Dopo anni in cui il quotidiano fondato da Scalfari hitlerizzava Assad ed esaltava i 'ribelli', compare un pezzo che demolisce la narrativa di fonte jihadista. Troppo poco e troppo tardi
Una delle testate giornalistiche più organiche alla NATO, la Repubblica, ha appoggiato fin dal 2011 l'aggressione alla Siria, bevendosi volontariamente tutti i resoconti della più improbabile delle fonti, l'Osservatorio siriano per i diritti umani, una "one-man-organization" con sede a Londra gestita da un personaggio affidabile come un autostoppista in manette (direbbe Caparezza).
Ecco invece che a inizio 2018, dopo anni di "reductio ad Hitlerum" e demonizzazione di Assad, fa comparire questo articolo non firmato - non nella sezione Esteri ma nella più irraggiungibile sezione Immigrazione - che dice peste e corna del suddetto Osservatorio, senza un solo rigo di autocritica.
Il che mi fa ragionevolmente ritenere che il pezzo sia stato infilato alla chetichella da una manina - chissà se interna o esterna al quotidiano - all'insaputa della redazione, come una piccola ribellione contro le Fake News istituzionali.
A futura memoria conservo comunque per voi la schermata. AGGIORNAMENTO h. 13:09:
L'articolo di Repubblica è stato nel frattempo modificato ed edulcorato specie nel titolo (com'era prevedibile). Resta la nostra schermata del pezzo originale.
AGGIORNAMENTO h. 20:30:
In tanti anni non mi è mai capitato di assistere a un caso simile: sullo stesso URL ora c'è addirittura una terza versione. L'articolo è stato rimosso e sostituito con una collezione raffazzonata di considerazioni in merito allo stato dell'informazione sulla Siria. Cosa che mi sembra rivelatrice dello stato dell'informazione dell'Italia.
____________________________________ Prima versione:
Tg3 del 25 settembre, l'ennesimo servizio di Giovanna Botteri. Alla giornalista del Tg3 viene riservato un ruolo bizzarro: essere di fatto non la corrispondente da New York, ma dal Resto del Mondo, comunque via New York.
Quel che accade nel pianeta appare o scompare nelle sue cronache secondo il suo arbitrio (o secondo l'arbitrio di chi le passa le carte nella sua sede).
Fare o non fare certi collegamenti fra i diversi fatti conferisce alla giornalista un potere enorme: i fatti esistono anche senza di lei, ma la conoscenza dei fatti e i loro collegamenti reciproci esistono solo se lei li racconta. E lei non li racconta. Riferisce solo un punto di vista, quello della CIA, l’organizzazione più attenta alla qualità del giornalismo occidentale.
Ieri parlava di Aleppo. In questi giorni c’è un’offensiva del governo siriano per liberare la seconda città della Siria dalla morsa delle formazioni jihadiste alleate delle potenze NATO, che per lunghi anni l’hanno parzialmente occupata e per il resto assediata. I tanti morti di questa battaglia sono solo gli ultimi di una vicenda pluriennale, su cui Botteri ha taciuto. La corrispondente non entra nemmeno nei labirinti della vicenda. Per lei, come per tutti gli sponsor delle formazioni jihadiste, i russi hanno “rotto la tregua” e stanno compiendo niente meno che un “genocidio”.
Non sto a ricordare che la tregua l’ha rotta l’attacco aereo statunitense di Deir ez-Zor (che ha massacrato la guarnigione siriana che resisteva all'ISIS e si è accompagnato a una puntualissima offensiva della stessa ISIS, e su cui Botteri non ha detto né ai né bai). Né sto a ricordare quanto si abusi della parola genocidio per patrocinare la propaganda di una parte in guerra e ‘hitlerizzare’ il nemico (un trucco criminale che funziona sempre).
Attiro invece l’attenzione sul collegamento che Giovanna Botteri – colpevolmente – non fa né oserà mai fare. Mentre le grandi potenze occidentali stigmatizzano le perdite di vittime civili in Siria e le attribuiscono ad Assad e a Putin, in questi giorni quelle stesse potenze battono ogni record nel fornire armi di ogni tipo all’Arabia Saudita, cioè il principale finanziatore e fornitore di ISIS e simili. È quella stessa Arabia Saudita che sta anche bombardando selvaggiamente la popolazione civile dello Yemen, proprio in queste ore, come fa da due anni in qua. Da quando il premio Nobel della pace Barack Obama è alla Casa Bianca, gli USA hanno dato all’Arabia Saudita la bellezza di 115 miliardi in armamenti, cui si aggiungono le forniture di bombe sardo-tedesche che partono dall’aeroporto a 10 km da casa mia.
Decine di migliaia di morti e milioni di senzatetto non scandalizzano le potenze che aiutano i massacratori. E perciò non scandalizzano Giovanna Botteri, che non ne parla, impedendo a milioni di persone di avere una visione completa del quadro.
Fino a prova contraria, lo stipendio a Giovanna Botteri lo paghiamo noi, non la CIA. E allora, perché ci propone soltanto il punto di vista della CIA?
Mi dicono che faccio domande ingenue. Ma preferirei che le sue veline venissero lette direttamente da un funzionario della CIA. Disintermediare per risparmiare.
da Megachip. ARTICOLO AGGIORNATO IL 18 SETTEMBRE 2017, h.9:30, dopo l'attentato a Manhattan
Siamo di fronte
a una svolta drammatica nella situazione internazionale. Un gravissimo episodio
militare con una strage in Siria avviene lo stesso giorno in cui qualcuno tenta
una strage a New York. La bomba di Manhattan, dato il luogo, attira più
attenzione e distrae verso altre tensioni, al prezzo di trenta feriti. Ma sono
le bombe in Siria a cambiare lo scenario.
Nel pieno
dell'incerta tregua negoziata da Russia e USA, un attacco aereo a sorpresa,
condotto dalle forze aeree della "coalizione" a guida statunitense,
ha colpito con bombe al fosforo le posizioni dell'esercito siriano nei
pressi della città orientale di Deir ez-Zor, intorno alle ore 17 di
sabato 16 settembre, uccidendo oltre un'ottantina di soldati.
Per singolare e perfetta coincidenza, dopo il bombardamento è scattata immediatamente un'offensiva delle forze di Daesh (ISIS), tese a riconquistare posizioni strategiche in una delle aree chiave per la tenuta territoriale dello pseudo-Califfato. L'offensiva jihadista è stata bloccata con un ulteriore costo in termini di vite umane pagato dall'esercito di Damasco.
Altra "coincidenza": si intensificano nel Sud della Siria gli attacchi israeliani all'esercito siriano impegnato in operazioni militari contro milizie jihadiste legate ad Al-Qa'ida.
Per capire la gravità della situazione, si consideri che la Russia ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU per discutere del bombardamento di Deir Ez-Zor, che - a quanto conferma il portavoce del Ministero russo della Difesa, Igor Konachenkov - è stato condotto da due cacciaF-16, due aerei di attacco al suolo A-10 e un drone, tutti entrati dalla frontiera irachena.
Da parte americana, il CentCom (il Comando Centrale degli Stati Uniti) ha dichiarato che si è trattato di un errore perché «la Siria ha una situazione sul terreno complessa con varie forze militari e milizie che combattono in prossimità».
I militari siriani dichiarano che non se la bevono, e accusano gli USA di essere l'aviazione di Daesh.
Mosca inizia dapprima con una dichiarazione circospetta e fa notare che - come minimo - gli USA agiscono con irresponsabilità: «Se l'attacco aereo è stato causato da dalle coordinate errate di obiettivi, allora si tratta di una diretta conseguenza della ostinata mancanza di volontà della parte americana di coordinarsi con la Russia nelle sue azioni contro i gruppi terroristici in Siria», ha sottolineato Konashenkov, lasciando uno spiraglio all'interpretazione dell'aggressione come un errore, seppure criminalmente colposo.
Tuttavia, con il passare delle ore, le accuse russe diventano molto esplicite e dirette.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato all'emittente Rossiya 24 : «Se già precedentemente potevamo dubitare che la Casa Bianca proteggesse il Fronte Al-Nusra, ora, dopo l'attacco aereo contro l'esercito siriano, possiamo trarre una conclusione inquietante per il mondo intero: la Casa Bianca protegge Daesh».
Mosca - nell'osservare una serie infinita di doppiogiochismi sulla vicenda siriana - ha sempre presenti le prime reazioni di due grandi vecchi dell'imperialismo USA, Zbigniew Brzezinski eJohn McCain: entrambi, non appena era iniziato l'intervento russo in Siria, nell'autunno del 2015, imputavano a Mosca di "distruggere i nostri asset". Dove gli asset, le risorse, erano i jihadisti che venivano armati in mille modi, direttamente o indirettamente, dagli USA e i loro alleati.
Una parte delle classi dirigenti washingtoniane non vuole rinunciare a usare l'ISIS e le altre formazioni jihadiste come propria risorsa strategica.
O il presidente Barack Obama è complice diretto di questa scelta o non controlla i suoi falchi. In entrambi i casi Washington ci porta sull'orlo della catastrofe. Può bastare l'abbattimento legittimo di altri aerei coinvolti in simili provocazioni per scatenare uno scontro diretto con conseguenze terribili. Altro che tregua.
Nel frattempo
l'ambasciatrice USA all'ONU, il super falco Samantha Power, scrive una dichiarazione direttamente col mitra.
Dice che la richiesta di convocare il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è solo un
trucco e che l'ISIS è colpa di Damasco e di Mosca. Power fa il nome di Assad e
attacca la Russia. Ma in realtà il suo bersaglio è il segretario di Stato
Kerry, che ha negoziato la pace in Siria. Pronuncia il suo discorso a
Manhattan, e le sue parole si confondono fra le sirene delle ambulanze di New
York.
Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di
parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra
e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del
governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e
ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry”(“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine
proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di
preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione
dell'Iraq, così come le sue conseguenze.
Andiamo al sodo. Questo non è affatto un
insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto
più forte di quanto molti analisti si aspettassero.
Le anticipazioni trapelate avevano lasciato
intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure
dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si
dà il caso.
Le domande chiave sono note a tutti.
-Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in
guerra?
-La guerra era legale?
-La guerra ha reso -
come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più
sicura"?
-Che cosa ha promesso
Blair a George W. Bush?
-Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
-L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
-I militari britannici non sono stati
capaci di resistere alle pressioni
di Blair?
Ci vorranno giorni per districarsi attraverso
l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.
Non
c'era "alcun bisogno" di
andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono
state prese "sulla base di
informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte
possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio
da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione
post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva:
Tony Blair "sopravvalutò la propria
capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo
di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso".
Blair era un semplice gregario, non un pilota.
Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato
solo come la scuola di intelligence dei
Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John
Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee,
che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro
materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho
passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi
di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati
dagli USA lo sapevano anche loro.
Così Blair non solo acquisì relazioni
d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico
con assoluta "certezza". Il
rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato
di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il
governo britannico "rimproverava la
Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava
che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità
internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In
assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il
Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza
".
Non aspettatevi che una trama come questa sia
presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.
Impegno per uccidere
un milione di persone
Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi -
che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso
l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era ilbarboncino
della relazione speciale strategica,
necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto
Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo,
del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso")
era quello nei confronti di George W.
Bush.
Il risultato, come pure sappiamo, va al di
là dello spaventoso. The Lancet, nel
2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che
effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante
cifra di 655.000iracheni morti a causa della guerra.
Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione
basata in USA, Physicians
for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità
sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a
una cifra di 1 milione (5 per cento
della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di
profughi.
Chilcot è stato attento a essere ponderato,
nell’affermare che "non siamo un
tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per
elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale
quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili
da enormi problemi legali sulla via di
Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy
Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot.
Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno
scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il
rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra
illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le
difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di
avvocati di cui dispone Blair.
Il golpe interno del Labour- orchestratodai blairiani - avrebbe
dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe
scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito
a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza
forza.
Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E
soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha
suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata
nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere
messo in stato d’accusa.
Tutte le
cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra
sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile
carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei
occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo
l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato
in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle
bugie.
Allo stato attuale, Tony Blair
probabilmente eviterà un biglietto di
sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli
persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunaleUE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo
del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla
fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi
dei rifugiati in Europa.
Nel febbraio/marzo 2015 scrissi un saggio e pubblicai un video su Pandora TV, intitolato “I Misteri di Parigi”. Si riferiva alla
tragedia del Charlie Hebdo del
gennaio di quell’anno.
Avendo studiato a fondo gli eventi dell’11 settembre 2001, avevo la
certezza che alle mie domande sul caso Charlie
Hebdo non ci sarebbe stata risposta. I
misteri dell’epocadell’inganno universale non sono
rivelabili. La società intera dell’Occidente esploderebbe se la verità
venisse scoperta. Si può solo, testardamente, accumulare gl’indizi che
dimostrano che essa non corrisponde a ciò che ci lasciano vedere e che ci
costringono a credere. Le conseguenze le lascio a coloro che tramano contro di
noi.
Ma allora non potevo nemmeno immaginare che avrei raggiunto la certezza della validità dei miei dubbi
solo qualche mese dopo averli espressi.
Ora possiamo affermare che l’intera narrazione ufficiale degli eventi del Charlie Hebdo — insieme alle sterminate
narrazioni “derivate” che la stampa e tutti gli organi del mainstream hanno prodotto — sono opera di disinformazione, di
manipolazione, di distrazione di massa. Il ministro degli interni francese, Bernard Cazeneuve, dopo adeguata
meditazione, ha infatti deciso che l’indagine
in corso per accertare tutte le responsabilità di quella strage doveva
essere fermata, chiusa a chiave, archiviata.
La motivazione? “Segreto militare” [1].
È del tutto evidente che il segreto
militare serve, per l’appunto, acoprire delle responsabilità.
Ovvio che non si tratta delle responsabilità dei “terroristi” che hanno
fisicamente preso parte all’azione delittuosa. Il termine “preso parte” è
sufficientemente indistinto e tale da consentire interpretazioni molto diverse
l’una dall’altra. Può voler dire: partecipazione consapevole, attiva,
progettuale, ecc; può anche voler dire partecipazione inconsapevole,
involontaria, “colposa”; può voler dire partecipazione coatta. Tutte queste
possibili - ed eventuali - forme di partecipazione devono essere indagate,
chiarite, scoperte. È la sostanza dell’indagine: quella che può consentire di
risalire alle motivazioni, alle complicità, ai mandanti, a coloro che hanno
tramato. Il “segreto militare” non può essere invocato in alcun caso tra quelli
sopra elencati. Esso viene invocato perché serve
a coprire responsabilità delle autorità, degli organi di polizia, dei servizi
segreti. Non serve di certo agl’interessi della democrazia.
Dunque la decisione di Cazeneuve è la prova che in una qualche fase del
massacro dei giornalisti di Charlie Hebdo,
e dell’assalto al grande magazzino casher,
vi sono state complicità, mancanze,
errori da parte di organi dello
Stato o di altri Stati.
Ma, le mancanze e gli errori dovrebbero — una volta individuati — non solo
essere perseguiti con il massimo rigore, ma anche resi pubblici per evitare che
si ripetano, per essere corretti, eliminati. Le indagini si fanno per questo.
Dunque anche in questi casi non è concepibile il ricorso al “segreto militare”
per fermare l’indagine. Restano le complicità.
Ma questo significa qualche cosa che non ha più nulla a che vedere con un
attentato terroristico “islamico”. Significa che uno o più organi di Stato sono
stati complici, o hanno costruito essi stessi l’attentato terroristico. Cioè
hanno attentato alla vita dei propri cittadini, li hanno uccisi. Non si
commette un tale crimine se non per sovvertire, per dirottare il corso della
politica interna, o estera, o entrambe, o l’assetto costituzionale.
Gli autori hanno dunque fatto uso della presenza di capri espiatori di
religione islamica per creare un clima di odio contro gli stranieri o gl’immigrati.
Ma la restrizione delle libertà e dei
diritti, ottenuta in questo modo, può essere indirizzata contro i
lavoratori, o i cittadini che protestano per le loro condizioni di vita. In
Italia questo modo di operare è stato battezzato da gran tempo con il nome di “strategia della tensione”. Negli Stati
Uniti ha preso il nome di “false flag operation” (operazione
sotto falsa bandiera).
Dunque Charlie Hebdo è qualcosa di simile a un
buco nero nel quale è ormai impossibile guardare in profondità. E c’è più
d’un motivo, come vedremo, per pensare che anche
la mattanza del 13 novembre 2015 sia un
altro buco nero nel quale non potremo guardare perché ce lo impediranno.
Anzi ce lo hanno già impedito, come accade in tutte le false flagoperations,
creando un’ondata emotiva gigantesca,
non più soverchiabile mediante il ragionamento, l’analisi, il ricorso ai fatti
realmente accaduti.
Tra i due buchi neri esiste una
relazione? Cercheremo di capirla, se esiste, dissipando le ombre che li
circondano e che si stanno già dilatando fino a oscurare tutto il panorama
europeo. E già questa sola constatazione induce a più d’una riflessione. Come è
possibile che l’azione di un gruppetto
di giovani e giovanissimi — tutti cittadini europei, per lo più di scarso
livello d’istruzione, con poca o nulla preparazione professionale e militare,
già noti alla polizia per piccoli crimini, insignificanti delinquenti comuni — che
hanno agito apparentemente allo scoperto, abbia potuto produrre effetti internazionali così grandi da
sconvolgere non solo la vita di centinaia
di milioni di persone in Europa, paralizzando tutte le maggiori capitali, ma
soprattutto modificando leggi
fondamentali degli Stati, regole della convivenza civile.
Nelle ricostruzioni della stampa li si è descritti come dei geni del male,
mirabilmente capaci di usare tutti i vantaggi della vita quotidiana del XXI
secolo; che sono riusciti a muoversi «nel fluido digitale e transnazionale
mondo d’oggi , eludendo ogni sistema di sorveglianza, stabilendo contatti tra
di loro, trasportando ingenti quantità di armi e di munizioni, pianificando le
loro azioni in un modo impeccabile».[2]
Trascuriamo l’enfasi retorica di queste quasi esaltanti (per i terroristi)
narrazioni. C’è qualcosa di stranamente incongruo in questo tipo di
ricostruzioni giornalistiche che, per altro, dilaga e gronda da tutti i mass
media del mainstreamQuasi che i giornalisti ignorino l’ovvio, e
cioè chei terroristi erano quasi
tutti già noti alla polizia, che non sembra avere fatto nulla per fermarli.
È evidente, di primo acchito, l’analogia con il modo in cui gli eventi
dell’11 settembre 2001 vennero “raccontati” al colto e all’inclita del mondo
intero. Ma i giornalisti del mainstream
occidentale hanno una scusa: non sapendo
nulla dell’11/9 non potevano fare i confronti. Sebbene abbiano sfoderato
continuamente l’analogia tra l’11/9 e il 13/11. I più anziani tra i lettori
ricorderanno che i 19 terroristi musulmani dirottatori dei quattro aerei —
anche loro, come questi ultimi disgraziati — riuscirono nell’impresa gigantesca
di annullare le difese della massima potenza mondiale armati di temperini. Anche
allora, dopo i quasi tremila morti del World Trade Center e del Pentagono,
sopraggiunse il famigerato USAPatriot Act, che cancellò in sostanza
alcuni articoli fondamentali della Costituzione americana [3]. Pochi compresero il nesso. Ma oggi la sproporzione tra piccola causa e immensi
effetti è di nuovo talmente stridente da non poter essere occultata. L’ultimo stato di emergenza in Francia
risale al maggio del 1961, quando
fallì il putsch di Algeri che avrebbe dovuto portare al rovesciamento
del presidente Charles De Gaulle. Il
solo fatto di mettere Hollande a confronto con De Gaulle sfiora la comicità.
E entriamo nel merito dell’accaduto e del modo in cui è stato raccontato al
grande pubblico europeo. Intanto ricordando che l’importante settimanale Paris Match aveva previsto l’«11
settembre francese» un mese e 11 giorni prima che avvenisse, cioè il 2 ottobre.
E lo aveva fatto attraverso un’intervista con il capo del pool antiterrorismo francese, il giudice Marc Trévidic. Che aveva profetizzato: «Gli
attacchi alla Francia saranno su una scala dell’ordine di grandezza dell’11/9».
Si dirà che era il suo mestiere quello di fare previsioni. Ma la sua posizione,
il suo incarico, davvero non gli davano strumenti e possibilità di fronteggiare
una tale banda di assai improbabili strateghi del terrore?
Questa previsione non fu, del resto, l’unica e isolata. Risulta che proprio quella mattina, era in corso un'esercitazionedi difesa civile che avrebbe impegnato polizia, personale
medico, pompieri, nel centro di Parigi, per fare fronte alle conseguenze di un’azione terroristica su larga scala. Ne
dava notizia France.info, mandando in
onda la dichiarazione di tale Patrick
Pelloux. [4]
Circostanza doppiamente singolare, perché Pelloux impazzò una prima volta su YouTube pochi minuti dopo il massacro
di gennaio, per essere stato sul
luogo della mattanza, scampato per
miracolo, nella sua qualità di tecnico medico per l’emergenza. «Eravamo
preparati», dice Pelloux, a novembre.
Lasciando il forte sospetto che fosse stato “preparato” anche nei pressi della
redazione di Charlie Hebdo, in
gennaio. Ed è solo una delle tante
singolarità di quel giorno fatale.
Come ha scritto, con una buona dose di sarcasmo, Roberto Quaglia, «viva le coincidenze! Perché chi ha mai detto che
non possa essere una coincidenza il fatto che tutte le volte si verifichino esattamente
le stesse coincidenze?» [5]
Infatti le analogie, o coincidenze, delle esercitazioni militari parallele agli attentati terroristici, sono
una costante inquietante da non perdere
d’occhio.
Cioè se per caso vi capiterà di sapere che è in corso, da qualche parte,
un’esercitazione militare, cercate di stare alla larga: statisticamente c’è una
discreta probabilità che si trasformi in un attentato terroristico.
Se si guarda appena un po’ indietro nel tempo di questi quindici anni di
“lotta al terrorismo internazionale”, si scopre che quasi tutti gli attentati terroristici di grandi dimensioni sono stati
accompagnati da esercitazioni militari che si svolgevano nello stesso giorno,
in perfetta coincidenza [6].
Quello che ci rivela lo strano personaggio Patrick Pelloux è la stessa,
identica storia dell’11 settembre, quello vero, del 2001. Anche allora si
scoprì, a posteriori, che in quella fatidica giornata erano state concentrate (in
diversi casi addirittura mutandone la data originaria, come per farle
coincidere tutte nello stesso giorno) una decina di esercitazioni militari di vario tipo, tutte destinate a scongiurare
un atto terroristico identico a quello
che si verificò proprio in quella giornata a New York e a Washington. [7]
(Non mi soffermo su un fatto del genere, accertato, documentato, ma del tutto
sconosciuto al grande pubblico mondiale. Invito soltanto chi avesse qualche
dubbio di leggerne con attenzione le sintesi contenute nelle note).
La stessa cosa, altrettanto identica, è stata accertata nel caso dei
quattro attentati simultanei di Londra
del 7 luglio 2005. In quel caso i
“terroristi” parcheggiarono la macchina a Luton, per prendere il treno alla
volta di Londra. Lasciando il bollo orario sul parabrezza, come se avessero in
programma di tornare a casa propria, la sera, e non di finire i loro giorni facendosi
esplodere in mezzo alla gente ignara. Tutti e quattro muniti di zaini , di
quelli che sono in uso tra gli studenti di ogni scuola europea. Tre di questi
zaini esploderanno in tre diverse stazioni della metropolitana di Londra. Il
quarto zaino, quello sulle spalle del diciottenne Hasib Mir Husain, incontra
una sorte leggermente diversa. Il ragazzo è salito su un autobus a due piani.
Che si ferma inopinatamente su una piazzuola di sosta, in quel di Tavistock. Non è stato possibile sapere
se il conducente abbia preso la decisione dopo avere sentito alla radio ciò che
stava accadendo nel metro, o quali altri motivi possano averlo spinto. Fatto
sta che i passeggeri dell’autobus, quelli che sopravvivranno all’esplosione,
raccontano che il giovane Hasib si era messo a frugare affannosamente nel suo
zaino, fino a che anch’esso, come i tre precedenti, gli esploderà in faccia
provocando la quarta strage di quel giorno.
Si seppe in quello stesso pomeriggio che quella mattina era già in corso
una esercitazione “di prova” che doveva permettere agli oltre 1000 partecipanti
di reagire tempestivamente a un quadruplice attentato dinamitardo in quattro
stazioni della metropolitana. Non è una supposizione. A riferirlo fu infatti un
protagonista diretto: Peter Power,
il direttore esecutivo della ditta privata, —la Visor Consultants — che stava effettuando l’esercitazione. La
stupefacente rivelazione fu trasmessa la sera del 7 luglio dalla BBC Radio 5 (Live’s Drivertime Program),
e poco dopo in televisione sul canale ITV ma non destò l’attenzione di nessuno.
P.
Power: Alle 9:30
stamani eravamo infatti in piena esercitazione, per una società che conta più
di mille persone a Londra, un’esercitazione basata su delle bombe
sincronizzate e pronte a esplodere esattamente in quelle stesse stazioni
della metropolitana dov’è accaduto stamattina. Mi si rizzano ancora i capelli
in testa.
ITV:
Per esser più chiari, avevate organizzato un esercitazione per sapere come
gestire tutto ciò ed è capitato mentre conducevate tale esercitazione?
P. Power: Esatto, erano circa le 9:30 stamani. Avevamo pianificato questa
esercitazione per una società, per evidenti ragioni non vi dirò il suo nome,
ma sono davanti alla TV e lo sanno. Eravamo in una sala piena di gestori
della crisi che si incontravano per la prima volta. In cinque minuti abbiamo
realizzato che quel che succedeva era vero e abbiamo attivato le procedure di
gestione della crisi in modo da passare dalla riflessione lenta alla
riflessione rapida, e così via.
Poi, per oltre tre anni, sulla rivelazione cadde il silenzio. Solo nel
2008, precisamente il 3 settembre, Peter Power ci ritornò sopra in una
conversazione sul J7 Blog Post, e poi
ancora il 3 ottobre, con molti particolari. Non risulta che sia mai stato
interrogato dagli inquirenti britannici, evidentemente non meno “distratti” dei
francesi che condussero le indagini sui due attentati parigini del 2015. [8]
Non meno singolare coincidenza fu quella che si verificò nell’attentatodella maratona di Boston il 15 aprile 2013. Anche in quel caso si
scoprì, nel mutismo generale dei media, che c’era stata in contemporanea una esercitazione
di presunta difesa civile. In uno dei filmati che il web mise quasi
immediatamente in circolazione apparivano ingranditi due dispacci del Boston Globe, che, uno dietro l’altro,
pochi minuti prima della tragedia, raccontavano una notizia sconvolgente: «La
polizia effettuerà una esplosione controllata al n. 600 di Boylston Street». E,
pochi minuti prima di questo, un altro dispaccio citava funzionari di polizia
che annunciavano una «esplosione controllata, tra un minuto, di fronte alla
biblioteca, come parte delle attività di una squadra di artificieri».
In altri termini la polizia di
Boston effettuava esplosioni “controllate” nel bel mezzo di una manifestazione
sportiva piena di gente e in
contemporanea con un attentato terroristico dove esplodeva, sul serio, una
bomba in mezzo alla gente. [9] Dove non si riesce a scegliere se fossero più stupidi coloro che inventarono
una tale imbecille operazione o i giornalisti che la trovarono normale, o i
magistrati che la ignorarono.
Anche in questo caso il mainstream
(americano e, sulla sua scorta, anche quello mondiale) si bevve con gusto il brodino
delle versioni ufficiali, esattamente com’era accaduto con la storia dell’antrace subito dopo l’11 settembre
2001, escludendo da ogni verifica le vertiginose incongruenze delle
ricostruzioni poliziesche. Anche in quel caso, di Boston, uno dei due presunti
attentatori (di cui fu subito sottolineata l’origine cecena, sebbene entrambi i
ragazzi avessero avuto contatti assai sporadici con la madre, che ancora viveva
a Grozny) venne ucciso, mentre “opponeva resistenza”, nelle ore immediatamente
successive, sebbene siano ancora visibili, sul web, le immagini che mostrano il
suo arresto, mentre viene fatto salire su un’auto della polizia, completamente
nudo e ammanettato. E emerse che anche
lui era sotto controllo della polizia da parecchio tempo. Il fratello minore
è seppellito nelle prigioni americane e non potrà più parlare per il resto dei
suoi giorni.
Nessuno riuscì a escogitare le motivazioni che avrebbero spinto i due
“capri espiatori” a compiere quel gesto. Esiste, in compenso, un’impressionante
documentazione fotografica che mostra la presenza, sul luogo dell’esplosione,
in mezzo alla folla, di un gruppo
paramilitare denominato Craft International, facilmente
identificabile per abbigliamento e distintivi, che ha per emblema un teschio e
per aforisma identificativo il seguente: “La violenza risolve i problemi”. Il
gruppo compare all’inizio dotato di zaini neri e, alla fine, gli zaini non ci
sono più, mentre i corpulenti giovanotti della Craft International
salgono tranquilli su un furgone nero. [10]
La storia e la cronaca di questi ultimi 15 anni ci autorizza, come minimo,
alla diffidenza. Ma, tornando ai tragici
eventi parigini del 2015, non si può evitare di raccogliere alcune altre
“stranezze” inspiegabili (cioè a cui è difficile dare risposta anche prestando
piena fiducia ai racconti ufficiali e ufficiosi elargiti al grande pubblico). Si
tratta per lo più d’informazioni che si possono trovare solo sul web. Il quale,
pur essendo luogo aperto a ogni fantasticheria, manipolazione, provocazione, contiene
anche una parte rilevante di dati che è possibile, con qualche ingegno, andare
a verificare e che, proprio per questo motivo, il mainstream ignora pervicacemente. Si veda, ad esempio, il ruolo
giocato da uno dei santuari di Internet, Wikipedia.
Che questa volta supera se stesso. Infatti chi fosse andato su Wikipedia la
sera del 13 novembre 2015 vi avrebbe trovato, alle 23:06, uno scritto che
riferiva che «il Presidente francese ha dichiarato lo stato di emergenza e
chiuso i confini dell’intera Francia». Sfortunatamente la dichiarazione di
Hollande sarà resa pubblica soltanto alle 23:58, cioè 52 minuti dopo la
pubblicazione di Wikipedia.
L’autore dell’articolo è anonimo, ma ha un numero che lo tradisce (e permetterebbe
di identificarlo). Il numero è 82.45.236.70. Non risulta che gl’inquirenti
siano andati a cercarlo e a interrogarlo, ma si ha ragione di dubitare di
questa eventualità. Eppure sarebbe interessante risalire alla sua identità,
visto che costui o costei sembra conoscesse in anticipo molte cose che
sarebbero accadute quella sera. Non tutte ma molte. Probabilmente troppe.
Costui o costei lavorò (lavorarono?) freneticamente per diffondere informazioni sull’attentato terroristico praticamente in
tempo reale. Il massacro comincia alle ore 21:16. Se si va a leggere il
primo dispaccio, delle 23:06, si scopre che il fantomatico scrittore è un “giornalista”
straordinario che non solo riesce a dare in anticipo il testo di una
dichiarazione esatta del Presidente francese, ma che, in due ore e 50 minuti,
fornisce una descrizione degli eventi con tutta una serie di particolari che
nessun organo d’informazione, nessuna agenzia, nessun resoconto radiofonico
aveva ancora registrato. Forniranno al pubblico di Wikipedia, tra le 23:06 e la
mezzanotte del 14 novembre, ben 13 aggiornamenti di ciò che stava avvenendo a
Parigi in quelle ore.
Ma — altro evento singolare all’interno di un evento straordinario — alle ore 00:00 tutti i 13 aggiornamenti
vengono cancellati e spariscono dalla pagina. Forse qualcuno si è accorto
che il presidente francese aveva parlato “dopo” Wikipedia. Ma sarebbe bastato
cancellare il dispaccio delle 23:06. Perché tutti e 13? Forse perché anche gli
altri erano usciti troppo presto? O forse perché lo scopo era già stato
raggiunto e non si voleva lasciare tracce? In ogni caso resta la domanda:
perché lo fecero? Non è dato saperlo. Forse il loro scopo era semplicemente quello
di usare l’autorità riconosciuta di Wikipedia per diffondere una determinata
narrazione dell’evento, anticipando in pratica tutte le maggiori fonti
d’informazione. Cioè “orientandole”. E noi non sapremmo niente di tutto ciò se
non fosse che qualcuno stava seguendo questo movimento di comunicazioni
“anticipate” e, essendosi incuriosito, fece un back-up completo delle 13
versioni e ce le ha restituite intatte, per la nostra riflessione. [11]
Dove si trovassero in quelle ore i signori e le signore che portano all'indirizzo
IP/nome utente 82.45.236.70 non possiamo saperlo. Perché abbiano fornito questo
servizio e poi lo abbiano cancellato è mistero ancora più fitto. L’unica cosa
che si ricava dalla lettura dei 13 dispacci, poi cancellati, è che tutti insieme
forniscono una versione precisissima,
“arabo-musulmana”, di ciò che è accaduto: i mostri che si aggirano per le strade di Parigi sono terroristi,
suicidi, siriani, islamici. Per fermarli occorre lo stato d’emergenza. La
sorpresa è assoluta, impossibile prevedere una cosa del genere. Nient’altro: è
ora di piangere i morti, di dare sfogo a paura e dolore. La mattina del 14
novembre sarà questo il Leitmotiv del
mainstream mondiale.
Solo che, come già stiamo vedendo, in questa sintesi estrema molte cose non quadrano. Basterebbe
aggiungere all’elenco gli avvertimenti, le anticipazioni, le soffiate, gli
allarmi delle ultime ore, e dovremmo concludere che solo degli irrimediabili
distratti o dei totali incapaci avrebbero potuto non avvertire puzzo di
bruciato. Tanto più che — come s’è visto — gli stessi inquirenti, la
magistratura, le forze dell’ordine, i servizi segreti, non solo quelli
francesi, avevano addirittura proclamato urbi
et orbi il pericolo imminente. Come interpretare, infatti l’allarmebomba che, quella stessa mattina del 13 novembre, fece sgomberare
in tutta fretta la Gare de Lyon? E
quello che, simultaneamente, fece sgomberare l’albergo in cui alloggiava la
squadra di calcio della nazionale
tedesca che doveva giocare quella sera contro la nazionale francese?
Mettiamoci anche il reporter di Abu Dhabi
Sports che, parlando dai bordi del campo poco prima dell’inizio della
partita, riferisce che le autorità francesi hanno ricevuto una segnalazione circa una bomba allo stadio
fin dal giorno prima. Perfino lui sapeva che qualcosa stava andando storto
quella sera [12].
Del resto, sempre a proposito di stranezze stupefacenti, era dalla metà di
agosto che l’allarme era stato lanciato e che l’allarme riguardava anche e
specificamente il Bataclan, la "salle de spectacles" dove
avvenne il grosso della strage. Lo rivela il già citato monsieur Trevidic, che
è ora vice presidente dell’Alta Corte di Lilla, dopo avere interrogato un certo
Reda Hame, arrestato dopo il suo ritorno dalla Siria. Doveva incontrarsi con
Abdelhamid Abaaoud, ma sicuramente era molto ciarliero. Infatti rivela al
magistrato che «il bersaglio più concreto di una prossimo attentato
terroristico sarebbe stato una sala di concerti rock a Parigi». Il Bataclan,
emerge, era stato indicato come un possibile obiettivo terroristico «almeno due volte in precedenza» [13].
E fa tre.
Poi la tragedia, per molti, troppi, quasi tutti giovani e giovanissimi,
uccisi. Sebbene il bilancio dei morti resti, al momento attuale, assai poco
chiaro, così come del tutto misterioso è il bilancio e le caratteristiche della
liquidazione della squadra di assassini.
Ma è il racconto che non quadra, che contiene troppi tasselli inspiegabili.
E una sola fonte: quella della polizia e dei servizi segreti. I giornalisti hanno scritto e detto molto:
purtroppo nessuno di loro ha visto niente. Dall’inizio alla fine. E quello che
riferiscono, sulle colonne dei giornali, dai canali radio e televisivi, è la
confusa ridda di versioni ufficiali, poi quelle di seconda, terza, quarta mano,
nessuna delle quali è verificabile, ma tutte assunte come credibili, anzi certe.
Poi ci sono le invenzioni vere e proprie, come quella, invero comica, del
“terrorismo delle freccette”, in base alla quale Abaaoud avrebbe mandato i suoi
uomini allo sbaraglio, nei mesi precedenti, tirando al bersaglio una serie di
dardi, a casaccio, fino a che uno sarebbe arrivato a segno. [14] Cioè il capo del sanguinoso complotto, l’ovviamente defunto e dunque non più in
grado di confermare o smentire, sarebbe stato “sotto una crescente pressione
per realizzare qualche cosa di grosso”.
Pressione da parte di chi? C’era qualcuno che tirava le fila? Chi era?
La risposta a queste domande non c’è, dunque tutta la complessa operazione, e le sue gigantesche
conseguenze, sarebbero il frutto della mente e dell’organizzazione di uno sprovveduto, vanaglorioso delinquentello,
che avrebbe passato mesi a “tirare le freccette” fino a che una, almeno una,
andasse a segno. Una di queste “freccette” sarebbe stata l’azione del 26-enne di
origine marocchina, Ayoub el Khazzani,
che in agosto emerse dalla toilette di un treno ad alta velocità diretto a
Parigi, armato di un kalashnikov , solo per essere disarmato, senza avere
sparato nemmeno un colpo, da tre
provvidenziali passeggeri americani. Insomma Abaaoud stava andando a
casaccio, sempre che fosse lui a guidare l’impresa. E, dato il suo
comportamento altamente stravagante (sempre secondo le fonti di polizia o di
altri esperti militari chiamati in soccorso dai giornalisti per spiegare
l’inspiegabile), non è escluso che il giovanotto fosse in un qualche stato di
inquietudine.
Chi è la fonte di questa informazione? Un certo Louis Caprioli, ex vicecapo dell’unità antiterroristica interna
francese. «Tutto in questo 2015 era fino ad ora andato male –dice Caprioli —
fallimenti, imbarazzanti fallimenti». E Charlie
Hebdo? Un indubbio successo del terrorismo, appunto nel 2015. Ma
evidentemente Abaaoud non era di quella partita. Poi verrà il salto di qualità
del 13/11, cioè il passaggio da un kalashnikov che non spara un colpo, a una squadra
di “almeno nove” killer. In realtà parecchi di più.
Se poi si esamina quello che sappiamo del capo di questi tre commandos, appunto Abdelhamid Abaaoud, ne viene fuori un quadro sconcertante. Quasi
tutti i resoconti, o racconti, lo descrivono come un “soldato di fanteria”, divenuto – non si sa come — “colonnello nella gerarchia dello Stato
Islamico”.
Quando arrivò la prima volta in Siria “fu incaricato di raccogliere i corpi
dei soldati morti in battaglia” e, specificamente, di “svuotare le loro
tasche”. Aveva certo una predilezione per lo spettacolo. Apparve più volte
sulla rivista online della jihad, Dabiq,
qualche volta mostrandosi sghignazzante mentre scaricava cadaveri da un pick-up, qualche volta sfottendo i servizi
segreti che non erano riusciti a rintracciarlo mentre passava attraverso le
frontiere europee, qualche altra volta minacciando attentati.
Secondo David Thomson, autore di un volume sui jihadisti francesi, Abaaoud
“era considerato niente di speciale”. Ciò che sembra qualificarlo come qualcuno
che se la cavava meglio pare sia stata la sua abilità nello sfuggire ai
controlli. Una delle imprese più eclatanti fu il 20 gennaio 2014 quando portò
con sé il fratello tredicenne Younes, verso la Siria. Furono fermati al
controllo passaporti. Infatti Abaaoud era sulla lista dei ricercati [15]. Ma Abaaoud dichiara che lui e il fratello stanno andando a visitare la famiglia
in Turchia e vengono lasciati passare.
Dove è difficile dire se è più incredibile il comportamento delle autorità
francesi di polizia, e di quelle belghe, oppure quello dello stesso Abaaoud che
si espone al rischio di essere arrestato con tanta totale incoscienza e
mancanza di accortezza. Siamo di fronte al ritratto
collettivo di polizie ripetutamente incapaci, con al centro un terrorista
“islamico” piuttosto balordo, che rischia di farsi prendere ripetutamente per
totale incoscienza. A meno che fosse
sicuro che non lo avrebbero preso fino a missione compiuta.
C’è da chiedersi come mai i
giornalisti che hanno scritto questi resoconti non siano stati in grado di formulare essi stessigl’interrogativi che quibalzano agli occhi. Siamo di fronte a
colleghi che sembra siano stati privati del beneficio del dubbio. Cosa che,
probabilmente, influirà positivamente sulle loro carriere giornalistiche [16].
Ma questo è un altro discorso, che riguarda la Grande Fabbrica dei Sogni e
delle Menzogne. Colpisce, tra le molte altre inquietanti sorprese, il fatto che
in pratica esiste una sola foto
dell’interno del Bataclandopo il massacro.
Stranezza oltre ogni immaginazione nel tempo moderno dove ormai tutti — e
sicuramente tutti coloro che erano andati a sentire il concerto — hanno in
tasca un cellulare in grado di fotografare e filmare. Siamo ormai abituati a
vedere immagini raccapriccianti fotografate e filmate dagli stessi protagonisti,
nelle condizioni più impensabili e drammatiche. Possibile che nessuno delle
centinaia di sopravvissuti abbia fatto altrettanto? Certo nessuno poteva
fotografare al buio e durante la sparatoria. Ma una volta finita la mattanza e
l’ingresso della polizia, nessuno ha pensato di fissare ciò che stava vedendo?
In uno dei pochi filmati, quello girato con il cellulare dalla finestra del
vicolo adiacente da un testimone, è possibile vedere, tra i corpi dei morti che
giacciono a terra accanto all’uscita laterale del locale, uno dei feriti che
accende il suo cellulare e cerca di comunicare, forse con un amico o un
familiare, la sua situazione. Cerca soccorso, mentre ancora risuonano alcuni
spari, radi, provenienti dall’interno. Possibile che nessuno dei sopravvissuti
abbia fatto altrettanto? Strano.
Eppure una ricerca su Google rivela che effettivamente queste foto non ci
sono. E l’unica che a quanto pare esiste, è di una stranezza assoluta. Con una
lunga striscia rossa curvilinea sul pavimento, che sembra stata fatta trascinando
qualche oggetto imbrattato di rosso, largo circa un metro, attorno ai corpi dei
morti (cioè quei cadaveri erano già per terra, in quelle posizioni, e chi ha
disegnato quelle strisce rosse lo ha fatto “attorno” ai loro corpi). Mentre molti
cadaveri delle circa 15 vittime visibili nella foto appaiono stranamente privi
di chiazze di sangue [17].
Ma la faccenda dell’”unica foto” diventa ancora più complicata qualche mese
dopo, quando un giornalista francese, Hicham
Hamza, viene arrestato e incriminato ufficialmente per “violazione del
segreto istruttorio e diffusione di immagini gravemente lesive della dignità
umana”. Hamza scrive per un sito, www.panamza.com, che già aveva accuratamente
passato al setaccio la faccenda di Charlie
Hebdo. Cosa ha fatto di tanto grave? Il 15 dicembre 2015 aveva diffuso
quella foto dell’interno del Bataclan, scattata a quanto pare pochi minuti dopo
la strage. Da chi non si sa. Il fatto è che Hamza trovò la foto su un tweet
firmato “Israele News Feed” “@IsraelHatzolah”. Dunque l’unica foto del Bataclan
è stata resa nota da un sito israeliano. Maurizio Blondet, che ha rivelato
questa circostanza per i lettori italiani, si addentra nella scoperta
sollevando un masso sotto il quale molti interrogativi si muovono. «Israel
Hatzolah — scrive — è praticamente la stessa cosa di United Hatzolah, una ONG israeliana di paramedici che collabora con
l’esercito di Israele», e il cui presidente è Mark Gerson, un ebreo americano
che fu direttore esecutivo del think-tank “Project for The New American
Century” (PNAC) [18].
Per chi non ha la memoria corta si trattò del centro d’irraggiamento delle
idee neocon che conquistarono il
governo degli Stati Uniti con George Bush Jr e con tutta la squadra che gestì
la “New Pearl Harbor” dell’11 settembre 2001, e che portarono l’America a
invadere l’Afghanistan e l’Irak. Dunque l’unica
foto del Bataclan post massacro viene diffusa al pubblico mondiale da una fonte
israeliana collusa con i neocon [19].
Ma Blondet procede oltre. Il Bataclan apparteneva, fin dal lontano 1976
alla famiglia ebraica Toutou, e venne venduto l’11 settembre 2015, cioè due
mesi prima della strage [20].
I vecchi proprietari si sarebbero trasferiti in Israele subito dopo la vendita.
Coincidenze, nient’altro che coincidenze, ovviamente. Solo che il Times of Israel scrisse, dopo la strage,
che «i responsabili della sicurezza della comunità ebraica erano stati
avvertiti in anticipo dell’imminenza di un grosso attentato terroristico» [21]. La notizia, che fu poi censurata, includeva il nome dell’autore del preavviso:
il banchiere Edmund De Rotschild.
Non meno strana l’intervista che Jesse
Hughes, il cantante degli Eagles of
Death Metal, ha rilasciato a Fox Business Network quattro mesi dopo l’attentato.
In essa il cantante rivela che quella sera, “ben sei uomini addetti alla
sicurezza dietro le quinte, erano inspiegabilmente assenti”. Forse, aggiunge,
“avevano ragioni per non venire”.
I dubbi s’infittiscono. Un altro dei quali scaturisce dall’esame collettivo
della squadra di macellai che ha agito la sera del 13/11. Abbiamo nove nomi,
che ci sono stati forniti dalla polizia. Otto di loro sono morti. Uno è ancora
in fuga mentre scrivo queste righe. Di sette conosciamo qualcosa delle loro
biografie. Per esempio che erano tutti
schedati. Cioè erano sotto controllo.
Tutti i loro precedenti erano quelli
di piccoli criminali comuni. Nessuno
di loro aveva un passato di fervente credente e praticante. Solo dal 2013 in
avanti alcuni di loro mostreranno un più o meno intenso feeling religioso, che li avrebbe spinti a mettersi in movimento.
Di Abdelhamid Abaaoud s’è già
detto qualche cosa. È stato in carcere più volte per furto e aggressione. I due
fratelli Abdeslam, Ibrahim (31 anni)
e Salah (26 anni), erano proprietari, fino al 5 novembre, — cioè sette giorni
prima dell’attentato — di un bar del quartiere di Molenbeek a Bruxelles, chiamato
“Les Beguines”, frequentato da prostitute e dove si spacciava droga. L’ex
moglie di Ibrahim, Niama, parla di lui come di uno che «si faceva canne,
dormiva tutto il giorno e non aveva lamentele contro l’Occidente».
Vi pare la figura di uno che, otto giorni dopo, si farà saltare in aria in
un bar di Boulevard Voltaire?
Di Samy Amimour si sa che era
sotto gli occhi della DGSE, l’intelligence francese, fin dal 2012. Quando lo
arrestano, per tenerlo in cella d’isolamento per 86 ore, gli trovano in casa
una storia dei profeti, istruzioni sulla dieta del buon credente, una copia
dell’Èquipe e una di France Football. Il suo nickname è
quello di un noto culturista, Samy Coleman. Dunque un culturista tifoso di
calcio. Interrogato avrebbe detto di essere favorevole alla “jihad difensiva” e
di non poter “nemmeno concepire il martirio”. Anche lui si sarebbe fatto
esplodere dentro il Bataclan all’arrivo delle forze di polizia.
Ismael Omar Mostefai era stato
schedato dalla polizia addirittura del 2010, arrestato otto volte, ma dopo
avere fallito al concorso per entrare in polizia.
Fouad Mohammad Aggad: era un
sorvegliato speciale, di quelli che sulla scheda segnaletica hanno la “S”.
Precedenti per spaccio e risse. Il più innocuo della squadra era Bilal Hadfi: ventenne, denominato Billy
Hood, anche lui schedato. Beveva e andava in giro molestando le ragazze.
Ce n’erano altri due, sui cui nomi veri c’è da dubitare perché avrebbero avuto
passaporti falsi. Comunque non si sa nulla. Nomi fotocopia: Ahmad al Mohammad e Mohammad al Mahmoud, si dice
provenienti dalla Siria, via
Turchia, entrambi saltati in aria nei pressi dello Stade de France, e dunque
comparse cancellate dall’oblio del perossido di acetone. Il conto è fatto.
Dei nove già nominati, cinque saranno quelli che, sempre secondo il
racconto della polizia, salteranno in aria (tre presso lo stadio, cioè Hadfi,
Ahmad e Mohammad; uno, Hamimour, esploso — pare—nel Bataclan; l’altro, Ibrahim
Abdeslam, esplode in un bar di Boulevard Voltaire). Restano vivi in quattro,
fino a questo momento. Uno di questi è Salah Abdeslam, fratello di Ibrahim, quest’ultimo
già esploso al Comptoir Voltaire. La polizia informa che, dopo il massacro di
Parigi, Salah torna in Belgio in macchina, insieme ad altri due passeggeri. Potrebbero
essere Mostefai e Aggad, i due fucilieri del Bataclan rimasti in vita (Amimour
si è ufficialmente fatto esplodere). Ma non è sicuro.
Se i due in questione sono morti dentro il Bataclan, significa che almeno
altri due dei partecipanti all’operazione si sono salvati, cioè il team era più
numeroso di quanto detto. Quello che è sicuro è il fatto che l’auto viene
“fermata dalla polizia per ben tre volte, l’ultima il 14 novembre alle 9 del
mattino, a Cambrai, ormai a 50 chilometri dal confine belga (in questi momenti
qualunque guidatore con la pelle un po’ scura viene fermato, spiega un avvocato
degli arrestati minori) e gli agenti non trovano niente di strano nel
terzetto” [22].
E veniamo ora ai tre suicidi attorno
allo stadio. Ore 21:20. Primo kamikaze. Salta con la sua cintura esplosiva
nei pressi della porta D dello stadio dopo che gli è stato impedito l’ingresso.
Oltre a lui rimane ucciso un passante che si trovava poco distante. Ore 21:30
il secondo kamikaze esplode nei pressi di un ristorante. La vetrina risulta
soltanto incrinata. Nessun morto oltre lui. Ore 22: il terzo kamikaze esplode
mentre si trova all’entrata di un vicolo cieco. Come se stesse cercando di
nascondersi. Bilancio di tre esplosioni: tre kamikaze uccisi e un morto. Invece
che una strage in questo caso si può a ragione parlare di una “mancata strage”. Lo stupore di
Blondet, e il mio, viene corroborato da quello della France Presse che,
citando una fonte anonima della polizia, scrive: «È incomprensibile. Un
miracolo che ci siano state così poche vittime. Concretamente quel che hanno
fatto (i jihadisti, ndr), a parte suicidarsi, non ha alcun senso. Se volete
fare una carneficina, lo fate al momento dell’entrata o dell’uscita degli
spettatori (…) qui ci sono solo dei tizi che si sono suicidati». La polizia
francese è distratta, ma qualcuno ragiona. Solo che preferisce restare anonimo.
Andiamo ora a vedere cosa succede al quarto
attentatore suicida. Solo le ore 21:45. Quindici minuti dopo il secondo
kamikaze dello stadio e quindici minuti prima del terzo. Ibrahim Abdeslam è
seduto sulla terrasse al n.253 di
Boulevard Voltaire. I testimoni, padrone del locale e camerieri, ricordano che
se ne sta taciturno e tranquillo. E prima di saltare per aria non grida, non
inneggia al Profeta. Quando la cameriera si avvicina per prendere l’ordinazione
avviene l’esplosione. Lui muore, lei, seppure gravemente ferita, rimane in
vita. Bilancio al momento: quattro kamikaze morti, un solo disgraziato passante
li ha accompagnati a miglior vita. L’anomalia della situazione diventa enorme. E
sempre più inspiegabile, date le premesse. Tanto più che Ibrahim sarebbe stato
colui che noleggiò la SEAT nera e la parcheggiò a Montreuil, lasciando al suo
interno tre kalashnikov, con cinque caricatori pieni e 11 vuoti. Una cosa
sconclusionata. Che se ne facevano di undici caricatori vuoti? Erano quelli del
Bataclan? Ma chi ce li ha portati? In tal caso sono rimasti vivi. Doveva partecipare
anche lui alle sparatorie? Ma non lo fece. Era suo compito aspettare i macellai
del Bataclan e portarli fuori città? Ma allora perché si fa esplodere prima che
il massacro cominci? E in quel modo, insensato come quello dei tre suicidi
dello stadio?
Anche qui riemerge la sbalorditiva
creduloneria dei giornalisti dei grandi organi di informazione: non ce n’è uno che metta insieme i pezzi
del puzzle che ha di fronte. Possibile che a nessuno sia venuta in mente la
possibilità che i quattro kamikaze siano stati fatti saltare per aria da un sistema d’innescoa distanza? Cioè che non siano stati loro a decidere il momento, a
premere il pulsante fatale, ma qualcun altro (alla luce dei risultati anch’egli
piuttosto sprovveduto), che si trovava da qualche altra parte?
Non si potrebbe ipotizzare che almeno qualcuno di loro non sapesse affatto
di essere destinato a fare il kamikaze, ma che avesse ricevuto in dotazione un
cellulare per mantenere le comunicazioni con gli altri del commando. Un
cellulare in realtà riempito di esplosivo e comandato a distanza (così si
spiegherebbe la debolezza delle cariche)? Ipotesi queste, niente affatto
peregrine, se si ricorda quante volte, al passaggio del metal detector di un
aeroporto, i sorveglianti chiedono di accendere il cellulare per vedere se è
davvero un cellulare [23].
E che dire dei due cellulari ritrovati dalla polizia: uno nei pressi dello
stadio, l’altro nei pressi del Bataclan? Sembra che questa banda di pasticcioni
sanguinari abbia volutamente lasciato tracce per la ricostruzione degli eventi.
E risulta — sempre dalle informazioni postume fornite dagl’inquirenti — che ci
fossero telefonate continue che collegavano il cellulare di Abaaoud e quello di
almeno uno dei kamikaze dello stadio, mentre uno del terzetto del Bataclan
avrebbe comunicato, non si sa a chi, via sms, che stava per cominciare la
strage. Queste le trouvailles che la
polizia ha lasciato filtrare in diversi momenti delle indagini [24].
Lascio da parte molte altre informazioni, che Maurizio Blondet ha raccolto [25],
dove testimoni oculari parlano di altri
killer, di alta statura, di pelle bianca, arrivati a bordo di una Mercedes
nera, atletici, vestiti di nero, che
“sembravano militari o mercenari”, efficienti e operativi nelle sparatorie
contro i bar e ristoranti. O dei quattro , che “sembravano morti viventi, come
fossero drogati”, che se ne stettero a bordo della Polo nera con targa belga,
parcheggiati non molto lontano dal Bataclan, per quasi due ore. Tanto sospetti
che un avventore di un vicino locale cercò di avvertire la polizia, ma senza
successo.
Fino alla conclusione della mattanza
del 18 novembre, altrettanto inverosimile di tutto quanto fin qui
raccontato. La polizia, la DGSE, trovano il covo di una parte dei terroristi: è nel quartiere di Saint Denis,
un appartamento al terzo piano di Rue de Corbillon. Sono passati poco più di
tre giorni. Sono le quattro del mattino del 18 novembre.
Il quartiere viene sgomberato e circondato da un grande schieramento di
forze militari e di polizia. I terroristi non possono sfuggire. Sarebbe
cruciale prenderne qualcuno vivo in modo che possa raccontare tutto quello che
sa. Invece le forze di polizia lanciano l’assalto.
Comunicheranno dopo di avere sparato più di 5000 proiettili, accrescendo
così il sospetto che lo scopo
dell’operazione fosse di non farne uscire nessuno vivo. Dentro — risulterà
— erano solo in tre. L’unica donna, la cugina di Abaaoud, Hana Ait Boulachen
cercherà disperatamente, gridando, di segnalare alla polizia che lei non
c’entra per niente. La polizia dirà che si è fatta esplodere, poi rettificherà
dicendo che è morta nell’onda d’urto dell’esplosione con cui uno dei due uomini
si è immolato.
Chi fossero ce lo racconta ancora la polizia. Di uno dei due non si conosce
l’identità. Di lui è restata solo una porzione del cranio. Dell’altro invece,
stando alla ricostruzione di Repubblica, già qui citata, si sa tutto. E’
bastata “la falange del dito di una mano”, unico “brandello di un cadavere
dilaniato dall’esplosione di un giubbotto imbottito di Tatp, perossido di
acetone”, per ricavare che quel dito apparteneva a Abdelhamid Abaaoud. Questa volta la carica era così potente da
fare fuori tre persone in un colpo solo: mica come quelle degli altri kamikaze!
Davvero era
necessario sparare cinquemila proiettili? Hanno fatto tutto da soli.
Sarebbe bastato aspettare il far del giorno. Così il bilancio finale della
squadra di killer islamici dice che i morti ufficiali sono stati otto. I sei
kamikaze hanno ucciso un solo estraneo. Tre sono fuggiti, di loro conosciamo
soltanto Salah, gli altri due non sono noti. Forse coincidono con Mostefai e
Aggad, usciti vivi dal Bataclan. Ma non è certo. Dei giovanotti vestiti di nero
scesi da una Mercedes non c’e traccia nei racconti ufficiali. Di chi era il
pezzo di cranio? Chi fu il bombarolo che preparò le cariche? Perché i cellulari
lasciati a terra? Perché l’assalto del quartiere Saint Denis? I kamikaze erano
“radiocomandati”? Cioè c’era qualcun altro che schiacciava i pulsanti dei
detonatori? Perché non ci sono fotografie del salone del Bataclan dopo
l’eccidio?
Forse sarà necessario fare di nuovo ricorso al segreto militare. Chi scrive non ha nessuna di queste risposte.
Ma questo non lo priva della possibilità di formulare delle ipotesi semplici.
Torno alla strage di Charlie Hebdo.
Il segreto militare del ministro Cazeneuve ha fermato l’indagine quando sono
emersi i contatti tra un informatore che agiva per conto dei servizi segreti
francesi e il terrorista Ahmedy Coulibaly. Le polizie di tutto il mondo
infiltrano i loro uomini e donne nelle organizzazioni criminali e
terroristiche. E, simultaneamente usano i criminali e i terroristi che hanno
intrappolato preventivamente, come strumenti per raccogliere informazioni,
ricattandoli. Da qui al loro uso come attori, comparse, capri espiatori da
esibire al pubblico in caso di necessità, il passo è brevissimo. Tanto più
facile quando questi capri espiatori non sanno di esserlo e agiscono con la
convinzione di essere eroi che lottano per la loro causa, quale che essa sia.
E, tanto più sono fanatici, quanto più è possibile guidarli verso obiettivi
opportunamente predisposti. Con questi mezzi si possono compiere piccole e medie provocazioni. Ma si
possono anche realizzare, quando serve, grandi,
colossali, sanguinose false flag
operations, operazioni in cui deve sventolare agli occhi del pubblico
una “falsa bandiera”, mentre coloro che le hanno organizzate rimangono totalmente
al coperto.
In questo caso almeno sette dei kamikaze morti nell’attacco terroristico del
13/11 erano nella condizione di
ricattabilità. La libertà di movimento di cui hanno goduto suggerisce che
erano anche sotto una qualche rete di
sicurezza.
Il compito della democrazia, se esiste, è scoprire chi costruisce queste
operazioni. Il segreto militare, il segreto di Stato, al contrario, serve per
proteggere i servizi dello Stato che — magari lavorando per altri Stati —
deviano dai loro compiti e dai loro doveri. A meno che, come ci ha fatto
ricordare Wikileaks, siano altri servizi
segreti (o settori deviati), di Stati
amici, che non è possibile smascherare, proprio perché ufficialmente amici,
i quali organizzano la false flag
operation per punirci quando diventiamo disobbedienti. Qualcuno potrebbe
non sopportare che noi europei ci consideriamo “alleati ma non allineati”.
Neppure su questioni secondarie. Dobbiamo essere in ginocchio, sempre, altrimenti potremmo essere oggetto di “una
lista di obiettivi di rappresaglia, che crei una certa sofferenza” [26].
Se le cose stanno così dobbiamo, noi europei, chiederci se siamo disposti a
lasciarglielo fare.
NOTE
[1]Avis n° 2015-09 du 18 juin 2015(Journal Officielde la Republique Française): contiene la
notizia di una lettera del 1° giugno 2015, in cui il ministro degl’interni B.
Cazeneuve si oppone a una richiesta di declassificazione di importanti
documenti dell’inchiesta da parte dell’istanza dei giudici del Tribunale di
Lilla. La commissione consultiva per il segreto circa la difesa nazionale, dà
ragione al ministro.
Solo il 10 settembre la notizia verrà rivelata al grande pubblico dal
sito francese Mediapart, dove, per la
penna di Karl Laske, si saprà che l’inchiesta dei giudici francesi, Stanislas Sandrapos e Richard Foltzer, circa il percorso seguito dalle armi
del defunto terrorista Coulibaly è stata fermata là dove emergevano i rapporti
tra i terroristi e i servizi segreti francesi. L’inchiesta della magistratura
aveva rivelato che Coulibaly acquistò le armi da un certo Claude Hermant,
importatore di armi attraverso la società commerciale Seth con sede a
Haubourdin, e collaboratore dei servizi segreti francesi.
[3] «Per la legge in questione è stato usato un acronimo orwelliano:
‘USA PATRIOT Act’ è la sintesi di "Uniting
and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act", ossia "Legge per unire e rafforzare l’America offrendo gli
strumenti adatti richiesti per intercettare e bloccare il terrorismo". Attraverso il nome è stata data una perentoria patente
di patriottismo a un delicato provvedimento che in realtà sospende molte leggi
di garanzia. Con un metodo ricattatorio (chi si oppone a qualcosa che si chiama Patriot diventa per
definizione ‘antipatriottico’) l’amministrazione Bush ha subito mirato a
tacitare le critiche e prevenire discussioni sugli ineluttabili abusi» (cfr. Pino Cabras, Strategie per
una guerra mondiale, Aisara, 2008).
È interessante notare che persino in occasione della strage di Oslo del 22/07/2011,
come rivelò il più importante quotidiano norvegese, Aftenposten, la scena del crimine aveva letteralmente ricalcato
simulazioni in corso degli apparati di sicurezza in quella stessa giornata. Solo
poche ore prima che Anders Behring Breivik
iniziasse a sparare sui ragazzi di Utøya le squadre di emergenza della polizia
avevano concluso un'esercitazione in cui avevano sperimentato una situazione
quasi identica: «un attacco terrorista mobile nel quale l'unico obiettivo di
uno o più esecutori consisteva nello sparare a quanta più gente possibile e poi
nel fare fuoco sui poliziotti al loro arrivo. “Era assai simile allo schema.
Così ha voluto il caso”, dichiara
una fonte attendibile della polizia, che ha chiesto l'anonimato». (http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=63448).
[13] R.
Callimachi, K. Bennhold and L. Fourquet, " How
the Paris Attackers Honed Their Assault Through Trial and Error", New York Times, 30 novembre 2015.
[14]Ibidem. Dartboard terrorism.
[15]«Era nel database di tutti i paesi europei, ma ritornò in
Europa come se stesse per andare in una vacanza al Club Med». New
York Times, 30/11 (frase
attribuita dal NYT alla madre, anonima, di uno dei jihadisti morti nei
combattimenti in Siria. C’è da dubitare, tuttavia che la madre di un terrorista
adotti questo tipo di linguaggio e riferimenti turistici di questo genere).
[16] Mi riferisco specificamente a tre ricostruzioni degli eventi: 1) Wall Street Journal (27-29/11), firmata da Mathhew
Dalton, Inti Landauro, Noemie Bisserbe, Mohammad Nour Alakraa, Matt Bradley,
Dana Ballout, Giada Zampano, Anton Trojanovski; 2) Quella citata del New York Times (30/11),
firmata da K. Callimachi, K. Bennhold, L. Fourquet; 3) La Repubblica (20/11),
Con le firme di Carlo Bonini, Giuliano Foschini, Anais Ginori, Fabio Tonacci.
[22]http://www.maurizioblondet.it/parigi-qualche-kamikaze-era-radiocomandato/ Devo alla ricostruzione di Maurizio Blondet, ricca di particolari e di
citazioni dalle fonti francesi, gran parte dei dati riguardanti gli attentatori
suicidi, e anche gran parte delle sue considerazioni successive, che considero
molto convincenti.
[23] “Secondo una fonte giudiziaria — scrive il Figaro —le cinture esplosive avrebbero potuto essere azionate da
telefono portatile”.
[26] Wikileaks ha publicato un cablogramma che l’ambasciatore americano a
Parigi inviò al Dipartimento di Stato il 14 novembre 2007. Nel quale si
formula, riferendosi ai negoziati di libero scambio tra Europa e Stati Uniti,
la proposta di “calibrare” la lista, sia verso l’Europa intera, poiché “la
responsabilità è collettiva”, sia verso i “responsabili principali”, cioè la
Francia. Il tutto in un contesto come quello di “alleati ma non allineati”.
Frase che lo stesso cablogramma riferisce all’allora presidente francese Sarkozy.
Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi
Chi cura questo blog
Pino Cabras (1968) è laureato in Scienze Politiche e lavora in una finanziaria d’investimento, per la quale ha curato diversi programmi negli Stati Uniti e in Asia. Ha pubblicato "Balducci e Berlinguer, il principio della speranza" (La Zisa, 1995), "Strategie per una guerra mondiale" (Aìsara, 2008); con Giulietto Chiesa ha pubblicato "Barack Obush (2011), uscito nel 2012 in edizione russa con il titolo «Глобальная матрица» (Global'naja Matrica). E' condirettore del sito www.megachip.info e co-fondatore della webTv PandoraTv.it.
Pino Cabras
Complotti e complottismi
dal libro "Strategie per una guerra mondiale":
Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere... [leggi tutto]
DIETRO GLI ESPERTI MILITARI IN TV, IL PENTAGONO MUOVE I FILI Versione italiana di un'inchiesta di David Barstow comparsa su «The New York Times» il 20 aprile 2008: [LEGGI QUI]
Sul giornalismo
"Periodismo es difundir aquello que alguien no quiere que se sepa, el resto es propaganda".
Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)