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5 dicembre 2015
Gli sponsor dell'ISIS oscurano la TV Al Manar
Ora tocca alla TV libanese Al Manar, subire un durissimo colpo che
viene da chi protegge l'ISIS-Daesh. L'emittente di Hezbollah, il movimento di
resistenza sciita che negli ultimi mesi ha inflitto numerose sconfitte sul
campo ai miliziani di Daesh e di Al-Nusra, è stata oscurata dalla piattaforma
satellitare della Lega Araba, Arabsat,
che ha sede in Arabia Saudita e trasmette canali di venti paesi arabi.
L'interruzione è avvenuta senza preavviso e senza spiegazioni, violando
clamorosamente i contratti. Gli sponsor
dell'ISIS giocano ormai a carte scoperte e non rispettano più nessuna
regola, né contrattuale, né legale-costituzionale, né militare: non vogliono fra i piedi un giornalismo che
li ostacoli. Si assiste a una vera accelerazione negli ultimi mesi (specie
in Turchia, ma non solo): censure, interventi squadristici contro le redazioni,
carcere per i direttori dei giornali, canali TV fatti chiudere a forza,
centinaia di cronisti licenziati. Qualche giornalista muore in circostanze controverse, e sempre dopo minacce
di morte.
Quasi nessuno in Occidente conosce la
vicenda della giovane Serena
Shim, dell'iraniana Press TV, morta un anno fa in uno
strano incidente dopo essere stata accusata dai servizi di sicurezza turchi di
essere una spia e minacciata di morte, a seguito di un suo servizio che
denunciava la collusione del governo turco con l'ISIS. In particolare, aveva osato
svelare il caso degli autocarri carichi di combattenti dell'ISIS che
oltrepassano il confine tra Turchia e Siria, spesso con le insegne di
organizzazioni non governative o dell'ONU.
In Occidente l'unico caso che sta iniziando
a bucare l'indifferenza riguarda due giornalisti, Can Dündar, direttore del quotidiano di Istanbul Cumhuriyet, e il capo-redattore del suo
ufficio di Ankara, Erdem Gül, entrambi in prigione dal
26 novembre. Anche per loro l'accusa è spionaggio e terrorismo. Avevano
semplicemente pubblicato le prove che dimostravano che i servizi segreti turchi
consegnano tante armi ai gruppi islamisti in Siria. Eppure, a parte qualche
appello, la massa che diceva "Je
suis Charlie Hebdo" ora non dice nulla. Così come difficilmente dirà
qualcosa sul caso di Al Manar.
Perché
dunque questa accelerazione? Il fatto è che l'intervento militare russo in Siria ha
messo a nudo tutte le ipocrisie occidentali e mediorientali sulla questione
ISIS: i suoi tanti sponsor non possono più nascondersi, e perciò reagiscono
cercando di silenziare le testate che non controllano.
È in questo quadro che ora le petro-monarchie
vogliono chiudere la bocca ad Al Manar. Ci aveva provato già Israele, nel 2006: durante l'invasione
del Libano l'aviazione israeliana colpì ripetutamente con missili la sede della
TV a Beirut. L'attacco del 16 luglio distrusse l'edificio di Al Manar, ma
l'interruzione durò appena dieci secondi:
la redazione si era preparata a trasmettere in emergenza da località
sconosciute e gli israeliani non potevano far nulla per controllare la
piattaforma satellitare ArabSat. Solo che ora ci pensano direttamente i
piranhas di Riad.
Ai dirigenti sauditi non stavano piacendo i
continui reportage di Al Manar dallo Yemen,
il paese che da mesi subisce l'aggressione
di Arabia Saudita, Qatar e altri paesi loro clienti e alleati: i continui
bombardamenti hanno già causato migliaia di morti civili, centinaia di migliaia
di sfollati, e dieci milioni di persone senza più acqua potabile (metà della
popolazione yemenita). Si tratta di una catastrofe originata da veri e propri crimini
di guerra, alimentati da un'enorme quantità di bombe che proviene
anche dall'Italia. La redazione di Al Manar non solo mette
in prima serata questa guerra orrenda, ma è capofila di una federazione di
decine di canali mediorientali (anche dello Yemen) che stanno formando sul
campo centinaia di videoreporter in grado di confezionare eccellenti servizi,
spesso girati con un semplice telefonino.
Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini
occidentali non sa nulla di queste guerre né di questo giornalismo. I padroni
della comunicazione europei, per esempio, nel 2012 cacciarono dalla piattaforma Eutelsat i canali satellitari iraniani, senza che i
giornalisti e i politici europei trovassero nulla da obiettare. La Francia
aveva proibito Al Manar già nel 2004, assimilando la redazione a un gruppo
terroristico e accusandola di antisemitismo. Altri paesi europei seguirono.
Già prima ad Al Manar era stato precluso il
sistema statunitense Intelsat.
Rimaneva Arabsat, attraverso cui Al Manar ha
raggiunto ogni giorno un pubblico
pan-arabo di decine di milioni di telespettatori, ponendosi come la più combattiva comunicazione anti-ISIS
esistente. In un mondo normale sarebbero i primi alleati di chi volesse
davvero estirpare Daesh. Invece l'Europa li ha censurati da tempo, mentre ora -
improvvisamente - li censura il sistema di alleanze che copre l'ISIS.
Chi ha a cuore la libertà di parola deve
capire ora la gravità di questo fatto, che ricade anche sull'Occidente. Negli
ultimi dieci anni si erano formati nuovi
equilibri nell'informazione globale. Vari paesi hanno proposto con forza una
propria visione autonoma in contrasto al flusso informativo dominato dalle
potenze anglosassoni. Le emittenti emergenti (la libanese Al Manar, l'iraniana
Press TV, la russa RT, la venezuelana Telesur, ecc.) hanno partecipato con un
punto di vista certo "di parte". Ma per l'appunto grazie a questa
parzialità, mostrano al mondo interessi
"altri", e conquistano un nuovo pubblico, ormai stufo
dell'informazione prodotta dalla fabbrica dei media nostrana, al netto degli
ingenui che pensano che la CNN e altri giganti mediatici siano "neutrali".
Se queste voci "altre" non
useranno un sistema autonomo di trasmissione, cioè se non trasmetteranno con propri
satelliti, rimarranno sempre vulnerabili
rispetto a chi combatte la guerra da un'altra parte della barricata e può
decidere di spegnerli da un momento all'altro. Questo discorso vale anche per i
canali russi, che sono già entrati nel mirino della NATO e dei suoi maggiordomi. Si
parla ormai apertamente di misure per bloccare l'informazione proveniente da un
mondo considerato nemico. Qui, nell'Occidente che presume ancora di essere il
luogo del "libero" confronto delle idee.
Un imperdibile "manuale" sull'argomento
lo ha scritto Roberto Quaglia, converrà padroneggiarlo.
Siamo appena agli inizi di una dittatura
che usa la lotta all'ISIS per giustificare restrizioni alla libertà e censure,
ma che poi usa queste restrizioni e censure a danno di chi combatte davvero
l'ISIS. Sembra un paradosso, ma è il ritratto
del doppiogiochismo che sta affossando le democrazie.
Basterebbe poco, con un certo clima di
allarme bellico, per "erdoganizzare" e "saudizzare" anche
il sistema europeo, che ormai è sempre più istituzionalmente pronto a questa
pericolosa mutazione.
Dobbiamo capire da subito che il punto di
vista altrui è la garanzia del punto di vista nostro. Difendere Al Manar ed
esigere che la TV non sia oscurata è una questione che ci riguarda da vicino.
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2 giugno 2015
Hezbollah: battaglia per difendere la civiltà
La guerra all'ISIS e la polveriera Libano.
Hassan Nasrallah denuncia: lo Stato islamico uccide i diversi.
Mia corrispondenza dal Libano in esclusiva per PandoraTV.it
Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=3427.
25 maggio 2015
Leader di Hezbollah: guerra senza quartiere all'ISIS
Pino Cabras
In un drammatico discorso, Nasrallah
fa appello a combattere con ogni mezzo un pericolo di portata
globale. La polveriera Libano sull'orlo tra pace e guerra.
NABATIYE
(Sud Libano) - Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, il movimento
sciita che esattamente 15 anni fa ha sconfitto l'occupante israeliano
in Libano, oggi dichiara guerra all'ISIS, considerato il nemico
principale e più insidioso. Ascolto il suo drammatico discorso -
teletrasmesso su un maxischermo davanti a un grande spiazzo al centro
di Nabatiye, in quel Libano del Sud dove il Partito di Dio è una
sorta di Stato nello Stato – e osservo le reazioni delle migliaia
di militanti presenti al comizio della Festa della Liberazione: le
parole del loro segretario generale e leader carismatico fanno
breccia, sono tutti pronti alla nuova fase della guerra. Come
vedremo, il discorso di Nasrallah avrà importanti implicazioni
internazionali, e annuncia di fatto un impegno delle sue
addestratissime forze militari in un raggio molto più vasto rispetto
ad oggi. Si allarga cioè la sfera territoriale entro cui Hezbollah
giocherà la partita della sicurezza del Libano, e la sua presenza
nella guerra siriana non si limiterà al confine libanese, perché
tutta la Siria sarà considerata decisiva per il futuro del Paese dei
Cedri. Nasrallah fa appello a sostenere in modo nuovo e più intenso
il presidente siriano Assad.
Prima
di raggiungere Nabatye, faccio un lungo giro nel Libano meridionale
accompagnato dal giornalista libanese Talal Khrais, attivo esponente
dell'Associazione Assadakah. Il paesaggio che osservo – essendo
modellato dall'Uomo – riesce a “parlare” e manda un messaggio
chiarissimo: questa terra è in pieno boom economico. Oltrepasso i
borghi e i paesi, uno dopo l'altro, punteggiati ciascuno da piccole
imprese edili, cantieri, piazzali che ospitano un'infinità di
macchine movimento terra. Ovunque un'impressionante espansione
edilizia, con ville, palazzine, case di ogni tipo, molte ben
rifinite, altre nello stile del “Non-Finito mediterraneo”, con
blocchetti a vista, piani inconclusi e pilastri nudi pronti per
futuri innalzamenti. Dal 1982 al 2000, tutti questi centri abitati
erano continuamente martoriati dai tiri d'artiglieria della forza
occupante. In cima alle colline e montagne che si aprono su valli e
panorami a perdita d'occhio, si trovavano infatti le numerose
postazioni israeliane, che apparivano una forza soverchiante. Quando
la Resistenza sloggiò gli israeliani, le troppe macerie rendevano
difficile immaginare ricostruzione e rinascita. Invece la rinascita
c'è stata, ha attirato capitali, ha ricostruito ogni ponte, anche
quelli distrutti per 34 giorni dall'aeronautica di Tel Aviv nel 2006,
prima di una nuova sconfitta strategica di Israele.
Solo
una comunità che ha una fede sicura nel proprio futuro può
rifabbricarsi il paesaggio con tanta convinzione, a pochi passi da
uno degli eserciti più forti del pianeta. Impossibile non notarlo.
Hezbollah e il suo popolo hanno accresciuto la fiducia nei propri
mezzi. Celebrano la vittoria non solo nei giorni dedicati, ma tutto
l'anno.
Visito
il Museo della Resistenza a Mleeta, e trovo lo scatto: faccio una
foto a tre bimbi sorridenti che occupano la torretta di quello che un
tempo fu un temibile carro armato israeliano (a sua volta sottratto agli egiziani), prima di diventare il
trofeo di un parco a tema che attira 15mila visitatori al mese.
Il
responsabile media del museo annuncia che quel luogo, dove si trovano
gli ingegnosi e lunghi tunnel presso cui si organizzava la
Resistenza, sarà un polo turistico con alberghi e funivia. Un altro
segnale che il mondo di Hezbollah ha ambizioni di egemonia culturale
che allungano il raggio d'influenza ben oltre il Libano. Avvicino
alcuni giovani che armeggiano con un drone nel piazzale del museo. Mi
raccontano che sono studenti di ingegneria. Forse vogliono unirsi
agli altri mille ingegneri che in pochi anni hanno fatto fare a
Hezbollah un balzo tecnologico impressionante: in materia di droni
non hanno ormai nessun timore reverenziale nei confronti di nessuno.
I ragazzi mi spiegano che quel drone può portare un salvagente a un
bagnante che rischia di annegare. Ottimo uso civile. Ma i loro
fratelli maggiori hanno forgiato una varietà di droni con una gamma
di usi sofisticati in campo militare.
Proprio
un drone con una telecamera vola sopra la mia testa durante il
comizio di Nasrallah, mentre riprende le migliaia di bandiere gialle
che si agitano festanti. C'è allegria in giro, ma contrasta con la
sostanza di uno dei discorsi più inquieti che una personalità
politica abbia pronunciato negli ultimi anni.
Nasrallah
fa una cronistoria, per spiegare come si è giunti alla liberazione.
Per lui la sostanza partiva da questo: occorreva credere, aver fede
nella vittoria.
«Eppure all'inizio tutti i media ci erano contro» - spiega
Nasrallah - «tanto che molti parlavano di Israele come di un
possibile alleato, oppure, anche nei casi migliori, come un'entità
da non combattere per evitare rappresaglie più gravi, ritenendoci
responsabili delle conseguenze decise dal Nemico», per non parlare
dei casi di chi era favorevole all'occupazione. Nella lista dei
comportamenti libanesi, Nasrallah non si dimentica dei partiti laici
che invece furono subito schierati nell'iniziare la resistenza. «Una
resistenza difficilissima» – ricorda il leader di Hezbollah -
«contro un esercito di centomila soldati (oltre ai loro complici).
Ora tutti i libanesi sanno che la pace di oggi è frutto della
resistenza. E conta la sua qualità. L'alleanza fra popolo,
resistenza ed esercito ha fatto capire a Israele che davanti a sé ha
solo porte chiuse, in Libano. L'eco di questa vittoria è arrivato
ovunque anche fuori dal Libano».
Nasrallah
prosegue affinando i toni sugli aspetti politici più delicati del
suo Paese, rivendicando per il suo movimento il merito di essere
stato clemente con chi aveva ostacolato la resistenza, in modo da
saldarsi politicamente a gran parte dei libanesi. «Oggi siamo
liberi e vedo che anche gli sguardi di coloro che vivono più vicino
al confine sono fieri». Non dimentica chi ha aiutato il movimento,
Iran e Siria.
Pericolo
scampato, dunque? Niente affatto. Nasrallah passa a un tono più
grave.
«Oggi
la storia si ripete, ma con un nuovo piano in grado di destabilizzare
l'intera Regione. È quello che stiamo vedendo ogni giorno con le
orribili azioni dei salafiti takfiristi». È la definizione con cui
Nasrallah accomuna Daesh (ossia l'ISIS), al-Nusra e al-Qa'ida. Si
riferisce anche ai 400 civili uccisi ieri dall'ISIS a Palmira,
dipendenti pubblici e loro familiari, bambini compresi, tutti
allineati nelle strade, molti decapitati. Nelle parole del leader
traspare una dolorosa ironia: «Noi avevamo già visto per tempo,
qual era il piano di questi elementi, Non certo il piano che elabora
un istituto di ricerca, ma un programma che uccide, un'organizzazione
che agisce in Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Libia, Nigeria, e
ora in Arabia Saudita, ovunque. E ora, che fare? In Libano in troppi
mettono la testa sotto la sabbia, così come facevano con Israele.
Questo è un nuovo e più grande pericolo».
Le
parole contro ISIS e simili diventano roventi. Hassan Nasrallah alza
la voce: «Questa è un'entità che elimina fisicamente ciò che è
proprio dell'Uomo, persino più del colonialismo. Guardate a quel che
succede in Iraq: chi non si sottomette viene trucidato, chi è
diverso, perché cristiano, yazida, sciita o perché ha un'idea
diversa, viene ucciso. Uccidono i diversi, a migliaia come se fosse
una cosa da nulla, anche mentre io vi sto parlando. Arrivano a
combattersi persino fra di loro, quando si scontrano con una visione
diversa delle cose. È un pericolo globale. Basta nascondere la testa
sotto la sabbia!»
A
questo punto si comprende meglio l'insistenza sulla premessa storica,
sulle prime reazioni all'occupazione israeliana: «Ci sono quelli che
non si schierano, e sperano così di salvarsi con il silenzio. Ma non
saranno risparmiati! Non hanno capito nulla. Leggete i comunicati di
queste organizzazioni salafite. Hanno giudici che comminano condanne
a morte senza aver letto mai un rigo di un codice. Eppure la
coalizione Movimento Futuro (il partito a base sunnita di
Saad Hariri, ndr)
non vuole contestarli. Allora chiedo a loro e ai cristiani. Chi può
salvare le vostre chiese, le vostre moschee, i vostri simboli, le
vostre stesse genti? Forse i vostri leader?»
Nasrallah
rivolge un appello accorato a tutte le 18 comunità che compongono il
fragile mosaico libanese. Anche qui i toni politici si adattano a una
materia delicata: «noi non siamo laici, certo, ma dal profondo del
cuore vi dico: siamo realisti. Affrontiamo la situazione». Contando
in primo luogo sui libanesi.
Fidarsi
degli USA? Il no del leader di Hezbollah è netto: «gli Stati Uniti
prendono in giro tutti. Ci distruggono e ci logorano. Pensate
all'Iraq. Ormai Daesh minaccia Baghdad. Cos'ha fatto la coalizione a
guida statunitense? Se contiamo le loro incursioni ad oggi, Israele
ne fecce il doppio in un solo mese, nel 2006. Gli USA hanno la
possibilità di vedere ogni singolo movimento dei pickup che vanno
avanti e indietro in vasti territori, e non fanno nulla. Chi aspetta
gli Stati Uniti non va da nessuna parte.»
Rimane
da capire chi sostiene l'ISIS. L'elenco di Nasrallah comprende chi li
esalta in TV e chi compra da loro il petrolio di contrabbando. Non fa
nomi, ma saranno i soliti noti. Di chi fidarsi, allora? «Dobbiamo
contare su di noi e cercare i veri amici, accettare l'aiuto dalla
Repubblica islamica dell'Iran e dai movimenti popolari».
Ma
perché questa battaglia è così importante? «È una battaglia
esistenziale. È una battaglia per sopravvivere. Di fronte a
pericoli gravi, ovunque nel mondo, maggioranze e minoranze, governo e
opposizione, forze diverse fra loro fanno i governi di unità
nazionale. Occorre uscire dal dubbio, ognuno si assuma la
responsabilità», scandisce Nasrallah, che aggiunge: «In molti
temono che Assad vinca, ma sono i suoi nemici quelli da temere. Se
l'ISIS penetra in Libano, siete in grado di garantire la sicurezza
della popolazione? Questo forse significa fare pressioni
sull'esercito libanese? No, è un appello alla responsabilità».
Pochi
giorni fa Hezbollah ha riportato una grande vittoria in Siria nelle
alture di Qalamoun. Nasrallah annuncia che l'operazione di Qalamoun
continuerà per garantire la sicurezza comune di Libano e Siria. C'è
poi una città nel nordest del Libano, Arsal, «dove avvengono fatti
tremendi, e si applica la pena di morte anche per questioni
sessuali». Nasrallah, dichiara che Hezbollah è pronto ad aiutarli,
ma è lo Stato libanese che deve fare la sua parte. Di fronte a
un'inerzia che perdurasse nel caso che i takfiristi dilagassero nei
dintorni della città e nella valle della Bekaa, Hezbollah romperebbe
gli indugi, e non si farebbe frenare dalle forze politiche che temono
che sia la scusa per innescare conflitti confessionali. Il punto
invece è: «noi non accettiamo invasioni, occorre dare l'esempio e
possiamo vincere.» Intervenendo dove c'è un pericolo esistenziale.
Che viene visto anche per l'intervento in Siria, dove la chiave della
vittoria non può risiedere solo nell'esercito siriano, ma in una
reazione popolare che porti le tribù sunnite a schierarsi contro
l'ISIS e gli altri estremisti. Se l'esercito si salda con le istanze
popolari, succede come in Yemen, «dove
l'attacco saudita fallisce perché c'è identità di obiettivi fra
esercito yemenita e popolo».
Nasrallah
fa appello affinché non si ripropongano anche per l'ISIS gli effetti
del “divide et impera” in stile israeliano. «Trascurare questo
pericolo e restare divisi sarebbe un errore strategico con gravi
conseguenze storiche. Pensate se si fosse affrontato l'ISIS un anno
fa. Non saremmo all'attuale disastro. Invece hanno consentito loro di
comprare armamenti, vendere petrolio, addestrare in campi i
combattenti, indisturbati. Chi ha taciuto a lungo sulla Siria, solo
ora scopre Palmira».
Qui
viene il salto di qualità drammatico a cui è pronto il leader di
Hezbollah: «siamo
presenti in Siria e lo saremo in tutta la Siria, ovunque lo si
richieda». Dunque non solo al confine libanese.
E
anche altrove. Nasrallah cita le condizioni diplomatiche per fare
cessare l'aggressione saudita allo Yemen e gli scontri interni in
Bahrein. Dichiara che non dimentica certo Israele, ma Hezbollah ha
una capacità dissuasiva che permette di concentrarsi su quello che
il leader definisce ormai “Nemico principale”, l'ISIS, a partire
dalla Siria: «Nel 2011 dicevano che la caduta del regime era
imminente, ma c'è ancora. Dobbiamo aver fede e contare sulla nostra
mente, così sconfiggeremo il piano dei takfiristi».
Questo
richiamo alla mente non è nuovo in Nasrallah. Già la lotta di
Liberazione l'aveva definita come “guerra delle menti”, una
definizione curiosamente simile a quella che alcuni dei più
spregiudicati teorici militari USA avevano usato tempo fa per un
nuovo modello di guerra psicologica: “mind war”. In Nasrallah
riveste anche una connotazione legata alla spiritualità religiosa,
che ha un peso e una forza che dovranno saper valutare tutti coloro
che vogliono che l'ISIS sia sconfitto davvero.
In
Libano si addensano grandi nubi. La guerra siriana ha scaricato in
pochi anni su un paese di 4,2 milioni di persone una bomba di 1,5
milioni di profughi. In proporzione, è come se in Italia nel giro di
due anni si aggiungessero oltre 21 milioni di rifugiati da accudire,
nutrire, alloggiare, accampare.
Basterebbe
che solo una piccola percentuale di questi disperati sia reclutata
con le ingenti risorse di chi finanzia l'ISIS, e il Libano
esploderebbe come una grossa polveriera, e anche il Medio Oriente.
Nasrallah
dichiara che le nuove battaglie costeranno “sacrifici e martiri”.
Noi dobbiamo sapere che quelle battaglie ci coinvolgeranno, e dovremo
saper scegliere gli alleati possibili, imparando a conoscerli. Non ha
soluzioni una guerra all'ISIS che non ricomprenda Hezbollah e i suoi
alleati.
La folla che lascia Nabatye alla spicciolata conservando nonostante
tutto l'aspetto di chi partecipa a una festa popolare qualsiasi, non
è gente qualsiasi. Si tratta di combattenti estremamente
determinati.
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Pino Cabras
13 giugno 2014
Middle East. Il Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria
da SpondaSud.it.
Dopo i volumi Lebanon e Syria, è la volta di Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore, 272 pagine, 16 euro). Il saggio, curato dal giornalista Raimondo Schiavone - e scritto, tra gli altri, con i giornalisti e saggisti Giulietto Chiesa, Alessandro Aramu e Talal Khrais, Pino Cabras e il responsabile esteri di Hezbollah Ammar al-Moussawi, descrive scenari e situazioni di grandissima attualità in una delle zone più calde del pianeta.
La prefazione è di Alberto Negri, inviato del Sole 24 Ore e reporter di guerra. Il volume tenta di rispondere, grazie alla presenza di autorevoli interventi di firme prestigiose, a una serie di interrogativi, a partire dal ruolo che potranno giocare i Paesi del Mediterraneo alla luce degli ultimi sconvolgimenti internazionali. Geopolitica, interessi strategici e finanziari, Middle East è un racconto che parte dalle rivolte arabe per giungere ai nostri giorni. Il saggio sarà nelle librerie di tutta Italia nel mese di luglio del 2014.
La prefazione è di Alberto Negri, inviato del Sole 24 Ore e reporter di guerra. Il volume tenta di rispondere, grazie alla presenza di autorevoli interventi di firme prestigiose, a una serie di interrogativi, a partire dal ruolo che potranno giocare i Paesi del Mediterraneo alla luce degli ultimi sconvolgimenti internazionali. Geopolitica, interessi strategici e finanziari, Middle East è un racconto che parte dalle rivolte arabe per giungere ai nostri giorni. Il saggio sarà nelle librerie di tutta Italia nel mese di luglio del 2014.
SINOSSI
All’indomani dello scoppio delle rivolte arabe, il grande bacino del
Mediterraneo, con il suo alternarsi di fenomeni cooperativi e
conflittuali, si presenta al centro di un processo storico che vede
coinvolti grandi attori internazionali. Mentre lo status quo
geopolitico post-guerra fredda entra in crisi, assistiamo al
riposizionamento di un nuovo equilibrio e all’emergere di nuovi
soggetti. In questo quadro, anche la vecchia Europa inizia a rinegoziare
la sua posizione cercando di cogliere le opportunità offerte dal mare
tra le due terre. Sullo sfondo, la guerra in Siria, prezioso banco di
prova per le grandi potenze. E, ancora, il movimento Hezbollah, attore
determinante di questo instabile scenario. Da qui, dunque, sorge anche
la riflessione sulle strategie dei media, veicoli di informazioni, idee e
concetti, spesso precostituiti e calati dall’alto. E, a proposito di
Mediterraneo, il volume non poteva tralasciare il dibattito
sull’emergenza immigrazione e i tanti interrogativi sulle prospettive di
cooperazione tra le due sponde.
AUTORI
Giulietto Chiesa, giornalista, direttore della
Rivista “Cometa”, coordinatore di Pandora Tv, editorialista per diverse
testate e autore di numerosi saggi. Raimondo Schiavone, giornalista e segretario generale di Assadakah, vice presidente della Camera di Commercio italo-araba, ha curato il volume Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia Editore). Alessandro Aramu, giornalista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia Editore). Ammar al-Moussawi, politico libanese, attualmente responsabile esteri di Hezbollah. Talal Khrais,
giornalista libanese accreditato presso la Stampa Estera,
corrispondente dall’Italia del quotidiano libanese “As-Safir”, co-autore
con Raimondo Schiavone e Alessandro Aramu di numerosi lavori incentrati
sulle problematiche del Medio Oriente. Pino Cabras, saggista, condirettore di Megachip, autore dei volumi Strategie per una guerra mondiale e, con Giulietto Chiesa, di Barack Obush. Hanno inoltre collaborato alla stesura del volume con propri interventi: Abdallah Kassir (presidente della televisione satellitare libanese “Al Manar”), Abdallah Zouari (deputato tunisino), Franco Murgia (vicepresidente dell’Associazione Assadakah), Gianni Loy (docente universitario), Romina Mura (deputata italiana), Michele Piras (deputato italiano), Laura Casta (esperta di cooperazione internazionale), Gabriele Pedrini (esperto di questioni mediorientali), Laura Tocco (esperta di questioni turche).
Fonte: http://spondasud.it/2014/06/middle-east-politiche-mediterraneo-sullo-sfondo-guerra-in-siria-2305.
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