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7 luglio 2016

Tony Blair a George W. Bush: 'Io sarò con te, in qualsiasi caso'


di Pepe Escobar.

Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry” (“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione dell'Iraq, così come le sue conseguenze.

Andiamo al sodo. Questo non è affatto un insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto più forte di quanto molti analisti si aspettassero.

Le anticipazioni trapelate avevano lasciato intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si dà il caso.

Le domande chiave sono note a tutti.
-     Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in guerra?
-     La guerra era legale?
-     La guerra ha reso - come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più sicura"?
-     Che cosa ha promesso Blair a George W. Bush?
-     Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
-     L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
-     I militari britannici non sono stati capaci di resistere alle pressioni di Blair?

Ci vorranno giorni per districarsi attraverso l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.

Non c'era "alcun bisogno" di andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono state prese "sulla base di informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva: Tony Blair "sopravvalutò la propria capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso". Blair era un semplice gregario, non un pilota.

Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato solo come la scuola di intelligence dei Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee, che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati dagli USA lo sapevano anche loro.



Così Blair non solo acquisì relazioni d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico con assoluta "certezza". Il rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il governo britannico "rimproverava la Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza ".
Non aspettatevi che una trama come questa sia presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.


Impegno per uccidere un milione di persone

Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi - che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era il barboncino della relazione speciale strategica, necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo, del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso") era quello nei confronti di George W. Bush.

Il risultato, come pure sappiamo, va al di là dello spaventoso. The Lancet, nel 2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante cifra di 655.000 iracheni morti a causa della guerra.

Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione basata in USA, Physicians for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a una cifra di 1 milione (5 per cento della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di profughi.

Chilcot è stato attento a essere ponderato, nell’affermare che "non siamo un tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili da enormi problemi legali sulla via di Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot. Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di avvocati di cui dispone Blair.



Il golpe interno del Labour- orchestrato dai blairiani - avrebbe dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza forza.

Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere messo in stato d’accusa.


Tutte le cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle bugie.

Allo stato attuale, Tony Blair probabilmente eviterà un biglietto di sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunale UE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi dei rifugiati in Europa.




25 giugno 2016

Tra Europa e mare aperto, la Gran Bretagna ha scelto il mare aperto

#Brexit. Il voto britannico è una delle tante manifestazioni della grande crisi europea. Da un lato il colpo potrebbe essere riassorbito, dall’altro – poiché nulla sarà come prima – si aprono scenari inediti.


Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=8919.


23 gennaio 2016

Occidente: i media al polonio

di Pino Cabras.


Quando nel 2013 alcuni scienziati svizzeri trovarono livelli di Polonio-210 diciotto volte più elevati del normale nella salma, riesumata, del primo presidente dell'Autorità Palestinese, Yasser Arafat, la notizia non aprì le edizioni dei telegiornali occidentali come invece è stato ieri per il delitto della spia russa Aleksandr Litvinenko. Preferivano bacchettare chi osasse alludere a quelle potenti strutture che avrebbero potuto procurarsi un veleno così difficile da maneggiare. Allora no, non si doveva parlare di "avvelenamento di Stato".

Viceversa, tutti gli organi della NATO (ossia l'intero grande sistema informativo occidentale) sanno invece di dover per forza aprire le notizie con le accuse britanniche a Putin per l'omicidio Litvinenko (con la ridicola innovazione giuridica della responsabilità "probabile", che nei titoli diventa però certissima).

Nel terreno immenso delle notizie di rilevanza mondiale, i grandi media sanno a memoria quali piste battere e quali trascurare del tutto. La redazione è il dio che decide cosa devono sapere milioni di persone, quando innalza piccole notizie al rango di scoop planetario o invece sommerge le grandi notizie annacquandole a pagina 17 o tacendole del tutto.

Eppure proprio in questi giorni emergono notizie sempre più raccapriccianti sui bombardamenti della popolazione civile yemenita da parte dell'Arabia saudita. Pensate all'effetto devastante che avrebbero le foto dell'infanzia spezzata. Ma sulle prime pagine non se ne parla. Il dio redazionale decide che non contano nulla, e nessuno sarà ritenuto responsabile, nemmeno "probabile".

Tutto questo avviene nonostante abbiamo notizie certe sui tappeti rossi con cui David Cameron e i suoi colleghi in Europa e oltreoceano accolgono i piranhas della dinastia saudita.

Così come abbiamo notizie certe sulle bombe - di Cameron e italiane - vendute a Riad per dilaniare migliaia di bimbi in Yemen. Cause ed effetti passano sotto silenzio, e nessuna immagine è usata per scuotere le coscienze.

Dunque abboccate pure, giornalisti, alla lista delle notizie che fanno piacere al cerchio magico della NATO! Non abbiate schiena dritta! Bevetevi di tutto, e soprattutto, fatelo bere alle masse! Magari evitate di raccontare che in Ucraina i nazisti protetti dagli apparati repressivi dello Stato danno una caccia spietata e assassina agli oppositori più eminenti, uccidendoli senza che voi scriviate un solo rigo, nemmeno quando le vittime sono vostri famosi colleghi. Oppure continuate pure a nascondere la repressione selvaggia di Erdoğan sul giornalismo turco, non sia mai che la vostra narrazione atlantista ne risenta.

La notizia 'Made in UK' su Litvinenko aveva in realtà un'importanza molto più modesta: l'indagine per un omicidio che fu certo eclatante per le sue modalità non ha portato a prove certe e si è persa in un labirinto di sospetti, come accade a molti delitti di mafia e certi assassinii politici, quando purtroppo non si trovano dimostrazioni sufficienti.

Dunque: trasformare in una notizia mondiale e in un affare di Stato il caso Litvinenko (un vicolo cieco di illazioni del tutto carenti presso qualsiasi tribunale) è una precisa scelta politica, una chiara provocazione, sulla linea delle recenti provocazioni antirusse giocate con l'abbattimento di aerei civili e militari.

Tra sanzioni e isteria mediatica, si crea in tal modo un clima di guerra, mentre i riflessi di un pubblico continuamente aizzato alla russofobia allontaneranno milioni di europei dai loro interessi, per primo l'interesse a costruire un sistema di sicurezza comune con la Russia.

L'edizione del 22 gennaio di «la Repubblica» ha dedicato al caso addirittura le pagine 2, 3 e 4, cioè il blocco principale delle notizie, con tutti i tromboni russofobi in gran spolvero contro «lo Zar Oscuro». Mentre in prima pagina campeggia la fotonotizia della vedova che invoca sanzioni a Putin.

Possibile che in quelle quattro paginate non ci sia stato spazio per riportare cosa ne pensa un altro congiunto di Litvinenko, suo fratello Maksim? Il quale, mentre nel 2006 chiedeva indagini sul governo russo, oggi sostiene che Aleksandr sia stato ucciso da servizi occidentali perché era un agente doppiogiochista che in realtà raccoglieva informazioni presso russi residenti in Regno Unito, nemici di Mosca. E dice anche che la lettera del suo consanguineo che puntava il dito contro Putin era semplicemente un falso. Interessante, no?

Si badi bene, è quasi impossibile avere la più pallida idea di chi menta e chi no, ma chiediamoci: perché - se l'intento fosse davvero una genuina volontà di investigare - i giornali trascurano questo lato della vicenda, nascondendolo alla vista di un pubblico adulto e vaccinato che potrebbe giudicare autonomamente?

Il caso Litvinenko, come minimo, è molto controverso, per nulla lineare, maturato a ridosso di uno degli ambienti più torbidi del pianeta - la mafia russa di Londra - dove da anni si riscontra un alto tasso di delitti, tradimenti, doppiogiochismi intrecciati con le grandi partite della finanza e dei servizi segreti di tanti paesi. Una zona grigia che non consente il complottismo semplicistico delle redazioni ossessionate dalla Russia.

Eppure - come suggerisce il caso Arafat che richiamavamo all'inizio - nel mondo risulta che non sia solo la Russia a possedere veleni radioattivi.

Una nebbia così povera di fatti certi dovrebbe forse giustificare questo volume di fuoco usato contro un unico bersaglio, il Cattivissimo Putin? Certo, le 329 pagine del rapporto sul caso Litvinenko citano 186 volte il nome di Vladimir Putin (niente male in mancanza di prove), e una cinquantina di volte citano il nome di Anna Politkovskaya, la giornalista uccisa dieci anni fa e che da sempre deve scandire il rosario delle accuse a Putin, anche quando non c'entra con un'indagine.

Bastava a metterci in allarme un altro esempio recente: il caso doping negli sport olimpici. Anche lì, stessa procedura standard: tutti i media dell'Occidente - con perfetta sincronia totalitaria - aprono con pagine e pagine (le prime) sul "doping di Stato" russo e riportano persino false dichiarazioni di Putin, che nemmeno si curano di correggere. Poi nei giorni successivi si scopre che il doping riguardava molti altri paesi: notizia in taglio basso, quasi invisibile. Al pubblico rimane l'imprinting della prima notizia urlata.

Non si dimentichino nemmeno le notizie più assurde, diffuse pur di insudiciare con ogni mezzo la nomea di un leader nemico, come quella dello «sperma di Putin inviato via posta a ogni cittadina russa per fecondarsi». E si potrebbero fare molti altri esempi.

Emerge chiarissimo il meccanismo pavloviano stimolato dal sistema dei media NATO, teso a consolidare ogni giorno un'immagine stereotipata e negativa del potere russo, in un quadro che tace notizie che bucherebbero la bolla mediatica in cui siamo affondati.

15 giugno 2015

Guerre, austerity, migrazioni, e l'autodemolizione del sogno europeo

di Pino Cabras.


Le classi dirigenti francesi e britanniche negli ultimi quattro anni hanno scatenato guerre che oltre ai lutti e oltre alla distruzione di interi Stati con cui noi avevamo relazioni convenienti, hanno provocato un drastico peggioramento nella gestione dei flussi migratori, e ora dicono che gestirli non è affar loro ma solo affar nostro.
Non siamo di fronte a casuale o banale egoismo. 
Stanno invece ridisegnando la gerarchia europea, trasformando il fianco sud dell'Europa in un mondo troppo debole per farsi valere, troppo ripiegato sui suoi problemi per esigere che più a nord si paghi il prezzo delle spietate politiche di potenza. 
Le classi dirigenti di Parigi e Londra hanno scelto cosa voler fare dell'Italia: il paraurti per le tragedie della globalizzazione; così come a Francoforte, Bruxelles e Berlino hanno deciso cosa fare della Grecia: il laboratorio dove sperimentare la futura 'mezzogiornificazione' di mezza Europa. 
E' l'autodemolizione del sogno europeo in vista di un ordine che toglie già, ancora una volta, il velo che nascondeva ciò che non è mai venuto meno: i soliti brutali rapporti di forza guidati dalle grandi capitali dei grandi capitali. Oggi la NATO militare e domani anche la NATO economica (il TTIP) si presentano come i gendarmi della nuova gerarchia che cambierà il destino di centinaia di milioni di persone.

15 maggio 2015

Londra: nuova legge pronta a criminalizzare opinioni 'politicamente scorrette'

di Paul Joseph Watson.

Prison Planet

Un commento agghiacciante del primo ministro britannico David Cameron suggerisce che perfino le persone che obbediscono alla legge non saranno più "lasciate sole" da parte dello Stato, se si impegnano in tutte quelle cose che il governo ritenga che costituiscano "discorsi di odio", incluso il "fanatismo" e potenzialmente la critica dell'omosessualità e del femminismo.
Nel prepararsi a introdurre una nuova legge anti-terrorismo entro la fine di questo mese, Cameron ha gettato le fondamenta per le misure osservando che l’idea di uno Stato che non interferisca nelle vite delle persone se "obbediscono alla legge" costituirebbe un "approccio fallito".

«Per troppo tempo, siamo stati una società passivamente tollerante, che diceva ai cittadini: finché rispettate la legge, vi lasceremo in pace. Ciò ha spesso significato che ci siamo tenuti neutrali tra valori differenti. E questo ha contribuito a promuovere una narrazione fatta di estremismo e risentimento. Questo Governo volterà definitivamente pagina su questo approccio fallito», ha dichiarato Cameron.

Il giornale londinese The Independent ha bollato la citazione come «la cosa più raccapricciante mai detta da David Cameron».

Secondo BBC News, le nuove leggi anti-radicalizzazione potrebbero anche mettere nei guai coloro che esprimono opinioni politicamente scorrette.

«Coloro che si oppongono all'omosessualità o al multiculturalismo o al femminismo potrebbero essere accusati di minacciare i valori della tolleranza e dell'uguaglianza?», si chiede Mark Easton della BBC. «Accadrebbe forse che le tesi di Russell Brand contro il voto verrebbero considerate come una minaccia per la democrazia?»

Le nuove misure sono state introdotte in base alla giustificazione della lotta contro l'estremismo islamico, una pretesa discutibile dato che il governo di Cameron ha più volte sostenuto veri e propri gruppi jihadisti nei conflitti in Libia e Siria.

Le organizzazioni per le libertà civili temono che le nuove leggi saranno invece utilizzate per mettere a tacere il dissenso proveniente da gruppi di protesta legittimi, incorniciando i sentimenti anti-governativi nello stesso contesto della retorica jihadista.

In effetti, durante un discorso davanti alla platea delle Nazioni Unite tenuto lo scorso anno, Cameron ha suggerito che coloro che mettono in dubbio la versione ufficiale degli eventi dietro gli attentati dell'11 settembre 2001 o del 7 luglio 2005 erano estremisti nonviolenti alla pari con i simpatizzanti dell'ISIS. Scotland Yard ha anche avvertito che i cittadini britannici che semplicemente guardino i video delle decapitazioni dell'ISIS potrebbero essere arrestati in base alle leggi anti-terrorismo.

Le leggi autorizzeranno inoltre l'autorità regolatrice delle trasmissioni, Ofcom, «affinché agisca contro i canali che trasmettono contenuti estremisti».
«I piani consentirebbero alla polizia di richiedere al tribunale superiore di ordinare che gli estremisti siano banditi dalle trasmissioni e obbligati a inviare ogni Tweet, post su Facebook o altra comunicazione web alla polizia per l'approvazione», riferisce l'Independent. «Ciò includerebbe i messaggi degli utenti che avvertissero gli amici e i seguaci sul fatto che le loro comunicazioni sarebbero ora controllate, o quelli che negano le accuse di estremismo che li hanno portati a essere imputati sulla scorta di tali misure».

Cosa arrivi a costituire "discorsi d'odio" e "contenuti estremistici" è naturalmente cosa del tutto soggettiva, ma a giudicare dai commenti fatti da Cameron in sede ONU sarebbero ricompresi coloro che esprimono opinioni politiche non-mainstream.

Ora che il governo conservatore di Cameron si è assicurato la maggioranza, laddove i partiti di sinistra che normalmente agiscono per scrutinare gli abusi contro le libertà civili ora perdono influenza, possiamo aspettarci una nuova ondata di autoritarismo che andrà a dominare la società britannica nel corso dei prossimi anni.



Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
Link su Megachip:  http://megachip.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=119607&typeb=0.


ARTICOLO CORRELATO SU UN'ANALOGA TENDENZA IN FRANCIA:
Cosa nasconde il discorso di François Hollande contro i 'cospirazionisti'. Pronti a un'ondata di censura e repressione senza precedenti


 

10 ottobre 2014

L’inizio del nuovo ordine mondiale: Asiacentrismo

di Raúl Zibechi.
Tradotto da  Daniela Trollio


Nonostante le crisi in Medio Oriente ed in Ucraina si rubino a vicenda i titoli sui media, esse sono solo le punte emergenti di un movimento tellurico molto più grande: la nascita di un nuovo ordine mondiale post-statunitense centrato in Asia, sulla base della triplice alleanza Cina-Russia-India. 






Uno dei nuclei del colonialismo e dell’imperialismo consiste nel proibire ai paesi periferici di fare quello che sono soliti fare i paesi del centro. Quando questo non funziona più, è perché il vecchio ordine centrato sulla relazione centro-periferia sta lasciando il passo a nuove relazioni internazionali. 
Le stesse potenze occidentali che gridano al cielo per l’intervento della Russia in Ucraina, bombardano la Siria senza l’autorizzazione del suo governo con la scusa di combattere un’organizzazione terroristica, lo Stato Islamico, nella cui creazione queste stesse potenze hanno giocato un ruolo rilevante. 
Che Cina e Russia rifiutino questo tipo di azioni militari, che in altri tempi venivano coperte per lo  meno con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non è quindi una novità. Che il primo ministro dell’India, Narendra Modi, abbia dichiarato alla catena CNN, ore prima della sua visita negli Stati Uniti, che la Russia ha “interessi legittimi in Ucraina” è già una cosa più seria. Non solo ha rifiutato di criticare l’annessione della Crimea da parte della Russia, ma ha anche mostrato “fiducia” in come Pechino sta gestendo le dispute territoriali nei mari del sud della Cina (The Brics Post, 22.9.2014).
 E’ come se una nuova aria di Bandung (la conferenza che nel 1955 spinse la decolonizzazione) soffiasse sul pianeta. “Se lei guarda nei dettagli gli ultimi cinque o dieci secoli, vedrà che Cina e India sono cresciute a ritmi similari. I loro contributi al PIL mondiale sono aumentati in parallelo e sono caduti in parallelo. L’era attuale appartiene all’Asia”, ha detto Modi. Stava facendo un discorso anticolonialista con un’ottica di lunga durata, negli stessi giorni in cui avveniva la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, avvenimenti che hanno consolidato una potente alleanza tra i due più grandi paesi della regione.

Politica, o la OCS 
Il grande cambiamento è che l’India ha chiesto la piena integrazione nell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai (OCS) durante il recente vertice tenutosi l’11 e 12 di settembre a Dushanbe, capitale del Tagikistan. Fino a quel momento era solo un osservatore.
La OCS fu creata nel 2001 da Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan con l’obiettivo di garantire la sicurezza regionale e di combattere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo, definiti “le tre forze maligne”. In futuro potranno aggiungersi Iran e Pakistan, anche se questi passi saranno complessi, vista la disputa tra India e Pakistan sulle loro rispettive frontiere.
Nei fatti, la OCS è una sfida alla leadership statunitense in una regione dove la superpotenza ha sempre meno influenza. L’organizzazione orbita intorno alla Cina, come indica il suo nome. Il consolidamento dell’alleanza Russia-Cina, con il suo lato geopolitico e geoenergetico (che comprende il già iniziato gasdotto per fornire gas russo a Pechino), è motivo di profonda preoccupazione a Washington, come analizzano alcuni media come The Washington Post.
Ma la recente visita di Xi in India  presuppone un passo decisivo nel disegno di un nuovo ordine globale. I dodici accordi firmati a Ahmedabad tra Modi e Xi, che vanno dagli investimenti al commercio fino alla cooperazione per l’energia nucleare, fanno parte del “processo storico di rivitalizzazione nazionale” in entrambe le nazioni emergenti, come ha affermato il ministro cinese agli esteri Wang Yi (Xinhua, 19.9.2014). 
La potenza dell’alleanza tra India e Cina sfida i presunti allineamenti ideologici e ha radice nelle necessità geopolitiche di potenze che affrontano problemi e nemici comuni.
Nel maggio di quest’anno ha assunto il potere Narendra Modi in rappresentanza del Bharatiya Janata Party (BJP), che ha vinto le elezioni generali contro il Congresso Nazionale Indiano (CNI) guidato dall’ex primo ministro Manmohan Singh. Sulla carta il CNI funge da forza progressista, erede della famiglia Gandhi e di Jawaharlal Nehru, alleata con  socialdemocratici e comunisti, mentre il BJP è considerato nazionalista e conservatore.
Ma negli allineamenti geopolitici le ideologie hanno poco da dire. Modi sta mostrando una profonda comprensione delle tendenze storiche in questo periodo di cambiamento del sistema-mondo e, in modo particolare, del ruolo che tocca giocare al continente asiatico. La cooperazione tra la OCS è giunta anche al terreno militare. A fine agosto è stato realizzato “un esercizio antiterrorista internazionale” in Mongolia interna (Cina) a cui hanno partecipato settemila soldati di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan (Diario del Pueblo, 24.8.2014).

Economia, o la via della seta 
Se la OCS è la risposta asiatica alla presenza destabilizzatrice degli Stati Uniti nella regione, la Via della Seta è la risposta economica all’accerchiamento che essi pretendono di imporre sulla Cina, chiamato “pivot verso l’Asia” dall’amministrazione di Barak Obama. Ma è molto di più: significa l’alleanza di Russia e Cina con l’Europa, in concreto con la Germania.
La nuova Via della Seta unisce due potenti centri industriali: Chongqing in Cina con Duisburg in Germania, attraversando Kazakistan, Russia e Bielorussia, eludendo così le zone più conflittuali a sud del Mar Caspio come Afganistan, Iran e Turchia. E’ destinata ad essere la più grande via commerciale del mondo, la cui ferrovia taglia il tempo dei trasporti marittimi da cinque settimane a soli quindici giorni. Si prevede che la Cina diventerà il primo partner commerciale della Germania, il che presuppone un dislocamento geopolitico di grande importanza.
Sta venendo tracciata anche la Via della Seta marittima, che attraversa l’Oceano Indiano, e il Cinturone Economico della via terrestre. La rotta marittima è, in un certo senso, la riattivazione del “collare di perle”, un sistema di porti che attorniava l’India e assicurava il commercio cinese verso l’Europa.
Ma è anche la risposta all’Associazione Transpacifica (TPP in inglese), iniziativa degli Stati Uniti che esclude la Cina e comprende  Giappone, Australia, Nuova Zelanda, più quattro membri della AEAN (Brunei, Malaysia, Singapore e Vietnam) e i paesi dell’Alleanza del Pacifico (Perù, Messico, Cile e probabilmente Colombia). La strategia di Washington consiste nell’isolare la Cina generando conflitti intorno a lei (col Giappone e il Vietnam, principalmente), scusa per militarizzare  i mari della Cina, chiudendo così il cerchio commerciale, politico e militare intorno ad  una potenza che nel 2012 è diventata la principale importatrice di petrolio del mondo, superando gli Stati Uniti.
Questo spiega l’accordo energetico con la Russia, che è l’unico modo in cui la Cina può assicurarsi un rifornimento sicuro. Ma spiega anche il tracciato della nuova Via della Seta, sia quella terrestre che quella marittima. L’80% del petrolio che la Cina importa passa attraverso lo Stretto di Malacca (un angusto corridoio di 800 km. che unisce gli Oceani Pacifico e Indiano tra Indonesia e Malaysia), facilmente bloccabile in caso di guerra.
Per questo la Cina sta costruendo una rete portuaria che comprende porti, basi e stazioni di osservazione in Sri Lanka, Bangladesh e Birmania. Tra questi paesi c’è un porto strategico in Pakistan, Gwadar, la “gola” del Golfo Persico, a 72 km. dalla frontiera con l’Iran e a circa 400 km. dal più importante corridoio di trasporto del petrolio molto vicino allo strategico stretto di Ormuz. Il porto è stato costruito e finanziato dalla Cina ed è gestito dall’impresa statale China Overseas Port Holding Company (COPHC).
Il porto è visto dagli osservatori come il primo punto di appoggio della Cina in Medio Oriente” scriveva la stampa occidentale il giorno dell’inaugurazione (BBC News, 20.3.2007). La regione che circonda il porto di Gwadar contiene due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Di lì passa il 30% del petrolio del mondo (ma l’80% di quello che la Cina riceve) e si trova sulla strada più corta verso l’Asia.
La Cina guadagna anche spazi nel cuore dell’Occidente. Il governo britannico ha dato via libera per rafforzare Londra quale centro di commercio mondiale e di investimenti in yuan, la moneta cinese. Ancor più, “il governo britannico si trasformerà nel primo paese occidentale ad emettere un buono sovrano in moneta cinese”, cosa che si deve interpretare come "appoggio alle ambizioni della Cina di utilizzare la sua moneta su scala globale” (Market Watch, 15.9.2014).

Potenza militare
Le sanzioni alla Russia sono un atto di guerra” ragione il redattore capo della rivista Executive Intelligence Review, Jeff Steinberg (EIR, 199.2014). Intanto The Economist considera la OCS come “una specie di NATO guidata dalla Cina”.
E’ evidente che la guerra tra grandi potenze non è ormai più vista come una remota possibilità.
Ognuno, quindi, fa il suo gioco. La Cina  e l’Iran realizzano le loro prime esercitazioni navali congiunte nel Golfo Persico, dove partecipano “navi dell’Armata cinese coinvolte nella protezione della navigazione nel golfo di Aden” (Russia Today, 22.9.2014). La Cina è ora il primo compratore di crudo saudita e non permetterà che le strade che la riforniscono restino nelle mani di forze nemiche.
A fine agosto è trapelato che Russia e Cina stanno negoziando un “accordo militare storico” che comprende l’acquisto da parte del paese asiatico di sottomarini diesel ‘nascosti’, con “interscambio di tecnologia”, mentre continuano i negoziati per la vendita di caccia Sukhoi-35 e sistemi di difesa aerea S-400, considerati i più avanzati del mondo ( Russia Today, 19.8.2014).
Finora i russi si sono mostrati reticenti a vendere certe armi alla Cina, perché questa le copia e finisce per fabbricare i propri prototipi. A loro volta India e Russia, che hanno una vasta cooperazione militare che comprende sottomarini nucleari e portaerei, si dispongono a fabbricare insieme un caccia di quinta generazione.
Siamo davanti ad un punto molto sensibile, su cui Washington ha alcune difficoltà. Anche se continua ad avere il più grande bilancio della difesa del mondo (circa 600 mila milioni di dollari all’anno, a fronte dei poco più di 100 mila della Cina e poco meno dei 100 mila della Russia), questo bilancio è declinante mentre quello dei suoi avversari cresce. La Cina è passata da poco più di 5 mila milioni di dollari all’anno in investimenti militari del 1990 a 110 mila milioni nel 2012. 
Ma l’importante non è quanto si spende, ma come si spende” sostiene un periodico statunitense (The Fiscal Times, 16.9.2014). Secondo la pubblicazione, le enormi spese militari del Pentagono vengono destinate a mantenere la sua costosa flotta di 11 portaerei, alla modernizzazione di vecchi sistemi e a progetti falliti come il caccia F-35.
Intanto Cina e Russia investono in moderni sottomarini nucleari e nella guerra cibernetica. Le armi anti-navi cinesi sono molto meno care che una portaerei, ma possono affondarla o renderla inutilizzabile anche se il Pentagono le considera inespugnabili.

Contrasti 
Le autorità della Difesa degli Stati Uniti sono afflitte da innumerevoli denunce di malversazioni dei bilanci.
Nello scorso luglio la flotta degli F-35 non ha potuto volare per falle a un motore, dopo vari problemi ai sistemi di software, agli armamenti e all’assetto. Dopo due decenni di progettazione e sviluppo il costo del progetto è schizzato a 400.000 milioni di dollari, il progetto di armamento più caro della storia del Pentagono, nonostante il fatto che il debutto del caccia sia stato cancellato in due esibizioni aeree nel Regno Unito (El Periodico, 11.7.2014)
La una volta potente Boeing è un buon esempio dei problemi difensivi del Pentagono. La scommessa che l’F-35 fosse sviluppato dalla Lockheed Martin sta drenando i fondi del Pentagono al di fuori della Boeing, che era l’impresa principale della forza aerea. Di fatto la branca della difesa della Boeing si è ristretta al 56% della sua produzione totale nel 2003, ad appena il 38% nel 2013 e si stima che in pochi anni non produrrà più aerei da combattimento, essendo fallita la sua ricerca di mercati alternativi in Brasile, India e Corea del Sud (Wall Street Journal, 20.9.2014). Boeing chiuderà la sua fabbrica di cargo C-18 a Long Beach e può chiudere quella degli F-18  Saint Louis nel 2017 se non ottiene più commesse. 
In sintesi, la politica estera della Casa Bianca è erratica, mentre quella dei suoi avversari ha un orizzonte definito.
Il giornalista Robert Parry analizza come i neo-conservatori siano riusciti a bloccare la “strategia realista” di Obama, consistente nel collaborare con Vladimir Putin per dipanare il caos geopolitico in Medio Oriente. I neocons continuano a scommettere sulla caduta di Bashar al Assad e spingono per creare situazioni caotiche, come quella che vive la Libia, invece che tollerare l’esistenza di regimi avversari (Consortiumnews.com, 19.9.2014).
Vari analisti sostengono che la fabbricazione di crisi è quanto di meglio sa fare la superpotenza e che questo può essere l’unico modo per contenere la sua decadenza. Il conflitto in Ucraina, dove hanno spinto la caduta di un presidente eletto, punta ad isolare la Russia dall’Europa. L’attacco allo Stato Islamico cerca di spingerlo sempre più verso nord.
Tutte e due le operazioni puntano a danneggiare il tracciato della Via della Seta, considerata una delle travi maestre del nuovo ordine mondiale. 





Per concessione di Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"
Fonte: http://alainet.org/active/77463&lang=es
Data dell'articolo originale: 26/09/2014
Tratto da: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=13618


16 luglio 2014

Archivio Snowden: ecco come le spie di Stato manipolano gli internauti


Nuove rivelazioni raccolte da Greenwald: nel “cilindro” dell’agenzia britannica GCHQ i trucchi per manipolare i sondaggi, attraverso la rete di Linkedin e YouTube


da RT.com.
Tradotto da Megachip.

L'agenzia spionistica britannica ha sviluppato un certo numero di ingegnosi strumenti per monitorare e setacciare i contenuti sul web e, quando necessario, seminare informazioni devianti, ha dichiarato Glenn Greenwald nello svelare una nuova parte della documentazione di Snowden.

I documenti trapelati rivelano che gli strumenti informatici sono stati creati dal JTRIG (Joint Threat Research Intelligence Group) all'interno del GCHQ (Government Communications Headquarters, ossia il Quartier generale del governo per le comunicazioni, ndt).

Precedenti documenti avevano già descritto in maniera dettagliata l'uso da parte del JTRIG di «finte vittime di post nei blog» e di «operazioni false flag», oltre che di «honey traps» (lett: “trappole di miele”, una trama in cui la vittima è adescata in una situazione sessualmente compromettente per creare la possibilità di ricattarla, ndt) e altre diverse forme di manipolazione psicologica degli attivisti online.

Ma il nuovo documento del GCHQ appena diffuso, intitolato “JTRIG Tools and Techniques” (Strumenti e Tecniche del JTRIG, ndt), offre una più ampia visione complessiva della portata delle operazioni, compresa la loro capacità di essere invasive e di creare scompiglio e confusione nel web.

Alcuni strumenti informatici adottano le stesse metodologie per le quali gli USA e il Regno Unito avevano incriminato degli attivisti online, compresi gli attacchi concentrati che causano interruzioni di servizio (“distributed denial of service”) e gli allarmi bomba (“call bombing”).

Tweet di Greenwald: Mentre il Regno Unito discute una legge di “emergenza” per aumentare i poteri di sorveglianza, date uno sguardo alla descrizione che lo stesso GCHQ fa di quel che commette:  https://firstlook.org/theintercept/d...

Questi strumenti danno alla spie che stanno a Cheltenham la possibilità di monitorare attivamente le chiamate e la messaggeria Skype in tempo reale, sollevando la solita vecchia questione sull'affidabilità della codifica crittografica di Skype o se Microsoft stia collaborando in maniera concreta con le agenzie di spionaggio.

Nelle sue note guida scritte in stile Wikipedia, il JTRIG sostiene che la maggior parte dei suoi strumenti internet sono «operativi, collaudati e affidabili», e sollecita i propri colleghi del GCHQ affinché usino un modo di pensare non convenzionale quando hanno a che fare con gli inganni di internet.

«Non trattate questo come fosse un catalogo. Se le cose non le trovate qui, non vuol dire che non possiamo costruirle», scrive il JTRIG.

Tra gli strumenti elencati nel documento c’è il “Gestator”, che si occupa di «amplificare un dato messaggio, di norma un video, attraverso i più popolari siti multimediali (YouTube)».

Allo stesso tempo, “Challenging” dà alle spie del GCHQ la capacità di falsificare qualsiasi indirizzo di posta e di mandare messaggi sotto quella falsa identità.

“Angry Pirate” può disabilitare permanentemente un determinato account direttamente dal loro computer.

“Underpass” può cambiare il risultato dei sondaggi online, mentre “Deer Stalker” dà la possibilità di  agevolare la localizzazione georeferenziata di telefoni satellitari e GSM attraverso una chiamata silenziosa.  

Tweet di Greenwald: Hackeraggio dei sondaggi online e altre tattiche usate dal GCHQ per manipolare internet https://firstlook.org/theintercept...


Il documento del JTRIG appare in un archivio usato dal GCHQ per discutere delle proprie attività di sorveglianza online. 

L'ultima bomba di rivelazioni arriva proprio mentre il Parlamento britannico discute un disegno di legge con procedura d'urgenza per concedere al governo maggiori scusanti per i poteri di sorveglianza delle proprie agenzie di spionaggio, che il Primo Ministro David Cameron sostiene siano necessari per “aiutarci a mantenerci sicuri”.

Il GCHQ non ha emesso nessun comunicato in merito e ha pubblicato la sua solita nota, cioè che agisce «in conformità a un rigoroso quadro giuridico e politico» e che è soggetto a «stretta sorveglianza».

Ma alcune precedenti note del GCHQ trapelate nelle mani del Guardian riportavano che «la nostra preoccupazione principale è che i riferimenti alla prassi dell'agenzia (cioè la portata delle intercettazioni e cancellazioni) potrebbero portare a un dannoso dibattito pubblico che potrebbe causare guai di tipo legale ai danni dell'attuale regime».

C'è anche la possibilità che i più alti ministri e funzionari nel governo britannico non siano pienamente al corrente di cosa sia in grado di fare il GCHQ. Chris Huhne, un membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale fino al 2012 ha affermato che i ministri erano «assolutamente all’oscuro» addirittura riguardo a “Tempora”, cioè il più grande programma di sorveglianza digitale dei servizi segreti.

Nel frattempo l’organizzazione non governativa britannica Privacy International (un “cane da guardia” a difesa dei diritti alla privacy, ndt) ha presentato un'azione legale contro il GCHQ per via dell’impiego di malware utilizzati per spiare gli utenti in internet e nella telefonia mobile.



Traduzione per Megachip a cura di Tullio Cipriano.