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3 maggio 2017

Kill The Children


di Pino Cabras.
da Megachip.

In mezzo alle polemiche sulle organizzazioni non governative internazionali che traghettano verso l’Italia i disperati raccolti sulle coste libiche, la mia attenzione è stata attratta dal profilo dei componenti del Consiglio Direttivo italiano di una di esse, Save The Children:

Nella lista ho notato in particolare un nome, quello di Marco De Benedetti, che - oltre ad essere il figlio dell’oligarca italiano naturalizzato svizzero Carlo De Benedetti - ricopre la carica di Managing Director e Co-Presidente Europa di The Carlyle Group.

Ora, The Carlyle Group non è un’azienda qualsiasi, ma un gigante mondiale nella gestione degli attivi di aziende di tanti settori, incluse le industrie del complesso militare-industriale. Carlyle ha sede al centro dell’Impero, a Washington, e vive di una perenne commistione politica-affari, tanto che ha reclutato fra i suoi super-faccendieri anche ex direttori CIA ed ex presidenti USA come George Bush padre e l’ex primo ministro britannico John Major. Nel 2008-2016 il suo direttore dei servizi finanziari globali è stato un pezzo grosso di Wall Street, Olivier Sarkozy, fratellastro dell’ex presidente francese Nicolas, mentre fra gli amministratori di Carlyle c’è anche il numero uno della General Motors, Dan Akerson.

Insomma, parliamo di un architrave del capitalismo globalizzato, che gestisce "asset" per centinaia di miliardi dollari, di quel capitalismo al centro delle rapine finanziarie, delle guerre mediorientali, e di un’altra serie di fenomeni che potremmo ribattezzare “Kill The Children”.

Vediamo così adesso i bambini fuggiti da una casa perduta per via di una bomba aeronautica o di una bomba finanziaria ricollegata a imprese partecipate da Carlyle, mentre sono raccolti in mare da un’azienda dell’assistenza che incrocia la sua orbita con la Carlyle, e magari fornirà loro farmaci e cibo di aziende partecipate da Carlyle. Il capitalismo è tentacolare, apre e chiude cicli, è completo, e si fa anche bello, con tanto di riviste patinate e siti cinguettanti che vantano i buoni rapporti dei pezzi grossi del non profit con le multinazionali quotate nelle grandi borse del generoso Occidente.

Nel 2014, l’ex primo ministro britannico Tony Blair fu insignito di un premio istituito dall’influente ramo statunitense di Save the Children, il Global Legacy Award, durante una cena di gala a New York. Proprio lui, Blair, non esattamente il salvatore dei bambini iracheni e afghani.

L’industria della filantropia compie gesti buoni. Ma la muovono salotti esclusivi che incrociano le loro strategie con quelle dei padroni della geopolitica, cioè i signori delle guerre e delle ondate di profughi.
Nella statistica delle singole vite salvate, che fanno un bel rumore, scompaiono le masse sommerse e silenziate dai grandi media, a loro volta pilotati dagli stessi salotti.



8 ottobre 2016

Quei finti video di Al-Qa'ida e l'informazione

di Marcello Foa.

Il commento pubblicato in prima pagina sul «Corriere del Ticino» del 5 ottobre sui falsi video di Al-Qa'ida  ha avuto una risonanza enorme, per la quale ringrazio i lettori. Non a tutti è piaciuto, com'è normale. Alcuni hanno chiesto dei chiarimenti sulla manipolazione dei video, che sono ovviamente ben lieto di fornire.
Ricordiamo brevemente i fatti: per 5 anni il Pentagono ha stipulato un contratto con una società di PR britannica, la Bell Pottinger, per operazioni di propaganda e di guerra piscologica in Iraq, in cambio di un compenso colossale: 540 milioni di dollari
Un videomaker, Martin Wells, ha svelato l'esistenza di questo programma al Bureau of Investigative Journalism. 
Le attività erano diverse ma le più sensibili erano due, cosiddette di propaganda grigia e nera: la produzione di finti servizi televisivi, poi diffusi alle emittenti della regione, e di filmati di propaganda, che venivano falsamente attribuiti ad Al Qa'ida
Alcune immagini erano girate in proprio («Mandavamo squadre di operatori a effettuare filmati in bassa definizione degli attentati di Al Qa'ida», ricorda Wells), in altri casi venivano usati filmati esistenti. 
La propaganda nera si tramutava in un video in apparenza «di Al Qa'ida» di 10 minuti, inciso su dei CD che poi venivano lasciati furtivamente dai marines durante i raid nelle case e nei villaggi, e dotati di un codice che consentiva di tracciare chi li guardava al computer e di trasmettere l'indirizzo IP tramite Google Analytics. Un'operazione di intelligence, che è stata ripetuta numerose volte.
E qui nascono i problemi. Perché negli ambienti jihadisti sono circolati per anni filmati autentici di Al Qa'ida e altri che sembravano di Al Qa'ida ma che erano stati prodotti dalla società britannica Bell per conto del Pentagono. Filmati che, come ci hanno ripetuto all'infinito gli esperti, solitamente finiscono sul web, nella chat riservate, nei siti dei fanatici islamisti che, ad esempio, il famoso SITE della cacciatrice di jihadisti Rita Katz monitora costantemente, producendo scoop poi ripresi non solo dai media mediorientali ma anche, e talvolta soprattutto, da quelli occidentali. 
Ma i video diffusi – nel periodo 2006-2011 – erano davvero tutti di produzione di Al Qa'ida? O ne aveva le sembianze ma in realtà era un'elaborazione del Ministero della difesa americano? E cosa contenevano quei messaggi?
L'inchiesta del Bureau non chiarisce tutti i dettagli. Interpellate, le autorità americane si rifiutano di fornire spiegazioni più precise, ma ammettono che «la Bell lavorava per l'Information Operations Task Force (IOTF), producendo materiale che in parte è stato comunicato alle forze della coalizione citando la fonte e in parte nascondendola». Dunque traendo in inganno non solo i seguaci jihadisti ma gli stessi alleati. E conseguentemente anche i media.
Il Pentagono insiste che il materiale era «truthful» ovvero attendibile o veritiero, ma è ben diverso dall'affermare che fosse vero
Inoltre l'inchiesta afferma che la società inglese lavorava in un'operazione militare riservata «coperta da numerosi accordi segreti» e che la Bell Pottinger riportava al Pentagono, alla CIA e al National Security Council. Le attività più sensibili dovevano ricevere l'ok del generale Patraeus.
Come ho spiegato nel mio commento, non c'è da stupirsi per queste attività; rientrano nelle attività di intelligence. Il punto è che nell'era della comunicazione globale e di internet non sono limitate al teatro di guerra, ma finiscono per contagiare anche i media in tutto il mondo, influenzando le nostre opinioni pubbliche, che non possono accettare a cuor leggero che un filmato di Al Qa'ida possa essere in realtà una produzione del Pentagono. 
Non dopo aver avuto la prova che la guerra in Iraq contro Saddam Hussein è stata proclamata sulla base di accuse inventate. È una questione di credibilità; e quella americana, purtroppo, è da tempo fortemente incrinata.


5 ottobre 2016

Quei filmati di Al-Qa'ida? Li faceva il Pentagono

di Marcello Foa.
I video di Al-Qa'ida? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell'agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all'anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.

Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al-Qa'ida erano "made in USA". A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un'ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.


La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l'ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all'ultimo piano di un palazzo. Il colloquio è breve e gli comunicano subito l'assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. 
"Dovevamo produrre filmati "bianchi" ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qa'ida", spiega Wells.
Ma altre operazioni erano decisamente meno trasparenti. 
"La seconda tipologia era 'grigia': finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe". 
E poi c'era quella "nera" in cui la paternità dei video era "falsamente attribuita". Insomma false flag, che Wells spiega così: "Producevamo finti filmati di propaganda di Al-Qa'ida, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un'incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L'obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l'interesse mediatico". 
Dunque non solo a Baghdad, ma anche "in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti".
Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all'interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l'autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell'eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. 
I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall'Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.
Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale
Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qa'ida ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica
Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull'andamento della lotta ai taliban in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell'esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell'ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l'opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell'uso e soprattutto dell'abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie.

7 luglio 2016

Tony Blair a George W. Bush: 'Io sarò con te, in qualsiasi caso'


di Pepe Escobar.

Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry” (“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione dell'Iraq, così come le sue conseguenze.

Andiamo al sodo. Questo non è affatto un insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto più forte di quanto molti analisti si aspettassero.

Le anticipazioni trapelate avevano lasciato intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si dà il caso.

Le domande chiave sono note a tutti.
-     Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in guerra?
-     La guerra era legale?
-     La guerra ha reso - come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più sicura"?
-     Che cosa ha promesso Blair a George W. Bush?
-     Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
-     L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
-     I militari britannici non sono stati capaci di resistere alle pressioni di Blair?

Ci vorranno giorni per districarsi attraverso l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.

Non c'era "alcun bisogno" di andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono state prese "sulla base di informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva: Tony Blair "sopravvalutò la propria capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso". Blair era un semplice gregario, non un pilota.

Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato solo come la scuola di intelligence dei Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee, che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati dagli USA lo sapevano anche loro.



Così Blair non solo acquisì relazioni d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico con assoluta "certezza". Il rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il governo britannico "rimproverava la Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza ".
Non aspettatevi che una trama come questa sia presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.


Impegno per uccidere un milione di persone

Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi - che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era il barboncino della relazione speciale strategica, necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo, del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso") era quello nei confronti di George W. Bush.

Il risultato, come pure sappiamo, va al di là dello spaventoso. The Lancet, nel 2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante cifra di 655.000 iracheni morti a causa della guerra.

Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione basata in USA, Physicians for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a una cifra di 1 milione (5 per cento della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di profughi.

Chilcot è stato attento a essere ponderato, nell’affermare che "non siamo un tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili da enormi problemi legali sulla via di Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot. Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di avvocati di cui dispone Blair.



Il golpe interno del Labour- orchestrato dai blairiani - avrebbe dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza forza.

Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere messo in stato d’accusa.


Tutte le cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle bugie.

Allo stato attuale, Tony Blair probabilmente eviterà un biglietto di sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunale UE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi dei rifugiati in Europa.




16 ottobre 2015

Saluta i miei missili cruise


di Pepe Escobar.


Il nuovo Grande Gioco che si svolge in Eurasia ha proceduto compiendo passi da gigante, dopo che la scorsa settimana la Russia ha lanciato 26 missili cruise dal Mar Caspio, colpendo 11 obiettivi ISIS/ISIL/Daesh in Siria e distruggendoli tutti. Questi attacchi navali sono stati il primo uso operativo dei missili cruise d’avanguardia SSN-30A Kalibr di cui siamo a conoscenza.
Tutto quel che il Pentagono ha fatto è stato guardarsi alle spalle e notare la scia lasciata dal lancio di quei missili Kalibr, capaci di colpire obiettivi a 1.500 km di distanza. Sono un messaggio secco e chiaro da Mosca al Pentagono e alla NATO. Vuoi vedertela con noi, ragazzo? Forse con quelle ingombranti portaerei?

Di più, oltre alla creazione di quella che, di fatto, è una no-fly zone sopra la Siria e il sud della Turchia, l'incrociatore Moskva della marina militare russa, che porta 64 missili terra-aria  S-300, è ora attraccato a Latakia.
Le proverbiali fonti anonime USA non potevano che partire in quarta, inventandosi che 4 missili russi sarebbero atterrati imprevedibilmente in Iran. L’Alto Comando russo li ha ridicolizzati: tutti i missili sono atterrati nel raggio di 2 metri e mezzo dall’obiettivo.

Il Pentagono non sapeva neppure che il Kalibr potesse essere lanciato da navi piccole, dal momento che i Tomahawks richiedono navi molto più grandi.
Oltre alla generale apoplessia, il meglio che il Pentagono potesse mettere insieme era il comandante del NORAD (Comando di Difesa Aereospaziale Nordamericano, ndt) Ammiraglio William Gortney, il quale raccontava al Consiglio Atlantico che l’aviazione a lunga distanza e i missili cruise a lunga gittata dei russi costituiscono una nuova “minaccia” per la difesa strategica presso il suolo statunitense.
La minaccia dei missili cruise russi costituisce una “particolare sfida per il NORAD e per il Northern Command”. Oh, davvero?

Parliamo di una grande minimizzazione del Nuovo Grande Gioco. Si potrebbe discutere sul fatto che lo sviluppo militare della Russia negli ultimi anni abbia portato Mosca più avanti degli USA di generazioni. Nel caso di una Terza Guerra Mondiale calda – e nessuno, a parte i soliti Dottor Stranamore, la vorrebbe mai – missili e sottomarini saranno le armi chiave, non certo le mostruose portaerei in stile USA.

Il Pentagono è apoplettico perché il dispiegamento di tecnologia russa ha rivelato la fine del monopolio americano sui missili cruise a lunga gittata. Gli analisti del Pentagono stavano ancora lavorando sotto l'ipotesi che il loro raggio d’azione fosse sui 300 chilometri.

Di più, la NATO è stata avvertita; la Russia è in grado di schiacciarli, in un attimo, come ho avuto modo di osservare nelle discussioni avute in Germania la scorsa settimana. Neppure la retorica irruenta dello “stai violando il mio spazio aereo” sarà utile a fermarla.

Ancora una volta, immaginando lo scenario da Dottor Stranamore, la sola risposta USA possibile se il gioco si fa duro sarebbe quella di lanciare missili balistici intercontinentali nucleari (ICBM); ma in quel caso lo spazio aereo russo sarebbe protetto da missili anti-missile S-500: ognuno di essi porta a sua volta dieci missili intercettatori che non si farebbero sfuggire nessun ICBM americano.
Scemo e moderatamente più scemo
Così, dopo lo shock iniziale, il Pentagono è regredito a una condizione di... vacuità, corrispondente al buon umore generato da questi titoli da scemo e più scemo: qui e qui.

Il Comandante supremo del Pentagono, Ashton Carter, ha giurato che Washington non coopererà con Mosca in Siria perché la strategia del Cremlino è “tragicamente difettosa”, dal momento che in pochi giorni la Russia ha fatto fuori più scagnozzi jihadisti-salafiti di quanti la Coalizione dei Disonesti Opportunisti (CDO) guidata dagli USA abbia fatto in più di un anno. Qualcuno ricorda che la CDO è ufficialmente chiamata Operazione Risolutezza Intrinseca?

E poi c’è un ulteriore problema con la cosiddetta strategia del Pentagono che si può definire “Non voglio giocare con te nello stesso giardino”: il Ministro della Difesa russo ha spiegato come veramente fosse stato il Pentagono per primo a richiedere azioni coordinate in Siria.
Tanto per aggiungere l'irrilevanza alla vacuità, il Pentagono ha annunciato che sta archiviando il suo ultimo spettacolare fallimento: il programma da 500 milioni di dollari per “addestrare ed equipaggiare” i ribelli “moderati” siriani, che ha prodotto l’enorme numero di “quattro o cinque” irriducibili pronti a combattere ISIS/ISIL/Daesh.
Così non ci sarà più “addestramento”; semmai la formazione di “facilitatori” – nome in codice per l’intelligence locale – con la missione di identificare falsi obiettivi correlati al Califfato per gli attacchi della CDO. Saranno "consigliati" su come interagire con il Pentagono "a una certa distanza".
Non puoi inventarti questa roba.

“L’equipaggiamento”, dal canto suo, verrà largamente ridotto; a rimanere sarà una manciata di fucili d’assalto da allungare a circa cinquemila ribelli “moderati”, che saranno, naturalmente, presi subito da Jabhat al-Nusra, cioè al-Qa'ida in Siria, o dai tirapiedi del “Califfato”.

Ash Carter era molto soddisfatto della sua nuova strategia magistralmente concepita, che è tenuta ad aiutare a “incrementare il potere di combattimento” di quei ribelli “moderati” così sfuggenti. E giura che Washington “rimane impegnata” nell’addestramento di quei ribelli “moderati”, ora facendo sì che si perseguano “modi diversi di raggiungere praticamente lo stesso tipo di obiettivo strategico”.

È toccato a un personaggio incredibilmente mediocre, Ben Rhodes, vice consigliere per la sicurezza nazionale USA, fornire più spiegazioni sul nuovo epicentro della “strategia” magistralmente concepita; “sviluppare relazioni con i leader e le unità d’azione [fra i gruppi armati siriani] ed essere abili nel fornire loro provviste ed equipaggiamenti”. Perché non sviluppare queste “relazioni” attraverso una pagina facebook? Costa poco ed è molto più efficace.


Deconflittualizzami, baby
Anche se la “deconflittualizzazione” tra Washington e Mosca rimane più conflittuale che mai, vi è almeno un punto su cui possono convergere: lavorare con i curdi nel Nord Est della Siria, come ammesso da membri del PYD (Partito di Unione Democratica). Il copresidente PYD Salih Muslim è chiarissimo: “noi combatteremo al fianco di chiunque combatta Daesh”.
L’analisi del PYD rimane un anatema agli occhi del Pentagono e della Casa Bianca. E il PYD ne sa qualcosa su come si combattono jihadisti /ribelli “moderati” sul campo. Il PYD considera ISIS/ISIL/Daesh, Jabhat al-Nusra o Ahrar a-Sham come “indistinguibili” gli uni dagli altri. Tradotto: i ribelli “moderati” non esistono. Il PYD inoltre accetta che Bashar al-Assad stia al potere ancora per un po’, sebbene soltanto per un periodo “di transizione”.
Il PYD ha letto perfettamente il significato dell’offensiva siriana della Russia. Si sono opposti fortemente a una zona non sorvolabile che fosse controllata dai turchi e ora resta assicurato che non ce ne sarà mai una. Sono inoltre perfettamente consapevoli dell'esistenza di una brigata “Sultan” turca, addestrata da Ankara – ribelli “moderati” alla turca – che hanno disertato in massa per andare verso ISIS/ISIL/Daesh.

Nel frattempo, a Sochi, il presidente russo Vladimir Putin incontrava – di nuovo – il ministro della Difesa saudita, il Principe Mohammed bin Salman, il principe guerriero che sta trucidando i civili nello Yemen. Anche il ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il ministro per l’Energia Alexander Novak erano lì.
Diplomaticamente, si trattava di un accordo fra Mosca e Riad per cui non si può consentire a ISIS/ISIL/Daesh di prendere il sopravvento in Siria. Il diavolo sta nei dettagli. L’interpretazione si concentra sulla “soluzione politica”. Ancora una volta Putin non poteva essere più acuto; l’offensiva attuale intende “stabilizzare le legittime autorità e creare le condizioni per trovare un compromesso politico”. La Casa Saudita ha recepito il messaggio: o si fa alla maniera dei russi o niente.
I Sauditi ancora flirtano con una possibile opzione, comunque: come nel caso della proverbiale fonte anonima chiamata “funzionari sauditi”, i quali confermano che quelli al soldo del Principe Salman amico di Putin avrebbero consegnato 500 TOW missili anticarro ai ribelli “moderati” dell’ex Esercito Siriano Libero (ESL). Si può scommettere che questi TOW saranno catturati all'istante da jihadisti-salafiti assortiti.

Tutta questa concitata operazione si svolgeva in parallelo all’operato del nuovo centro operativo di coordinamento di intelligence con sede a Baghdad, che mostra di fare sul serio. Questo è il modo in cui gestisci l’intelligence sul campo. Un attacco può aver mancato il “Califfo” Ibrahim ma può aver mandato in Paradiso un po’ di altri notabili del “Califfato”. Morale della favola: il Pentagono non era invitato e ha saputo dell’attacco iracheno dalla CNN. Dopo tutto, ciò dimostra che il Pentagono esattamente non eccelle nell’intelligence sul campo in Iraq.

Fonti sciite di Baghdad mi hanno confermato ancora una volta le dicerie per cui il Pentagono e l’amministrazione Obama non solo non sono interessati a combattere veramente ISIS/ISIL/Daesh, ma al massimo trascinano i piedi a mo’ di “supporto riluttante”. E questo perché la “strategia” dell’amministrazione Obama – chiedetelo al patetico Ben Rhodes – rimane tuttora ancorata a quel “Assad deve andarsene”, qualsiasi sia la variante semantica.

E che dire della Turchia? Ecco una breve risposta. Il Sultano Erdoğan semplicemente non riesce a gestire i curdi, né in Siria né in Turchia. Non riesce a gestire la Siria. Per non parlare di come non gestisce Mosca. C’è una battuta ricorrente che gira in Siria fino all’Iraq e all’Iran, ovvero che non c’è bisogno di attaccare la Turchia; semplicemente basta lasciare che si disintegri da sola. Il Sultano Erdoğan si sta accertando che ciò avvenga.

Le empasse innumerevoli del Sultano spiegano perché il Primo Ministro turco Ahmet Davutoğlu – quello della precedente dottrina del “zero problemi coi vicini” – stia ora dicendo che Ankara è pronta a parlare a Mosca e a Teheran riguardo la Siria, fintantoché ciò non significhi “legittimare” Assad. Davutoğlu sta anche sviluppando la logica distorta per cui gli attacchi aerei russi aumenterebbero il flusso di rifugiati in Turchia. Così aspettiamoci che Ankara liberi un’altra ondata di rifugiati tenuti nei “campi temporanei” verso la Fortezza Europa. Per poi dare la colpa a Putin e ai suoi missili.

(Copyright 2015 Asia Times Holdings Limited, a duly registered Hong Kong company. All rights reserved. Please contact us about sales, syndication and republishing.)



Traduzione per Megachip a cura di Leni Remedios.

3 settembre 2015

L'Europa alla prima spiaggia

Pandora TV.


La foto del bimbo profugo morto in spiaggia ispira una tardiva indignazione di molti media e politici. Gli stessi che dicono “facciamo qualcosa”, non fecero "qualcosa" quando l’Europa e gli USA provocavano le guerre all’origine delle tragedie migratorie.
I fatti del 1989-1991, con il crollo del sistema sovietico, ebbero come con-causa scatenante una crisi di flussi migratori certamente molto diversa da quella attuale per origine, motivi e composizione, ma simile per forza d’urto.
Se la pressione continuerà in questi prossimi mesi (e continuerà) l’Europa ne risulterà ancora una volta cambiata.

http://www.pandoratv.it/?p=3936


10 aprile 2015

2001, sull’antrace e i 19 ‘dirottatori’ – II parte

di Giulietto Chiesa.


Avevo promesso una continuazione delle sconcertanti scoperte della famosa storia dell’antrace, che fece seguito all’11 settembre 2001. Storia ingiustamente dimenticata e riportata in primo piano dal libro di Graeme Maqueen citato nel post precedente.
La successione temporale è importante. L’attacco all’antrace cominciò a settembre, poco dopo l’attacco terroristico dell’11/9. Le vittime degli attacchi - almeno 22 - furono individuate tra il 3 ottobre e il 20 novembre. SGli attacchi furono condotti mediante lettere contenenti spore, inviate via posta. I decessi noti furono cinque. Il primo a morire fu Robert Stevensfoto editor, il 5 ottobre, in Florida.
Tra il 6 e l’8 ottobre altre due lettere (con spore altamente raffinate di Antrace B) vennero inviate a due senatori del Partito Democratico, Thomas Daschle e Patrick Leahy. La tesi, subito sostenuta da tutto il mondo dei mainstream media, fu che l’attacco all’antrace era la ‘seconda parte’ dell’attacco dell’11 settembre. Stevens lavorava per il Sun, un tabloid il cui direttore era Mike Irish. La moglie di costui, Gloria Irish, affittò due appartamenti a due dei 19 ‘dirottatori’dell’11/9:Marwan al-Shehhi e Hamza al-Ghamdi. Non è inutile ricordare che, almeno 15 dei 19 ‘dirottatori’ furono alloggiati in località della Florida, 9 a Hollywood e 6 nei pressi [Riferimenti: QUI e QUI].

Un altro uomo del gruppo, Nawaz al-Hazmi, risulta avere accompagnato Gloria e i due compari nella ricerca di un altro appartamento. Sempre dalle indagini ufficiali emerge che sei “dirottatori” abitarono vicino a Fort Lauderdale, a poche miglia dalla redazione del Sun.
Coincidenze? Non furono le uniche. Secondo un rapporto filtrato dalla Dea (dipartimento anti droga),oltre 120 agenti dei servizi segreti israeliani, che si facevano passare per studenti di arte, furono attivi negli USA negli anni 2000-2001 e abitarono negli stessi posti in cui si trovavano i presunti dirottatori del 9/11. La faccenda “riguardò almeno sei centri urbani” in cui spie israeliane e dirottatori 9/11, e/o sospetti legati ad al-Qa'ida, operarono a contatto di gomito, in alcuni casi distanti tra di loro meno di mezzo miglio, per diversi periodi durante quel biennio e nell’immediata vigilia degli attacchi. Ma questo è un altro discorso.
Qui Graeme Mcqueen punta al succo della questione. Che spiega perché lui (ed io, più modestamente) mettiamo le virgolette prima e dopo la parola dirottatori. Perché? Vuole dire che pensiamo che quel gruppo di giovani arabi non si impadronirono dei quattro aerei? La risposta è che non ci sono credibili prove che essi salirono su quegli aerei. Vuol dire che non erano implicati nell’operazione 11/9? La risposta è: certamente lo erano. E quali connessioni avevano con l’antrace? La risposta è che stavano svolgendo una parte: quella di condurre l’opinione pubblica a pensare che erano stati loro, ma non è detto che fossero a conoscenza dei contorni del gioco a cui stavano partecipando. Infatti, quando fu chiaro (perfino all’FBI) che la teoria della partecipazione dell’Iraq e di Al-Qa'ida all’operazione antrace era del tutto insostenibile, tutte le tracce che conducevano alle strane frequentazioni dei “dirottatori” in Florida furono abbandonate e dimenticate (anche dai mass media).
Per quanto concerne i nostri dubbi circa il suicidio dei 19 ‘dirottatori’, farò riferimento a quanto riassume Mcqueen, citando Elias Davidsson (pag 141). Le autorità, cioè il 9/11 Commission Report, non hanno portato nessuna prova a sostegno della loro ricostruzione degli eventi per quanto concerne i “dirottatori”.
1) Non è mai stata fornita una lista autentificata dei passeggeri, con i nomi di tutti quelli che erano a bordo, inclusi i membri degli equipaggi e quelli dei dirottatori.
2) Non è mai stata mostrata una raccolta autentificata delle carte d’imbarco, (o dei loro tagliandi rimasti a terra), inclusi naturalmente quelli dei sospetti terroristi.
3) Non esistono video di sicurezza certificati degli aeroporti di partenza, dai quali si possa ricavare le fisionomie dei passeggeri (e dei presunti terroristi). Quelle pochissime che sono state mostrate risultano o falsificate o con i tempi sbagliati (vedi analisi pubblicate su consensus911.org).
4) Zero testimonianze sotto giuramento del personale che espletò le formalità d’imbarco.
5) Identificazione formale dei corpi o dei resti ritrovati sui luoghi dei disastri, inclusi i rapporti sulle misure di conservazione e sulla successione dei luoghi di custodia dei reperti.
E, visto che siamo a breve distanza da un'altra catastrofe aerea che ha sollevato molte perplessità, specie sul comportamento dei piloti, perché non ricordare qui che nessuno degli otto piloti (quattro piloti e quattro co-piloti) dei quattro voli dirottati quella mattina compose il codice di dirottamento? Eppure ci volevano pochi secondi per schiacciare quattro pulsanti, e gli equipaggi sono addestrati con particolare cura proprio per questo. E, inoltre ci è stato detto che il “volo 93”, quello che pare sia precipitato a Shanksville, - ci hanno fatto pure un film – fu teatro di una rivolta dei passeggeri, che costrinse i dirottatori a una furibonda lotta, durata almeno 30 secondi, prima di entrare in cabina e sopraffare i piloti. Non sembra strano anche questo?

Ma torniamo all’antrace e riassumiamo. L’offensiva venne subito (addirittura prima che se ne avesse notizia) collegata con il 9/11 e decifrata come il secondo colpo dell’uno-due ‘islamico’ che doveva mettere Ko l’America. Poi le indagini mostrarono che le spore potevano provenire solo da un laboratorio americanoPoi fu individuato un colpevole ‘luposolitario’ americano, Bruce Ivins. Che però ‘si suicidò’.
I fatti accertati furono sepolti sotto la sua lapide (Mcqueen ne offre in abbondanza): solo alti funzionari americani, bene addentro al potere, potevano avere predisposto una tale operazione. Si ricordi soltanto – a chi non ha memoria –che i due senatori democratici che ricevettero le lettere mortali, Daschle e Leahy erano i due uomini chiave per far passare in senato il famoso Usa Patriot Act. Che passò in un batter d’occhio, con l’intero edificio del Senato evacuato, senza che i senatori nemmeno potessero leggere la fine della Costituzione americana che loro stessi stavano firmando.

Comunque gli islamici non c’entravano per niente. Ma, sfortunatamente, i 19 ‘dirottatori’ avevano avuto un copione sbagliato: quello che li connetteva con l’antrace. Dunque si può concludere, con Graeme Mcqueen: l’attacco all’antrace faceva parte di un vero e proprio complotto, organizzato ben prima dell'11 settembre 2001, da ‘personale americano’. E, dunque, anche i ‘dirottatori’, erano parte di un progetto più vasto, comprendente l’11 settembre. Qualcosa andò male, e furono costretti a liquidare Ivins (e probabilmente tutti i 19 ‘dirottatori’, e forse anche molti altri, che non sapremo mai quanti. Ma cosa volete che sia per gente come quella?).
Ma bisogna riconoscere che molto andò benissimo, per loro, in primo luogo per quei sette criminali che mentirono 935 volte in 532 occasioni. Gente, in alto loco piazzata, che sapeva troppe cose in anticipo: cominciò la guerra infinita contro il terrore islamico; cominciò l’attacco all’Afghanistan; si aprì la strada alla guerra contro l’Iraq e, last but not least, venne approvato il Patriot Act. Se siamo in guerra è perché vinsero.



Una versione leggermente meno estesa del presente articolo è uscita sul blog di Giulietto Chiesa su Il Fatto Quotidiano:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/10/antrace-19-dirottatori/1576335/.