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5 gennaio 2018

Siria - Curioso articolo su Repubblica.it

Dopo anni in cui il quotidiano fondato da Scalfari hitlerizzava Assad ed esaltava i 'ribelli', compare un pezzo che demolisce la narrativa di fonte jihadista. Troppo poco e troppo tardi


di Pino Cabras.

Atterro tramite il link di un amico su una pagina web sorprendente, e quasi salto sulla sedia. 
Una delle testate giornalistiche più organiche alla NATO, la Repubblica, ha appoggiato fin dal 2011 l'aggressione alla Siria, bevendosi volontariamente tutti i resoconti della più improbabile delle fonti, l'Osservatorio siriano per i diritti umani, una "one-man-organization" con sede a Londra gestita da un personaggio affidabile come un autostoppista in manette (direbbe Caparezza).

Ecco invece che a inizio 2018, dopo anni di "reductio ad Hitlerum" e demonizzazione di Assad, fa comparire questo articolo non firmato - non nella sezione Esteri ma nella più irraggiungibile sezione Immigrazione - che dice peste e corna del suddetto Osservatorio, senza un solo rigo di autocritica.

Il che mi fa ragionevolmente ritenere che il pezzo sia stato infilato alla chetichella da una manina - chissà se interna o esterna al quotidiano - all'insaputa della redazione, come una piccola ribellione contro le Fake News istituzionali. 

A futura memoria conservo comunque per voi la schermata.

AGGIORNAMENTO h. 13:09:
L'articolo di Repubblica è stato nel frattempo modificato ed edulcorato specie nel titolo (com'era prevedibile). Resta la nostra schermata del pezzo originale.


AGGIORNAMENTO h. 20:30:
In tanti anni non mi è mai capitato di assistere a un caso simile: sullo stesso URL ora c'è addirittura una terza versione. L'articolo è stato rimosso e sostituito con una collezione raffazzonata di considerazioni in merito allo stato dell'informazione sulla Siria. Cosa che mi sembra rivelatrice dello stato dell'informazione dell'Italia.

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Prima versione:

Seconda versione:

Terza versione:

16 luglio 2017

Vladimir Putin: “Seduti sulle nostre teste a masticare chewing-gum”

PANDORATV.it


Tratto da pandoratv.it/?p=17522.

Al recente Forum Economico di San Pietroburgo, Megyn Kelly, la nuova star della NBC americana, portata via a suon di milioni dalla FOX, è stata mandata ad intervistare Putin, con il preciso compito di “fargli fare una brutta figura” davanti alle telecamere. Ecco il risultato. [Sintesi]
A cura di Massimo Mazzucco.

COME SOSTENERE PANDORATV.it:


29 settembre 2016

Disastro ferroviario in Algeria. Lo sapevate?


di Pino Cabras.
da Megachip.
Immagine tratta da Ennahar TV

Il 24 settembre, solo pochi giorni fa, in Algeria, un brutto incidente ferroviario ha causato un morto e centinaia di feriti. La notizia è passata inosservata in gran parte del mondo, tranne brevi richiami qua e là, come nel Mirror britannico.

In Italia addirittura nessun cenno. Ho controllato con i motori di ricerca: nada de nada, nisba.

Viceversa, l’incidente di oggi del treno in New Jersey, pur avendo la stessa esatta magnitudine di quello algerino, ha avuto lo squillante richiamo di notizia di apertura in quasi tutti gli organi di informazione dell’Occidente, compresi i telegiornali nostrani. Giovanna Botteri ci ha immancabilmente aperto il Tg3, ma lei lo aprirebbe anche se cadesse un albero a Kansas City.

Il messaggio trasmesso quindi non è: “c’è stato un incidente”; bensì: “solo le cose che succedono negli Stati Uniti sono importanti”.

Le altre storie, le altre visioni del mondo, le altre sofferenze, le altre speranze, le altre ragioni politiche, saranno riferite solo se i media occidentali daranno il permesso, volta per volta, secondo le loro convenienze e i propri pregiudizi. Persino la tv russa in lingua inglese, RT, oggi apre con il disastro del New Jersey, perché la nota di fondo che si suona a Ovest ha una forza preminente che si impone anche sulle abitudini di un'emittente che sa suonare un’altra musica. RT peraltro non ha bucato la notizia algerina.

Questo modo occidentale di narrare le storie ha tante applicazioni, specie in materia di guerra. Oggi ci fanno vedere i bambini che muoiono fra le macerie di Aleppo per commuoverci e indignarci, proprio quando l’esercito siriano guadagna terreno a danno dei jihadisti, quelli che il senatore USA John McCain chiama i nostri “asset”. Le nostre lacrime vengono manovrate con cinismo assoluto, perché gli stessi media non mostravano le vittime quando venivano mietute da tali impresentabili alleati, come del resto non mostrano le stragi saudite in Yemen, fatte con le nostre bombe.

Parlare di un incidente ferroviario locale come di una notizia mondiale è dunque un ingranaggio che fa parte di un meccanismo, di un sistema di pensiero funzionale alla guerra. Chi decide come farci percepire il diverso peso di ogni parte del mondo decide anche come farci percepire le guerre. Un direttore di TG costa meno di un F35, ma bombarda molto di più prima ancora che si combatta la battaglia finale.




26 settembre 2016

La guerra, Giovanna Botteri e i collegamenti mancanti


di Pino Cabras.
da Megachip.



Tg3 del 25 settembre, l'ennesimo servizio di Giovanna Botteri. Alla giornalista del Tg3 viene riservato un ruolo bizzarro: essere di fatto non la corrispondente da New York, ma dal Resto del Mondo, comunque via New York. 

Quel che accade nel pianeta appare o scompare nelle sue cronache secondo il suo arbitrio (o secondo l'arbitrio di chi le passa le carte nella sua sede). 

Fare o non fare certi collegamenti fra i diversi fatti conferisce alla giornalista un potere enorme: i fatti esistono anche senza di lei, ma la conoscenza dei fatti e i loro collegamenti reciproci esistono solo se lei li racconta. E lei non li racconta. Riferisce solo un punto di vista, quello della CIA, l’organizzazione più attenta alla qualità del giornalismo occidentale.

Ieri parlava di Aleppo. In questi giorni c’è un’offensiva del governo siriano per liberare la seconda città della Siria dalla morsa delle formazioni jihadiste alleate delle potenze NATO, che per lunghi anni l’hanno parzialmente occupata e per il resto assediata. I tanti morti di questa battaglia sono solo gli ultimi di una vicenda pluriennale, su cui Botteri ha taciuto. La corrispondente non entra nemmeno nei labirinti della vicenda. Per lei, come per tutti gli sponsor delle formazioni jihadiste, i russi hanno “rotto la tregua” e stanno compiendo niente meno che un “genocidio”. 

Non sto a ricordare che la tregua l’ha rotta l’attacco aereo statunitense di Deir ez-Zor (che ha massacrato la guarnigione siriana che resisteva all'ISIS e si è accompagnato a una puntualissima offensiva della stessa ISIS, e su cui Botteri non ha detto né ai né bai). Né sto a ricordare quanto si abusi della parola genocidio per patrocinare la propaganda di una parte in guerra e ‘hitlerizzare’ il nemico (un trucco criminale che funziona sempre).

Attiro invece l’attenzione sul collegamento che Giovanna Botteri – colpevolmente – non fa né oserà mai fare. Mentre le grandi potenze occidentali stigmatizzano le perdite di vittime civili in Siria e le attribuiscono ad Assad e a Putin, in questi giorni quelle stesse potenze battono ogni record nel fornire armi di ogni tipo all’Arabia Saudita, cioè il principale finanziatore e fornitore di ISIS e simili. È quella stessa Arabia Saudita che sta anche bombardando selvaggiamente la popolazione civile dello Yemen, proprio in queste ore, come fa da due anni in qua. Da quando il premio Nobel della pace Barack Obama è alla Casa Bianca, gli USA hanno dato all’Arabia Saudita la bellezza di 115 miliardi in armamenti, cui si aggiungono le forniture di bombe sardo-tedesche che partono dall’aeroporto a 10 km da casa mia.
 Decine di migliaia di morti e milioni di senzatetto non scandalizzano le potenze che aiutano i massacratori. E perciò non scandalizzano Giovanna Botteri, che non ne parla, impedendo a milioni di persone di avere una visione completa del quadro. 

Fino a prova contraria, lo stipendio a Giovanna Botteri lo paghiamo noi, non la CIA. E allora, perché ci propone soltanto il punto di vista della CIA?
Mi dicono che faccio domande ingenue. Ma preferirei che le sue veline venissero lette direttamente da un funzionario della CIA. Disintermediare per risparmiare.


18 settembre 2016

ISIS Air Force: gli aerei di Obama fanno strage di soldati siriani

di Pino Cabras.
da Megachip.
ARTICOLO AGGIORNATO IL 18 SETTEMBRE 2017, h.9:30, dopo l'attentato a Manhattan


Siamo di fronte a una svolta drammatica nella situazione internazionale. Un gravissimo episodio militare con una strage in Siria avviene lo stesso giorno in cui qualcuno tenta una strage a New York. La bomba di Manhattan, dato il luogo, attira più attenzione e distrae verso altre tensioni, al prezzo di trenta feriti. Ma sono le bombe in Siria a cambiare lo scenario.

Nel pieno dell'incerta tregua negoziata da Russia e USA, un attacco aereo a sorpresa, condotto dalle forze aeree della "coalizione" a guida statunitense, ha colpito con bombe al fosforo le posizioni dell'esercito siriano nei pressi della città orientale di Deir ez-Zor, intorno alle ore 17 di sabato 16 settembre, uccidendo oltre un'ottantina di soldati

Per singolare e perfetta coincidenza, dopo il bombardamento è scattata immediatamente un'offensiva delle forze di Daesh (ISIS), tese a riconquistare posizioni strategiche in una delle aree chiave per la tenuta territoriale dello pseudo-Califfato. L'offensiva jihadista è stata bloccata con un ulteriore costo in termini di vite umane pagato dall'esercito di Damasco.
Altra "coincidenza": si intensificano nel Sud della Siria gli attacchi israeliani all'esercito siriano impegnato in operazioni militari contro milizie jihadiste legate ad Al-Qa'ida.

Per capire la gravità della situazione, si consideri che la Russia ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU per discutere del bombardamento di Deir Ez-Zor, che - a quanto conferma il portavoce del Ministero russo della Difesa, Igor Konachenkov - è stato condotto da due cacciaF-16, due aerei di attacco al suolo A-10 e un drone, tutti entrati dalla frontiera irachena.
Da parte americana, il CentCom (il Comando Centrale degli Stati Uniti) ha dichiarato che si è trattato di un errore perché «la Siria ha una situazione sul terreno complessa con varie forze militari e milizie che combattono in prossimità».
I militari siriani dichiarano che non se la bevono, e accusano gli USA di essere l'aviazione di Daesh.
Mosca inizia dapprima con una dichiarazione circospetta e fa notare che - come minimo - gli USA agiscono con irresponsabilità: «Se l'attacco aereo è stato causato da dalle coordinate errate di obiettivi, allora si tratta di una diretta conseguenza della ostinata mancanza di volontà della parte americana di coordinarsi con la Russia nelle sue azioni contro i gruppi terroristici in Siria», ha sottolineato Konashenkov, lasciando uno spiraglio all'interpretazione dell'aggressione come un errore, seppure criminalmente colposo.
Tuttavia, con il passare delle ore, le accuse russe diventano molto esplicite e dirette.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato all'emittente Rossiya 24 : «Se già precedentemente potevamo dubitare che la Casa Bianca proteggesse il Fronte Al-Nusra, ora, dopo l'attacco aereo contro l'esercito siriano, possiamo trarre una conclusione inquietante per il mondo intero: la Casa Bianca protegge Daesh».
Mosca - nell'osservare una serie infinita di doppiogiochismi sulla vicenda siriana - ha sempre presenti le prime reazioni di due grandi vecchi dell'imperialismo USA, Zbigniew Brzezinski eJohn McCain: entrambi, non appena era iniziato l'intervento russo in Siria, nell'autunno del 2015, imputavano a Mosca di "distruggere i nostri asset". Dove gli asset, le risorse, erano i jihadisti che venivano armati in mille modi, direttamente o indirettamente, dagli USA e i loro alleati.

Una parte delle classi dirigenti washingtoniane non vuole rinunciare a usare l'ISIS e le altre formazioni jihadiste come propria risorsa strategica
O il presidente Barack Obama è complice diretto di questa scelta o non controlla i suoi falchi. In entrambi i casi Washington ci porta sull'orlo della catastrofe. Può bastare l'abbattimento legittimo di altri aerei coinvolti in simili provocazioni per scatenare uno scontro diretto con conseguenze terribili. Altro che tregua.


Nel frattempo l'ambasciatrice USA all'ONU, il super falco Samantha Power, scrive una dichiarazione direttamente col mitra. Dice che la richiesta di convocare il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è solo un trucco e che l'ISIS è colpa di Damasco e di Mosca. Power fa il nome di Assad e attacca la Russia. Ma in realtà il suo bersaglio è il segretario di Stato Kerry, che ha negoziato la pace in Siria. Pronuncia il suo discorso a Manhattan, e le sue parole si confondono fra le sirene delle ambulanze di New York.

Siamo in buone mani.


16 luglio 2016

Golpe in Turchia. Tutto previsto, o quasi



Il confuso colpo di Stato in Turchia non ci sorprende. È finito un ciclo storico di cui molti osservatori hanno avvertito per tempo la resa dei conti.
di Pino Cabras.
da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO
 
Il golpe in corso in Turchia non ci sorprende. Un anno fa ospitammo su queste pagine un articolo profetico di Thierry Meyssan, intitolato Turchia in pericolo, che prediceva un’imminente guerra civile causata dai disastri e le convulsioni cui Recep Tayyip Erdoğan aveva sottoposto questo paese chiave della NATO, per non parlare dei contraccolpi derivanti dal suo ruolo più criminale, quello di coordinatore del terrorismo jihadista che insanguina Siria e Iraq. Sempre Meyssan annunciava in un altro articolo: Verso la fine del sistema Erdoğan. Qualunque sia l’esito finale del colpo di Stato, possiamo già dire che siamo al termine di tutti gli equilibri turchi degli ultimi 15 anni, sintetizzati via via in un regime personale sempre più repressivo, triplogiochista, antidemocratico. Sia che Erdoğan venga rovesciato, sia che riprenda il comando, a chi prenderà in mano il comando rimarrà un paese diviso, con le istituzioni umiliate dalla diffidenza, l’assenza di un progetto convincente in mezzo a una situazione internazionale esplosiva.
Un altro articolo interessante è stato scritto da Luisanna Deiana su SpondaSud il 13 aprile 2016, che riproponiamo qui di seguito. In esso si fa notare come le voci di golpe circolassero con la forza di un avvertimento potente anche negli organi d’informazione dell’establishment statunitense, ormai stanco delle capriole del Sultano di Ankara. Colpisce come l’avventura di Erdoğan, nata sotto lo slogan “zero problemi con i vicini”, si sia rovesciata nel suo opposto, con la Turchia che mano a mano accendeva focolai di guerra in diversi paesi, fino a ritrovarsi però con mille problemi in casa propria, a partire dal riesplodere della questione curda e sull’orlo di una guerra civile, con tanto di scontro implacabile con la rete dell’ormai arci-nemico Fethullah Gulen.
Vi anticipiamo – dell’articolo che leggerete – la frase solenne che il comunicato dello Stato Maggiore delle forze armate opponeva alle voci di golpe: «Disciplina e obbedienza incondizionata sono alla base delle forze armate turche. Non verrà fatta alcuna concessione a catene di comando illegali ed estranee alla gerarchia militare istituzionale».
È andata un po’ diversamente, ed era prevedibile. La Storia europea - tra Brexit, crisi europea, terrorismo in Francia, provocazioni antirusse della NATO e veloci contorcimenti militari, come il golpe turco - riprende a correre, chissà verso dove. Le scuse di Erdoğan a Putin per l'abbattimento dell'aereo militare russo in Siria e la sua ripresa di un dialogo con Mosca sono arrivate tardi. Di certo non sono piaciute ai padroni della NATO.

Buona lettura.


Al rischio golpe contro Erdoğan, segue il disgelo tra Turchia e Israele

di Luisanna Deiana, SpondaSud, 13 aprile 2016.

Le voci di un probabile colpo di stato militare in Turchia contro l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan si sono susseguite in modo frenetico sulla stampa internazionale fino all’attentato del 31 marzo scorso a Diyarbakir, città della Turchia sudorientale a maggioranza curda, nel quale sono morti 7 militari delle forze speciali e altri 27 sarebbero rimasti feriti. L’origine militare dell’attentato è stata immediatamente smentita dalle Forze Armate di Ankara che hanno ribadito la loro fedeltà alle linee di comando presidenziali.
Guerra psicologica o pura finzione, il risalto dato alla notizia a livello internazionale ha costretto lo Stato Maggiore turco a smentire in modo categorico l’ipotesi di un colpo di stato militare. Nella dichiarazione pubblicata sul sito internet delle Forze Armate si legge: «Disciplina e obbedienza incondizionata sono alla base delle forze armate turche. Non verrà fatta alcuna concessione a catene di comando illegali ed estranee alla gerarchia militare istituzionale».
La precisazione è insolita e va analizzata considerando il ruolo delle forze armate nella recente storia turca. L’esercito, che rappresenta il contingente NATO più numeroso dopo quello americano, ha avuto un ruolo determinante nella storia del paese attuando quattro golpe nel 1960, 1971, 1980 e nel 1997 con la destituzione del Governo Erbakan di ispirazione filoislamica e maestro di Erdoğan.  I militari si considerano infatti i guardiani del principio di laicità del fondatore della Turchia moderna Atatürk e godono di un grosso sostegno presso l’opinione pubblica. Oltre alla manipolazione della notizia da parte dei media occidentali, sui settori militari turchi, incombe l’influenza del magnate e imam Fethullah Gülen, in esilio negli USA dal 1999, ex alleato e ora nemico giurato di Erdoğan.
La campagna mediatica anti-Erdoğan portata avanti per settimane dalla stampa americana si è focalizzata sull’ipotesi di un prossimo colpo di stato in Turchia, tanto che il 24 marzo la rivista Newsweek ha pubblicato un esplicito articolo dell’ex funzionario della Difesa Usa, Michael Rubin, intitolato «Ci sarà un golpe in Turchia contro Erdoğan?». Che i media americani stiano cavalcando il gelo profondo nelle relazioni tra USA e Turchia seguito all’abbattimento di un jet russo da parte di un F-16 turco lo scorso novembre, trova conferma nel rifiuto del presidente americano Barack Obama di incontrare il premier turco a margine del vertice sulla sicurezza nucleare, tenuto a Washington dal 31 marzo al primo aprile. Sempre a fine marzo il Pentagono ha inoltre dato ordine alle famiglie di diplomatici e militari americani di lasciare il sud della Turchia a causa di “crescenti minacce da parte di gruppi terroristici”.
Anche in Europa non sono mancate le occasioni per ridimensionare il ruolo del “califfo” Erdoğan. In Germania il presidente turco è stato pesantemente ridicolizzato con un videoclip mandato in onda dal programma satirico Extra 3, trasmesso sul canale nazionale NDR, che ha preso di mira le sue presunte spese stravaganti e la violenta repressione delle libertà civili. Immediata la protesta di Ankara che ha chiesto di cancellare il video dalla programmazione del palinsesto. Altro episodio che ha screditato Erdoğan a livello internazionale è stato il tentativo di partecipazione dei diplomatici europei alla prima udienza, tenuta il 25 marzo a Istanbul, del processo contro due giornalisti turchi del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, Can Dundar ed Erdem Gul, accusati di spionaggio e divulgazione di informazioni riservate e propaganda a favore di organizzazione terroristica. L’udienza si è poi svolta a porte chiuse per ragioni di “sicurezza nazionale”.
Nella guerra di nervi tra Turchia e Usa si scorge uno scenario ben più ampio della crisi siriana: la cooperazione turca con la Cina, il rischio di un riavvicinamento all’Iran, il rifiuto di identificarsi con la strategia di contenimento degli Stati Uniti, il crescente disinteresse per il processo di adesione all’UE e il sostegno dato ad Hamas e ai Fratelli Musulmani sono elementi sintomatici di un problema ben più grande, vale a dire il tentativo della Turchia di condurre in autonomia scelte di politica estera pur essendo un paese della NATO. Il modello di “leader musulmano moderato che avrebbe colmato il divario tra Oriente e Occidente” identificato da Obama in Erdoğan nel 2010 si è rivelato fallimentare e contrario alle aspettative americane.
Ad offrire una via d’uscita al sempre più isolato Erdoğan, il giorno dopo l’attentato di Istanbul del 19 marzo, è accorso il direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano Dore Gold che si è recato in Turchia per incontrare il sottosegretario agli Esteri Feridun Sinirlioğlu, responsabile per la normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Gerusalemme. Quella di Gold è la prima visita di un diplomatico israeliano di alto livello in Turchia dopo l’incidente della Freedom Flotilla del 2010. Se infatti la Turchia resta strategica per gli USA in quanto unico alleato NATO confinante con Siria e Iraq e risulta quindi fondamentale per contenere i costi connessi alla logistica operativa negli sforzi di guerra in Medio Oriente, è evidente che i ripetuti avvertimenti inviati a Erdoğan non lasciano spazio a nuove iniziative turche fuori dalla programmazione americana.
Il disgelo tra Israele e Turchia annunciato l’11 aprile dagli organi ufficiali israeliani palesa il nuovo orientamento che la Turchia intende seguire nella gestione delle vicende medio-orientali.
Isolata dalla Russia e ai ferri corti con gli USA che hanno appoggiato l’indipendentismo dei curdi siriani, la Turchia riconciliata con Israele potrà usufruire di una tecnologia militare d’avanguardia, rafforzando il suo ruolo internazionale soprattutto con l’Unione europea, e si renderà indipendente dalle forniture energetiche russe, usufruendo del gas che Israele si prepara a estrarre da enormi giacimenti sottomarini.
Il nodo centrale del riavvicinamento turco-israeliano si gioca sugli aiuti umanitari che i turchi vorrebbero continuare a portare a Gaza. La soluzione israeliana prevede che la Turchia prenda le distanze da Hamas e che i carichi di rifornimenti diretti a Gaza siano controllati sulle piattaforme israeliane in alto mare.
Sullo sfondo delle rinate relazioni tra Turchia e Israele, si muovono i sunniti dell’Arabia Saudita che vedono negli israeliani un importante alleato contro un nemico comune, quell’Iran che americani e europei hanno riabilitato a livello internazionale. Nonostante la fine delle sanzioni, a Riyad resta alta la guardia contro il pericolo iraniano ritenuto responsabile di alimentare la ribellione nel mondo sunnita.

Fonte: http://spondasud.it/2016/04/al-rischio-golpe-erdogan-segue-disgelo-turchia-israele-11014

AGGIORNAMENTO DEL 16 LUGLIO 2016, ORE 8:00
Il golpe è fallito. Andate in pace

9 febbraio 2016

Siria: la riconquista dei confini

di Pino Cabras.
da PandoraTV.



L’esercito siriano, in combinazione con l’aviazione russa, gli Hezbollah libanesi e le forze armate iraniane, sta riprendendo – villaggio dopo villaggio – i territori persi da Damasco lungo i confini nel corso dei cinque anni di guerra. Non controllare i confini è stato l’incubo per chi resisteva all’assalto dei jihadisti, che ottenevano così armi e aiuti per miliardi di dollari. Le linee di rifornimento che collegavano ISIS-Daesh, Al-Nusra e altri soggetti all’entroterra turco e giordano vengono spezzate una ad una. Ora sono prevedibili nuove reazioni da parte degli alleati internazionali della galassia terrorista. 




4 febbraio 2016

Siria: ISIS & Co. perdono terreno, i loro sponsor scappano da Ginevra

di Pino Cabras.


Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=6072.

Mentre i negoziati sulla Siria a Ginevra vengono congelati per le prossime settimane, sul terreno di battaglia la controffensiva di Damasco va avanti.
Le forze governative siriane hanno vinto una battaglia importante: hanno rotto l'assedio delle cittadine di Nubbul e e Al-Zahraa, nel distretto settentrionale di Aleppo, dopo tre anni di accerchiamento da parte dell'ISIS. Il tutto accade pochi giorni dopo la riconquista a sud di Shaykh Miskin e a nord di Rabia (nella regione di Latakia).

L’operazione militare – preparata da tre mesi - non solo chiude una situazione drammatica per circa 30 mila abitanti, ma taglia una linea di rifornimento ai terroristi dell'ISIS. L’esercito di Damasco si avvicina al confine turco, che si trova a 20 km dall'area liberata. Questa vittoria interrompe per l’ISIS anche la strada che va da Aleppo alla cosiddetta capitale del Califfato, Raqqah.

La rottura dell’assedio taglia quasi tutte le linee di rifornimento dalla Turchia che alimentavano i terroristi della zona di Aleppo. Per i gruppi armati in zona è un crollo strategico. I miliziani libanesi di Hezbollah, alleati dell’esercito siriano, intercettano le comunicazioni tra i combattenti dell'ISIS e di Al-Nusra mentre si sbandano disorientati a migliaia. Ora Damasco può pensare a liberare Aleppo, ancora una volta con l’aiuto dell’aviazione russa, che da settembre in qua ha cambiato i rapporti di forza in Siria. Vicino ad Aleppo i jihadisti sono geograficamente rinchiusi in una sacca che li espone a un’imminente catastrofe militare.

Non è un caso che proprio ora il segretario di Stato statunitense, Kerry, dica a Mosca “fermate gli attacchi aerei”. Prevedibile la risposta del ministro degli esteri russo, Lavrov: un secco “NO”. Le basi dei negoziati di Ginevra sono cambiate radicalmente ed è prevedibile che cambieranno ancora nelle prossime settimane, perché stanno cadendo le carte che avevano in mano i nemici di Bashar al-Assad. Vedremo se saranno giocate nuove carte.


Pino Cabras.
Hanno collaborato Talal Khrais (Beirut), Mohammad Eid (Damasco), Shadi Martak (Aleppo).

18 gennaio 2016

Italia-UE, una crisi dentro una crisi più grande


di Pino Cabras.
da Sputnik e Megachip.


Le guerre che circondano l’Europa alimentano una parte importante del flusso migratorio, e ora quel flusso si abbatte sui contrasti interni dell’Unione europea, disunita e fiaccata da troppi anni di austerity.
La Turchia, soggetto attivo e passivo della guerra siriana, ha in mano il rubinetto che regola l’intensità del flusso migratorio verso l’Europa, mentre l’Europa ha il rubinetto delle risorse finanziarie da dare alla Turchia: solo che sul rubinetto dei soldi le mani in lotta per controllarlo sono più d'una. Si ricorderà che a novembre 2015 fu firmato un accordo da 3 miliardi di euro fra la UE e la Turchia, a sostegno di un pacchetto di interventi pluriennali per i rifugiati, da spendere soprattutto sul suolo turco. Il problema è che quei 3 miliardi bastano a malapena per un anno (mentre Ankara chiede 3,5 miliardi l’anno per due anni), e nessuno sa chi metterà - e in che modo – già da ora, i due terzi della cifra.
Si presume che paghino in gran misura gli Stati membri, ciascuno in base al suo peso economico. Per Stati già sottoposti a vincoli di spesa sempre più penetranti rimane il dilemma: tagliare ancora le spese o chiedere all’Europa più libertà di spesa?
L’Italia, ad esempio, aveva già chiesto qualche flessibilità alla Commissione europea, sforando in modo concordato i rigidi parametri del deficit. Questo è bastato al presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, per dire "abbiamo già dato". Ovverosia: niente ulteriore flessibilità per Roma. Il contributo dell'Italia alla crisi dei migranti ricadrebbe nei soliti vincoli, con prevedibili conseguenze sul bilancio e sull'economia.
Ecco perché il governo italiano non ci sta e dichiara di non volersi sottomettere alla Commissione europea (né alla Germania): esige che quanto sarà speso in più per i rifugiati non faccia scattare la tagliola di Bruxelles. L'attacco di Matteo Renzi ha avuto una risposta durissima da parte di Juncker: «Il presidente del Consiglio italiano sbaglia ad offendere la Commissione in ogni occasione. La mia irritazione è in tasca, sono pronto a tirarla fuori.» Quando i pezzi grossi della troika usano questo linguaggio, la battaglia sarà durissima. È la fine di una sorta di "periodo di grazia" accordato a Renzi. Infatti, sebbene l'Italia sia stata fra i paesi membri più solerti nell'aderire al famigerato "Fiscal Compact", ossia il Patto di bilancio europeo, non ha dovuto applicare da subito il suo pesantissimo obiettivo: ridurre entro vent'anni il debito pubblico dal 130% al 60% del PIL (cioè mazzate pazzesche ogni anno), l'impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL (cioè impossibilità di fare politica economica), l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (che unicamente l'Italia ha introdotto in Costituzione), nonché altre vessazioni che formano l'ossatura della dittatura europea, quella forma di tirannia che pensa di curare l'anemia con i salassi. Per tutto questo meccanismo infernale, in grado di distruggere definitivamente l'economia italiana (e di tutto il Sud Europa), al "premier-mai-eletto" è stato concessa una sorta di sospensione del Fiscal Compact, per non far cadere subito il suo governo e non creare perciò un'altra Grecia, molto più grande e incontrollabile.
È grazie al poter stare in questo limbo che Renzi ha potuto presentare come una svolta epocale un PIL che non calava più, anche se cresceva di pochi spiccioli, così come ha potuto maneggiare qualche risorsa per giochi di prestigio fiscali, senza però intaccare nessuna delle ragioni del declino italiano.
Ora Renzi non sarà più graziato, mentre rimane il nodo di fondo della dittatura fiscale europea: un nodo scorsoio che tornerà a stringersi, non lasciando più margini di manovra. Con regole simili e con interlocutori così rigidi ai piani alti dell'eurocrazia, la strada dell'austerity è già segnata.
Per questo motivo il caso turco anticipa il problema.
Il presidente turco Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Levante, dopo aver fornito il retroterra militare ai combattenti jihadisti che hanno generato una catena di catastrofi umanitarie in Siria e dintorni, è la diga che oggi trattiene due milioni di rifugiati, ma che domani può anche non trattenere più. Sa bene che l'Europa è un continente ripiegato sui suoi problemi. Sa che i suoi Stati reggono male l'arrivo devastante di una fiumana di disperati, perché su questo sono culturalmente e politicamente impreparati. Sa che quasi tutti questi Stati sono anche vincolati dalla NATO e che la Turchia può coinvolgerli in guerra, dentro quel disastro che essi stessi hanno contribuito a creare destabilizzando il Medio Oriente e il Nord Africa. Insomma, Erdoğan ha potenti strumenti di ricatto per pretendere il pizzo all'Europa, che però non ha ancora deciso chi paga.
È quella stessa Europa che finge che l'Ucraina non sia in bancarotta mentre continua ad appoggiarla diplomaticamente e militarmente, intanto che contro la Russia intraprende la battaglia autolesionista delle sanzioni.
Gli alibi e i rinvii non funzionano più, e le contraddizioni si presentano tutte insieme, in forma di crisi migratorie, finanziarie, sociali, militari e diplomatiche. Se si solleva lo sguardo è un'unica crisi politica europea, nel momento in cui non esiste alcun "sogno europeo" che possa funzionare. Nessun sogno funzionerà finché resterà nella doppia morsa della NATO e delle istituzioni deviate del costrutto comunitario. Rimangono solo i ricatti e i rapporti di forza, oltre a leggi europee che acuiscono i contrasti e creano le basi per ulteriori sconvolgimenti. La battaglia su "quanto deficit si può sforare" è ancora poca cosa rispetto alla vera portata della crisi.




24 novembre 2015

Il trappolone turco sul filo della guerra mondiale



di Pino Cabras.
da Megachip.

Durante la guerra fredda la NATO non aveva mai abbattuto un aereo militare di Mosca. Oggi la Turchia, paese NATO in mano a uno dei manovratori dell'ISIS, lo ha fatto (nello spazio aereo siriano). È una gravissima provocazione che può trasformare la guerra siriana da guerra NATO per procura a guerra NATO senza mediazioni, col rischio molto concreto di far scattare quelle clausole dell'alleanza atlantica che ci trascinerebbero tutti in un conflitto molto esteso e difficilmente controllabile. Sicuramente al figlio di Erdoğan, che gestisce il contrabbando di petrolio dell'ISIS, non piaceva affatto che negli ultimi giorni i Sukhoi Su-24 gli avessero distrutto centinaia di autocisterne, azzerandogli di colpo un business che andava avanti da un anno e mezzo. Abbatterne uno, a costo di una guerra mondiale, è la risposta del suo paparino, per alzare la posta in gioco. Un bel trappolone per la Russia, che qualche risposta dovrà dare, e per tutti gli alleati NATO, da invischiare nei calcoli strategici di Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Vicino Oriente. E noi dovremmo essere disposti a morire per le autocisterne che finanziano l'ISIS. Come no?




18 novembre 2015

La Repubblica Francese presa in ostaggio


di Thierry Meyssan.
da Megachip.
La guerra che si è estesa fino a Parigi è incomprensibile per i francesi, che sanno poco e niente delle attività segrete del loro governo nel mondo arabo, delle sue alleanze contro natura con le dittature del Golfo e della sua partecipazione attiva al terrorismo internazionale. Questa politica non è mai stata discussa in parlamento e raramente i media mainstream hanno osato interessarsene.

DAMASCO (Siria) - Da cinque anni i francesi sentono parlare di guerre lontane senza capire di cosa si tratta. La stampa li ha informati dell'impegno del loro esercito in Libia, ma mai della presenza di truppe francesi in missione nel Levante. I miei articoli al riguardo sono molto letti, ma percepiti come stravaganze orientali. Nonostante la mia storia personale, va di moda definirmi «estremista» o «complottista» e sottolineare che i miei articoli sono riprodotti da siti web di tutte le convinzioni, compresi gli estremisti o i complottisti, quelli veri. Eppure nessuno trova niente da obiettare in ciò che scrivo. Tuttavia nessuno ascolta i miei avvertimenti sulle alleanze che la Francia stringe.
Improvvisamente, la verità ignorata è venuta a galla.
Nella notte di venerdì 13 novembre 2015 la Francia è stata attaccata da alcuni commando che hanno ucciso almeno 130 persone in cinque luoghi diversi in Parigi. È stato dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale per 12 giorni e il parlamento potrebbe rinnovarlo.


Nessun legame diretto con il caso Charlie Hebdo
La stampa francese interpreta questo atto di guerra collegandolo all'attentato di Charlie Hebdo, nonostante le modalità operative siano completamente differenti. A gennaio si trattava di uccidere persone precise, mentre qui si tratta di un attacco coordinato contro un gran numero di persone a caso.
Oggi sappiamo che il direttore di Charlie Hebdo aveva appena ricevuto un "dono" di 200.000 euro dal Vicino Oriente per condurre la sua campagna anti-islamica [1]; che gli assassini erano legati ai servizi segreti francesi [2]; che la provenienza delle loro armi è coperta dal segreto militare [3].
Ho già dimostrato che questo attacco non era un'operazione islamista [4], che era stato fatto oggetto di un’appropriazione statale immediata [5] e che quest’appropriazione aveva avuto un riscontro presso la popolazione ostile alla Repubblica [6], un’idea brillantemente sviluppata qualche mese dopo dal demografo Emmanuel Todd [7].

Se torniamo alla guerra appena arrivata a Parigi, costituisce una sorpresa in Europa occidentale. Non possiamo paragonarla con gli attentati di Madrid del 2004: in Spagna non c’erano né killer né kamikaze, ma dieci bombe piazzate in quattro luoghi distinti [8].
Il tipo di scena che ha appena avuto luogo in Francia è dal 2001 la sorte quotidiana di molte popolazioni del Medio Oriente allargato. E troviamo eventi simili anche altrove, come i tre giorni di attentati in sei posti diversi a Bombay nel 2008 [9].

Anche se gli aggressori erano musulmani e se alcuni di loro hanno gridato «Allah Akbar!» uccidendo i passanti, non c’è alcun legame tra questi attacchi, l'Islam e una eventuale “guerra di civiltà". Così, questi commando avevano istruzione di uccidere a caso, senza prima informarsi sulla religione delle loro vittime.

Allo stesso modo, è assurdo prendere per buono il richiamato movente dell’ISIS contro la Francia, sebbene non ci sia alcun dubbio sul suo coinvolgimento in questo attacco: infatti, se l'organizzazione terroristica avesse voluto "vendicarsi", è a Mosca che avrebbe colpito.


La Francia è uno stato terrorista almeno dal 2011
La lettura di questi eventi è confusa perché dietro i gruppi non statali si nascondono sempre degli Stati che li finanziano. Negli anni Settanta, il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto «Carlos» o «lo Sciacallo», per convinzione si era messo al servizio della causa palestinese e della Rivoluzione con il silenzioso appoggio dell'URSS. Negli anni Ottanta, l'esempio di Carlos è stato preso da mercenari che lavoravano per il miglior offerente come Sabri al Banna detto «Abu Nidal», che ha compiuto attentati sia per conto di Libia e Siria sia per conto di Israele. Oggi c'è una nebulosa del terrorismo e di operazioni segrete che coinvolge un gran numero di Stati.

Di norma, gli Stati negano sempre il loro coinvolgimento in gruppi terroristici. Tuttavia, nel dicembre 2012, in occasione della conferenza degli "Amici della Siria" a Marrakech, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha detto che Al-Nusra, il ramo siriano di Al-Qa'ida, «ha fatto un buon lavoro» [10].
Tenuto conto del suo ruolo, l’on. Fabius sapeva che non sarebbe stato perseguito per il suo sostegno a un'organizzazione classificata come terroristica dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma ha fatto correre un grave rischio al suo paese che si immergeva così nel calderone del terrorismo.
In realtà, la Francia è coinvolta almeno dall’inizio del 2011 al fianco di Al-Qa'ida. A quel tempo, il Regno Unito e la Francia si erano uniti al progetto americano della «Primavera araba». Si trattava di rovesciare tutti i regimi laici arabi e sostituirli con dittature dei Fratelli Musulmani. Quando Londra e Parigi svelarono questa operazione in corso in Tunisia e in Egitto, il loro intervento era stato in precedenza richiesto in Libia e in Siria [11].
In Libia, con la collaborazione delle forze speciali italiane, hanno organizzato i massacri di Bengasi e poi − con l'aiuto di Al-Qa'ida − la presa degli arsenali. Posso testimoniare che nell’agosto 2011, quando ero protetto da Khamis Gheddafi, mentre la NATO attaccava la capitale, l'hotel Rixos dove ci trovavamo fu assediato da un’unità di Al-Qa'ida, la Brigata Tripoli, comandata dal Mahdi al-Harati al grido di «Allah Akbar!» e inquadrata da ufficiali francesi in missione. Lo stesso Mahdi al-Harati era col suo capo Abdelhakim Belhaj, il fondatore del cosiddetto Esercito Siriano Libero, in realtà un gruppo di Al-Qa'ida che porta la bandiera della colonizzazione francese.
In Siria, la presenza di ufficiali francesi che inquadrano gruppi armati mentre perpetrano crimini contro l'umanità è ampiamente attestata.
Da allora in poi la Francia ha giocato un gioco estremamente complesso e pericoloso. Così, nel gennaio 2013, cioè un mese dopo il sostegno pubblico di Fabius ad Al-Qa'ida in Siria, ha intrapreso un'operazione in Mali contro la stessa Al-Qa'ida, provocando un primo contraccolpo contro i suoi agenti infiltrati in Siria.
Di tutto ciò non avete mai sentito parlare. Perché, anche se la Francia ha istituzioni democratiche, la sua attuale politica nel mondo arabo non è mai stata dibattuta pubblicamente. Al massimo ci si è limitati − in violazione dell'articolo 35 della Costituzione − ad entrare in guerra contro la Libia e contro la Siria dopo alcune ore di dibattiti parlamentari superficiali, senza voto. I parlamentari francesi hanno rinunciato a esercitare il loro mandato di controllo dell’esecutivo in materia di politica estera, pensando che si trattasse di un’area riservata al presidente, senza conseguenze nella vita quotidiana. Al contrario, oggi tutti possono constatare che la pace e la sicurezza, uno dei quattro «diritti dell'uomo e del cittadino» del 1789 (articolo 2), ne dipendono direttamente. Il peggio deve ancora venire.

All’inizio del 2014, quando i falchi liberali americani mettevano a punto il loro piano di trasformazione dell’Emirato Islamico in Iraq e Sham (Terra di Sham, dal nome usato un tempo per indicare la città di Damasco, ndt) in quello che sarebbe divenuto Daesh (ossia l’ISIS), Francia e Turchia hanno inviato munizioni ad Al-Qa'ida perché combattesse l’Emirato Islamico, e questo punto è attestato da un documento presentato al Consiglio di Sicurezza il 14 luglio 2014 [12].
Tuttavia, in seguito, la Francia si è unita all'operazione segreta e ha partecipato alla coalizione internazionale anti-Daesh, della quale è ormai noto che, contrariamente al suo nome, non ha bombardato Daesh ma gli ha fornito armi per un anno [13].
Le cose si sono evolute ulteriormente dopo la firma dell'accordo 5+1 con l'Iran. Gli Stati Uniti sono tornati improvvisamente in campo contro l'organizzazione terroristica e l’hanno respinta ad Al-Hasaka [14].
Ma è stato solo verso la metà di ottobre 2015, un mese fa, che la Francia ha ricominciato a combattere l’Isis-Daesh. Non per fermare i suoi massacri, ma per conquistare una parte del territorio che occupa in Siria e in Iraq e instaurarvi un nuovo stato coloniale che si chiamerebbe "Kurdistan", anche se la sua popolazione curda sarà in partenza largamente minoritaria [15] .
In questa prospettiva, la Francia ha inviato la sua portaerei, non ancora in zona, per sostenere i marxisti-leninisti del partito curdo YPG − ma che senso ha questo riferimento politico quando si pianifica di creare uno Stato coloniale? − contro il suo ex alleato Daesh.
Stiamo oramai assistendo al secondo contraccolpo. Non da parte di Al-Qa'ida in Siria ma da parte di Daesh in Francia, su istruzioni degli alleati inconfessabili della Francia.


Chi guida Daesh
L’ISIS è una creazione artificiale. È solo lo strumento della politica di vari Stati e multinazionali.
Le sue principali risorse finanziarie sono il petrolio, le droghe afgane – di cui i francesi non hanno ancora colto le conseguenze sul loro territorio − e i reperti antichi levantini. Tutti concordano sul fatto che il petrolio rubato passa liberamente attraverso la Turchia prima di essere venduto in Europa occidentale. Considerate le quantità, non c'è alcun possibile dubbio sul sostegno dello Stato turco a Daesh [16].
Tre settimane fa, il portavoce dell'esercito arabo siriano ha rivelato che tre aerei, noleggiati rispettivamente da Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avevano appena fatto fuoriuscire combattenti dell’ISIS dalla Siria per trasportarli nello Yemen. Anche in questo caso non c’è alcun possibile dubbio circa i legami tra questi tre Stati con l’ISIS, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza in materia.
Ho spiegato a lungo, fin dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, che una fazione all'interno dell'apparato statale statunitense conduceva una sua politica distinta contro quella della Casa Bianca. Inizialmente questo complotto era guidato dal direttore della CIA e cofondatore di Daesh nel 2007 («The Surge») [17], il generale David Petraeus, fino al suo arresto ammanettato all’indomani della rielezione di Barack Obama. Poi è stata la volta del segretario di Stato Hillary Clinton, che non ha potuto portare a termine il suo mandato nel periodo di transizione presidenziale a causa di uno sfortunato "incidente". Infine, questa battaglia è stata portata avanti dall’ambasciatore Jeffrey Feltman dagli uffici dell’ONU e dal generale John Allen a capo della presunta Coalizione anti-Daesh. Questo gruppo − parte dello "Stato profondo" statunitense, che non ha smesso di opporsi all'accordo 5+1 con l'Iran e di combattere contro la Repubblica araba siriana − mantiene dei membri in seno all'amministrazione Obama. Soprattutto, può contare sull'aiuto di società multinazionali i cui bilanci sono più grandi di quelli degli Stati e possono finanziare le loro operazioni segrete. È il caso della compagnia petrolifera Exxon-Mobil (il vero proprietario del Qatar), dei fondi di investimento KKR e dell'esercito privato Academi (ex Blackwater).
È per conto di questi Stati e di queste multinazionali che la Francia è diventata un paese mercenario.


La Francia ricattata
L'11 novembre 2015, il primo ministro Manuel Valls ha assicurato che la Francia era impegnata contro il terrorismo [18].
Il 12 novembre, l'Osservatorio nazionale della delinquenza e delle risposte penali − dipendente dal ministero degli Interni − ha pubblicato un rapporto secondo cui il terrorismo sarebbe diventato la seconda preoccupazione dei francesi dopo la disoccupazione [19].
La stessa mattina del 13 novembre, il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve ha presentato a Nanterre un piano di venti misure per la lotta contro il traffico di armi [20].
Evidentemente il governo si aspettava il peggio, il che comporta che stava negoziando con chi lo ha attaccato. La Francia ha preso impegni che non ha mantenuto ed è sicuramente vittima di un ricatto da parte dei signori che ha tradito.
Un’esercitazione di attentati simulati è stata fatta la stessa mattina dell'attacco da parte dei servizi di emergenza ospedalieri [21]. Una coincidenza che avevamo già notato negli attentati dell'11 settembre 2001 a New York e Washington, in quelli dell'11 marzo 2004 a Madrid, o anche in quelli del 7 luglio 2005 a Londra.


Conclusione provvisoria
I governi francesi che si sono succeduti hanno stretto alleanze con Stati i cui valori sono opposti a quelli della Repubblica. Si sono progressivamente impegnati a combattere guerre segrete per loro, prima di ritirarsi. Il presidente Hollande, il suo capo di stato maggiore particolare generale Benoit Puga, il suo ministro degli Esteri Laurent Fabius e il suo predecessore Alain Juppé sono ora oggetto di ricatto al quale non si possono sottrarre se non rivelando in cosa hanno invischiato il paese, anche se ciò li espone all’Alta Corte (il parlamento francese riunito in Alta Corte è il giudice competente a ordinare la destituzione del Presidente della Repubblica, ndt).
Il 28 settembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, rivolgendosi agli Stati Uniti e alla Francia il presidente Putin ha dichiarato: «Vorrei chiedere ai responsabili di questa situazione “avete almeno coscienza di ciò che avete fatto?” Ma temo che la domanda rimanga in sospeso, giacché costoro non hanno rinunciato alla loro politica basata su un’eccessiva fiducia in sé e nella convinzione della propria eccezionalità e impunità.» [22]
Né gli americani né i francesi l’hanno ascoltato. Ora è troppo tardi.


                           
Da ricordare
----- Il governo francese si è progressivamente allontanato dalla legalità internazionale. Commette omicidi politici e coordina militarmente azioni terroristiche almeno dal 2011.
----- Il governo francese ha stretto alleanze contro natura con le dittature petrolifere del Golfo Persico. Collabora con un gruppo di personalità americane e di compagnie multinazionali per sabotare la politica di distensione dei presidenti Obama e Putin.
----- Il governo francese è entrato in conflitto con questi alleati poco raccomandabili. Qualcuno di loro ha finanziato gli attacchi di Parigi.



NOTE
[1] «Charlie Hebdo: les révélations de la dernière compagne de Charb», Thibault Raisse, Le Parisien, 18 octobre 2015.
[3] «Les armes de Charlie-Hebdo couvertes par le Secret-Défense», Réseau Voltaire, 17 septembre 2015.
[4] «Chi ha ordinato l’attacco contro Charlie Hebdo?», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 7 gennaio 2015.
[5] «Charlie Hebdo è solo un pretesto», par Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 12 gennaio 2015.
[6] «Di cosa hanno paura politici e giornalisti francesi?», Rete Voltaire, 27 gennaio 2015.
[7] Qui est Charlie ? : Sociologie d’une crise religieuse, Emmanuel Todd, Seuil, 5 mai 2015, 252 p.
[8] «11 mars 2004 à Madrid : était-ce vraiment un attentat islamiste?», «Attentati di Madrid: l’ipotesi atlantista», di Mathieu Miquel, Réseau Voltaire, 11 ottobre e 18 novembre 2009.
[9] The Siege, Adrian Levy & Cathy Scott-Clark, Penguin, 2013.
[10] «Pression militaire et succès diplomatique pour les rebelles syriens», par Isabelle Maudraud, Le Monde, 13 décembre 2012.
[11] Si veda la testimonianza dell’ex presidente del Consiglio costituzionale Roland Dumas su LCP.
[12] Si legga l’intervento del rappresentante siriano «Résolution 2165 et débats (aide humanitaire en Syrie)», Réseau Voltaire, 14 luglio 2014.
[13] Questo punto è ignorato dalla stampa occidentale, ma è stato largamente discusso per un anno dalla stampa araba e persiana. La verità è venuta alla luce quando cinquanta analisti del CentCom hanno denunciato le menzogne dei rapporti sulla Coalizione, mentre un’inchiesta interna è stata scatenata, finché finalmente il generale Allen è stato costretto a dimettersi. Si veda in particolare: « Stewart, Brennan et Cardillo dénoncent les manipulations du Renseignement au Pentagone » e «Il generale Allen rassegna le sue dimissioni (Bloomberg)», Réseau Voltaire, 12 e 23 settembre 2015.
[14] «La France tente d’entraver le déploiement militaire russe en Syrie», Réseau Voltaire, 6 septembre 2015.
[16] Per saperne di più: «Il ruolo della famiglia Erdogan nel Daesh», Réseau Voltaire, 4 agosto 2015.
[17] Daesh fu originariamente formata in Iraq come parte di un piano volto a porre fine alla resistenza all’occupazione statunitense. Per fare questo, gli USA hanno creato delle milizie anti-sciite, tra cui l'Emirato Islamico in Iraq, il futuro "Daesh" - e poi delle milizie anti-sunnite. In definitiva, i due gruppi di popolazione si sono scordati dell’esercito occupante e si sono combattuti fra di loro.
[18] «Valls: la France engagée contre le terrorisme», AFP et Le Figaro, 11 novembre 2015.
[19] «La grande peur du terrorisme», Timothée Boutry, Le Parisien-Aujourd’hui en France, 13 novembre 2015.
[21] Cfr. L’intervento del Dr Patrice Pelloux, presidente dell'Associazione medici di emergenza francesi, su France Info alle 10h26 e al notiziario serale di France2, il 14 novembre 2015. « Comment le Samu s’est préparé aux attentats simultanés de Paris », Kira Mitrofanoff, Challenges, 15 novembre 2015.
[22] «Vladimir Putin – Intervento alla 70° assemblea generale dell’ONU - in italiano», di Vladimir Putin, PandoraTV, 30 settembre 2015.


Thierry Meyssan, 16 novembre 2015.
Traduzione a cura di Emilio Marco Piano