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27 gennaio 2018
Stati Uniti d'Europa? Pura demagogia
Fra tutte le fughe in avanti di questa campagna elettorale ce n’è una che mi scandalizza ancor più delle mirabolanti promesse di tipo economico: i fantomatici Stati Uniti d’Europa, evocati dall’ultraliberista Bonino, dal PD e perfino dal sindaco di Cagliari, Zedda.
Evocano gli Stati Uniti d’Europa senza un solo cenno di autocritica per l’eurocrazia dittatoriale che impone un’austerity feroce, senza un’analisi dei disastri di questi anni e delle loro cause, senza un ripensamento onesto della questione europea in relazione alla vita reale dei popoli europei.
Vogliono dare per scontato che sia cosa naturalissima il ricomprendere sotto un unico ordinamento giuridico sovraordinato il Portogallo e l'Estonia, la Sardegna e la Pomerania, classi dirigenti che celebrano la sconfitta del nazismo e governi che la piangono come una tragedia. Rimuovono l’enorme problema geopolitico generato dall’allargamento a Est della UE e della NATO, non hanno nulla da dire sulle guerre che le istituzioni europee reali hanno causato alleandosi al jihadismo in Medio Oriente e in Nord Africa. Neanche un barlume di autocritica sulla russofobia che inquina il discorso pubblico dominante e mette in pericolo la sicurezza collettiva del continente e del mondo intero.
Non dicono nulla sul grado di subordinazione dei maggiordomi europei agli Stati Uniti già esistenti, quelli d’America, in termini di forze armate, intelligence, regole commerciali e finanziarie tutte a nostro sfavore.
Esaltano l’Euro come una fantastica conquista e usano semplificazioni puerili per rimuovere le critiche.
Naturalmente chi vuole mettere in discussione questa corsa distruttiva viene stigmatizzato come “populista”. Eppure, proprio quelli che usano lo slogan vuoto degli Stati Uniti d’Europa, proprio loro, fanno un uso sfrontato della demagogia, dell’ideologia come falsa coscienza. Tentano una cinica distrazione dei popoli europei dai loro problemi fantasticando una destinazione lontana, vaga e irraggiungibile, perché non sanno risolvere i problemi immediati che essi stessi hanno creato.
L'Europa andrà ripensata senza fughe in avanti e raccontandoci molte verità sui limiti dell'Europeismo Reale, molto diverso dall'europeismo vagheggiato.
28 luglio 2017
La stella spenta dell'europeismo
Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica.
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.
25 giugno 2016
Tra Europa e mare aperto, la Gran Bretagna ha scelto il mare aperto
#Brexit. Il voto britannico è una delle tante manifestazioni della grande crisi europea. Da un lato il colpo potrebbe essere riassorbito, dall’altro – poiché nulla sarà come prima – si aprono scenari inediti.
Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=8919.
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10 maggio 2016
La crisi europea, tra TTIP, UE e NATO
di Pino Cabras.
da Gli Occhi della Guerra.
Non c’è stato l’oceano di persone di Berlino di qualche settimana fa, ma la voce di migliaia di persone contro il TTIP si è sentita anche a Roma, nella bella manifestazione del 7 maggio 2016. La consapevolezza del pericolo rappresentato da questo trattato è cresciuta nel corso del tempo, anche grazie ai tanti articoli che sono stati pubblicati in proposito. Raccomando ad esempio lalettura di un articolo del 2014 di Pierluigi Fagan: Geopolitica dei trattati di libero asservimento, che descriveva in modo esatto la fine della “prima globalizzazione” e l’apertura di una fase del tutto nuova, che nessuno ancora sapeva raccontare.
250mila persone in piazza a Berlino per manifestare contro il Ttip
Ora, dopo la manifestazione, Fagan ci ricorda che il TTIP non è un trattato di libero scambio bensì “un contratto di accoppiamento strutturale per formattare un sistema che abbia gli Usa come centro di gravità: è propriamente un trattato geopolitico”.
All’Europa questo trattato semplicemente non conviene e infatti potrebbe non esser firmato prima della fine della presidenza Obama e con ciò, rimandato sine die.
Nel frattempo, certo, bisogna non abbassare la guardia, visto il livello paranoico di segreto che è stato imposto alla discussione del trattato, come è stato spiegato in dettaglio anche a La Gabbia. Mentre in altri paesi i governi stanno opponendo resistenza, in Italia la propensione di Matteo Renzi è quella di cedere su tutta la linea.
Cosa accadrà adesso? È il momento di immaginare qualche scenario, confrontandolo – come già implicava l’articolo di Fagan – con l’altro grande trattato geopolitico-economico che gli USA stanno modellando, il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), una specie di cugino del TTIP. Cugino sì, ma non poi così somigliante.
Il TPP infatti è un trattato che lega stati “sovrani”, nella perfetta logica del cosiddetto “hub & spoke”: ove uno di questi Stati avesse la forza politica di sfilarsi dal trattato, il TPP sopravvivrebbe e potrebbe essere bilanciato dall’aggiungersi di altri Stati.
Il giornalista Simone Santini sottolinea che “la base giuridica del TTIP è diversa dal TPP, perché unirebbe USA e UE, e quest’ultima non è (ancora) uno Stato ma a sua volta un’organizzazione che si basa su un Trattato. Dunque, se il trattato UE dovesse rompersi, ecco che automaticamente anche il TTIP crollerebbe, azzerando tutto. Inoltre, dal punto di vista politico interno degli Stati aderenti alla UE, ai mal di pancia dei settori già euroscettici si assommerebbero quelli anti-TTIP, per cui prenderebbe grande slancio l’idea che UE+TTIP sono irriformabili e l’unica possibilità sarebbe la rottura”.
Chi si oppone a questo mostro transatlantico? A differenza che in passato, a muoversi non sono solo i cortei di manifestanti, ma ingenti forze economiche “nazionali”. Santini lo sottolinea: “Sembrerebbe che ai piani alti di qualche grattacielo americano si siano accorti di questo pericolo e che il TTIP ora basato sull’accordo USA-UE possa essere molto fragile. Le sollecitazioni che sta vivendo la UE (Brexit, Grexit, Schengen, ecc.) ma anche le stesse “fughe di notizie” del TTIPleaks, potrebbero, in parte, arrivare anche da quella direzione».
In effetti sull’Europa si addensa la tempesta perfetta e cresce ovunque la voglia di rompere la dittatura del regime europeo. Ogni crisi – in Gran Bretagna, in Grecia, in Spagna, più la grande crisi delle migrazioni – è la faccia di un prisma, il volume di una grande crisi europea nel suo insieme, dove nessuno osa più parlare, a parte Laura Boldrini, di “sogno europeo”.
Cosa implica, tutto questo? Per Santini c’è chi pensa ormai “che sarebbe meglio disarticolare prima la UE, e solo successivamente fare un trattato con alcuni Stati europei, quelli più affidabili, singolarmente, come nello schema del TPP”. Una sorta di versione “light” del TTIP. Alcuni rimarrebbero fuori, inizialmente, ma poi ne sarebbero fatalmente (tempo al tempo) attratti dentro. Insomma, come è accaduto con la Francia con NATO. Prima fuori, poi dentro.
In altre parole, ciò che anima il progetto contingente del TTIP è in realtà un progetto geopolitico di lungo periodo che eviterà di impiccarsi a una formula, se questa dovesse risultare impossibile, ma cercherà diverse vie per arrivare a blindare un’area geopolitica legata comunque agli USA. È un progetto che vuole formattare il sistema in tanti modi diversi tendenti allo stesso obiettivo.
Mentre si cerca la via giuridica per la “formattazione del sistema” dal lato dalla futuribile “NATO Economica”, vanno intanto avanti gli atti della NATO che c’è già, quella militare:
1) aumentano le pressioni per far aderire alla NATO anche Svezia e Finlandia, che oggi ne sono fuori;
2) aumenta la stretta militare nell’area baltica, dove si incrementano le esercitazioni militari e il tutto si salda a un incoraggiamento della “russofobia” nelle classi dirigenti, fino alla riabilitazione delle correnti naziste;
3) si utilizza la leva ucraina per alimentare la tensione e perpetuare il regime delle sanzioni europee antirusse provocando le contro-sanzioni antieuropee;
4) si fomentano nuove “rivoluzioni colorate” nell’area balcanica, per estendere i luoghi di separazione fra influenza russa e americana.
Ci limitiamo per ora a considerare la cortina di crisi sul suolo europeo e tralasciamo in questa occasione le crisi che si originano nel Medio Oriente – dove la NATO ha giocato ugualmente un ruolo perturbatore – nonostante anch’esse si proiettino sull’Europa.
Il risultato è che i focolai si ricompongono in un sistema di separazione artificiosa fra interessi europei e russi, che altrimenti sarebbero complementari e reciprocamente convenienti in termini di sicurezza militare, energetica ed economica.
Difficile che il TTIP sia firmato nel 2016, anno in cui si vota in USA. Nel 2017 si voterà in Francia, Nel 2018 in Italia e Germania. Nel 2019 si rinnoverà la Commissione europea. L’opzione di “comprare tempo” (temporeggiare, tirare a campare) a questo punto piacerà a molti. Qualcuno perciò si premunisce per il momento in cui i nodi verranno al pettine: la NATO-che-c’è-già sta creando una nuova cortina che circonda un sistema europeo in trasformazione-disgregazione. Chissà se il tempo che tutti compreranno basterà a far prevalere la trasformazione sulla disgregazione. In ogni caso, il volto dell’Europa sarà cambiato, sottoposto a una preponderanza del progetto militare. Inutile sottolineare i pericoli di guerra. Finché i popoli europei non si batteranno per la loro sovranità, questo pericolo incomberà, in aggiunta alle altre insicurezze economiche.
Pubblicato anche da Megachip.
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24 marzo 2016
#Bruxelles: chi governa la paura?
Un mio servizio su Pandora TV.
Fonte: www.pandoratv.it/?p=6889
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18 gennaio 2016
Italia-UE, una crisi dentro una crisi più grande
Le
guerre che circondano l’Europa alimentano una parte importante del flusso
migratorio, e ora quel flusso si abbatte sui contrasti interni dell’Unione
europea, disunita e fiaccata da troppi anni di austerity.
La
Turchia, soggetto attivo e passivo della guerra siriana, ha in mano il
rubinetto che regola l’intensità del flusso migratorio verso l’Europa, mentre
l’Europa ha il rubinetto delle risorse finanziarie da dare alla Turchia: solo
che sul rubinetto dei soldi le mani in lotta per controllarlo sono più d'una.
Si ricorderà che a novembre 2015 fu firmato un accordo da 3 miliardi di euro fra la UE e la Turchia, a
sostegno di un pacchetto di interventi pluriennali per i rifugiati, da spendere
soprattutto sul suolo turco. Il problema è che quei 3 miliardi bastano a
malapena per un anno (mentre Ankara chiede 3,5 miliardi l’anno per due anni), e
nessuno sa chi metterà - e in che modo – già da ora, i due terzi della cifra.
Si
presume che paghino in gran misura gli Stati membri, ciascuno in base al suo
peso economico. Per Stati già sottoposti a vincoli di spesa sempre più
penetranti rimane il dilemma: tagliare ancora le spese o chiedere all’Europa
più libertà di spesa?
L’Italia,
ad esempio, aveva già chiesto qualche flessibilità alla Commissione europea,
sforando in modo concordato i rigidi parametri del deficit. Questo è bastato al
presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, per dire "abbiamo già
dato". Ovverosia: niente ulteriore flessibilità per Roma. Il contributo
dell'Italia alla crisi dei migranti ricadrebbe nei soliti vincoli, con
prevedibili conseguenze sul bilancio e sull'economia.
Ecco
perché il governo italiano non ci sta e dichiara di non volersi sottomettere
alla Commissione europea (né alla Germania): esige che quanto sarà speso in più
per i rifugiati non faccia scattare la tagliola di Bruxelles. L'attacco di
Matteo Renzi ha avuto una risposta durissima da parte di Juncker: «Il
presidente del Consiglio italiano sbaglia ad offendere la Commissione in ogni
occasione. La mia irritazione è in tasca, sono pronto a tirarla fuori.» Quando
i pezzi grossi della troika usano questo linguaggio, la battaglia sarà
durissima. È la fine di una sorta di "periodo di grazia" accordato a
Renzi. Infatti, sebbene l'Italia sia stata fra i paesi membri più solerti nell'aderire
al famigerato "Fiscal Compact", ossia il Patto di bilancio europeo,
non ha dovuto applicare da subito il suo pesantissimo obiettivo: ridurre entro
vent'anni il debito pubblico dal 130% al 60% del PIL (cioè mazzate pazzesche
ogni anno), l'impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve
superare lo 0,5% del PIL (cioè impossibilità di fare politica economica),
l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (che unicamente l'Italia
ha introdotto in Costituzione), nonché altre vessazioni che formano l'ossatura
della dittatura europea, quella forma di tirannia che pensa di curare l'anemia
con i salassi. Per tutto questo meccanismo infernale, in grado di distruggere
definitivamente l'economia italiana (e di tutto il Sud Europa), al "premier-mai-eletto"
è stato concessa una sorta di sospensione del Fiscal Compact, per non far
cadere subito il suo governo e non creare perciò un'altra Grecia, molto più
grande e incontrollabile.
È
grazie al poter stare in questo limbo che Renzi ha potuto presentare come una
svolta epocale un PIL che non calava più, anche se cresceva di pochi spiccioli,
così come ha potuto maneggiare qualche risorsa per giochi di prestigio fiscali,
senza però intaccare nessuna delle ragioni del declino italiano.
Ora
Renzi non sarà più graziato, mentre rimane il nodo di fondo della dittatura
fiscale europea: un nodo scorsoio che tornerà a stringersi, non lasciando più
margini di manovra. Con regole simili e con interlocutori così rigidi ai piani
alti dell'eurocrazia, la strada dell'austerity è già segnata.
Per
questo motivo il caso turco anticipa il problema.
Il
presidente turco Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Levante, dopo aver
fornito il retroterra militare ai combattenti jihadisti che hanno generato una
catena di catastrofi umanitarie in Siria e dintorni, è la diga che oggi
trattiene due milioni di rifugiati, ma che domani può anche non trattenere più.
Sa bene che l'Europa è un continente ripiegato sui suoi problemi. Sa che i suoi
Stati reggono male l'arrivo devastante di una fiumana di disperati, perché su
questo sono culturalmente e politicamente impreparati. Sa che quasi tutti
questi Stati sono anche vincolati dalla NATO e che la Turchia può coinvolgerli
in guerra, dentro quel disastro che essi stessi hanno contribuito a creare
destabilizzando il Medio Oriente e il Nord Africa. Insomma, Erdoğan ha potenti
strumenti di ricatto per pretendere il pizzo all'Europa, che però non ha ancora
deciso chi paga.
È
quella stessa Europa che finge che l'Ucraina non sia in bancarotta mentre
continua ad appoggiarla diplomaticamente e militarmente, intanto che contro la
Russia intraprende la battaglia autolesionista delle sanzioni.
Gli
alibi e i rinvii non funzionano più, e le contraddizioni si presentano tutte
insieme, in forma di crisi migratorie, finanziarie, sociali, militari e
diplomatiche. Se si solleva lo sguardo è un'unica crisi politica europea, nel
momento in cui non esiste alcun "sogno europeo" che possa funzionare.
Nessun sogno funzionerà finché resterà nella doppia morsa della NATO e delle
istituzioni deviate del costrutto comunitario. Rimangono solo i ricatti e i
rapporti di forza, oltre a leggi europee che acuiscono i contrasti e creano le
basi per ulteriori sconvolgimenti. La battaglia su "quanto deficit si può
sforare" è ancora poca cosa rispetto alla vera portata della crisi.
Fonte: http://it.sputniknews.com/mondo/20160118/1908434/italia-ue-crisi-nella-crisi-guerre-europa.html.
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21 settembre 2015
Tsipras e la democrazia Formula Uno
Il grande frullatore delle immagini gioca con il Caso, con risultati sorprendenti: oggi mescola le bandiere rosse della Ferrari che festeggiano la vittoria di Sebastian Vettel assieme alle bandiere rosse che ondeggiano per celebrare la vittoria di Alexis Tsipras alle elezioni greche.
Mondi lontanissimi, la Formula Uno e la politica europea del 2015, ma
non privi di analogie.
Ho seguito distrattamente il Gran Premio,
ma l'amico Emilio, che l'ha guardato con più attenzione, pronuncia una
requisitoria durissima:
«Che senso ha guardare la Formula Uno oggi? Nessuna sfida epica tra piloti in pista, solo una patetica finzione, un baraccone circense di bolidi rombanti esibiti pateticamente in giro per il mondo come animali feroci che non mordono, che verrebbe voglia di liberare nella savana delle celesti piste del cielo. È la negazione dello sport. Vale la pena annoiarsi per due ore guardando una sfilata di macchine potentissime che non si sorpassano in pista ma nelle soste obbligatorie ai box, quindi fuori dal terreno della contesa, in cui la prestazione del pilota conta meno della velocità dei meccanici a fare il pieno di carburante e cambiare le gomme? Che corsa automobilistica è quella in cui un vantaggio di molti secondi viene vanificato dalla Safety Car che entra e azzera tutto? Ero rimasto ai tempi in cui era il pilota a fare la differenza e non la supertecnologia, che mette qualsiasi normale automobilista in condizione di sembrare un campione, che se anche fosse un campione non si noterebbe. Le macchine vanno da sole con il computer di bordo che pensa a tutto, i piloti sono sagome di cartone o omini telecomandati da giocatori di playstation esterni alla gara, i sorpassi non si fanno in pista ma dai box, i distacchi accumulati grazie a una condotta di gara efficace e vincente possono essere azzerati per un banalissimo incidente (a volte casuale, a volte no) tra due macchine venti posizioni dietro. La Formula Uno è uno sport in cui tutto avviene ed è deciso fuori dal circuito, in cui i protagonisti – quelli che guidano − non contano un bel niente.»
Emilio ha ragione. La sua analisi è
talmente affilata da fendere ogni parete tra generi televisivi e argomenti
umani. Taglia il rosso Ferrari e il rosso Syriza per ricombinarlo in un
miscuglio di nuove percezioni.
A gennaio lasciavo molto più spazio a
fiducia e speranza in ciò che definivo il Laboratorio Greco. Rileggendo quelle analisi, era già
perfettamente chiaro che l'Europa in realtà era il «regime europeo», cioè «un regime che ha portato alle
estreme conseguenze i difetti sempre più odiosi e antidemocratici della costruzione
comunitaria e ha imposto le disfunzioni permanenti dell'euro, una moneta "che
non dovrebbe esistere", (come ha scritto finanche il servizio studi del colosso bancario svizzero UBS), e che impone anche notevoli costi per un'eventuale uscita».
Ed era altrettanto chiaro che la sfida della nuova classe dirigente greca era
immediatamente proibitiva, perché tutti i rapporti di forza finanziari,
economici, diplomatici e militari erano radicalmente sfavorevoli. Infatti quei
rapporti di forza hanno visto vincere il "regime europeo", più forte
di ogni altra pressione, di ogni istanza popolare, e anche del referendum greco che
invano aveva espresso il No del popolo ai crimini economici della troika.
La condanna di
Emilio per la Formula Uno ha un'eco per la democrazia europea di oggi. Può
essersi trasferita nei pensieri degli elettori greci che non sono andati a
votare (mai così tanti astenuti) e pronti a parafrasare con altrettanta
affilatezza l'analisi:
«Che senso ha votare nella Grecia oggi? Nessuna sfida epica tra politici in campo, solo una patetica finzione, un baraccone circense di promesse roboanti esibite pateticamente in giro per il Paese come animali feroci che non mordono, che verrebbe voglia di liberare in cima all'Olimpo. È la negazione della democrazia. Vale la pena appassionarsi assistendo a una sfilata di programmi potenti che non prevalgono nell'urna ma nelle riunioni obbligatorie a Bruxelles, quindi fuori dal terreno della contesa, in cui la capacità del politico conta meno della velocità degli eurocrati a far crollare le banche e ricattare il sistema? Che democrazia libera è quella in cui un vantaggio elettorale viene vanificato dalla BCE che entra e azzera tutto? Ero rimasto ai tempi in cui era lo statista a fare la differenza e non la grande finanza, che mette qualsiasi normale capoccione europeo in condizione di sembrare onnipotente, che se anche fosse onnipotente non si noterebbe. I partiti a un certo punto vanno da soli con il pilota automatico che pensa a tutto, i politici sono sagome di cartone o omini telecomandati da giocatori di playstation esterni alla gara, i rapporti di forza veri non sono nelle urne elettorali ma nei comandi digitali che aggiungono zeri nei conti correnti, la forza del consenso accumulato grazie a una politica di efficace attenzione al popolo può essere azzerata in due notti. La democrazia è ormai un regime politico in cui tutto avviene ed è deciso fuori dal circuito, in cui i protagonisti – quelli che "guidano" il Paese − non contano un bel niente.»
Così, le
percentuali dei voti sono rimaste più o meno quelle di gennaio, ma con molti
meno votanti, meno entusiasmo, una Grecia malata, un'Europa in crisi verticale
di legittimità di fronte ai collassi che si accumulano alle sue porte,
molti dei quali hanno le tinte della guerra.
C'è speranza
di cambiare?
Così come per la
competizione automobilistica non è detto che tutto rimanga nello schema della
Formula Uno, anche per la politica europea non è detto che tutto rimanga così
com'è.
Il voto per Tsipras, nonostante l'enorme differenza del suo programma attuale rispetto a quello di gennaio scorso, reca ancora il segno della speranza di allora, tanto è vero che gli elettori non sono stati minimamente attratti dal partito formatosi a sinistra di Syriza. Quegli elettori sperano in cambiamenti nei rapporti di forza per ottenere condizioni migliori. Non discuto se si tratti di un'illusione, molto probabilmente lo è. Ma noto che ancora sono in tanti a volere un soggetto organizzato che faccia politica per cambiare il modo di decidere. In altre parole, quello per Tsipras, perfino quando si fa garante dei memorandum europoidi, non è un mandato per lo status quo bensì per provare a cambiare politica.
Il voto per Tsipras, nonostante l'enorme differenza del suo programma attuale rispetto a quello di gennaio scorso, reca ancora il segno della speranza di allora, tanto è vero che gli elettori non sono stati minimamente attratti dal partito formatosi a sinistra di Syriza. Quegli elettori sperano in cambiamenti nei rapporti di forza per ottenere condizioni migliori. Non discuto se si tratti di un'illusione, molto probabilmente lo è. Ma noto che ancora sono in tanti a volere un soggetto organizzato che faccia politica per cambiare il modo di decidere. In altre parole, quello per Tsipras, perfino quando si fa garante dei memorandum europoidi, non è un mandato per lo status quo bensì per provare a cambiare politica.
In Europa si
presentano ovunque formazioni politiche che sfidano la dittatura europea. La
differenza rispetto a qualche mese fa, in piena crisi dei migranti, è che
l'Europa non ha più da opporre l'alibi del "sogno europeo" (ci crede solo
la Boldrini, ormai), mentre aumentano le forze politiche in grado di allearsi per far sprofondare
l'attuale sistema di governance continentale.
Ci saranno altre sfide ancora. Vedremo se cambiano i rapporti di forza. Che ne dici, Emilio?
«Mille volte meglio la MotoGP, in cui ancora si gareggia dentro la pista ed è ancora il pilota che guida la moto», mi risponde, descrivendomi un'alternativa già disponbile, un Piano B. Giusto. L'unico problema è che la Formula Uno di Merkel & C. è l'unica gara consentita. E il Piano B è ancora da costruire. E la moto di Varoufakis è ancora ai box.
11 luglio 2015
La Grecia nella meccanica bruta dei rapporti di forza
di
Pino Cabras.
da Megachip.
Riflessioni su quel che si prepara per la Grecia, in un passaggio storico drammatico durante la crisi definitiva del 'sogno' europeo
da Megachip.
Riflessioni su quel che si prepara per la Grecia, in un passaggio storico drammatico durante la crisi definitiva del 'sogno' europeo
Vi
proponiamo alcune riflessioni in ordine sparso su quel che si prepara
per la Grecia, in dirittura d'arrivo verso un passaggio
storico drammatico: non il primo e non l'ultimo di questa
tempesta che segna già la crisi definitiva della narrazione
sul costrutto europeo così come è giunta fino ad oggi. Il
re è nudo. L'incubo europeo ha terminato le sue riserve di soft
power che volevano venderlo come un sogno. Sarà che a
Berlino non ci hanno mai saputo fare granché con il soft power.
Vi
proponiamo tre letture di questo importante momento.
Marcello
Foa, Giuseppe Masala e Giulietto
Chiesa ragionano della vicenda da tre diverse angolazioni:
l'irriformabilità dell'attuale ordine istituzionale
dell'Unione europea, l'enorme fuggevolezza dei risultati e
delle visioni degli attori della tragedia greca del XXI
secolo, l'incomprensione delle difficoltà strategiche immani
toccate in sorte ad Alexis Tsipras in un contesto in cui il potere
eurocratico ha i mezzi per strozzare e sopraffare un'intera economia.
I rapporti
di forza agiscono ormai senza diluizioni, senza veli, con
atti di meccanica bruta, come in guerra.
La
differenza fra una resa totale di Atene e un compromesso passa
attraverso un elemento: la presenza o meno di un consistente taglio
del debito nell'accordo finale in queste prossime ore.
La
mia previsione è che il taglio del debito greco , una parziale
remissione, si farà.
Tsipras
non rientrerà ad Atene a mani vuote. Questo non significa che abbia
già ottenuto il via libera a una piena e sovrana gestione della
politica economica del suo paese (siamo ancora dentro il paradigma
assurdo dell'austerity: sia i debitori che i creditori
avrebbero così "comprato tempo" pagando un prezzo, senza
però risolvere i nodi di fondo). Dalle interpretazioni delle manovre
di questi giorni deduciamo che gli USA, nel loro classico "leading
from behind", abbiano imposto alla Germania di impegnarsi
per non far andare via la Grecia dal campo della NATO, cosa che
sarebbe per Washington una catastrofe geostrategica. Si apriranno
nuovi giochi e nuovi scenari, per chi vorrà cogliere le occasioni
della storia. Ma tutto si giocherà in un tempo politico estremamente
breve in cui nulla sarà "a bocce ferme" e in cui una
pistola sarà sempre sulla tempia dei governanti greci (e anche sulla
tempia di milioni di europei).
Se
non ci sarà taglio del debito (lo scopriremo in poche ore)
la crisi della democrazia europea entrerà
in una sorta di avvitamento, e dovremo aggiornare in modo drammatico
le analisi.
Mi
viene in mente la frase dell'avvocato Gavin D'Amato, impersonato
da Danny De Vito nella Guerra dei Roses: «in
un divorzio non c'è vittoria, solo diverse gradazioni di sconfitta».
In questo caso non c'è nemmeno una legge che regoli il
divorzio fra la Grecia e l'Euro. Nessuno purtroppo è in grado di
assicurare che qualsiasi scelta fatta ora possa garantire una meta
certa e vittoriosa. Dobbiamo dunque ragionare sulla gradazione della
sconfitta. Questo continente, il continente che ha innescato due
guerre mondiali e con delle guerre già in corso, ha davvero poco
tempo per riflettere e agire per la propria salvezza.
Buona
lettura!
Accordo
Grecia: avete capito che l'Unione europea non è riformabile?
di
Marcello Foa.
Che
cosa resterà della crisi greca, considerato che l'epilogo sembra
ormai segnato, salvo sorprese dell'ultimo minuto? Di positivo la
capacità di reazione di un popolo. Ilno degli elettori,
lo scorso week-end, è stato un no a un'idea di Europa basata
sull'austerity, sui vincoli assurdi della moneta unica, su un
concetto non democratico e verticistico dell'Unione. Il fatto che
oltre il 60% di un popolo si sia espresso con tanta convinzione
rappresenta un segnale di malcontento profondo e non
eludibile; significa che la coscienza critica dei popoli
europei non è sopita e che il Dna democratico è ancora
vigoroso e può essere contagioso. Da oggi, come già osservato, la
Lega, il Movimento 5 Stelle, Podemos, la Le Pen e, fuori dalla zona
euro, lo Ukip di Farage e altri movimenti poco noti, ricevono una
spinta propulsiva e vitalizzante i cui effetti si manifesteranno nei
mesi a venire.
Purtroppo
l'epilogo della splendida rivolta greca non è all'altezza delle
aspettative. L'accordo che si sta perfezionando non è molto diverso
da quello che è stato respinto alle urne. Tsipras può vantare nuovi
aiuti e la verosimile ristrutturazione di una parte del debito, ma i
nodi restano intatti e,
come ha giustamente osservato Alberto Bagnai, riesploderanno
nei prossimi mesi.
Atene ha preso soltanto tempo.
E
allora perché quest'esito gattopardesco? Le ragioni sono due.
La
prima: a
imporre la «pax
greca» sono
stati gli Stati Uniti,
che dapprima hanno manovrato sotto traccia poi hanno fatto sentire la
propria voce tramite il segretario al Tesoro. Gli Usa non possono
permettere il grexit per
le sue implicazioni
strategiche;
spingere la Grecia fuori dall'euro avrebbe significato consegnarla
nelle braccia di Putin (vedi post),
un'eventualità catastrofica per Washington tanto più in un periodo
di forti tensioni in Ucraina. Ma Obama non può permettere
il grexit perché
il progetto dell'euro è fondamentale per la Casa Bianca, che lo ha
sempre sostenuto dietro le quinte. Anzi, come è emerso dalla
pubblicazione di alcuni documenti desecretati della Cia e del
Dipartimento di Stato lo ha ispirato e guidato sin dall'inizio per il
tramite dei padri fondatori del progetto europeo.
L'America
ha picchiato i pugni sul tavolo sia con il governo greco che con gli
europei. E le tensioni si sono sciolte nell'arco di poche ore.
La
seconda ragione riguarda le illusioni di Tsipras, che è
uno splendido capopopolo, un emozionante condottiero delle piazze e
ha dato prova di notevole coraggio, ma non è uno statista. Si
illudeva, Tsipras, di poter costringere l'Unione europea a rinnegare
se stessa ovvero a gettare a mare 15 anni di politica economica
repressiva e ad ascoltare improvvisamente le istanze di un popolo su
base autenticamente democratica, come dovrebbe essere, ma come non è
quasi mai stato in un'Unione Europea costruita dall'alto verso il
basso e terrorizzata dal suffragio universale espresso tramite
referendum.
Ora
c'è la prova oltre ogni ragionevole dubbio: chi resta nell'euro deve
continuare a prendere ordini dall'Unione europea e dalla Banca
Centrale; deve sottomettersi all'austerity predicata
dal Fondo monetario internazionale; dunque deve continuare a
indebitarsi e a sprofondare nel circolo vizioso di una recessione
senza fine e senza speranza.
Tsipras
non aveva un piano B e non ha mai contemplato l'uscita
dall'euro. L'esperienza dimostra, invece, che chi vuole davvero far
ripartire l'economia del proprio Paese e sottrarsi al giogo della
Troika non può illudersi e deve prepararsi, per tempo, all'unica
soluzione realistica: l'uscita programmata - e non imposta -
dalla moneta unica. Altre soluzioni non ce ne sono.
Fonte: http://blog.ilgiornale.it/foa/2015/07/10/accordo-grecia-avete-capito-che-leuropa-non-e-riformabile/.
Crisi
greca: hanno tutti perso la lucidità.
di
Giuseppe Masala.
È
evidente che si tratti di una situazione nella quale i protagonisti
hanno perso totalmente la lucidità.
- Alexis
Tsipras sa che non ha tempo e sa che la Grecia è totalmente
impreparata per il Grexit. Non escludo che abbia subito
pressioni fortissime anche da Barack Obama, di
quelle che non si possono rifiutare. Ora pare che Tsipras abbia
accettato delle proposte concordate con François Hollande che gli
spaccheranno il partito e che forse gli costeranno il governo, sempre
che non accetti un governo di unità nazionale che ne decreterebbe
comunque la fine politica.
- Angela
Merkel se boccia l'accordo facendo uscire la Grecia
dall'euro verrà letteralmente scannata come una gallina da Obama,
se accetta verrà scannata come una gallina dagli oltranzisti della
CDU e degli altri partiti tedeschi capeggiati daWolfgang
Stranamore Schäuble.
- Mario
Draghi non si capisce cosa farà lunedì in caso di accordo.
Accetterà di allargare i cordoni della borsa della liquidità
emergenziale quando il suo azionista di maggioranza Weidman ha già
detto di no? Ha la maggioranza nel direttivo BCE? Credo di no.
Intanto pare che le banche greche abbiano in cassa solo 750 milioni
di euro. Lunedì finiscono tutto. Lunedì!
-
Nel frattempo Moody's fa un report dove finalmente si dice quello che
dico io da 15 giorni: "Accordo o non accordo qui bisogna
trovare tra i 30 e i 40 miliardi di euro
per una ricapitalizzazione delle banche
greche". Sottolineo: ricapitalizzazione, non
liquidità (quello è un altro tipo di problema che può risolvere la
BCE. ricapitalizzare no, non può proprio farlo).
Insomma,
è un casino quasi impossibile da risolvere anche per persone nel
pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Che dire? Dubito che
in questo momento i protagonisti queste facoltà le abbiano.
A
me la situazione pare questa. Ormai, aggiungo che a scompigliare
tutto c'è un altro fattore: il tempo. Non so se c'è tecnicamente il
tempo...
Fonte: Facebook.
Waterboarding
sulla Grecia
di
Giulietto Chiesa.
PAROS
(Grecia) - Lo rivelò Varoufakis. Adesso lo stanno accelerando. Di
fatto stanno facendo crollare il sistema bancario.
Nessuno può più comprare niente. Cioè non può più vendere
niente. Chiudono i distributori di benzina. I negozi. I ristoranti.
Figurarsi cosa succede alle altre attività produttive. Può
permettersi di sopravvivere, ma per poco, solo chi aveva i soldi nel
materasso. L'UE è un'organizzazione mafiosa. Come previsto puntano
al peggio. Schäuble disse a Tsipras: "quanto volete per
uscire dall'euro?"
Cioè
ci sono due strategie: quella dei tedeschi, che vogliono la Grecia
fuori. E quella di Wall Street (cioè di Obama) che vuole la Grecia
dentro (ma solo perché teme che finisca in braccio a Putin).
Dal
punto di vista tedesco, meglio fuori una Grecia che si ribella e
dentro tutti quelli che chinano il capo. In fondo il debito greco è
poca cosa rispetto alla sterminata massa di derivati della Deutsche
Bank. Il potere è più importante del denaro. In ogni caso poi la
Grecia possono ricondurla all'ovile dopo averla strangolata. Così se
la mangiano tutta privatizzandola.
Certo,
c'è chi insiste: "i ristoranti son pieni,i supermarket
stracolmi di ogni mercanzia...turisti a fiumi, e senza restrizioni di
sorta...". Falso. Tutto questo riguarda i turisti stranieri.
Ma oggi uno dei due distributori di Antiparos (Cicladi) è stato
chiuso per mancanza di benzina. Chi voleva comprarsi una radiolina si
è sentito dire che non si può prenotare niente ad Atene, perché
non inviano, essendo impossibili le transazioni bancarie. Se qualcuno
dice che i greci vanno a comprare da mangiare, non mi stupisce. O
pensa che debbano anche morire di fame? Anche in Italia i ristoranti
sono pieni. Ma tutto il resto è vuoto. Anche noi viviamo con i
risparmi. Fino a quando?
Sono
in Grecia e riferisco quello che vedo, non quello che leggo. Le
banche sono chiuse, non c'è denaro. Mi volete spiegare come fa un
ristoratore e comprare il cibo per i suoi clienti con 60 euro al
giorno? Se li aveva nel materasso userà quelli. Se non li aveva,
abbassa la saracinesca. Inutile chiudere gli occhi. Stanno
strozzando la Grecia. E possono strozzare chiunque osi mettere in
discussione il loro potere. A meno che la gente non apra gli occhi.
Poi
ci sono le mosche cocchiere. Chi, oggi, attacca Tsipras, favorisce le
banche che strozzano la Grecia. Nessuno ha la qualifica per giudicare
chi ha guidato, come ha potuto, questo processo di rinascita greca.
Tsipras
sa meglio di tutti (e fino ad ora lo ha dimostrato, vincendo due
confronti elettorali decisivi) quali sono i problemi del suo popolo.
Chi parla di tradimento, oggi, non solo non sa valutare i rapporti
di forza attuali. Non conosce né il nemico, né l'amico.
Dunque invita alla sconfitta. La favorisce, la rende più facile.
Fonte: Facebook.
6 luglio 2015
E' caduto il mulo di Berlino
di
Pino Cabras.
In
Europa ritorna, ricaricata dai greci di oggi, un'antica parola dei
greci di ieri: politica. La parola va a braccetto con
un'altra parola plurimillenaria, pure greca: democrazia.
Con la squillante vittoria del NO nel referendum greco anti-austerity
del 5 luglio 2015, si apre infatti per i popoli europei un mondo di
possibilità politiche che gli oligarchi non avevano preso in
considerazione. Ma non solo loro. Anche fra coloro che combattono gli
oligarchi in troppi avevano perso fiducia nelle possibilità della
politica, fino a non capire la portata dirompente del referendum:
accusavano Tsipras di essere una specie di Ponzio Pilato, e pensavano
che il voto delle elezioni parlamentari di gennaio bastasse al
governo per tutte le drammatiche decisioni che doveva affrontare
mentre l'Europa gli muoveva guerra, senza rimettere le decisioni al
popolo.
C'è
invece una grandissima differenza fra il voto del 25 gennaio e quello
storico del 5 luglio. A gennaio Syriza raccoglieva il 36 per cento
dei voti espressi, che a loro volta erano il 64 per cento del corpo
elettorale. Il premio della legge elettorale e l'alleanza con il
partito Anel, un altro 5 per cento, consentivano di governare, ma in
un contesto di sfiducia nel sistema politico, simile alla
disaffezione che colpisce ovunque in Europa i sistemi politici.
Il
referendum di luglio ha sollevato l'affluenza e ha chiarito in modo
molto solenne che quasi due votanti su tre non sono più disposti
ad accettare le vessazioni degli usurai internazionali protetti
dall'Europa finanziaria a trazione tedesca. È un NO più forte della
paura del salto nel buio, più potente dei bancomat a singhiozzo, più
travolgente dei media che hanno inondato i greci e gli europei tutti
di una valanga di bugie, come solo in occasione di guerre succede. I
nove giorni che sconvolsero l'Europa – quanti appena ne sono
passati tra l'annuncio di Tsipras e il giorno del referendum – sono
bastati a far cadere tutte le maschere e gli equivoci che occultavano
il vero volto delle istituzioni europee nemiche dei popoli. Se i
popoli si sollevano, le oligarchie perdono: una verità semplice
semplice che spaventa più di tutto i potenti, che infatti reagiscono
facendo parlare tutti gli spara-balle del loro arsenale, dai
gazzettieri più infami fino ai maggiordomi miracolati come Renzi.
________________
[A
proposito dello scendiletto della Merkel, confrontatelo ora con
Tsipras. Il tempo è galantuomo, a volte. Ha ingannato un po' di
militanti e militonti con la veste del Rottamatore e gli hashtag del
#cambiaverso. Oggi è nudo, con le sue leggi reazionarie e i suoi
conservatorismi, tanto da rivelarsi in pieno per quello che è: un
manovratore di bassa levatura politica, senza legittimazione popolare
misurabile. Un tappo che ostruisce il corso della politica e della
democrazia, e comincia anche a fare errori grossolani di valutazione
mentre il mondo che lo sostiene rischia di franare rovinosamente].
____________________
Ora
si apre una fase in cui l'oligarchia degli eurocrati combatterà una
battaglia feroce per sopravvivere. Come
nota Pier Luigi Fagan, «il
nucleo PPE-socialisti mai concederà nulla ad un rappresentante
dell'area critico-scettica perché altrimenti Podemos, Grillo, la
Lega, la Le Pen...»
Faranno
quindi la
guardia a un sistema
anelastico, rigidissimo,
scaricando tensioni sull'intero Continente. Ma perderanno
definitivamente la credibilità residua del loro vecchio inganno
spacciato per “sogno europeo”. I più anelastici di tutti, a
Berlino, già dichiarano per bocca del ministro delle finanze Sigmar
Gabriel che «con il no la Grecia ha bruciato i ponti con l'Europa,
non ci sarà un altro piano d'aiuti» (ossia i finanziamenti che in
realtà aiutano le banche tedesche e spremono i greci). Testardo come
un mulo, questo Gabriel. Il
mulo di Berlino.
Il
dramma in corso nelle segrete
stanze berlinesi è definito
da Giuseppe Masala come il
dilemma
della Prigioniera Angela.
«-
Se dice sì
a Varoufakis, allora
regala la Spagna a Podemos, il Portogallo ai comunisti e l'Italia a
Grillo.
-
Se gli dice
no, allora fa schiantare
la moneta unica, l'Italia, la Spagna e il Portogallo (ed altri).
Risultato
finale: sia che dica sì,
sia che dica no, distrugge la moneta unica e l'egemonia tedesca in
Europa.»
Uno
scenario simile è descritto
anche da Marcello Foa, che aggiunge una terza opzione, quella di
un imperio totalitario che si spoglia pienamente di ogni parvenza
democratica. Ma anche questa opzione significa la fine dell'Europa
istituzionale che conosciamo.
Insomma,
grazie al referendum greco siamo giunti al dunque di un grande nodo
geopolitico, che si intreccia con altre tensioni europee: non si
deve dimenticare che la NATO (ossia gli USA) ha acceso tanti focolai
– su tutti l'Ucraina - per impedire all'Europa di fare accordi
strategici convenienti con la Russia e altre potenze e legarla così
a un futuro di subalternità alla potenza nordamericana in declino, dovesse costare anche l'ascesa di movimenti nazisti.
Interverranno altri attori in una scena che cambierà
rapidamente già nel corso di questi mesi.
La
nuova leva dirigente greca ha dimostrato che con il coraggio e
il primato della politica si può mettere di nuovo il peso
dei popoli nel corso degli eventi. Le sponde sensibili non
mancano, in seno ai popoli, e perfino presso tante cattedre che
esprimono idee in grado di buttare nella pattumiera decenni di
neoliberismo. Si pensi ad esempio al peso che può avere l'enciclica
di questo papa. Sarebbe uno spreco immane non cercare tutte queste
voci, ora che è tornata la politica.
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23 febbraio 2015
Grecia come Ungheria. La sovranità sopporterà le umiliazioni?
di Pino Cabras.
Il nuovo governo
greco, in queste prime settimane di vita, ha potuto fare poco, se non segnalare
all'Europa che un recupero di sovranità non è più un argomento tabù.
Per il resto, il potere della Germania
di oggi è enorme, non bilanciato dai tanti nanerottoli che guidano gli altri
paesi europei.
La prima partita in materia di debito fra Germania e Grecia è stata perciò una goleada per i tedeschi.
Contrariamente a quanto appare, tuttavia, anche questo evento non è da spiegare con un solo schema, quello del padrone che vince e del servo che perde, anche se sappiamo bene che i rapporti di forza in Europa sono brutali.
Poco più di tre anni fa, anche l’Ungheria di Orbán inziò il suo nuovo corso con dichiarazioni bellicose nei confronti della Troika, subito seguite da ripiegamenti umilianti. Il ministro degli esteri ungherese dovette andare a Bruxelles con il cappello in mano, dopo un’inutile e avvilente anticamera a Washington, presso la sede del Fondo Monetario Internazionale. Eppure, l’iniziale rottura del tabù, dopo aver scontato le prime durissime reazioni e dopo cocenti umiliazioni negoziali, ha consentito all’Ungheria di ridimensionare il ruolo della finanza, togliersi il cappio, correggere la congiuntura economica, iniziare ad aprirsi a nuovi scenari geopolitici fuori dalla gabbia atlantista ed europea.
Ovviamente ci sono molte differenze fra Ungheria e Grecia, a partire dal fatto che l’Ungheria non ha l’euro, mentre la Grecia sì, con tutti i costi aggiuntivi e immediati che Atene dovrebbe sopportare per uscirne. Proprio questo fatto spinge una parte dei critici a dire: ecco perché Tsipras e Varoufakis dovevano subito uscire dall’euro. Ma anche questi critici devono ammettere che si tratta di una decisione complessa. Se persino Orbán doveva fare passi indietro anche senza avere questa zavorra, figuriamoci i passi indietro a cui viene trascinato il governo greco quando le scadenze dei debiti si misurano a giorni, e quasi tutte le chiavi del laboratorio greco, come abbiamo già spiegato recentemente, sono in mano straniera. Il potere che schiaccia i popoli è un mestiere che non dorme mai, e non può essere sottovalutato. Il senatore americano McCain, quello che semina zizzania in mezzo mondo e diffonde la guerra civile in nome della democrazia, sta già mettendo la prua contro Budapest per organizzarvi l’ennesima rivoluzione colorata. A seconda di come andranno le cose, punterà la prua anche contro Atene.
E il fascino delle economie russa e cinese, a quel punto, potrebbe risultare irresistibile per la Grecia.
Ma non precorriamo troppo i tempi.
La prima partita in materia di debito fra Germania e Grecia è stata perciò una goleada per i tedeschi.
Contrariamente a quanto appare, tuttavia, anche questo evento non è da spiegare con un solo schema, quello del padrone che vince e del servo che perde, anche se sappiamo bene che i rapporti di forza in Europa sono brutali.
Poco più di tre anni fa, anche l’Ungheria di Orbán inziò il suo nuovo corso con dichiarazioni bellicose nei confronti della Troika, subito seguite da ripiegamenti umilianti. Il ministro degli esteri ungherese dovette andare a Bruxelles con il cappello in mano, dopo un’inutile e avvilente anticamera a Washington, presso la sede del Fondo Monetario Internazionale. Eppure, l’iniziale rottura del tabù, dopo aver scontato le prime durissime reazioni e dopo cocenti umiliazioni negoziali, ha consentito all’Ungheria di ridimensionare il ruolo della finanza, togliersi il cappio, correggere la congiuntura economica, iniziare ad aprirsi a nuovi scenari geopolitici fuori dalla gabbia atlantista ed europea.
Ovviamente ci sono molte differenze fra Ungheria e Grecia, a partire dal fatto che l’Ungheria non ha l’euro, mentre la Grecia sì, con tutti i costi aggiuntivi e immediati che Atene dovrebbe sopportare per uscirne. Proprio questo fatto spinge una parte dei critici a dire: ecco perché Tsipras e Varoufakis dovevano subito uscire dall’euro. Ma anche questi critici devono ammettere che si tratta di una decisione complessa. Se persino Orbán doveva fare passi indietro anche senza avere questa zavorra, figuriamoci i passi indietro a cui viene trascinato il governo greco quando le scadenze dei debiti si misurano a giorni, e quasi tutte le chiavi del laboratorio greco, come abbiamo già spiegato recentemente, sono in mano straniera. Il potere che schiaccia i popoli è un mestiere che non dorme mai, e non può essere sottovalutato. Il senatore americano McCain, quello che semina zizzania in mezzo mondo e diffonde la guerra civile in nome della democrazia, sta già mettendo la prua contro Budapest per organizzarvi l’ennesima rivoluzione colorata. A seconda di come andranno le cose, punterà la prua anche contro Atene.
E il fascino delle economie russa e cinese, a quel punto, potrebbe risultare irresistibile per la Grecia.
Ma non precorriamo troppo i tempi.
In coda a queste considerazioni
potrete cliccare e leggere tre articoli
che offrono interpretazioni critiche molto diverse su come è finita la prima fase del negoziato fra la dittatura
europea a trazione tedesca e la Grecia di Tsipras. Consiglio di leggerli con
mente aperta per vedere le tante facce del prisma della crisi europea, perché
ognuno degli articoli non basta da solo a descrivere tutto il volume di questa
crisi, anche se ognuno di essi ci offre uno sguardo verso la profondità del
dramma greco.
Il primo
articolo è dell’economista francese Alain
Parguez, ed è molto tranchant. Come altri esponenti della Teoria
Monetaria Moderna e altri che si battono per superare l’euro, anche Parguez
ritiene che Syriza sia solo un vicolo cieco.
Il
secondo articolo è di Francesco Maria
Toscano, che legge lo scontro che coinvolge Germania e Grecia in base
all’influenza diretta che esercita su di esso un conflitto più nascosto fra circuiti massonici a livello sovranazionale.
Il
terzo articolo, di Claudio Conti, spiega come le
regole tedesche non piacciano ai greci ma nemmeno alle banche: uno scenario che
apre contraddizioni in seno al potere
europeo. Sono contraddizioni abbastanza grandi da suggerirci che il
campionato non è chiuso con la goleada di questi giorni.
***********
La battaglia per la
nuova indipendenza della Grecia è appena agli inizi. Nulla è scontato. La crisi
è sistemica, ed è lì, nel cuore di un mutamento epocale, che si giocano le scommesse impossibili del caleidoscopio
Tsipras. E anche le scommesse di chiunque - ovunque - voglia spegnere la
dittatura europea.
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