Visualizzazione post con etichetta Pentagono. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pentagono. Mostra tutti i post

9 ottobre 2016

Trump-Hillary. Sesso, finanza e videotapes

di Pino Cabras.
da Megachip.

Una breve riflessione per contribuire a contestualizzare la notizia del giorno.

Mentre il coro dei media tira fuori uno scheletrino dall'armadio di Donald Trump facendolo diventare un delitto mondiale, passa del tutto in secondo piano la rivelazione di Wikileaks con le ributtanti trascrizioni dei discorsi a pagamento che Hillary Clinton pronunciava presso i pezzi grossi di Wall Street, ai quali teneva a dire: "Mi sento molto lontana dalla classe media". E intanto prometteva loro l'esatto opposto di quanto promette al popolo bue: la protezione incondizionata dei super-ricchi. Per questi servigi si calcola che abbia ricevuto quasi 26 milioni di dollari.

Mi pare che la politica USA sia in una crisi drammatica, con due candidati alla presidenza squallidissimi e deboli, laddove l'unico centro di comando con effetti decisionali veri, al momento, risiede al Pentagono, e l'unica fonte di legittimazione vera risiede nel denaro della grande finanza

Piccolo problemino aggiuntivo, che si perde nel coro russofobo dei media: il Pentagono è in mano a gente che sta prendendo decisioni che rendono possibile sin d'ora una guerra fra USA e Russia
Che - capite bene - non è come le altre guerre.





8 ottobre 2016

Quei finti video di Al-Qa'ida e l'informazione

di Marcello Foa.

Il commento pubblicato in prima pagina sul «Corriere del Ticino» del 5 ottobre sui falsi video di Al-Qa'ida  ha avuto una risonanza enorme, per la quale ringrazio i lettori. Non a tutti è piaciuto, com'è normale. Alcuni hanno chiesto dei chiarimenti sulla manipolazione dei video, che sono ovviamente ben lieto di fornire.
Ricordiamo brevemente i fatti: per 5 anni il Pentagono ha stipulato un contratto con una società di PR britannica, la Bell Pottinger, per operazioni di propaganda e di guerra piscologica in Iraq, in cambio di un compenso colossale: 540 milioni di dollari
Un videomaker, Martin Wells, ha svelato l'esistenza di questo programma al Bureau of Investigative Journalism. 
Le attività erano diverse ma le più sensibili erano due, cosiddette di propaganda grigia e nera: la produzione di finti servizi televisivi, poi diffusi alle emittenti della regione, e di filmati di propaganda, che venivano falsamente attribuiti ad Al Qa'ida
Alcune immagini erano girate in proprio («Mandavamo squadre di operatori a effettuare filmati in bassa definizione degli attentati di Al Qa'ida», ricorda Wells), in altri casi venivano usati filmati esistenti. 
La propaganda nera si tramutava in un video in apparenza «di Al Qa'ida» di 10 minuti, inciso su dei CD che poi venivano lasciati furtivamente dai marines durante i raid nelle case e nei villaggi, e dotati di un codice che consentiva di tracciare chi li guardava al computer e di trasmettere l'indirizzo IP tramite Google Analytics. Un'operazione di intelligence, che è stata ripetuta numerose volte.
E qui nascono i problemi. Perché negli ambienti jihadisti sono circolati per anni filmati autentici di Al Qa'ida e altri che sembravano di Al Qa'ida ma che erano stati prodotti dalla società britannica Bell per conto del Pentagono. Filmati che, come ci hanno ripetuto all'infinito gli esperti, solitamente finiscono sul web, nella chat riservate, nei siti dei fanatici islamisti che, ad esempio, il famoso SITE della cacciatrice di jihadisti Rita Katz monitora costantemente, producendo scoop poi ripresi non solo dai media mediorientali ma anche, e talvolta soprattutto, da quelli occidentali. 
Ma i video diffusi – nel periodo 2006-2011 – erano davvero tutti di produzione di Al Qa'ida? O ne aveva le sembianze ma in realtà era un'elaborazione del Ministero della difesa americano? E cosa contenevano quei messaggi?
L'inchiesta del Bureau non chiarisce tutti i dettagli. Interpellate, le autorità americane si rifiutano di fornire spiegazioni più precise, ma ammettono che «la Bell lavorava per l'Information Operations Task Force (IOTF), producendo materiale che in parte è stato comunicato alle forze della coalizione citando la fonte e in parte nascondendola». Dunque traendo in inganno non solo i seguaci jihadisti ma gli stessi alleati. E conseguentemente anche i media.
Il Pentagono insiste che il materiale era «truthful» ovvero attendibile o veritiero, ma è ben diverso dall'affermare che fosse vero
Inoltre l'inchiesta afferma che la società inglese lavorava in un'operazione militare riservata «coperta da numerosi accordi segreti» e che la Bell Pottinger riportava al Pentagono, alla CIA e al National Security Council. Le attività più sensibili dovevano ricevere l'ok del generale Patraeus.
Come ho spiegato nel mio commento, non c'è da stupirsi per queste attività; rientrano nelle attività di intelligence. Il punto è che nell'era della comunicazione globale e di internet non sono limitate al teatro di guerra, ma finiscono per contagiare anche i media in tutto il mondo, influenzando le nostre opinioni pubbliche, che non possono accettare a cuor leggero che un filmato di Al Qa'ida possa essere in realtà una produzione del Pentagono. 
Non dopo aver avuto la prova che la guerra in Iraq contro Saddam Hussein è stata proclamata sulla base di accuse inventate. È una questione di credibilità; e quella americana, purtroppo, è da tempo fortemente incrinata.


5 ottobre 2016

Quei filmati di Al-Qa'ida? Li faceva il Pentagono

di Marcello Foa.
I video di Al-Qa'ida? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell'agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all'anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.

Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al-Qa'ida erano "made in USA". A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un'ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.


La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l'ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all'ultimo piano di un palazzo. Il colloquio è breve e gli comunicano subito l'assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. 
"Dovevamo produrre filmati "bianchi" ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qa'ida", spiega Wells.
Ma altre operazioni erano decisamente meno trasparenti. 
"La seconda tipologia era 'grigia': finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe". 
E poi c'era quella "nera" in cui la paternità dei video era "falsamente attribuita". Insomma false flag, che Wells spiega così: "Producevamo finti filmati di propaganda di Al-Qa'ida, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un'incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L'obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l'interesse mediatico". 
Dunque non solo a Baghdad, ma anche "in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti".
Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all'interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l'autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell'eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. 
I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall'Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.
Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale
Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qa'ida ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica
Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull'andamento della lotta ai taliban in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell'esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell'ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l'opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell'uso e soprattutto dell'abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie.

20 settembre 2016

GRATTACIELI DELLE BUGIE - Servizio di Rossiya1 sull'11 settembre

PANDORA TV - Speciale.

Il primo canale russo ha prodotto, trasmettendola in prima serata, un’inchiesta sull’11 settembre 2001. 

Oltre a interviste a Giulietto Chiesa, Richard Gage e altri esperti sui mega-attentati di New York e Washington, il servizio mette in luce analisi e fatti nuovi.
Il ruolo delle esercitazioni militari e la costituzione di giganteschi fondi neri per centinaia di miliardi di dollari.



Traduzione di Geraldine DTK.


14 dicembre 2015

Barbara Honegger – “Dietro la cortina di fumo”

da PandoraTV.

Barbara Honegger ha lavorato all’interno dell’Amministrazione USA e poi come giornalista investigativa esperta di questioni militari, sempre a contatto con la stampa di casa al Pentagono. In occasione del ‘Convegno contro la Guerra per un’Italia neutrale per un’Europa indipendente’, tenutosi a Roma il 20 ottobre 2015, ha rilasciato un’intervista a Pandora TV. 

Le ho chiesto di introdurre i temi principali del suo film ‘Behind The Smoke Curtain: What Happened at the Pentagon on 9/11, and What Didn’t, and Why it Matters’ (‘Dietro la cortina di fumo, cosa accadde al Pentagono l’11/9 e cosa non accadde, e perché conta’, ndt). Fra i temi affrontati, le tante esercitazioni militari che riproducevano fedelmente proprio quel che stava accadendo. 



 Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5289


7 settembre 2014

11 settembre, otto misteriose scatole nere

di Giulietto Chiesa.


E’ il 13-esimo anniversario dell’11 settembre 2001. E io continuo a seguire il lavoro dal team Consensus911 (ai cui materiali rimando, in questo caso al punto Flt-4v, Unexplained Black Box anomalies…)
Premetto che, sebbene io abbia seguito questo lavoro collettivo, durante tutti questi anni, ogni volta che ne approfondisco  gli aspetti,  rimango stupito della impressionante evidenza: l’intera storia raccontata al mondo dai ministeri della propaganda (cioè dal mainstream occidentale) è una gigantesca presa in giro della più elementare intelligenza. Eppure il mondo intero è stato convinto che gli asini volano. E, dopo 13 anni, ancora lo rimane.
Per esempio la questione delle famose “scatole nere” dei famosi quattro aerei che furono – si dice – dirottati da 19 terroristi quella mattina dell’11 settembre 2001. Qui, come si vedrà, non sta in piedi proprio nemmeno una riga della versione ufficiale. Intanto le “scatole nere” sono arancioni. E’ importante ricordarlo. Le indicheremo con BB (Black Boxes) per abbreviare. Tutti gli aerei commerciali del mondo ne hanno 2 (due). Sono progettate per essere virtualmente indistruttibili. E, infatti, lo sono. Contengono una serie di apparecchiature fatte in modo da sopportare sollecitazioni fortissime di tipo fisico, chimico, elettrico, magnetico, termico. Due essenziali tra queste sono il FDR (Flight Data Recorder), ovvero il registratore dei dati del volo, che immagazzina, in ogni istante, la velocità dell’aereo, l’altezza a cui si trova, la direzione del volo, la posizione ecc. E il CVR (Cockpit Voice Recorder), che raccoglie tutti i rumori e le voci  nella cabina di pilotaggio.
Sono rarissimi i casi in cui queste BB non si trovano o, una volta trovate, non contengano dati utilizzabili per capire le cause dell’indicente. Sono state pensate per questo. Funzionano. Le prime a usarle sono le compagnie di assicurazione, ma subito dopo i governi, i servizi segreti ecc.  Dunque quattro aerei, uguale otto BB. Cosa ci  dice la versione ufficiale? Quattro su otto “non sono mai state trovate” . Il 50% in questo caso. Un fallimento da record mondiale di tutti i tempi. Sono le  quattro BB dei due voli che – si dice – colpirono le  Twin Towers: l’American Airlines 11 (AA11) e l’United Airlines 175 (UA175).
Ne restano quattro. Le BB del volo American Airlines 77 (AA77), quello del Pentagono, sembra siano state trovate. Ma la CVR risultò gravemente danneggiata e non recuperabile. Risultato zero. Per quanto concerne il FDR dell’ AA77, esso risulta presente, ma le versioni circa il suo ritrovamento discordano l’una dall’altra.  E, come vedremo tra poco, non è la cosa più grave.  Infine ci sono la CVR e la FDR del volo United Airlines 93 (UA93), quello che, pare, precipitò in un campo in Pennsylvania.  La “trascrizione” del CVR  fu resa pubblica dall’FBI, ma solo nel 2006, durante il processo contro Zacharias Moussaoui.  Ci torniamo tra poco non senza avere sottolineato che si tratta di una  “trascrizione”, e vecchia di cinque anni.  Infine c’è il FDR dell’UA93. Di questo c’è il resoconto del NTSB (National Transportation Safety Board) del 15 febbraio 2002, n. DCA01MA065. Sappiamo che il Memory Board fu portato nelle Honeywell Facilities a Redmond e là esaminato. Tutto a posto?  Niente affatto.
Riassumendo: anche sulle altre quattro BB ci sono numerose questioni da chiarire. E che rimangono aperte ancora tredici anni dopo. Con incongruenze mastodontiche. A proposito delle quattro BB dei voli sulle Twin Towers. Il  “9/11 Commission Report” si limita ad affermare che non sono state trovate. Ma ci sono due testimoni che dicono di averne trovate tre su quattro, nell’ottobre 2001. Si tratta di un vigile del fuoco, Nicholas DeMasi, e di un volontario, Mike Bellone. Erano tra le macerie e furono consegnate a qualcuno. Che è sparito. La Commissione d’Inchiesta non lo ha mai cercato. Svanite tutte le informazioni. Eppure la stessa Commissione d’Inchiesta, senza crollare per le risate, e nel silenzio dei media mondiali, registra il ritrovamento del passaporto (di carta) niente meno che di uno dei presunti dirottatori del volo AA11, Salam al-Sugami..  Ufficialmente informazioni zero, ma non c’è inquirente al mondo che si accontenterebbe di questo risultato. Ma c’è di peggio. Risulta agli atti che il 18 settembre 2001 il direttore della FEMA, Edward E. Jacoby Jr, inviò un memorandum al Governatore dello Stato di New York , George Pataki, in  cui comunicava che “gl’investigatori hanno identificato i segnali da una delle scatole nere tra le macerie del WTC”.  E ancora: il generale Paul Kern, comandante del US Materiel Command,  riferì nel 2002 che “i rilevatori delle frequenze radio del CECOM (Communications Electronics Command) furono usati per trovare i BB degli aerei che hanno colpito le due torri”. Chi ha mentito?
Per  le due BB del volo AA77, il pasticcio si complica. Due vigili del fuoco (Burkhammer e Morawitz) dicono di averle trovate “vicine al luogo dell’impatto”. Il portavoce della contea, Dick Bridges, dice che erano “proprio dove l’aereo colpì l’edificio” del Pentagono. Ma altre fonti dicono che l’FDR fu trovato a circa 300 piedi (91,44 metri) all’interno. Discrepanza non esigua. Inoltre Burkhammer e Morawitz dicono entrambi che le BB erano di “colore scuro”, mentre a loro avevano detto che dovevano essere arancione. Ma quando le mostrano ai funzionari dell’FBI e dell’ NTSB, quelli confermano: meglio nere che niente.
Solo che la storia del FDR del volo AA77 presenta anche un altro buco, da cui esce molta acqua. Nel 2008 un testardo signore americano, Aidan Monaghan, fa ricorso al FOIA (Freedom of Information Act) e costringe il NTSB a rilasciare il filecompilato in base ai dati del FDR. Risulta che esso fu compilato alle ore 11:45 pm (cioè alle 23:45) del giovedì 13 settembre 2001. Singolare circostanza, visto che il FDR in questione, nero o arancione che fosse, risulta essere stato ritrovato il giorno dopo, venerdì.
Finalmente andiamo a vedere cosa è successo con il FDR del volo UA93. Ricordo a chi lo avesse dimenticato che sul volo UA93 fu fatto un film di cassetta che raccontava l’eroica storia dei passeggeri che si ribellarono ai dirottatori. Dunque prego tenere a mente il quadro complessivo. Facciamoci aiutare da Pilots for 9/11 Truth.
Essi fecero ricorso anch’essi al FOIA e ottennero  dal NTSB, nel 2007, l’informazione concernente quel FDR. Ma quei dati, che vennero forniti come parte del contenuto di quella scatola nera, contrastano “fatalmente” con altri dati. ‘Percorso del volo e altezza’ indicati non sono quelli registrati. La provenienza del volo da nord non corrisponde alle testimonianze pubblicate dal New York Times. L’aereo proveniva da sud-est, come provato, tra l’altro, dal ritrovamento di rottami a New Baltimore, circa 8 miglia dal cratere dove l’aereo si sarebbe schiantato. Ma, soprattutto l’angolo di caduta del veicolo, secondo la registrazione esibita dal documento NTSB non corrisponde all’impatto verticale che la versione governativa sostiene e che lo stesso cratere sembra indicare. Precisamente il FDR indica un angolo di caduta di 35 gradi, mentre la versione ufficiale dice che l’aereo è precipitato verticalmente. Infine le analisi della protezione civile sul luogo dell’impatto non hanno trovato tracce di inquinamento da residui di carburante. Cosa senza senso visto che i serbatoi dell’aereo dovevano essere pieni di carburante.
Insomma, qui i casi sono due: o quella registrazione è falsa, oppure è falsa la versione del governo americano. E, ovviamente, è falsa tutta la storia del film, che servì per emozionare il grande pubblico. Non sarà inutile ricordare che tutte queste obiezioni furono fatte presenti sia al NTSB che al governo. Risposte pervenute: zero. Allora come 13 anni dopo.
Esiste infine la registrazione del centro di controllo di Cleveland, che accompagnò gli ultimi minuti di quel volo. La si può ascoltare qui.
Drammatica, ma anch’essa misteriosa e inspiegabile. Chi avrà il tempo di ascoltarla sentirà che da terra cercano di collegarsi, per alcuni minuti, ripetendo la domanda, senza ricevere risposta. L’equipaggio è muto. Poi, improvvisamente una strana voce, soverchiata da un forte rumore di fondo. “United 93, questo è il capitano, per favore state seduti, rimanete seduti, abbiamo una bomba a bordo”. Una bomba a bordo? State seduti? Dove si trova il capitano? Cos’è il rumore di fondo?
Da terra insistono per chiedere chiarimenti; parlano con gli altri aerei in volo nella zona. Arrivano conferme. Poi, all’improvviso, ancora la voce: “United 93, questo è il capitano. E’ bene che tutti stiate seduti. Abbiamo una bomba a bordo e stiamo tornando all’aeroporto. Hanno accettato le nostre richieste per cui, prego, rimanete seduti”.
Poi più nulla. Ma è questo il comportamento di un esperto pilota di linea? Siamo sicuri che quei due messaggi provenivano dal volo UA93?
Insomma non c’è uno solo degli elementi del puzzle che s’incastri con gli altri. E parliamo di quelli che, apparentemente, sono stati trovati. Oltre la metà, come s’è visto, sono semplicemente stati cancellati. E tutto questo non è opera dei presunti dirottatori, della cui presenza a bordo, per altro, non è mai stata fornita alcuna prova. E allora, chi ha lavorato per cancellare le tracce? Chi le ha falsificate? Chi ha mentito? Credere ancora che la storia che ci raccontarono sia vera è impossibile.




11 luglio 2013

Gli USA blindano i segreti su Osama Bin Laden


di Pino Cabras - da Megachip.

L'America colpita dalla defezione del dissidente Edward Snowden vuole blindare i suoi segreti più imbarazzanti. Uno di questi è l'operazione con cui nel 2011 venne liquidata la pratica Osama Bin Laden. La storia dell'operazione della Delta Force ad Abbottabad era apparsa sin dall'inizio poco credibile, e prima o poi gli scettici avrebbero potuto ottenere documenti diversi dalle patacche fin qui rifilate al grande pubblico con la sonnecchiante complicità dei principali organi di informazione. I militari coinvolti nel blitz sono quasi tutti morti nel giro di due anni (la maggior parte dopo pochi mesi), ma i segreti a volte trovano una strada. Meglio non rischiare, se ti chiami William McRaven e sei l'ammiraglio che comanda le operazioni speciali delle più potenti forze armate della Storia. Così McRaven ha ordinato che i file concernenti l'intervento sul presunto covo di Bin Laden siano rimossi dai computer del Pentagono e messi al sicuro presso quelli più impenetrabili della CIA. Più impenetrabili non tanto nei confronti di ipotetiche incursioni di pirati informatici, quanto verso qualche ficcanaso che osasse acquisire i documenti in forza della legge USA sull'accesso agli atti non ancora diffusi dal governo, il FOIA (Freedom Of Information Act).
Anche sul segreto doveva esserci un segreto: un metasegreto. Nessuno doveva sapere che si trasferivano i documenti. Ma un breve riferimento all'operazione contenuto in una relazione dell'ispettore generale del Pentagono ha indirettamente portato a galla la storia. Il viaggetto dei file alla chetichella, dal Pentagono alla CIA, eludeva più leggi federali, tra cui il FOIA, ma l'Amministrazione Obama non ha avuto nulla da obiettare. Non ci sorprende, perché da tempo osserviamo le gesta di Barack Obush.
Continuano così a espandersi - ancora nel 2013 - gli effetti del 2001, quando il doppio shock dei mega-attentati dell'11 settembre e delle lettere all'antrace provenienti dai laboratori militari USA costrinse i parlamentari ad approvare a scatola chiusa il PATRIOT Act, la legge che ha alterato definitivamente l'equilibrio dei poteri a Washington, con effetti globali.
I presidenti passano, ma rimane un nucleo più importante dello “Stato profondo” che non accetta limiti. Questo nucleo del potere non ammette più nessuna normale procedura investigativa, tanto meno nelle forme processuali del diritto occidentale. Ma non è solo questione di giudici. Si riducono le possibilità di scrutinio da parte della cosiddetta “pubblica opinione” così come l'abbiamo conosciuta, con alti e bassi, negli ultimi secoli.
Con lo scudo dei segreti, un provvedimento amministrativo dopo l'altro, l'America sta cambiando forma di Stato. Il nuovo potere costituito non può accettare che si vedano le carte legate all'atto fondativo della nuova costituzione materiale: l'11/9 e dintorni.



22 luglio 2011

Il Pentagono guarda ai social media come a un campo di battaglia

da rawstory.com
Traduzione per Megachip a cura di Cipriano Tulli e Pino Cabras




Il Pentagono sta chiedendo agli scienziati di trovare un modo per individuare e contrastare la propaganda sui social media network a seguito del supporto fornito da Twitter e Facebook alle rivolte arabe. La divisione di ricerca sull’high-tech dei militari statunitensi, il DARPA (Agenzia dei progetti di ricerca avanzata per la Difesa), ha richiesto a degli esperti di vagliare una «nuova scienza dei social network» nel tentativo di venire a capo degli eventi in corso sui nuovi media.
Lo scopo del programma consiste nel tracciare «la messaggistica e la disinformazione intenzionalmente ingannevole» nei social network e nel praticare «il contrasto nei confronti dei messaggi legati a ben individuate operazioni di influenza del nemico», a quanto emerge dalla richiesta di obiettivi emanata dal DARPA lo scorso 14 luglio. Il progetto riflette le preoccupazione tra gli alti ufficiali militari in merito al passo fulmineo del cambiamento in Medio Oriente, dove i social network sono stati un motore delle proteste contro alcuni alleati di lunga data degli Stati Uniti.
Alcuni alti funzionari hanno parlato privatamente della necessità di monitorare meglio i disordini palesatisi nei social network e di cercare dei modi per modellare le opinioni nel mondo arabo attraverso Twitter, Facebook o YouTube.
«Eventi di rilevanza sia strategica sia tattica per le nostre Forze Armate stanno sempre più prendendo piede nell’ambito dei social media», riporta l’annuncio del DARPA.
«Dobbiamo, pertanto, essere consapevoli del modo in cui questi eventi stanno avvenendo e dobbiamo farci trovare nella giusta posizione per difenderci all’interno di quell’ambito per contrastare quanto emerga di ostile», si afferma.
Il DARPA ha previsto che i social network potrebbero avere un effetto rivoluzionario sulla guerra.
«I cambiamenti sulla natura del conflitto risultanti dall’uso dei social media sono profondi quanto quelli risultanti dalle precedenti rivoluzioni nel mondo della comunicazione» riporta l’annuncio.
A questo proposito, dai ricercatori ci si attende che portino alla luce e classifichino «la formazione, lo sviluppo e la diffusione di idee e concetti (memi)» nei social media.
Il documento ha citato un caso in cui le autorità hanno impiegato i social media per impedire una potenziale crisi, ma non ha specificato i dettagli della vicenda.
«Per esempio, in un caso specifico le voci in merito all’ubicazione di un certo individuo hanno iniziato a diffondersi nello spazio dei social media e gli appelli per assaltare la località ipotizzata si sono fatte febbrili», viene riferito.
«Per caso, le autorità responsabili che stavano monitorando i social media, hanno seguito il montare della crisi, hanno emesso dei messaggi efficaci per dissipare le voci che giravano in rete e hanno scongiurato un attacco fisico al luogo identificato da quelle voci».
Il DARPA ha pianificato una spesa di 42 milioni di dollari nel programma SMISC (Social Media nella Comunicazione Strategica), per il quale ai potenziali fornitori si richiede di testare degli algoritmi attraverso “esperimenti” con i social media, a quanto si riferisce.
Un possibile esperimento potrebbe coinvolgere un “social media network chiuso” di due o cinquemila volontari o un gioco di ruolo online con decine di migliaia di giocatori.

Fonte: www.rawstory.com, rif. AFP. 20 luglio 2011.
Traduzione per Megachip a cura di Cipriano Tulli e Pino Cabras.

Nota dei traduttori: l’articolo conferma un’analisi presente nel capitolo “Infiltrazione cognitiva” del libro-inchiesta di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, Barack Obush (Ponte alle Grazie, 2011).

8 maggio 2011

2+2=5. La fabbrica orwelliana degli Osama

"Due più due? A volte fa cinque. A volte fa tre. A volte fa cinque e tre contemporaneamente" (George Orwell, 1984).
di Pino Cabras - da Megachip.

I nuovi “video di Bin Laden” rilasciati dal Pentagono sono una favola. Nelle favole di un tempo a un certo punto irrompeva il bambino che con il suo candore scopriva il male e il bene, il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso. Era quel bambino a urlare che «il re è nudo», con una verità semplice e affilata, che risuonava davanti a un pubblico, spezzava l’incantesimo dei tanti che lodavano i vestiti inesistenti del sovrano. Il dramma dell’era di Photoshop è che l’urlo si perde nel rumore di fondo delle TV e dei giornalisti alla Giovanna Botteri del Tg3, incapaci di un’ombra di dubbio, meri amplificatori degli uffici stampa del potere. Eppure il punto di rottura della menzogna non può essere rinviato, almeno finché siamo tenuti a credere il verosimile. Ora, non è verosimile che quello lì sia Osama Bin Laden.
Posso dirlo in base a diversi criteri e strumenti di valutazione, che hanno ciascuno una diversa gittata e un diverso grado di oggettività. Ma non voglio rinunciare a nessuno di questi mezzi, anche quelli personali, quelli che in altri tempi il giornalismo usava ancora. Parto dal criterio apparentemente più debole perché più soggettivo: la valutazione della mia impressione ricavata da un volto.
Lo uso, perché in realtà non è affatto un criterio così debole. Io, come alcuni miliardi di miei simili dotati di occhi e schermi da guardare, ora sono un testimone.
Se un tribunale mi chiamasse a deporre sotto giuramento per riconoscere nel volto che mi hanno proposto nel 2011 la persona che vedevo nei filmati girati nel 2001, ebbene direi con nettezza, sincerità e senza dubbi di sorta che a mio avviso non si tratta della stessa persona. Così come miliardi di esseri umani, percepisco ogni giorno centinaia di facce diverse e ricorro senza fatica a meccanismi cognitivi innati che me le fanno distinguere, perché per il mio cervello, un cervello umano, la ricerca delle espressioni facciali e dei tratti somatici è la tendenza più naturale che ci sia.
faccia_04Il nostro cervello tende perfino a individuare facce ed espressività in tanti oggetti della nostra quotidianità. Solo un meccanismo costantemente vigile come questo potrebbe vedere la somiglianza tra un volto umano e l’icona dello “smile” (la faccina rotonda, gialla e sorridente un tempo nelle T-shirt e oggi nelle chat). Sono appena due puntini e una linea curva, ma non posso non codificarli come un sorriso. Perché ovunque cerco facce, le trovo, le catalogo, le riconosco, le disconosco, è qualcosa su cui ognuno di noi ha una competenza congenita e ben impratichita, che fornisce continue prove lampanti.
E se una faccia vera la guardo bene e la confronto, difficilmente mi sbaglio. Naturalmente posso sbagliarmi lo stesso, certo. Ma sbaglierei di più a tacere la mia impressione autentica solo perché il potere e i media saturano il discorso pubblico con un’interpretazione che non corrisponde a quanto vedo: quel che vedo è che il tizio non è lo stesso barbuto delle altre immagini.
Non credo che siamo in pochi ad avere questa impressione sensibile.
Sono invece convinto che questa impressione sia di massa, ma che per molti sia un problema, perché entra in conflitto con altre esperienze cognitive.
070511top
bin-laden-2000Magari per Giovanna Botteri il tizio col turbante e la barbona è davvero una goccia d’acqua con l’Osama del 2000. Ma se per caso avesse la mia stessa impressione e intimamente la assecondasse, pubblicamente sarebbe a un bivio: tacere e godersi il quieto vivere, oppure mettere il suo sguardo contro una verità corrente, sapendo che quel dubbio trascinerebbe a valanga tanti altri dubbi sul sistema che alimenta le notizie da dare. Dovrebbe cioè ammettere che il Pentagono continua a mentire e dovrebbe spiegare al pubblico perché lo fa, sconfessando così i silenzi giornalistici “maturati” in anni di carriera copia-incolla. Io non ho problemi a non credere al Pentagono, perché so quanto sa mentire, l’ho appreso da una straordinaria inchiesta del «New York Times» del 2008, che i corrispondenti dagli USA hanno dimenticato subito.
Tralascio comunque questo criterio per leggermi invece una semplice notizia, pubblicata lo scorso anno dal «Washington Post»: funzionari della CIA hanno reclutato “personale dalla carnagione scura” per creare false registrazioni di Bin Laden. Se gli zucconi e Zucconi non lo avessero capito, glielo rispiego: il fatto che lo spionaggio USA abbia creato false registrazioni di Bin Laden è un fatto conclamato, non una teoria del complotto. Quanti di questi video sono stati girati? A chi è stata affidata la realizzazione? Chi ne curava l’audio? Lo chiedo, perché i video rilasciati ora non hanno l’audio. Come mai? Possibile che tutto quel che abbiamo ora di Bin Laden è un morto senza più un corpo e dei video senza suoni, quando anche un telefonino da 50 euro è in grado di fare registrazioni decenti?
Per Osama Bin Laden, mai una registrazione in grado di resistere davvero a controlli incrociati, in 10 anni. Sempre audio che sono stati dimostrati come falsi, e video-bufale confezionate ogni volta dalla stessa agenzia di disinformazione, il SITE di Rita Katz, alla quale i media mainstream si abbeverano acriticamente.  Non tutti, naturalmente. Perché forse questa volta è davvero troppo, e anche nel mainstream le idiozie hollywoodiane ammannite dall’Amministrazione Obama, ormai troppo insolenti nei confronti dell’abbiccì del giornalismo, puzzano tantissimo e cominciano a essere fatte a pezzi.
Il presunto Bin Laden che guarda didascalicamente se stesso in video – teatro sul teatro – è insieme una messinscena ridicola e un preoccupante segnale del grado di manipolazione a cui vogliono giungere gli apparati dell’Impero.

28 marzo 2011

A ridosso dell’11/9 il Pentagono pianificava un’esercitazione basata su un aereo sul WTC

Fonte: http://shoestring911.blogspot.com.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.




Abbiamo ragionato altre volte sul perché una seria chiave d'indagine sull'11 settembre consista nelle numerose esercitazioni, tanti casi di «war games» e simulazioni portate avanti da ogni sorta di apparato militare, d'intelligence e di sicurezza USA, con scenari che interferivano o coincidevano con gli attentati.
Il caso che presentiamo qui è clamoroso, e si aggiunge all'impressionante casistica di coincidenze che il grande pubblico ignora. I documenti esposti dimostrano una volta di più che quasi tutti i gangli del sistema securitario e militare erano segnati da eventi speciali che ricalcavano in anticipo i contorni dell'evento 11/9.
Buona lettura. (pino cabras)


di «Shoestring 9/11».
Ufficiali dell'esercito al Pentagono stavano progettando un’esercitazione di addestramento che avrebbe dovuto aver luogo meno di una settimana dopo l’11 settembre e che, straordinariamente, era basata sullo scenario di un aereo che si schiantava contro il World Trade Center. I preparativi per l'esercitazione furono fatti circa una settimana prima dell'11 settembre.
L'esistenza dell’esercitazione pianificata è stata rivelata dall’allora generale a due stelle Peter Chiarelli, che alla data dell’11 settembre 2001 era il direttore dell'esercito per l’area operazioni, reattività e mobilitazione. In tale posizione, cui era stato trasferito circa un mese prima dell’11/9, Chiarelli era responsabile delle operazioni in corso presso l’Army Operations Center (AOC) al Pentagono.
Chiarelli ricordò nel corso di un'intervista del febbraio 2002 che, dopo aver esordito nel suo nuovo ruolo, aveva «programmato di fare un esercitazione per il CAT - Crisis Action Team» (Squadra d’Azione di Crisi, NdT). «In alcuni dei miei pre-briefing volti ad apprendere il nuovo lavoro- dichiarò - fui informato che il Crisis Action Team in circa 10 anni non aveva ricoperto, tranne che per un’esercitazione, alcun grande ruolo». Fu così che dei membri del suo staff progettarono un un’esercitazione del CAT che, ha precisato, pianificava di svolgere per il 17 settembre. [1]

LO SCENARIO PER LA PROCEDURA IN CASO DI VITTIME IN MASSA RIGUARDAVA UN AEREO CHE COLPIVA IL WTC
Chiarelli ha anche ricordato nell'intervista che alla Cellula di Emergenza per il Personale presso l’AOC era stato affidato il compito di mettere insieme per l'Esercito una nuova Procedura Operativa Standard (SOP) per i casi di incidenti con vittime in massa. Circa una settimana prima dell'11/9, ha affermato Chiarelli, un suo collega - "Robby Robinson" - e altri due ufficiali «vennero ad aggiornarmi sulla loro nuova SOP per incidenti di massa».
Nel corso della riunione fu deciso che nell'esercitazione CAT che Chiarelli stava per condurre, «saremmo andati avanti a utilizzare questa SOP come una sorta di guida dell’esercitazione.» Chiarelli ha ricordato che «la cosa davvero straordinaria di questa SOP è che lo scenario consisteva in un aereo che si schiantava contro il World Trade Center.» Chiarelli si pronunciò così con gli altri partecipanti alla riunione, «Ehi, non solo questa è una buona SOP e un buona pianificazione, ma al tempo stesso, per farla davvero bene, ciò che dobbiamo fare è collaudarla». Nelle parole di Chiarelli, «abbiamo deciso che avremmo usato uno scenario simile a quello per condurre questa esercitazione» che stava pianificando. [2]
Chiarelli non ha specificato nella sua intervista del febbraio 2002 quale tipo di aeromobile si fosse immaginato che colpisse il WTC nello scenario. Né ha detto se si trattava di un aereo dirottato o di uno che si schiantava sul WTC accidentalmente. Ma quel che dimostra il suo resoconto è che, nei giorni prima che si verificassero gli attentati terroristici a New York e al Pentagono, un’esercitazione militare era stata pianificata prevedendo che avesse luogo meno di una settimana dopo l'11 settembre, con uno scenario che era identico - o almeno molto simile - a quanto è successo a New York l’11/9.
Le possibili implicazioni del fatto che l’esercitazione addestrativa di Chiarelli si basasse su un aereo che si schiantava sul World Trade Center dovranno essere determinate da una nuova e incondizionata indagine sugli attentati dell’11/9. Tuttavia, le probabilità che ciò sia dovuto al caso, e che sia senza correlazioni con quanto è accaduto l'11 settembre, non possono che essere esili.

IL CENTRO DELLE OPERAZIONI DELL’ESERCITO E LA SQUADRA DI CRISI HANNO GIOCATO RUOLI IMPORTANTI DURANTE L’11 SETTEMBRE.
L’AOC di cui Chiarelli era responsabile si trova nel seminterrato del Pentagono, due livelli sotto un parcheggio. Esso svolge un ruolo importante all'interno dell'esercito. A quanto si riferisce, «le informazioni critiche fluiscono attraverso la postazione ad alta sicurezza, con gli addetti dell’AOC - quasi tutti in divisa – che lavorano giorno e notte per rendere consapevoli i più alti ufficiali dell'Esercito in merito alle questioni e gli eventi di tutto il mondo, aiutandoli a prendere decisioni tempestive e cruciali.» Chiarelli ha descritto l’AOC come «il centro di comando e di controllo dell'esercito».[3]
L'11 settembre, gli ufficiali di più alto rango dell'Esercito si riunirono lì in risposta agli attentati terroristici.
Il Crisis Action Team, i cui membri stavano per partecipare all’esercitazione addestrativa di Chiarelli, fu attivato in risposta agli attacchi al WTC. Chiarelli ha detto a suo tempo di averlo attivato «per far fronte alle contingenze di New York, qualora richiesto da funzionari statali e locali". Ha dichiarato che «aveva previsto che il disastro del World Trade Center avrebbe richiesto enormi sforzi nei soccorsi, nella lotta agli incendi, e nel ritorno alla normalità.» [4]

NOTE
[1] Peter Chiarelli, intervista a Frank Shirer. U.S. Army Center of Military History, 5 febbraio 2002. Tuttavia, in un colloquio con il vice di Chiarelli, il generale di brigata Clyde Vaughn, lo storico Stephen Lofgren dell’Army Center of Military History ha fatto cenno al fatto che l'esercitazione era stata programmata per "un paio di giorni" dopo l'11 settembre, cioè il 13 settembre. Vedi Clyde Vaughn, intervistato da Stephen Lofgren, U.S. Army Center of Military History, 12 febbbraio 2002. Non è chiaro quale data per l'esercitazione risulti esatta.
[2] Pete Chiarelli, intervista a cura di Frank Shirer.
[3] William Schwab and Lorie Jewell, "The Army's Nerve Center." Soldiers, September 2004.
[4] Alfred Goldberg et al., Pentagon 9/11. Washington, DC: Dipartimento della Difesa, Ufficio del Segretario, Historical Office, 2007, pp 134-135.

Fonte: http://shoestring911.blogspot.com.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

10 febbraio 2010

Surprising number of passengers on Flight AA77 that allegedly hit the Pentagon had military connections

by Pino Cabras - da voltairenet.org.



Many are the inconsistencies concerning Flight AA77 which allegedly struck the Pentagon at 9:37 a.m. on September 11, 2001. We will not enumerate them here; other articles on this site already provide a detailed list of them. But new elements have recently emerged, resulting from investigations carried out by independent journalists. We reproduce below an extract from Strategie per una guerra mondiale, a book by Pino Cabras. It brings to light the inordinate proportion of passengers on board Flight 77 who had ties with the military sector and who were officially reported dead on September 11, 2001 at the Pentagon.

The Voltaire Network article dealing with the cockpit door of Flight 77 [1] - which revealed disturbing details, little if at all examined by the official investigations, but which call for a closer look even by non-official investigations - had already drawn our attention to a certain number of the anomalies linked to that terrible day. The baffling profile of Charles F. Burlingame is but one anomaly. On board Flight 77 there was a high density of passengers who worked at classified positions in the Defense sector: between 16 and 21 persons out of a total of 58 passengers.

The majority were aerospace engineers. One of them, Mr. Yamnicky, who worked in that capacity for the Veridian Corp., was a longtime CIA operative. Another passenger on the list, Mr. Caswell, led a team of about one hundred scientists for the US Navy. Others worked for Boeing and Raytheon in El Segundo, California, on a project dubbed Black Hawk.

We present here some information regarding these noteworthy Flight 77 passengers, who belong to the lists which were obtained by scanning the obituary columns on the Web or in newspaper articles published in the days following the attacks.

1. John D. Yamnicky Sr., 71, from Waldorf (Maryland), was on a business trip on American Airlines Flight 77. He was a retired naval aviator, who retired as Captain in 1979 when he joined Veridian Corp., a Virginia-based military contractor, where he worked on fighter aircraft and air-to-air missile programmes. His son, John Yamnicky, said his father worked on the development of the F/A-18 fighter jet. After graduating from the U.S. Naval Academy in 1952, John Yamnicky Sr. became a Navy test pilot, flying an A-4 attack plane and would sometimes tell stories of his travels and Navy service in Korea and Vietnam. "He crash-landed five times and walked away from them each," said Cindy Sharpley, a friend of the family. "But not this last one." (AP, 2001)
He graduated from the Navy Test Pilot School at Patuxent River in 1960 and also obtained a Master’s Degree in international relations from George Washington University in 1966. He was promoted to Captain in 1971; he spent years on bases and aircraft carriers, first as a naval aviator, then as director of the U.S. Naval Test Pilot School at the Patuxent River Naval Air Station in Maryland and finally as a manager of various aircraft and weapons programmes for the Department of Defense.

2. William E. Caswell, born in Boston (Massachusetts) in 1947, was a third-generation physicist whose work at the Navy was so classified that his family knew very little about what he did each day. They don’t even know exactly why he was headed to Los Angeles on the doomed American Airlines Flight 77. "It was a trip he often took," said his mother, Jean Caswell. "We never knew what he was doing there because he couldn’t say. You just learn not to ask questions." [2]
In a Princeton University publication, his thesis director stated that, in the 80’s, when he learned that the US Navy was looking for a scientific expert for a classified project involving advanced technology, he submitted Bill Caswell’s name. «I didn’t take part in his daily work, although on all counts it was still related to his thesis : in no time he climbed to a top post to head a team of more than one hundred researchers in one of the most exacting branches of the US Navy.» His technical and managerial skills were appreciated by all his colleagues and earned him the highest rewards and distinctions from the U.S. Navy. In a twist of fate, it was precisely for this project that he was travelling on Flight AA77 and ultimately perished in the crash.

3. and 4. Wilson Falor "Bud" Flagg, 63, born in Millwood (Virginia), was a Rear Admiral in the US Navy and a pilot for American Airlines until his retirement. He was one of the three admirals censored by the US Navy in the context of the Tailhook conference scandal in 1991, relating to acts of sexual violence. His wife Darleen, also 63, died in the crash with him.
The Tailhook incident effectively ended his further advancement and prompted him to leave the Navy to join American Airlines. According to his nephew Ray Sellek, Flagg continued to pay frequent visits to the Pentagon to provide technical advice, and even had an office there.

5. Stanley Hall, 68, was from Rancho Palos Verde (California). He was director of programme management for Raytheon Electronics Warfare. “He was our dean of electronic warfare”, explained one his colleagues at Raytheon, a Defense Department supplier. Hall had developed and fine-tuned antiradar technologies. He was a sober and competent man, somewhat of a paternal figure. «Many of our young engineers considered him their mentor», declared Raytheon’s spokesperson Ron Colman.

6. Bryan C. Jack, 48, from Alexandria (Virginia), was responsible for crunching America’s defense budget. He headed the Pentagon’s programming and fiscal economics division. He was on his way to California to teach a course at the Naval Postgraduate School. His colleagues said he was a brilliant mathematician and top budget analyst. He had worked at the Pentagon for 23 years.
Jack had married artist Barbara Rachko in June 2001. She worked all week in her New York studio and they would only see each other on weekends, either at their Alexandria house or at their New York appartment. Barbara Rachko is a licensed commercial pilot and worked seven years as a naval officer. She was no longer on active duty but still served as US Navy reserve commander.

7. Keller, Chandler ‘Chad’ Raymond. Chad was born in Manhattan Beach (California) on October 8, 1971. He was an eminent engineer specialized in propulsion technologies and project manager at Boeing Satellite Systems. [3]

8. Dong Lee, 48, from Leesburg (Virginia), worked for Boeing Co. as an engineer.

9. Ruben Ornedo, 39, from Los Angeles (California), was a propulsion engineer at the Boeing Comany in El Segundo (California).

10. Robert Penninger, 63, from Poway (California), worked as an electrical engineer for BAE systems, a Defense Department supplier.

11. and 12. Robert R. Ploger III, 59, from Annandale (Virginia), was a software architect at Lockheed Martin Corp., and his wife Zandra Cooper.

13. John Sammartino, 37, from Annandale (Virginia), was technical manager at XonTech Inc. in Arlington (Virginia), a research and development firm linked to the military sector and specialized in defense missiles and sensor technologies. It was bought in 2003 by Northrop Grumman, another company that produces for the military. The holder of an AA Platinum card, Sammartino was an assiduous traveller and was headed for Los Angeles to attend a conference at the Van Nuys company, together with his colleage Leonard Taylor. After graduating from University, Sammartino had been hired as an engineer by the Naval Research Lab ; he had worked for XonTech Inc. for 11 years.

14. Leonard Taylor, 44, was technical group manager at XonTech Inc. He was born in Pasadena (California) and lived in Reston (Virginia). He graduated from Andover High Scool in 1975 and from Worcester Polytechnic Institute in 1979. [4]

15. Vicky Yancey, 43, from Springfield (Virginia), was going to attend a business meeting in Reno, but hadn’t planned to be on Flight AA77. Yancey, a former naval electronics technician, worked for the Vredenburg company, a Defense Department supplier. She had intended to leave Washington earlier but her departure was delayed due to a ticket problem, as her husband explained to the Washington Post. She called her husband ten minutes after boarding to let him know that she had finally managed to get a seat on the flight. [5]

16. Charles F. Burlingame III, 52, graduated from the U.S. Naval Academy in 1971 ; he was flight commander of AA Flight 77. Burlingame was a naval reserve officer and had even worked in the Pentagon wing that was struck by the plane [according to the official version, Note by the editor].

17. Barbara K. Olson, 45, was a conservative lawyer and commentator. She was known to television viewers as a self-assured, politically active journalist who represented the conservative mindset. In the Washington social and political landscape, she and her husband, Theodore B. Olson, formed a very influential couple. Theodore Olson was a high-profile lawyer who had successfully defended George W. Bush’s disputed Florida election before the Supreme Court. President Bush named Olson to the post of US Attorney General, entrusting him with the responsibility of shaping the Administration’s strategy vis-à-vis US courts.
The story of the telephone call is indeed very odd. Mr. Olson claimed that while he was in his office at the Department of Justice on Tuesday morning, he received a call from his wife allegedly made from a cell phone on board flight AA77 to tell him that the plane had been hijacked. This version was reprobated considering that it was impossible to use a cell phone from a plane. In a subsequent, modified version Barbara Olson was supposed to have used a passenger seat-phone. But as reported in another Voltaire Networkarticle, there is no record of any such call.
Married for 4 years, the Olsons were perfectly complementary in terms of style. As a television commentator, she was the more outspoken of the two, while he kept a low profile in consonance with his role as a constitutional lawyer in charge of the Republican establishment.
Barbara Olson was one of Bill and Hillary Clinton’s most relentless critics, against whom she conducted merciless investigations. Among other things, she wrote a book titled Hell to Pay (Regnery 1999), in which she disparages Hillary Clinton, followed by another one titled Final Days (Regnery, 2001), which was published posthumously. [6]

18. Karen Kincaid, 40, from Wahington D.C. A native of Iowa, she was a lawyer with the Washington firm of Wiley Rein & Fielding, specializing in communications legislation. She was on her way to Los Angeles to attend a conference on the wireless communications industry. With her husband of five years, Peter Batacan, also a lawyer working for another firm, Kincaid was training to take part in the upcoming Marine Corps Marathon scheduled for October 28.
Wiley Rein & Fielding is a powerful legal outift working for the Republican camp, that was involved in the vast legal action that helped Bush and Cheney overcome the controversial period of the post-2000 elections and which constituted an essential tool for the defense of «white collar» criminal cases.

19. Steven ‘Jake’ Jacoby, 43, was a vice president and chief operating officer of a paging and wireless messaging service called Metrocall Inc., based in Alexandria (Virginia), which ranks as the second largest paging company in the United States. « The fact that Metrocall’s technical operating network continued to function and provide critical communications during this horrific event was a tribute to Jake", said Co-worker Vice Kelly, Chief Financial Officer. In his last positon, Jacoby supervised the development of a multiple-frequency wireless messaging system for emergency worker and medical field use. It was Metrocall that supplied the equipment used by emergency responders who were on the scene in New York and Washington on 9/11 ...

It should be pointed out that the same disproportionate number of passengers with military connections can also be observed in respect of the other 9/11 flights.

Three Raytheon employees were on flight AA11 that crashed into the North Tower of the World Trade Center. Raytheon is one of the principal defense suppliers, and a pillar of the Global Hawk remote control technologies, highly cherished by the Pentagon. Among the various hypotheses which are impossible to prove, but which are nevertheless technically plausible and worthy of a deeper investigation, is the one concerning remote controlled aircraft.

There are a number of disturbing features about Raytheon. A USA Today article published in October 2001 announced that in August 2001 Raytheon had executed, six times over, a perfectly smooth test landing in a New Mexico air base involving an unpiloted Boeing 727 belonging to Fedex.

The system emitted radio signals from the end of the runway which were transmitted to the plane. The ground electronic devices coordinated their location through GPS. No pilot could intervene during the moneuvre. We’ll say it again : this is a technology which was fully operational and readily available in August 2001, one month before the fateful attacks.

Already at the beginning of 2001, a special plane linked to the Global Hawk programme had crossed the Pacific Ocean, from the USA to Australia, with no one on board.

As we have just seen, the main actors involved in these programmes as well as other aerospace experts were officially declared dead on September 11, 2001.

One of the objections often raised against the likelihood of an internal conspiracy hatched by the US institutions and intelligence apparatus is the difficulty, indeed the impossibility, of keeping such a secret when so many plotters and executors were involved. The architects of the tragedy we witnessed on 9/11 are in any case ruthless enough to also sacrifice those who might have blown the whistle, mixing them with the other victims. The remains of the victims were handled entirely by the military. It is therefore difficult to tell how and where the passengers died.

For the moment, this is merely a research hypothesis.

Pino Cabras

Italian journalist and Director of the alternative information site Megachip. His most recently published book is Strategie per una guerra mondiale. Dall’11 settembre al delitto Bhutto (Aisara, 2008).


This author's articles

To send a message

______________________
Additional remarks by Thierry Meyssan

When I was in Tehran in September 2002, I had the opportunity to discuss in depth the events of September 11 with Hussein Shariatmadari, Director of the Kheyan press agency and spokesperson for the Supreme Leader of the Islamic Revolution. It was my first encounter with someone who had such a detailed knowledge of the events. We continued our discussion until late in the day.
On this occasion, he shared with me the investigative findings of his associates. They had pursued the same hypothesis as the one advanced by Pino Cabras, but with far greater means at their disposal. They had constituted biographical profiles for each of the passengers on all four planes.
Their findings showed that 75% of the passengers had connections with the Pentagon, not only on flight AA77 but also on all the other flights
.

[1] September 11, 2001: Flight AA77 could not have been hijacked!, Voltaire Network, 30 November 2009.

[2] Excerpt from a Chicago Tribune article, September 16, 2001.

[3] Source: Los Angeles Times, September 21, 2001.

[4] Source: Globe Star, September 27, 2001.

[5] Source: Chicago Tribune.

[6] Source: New York Times obituary, September 13, 2001.


6 febbraio 2010

Forte proportion de passagers liés à l’armée dans le vol 77 qui aurait percuté le Pentagone

par Pino Cabras - voltairenet.org - ReOpen99.info.



Nombreuses sont les incohérences concernant le Vol 77 d’American Airlines qui a prétendument percuté le Pentagone à 9h37 le 11 septembre 2001, nous ne les enumèrerons pas ici, d’autres articles de ce site en donnent une liste détaillée. Mais de nouveaux éléments sont apparus récemment, fruit d’investigations effectuées par des journalistes indépendants.

Nous vous livrons ici un extrait du livre Strategie per una guerra mondiale de Pino Cabras. Il y relève l’étrange proportion de passagers travaillant pour le secteur militaire dans le Vol 77, et qui officiellement auraient trouvé la mort le 11-Septembre au Pentagone.

L’article du Réseau Voltaire à propos de la porte du cockpit du vol 77 [1] —qui nous révèle des détails inquiétants, peu ou pas du tout approfondis par les enquêtes officielles, mais qui devront être scrutés par des investigations même non officielles— attire notre attention sur quelques-unes des anomalies de cette terrible journée. Il n’y a pas que le personnage du commandant Burlingame à nous interpeler. Le Vol 77 avait une haute densité de passagers qui travaillaient secrètement pour le secteur de la Défense. Entre 16 et 21 personnes sur les 58 passagers de ce vol.

La plupart d’entre eux étaient des ingénieurs en aérospatiale. L’un d’eux, Mr Yamnicky, était depuis longtemps un agent opérationnel de la CIA qui travaillait pour la Veridian en qualité d’ingénieur en aérospatiale. Un autre passager de cette liste, Mr Caswell, dirigeait une équipe d’une centaine de scientifiques pour la Marine militaire états-unienne. D’autres travaillaient pour Boeing et Raytheon, à El Segundo en Californie, sur un projet nommé « Black Hawk ».

Nous présentons ici quelques informations sur ces passagers intéressants du Vol 77, qui font partie des listes obtenues en parcourant les rubriques nécrologiques sur le Web ou dans les articles de journaux publiés dans les jours suivant les attentats.

1- John D. Yamnicky Sr., 71 ans, de Waldorf, Maryland effectuait un voyage professionnel sur le Vol 77 d’American Airlines. C’était un ancien pilote militaire à la retraite, mais il travailla pour un fournisseur de la Défense au sein de la Veridian Corp, basée en Virginie, où —après son départ en retraite avec le grade de Capitaine en 1979— il opérait sur des programmes relatifs aux avions de chasse et aux missiles air-air. Son fils, John Yamnicky, déclara que son père avait travaillé au développement du chasseur F/A-18. John Yamnicky Sr, une fois diplômé à la US Naval Academy en 1952, devint pilote de tests pour la US Navy, aux commandes d’un bombardier A-4, et il aurait raconté ses voyages et ses missions pour la Marine militaire américaine en Corée et au Viet Nam. “Il s’est écrasé à cinq reprises, mais s’en est toujours tiré indemne” a expliqué Cindy Sharpley, une amie de la famille. “Sauf cette dernière fois” (AP, 2001)
Yamnicky obtint son diplôme à la Navy Test Pilot School, située à Patuxent River en 1960. Il passa aussi un Master en Relations internationales à l’université George Washington en 1966. Mr Yamnicky, qui assurait aussi des prestations sur des avions de ligne, devint capitaine en 1971, alors qu’il était à Patuxent River, puis il se mit au service du Bureau du secrétariat à la Défense.

2- William E. Caswell était un physicien de 3e génération dont les fonctions au sein de l’US Navy étaient si secrètes que ses proches ne savaient pratiquement rien de ce qu’il faisait au quotidien.
Ils ne savaient même pas précisément pour quelle raison il fut envoyé à Los Angeles sur ce vol maudit d’American Airlines le 11 septembre 2001.
C’était un trajet qu’il faisait souvent, explique sa mère Jean Caswell. « Nous ne savions jamais ce qu’il y faisait, car il ne pouvait pas nous le dire. On apprend à ne pas poser de questions. » [2].
Dans une publication de l’université de Princeton, le directeur de thèse de Caswell déclara que dans les années quatre-vingt, il apprit que l’US Navy cherchait un scientifique expert qui puisse la conseiller sur un projet secret concernant une technologie avancée, et il avait proposé le nom de Bill Caswell. « Je ne participais pas à son travail quotidien, mais à tous points de vue, c’était encore son projet de thèse : partant de zéro il est monté très rapidement jusqu’à un poste de responsable scientifique à la tête d’une équipe de plus de cent chercheurs dans un des domaines les plus exigeants de l’US Navy. » Ses capacités techniques et managériales étaient très appréciées par ses collègues et lui avaient valu les plus hautes récompenses et distinctions de la Marine militaire.
L’ironie du sort a voulu qu’il voyage précisément pour ce projet, comme passager du Vol 77 d’American Airlines, et qu’il périsse dans le crash de l’avion.

3- et 4- Wilson Flagg, 63 ans, né à Millwood en Virginia, un amiral de l’US Navy, pilote pour American Airlines avant de prendre sa retraite. C’était l’un des trois amiraux mis en cause par l’US Navy dans le scandale Tailhook en 1991, relatif à des violences sexuelles. Sa femme Darleen, du même âge, est elle aussi morte dans le crash.
La lettre d’avertissement qui figure dans son dossier bloqua de fait toute promotion et l’amena à quitter l’US Navy. Il devint pilote pour American Airlines avant de prendre sa retraite. Son neveu Ray Sellek indiqua qu’il continuait de se rendre au Pentagone pour fournir des conseils techniques, au point d’y avoir un bureau.

5- Stanley Hall, 68 ans, de Rancho Palos Verdes, Californie. Directeur de programme chez Raytheon Co. « C’était notre gourou de la guerre électronique » explique un de ses collègues chez Raytheon, une société qui fournit le département de la Défense US. Hall avait développé et mis au point des technologies antiradar. C’était un homme posé et compétent, une sorte de figure paternelle. « Beaucoup de nos jeunes ingénieurs voyaient en lui un mentor » a déclaré Rn Colman le porte-parole de Raytheon.

6- Bryan Jack, 48 ans, d’Alexandria en Virginie, analyste du budget et directeur de la Division de programmation et d’économie fiscale au département de la Défense (Dod). Jack, qui travaillait au Pentagone, avait été envoyé en Californie pour dispenser un cours à l’École des officiers de la Navy (Naval Postgraduate School). Ses collègues disent de lui que c’était un mathématicien brillant. Comme chef de programmation et des politiques fiscales pour le bureau du secrétaire à la Défense, c’était un analyste de pointe du budget. Il travaillait au Pentagone depuis 23 ans.
Jack s’était marié avec l’artiste Barbara Rachko en juin 2001. Mme Rachko travaillait toute la semaine dans son studio de New York et ils se voyaient donc seulement le week-end, soit dans leur maison à Alexandrie soir dans leur appartement à New York. Barbara Rachko a une licence de pilote de ligne et avait travaillé sept ans comme officier naval. Elle avait quitté le service actif, mais restait Commandant de réserve pour la Navy.

7- Keller, Chandler ‘Chad’ Raymond. Chad naquit à Manhattan Beach en Californie le 8 octobre 1971. C’était un éminent ingénieur spécialisé dans la propulsion et chef de projet chez Boeing Satellite Systems [3]

8- Dong Lee, 48 ans, de Leesburg, Virginia, ingénieur chez Boeing Co.

9- Ruben Ornedo, 39 ans de Los Angeles, était ingénieur en propulsion chez Boeing à El Segundo, Californie.

10- Robert Penninger, 63 ans, de Poway, Californie, ingénieur électricien chez un fournisseur de la Défense, BAE Systems. Il travaillait à San Diego depuis 1990.

11- et 12- Robert R. Ploger III, 59 ans, d’Annandale en Virginie, architecte logiciel chez Lockheed Martin Corp., et sa femme Zandra Cooper.

13. John Sammartino, 37 ans, d’Annandale en Virginie, responsable technique pour XonTech Inc. à Arlington en Virginie, une compagnie scientifique et technologique liée au domaine militaire et spécialisée en missiles de défense et en technologies de senseurs, qui fut rachetée en 2003 par une autre société produisant pour les militaires, la Northrop Grumman. Sammartino était un voyageur assidu avec sa carte Platine d’American Airlines, et il se rendait au siège de la société à Van Nuys en Californie, accompagné par son collègue Leonard Taylor.
À sa sortie de l’université, Sammartino avait été embauché comme ingénieur au Naval Research Lab ; il travaillait depuis 11 ans pour XonTech.

14. Leonard Taylor, 44 ans, de Reston en Virginia, responsable technique chez XonTech, était né à Pasadena, Californie. Il avait obtenu son diplôme à la Andover High School en 1975 et au Worcester Polytechnic Institute en 1979 [4].

15. Vicki Yancey, 43 ans, de Springfield, se rendait à Reno pour une réunion de travail, mais elle n’avait pas prévu d’être sur le Vol 77. Yancey, ex-technicienne en électronique navale, travaillait pour la société Vredenburg, un fournisseur de la Défense, elle devait partir pour Washington plus tôt, mais des problèmes de billets retardèrent son départ, comme expliqua son mari au Washington Post. Elle appela son mari dix minutes après l’embarquement pour l’informer qu’elle avait finalement réussi à avoir une place dans l’avion [5]

16. Charles F. Burlingame III, 52 ans, diplômé en 1971 à la U.S. Naval Academy, était capitaine sur le Vol 77 d’American Airlines. Burlingame était réserviste de la Navy et avait même travaillé dans l’aile du Pentagone que l’avion aurait percuté [selon la version officielle, Ndt.].

17. Barbara K. Olson, 45 ans, avocate et commentatrice conservatrice. Olson était connue des téléspectateurs comme une journaliste politique combative et sure d’elle-même qui représentait le point de vue conservateur. Elle formait, dans le paysage social et politique de Washington un couple influent avec son mari Theodore B. Olson, un avocat en vue qui avait défendu avec succès la cause de l’élection en Floride de George W. Bush devant la Cour Suprême. Le président Bush avait nommé M. Olson au poste de procureur général des États-Unis, c’est-à-dire de responsable de la stratégie de l’Administration devant les tribunaux états-uniens.
L’histoire du coup de téléphone est curieuse. M. Olson a raconté qu’alors qu’il était dans son bureau au département de la Justice le mardi matin, il avait reçu un appel de sa femme qui aurait utilisé son téléphone portable à bord du Vol 77 d’American Airlines pour lui dire que l’avion avait été détourné. Cette version, très critiquée en raison de l’impossibilité d’utiliser un portable depuis un avion, fut modifiée par la suite par une autre dans laquelle Barbara Olson aurait utilisé un téléphone de siège. Mais comme le rapporte un autre article du Réseau Voltaire, il n’y a aucune trace de cet appel dans les enregistrements.
Les Olson, mariés depuis 4 ans, étaient parfaitement complémentaires en termes de style. Elle était la plus sincère des deux dans ses commentaires à la télévision, alors que lui se montrait plus réfléchi dans son rôle d’avocat constitutionnel en charge de l’establishement républicain.
Barbara Olson fut une des critiques les plus infatigables de Bill et Hillary Clinton, contre lesquels elle conduisit des enquêtes impitoyables. Elle écrivit entre autres un livre intitulé Hell to Pay (Regnery 1999), extrêmement critique à l’égard d’Hillary Rodham Clinton, suivi d’un ouvrage posthume centré sur les dernières semaines des Clinton à la Maison-Blanche, intitulé Final Days (Regnery, 2001). [6].

18. Karen Kincaid, 40 ans, de Washington, DC. Native de l’Iowa, elle était partenaire dans le cabinet d’avocats Wiley Rein & Fielding de Washington, spécialisé dans la législation des communications. Elle se rendait à Los Angeles pour participer à une conférence sur l’industrie du sans-fil. Elle s’entrainait pour courir le marathon du Corps des Marines prévu le 28 octobre, avec l’homme qu’elle avait épousé 5 ans auparavant, Peter Batacan, un avocat travaillant pour un autre cabinet.
Wiley Rein & Fielding est un puissant cabinet d’avocats travaillant pour le camp républicain qui fit partie de la vaste équipe d’avocats qui aida Bush et Cheney lors de la très controversée affaire post-électorale qui suivit la présidentielle de 2000, et qui formait un important outil de défense dans les affaires de délits de cols-blancs.

19. Steven ‘Jake’ Jacoby était le directeur des opérations chez Metrocall Inc, dont le siège est à Alexandrie, Virginie, une des deux plus grandes sociétés nationales de pagers, ces instruments « cherche-personnes ». « Le fait que le réseau opérationnel de Metrocall ait continué à fonctionner et à assurer les communications vitales pendant cette affreuse journée, nous le devons à Jake », a déclaré Vince Kelly, le responsable financier de la société. Le dernier job de Jacoby avait consisté à superviser le développement de dispositifs « cherche-personnes » bidirectionnel pour les grands malades en cas d’urgence, a révélé le porte-parole Timothy Dietz. La société a distribué des appareils au personnel de secours qui travaillait sur les scènes des sinistres à Washington et à New York. […]

Il faut noter que dans les listes des passagers des autres vols, on remarque aussi une certaine densité de personnes liées au secteur militaire et du Renseignement.

Trois employés de la Raytheon étaient sur le Vol 11 d’American Airlines qui s’est crashé sur la Tour Nord du World Trade Center. Raytheon est l’un des principaux fournisseurs de la Défense, et est un élément fondamental des technologies Global Hawk de contrôle à distance, tant appréciées du Pentagone. Parmi les nombreuses hypothèses impossible à démontrer, mais techniquement plausible et par-là même dignes d’être approfondies, on trouve celle sur les avions télécommandés.

Il existe certains éléments particulièrement troublants à propos de Raytheon. Un article paru dans USA Today en octobre 2001 annonçait que Raytheon avant téléguidé à 6 reprises un Boeing 727 de Fedex lors d’un atterrissage parfaitement exécuté sur une base aéronavale du Nouveau-Mexique en août 2001, sans pilote.

Le système utilisait des signaux radio émis depuis la partie finale de la piste et qui étaient envoyés à l’avion. Les dispositifs électroniques à terre coordonnaient leur localisation grâce au GPS. Aucun pilote à bord ne devait intervenir pendant la manoeuvre. Répétons-le : il s’agissait d’une technologie parfaitement au point et disponible en août 2001, un mois avant les attentats fatidiques.

Déjà au début de 2001 un avion spécial du programme Global Hawk avait traversé l’océan Pacifique, depuis les USA jusqu’à l’Australie, sans personne à bord.

Comme nous venons de le voir, les principaux acteurs de ces programmes ainsi que d’autres experts du secteur aérospatial sont officiellement morts le 11 Septembre 2001.

Une des objections soulevées quant à la vraisemblance d’un complot interne aux institutions et au Renseignement états-uniens est la difficulté, voire l’impossibilité, de maintenir le secret quand trop d’exécutants et de conspirateurs sont impliqués. Ceux qui organisent une tragédie comme celle du 11-Septembre sont de toute façon suffisamment impitoyables pour inclure même le sacrifice des exécutants qui pourraient parler, les mélangeant aux autres victimes. Les restes des victimes ont été entièrement gérés par les militaires. Difficile donc de savoir aujourd’hui comment et où sont morts les passagers.

Pour l’instant, ceci n’est qu’une hypothèse d’enquête.

Précision de Thierry Meyssan

meyssan_en_iranEn septembre 2002, à Téhéran, j’ai eu l’occasion de discuter très en détail des attentats du 11-Septembre avec Hussein Shariatmadari, directeur du groupe de presse Kheyan et porte-parole du Guide de la Révolution. C’était la première fois que je rencontrais un interlocuteur ayant une connaissance aussi précise du détail des attentats. Nous avons continué la discussion tard dans la journée.
A cette occasion, il m’a montré le travail de ses enquêteurs. Ceux-ci avaient suivi la même piste que Pino Cabras, mais avec des moyens beaucoup plus importants. Ils avaient constitué des dossiers biographiques pour chacun des passagers des 4 avions impliqués.
Ils étaient arrivés à un taux de trois quarts de passagers liés au Pentagone, non seulement dans le vol 77, mais dans les autres avions aussi.



[1] « 11-Septembre : le vol AA77 n’a pas pu être détourné », Réseau Voltaire, 29 novembre 2009.

[2] Extrait d’un article du Chicago Tribune.

[3] Source Los Angeles Times, 21 septembre 2001.

[4] Source Globe Star du 27 septembre 2001.

[5] Source : Chicago Tribune.

[6] Source : Rubrique nécrologique du New York Times du 13 septembre 2001.

par Pino Cabras, extrait des notes de l’article "11/9: il volo AA77 non poteva essere stato dirottato" paru sur son site MegaChipDue. Cet extrait figure aussi dans son ouvrage Strategie per una guerra mondiale.

Traduction GeantVert pour ReOpenNews.

Links:

http://www.voltairenet.org/article163869.html.

http://www.reopen911.info/News/2010/02/05/forte-densite-de-personnel-lie-a-larmee-dans-le-vol-77-qui-aurait-percute-le-pentagone.