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5 dicembre 2015

Gli sponsor dell'ISIS oscurano la TV Al Manar

di Pino Cabras.
da Megachip.



Ora tocca alla TV libanese Al Manar, subire un durissimo colpo che viene da chi protegge l'ISIS-Daesh. L'emittente di Hezbollah, il movimento di resistenza sciita che negli ultimi mesi ha inflitto numerose sconfitte sul campo ai miliziani di Daesh e di Al-Nusra, è stata oscurata dalla piattaforma satellitare della Lega Araba, Arabsat, che ha sede in Arabia Saudita e trasmette canali di venti paesi arabi. L'interruzione è avvenuta senza preavviso e senza spiegazioni, violando clamorosamente i contratti. Gli sponsor dell'ISIS giocano ormai a carte scoperte e non rispettano più nessuna regola, né contrattuale, né legale-costituzionale, né militare: non vogliono fra i piedi un giornalismo che li ostacoli. Si assiste a una vera accelerazione negli ultimi mesi (specie in Turchia, ma non solo): censure, interventi squadristici contro le redazioni, carcere per i direttori dei giornali, canali TV fatti chiudere a forza, centinaia di cronisti licenziati. Qualche giornalista muore in circostanze controverse, e sempre dopo minacce di morte.
Quasi nessuno in Occidente conosce la vicenda della giovane Serena Shim, dell'iraniana Press TV, morta un anno fa in uno strano incidente dopo essere stata accusata dai servizi di sicurezza turchi di essere una spia e minacciata di morte, a seguito di un suo servizio che denunciava la collusione del governo turco con l'ISIS. In particolare, aveva osato svelare il caso degli autocarri carichi di combattenti dell'ISIS che oltrepassano il confine tra Turchia e Siria, spesso con le insegne di organizzazioni non governative o dell'ONU.

In Occidente l'unico caso che sta iniziando a bucare l'indifferenza riguarda due giornalisti, Can Dündar, direttore del quotidiano di Istanbul Cumhuriyet, e il capo-redattore del suo ufficio di Ankara, Erdem Gül, entrambi in prigione dal 26 novembre. Anche per loro l'accusa è spionaggio e terrorismo. Avevano semplicemente pubblicato le prove che dimostravano che i servizi segreti turchi consegnano tante armi ai gruppi islamisti in Siria. Eppure, a parte qualche appello, la massa che diceva "Je suis Charlie Hebdo" ora non dice nulla. Così come difficilmente dirà qualcosa sul caso di Al Manar.

Perché dunque questa accelerazione? Il fatto è che l'intervento militare russo in Siria ha messo a nudo tutte le ipocrisie occidentali e mediorientali sulla questione ISIS: i suoi tanti sponsor non possono più nascondersi, e perciò reagiscono cercando di silenziare le testate che non controllano.

È in questo quadro che ora le petro-monarchie vogliono chiudere la bocca ad Al Manar. Ci aveva provato già Israele, nel 2006: durante l'invasione del Libano l'aviazione israeliana colpì ripetutamente con missili la sede della TV a Beirut. L'attacco del 16 luglio distrusse l'edificio di Al Manar, ma l'interruzione durò appena dieci secondi: la redazione si era preparata a trasmettere in emergenza da località sconosciute e gli israeliani non potevano far nulla per controllare la piattaforma satellitare ArabSat. Solo che ora ci pensano direttamente i piranhas di Riad.

Ai dirigenti sauditi non stavano piacendo i continui reportage di Al Manar dallo Yemen, il paese che da mesi subisce l'aggressione di Arabia Saudita, Qatar e altri paesi loro clienti e alleati: i continui bombardamenti hanno già causato migliaia di morti civili, centinaia di migliaia di sfollati, e dieci milioni di persone senza più acqua potabile (metà della popolazione yemenita). Si tratta di una catastrofe originata da veri e propri crimini di guerra, alimentati da un'enorme quantità di bombe che proviene anche dall'Italia. La redazione di Al Manar non solo mette in prima serata questa guerra orrenda, ma è capofila di una federazione di decine di canali mediorientali (anche dello Yemen) che stanno formando sul campo centinaia di videoreporter in grado di confezionare eccellenti servizi, spesso girati con un semplice telefonino.
Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini occidentali non sa nulla di queste guerre né di questo giornalismo. I padroni della comunicazione europei, per esempio, nel 2012 cacciarono dalla piattaforma Eutelsat i canali satellitari iraniani, senza che i giornalisti e i politici europei trovassero nulla da obiettare. La Francia aveva proibito Al Manar già nel 2004, assimilando la redazione a un gruppo terroristico e accusandola di antisemitismo. Altri paesi europei seguirono.
Già prima ad Al Manar era stato precluso il sistema statunitense Intelsat.

Rimaneva Arabsat, attraverso cui Al Manar ha raggiunto ogni giorno un pubblico pan-arabo di decine di milioni di telespettatori, ponendosi come la più combattiva comunicazione anti-ISIS esistente. In un mondo normale sarebbero i primi alleati di chi volesse davvero estirpare Daesh. Invece l'Europa li ha censurati da tempo, mentre ora - improvvisamente - li censura il sistema di alleanze che copre l'ISIS.

Chi ha a cuore la libertà di parola deve capire ora la gravità di questo fatto, che ricade anche sull'Occidente. Negli ultimi dieci anni si erano formati nuovi equilibri nell'informazione globale. Vari paesi hanno proposto con forza una propria visione autonoma in contrasto al flusso informativo dominato dalle potenze anglosassoni. Le emittenti emergenti (la libanese Al Manar, l'iraniana Press TV, la russa RT, la venezuelana Telesur, ecc.) hanno partecipato con un punto di vista certo "di parte". Ma per l'appunto grazie a questa parzialità, mostrano al mondo interessi "altri", e conquistano un nuovo pubblico, ormai stufo dell'informazione prodotta dalla fabbrica dei media nostrana, al netto degli ingenui che pensano che la CNN e altri giganti mediatici siano "neutrali".

Se queste voci "altre" non useranno un sistema autonomo di trasmissione, cioè se non trasmetteranno con propri satelliti, rimarranno sempre vulnerabili rispetto a chi combatte la guerra da un'altra parte della barricata e può decidere di spegnerli da un momento all'altro. Questo discorso vale anche per i canali russi, che sono già entrati nel mirino della NATO e dei suoi maggiordomi. Si parla ormai apertamente di misure per bloccare l'informazione proveniente da un mondo considerato nemico. Qui, nell'Occidente che presume ancora di essere il luogo del "libero" confronto delle idee.
Un imperdibile "manuale" sull'argomento lo ha scritto Roberto Quaglia, converrà padroneggiarlo.

Siamo appena agli inizi di una dittatura che usa la lotta all'ISIS per giustificare restrizioni alla libertà e censure, ma che poi usa queste restrizioni e censure a danno di chi combatte davvero l'ISIS. Sembra un paradosso, ma è il ritratto del doppiogiochismo che sta affossando le democrazie.
Basterebbe poco, con un certo clima di allarme bellico, per "erdoganizzare" e "saudizzare" anche il sistema europeo, che ormai è sempre più istituzionalmente pronto a questa pericolosa mutazione.

Dobbiamo capire da subito che il punto di vista altrui è la garanzia del punto di vista nostro. Difendere Al Manar ed esigere che la TV non sia oscurata è una questione che ci riguarda da vicino.


2 giugno 2015

Hezbollah: battaglia per difendere la civiltà

La guerra all'ISIS e la polveriera Libano. 
Hassan Nasrallah denuncia: lo Stato islamico uccide i diversi. 

Mia corrispondenza dal Libano  in esclusiva per PandoraTV.it



Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=3427.


25 maggio 2015

Leader di Hezbollah: guerra senza quartiere all'ISIS


Pino Cabras

In un drammatico discorso, Nasrallah fa appello a combattere con ogni mezzo un pericolo di portata globale. La polveriera Libano sull'orlo tra pace e guerra.

NABATIYE (Sud Libano) - Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, il movimento sciita che esattamente 15 anni fa ha sconfitto l'occupante israeliano in Libano, oggi dichiara guerra all'ISIS, considerato il nemico principale e più insidioso. Ascolto il suo drammatico discorso - teletrasmesso su un maxischermo davanti a un grande spiazzo al centro di Nabatiye, in quel Libano del Sud dove il Partito di Dio è una sorta di Stato nello Stato – e osservo le reazioni delle migliaia di militanti presenti al comizio della Festa della Liberazione: le parole del loro segretario generale e leader carismatico fanno breccia, sono tutti pronti alla nuova fase della guerra. Come vedremo, il discorso di Nasrallah avrà importanti implicazioni internazionali, e annuncia di fatto un impegno delle sue addestratissime forze militari in un raggio molto più vasto rispetto ad oggi. Si allarga cioè la sfera territoriale entro cui Hezbollah giocherà la partita della sicurezza del Libano, e la sua presenza nella guerra siriana non si limiterà al confine libanese, perché tutta la Siria sarà considerata decisiva per il futuro del Paese dei Cedri. Nasrallah fa appello a sostenere in modo nuovo e più intenso il presidente siriano Assad.

Prima di raggiungere Nabatye, faccio un lungo giro nel Libano meridionale accompagnato dal giornalista libanese Talal Khrais, attivo esponente dell'Associazione Assadakah. Il paesaggio che osservo – essendo modellato dall'Uomo – riesce a “parlare” e manda un messaggio chiarissimo: questa terra è in pieno boom economico. Oltrepasso i borghi e i paesi, uno dopo l'altro, punteggiati ciascuno da piccole imprese edili, cantieri, piazzali che ospitano un'infinità di macchine movimento terra. Ovunque un'impressionante espansione edilizia, con ville, palazzine, case di ogni tipo, molte ben rifinite, altre nello stile del “Non-Finito mediterraneo”, con blocchetti a vista, piani inconclusi e pilastri nudi pronti per futuri innalzamenti. Dal 1982 al 2000, tutti questi centri abitati erano continuamente martoriati dai tiri d'artiglieria della forza occupante. In cima alle colline e montagne che si aprono su valli e panorami a perdita d'occhio, si trovavano infatti le numerose postazioni israeliane, che apparivano una forza soverchiante. Quando la Resistenza sloggiò gli israeliani, le troppe macerie rendevano difficile immaginare ricostruzione e rinascita. Invece la rinascita c'è stata, ha attirato capitali, ha ricostruito ogni ponte, anche quelli distrutti per 34 giorni dall'aeronautica di Tel Aviv nel 2006, prima di una nuova sconfitta strategica di Israele.
Solo una comunità che ha una fede sicura nel proprio futuro può rifabbricarsi il paesaggio con tanta convinzione, a pochi passi da uno degli eserciti più forti del pianeta. Impossibile non notarlo. Hezbollah e il suo popolo hanno accresciuto la fiducia nei propri mezzi. Celebrano la vittoria non solo nei giorni dedicati, ma tutto l'anno.
Visito il Museo della Resistenza a Mleeta, e trovo lo scatto: faccio una foto a tre bimbi sorridenti che occupano la torretta di quello che un tempo fu un temibile carro armato israeliano (a sua volta sottratto agli egiziani), prima di diventare il trofeo di un parco a tema che attira 15mila visitatori al mese.


Il responsabile media del museo annuncia che quel luogo, dove si trovano gli ingegnosi e lunghi tunnel presso cui si organizzava la Resistenza, sarà un polo turistico con alberghi e funivia. Un altro segnale che il mondo di Hezbollah ha ambizioni di egemonia culturale che allungano il raggio d'influenza ben oltre il Libano. Avvicino alcuni giovani che armeggiano con un drone nel piazzale del museo. Mi raccontano che sono studenti di ingegneria. Forse vogliono unirsi agli altri mille ingegneri che in pochi anni hanno fatto fare a Hezbollah un balzo tecnologico impressionante: in materia di droni non hanno ormai nessun timore reverenziale nei confronti di nessuno. I ragazzi mi spiegano che quel drone può portare un salvagente a un bagnante che rischia di annegare. Ottimo uso civile. Ma i loro fratelli maggiori hanno forgiato una varietà di droni con una gamma di usi sofisticati in campo militare.
Proprio un drone con una telecamera vola sopra la mia testa durante il comizio di Nasrallah, mentre riprende le migliaia di bandiere gialle che si agitano festanti. C'è allegria in giro, ma contrasta con la sostanza di uno dei discorsi più inquieti che una personalità politica abbia pronunciato negli ultimi anni.
Nasrallah fa una cronistoria, per spiegare come si è giunti alla liberazione. Per lui la sostanza partiva da questo: occorreva credere, aver fede nella vittoria. «Eppure all'inizio tutti i media ci erano contro» - spiega Nasrallah - «tanto che molti parlavano di Israele come di un possibile alleato, oppure, anche nei casi migliori, come un'entità da non combattere per evitare rappresaglie più gravi, ritenendoci responsabili delle conseguenze decise dal Nemico», per non parlare dei casi di chi era favorevole all'occupazione. Nella lista dei comportamenti libanesi, Nasrallah non si dimentica dei partiti laici che invece furono subito schierati nell'iniziare la resistenza. «Una resistenza difficilissima» – ricorda il leader di Hezbollah - «contro un esercito di centomila soldati (oltre ai loro complici). Ora tutti i libanesi sanno che la pace di oggi è frutto della resistenza. E conta la sua qualità. L'alleanza fra popolo, resistenza ed esercito ha fatto capire a Israele che davanti a sé ha solo porte chiuse, in Libano. L'eco di questa vittoria è arrivato ovunque anche fuori dal Libano».
Nasrallah prosegue affinando i toni sugli aspetti politici più delicati del suo Paese, rivendicando per il suo movimento il merito di essere stato clemente con chi aveva ostacolato la resistenza, in modo da saldarsi politicamente a gran parte dei libanesi. «Oggi siamo liberi e vedo che anche gli sguardi di coloro che vivono più vicino al confine sono fieri». Non dimentica chi ha aiutato il movimento, Iran e Siria.
Pericolo scampato, dunque? Niente affatto. Nasrallah passa a un tono più grave.
«Oggi la storia si ripete, ma con un nuovo piano in grado di destabilizzare l'intera Regione. È quello che stiamo vedendo ogni giorno con le orribili azioni dei salafiti takfiristi». È la definizione con cui Nasrallah accomuna Daesh (ossia l'ISIS), al-Nusra e al-Qa'ida. Si riferisce anche ai 400 civili uccisi ieri dall'ISIS a Palmira, dipendenti pubblici e loro familiari, bambini compresi, tutti allineati nelle strade, molti decapitati. Nelle parole del leader traspare una dolorosa ironia: «Noi avevamo già visto per tempo, qual era il piano di questi elementi, Non certo il piano che elabora un istituto di ricerca, ma un programma che uccide, un'organizzazione che agisce in Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Libia, Nigeria, e ora in Arabia Saudita, ovunque. E ora, che fare? In Libano in troppi mettono la testa sotto la sabbia, così come facevano con Israele. Questo è un nuovo e più grande pericolo».
Le parole contro ISIS e simili diventano roventi. Hassan Nasrallah alza la voce: «Questa è un'entità che elimina fisicamente ciò che è proprio dell'Uomo, persino più del colonialismo. Guardate a quel che succede in Iraq: chi non si sottomette viene trucidato, chi è diverso, perché cristiano, yazida, sciita o perché ha un'idea diversa, viene ucciso. Uccidono i diversi, a migliaia come se fosse una cosa da nulla, anche mentre io vi sto parlando. Arrivano a combattersi persino fra di loro, quando si scontrano con una visione diversa delle cose. È un pericolo globale. Basta nascondere la testa sotto la sabbia!»
A questo punto si comprende meglio l'insistenza sulla premessa storica, sulle prime reazioni all'occupazione israeliana: «Ci sono quelli che non si schierano, e sperano così di salvarsi con il silenzio. Ma non saranno risparmiati! Non hanno capito nulla. Leggete i comunicati di queste organizzazioni salafite. Hanno giudici che comminano condanne a morte senza aver letto mai un rigo di un codice. Eppure la coalizione Movimento Futuro (il partito a base sunnita di Saad Hariri, ndr) non vuole contestarli. Allora chiedo a loro e ai cristiani. Chi può salvare le vostre chiese, le vostre moschee, i vostri simboli, le vostre stesse genti? Forse i vostri leader?»
Nasrallah rivolge un appello accorato a tutte le 18 comunità che compongono il fragile mosaico libanese. Anche qui i toni politici si adattano a una materia delicata: «noi non siamo laici, certo, ma dal profondo del cuore vi dico: siamo realisti. Affrontiamo la situazione». Contando in primo luogo sui libanesi.
Fidarsi degli USA? Il no del leader di Hezbollah è netto: «gli Stati Uniti prendono in giro tutti. Ci distruggono e ci logorano. Pensate all'Iraq. Ormai Daesh minaccia Baghdad. Cos'ha fatto la coalizione a guida statunitense? Se contiamo le loro incursioni ad oggi, Israele ne fecce il doppio in un solo mese, nel 2006. Gli USA hanno la possibilità di vedere ogni singolo movimento dei pickup che vanno avanti e indietro in vasti territori, e non fanno nulla. Chi aspetta gli Stati Uniti non va da nessuna parte.»
Rimane da capire chi sostiene l'ISIS. L'elenco di Nasrallah comprende chi li esalta in TV e chi compra da loro il petrolio di contrabbando. Non fa nomi, ma saranno i soliti noti. Di chi fidarsi, allora? «Dobbiamo contare su di noi e cercare i veri amici, accettare l'aiuto dalla Repubblica islamica dell'Iran e dai movimenti popolari».
Ma perché questa battaglia è così importante? «È una battaglia esistenziale. È una battaglia per sopravvivere. Di fronte a pericoli gravi, ovunque nel mondo, maggioranze e minoranze, governo e opposizione, forze diverse fra loro fanno i governi di unità nazionale. Occorre uscire dal dubbio, ognuno si assuma la responsabilità», scandisce Nasrallah, che aggiunge: «In molti temono che Assad vinca, ma sono i suoi nemici quelli da temere. Se l'ISIS penetra in Libano, siete in grado di garantire la sicurezza della popolazione? Questo forse significa fare pressioni sull'esercito libanese? No, è un appello alla responsabilità».
Pochi giorni fa Hezbollah ha riportato una grande vittoria in Siria nelle alture di Qalamoun. Nasrallah annuncia che l'operazione di Qalamoun continuerà per garantire la sicurezza comune di Libano e Siria. C'è poi una città nel nordest del Libano, Arsal, «dove avvengono fatti tremendi, e si applica la pena di morte anche per questioni sessuali». Nasrallah, dichiara che Hezbollah è pronto ad aiutarli, ma è lo Stato libanese che deve fare la sua parte. Di fronte a un'inerzia che perdurasse nel caso che i takfiristi dilagassero nei dintorni della città e nella valle della Bekaa, Hezbollah romperebbe gli indugi, e non si farebbe frenare dalle forze politiche che temono che sia la scusa per innescare conflitti confessionali. Il punto invece è: «noi non accettiamo invasioni, occorre dare l'esempio e possiamo vincere.» Intervenendo dove c'è un pericolo esistenziale. Che viene visto anche per l'intervento in Siria, dove la chiave della vittoria non può risiedere solo nell'esercito siriano, ma in una reazione popolare che porti le tribù sunnite a schierarsi contro l'ISIS e gli altri estremisti. Se l'esercito si salda con le istanze popolari, succede come in Yemen, «dove l'attacco saudita fallisce perché c'è identità di obiettivi fra esercito yemenita e popolo».
Nasrallah fa appello affinché non si ripropongano anche per l'ISIS gli effetti del “divide et impera” in stile israeliano. «Trascurare questo pericolo e restare divisi sarebbe un errore strategico con gravi conseguenze storiche. Pensate se si fosse affrontato l'ISIS un anno fa. Non saremmo all'attuale disastro. Invece hanno consentito loro di comprare armamenti, vendere petrolio, addestrare in campi i combattenti, indisturbati. Chi ha taciuto a lungo sulla Siria, solo ora scopre Palmira».
Qui viene il salto di qualità drammatico a cui è pronto il leader di Hezbollah: «siamo presenti in Siria e lo saremo in tutta la Siria, ovunque lo si richieda». Dunque non solo al confine libanese.
E anche altrove. Nasrallah cita le condizioni diplomatiche per fare cessare l'aggressione saudita allo Yemen e gli scontri interni in Bahrein. Dichiara che non dimentica certo Israele, ma Hezbollah ha una capacità dissuasiva che permette di concentrarsi su quello che il leader definisce ormai “Nemico principale”, l'ISIS, a partire dalla Siria: «Nel 2011 dicevano che la caduta del regime era imminente, ma c'è ancora. Dobbiamo aver fede e contare sulla nostra mente, così sconfiggeremo il piano dei takfiristi».
Questo richiamo alla mente non è nuovo in Nasrallah. Già la lotta di Liberazione l'aveva definita come “guerra delle menti”, una definizione curiosamente simile a quella che alcuni dei più spregiudicati teorici militari USA avevano usato tempo fa per un nuovo modello di guerra psicologica: “mind war”. In Nasrallah riveste anche una connotazione legata alla spiritualità religiosa, che ha un peso e una forza che dovranno saper valutare tutti coloro che vogliono che l'ISIS sia sconfitto davvero.
In Libano si addensano grandi nubi. La guerra siriana ha scaricato in pochi anni su un paese di 4,2 milioni di persone una bomba di 1,5 milioni di profughi. In proporzione, è come se in Italia nel giro di due anni si aggiungessero oltre 21 milioni di rifugiati da accudire, nutrire, alloggiare, accampare.
Basterebbe che solo una piccola percentuale di questi disperati sia reclutata con le ingenti risorse di chi finanzia l'ISIS, e il Libano esploderebbe come una grossa polveriera, e anche il Medio Oriente.
Nasrallah dichiara che le nuove battaglie costeranno “sacrifici e martiri”. Noi dobbiamo sapere che quelle battaglie ci coinvolgeranno, e dovremo saper scegliere gli alleati possibili, imparando a conoscerli. Non ha soluzioni una guerra all'ISIS che non ricomprenda Hezbollah e i suoi alleati. La folla che lascia Nabatye alla spicciolata conservando nonostante tutto l'aspetto di chi partecipa a una festa popolare qualsiasi, non è gente qualsiasi. Si tratta di combattenti estremamente determinati.





13 giugno 2014

Middle East. Il Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria

da SpondaSud.it.

Dopo i volumi Lebanon e Syria, è la volta di Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore, 272 pagine, 16 euro). Il saggio, curato dal giornalista Raimondo Schiavone -  e scritto, tra gli altri, con i giornalisti e saggisti Giulietto Chiesa, Alessandro Aramu e Talal Khrais, Pino Cabras e il responsabile esteri di Hezbollah Ammar al-Moussawi, descrive scenari e situazioni di grandissima attualità in una delle zone più calde del pianeta.  
La prefazione è di Alberto Negri, inviato del Sole 24 Ore e reporter di guerra. Il volume tenta di rispondere, grazie alla presenza di autorevoli interventi di firme prestigiose, a una serie di interrogativi, a partire dal ruolo che potranno giocare i Paesi del Mediterraneo alla luce degli ultimi sconvolgimenti internazionali. Geopolitica, interessi strategici e finanziari, Middle East è un racconto che parte dalle rivolte arabe per giungere ai nostri giorni. Il saggio sarà nelle librerie di tutta Italia nel mese di luglio del 2014.

SINOSSI
All’indomani dello scoppio delle rivolte arabe, il grande bacino del Mediterraneo, con il suo alternarsi di fenomeni cooperativi e conflittuali, si presenta al centro di un processo storico che vede coinvolti grandi attori internazionali. Mentre lo status quo geopolitico post-guerra fredda entra in crisi, assistiamo al riposizionamento di un nuovo equilibrio e all’emergere di nuovi soggetti. In questo quadro, anche la vecchia Europa inizia a rinegoziare la sua posizione cercando di cogliere le opportunità offerte dal mare tra le due terre. Sullo sfondo, la guerra in Siria, prezioso banco di prova per le grandi potenze. E, ancora, il movimento Hezbollah, attore determinante di questo instabile scenario. Da qui, dunque, sorge anche la riflessione sulle strategie dei media, veicoli di informazioni, idee e concetti, spesso precostituiti e calati dall’alto. E, a proposito di Mediterraneo, il volume non poteva tralasciare il dibattito sull’emergenza immigrazione e i tanti interrogativi sulle prospettive di cooperazione tra le due sponde.

AUTORI
Giulietto Chiesa, giornalista, direttore della Rivista “Cometa”, coordinatore di Pandora Tv, editorialista per diverse testate e autore di numerosi saggi. Raimondo Schiavone, giornalista e segretario generale di Assadakah, vice presidente della Camera di Commercio italo-araba, ha curato il volume Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia Editore). Alessandro Aramu, giornalista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia Editore). Ammar al-Moussawi, politico libanese, attualmente responsabile esteri di Hezbollah. Talal Khrais, giornalista libanese accreditato presso la Stampa Estera, corrispondente dall’Italia del quotidiano libanese “As-Safir”, co-autore con Raimondo Schiavone e Alessandro Aramu di numerosi lavori incentrati sulle problematiche del Medio Oriente. Pino Cabras, saggista, condirettore di Megachip, autore dei volumi Strategie per una guerra mondiale e, con Giulietto Chiesa, di Barack Obush. Hanno inoltre collaborato alla stesura del volume con propri interventi: Abdallah Kassir (presidente della televisione satellitare libanese “Al Manar”), Abdallah Zouari (deputato tunisino), Franco Murgia (vicepresidente dell’Associazione Assadakah), Gianni Loy (docente universitario), Romina Mura (deputata italiana), Michele Piras (deputato italiano), Laura Casta (esperta di cooperazione internazionale), Gabriele Pedrini (esperto di questioni mediorientali), Laura Tocco (esperta di questioni turche).