende ancora, invece, un risveglio di tutte le classi dirigenti
europee, che però, in quelle acque, vedrebbero rispecchiarsi le
proprie facce, ossia le cause delle tragedie.
Si avvicina
ormai il 2014, l’anno che richiamerà la Prima Guerra
Mondiale, iniziata esattamente cent’anni prima durante
un’altra crisi distruttiva, poi proseguita in una catena secolare
di sconvolgimenti che hanno modellato il mondo come lo conosciamo
ora. Proponiamo che il centenario di quel conflitto sia l’occasione
per proclamare l’Anno della Pace e della Riparazione,
chiamando a raccolta autorità politiche, religiose, spirituali e
mediatiche di tutto il mondo per scrivere la Carta del Futuro.
Il laboratorio
politico-culturale internazionale “Alternativa”.
Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi
Chi cura questo blog
Pino Cabras (1968) è laureato in Scienze Politiche e lavora in una finanziaria d’investimento, per la quale ha curato diversi programmi negli Stati Uniti e in Asia. Ha pubblicato "Balducci e Berlinguer, il principio della speranza" (La Zisa, 1995), "Strategie per una guerra mondiale" (Aìsara, 2008); con Giulietto Chiesa ha pubblicato "Barack Obush (2011), uscito nel 2012 in edizione russa con il titolo «Глобальная матрица» (Global'naja Matrica). E' condirettore del sito www.megachip.info e co-fondatore della webTv PandoraTv.it.
Pino Cabras
Complotti e complottismi
dal libro "Strategie per una guerra mondiale":
Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere... [leggi tutto]
DIETRO GLI ESPERTI MILITARI IN TV, IL PENTAGONO MUOVE I FILI Versione italiana di un'inchiesta di David Barstow comparsa su «The New York Times» il 20 aprile 2008: [LEGGI QUI]
Sul giornalismo
"Periodismo es difundir aquello que alguien no quiere que se sepa, el resto es propaganda".
Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)