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16 aprile 2016

Dopo i sauditi, anche l'Egitto imbavaglia Al Manar

di Pino Cabras.


Le pressioni degli sponsor dell'ISIS restringono sempre di più gli spazi televisivi per i loro nemici. Dopo la piattaforma satellitare Arabsat, anche quella egiziana denominata Nilesat, vista in tutto il Vicino e Medio Oriente, ha deciso di oscurare le trasmissioni del canale libanese Al Manar (Il Faro). Dal 5 aprile, uno degli organi di informazione in lingua araba più influenti, legato al movimento di resistenza libanese Hezbollah, è stato escluso dalla piattaforma la cui sede è in Egitto. Sono stati gli stessi media egiziani ad annunciarlo, precedendo l'incontro al vertice tra il presidente egiziano Al Sisi e il re saudita Salman, accolto dunque con un regalo per lui molto gradito

AL MANAR - I PRECEDENTI:
ECCO COME STANNO SOFFOCANDO UNA VOCE FONDAMENTALE PER L'INFORMAZIONE MEDIORIENTALE


In questo cinico scambio di doni fra capi di Stato si assiste a un grande dirottamento di miliardi. I 4 miliardi di dollari che fino a poche settimane fa i sauditi avevano destinato alle forze armate libanesi atterrano invece al Cairo, per rafforzare il rapporto con uno dei maggiori "clientes" di Riad - il regime egiziano - e indebolire la tenuta del fragile Stato libanese. Il tutto avviene per rafforzare l'asse di interessi saudita, impegnato direttamente o indirettamente su varifronti di guerra (Siria e Yemen su tutti) in contrapposizione all'asse legato alle forze sciite (Iran, Repubblica Siriana, Hezbollah). AncheIsraele ha un interesse strategico a mettere il bavaglio ad Al Manar, una delle voci più informate e critiche rispetto alle azioni militari israeliane. Non è il primo caso in cui Israele realizza una forte convergenza d'interessi con Casa Saud.

Non prende nessuna posizione la coalizione libanese del «14 Marzo». Il suo leader Saad Hariri, ha radici familiari, ideologiche ed economiche fortissime con l'Arabia Saudita, perciò tace. Rimangono invece le forti proteste della coalizione dell'«8 Marzo», che associa Hezbollah alla Corrente Patriottica Libera di Michel Aoun(egemonizzata dai cristiani maroniti). Queste diverse posizioni rappresentano bene la spaccatura politica che rischia di paralizzare o persino far esplodere la vita politica libanese.

I reporter di Al Manar hanno raccontato con grande impegno e professionalità dettagli importantissimi della guerra siriana. Senza la loro capillare presenza nei luoghi di battaglia, il mondo avrebbe saputo molto meno e l'ISIS-Daesh e le altre formazioni jihadiste sarebbero apparse come una galassia lontana. Il servizio reso al mondo consiste nel raccontare la portata di questo immenso pericolo per la pace mondiale. E soprattutto nel rivelare chi foraggia gli autori delle brutalità. I sauditi non vogliono testimoni, e nemmeno i loro alleati vicini e lontani, compreso Israele (anche se la liaison fra Tel Aviv e Riad può apparire contro-intuitiva).

Al Manar proseguirà le sue trasmissioni su una piattaforma satellitare russa (il che comporterà qualche macchinoso adattamento per milioni di parabole nelle case arabe) e in streaming, sul seguente canale:
Nel frattempo l'altro grande sponsor dei tagliagole, jihadisti , il regime del presidente turco Erdoğan - che ha il record mondiale di giornalisti incarcerati - ha oscurato il sito in lingua turca dell'agenzia russa Sputnik.

Per parte nostra, ci sentiamo di condannare questo attacco alla libertà di parola che vuole impedire una narrazione più autentica delle vicende mediorientali. Esprimiamo piena solidarietà ai giornalisti colpiti, anche in mezzo al silenzio occidentale. La "saudizzazione" e l'"erdoganizzazione" dei media rappresentano un attentato non solo alla libertà di parola, ma alla comprensione dei temi della pace e della guerra nel mondo.


DONAZIONE


9 febbraio 2016

Siria: la riconquista dei confini

di Pino Cabras.
da PandoraTV.



L’esercito siriano, in combinazione con l’aviazione russa, gli Hezbollah libanesi e le forze armate iraniane, sta riprendendo – villaggio dopo villaggio – i territori persi da Damasco lungo i confini nel corso dei cinque anni di guerra. Non controllare i confini è stato l’incubo per chi resisteva all’assalto dei jihadisti, che ottenevano così armi e aiuti per miliardi di dollari. Le linee di rifornimento che collegavano ISIS-Daesh, Al-Nusra e altri soggetti all’entroterra turco e giordano vengono spezzate una ad una. Ora sono prevedibili nuove reazioni da parte degli alleati internazionali della galassia terrorista. 




4 febbraio 2016

Siria: ISIS & Co. perdono terreno, i loro sponsor scappano da Ginevra

di Pino Cabras.


Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=6072.

Mentre i negoziati sulla Siria a Ginevra vengono congelati per le prossime settimane, sul terreno di battaglia la controffensiva di Damasco va avanti.
Le forze governative siriane hanno vinto una battaglia importante: hanno rotto l'assedio delle cittadine di Nubbul e e Al-Zahraa, nel distretto settentrionale di Aleppo, dopo tre anni di accerchiamento da parte dell'ISIS. Il tutto accade pochi giorni dopo la riconquista a sud di Shaykh Miskin e a nord di Rabia (nella regione di Latakia).

L’operazione militare – preparata da tre mesi - non solo chiude una situazione drammatica per circa 30 mila abitanti, ma taglia una linea di rifornimento ai terroristi dell'ISIS. L’esercito di Damasco si avvicina al confine turco, che si trova a 20 km dall'area liberata. Questa vittoria interrompe per l’ISIS anche la strada che va da Aleppo alla cosiddetta capitale del Califfato, Raqqah.

La rottura dell’assedio taglia quasi tutte le linee di rifornimento dalla Turchia che alimentavano i terroristi della zona di Aleppo. Per i gruppi armati in zona è un crollo strategico. I miliziani libanesi di Hezbollah, alleati dell’esercito siriano, intercettano le comunicazioni tra i combattenti dell'ISIS e di Al-Nusra mentre si sbandano disorientati a migliaia. Ora Damasco può pensare a liberare Aleppo, ancora una volta con l’aiuto dell’aviazione russa, che da settembre in qua ha cambiato i rapporti di forza in Siria. Vicino ad Aleppo i jihadisti sono geograficamente rinchiusi in una sacca che li espone a un’imminente catastrofe militare.

Non è un caso che proprio ora il segretario di Stato statunitense, Kerry, dica a Mosca “fermate gli attacchi aerei”. Prevedibile la risposta del ministro degli esteri russo, Lavrov: un secco “NO”. Le basi dei negoziati di Ginevra sono cambiate radicalmente ed è prevedibile che cambieranno ancora nelle prossime settimane, perché stanno cadendo le carte che avevano in mano i nemici di Bashar al-Assad. Vedremo se saranno giocate nuove carte.


Pino Cabras.
Hanno collaborato Talal Khrais (Beirut), Mohammad Eid (Damasco), Shadi Martak (Aleppo).

7 gennaio 2016

La disperata corsa saudita


di Pino Cabras.


La scena che si sta mostrando al mondo, dopo l'esecuzione dello sceicco sciita Nimr al-Nimr da parte delle autorità saudite, spiega bene dove volesse andare a parare Riad con questa macabra provocazione politica. Di fronte alle reazioni iraniane, prevedibili e tanto cercate, gli Stati più interconnessi con l'Arabia Saudita hanno fatto a gara a chi rompeva prima le relazioni diplomatiche con l'Iran. Il Bahrein, il Sudan e il Kuwait sono stati i più solerti nell'accodarsi alla scelta saudita. Ma è prevedibile che Riad premerà da subito su tutta la sua "clientela vicina", tutti gli stati arabi su cui ha gettato il grande peso dei propri petrodollari, a partire dall'Egitto, affinché chiudano le ambasciate iraniane e richiamino i propri ambasciatori a Teheran, blocchino i collegamenti aerei, rendano più accidentato il rientro dell'Iran nei salotti buoni della diplomazia.
Riad fa un calcolo forse disperato, ma certamente determinato: vuole sabotare con ogni possibile mezzo i risultati dell'accordo sul nucleare consacrato dalle massime potenze del pianeta, che ha finalmente riconosciuto un ruolo e un peso che l'Iran ha conquistato in mezzo ai disastri della "guerra infinita" angloamericana nel cosiddetto "Medio Oriente allargato". Dove gli altri hanno seminato caos, Teheran ha offerto un ordine politico più efficace, fino a porsi al centro di un crocevia di portata mondiale.
Pochi in Occidente ricordano che il presidente iraniano Rouhani è anche il presidente del Movimento dei paesi non allineati, che raccoglie 120 Stati che rappresentano i due terzi della popolazione mondiale. Ma soprattutto, dopo l'accordo sul nucleare, l'Iran recupera le essenziali relazioni con gli Stati più potenti, cosicché il suo peso nella regione mediorientale aumenta. All'Arabia saudita tutto questo non piace, come possiamo dedurre da altri fatti.
Le azioni dei sauditi di questo drammatico inizio del 2016 vanno infatti legate ad altre loro recenti azioni. L'intervento aereo russo in Siria è stato abbastanza forte da togliere ogni velo con cui l'Arabia saudita provava fin qui a coprire il suo sostanzioso appoggio alle milizie jihadiste. Di fronte al tentativo della grande diplomazia - che intende replicare per la Siria l'esperienza di successo del negoziato 5+1 per l'Iran - il Regno saudita è stato costretto in fretta e furia a organizzare nel dicembre 2015 una "sua" conferenza internazionale delle opposizioni contro il presidente siriano Assad. Come per dire: non ci escluderete di certo, anche quando la nostra mostruosa creatura Frankenstein, l'ISIS-Daesh, dovesse risultare definitivamente sconfitta.
Nel frattempo l'Arabia Saudita, in coalizione con i suoi "clientes", ha continuato la sua aggressione allo Yemen, scaricando su uno dei paesi più poveri del mondo (ma che è la porta del Mar Rosso) una quantità impressionante di bombe, con risultati che risultano criminali dal punto di vista dei costi umani, disastrosi dal punto di vista dell'efficacia militare e astronomici dal punto di vista finanziario.
Sempre sul fronte finanziario, i sauditi da un anno in qua stanno scommettendo su una grande operazione: pompare tantissimo petrolio, così tanto da far abbassare il prezzo, in modo da strangolare i paesi la cui economia si regge in grande misura sull'esportazione di idrocarburi. Tra questi, ancora l'odiato Iran, ma soprattutto la Russia (ripetendo uno schema che sul finire degli anni ottanta aveva piegato l'URSS), e persino l'industria nordamericana dello shale oil, che risulterebbe soffocata nella culla dopo qualche anno di prezzi così bassi.
Solo che la coperta è corta: i ricavi sono crollati anche per l'Arabia saudita, che ha meno denaro con cui comprare alleati e che sperimenta deficit inediti, in grado di farla collassare. Non è ancora crollata, certo, ma la classe dirigente gioca ormai con un elemento di disperazione in più.
È in questo contesto che si legge meglio anche la recente stretta che i sauditi hanno imposto ai media, fino a far oscurare Al Manar, la TV degli Hezbollah libanesi, dal satellite Arabsat, assieme ad altri canali sgraditi, ugualmente testimoni scomodi delle tragedie militari causate o sponsorizzate da Riad.
Altre mosse sono andate in controtendenza, come accade nelle scacchiere geopolitiche, che muovono i pezzi in modi strani e difficili da leggere. Ad esempio, perfino Riad non può estraniarsi dalla rinascita della Russia come grande potenza, tanto che si sono moltiplicati i viaggi dei dignitari sauditi a Mosca, alla ricerca di un nuovo "modus vivendi" in Medio Oriente, con promesse di affari reciprocamente vantaggiosi, forniture militari, disponibilità a considerare un ruolo meno preponderante degli USA negli equilibri regionali. Tutti sanno la misura dei danni che possono infliggere e subire (e che viceversa possono non infliggere e non subire). Ad esempio il wahhabismo saudita ha una forte influenza ideologica e militare sulla galassia jihadista che potrebbe intensificare le sue azioni nel Caucaso e in tutto il fianco sud dell'ex URSS, ponendosi come una minaccia concreta alla sicurezza russa e ad ogni tentativo di "Via della Seta" dell'Eurasia del futuro. Per contro, i sauditi hanno capito benissimo il messaggio recapitato dai missili da crociera Kalibr che dal Mar Caspio hanno colpito in Siria: quei missili russi hanno un raggio d'azione in grado di colpire con precisione devastante qualsiasi punto della penisola arabica.
Le cancellerie di mezzo mondo ora sono in allarme. La cadenza dei cambiamenti diplomatici avvenuti in una sola settimana va a una velocità troppo insostenibile, perciò tutti, a partire dal Segretario generale dell'ONU, invitano a trovare canali di dialogo. Gli scenari di guerra e di pace lungo l'arco di crisi mediorientale somigliano sempre di più a una corsa contro il tempo. Fra tutti i giocatori che sfidano il calendario, i sauditi sembrano essere i più impazienti.




21 dicembre 2015

La guerra dei media in Europa e in Medio Oriente

Pandoratv.it

C’è un Islam che lotta strenuamente contro l’ISIS. Muore in battaglia e produce un nuovo giornalismo, come la TV libanese di Hezbollah, Al Manar. L’Arabia Saudita l’ha voluta oscurare dal satellite Arabsat.
Ma prima ancora questa TV l’avevano già oscurata gli europei con Eutelsat.
Al Manar mi ha intervistato in proposito.



Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5342.

5 dicembre 2015

Gli sponsor dell'ISIS oscurano la TV Al Manar

di Pino Cabras.
da Megachip.



Ora tocca alla TV libanese Al Manar, subire un durissimo colpo che viene da chi protegge l'ISIS-Daesh. L'emittente di Hezbollah, il movimento di resistenza sciita che negli ultimi mesi ha inflitto numerose sconfitte sul campo ai miliziani di Daesh e di Al-Nusra, è stata oscurata dalla piattaforma satellitare della Lega Araba, Arabsat, che ha sede in Arabia Saudita e trasmette canali di venti paesi arabi. L'interruzione è avvenuta senza preavviso e senza spiegazioni, violando clamorosamente i contratti. Gli sponsor dell'ISIS giocano ormai a carte scoperte e non rispettano più nessuna regola, né contrattuale, né legale-costituzionale, né militare: non vogliono fra i piedi un giornalismo che li ostacoli. Si assiste a una vera accelerazione negli ultimi mesi (specie in Turchia, ma non solo): censure, interventi squadristici contro le redazioni, carcere per i direttori dei giornali, canali TV fatti chiudere a forza, centinaia di cronisti licenziati. Qualche giornalista muore in circostanze controverse, e sempre dopo minacce di morte.
Quasi nessuno in Occidente conosce la vicenda della giovane Serena Shim, dell'iraniana Press TV, morta un anno fa in uno strano incidente dopo essere stata accusata dai servizi di sicurezza turchi di essere una spia e minacciata di morte, a seguito di un suo servizio che denunciava la collusione del governo turco con l'ISIS. In particolare, aveva osato svelare il caso degli autocarri carichi di combattenti dell'ISIS che oltrepassano il confine tra Turchia e Siria, spesso con le insegne di organizzazioni non governative o dell'ONU.

In Occidente l'unico caso che sta iniziando a bucare l'indifferenza riguarda due giornalisti, Can Dündar, direttore del quotidiano di Istanbul Cumhuriyet, e il capo-redattore del suo ufficio di Ankara, Erdem Gül, entrambi in prigione dal 26 novembre. Anche per loro l'accusa è spionaggio e terrorismo. Avevano semplicemente pubblicato le prove che dimostravano che i servizi segreti turchi consegnano tante armi ai gruppi islamisti in Siria. Eppure, a parte qualche appello, la massa che diceva "Je suis Charlie Hebdo" ora non dice nulla. Così come difficilmente dirà qualcosa sul caso di Al Manar.

Perché dunque questa accelerazione? Il fatto è che l'intervento militare russo in Siria ha messo a nudo tutte le ipocrisie occidentali e mediorientali sulla questione ISIS: i suoi tanti sponsor non possono più nascondersi, e perciò reagiscono cercando di silenziare le testate che non controllano.

È in questo quadro che ora le petro-monarchie vogliono chiudere la bocca ad Al Manar. Ci aveva provato già Israele, nel 2006: durante l'invasione del Libano l'aviazione israeliana colpì ripetutamente con missili la sede della TV a Beirut. L'attacco del 16 luglio distrusse l'edificio di Al Manar, ma l'interruzione durò appena dieci secondi: la redazione si era preparata a trasmettere in emergenza da località sconosciute e gli israeliani non potevano far nulla per controllare la piattaforma satellitare ArabSat. Solo che ora ci pensano direttamente i piranhas di Riad.

Ai dirigenti sauditi non stavano piacendo i continui reportage di Al Manar dallo Yemen, il paese che da mesi subisce l'aggressione di Arabia Saudita, Qatar e altri paesi loro clienti e alleati: i continui bombardamenti hanno già causato migliaia di morti civili, centinaia di migliaia di sfollati, e dieci milioni di persone senza più acqua potabile (metà della popolazione yemenita). Si tratta di una catastrofe originata da veri e propri crimini di guerra, alimentati da un'enorme quantità di bombe che proviene anche dall'Italia. La redazione di Al Manar non solo mette in prima serata questa guerra orrenda, ma è capofila di una federazione di decine di canali mediorientali (anche dello Yemen) che stanno formando sul campo centinaia di videoreporter in grado di confezionare eccellenti servizi, spesso girati con un semplice telefonino.
Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini occidentali non sa nulla di queste guerre né di questo giornalismo. I padroni della comunicazione europei, per esempio, nel 2012 cacciarono dalla piattaforma Eutelsat i canali satellitari iraniani, senza che i giornalisti e i politici europei trovassero nulla da obiettare. La Francia aveva proibito Al Manar già nel 2004, assimilando la redazione a un gruppo terroristico e accusandola di antisemitismo. Altri paesi europei seguirono.
Già prima ad Al Manar era stato precluso il sistema statunitense Intelsat.

Rimaneva Arabsat, attraverso cui Al Manar ha raggiunto ogni giorno un pubblico pan-arabo di decine di milioni di telespettatori, ponendosi come la più combattiva comunicazione anti-ISIS esistente. In un mondo normale sarebbero i primi alleati di chi volesse davvero estirpare Daesh. Invece l'Europa li ha censurati da tempo, mentre ora - improvvisamente - li censura il sistema di alleanze che copre l'ISIS.

Chi ha a cuore la libertà di parola deve capire ora la gravità di questo fatto, che ricade anche sull'Occidente. Negli ultimi dieci anni si erano formati nuovi equilibri nell'informazione globale. Vari paesi hanno proposto con forza una propria visione autonoma in contrasto al flusso informativo dominato dalle potenze anglosassoni. Le emittenti emergenti (la libanese Al Manar, l'iraniana Press TV, la russa RT, la venezuelana Telesur, ecc.) hanno partecipato con un punto di vista certo "di parte". Ma per l'appunto grazie a questa parzialità, mostrano al mondo interessi "altri", e conquistano un nuovo pubblico, ormai stufo dell'informazione prodotta dalla fabbrica dei media nostrana, al netto degli ingenui che pensano che la CNN e altri giganti mediatici siano "neutrali".

Se queste voci "altre" non useranno un sistema autonomo di trasmissione, cioè se non trasmetteranno con propri satelliti, rimarranno sempre vulnerabili rispetto a chi combatte la guerra da un'altra parte della barricata e può decidere di spegnerli da un momento all'altro. Questo discorso vale anche per i canali russi, che sono già entrati nel mirino della NATO e dei suoi maggiordomi. Si parla ormai apertamente di misure per bloccare l'informazione proveniente da un mondo considerato nemico. Qui, nell'Occidente che presume ancora di essere il luogo del "libero" confronto delle idee.
Un imperdibile "manuale" sull'argomento lo ha scritto Roberto Quaglia, converrà padroneggiarlo.

Siamo appena agli inizi di una dittatura che usa la lotta all'ISIS per giustificare restrizioni alla libertà e censure, ma che poi usa queste restrizioni e censure a danno di chi combatte davvero l'ISIS. Sembra un paradosso, ma è il ritratto del doppiogiochismo che sta affossando le democrazie.
Basterebbe poco, con un certo clima di allarme bellico, per "erdoganizzare" e "saudizzare" anche il sistema europeo, che ormai è sempre più istituzionalmente pronto a questa pericolosa mutazione.

Dobbiamo capire da subito che il punto di vista altrui è la garanzia del punto di vista nostro. Difendere Al Manar ed esigere che la TV non sia oscurata è una questione che ci riguarda da vicino.


15 luglio 2015

Il nodo iraniano. E ora?

di Simone Santini.
da Sputnik.

La firma dello storico accordo sul nucleare tra Iran e Comunità internazionale non è il punto terminale ma il primo passo di un processo che può cambiare la fisionomia del Medio Oriente e, dunque, le relazioni internazionali globali.

Tutti gli analisti più attenti della questione hanno rilevato, da tempo, che il faticosissimo negoziato che ha impegnato per oltre un decennio le diplomazie non era tanto centrato sulla possibilità che l'Iran acquisisse il nucleare militare ma sul ruolo che il paese persiano doveva assumere sullo scacchiere internazionale.
Perciò i termini più esatti della questione erano di ordine squisitamente politico (geopolitico) e non tecnico. Per parte americana, dalla visione di un Iran perno dell' "asse del male" si è passati ad una visione molto più pragmatica e realista. Tatticamente l'Iran diventa per Washington il partner ideale per il contenimento del pericolo jihadista, prima di Al-Qa'ida, ora di Daesh (Isis), in tutta l'area tra Iraq e Siria. Il mostro islamista che gli stessi americani hanno contribuito a destare non è un robot che risponde istantaneamente ai comandi e che si possa accendere o spegnere premendo un interruttore. Sono necessari "scarponi sul terreno" che possano contrastare in profondità la sua egemonia che può anche sfuggire di mano. Gli "scarponi" oggi, se non direttamente iraniani, appartengono ad Hezbollah in Siria ed alle milizie sciite in Iraq, dunque fazioni apertamente o tendenzialmente filo-iraniane.
Inoltre l'attuale Amministrazione di Washington sembra aver sposato un assetto per il Medio Oriente, tipicamente ricalcato sulle idee dello stratega di lungo corso Zbigniew Brzezinski, che punta alla creazione di un quadrilatero che formi un equilibrio di tensione tra le potenze regionali: Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita. In tal modo, le fragilità e i contrapposti o contigui interessi di ogni vertice del quadrilatero dovrebbero tendere a comporsi in un quadro stabile. Virtuosismo delle relazioni internazionali a parte, ciò potrebbe consentire agli USA di sganciarsi militarmente, come già stanno facendo, dal Medio Oriente per proiettarsi verso i teatri di crisi prossimi venturi, l'oriente europeo e l'estremo oriente del Pacifico.
Ma come per ogni assetto che tenta lo sforzo di instaurarsi, non mancano i contrasti che derivano dal vecchio ordinamento. Così Israele vede minacciato il suo ruolo di potenza senza avversari. L'Arabia Saudita wahabita vede con terrore imporsi lo storico nemico sciita. E ampi settori americani scorgono l'incertezza del nuovo corso. Ne hanno dato plastica dimostrazione altri due decani delle geostrategie americane, gli ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, in una sorta di appello congiunto pubblicato dal Wall Street Journal lo scorso aprile a pochi giorni dall'accordo quadro di Losanna che prefigurava l'accordo definitivo raggiunto ora a Vienna.  Al termine di una accurata disamina scrivono: "Se il mondo deve essere risparmiato da inquietudini ancora peggiori, gli Stati Uniti devono sviluppare una dottrina strategica per la regione [il Medio Oriente]. La stabilità richiede un ruolo americano attivo. Se l'Iran intende essere un membro prezioso della comunità internazionale, il prerequisito è che accetti il controllo sulla sua capacità di destabilizzare il Medio Oriente e sfidare l'ordine internazionale più ampio". Insomma, è detto senza mezzi termini anche se con eleganza. È una questione di controllo. Gli Stati Uniti devono raggiungere la chiarezza su quale sia il loro ruolo strategico, e se l'Iran non è sotto controllo, l'accordo nucleare andrà a "rafforzare, non a risolvere, le sfide al mondo in quella regione".
Tali divergenti visioni prenderanno forma durante il dibattito che avverrà al Congresso americano  sull'approvazione del nuclear deal. Sarà di straordinaria importanza valutare il comporsi dei vari schieramenti non tanto per l'effettiva tenuta dell'accordo (Obama ha già dichiarato che userà il potere di veto se il Congresso provasse a snaturare o semplicemente bocciare l'intesa) quanto piuttosto verificare se la natura politica dell'accordo può avere sufficiente vitalità per imporsi o nasce già morta. Se Obama riuscisse ad avere un voto addirittura favorevole, con la maggioranza repubblicana, sarebbe un trionfo. Se un voto negativo arrivasse solo dalla parte repubblicana (o comunque con defezioni tra repubblicani e democratici che andassero a compensarsi) lo spirito di Losanna e Vienna sarebbe vivo e vegeto, benché fragile, fino alle prossime presidenziali. Se, invece, l'atteggiamento negativo arrivasse anche da una consistente parte democratica, oltre che repubblicana, allora Obama sarebbe, almeno per le questioni internazionali, già esautorato de facto dalle sue prerogative presidenziali con un anno e mezzo di anticipo.
Un ruolo essenziale sarà giocato in questo contesto da Hillary Rodham Clinton, candidata quasi sicura a correre per la Casa Bianca per i democratici e possibile (probabile?) futuro presidente. È da escludersi una sua manifesta ed esplicita opposizione all'accordo ma come si muoveranno le lobbies democratiche, alcune molto legate agli ambienti sionisti americani, che la sosterranno nella sua costosissima campagna elettorale?
Da parte iraniana non resta che osservare guardinghi lo svolgersi degli eventi e godersi intanto questa fantastica vittoria. L'Iran come nazione nel suo complesso, e la sua leadership attuale e passata, ha dimostrato una straordinaria lungimiranza, determinazione, capacità di sacrificio lungo tutti questi anni di negoziato. Possono con fierezza e speranza guardare al futuro. Hanno attraversato la loro parte di deserto, ora tocca al resto del mondo accoglierli.
Fonte:  http://it.sputniknews.com/politica/20150715/754031.html.
Ripubblicato anche da Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=121966&typeb=0&il-nodo-iraniano-e-ora-


2 giugno 2015

Hezbollah: battaglia per difendere la civiltà

La guerra all'ISIS e la polveriera Libano. 
Hassan Nasrallah denuncia: lo Stato islamico uccide i diversi. 

Mia corrispondenza dal Libano  in esclusiva per PandoraTV.it



Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=3427.


25 maggio 2015

Leader di Hezbollah: guerra senza quartiere all'ISIS


Pino Cabras

In un drammatico discorso, Nasrallah fa appello a combattere con ogni mezzo un pericolo di portata globale. La polveriera Libano sull'orlo tra pace e guerra.

NABATIYE (Sud Libano) - Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, il movimento sciita che esattamente 15 anni fa ha sconfitto l'occupante israeliano in Libano, oggi dichiara guerra all'ISIS, considerato il nemico principale e più insidioso. Ascolto il suo drammatico discorso - teletrasmesso su un maxischermo davanti a un grande spiazzo al centro di Nabatiye, in quel Libano del Sud dove il Partito di Dio è una sorta di Stato nello Stato – e osservo le reazioni delle migliaia di militanti presenti al comizio della Festa della Liberazione: le parole del loro segretario generale e leader carismatico fanno breccia, sono tutti pronti alla nuova fase della guerra. Come vedremo, il discorso di Nasrallah avrà importanti implicazioni internazionali, e annuncia di fatto un impegno delle sue addestratissime forze militari in un raggio molto più vasto rispetto ad oggi. Si allarga cioè la sfera territoriale entro cui Hezbollah giocherà la partita della sicurezza del Libano, e la sua presenza nella guerra siriana non si limiterà al confine libanese, perché tutta la Siria sarà considerata decisiva per il futuro del Paese dei Cedri. Nasrallah fa appello a sostenere in modo nuovo e più intenso il presidente siriano Assad.

Prima di raggiungere Nabatye, faccio un lungo giro nel Libano meridionale accompagnato dal giornalista libanese Talal Khrais, attivo esponente dell'Associazione Assadakah. Il paesaggio che osservo – essendo modellato dall'Uomo – riesce a “parlare” e manda un messaggio chiarissimo: questa terra è in pieno boom economico. Oltrepasso i borghi e i paesi, uno dopo l'altro, punteggiati ciascuno da piccole imprese edili, cantieri, piazzali che ospitano un'infinità di macchine movimento terra. Ovunque un'impressionante espansione edilizia, con ville, palazzine, case di ogni tipo, molte ben rifinite, altre nello stile del “Non-Finito mediterraneo”, con blocchetti a vista, piani inconclusi e pilastri nudi pronti per futuri innalzamenti. Dal 1982 al 2000, tutti questi centri abitati erano continuamente martoriati dai tiri d'artiglieria della forza occupante. In cima alle colline e montagne che si aprono su valli e panorami a perdita d'occhio, si trovavano infatti le numerose postazioni israeliane, che apparivano una forza soverchiante. Quando la Resistenza sloggiò gli israeliani, le troppe macerie rendevano difficile immaginare ricostruzione e rinascita. Invece la rinascita c'è stata, ha attirato capitali, ha ricostruito ogni ponte, anche quelli distrutti per 34 giorni dall'aeronautica di Tel Aviv nel 2006, prima di una nuova sconfitta strategica di Israele.
Solo una comunità che ha una fede sicura nel proprio futuro può rifabbricarsi il paesaggio con tanta convinzione, a pochi passi da uno degli eserciti più forti del pianeta. Impossibile non notarlo. Hezbollah e il suo popolo hanno accresciuto la fiducia nei propri mezzi. Celebrano la vittoria non solo nei giorni dedicati, ma tutto l'anno.
Visito il Museo della Resistenza a Mleeta, e trovo lo scatto: faccio una foto a tre bimbi sorridenti che occupano la torretta di quello che un tempo fu un temibile carro armato israeliano (a sua volta sottratto agli egiziani), prima di diventare il trofeo di un parco a tema che attira 15mila visitatori al mese.


Il responsabile media del museo annuncia che quel luogo, dove si trovano gli ingegnosi e lunghi tunnel presso cui si organizzava la Resistenza, sarà un polo turistico con alberghi e funivia. Un altro segnale che il mondo di Hezbollah ha ambizioni di egemonia culturale che allungano il raggio d'influenza ben oltre il Libano. Avvicino alcuni giovani che armeggiano con un drone nel piazzale del museo. Mi raccontano che sono studenti di ingegneria. Forse vogliono unirsi agli altri mille ingegneri che in pochi anni hanno fatto fare a Hezbollah un balzo tecnologico impressionante: in materia di droni non hanno ormai nessun timore reverenziale nei confronti di nessuno. I ragazzi mi spiegano che quel drone può portare un salvagente a un bagnante che rischia di annegare. Ottimo uso civile. Ma i loro fratelli maggiori hanno forgiato una varietà di droni con una gamma di usi sofisticati in campo militare.
Proprio un drone con una telecamera vola sopra la mia testa durante il comizio di Nasrallah, mentre riprende le migliaia di bandiere gialle che si agitano festanti. C'è allegria in giro, ma contrasta con la sostanza di uno dei discorsi più inquieti che una personalità politica abbia pronunciato negli ultimi anni.
Nasrallah fa una cronistoria, per spiegare come si è giunti alla liberazione. Per lui la sostanza partiva da questo: occorreva credere, aver fede nella vittoria. «Eppure all'inizio tutti i media ci erano contro» - spiega Nasrallah - «tanto che molti parlavano di Israele come di un possibile alleato, oppure, anche nei casi migliori, come un'entità da non combattere per evitare rappresaglie più gravi, ritenendoci responsabili delle conseguenze decise dal Nemico», per non parlare dei casi di chi era favorevole all'occupazione. Nella lista dei comportamenti libanesi, Nasrallah non si dimentica dei partiti laici che invece furono subito schierati nell'iniziare la resistenza. «Una resistenza difficilissima» – ricorda il leader di Hezbollah - «contro un esercito di centomila soldati (oltre ai loro complici). Ora tutti i libanesi sanno che la pace di oggi è frutto della resistenza. E conta la sua qualità. L'alleanza fra popolo, resistenza ed esercito ha fatto capire a Israele che davanti a sé ha solo porte chiuse, in Libano. L'eco di questa vittoria è arrivato ovunque anche fuori dal Libano».
Nasrallah prosegue affinando i toni sugli aspetti politici più delicati del suo Paese, rivendicando per il suo movimento il merito di essere stato clemente con chi aveva ostacolato la resistenza, in modo da saldarsi politicamente a gran parte dei libanesi. «Oggi siamo liberi e vedo che anche gli sguardi di coloro che vivono più vicino al confine sono fieri». Non dimentica chi ha aiutato il movimento, Iran e Siria.
Pericolo scampato, dunque? Niente affatto. Nasrallah passa a un tono più grave.
«Oggi la storia si ripete, ma con un nuovo piano in grado di destabilizzare l'intera Regione. È quello che stiamo vedendo ogni giorno con le orribili azioni dei salafiti takfiristi». È la definizione con cui Nasrallah accomuna Daesh (ossia l'ISIS), al-Nusra e al-Qa'ida. Si riferisce anche ai 400 civili uccisi ieri dall'ISIS a Palmira, dipendenti pubblici e loro familiari, bambini compresi, tutti allineati nelle strade, molti decapitati. Nelle parole del leader traspare una dolorosa ironia: «Noi avevamo già visto per tempo, qual era il piano di questi elementi, Non certo il piano che elabora un istituto di ricerca, ma un programma che uccide, un'organizzazione che agisce in Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Libia, Nigeria, e ora in Arabia Saudita, ovunque. E ora, che fare? In Libano in troppi mettono la testa sotto la sabbia, così come facevano con Israele. Questo è un nuovo e più grande pericolo».
Le parole contro ISIS e simili diventano roventi. Hassan Nasrallah alza la voce: «Questa è un'entità che elimina fisicamente ciò che è proprio dell'Uomo, persino più del colonialismo. Guardate a quel che succede in Iraq: chi non si sottomette viene trucidato, chi è diverso, perché cristiano, yazida, sciita o perché ha un'idea diversa, viene ucciso. Uccidono i diversi, a migliaia come se fosse una cosa da nulla, anche mentre io vi sto parlando. Arrivano a combattersi persino fra di loro, quando si scontrano con una visione diversa delle cose. È un pericolo globale. Basta nascondere la testa sotto la sabbia!»
A questo punto si comprende meglio l'insistenza sulla premessa storica, sulle prime reazioni all'occupazione israeliana: «Ci sono quelli che non si schierano, e sperano così di salvarsi con il silenzio. Ma non saranno risparmiati! Non hanno capito nulla. Leggete i comunicati di queste organizzazioni salafite. Hanno giudici che comminano condanne a morte senza aver letto mai un rigo di un codice. Eppure la coalizione Movimento Futuro (il partito a base sunnita di Saad Hariri, ndr) non vuole contestarli. Allora chiedo a loro e ai cristiani. Chi può salvare le vostre chiese, le vostre moschee, i vostri simboli, le vostre stesse genti? Forse i vostri leader?»
Nasrallah rivolge un appello accorato a tutte le 18 comunità che compongono il fragile mosaico libanese. Anche qui i toni politici si adattano a una materia delicata: «noi non siamo laici, certo, ma dal profondo del cuore vi dico: siamo realisti. Affrontiamo la situazione». Contando in primo luogo sui libanesi.
Fidarsi degli USA? Il no del leader di Hezbollah è netto: «gli Stati Uniti prendono in giro tutti. Ci distruggono e ci logorano. Pensate all'Iraq. Ormai Daesh minaccia Baghdad. Cos'ha fatto la coalizione a guida statunitense? Se contiamo le loro incursioni ad oggi, Israele ne fecce il doppio in un solo mese, nel 2006. Gli USA hanno la possibilità di vedere ogni singolo movimento dei pickup che vanno avanti e indietro in vasti territori, e non fanno nulla. Chi aspetta gli Stati Uniti non va da nessuna parte.»
Rimane da capire chi sostiene l'ISIS. L'elenco di Nasrallah comprende chi li esalta in TV e chi compra da loro il petrolio di contrabbando. Non fa nomi, ma saranno i soliti noti. Di chi fidarsi, allora? «Dobbiamo contare su di noi e cercare i veri amici, accettare l'aiuto dalla Repubblica islamica dell'Iran e dai movimenti popolari».
Ma perché questa battaglia è così importante? «È una battaglia esistenziale. È una battaglia per sopravvivere. Di fronte a pericoli gravi, ovunque nel mondo, maggioranze e minoranze, governo e opposizione, forze diverse fra loro fanno i governi di unità nazionale. Occorre uscire dal dubbio, ognuno si assuma la responsabilità», scandisce Nasrallah, che aggiunge: «In molti temono che Assad vinca, ma sono i suoi nemici quelli da temere. Se l'ISIS penetra in Libano, siete in grado di garantire la sicurezza della popolazione? Questo forse significa fare pressioni sull'esercito libanese? No, è un appello alla responsabilità».
Pochi giorni fa Hezbollah ha riportato una grande vittoria in Siria nelle alture di Qalamoun. Nasrallah annuncia che l'operazione di Qalamoun continuerà per garantire la sicurezza comune di Libano e Siria. C'è poi una città nel nordest del Libano, Arsal, «dove avvengono fatti tremendi, e si applica la pena di morte anche per questioni sessuali». Nasrallah, dichiara che Hezbollah è pronto ad aiutarli, ma è lo Stato libanese che deve fare la sua parte. Di fronte a un'inerzia che perdurasse nel caso che i takfiristi dilagassero nei dintorni della città e nella valle della Bekaa, Hezbollah romperebbe gli indugi, e non si farebbe frenare dalle forze politiche che temono che sia la scusa per innescare conflitti confessionali. Il punto invece è: «noi non accettiamo invasioni, occorre dare l'esempio e possiamo vincere.» Intervenendo dove c'è un pericolo esistenziale. Che viene visto anche per l'intervento in Siria, dove la chiave della vittoria non può risiedere solo nell'esercito siriano, ma in una reazione popolare che porti le tribù sunnite a schierarsi contro l'ISIS e gli altri estremisti. Se l'esercito si salda con le istanze popolari, succede come in Yemen, «dove l'attacco saudita fallisce perché c'è identità di obiettivi fra esercito yemenita e popolo».
Nasrallah fa appello affinché non si ripropongano anche per l'ISIS gli effetti del “divide et impera” in stile israeliano. «Trascurare questo pericolo e restare divisi sarebbe un errore strategico con gravi conseguenze storiche. Pensate se si fosse affrontato l'ISIS un anno fa. Non saremmo all'attuale disastro. Invece hanno consentito loro di comprare armamenti, vendere petrolio, addestrare in campi i combattenti, indisturbati. Chi ha taciuto a lungo sulla Siria, solo ora scopre Palmira».
Qui viene il salto di qualità drammatico a cui è pronto il leader di Hezbollah: «siamo presenti in Siria e lo saremo in tutta la Siria, ovunque lo si richieda». Dunque non solo al confine libanese.
E anche altrove. Nasrallah cita le condizioni diplomatiche per fare cessare l'aggressione saudita allo Yemen e gli scontri interni in Bahrein. Dichiara che non dimentica certo Israele, ma Hezbollah ha una capacità dissuasiva che permette di concentrarsi su quello che il leader definisce ormai “Nemico principale”, l'ISIS, a partire dalla Siria: «Nel 2011 dicevano che la caduta del regime era imminente, ma c'è ancora. Dobbiamo aver fede e contare sulla nostra mente, così sconfiggeremo il piano dei takfiristi».
Questo richiamo alla mente non è nuovo in Nasrallah. Già la lotta di Liberazione l'aveva definita come “guerra delle menti”, una definizione curiosamente simile a quella che alcuni dei più spregiudicati teorici militari USA avevano usato tempo fa per un nuovo modello di guerra psicologica: “mind war”. In Nasrallah riveste anche una connotazione legata alla spiritualità religiosa, che ha un peso e una forza che dovranno saper valutare tutti coloro che vogliono che l'ISIS sia sconfitto davvero.
In Libano si addensano grandi nubi. La guerra siriana ha scaricato in pochi anni su un paese di 4,2 milioni di persone una bomba di 1,5 milioni di profughi. In proporzione, è come se in Italia nel giro di due anni si aggiungessero oltre 21 milioni di rifugiati da accudire, nutrire, alloggiare, accampare.
Basterebbe che solo una piccola percentuale di questi disperati sia reclutata con le ingenti risorse di chi finanzia l'ISIS, e il Libano esploderebbe come una grossa polveriera, e anche il Medio Oriente.
Nasrallah dichiara che le nuove battaglie costeranno “sacrifici e martiri”. Noi dobbiamo sapere che quelle battaglie ci coinvolgeranno, e dovremo saper scegliere gli alleati possibili, imparando a conoscerli. Non ha soluzioni una guerra all'ISIS che non ricomprenda Hezbollah e i suoi alleati. La folla che lascia Nabatye alla spicciolata conservando nonostante tutto l'aspetto di chi partecipa a una festa popolare qualsiasi, non è gente qualsiasi. Si tratta di combattenti estremamente determinati.





29 settembre 2013

I Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo. Il responsabile Esteri di Hezbollah, Ammar Al-Mussawi e lo scrittore Giulietto Chiesa a Cagliari.



Il 4 e 5 ottobre a Cagliari, all’hotel Regina Margherita, si terrà la prima edizione del “Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo”, organizzato dal Centro Italo Arabo Assadakah, che da anni svolge attività di sensibilizzazione e comunicazione tese ad incentivare il dialogo tra i popoli e la cooperazione.
Ospiti d’eccellenza della due giorni di eventi saranno: il Responsabile Esteri di Hezbollah Ammar Al-Mussawi e il  Presidente della TV di Stato Al Manar, Abdallah Kassir, l’ex deputato egiziano Mohamad Mneib Jenedey e il deputato tunisino Abdallah Alzawari.
Durante la prima giornata del Meeting, a partire dalle ore 16:00, si terrà la conferenza dal titolo “Politica ed economia nel Mediterraneo. Nuovi orizzonti tra Africa Mediterranea, Eurasia e Occidente.

Durante il dibattito verranno affrontati i temi legati alla situazione geopolitica creatasi in Medio Oriente, in seguito al degenerare del conflitto siriano e della rivolta in Egitto. Inoltre, particolare rilevanza verrà accordata alle dinamiche che hanno condotto alla situazione di instabilità interna dei Paesi di quell’area, e alle ripercussioni che questo fenomeno ha provocato nei rapporti tra le vecchie superpotenze, Usa e Russia, e i Paesi emergenti quali Cina, Iran, Brasile e India.
Alla conferenza, moderata dal giornalista del Sole 24 ore, Alberto Negri, parteciperanno il segretario generale di Assadakah Raimondo Schiavone, che introdurrà i lavori, l’on. Salvatore Cicu, l’On. Antonello Cabras, il senatore Giorgio Tonini, il presidente del Forum Affari Esteri Giacomo Filibeck  ed il giornalista Talal Khrais.
La seconda giornata (5 ottobre) del Meeting, a partire dalle ore 09:30, sarà invece dedicata al tema dell’immigrazione: Emergenza immigrazione. Verso una nuova cultura dell’accoglienza”.
Il confronto politico tra il Paese che accoglie e il Paese da cui si emigra, per ragioni economiche, sociali e politiche, sarà al centro del dibattito, nel corso del quale di affronteranno le tematiche inerenti il tema dell’accoglienza, dell’integrazione del rispetto e del dialogo tra le diverse culture e si confronteranno esponenti del mondo accademico, della politica e delle istituzioni.
Interverranno: Gianni Loy, docente del diritto del Lavoro dell’Università degli Studi di Cagliari, Francesco Lo Sardo,direttore del Centro di Prima accoglienza di Elmas, Romina Mura deputato alla Camera del PD e Michele Piras, Deputato alla Camera di Sel, Vicepresidente di Assadakah Sardegna, Franco Murgia.

Nel pomeriggio della stessa giornata, alle ore 17:00, si terrà una tavola rotonda, dal titolo Controinformazione. Dalla Libia alla Siria, la guerra dei media, alla presenza dello scrittore e giornalista Giulietto Chiesa, del segretario di Assadakah Schiavone, autore del libro “Syria. Quello che i media non dicono”, che verrà presentato durante l’evento e degli ospiti libanesi, il Responsabile Esteri di Hezbollah Ammar Al-Mussawi e il  Presidente della TV di Stato Al Manar, Abdallah Kassir.