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18 febbraio 2016

Yemen, ancora un disastro per mano saudita

di Pino Cabras.
da Occhi della Guerra.


Il mattatoio siriano, malgrado mille voci troppo manipolate, riesce a fare notizia. Ma c’è un altro mattatoio, lo Yemen, dove ugualmente è in corso una guerra totale, che non arriva ai nostri schermi.  Eppure le notizie ci sono. Ci sono i morti e i feriti. Ci sono le immagini, tante e nitide, che potrebbero raccontare bene le loro storie. Il direttore della tv yemenita Al-Masirah, con ragione, rimprovera noi dell’Ovest: “Dove siete?“.
Da settembre scorso una coalizione guidata dall’Arabia Saudita conduce una terribile aggressione ai danni di questo paese di 25 milioni di abitanti, con un bombardamento continuo e indiscriminato. La coalizione comprende anche i paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) ossia Arabia SauditaBahreinEmirati Arabi UnitiKuwaitOman e Qatar, con altre truppe di paesi clienti dei sauditi e con il beneplacito degli Stati Uniti.
Dopo neanche un anno, il bilancio di questa guerra assurda, scatenata contro uno dei paesi arabi più poveri, è già terribile, prima di tutto dal punto di vista umanitario: 10mila morti, di cui 2.200 bambini e 1.900 donne, decine di migliaia di feriti e mutilati. Inoltre, ci sono un milione e mezzo di sfollati e mezzo milione di case danneggiate. I bombardamenti non risparmiano nulla: totalmente o parzialmente distrutte 680 moschee (alcune antichissime), 258 strutture sanitarie, 669 tra scuole e istituti.
In termini di infrastrutture, gli attacchi della coalizione saudita hanno colpito: 19 aeroporti, 10 porti, 512 ponti, 125 centrali elettriche, 167 stazioni di comunicazione,164 reti idrauliche. Oltre dieci milioni di persone non hanno più l’acqua. La vecchia manovalanza di al-Qa’ida fa l’ennesimo favore ai sauditi, che li proteggono, terrorizzando intere città e regioni. Come se non bastasse, imperversa anche l’Isis, che prospera nel caos irradiato da Riad, fino a sfuggire al controllo degli aspiranti stregoni e affacciarsi così sulla porta del Mar Rosso, lungo le rotte mercantili più importanti.
Nessuna meraviglia dunque se il Paese risulta paralizzato. Tanto più perché anche le attività economiche sono sistematicamente bombardate. Case, botteghe, officine, mezzi di trasporto, sono tempestati di bombe a grappolo vietate dagli accordi internazionali, ma non dalle convenienze commerciali e geopolitiche. Sono affari d’oro per la Textron, una multinazionale con sede a Providence (Usa) che produce le micidiali CBU-105, presentate alla clientela in un video promozionale con tanto di musichetta.
Nel video le sub-munizioni che si separano dall’ordigno principale vanno a colpire ordinatamente un carro armato per ciascuna. Nel mondo reale, cioè in Yemen, le munizioni a grappolo cadono invece su quartieri densamente popolati. Nessun problema per la Textron. Ma gli affari sono affari anche per una fabbrica localizzata a Domusnovas, in Sardegna, dove la Rwm Italia sforna giorno e notte enormi carichi di bombe destinate a colpire lo Yemen, dopo un viaggio per nave o spesso per aereo cargo: questo quando i sauditi hanno fretta. Nessun problema nemmeno per la ministra della Difesa, Roberta Pinotti. Basterebbe unire i puntini che tratteggiano un unico disegno, che connette le bombe che produciamo con i crateri prodotti da quelle bombe. Un disegno che poi prosegue con le masse delle persone in fuga da quei crateri, fino a riversarsi su paesi vicini e lontani.
Il tutto il mondo arabo movimenti politici e associazioni umanitarie esprimono la loro condanna e preoccupazione per l’aggressione di Riad. Come se non fossero sufficienti le sofferenze di un popolo colpito con tanta furia omicida, ora rischiano di saltare tutti gli equilibri delicati di un paese già di per sé difficile, che diventa l’ennesimo nuovo affluente del grande fiume dei rifugiati.
Ne parliamo con il direttore della tv Al-Masirah, forse l’unica televisione oggi in grado di trasmettere immagini dallo Yemen al mondo. Si tratta di Ibrahim Mohammad al-Douleimi. Oltre a dirigere la tv, fa anche fa parte del Movimento sciita Huthi, ossia Ansar Allah, che difende il territorio yemenita assieme all’Esercito rimasto fedele al Presidente Saleh, tutti nemici acerrimi dell’Isis, di al-Qa’ida e dei piranhas di Casa Saud. Come in tutte le guerre del mondo, anche gli Huthi stanno dentro il quadro delle violenze belliche e dei calcoli di un conflitto spietato, ma Al-Douleimi ci ricorda con forza il contesto più importante, al momento: adesso è in corso un’aggressione internazionale straniera e il suo popolo è la parte oppressa che resiste.
Il giovane direttore della tv comincia inviando un messaggio accorato all’opinione pubblica europea che fin qui non ha visto sui propri schermi neanche una delle tante vittime dello Yemen. Al-Douleimi si rivolge in particolare ai giornalisti: “La pace sia con voi. In veste di vostro collega e giornalista faccio un appello a tutti i giornalisti liberi nel mondo, a tutte le organizzazioni dei diritti umani. Voglio chiedervi dove siete, ora, di fronte a quel che succede nello Yemen da 11 mesi in qua, da quando una guerra saudita e americana è stata scatenata contro il nostro Paese. Dove siete? Non sentiamo la vostra voce. Non vediamo nessun giornalista presente nella nostra terra bruciata. Esiste un vero e proprio progetto criminale, uccidono donne e bambini, vengono utilizzati i bombardamenti più moderni, armi proibite, che viaggiano dai vostri aeroporti fino alle basi saudite. Dobbiamo continuare a morire? Dov’è l’opinione pubblica? Dove sono i giornalisti liberi? Lo Yemen vi aspetta, noi vi aspettiamo”.
Mentre guardiamo insieme le atroci immagini in esclusiva dei combattimenti in Yemen e delle vittime, chiediamo ad Al-Douleimi di approfondire le spiegazioni di questa guerra così importante eppure sconosciuta in Occidente.
Come si può spiegare ciò che sta succedendo nello Yemen? Cosa ha spinto l’Arabia Saudita ad aggredire il vostro Paese?
L’aggressione è stata una risposta alla volontà dello Yemen e del suo popolo di mettere fine nel 2015 all’egemonia saudita sul Paese e la sua scelta di stabilire rapporti indipendenti con i vicini. Noi per lungo tempo abbiamo sofferto la sottomissione all’egemonia saudita. Gli yemeniti sono stati privati dalla loro indipendenza e la loro sovranità sul loro territorio. Lo Yemen, malgrado la sua ricchezza, è rimasto un Paese arretrato legato alla volontà dominante della dinastia saudita. I sauditi sono intervenuti dopo una rivolta popolare che ha prodotto un clima nuovo di libertà e indipendenza. Contro la volontà del popolo yemenita è stata organizzata questa guerra distruttiva.
Esiste un vero oscuramento sulla situazione nello Yemen, i giornalisti non riescono arrivare a Sanaa per riferire quel che possono vedere. Eppure ci informano che l’Arabia Saudita vuole addirittura inviare già adesso le sue truppe in Siria. C’è da chiedersi: se ora Riad ha la forza per inviare truppe in Siria, ha forse già vinto in Yemen?
Di fronte al fallimento della politica regionale saudita possiamo aspettarci di tutto: i governanti sauditi sono infuriati, per niente lucidi, e possono commettere qualsiasi atto di stupidità. Purtroppo tutto può succedere di fronte al Caos totale, all’assenza delle Nazioni Unite che non si assumono le proprie responsabilità. L’odio saudita verso gli altri può spingere la monarchia a commettere ulteriori atti criminali, violando il diritto internazionale. Quel che sta succedendo nello Yemen in questo momento non è che un “esperimento” dei sauditi in un solo paese che vogliono ben presto estendere e generalizzare nella regione, in Iraq, in Siria o altrove. Quelli di Casa Saud possono collaborare con qualunque Stato per realizzare i loro obiettivi, perfino con la Turchia, Israele o altri Stati che condividano la loro visione. È vergognoso, di fronte all’aggressione e al disastro umanitario all’assedio del Paese, che ci sia un vero e proprio black-out dei mezzi di informazione. Anche i giornalisti che vogliono andare nello Yemen non possono farlo. I sauditi non vogliono testimoni. Tutti gli aerei diretti a Sanaa devono atterrare in un aeroporto saudita e i giornalisti tornano indietro.
I sauditi hanno raggiunto i loro obiettivi nello Yemen?
Sono riusciti distruggere le infrastrutture, sono riusciti ad aiutare l’Isis e al-Qa’ida ad entrare in importanti città nelle provincie del Sud. I bombardamenti dell’Arabia Saudita ci hanno costretto ad abbandonarle mentre al-Qa’ida avanzava nel Sud, anche ad Aden. Sono riusciti a distruggere lo Yemen ma hanno fallito perché non sono riusciti a far inginocchiare gli yemeniti, che combattono perfino all’interno delle Province saudite. L’Arabia Saudita dopo mesi di bombardamenti non riesce ad affermarsi come una potenza regionale e raccoglie ogni giorno nuove sconfitte.
Vedremo se lo stesso accadrà in Siria, dove i sauditi hanno detto di volersi impegnare con “decisione irrevocabile”, nel momento in cui i loro combattenti per procura, i tagliagole inquadrati nelle tante formazioni salafite, sono vicini a perdere la guerra per effetto dell’intervento russo. Un intervento diretto di Riad in Siria (magari assieme alla Turchia) introdurrebbe variabili molto più pericolose. L'”esperimento” yemenita non depone a favore di Riad, che non coltiva alcun senso della misura, aggiungendo disastri a disastri.
Diventa urgente, qui in Europa, capire subito chi sono gli attori di un’unica grande catena di guerre, quali sono gli anelli dimenticati della catena, come lo Yemen e altri paesi, chi sono i nemici e chi invece sono i potenziali alleati. Scopriremo che questi potenziali alleati sono numerosi anche presso quelli con cui l’Occidente non ha familiarità.
Con la collaborazione di Talal Khrais da Beirut

Fonti: 

4 febbraio 2016

Siria: ISIS & Co. perdono terreno, i loro sponsor scappano da Ginevra

di Pino Cabras.


Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=6072.

Mentre i negoziati sulla Siria a Ginevra vengono congelati per le prossime settimane, sul terreno di battaglia la controffensiva di Damasco va avanti.
Le forze governative siriane hanno vinto una battaglia importante: hanno rotto l'assedio delle cittadine di Nubbul e e Al-Zahraa, nel distretto settentrionale di Aleppo, dopo tre anni di accerchiamento da parte dell'ISIS. Il tutto accade pochi giorni dopo la riconquista a sud di Shaykh Miskin e a nord di Rabia (nella regione di Latakia).

L’operazione militare – preparata da tre mesi - non solo chiude una situazione drammatica per circa 30 mila abitanti, ma taglia una linea di rifornimento ai terroristi dell'ISIS. L’esercito di Damasco si avvicina al confine turco, che si trova a 20 km dall'area liberata. Questa vittoria interrompe per l’ISIS anche la strada che va da Aleppo alla cosiddetta capitale del Califfato, Raqqah.

La rottura dell’assedio taglia quasi tutte le linee di rifornimento dalla Turchia che alimentavano i terroristi della zona di Aleppo. Per i gruppi armati in zona è un crollo strategico. I miliziani libanesi di Hezbollah, alleati dell’esercito siriano, intercettano le comunicazioni tra i combattenti dell'ISIS e di Al-Nusra mentre si sbandano disorientati a migliaia. Ora Damasco può pensare a liberare Aleppo, ancora una volta con l’aiuto dell’aviazione russa, che da settembre in qua ha cambiato i rapporti di forza in Siria. Vicino ad Aleppo i jihadisti sono geograficamente rinchiusi in una sacca che li espone a un’imminente catastrofe militare.

Non è un caso che proprio ora il segretario di Stato statunitense, Kerry, dica a Mosca “fermate gli attacchi aerei”. Prevedibile la risposta del ministro degli esteri russo, Lavrov: un secco “NO”. Le basi dei negoziati di Ginevra sono cambiate radicalmente ed è prevedibile che cambieranno ancora nelle prossime settimane, perché stanno cadendo le carte che avevano in mano i nemici di Bashar al-Assad. Vedremo se saranno giocate nuove carte.


Pino Cabras.
Hanno collaborato Talal Khrais (Beirut), Mohammad Eid (Damasco), Shadi Martak (Aleppo).

3 gennaio 2016

Il regno saudita vuole incendiare il mondo

di Pino Cabras


La decisione saudita di giustiziare barbaramente una personalità venerata dal mondo sciita, come lo sceicco Al-Nimr, è un atto cinico che vuole bruciarsi tutti i ponti alle spalle, una disperata intenzione di alimentare un conflitto totale in seno al mondo islamico per impedire ogni barlume di pacificazione che dovesse nascere dalla sconfitta militare dell'ISIS e degli altri jihadisti (sponsorizzati dai piranhas delle petromonarchie e dal sultano hitleriano di Ankara con la complicità dell'Occidente). 

Non è dunque una faccenda interna all'orrendo regno oscurantista dei Sauditi, bensì un innesco bellico studiato per alimentare caos e guerra su scala internazionale, dentro uno scacchiere sconfinato. 

Le complicità del mondo NATO con queste classi dirigenti ci hanno messo ormai in grave pericolo come popoli. 
Per difenderci dovremo fare una grande "operazione verità'" sulla pace e sulla guerra, sugli amici e i nemici del jihadismo, sugli affari sporchissimi che coprono le premesse di un vasto conflitto che può sconvolgere il mondo.
Nel frattempo, l'Arabia Saudita è solo un ISIS che ce l'ha fatta.



Tratto da: http://megachip.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=124988&typeb=0.




24 novembre 2015

Il trappolone turco sul filo della guerra mondiale



di Pino Cabras.
da Megachip.

Durante la guerra fredda la NATO non aveva mai abbattuto un aereo militare di Mosca. Oggi la Turchia, paese NATO in mano a uno dei manovratori dell'ISIS, lo ha fatto (nello spazio aereo siriano). È una gravissima provocazione che può trasformare la guerra siriana da guerra NATO per procura a guerra NATO senza mediazioni, col rischio molto concreto di far scattare quelle clausole dell'alleanza atlantica che ci trascinerebbero tutti in un conflitto molto esteso e difficilmente controllabile. Sicuramente al figlio di Erdoğan, che gestisce il contrabbando di petrolio dell'ISIS, non piaceva affatto che negli ultimi giorni i Sukhoi Su-24 gli avessero distrutto centinaia di autocisterne, azzerandogli di colpo un business che andava avanti da un anno e mezzo. Abbatterne uno, a costo di una guerra mondiale, è la risposta del suo paparino, per alzare la posta in gioco. Un bel trappolone per la Russia, che qualche risposta dovrà dare, e per tutti gli alleati NATO, da invischiare nei calcoli strategici di Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Vicino Oriente. E noi dovremmo essere disposti a morire per le autocisterne che finanziano l'ISIS. Come no?




18 novembre 2015

La Repubblica Francese presa in ostaggio


di Thierry Meyssan.
da Megachip.
La guerra che si è estesa fino a Parigi è incomprensibile per i francesi, che sanno poco e niente delle attività segrete del loro governo nel mondo arabo, delle sue alleanze contro natura con le dittature del Golfo e della sua partecipazione attiva al terrorismo internazionale. Questa politica non è mai stata discussa in parlamento e raramente i media mainstream hanno osato interessarsene.

DAMASCO (Siria) - Da cinque anni i francesi sentono parlare di guerre lontane senza capire di cosa si tratta. La stampa li ha informati dell'impegno del loro esercito in Libia, ma mai della presenza di truppe francesi in missione nel Levante. I miei articoli al riguardo sono molto letti, ma percepiti come stravaganze orientali. Nonostante la mia storia personale, va di moda definirmi «estremista» o «complottista» e sottolineare che i miei articoli sono riprodotti da siti web di tutte le convinzioni, compresi gli estremisti o i complottisti, quelli veri. Eppure nessuno trova niente da obiettare in ciò che scrivo. Tuttavia nessuno ascolta i miei avvertimenti sulle alleanze che la Francia stringe.
Improvvisamente, la verità ignorata è venuta a galla.
Nella notte di venerdì 13 novembre 2015 la Francia è stata attaccata da alcuni commando che hanno ucciso almeno 130 persone in cinque luoghi diversi in Parigi. È stato dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale per 12 giorni e il parlamento potrebbe rinnovarlo.


Nessun legame diretto con il caso Charlie Hebdo
La stampa francese interpreta questo atto di guerra collegandolo all'attentato di Charlie Hebdo, nonostante le modalità operative siano completamente differenti. A gennaio si trattava di uccidere persone precise, mentre qui si tratta di un attacco coordinato contro un gran numero di persone a caso.
Oggi sappiamo che il direttore di Charlie Hebdo aveva appena ricevuto un "dono" di 200.000 euro dal Vicino Oriente per condurre la sua campagna anti-islamica [1]; che gli assassini erano legati ai servizi segreti francesi [2]; che la provenienza delle loro armi è coperta dal segreto militare [3].
Ho già dimostrato che questo attacco non era un'operazione islamista [4], che era stato fatto oggetto di un’appropriazione statale immediata [5] e che quest’appropriazione aveva avuto un riscontro presso la popolazione ostile alla Repubblica [6], un’idea brillantemente sviluppata qualche mese dopo dal demografo Emmanuel Todd [7].

Se torniamo alla guerra appena arrivata a Parigi, costituisce una sorpresa in Europa occidentale. Non possiamo paragonarla con gli attentati di Madrid del 2004: in Spagna non c’erano né killer né kamikaze, ma dieci bombe piazzate in quattro luoghi distinti [8].
Il tipo di scena che ha appena avuto luogo in Francia è dal 2001 la sorte quotidiana di molte popolazioni del Medio Oriente allargato. E troviamo eventi simili anche altrove, come i tre giorni di attentati in sei posti diversi a Bombay nel 2008 [9].

Anche se gli aggressori erano musulmani e se alcuni di loro hanno gridato «Allah Akbar!» uccidendo i passanti, non c’è alcun legame tra questi attacchi, l'Islam e una eventuale “guerra di civiltà". Così, questi commando avevano istruzione di uccidere a caso, senza prima informarsi sulla religione delle loro vittime.

Allo stesso modo, è assurdo prendere per buono il richiamato movente dell’ISIS contro la Francia, sebbene non ci sia alcun dubbio sul suo coinvolgimento in questo attacco: infatti, se l'organizzazione terroristica avesse voluto "vendicarsi", è a Mosca che avrebbe colpito.


La Francia è uno stato terrorista almeno dal 2011
La lettura di questi eventi è confusa perché dietro i gruppi non statali si nascondono sempre degli Stati che li finanziano. Negli anni Settanta, il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto «Carlos» o «lo Sciacallo», per convinzione si era messo al servizio della causa palestinese e della Rivoluzione con il silenzioso appoggio dell'URSS. Negli anni Ottanta, l'esempio di Carlos è stato preso da mercenari che lavoravano per il miglior offerente come Sabri al Banna detto «Abu Nidal», che ha compiuto attentati sia per conto di Libia e Siria sia per conto di Israele. Oggi c'è una nebulosa del terrorismo e di operazioni segrete che coinvolge un gran numero di Stati.

Di norma, gli Stati negano sempre il loro coinvolgimento in gruppi terroristici. Tuttavia, nel dicembre 2012, in occasione della conferenza degli "Amici della Siria" a Marrakech, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha detto che Al-Nusra, il ramo siriano di Al-Qa'ida, «ha fatto un buon lavoro» [10].
Tenuto conto del suo ruolo, l’on. Fabius sapeva che non sarebbe stato perseguito per il suo sostegno a un'organizzazione classificata come terroristica dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma ha fatto correre un grave rischio al suo paese che si immergeva così nel calderone del terrorismo.
In realtà, la Francia è coinvolta almeno dall’inizio del 2011 al fianco di Al-Qa'ida. A quel tempo, il Regno Unito e la Francia si erano uniti al progetto americano della «Primavera araba». Si trattava di rovesciare tutti i regimi laici arabi e sostituirli con dittature dei Fratelli Musulmani. Quando Londra e Parigi svelarono questa operazione in corso in Tunisia e in Egitto, il loro intervento era stato in precedenza richiesto in Libia e in Siria [11].
In Libia, con la collaborazione delle forze speciali italiane, hanno organizzato i massacri di Bengasi e poi − con l'aiuto di Al-Qa'ida − la presa degli arsenali. Posso testimoniare che nell’agosto 2011, quando ero protetto da Khamis Gheddafi, mentre la NATO attaccava la capitale, l'hotel Rixos dove ci trovavamo fu assediato da un’unità di Al-Qa'ida, la Brigata Tripoli, comandata dal Mahdi al-Harati al grido di «Allah Akbar!» e inquadrata da ufficiali francesi in missione. Lo stesso Mahdi al-Harati era col suo capo Abdelhakim Belhaj, il fondatore del cosiddetto Esercito Siriano Libero, in realtà un gruppo di Al-Qa'ida che porta la bandiera della colonizzazione francese.
In Siria, la presenza di ufficiali francesi che inquadrano gruppi armati mentre perpetrano crimini contro l'umanità è ampiamente attestata.
Da allora in poi la Francia ha giocato un gioco estremamente complesso e pericoloso. Così, nel gennaio 2013, cioè un mese dopo il sostegno pubblico di Fabius ad Al-Qa'ida in Siria, ha intrapreso un'operazione in Mali contro la stessa Al-Qa'ida, provocando un primo contraccolpo contro i suoi agenti infiltrati in Siria.
Di tutto ciò non avete mai sentito parlare. Perché, anche se la Francia ha istituzioni democratiche, la sua attuale politica nel mondo arabo non è mai stata dibattuta pubblicamente. Al massimo ci si è limitati − in violazione dell'articolo 35 della Costituzione − ad entrare in guerra contro la Libia e contro la Siria dopo alcune ore di dibattiti parlamentari superficiali, senza voto. I parlamentari francesi hanno rinunciato a esercitare il loro mandato di controllo dell’esecutivo in materia di politica estera, pensando che si trattasse di un’area riservata al presidente, senza conseguenze nella vita quotidiana. Al contrario, oggi tutti possono constatare che la pace e la sicurezza, uno dei quattro «diritti dell'uomo e del cittadino» del 1789 (articolo 2), ne dipendono direttamente. Il peggio deve ancora venire.

All’inizio del 2014, quando i falchi liberali americani mettevano a punto il loro piano di trasformazione dell’Emirato Islamico in Iraq e Sham (Terra di Sham, dal nome usato un tempo per indicare la città di Damasco, ndt) in quello che sarebbe divenuto Daesh (ossia l’ISIS), Francia e Turchia hanno inviato munizioni ad Al-Qa'ida perché combattesse l’Emirato Islamico, e questo punto è attestato da un documento presentato al Consiglio di Sicurezza il 14 luglio 2014 [12].
Tuttavia, in seguito, la Francia si è unita all'operazione segreta e ha partecipato alla coalizione internazionale anti-Daesh, della quale è ormai noto che, contrariamente al suo nome, non ha bombardato Daesh ma gli ha fornito armi per un anno [13].
Le cose si sono evolute ulteriormente dopo la firma dell'accordo 5+1 con l'Iran. Gli Stati Uniti sono tornati improvvisamente in campo contro l'organizzazione terroristica e l’hanno respinta ad Al-Hasaka [14].
Ma è stato solo verso la metà di ottobre 2015, un mese fa, che la Francia ha ricominciato a combattere l’Isis-Daesh. Non per fermare i suoi massacri, ma per conquistare una parte del territorio che occupa in Siria e in Iraq e instaurarvi un nuovo stato coloniale che si chiamerebbe "Kurdistan", anche se la sua popolazione curda sarà in partenza largamente minoritaria [15] .
In questa prospettiva, la Francia ha inviato la sua portaerei, non ancora in zona, per sostenere i marxisti-leninisti del partito curdo YPG − ma che senso ha questo riferimento politico quando si pianifica di creare uno Stato coloniale? − contro il suo ex alleato Daesh.
Stiamo oramai assistendo al secondo contraccolpo. Non da parte di Al-Qa'ida in Siria ma da parte di Daesh in Francia, su istruzioni degli alleati inconfessabili della Francia.


Chi guida Daesh
L’ISIS è una creazione artificiale. È solo lo strumento della politica di vari Stati e multinazionali.
Le sue principali risorse finanziarie sono il petrolio, le droghe afgane – di cui i francesi non hanno ancora colto le conseguenze sul loro territorio − e i reperti antichi levantini. Tutti concordano sul fatto che il petrolio rubato passa liberamente attraverso la Turchia prima di essere venduto in Europa occidentale. Considerate le quantità, non c'è alcun possibile dubbio sul sostegno dello Stato turco a Daesh [16].
Tre settimane fa, il portavoce dell'esercito arabo siriano ha rivelato che tre aerei, noleggiati rispettivamente da Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avevano appena fatto fuoriuscire combattenti dell’ISIS dalla Siria per trasportarli nello Yemen. Anche in questo caso non c’è alcun possibile dubbio circa i legami tra questi tre Stati con l’ISIS, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza in materia.
Ho spiegato a lungo, fin dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, che una fazione all'interno dell'apparato statale statunitense conduceva una sua politica distinta contro quella della Casa Bianca. Inizialmente questo complotto era guidato dal direttore della CIA e cofondatore di Daesh nel 2007 («The Surge») [17], il generale David Petraeus, fino al suo arresto ammanettato all’indomani della rielezione di Barack Obama. Poi è stata la volta del segretario di Stato Hillary Clinton, che non ha potuto portare a termine il suo mandato nel periodo di transizione presidenziale a causa di uno sfortunato "incidente". Infine, questa battaglia è stata portata avanti dall’ambasciatore Jeffrey Feltman dagli uffici dell’ONU e dal generale John Allen a capo della presunta Coalizione anti-Daesh. Questo gruppo − parte dello "Stato profondo" statunitense, che non ha smesso di opporsi all'accordo 5+1 con l'Iran e di combattere contro la Repubblica araba siriana − mantiene dei membri in seno all'amministrazione Obama. Soprattutto, può contare sull'aiuto di società multinazionali i cui bilanci sono più grandi di quelli degli Stati e possono finanziare le loro operazioni segrete. È il caso della compagnia petrolifera Exxon-Mobil (il vero proprietario del Qatar), dei fondi di investimento KKR e dell'esercito privato Academi (ex Blackwater).
È per conto di questi Stati e di queste multinazionali che la Francia è diventata un paese mercenario.


La Francia ricattata
L'11 novembre 2015, il primo ministro Manuel Valls ha assicurato che la Francia era impegnata contro il terrorismo [18].
Il 12 novembre, l'Osservatorio nazionale della delinquenza e delle risposte penali − dipendente dal ministero degli Interni − ha pubblicato un rapporto secondo cui il terrorismo sarebbe diventato la seconda preoccupazione dei francesi dopo la disoccupazione [19].
La stessa mattina del 13 novembre, il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve ha presentato a Nanterre un piano di venti misure per la lotta contro il traffico di armi [20].
Evidentemente il governo si aspettava il peggio, il che comporta che stava negoziando con chi lo ha attaccato. La Francia ha preso impegni che non ha mantenuto ed è sicuramente vittima di un ricatto da parte dei signori che ha tradito.
Un’esercitazione di attentati simulati è stata fatta la stessa mattina dell'attacco da parte dei servizi di emergenza ospedalieri [21]. Una coincidenza che avevamo già notato negli attentati dell'11 settembre 2001 a New York e Washington, in quelli dell'11 marzo 2004 a Madrid, o anche in quelli del 7 luglio 2005 a Londra.


Conclusione provvisoria
I governi francesi che si sono succeduti hanno stretto alleanze con Stati i cui valori sono opposti a quelli della Repubblica. Si sono progressivamente impegnati a combattere guerre segrete per loro, prima di ritirarsi. Il presidente Hollande, il suo capo di stato maggiore particolare generale Benoit Puga, il suo ministro degli Esteri Laurent Fabius e il suo predecessore Alain Juppé sono ora oggetto di ricatto al quale non si possono sottrarre se non rivelando in cosa hanno invischiato il paese, anche se ciò li espone all’Alta Corte (il parlamento francese riunito in Alta Corte è il giudice competente a ordinare la destituzione del Presidente della Repubblica, ndt).
Il 28 settembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, rivolgendosi agli Stati Uniti e alla Francia il presidente Putin ha dichiarato: «Vorrei chiedere ai responsabili di questa situazione “avete almeno coscienza di ciò che avete fatto?” Ma temo che la domanda rimanga in sospeso, giacché costoro non hanno rinunciato alla loro politica basata su un’eccessiva fiducia in sé e nella convinzione della propria eccezionalità e impunità.» [22]
Né gli americani né i francesi l’hanno ascoltato. Ora è troppo tardi.


                           
Da ricordare
----- Il governo francese si è progressivamente allontanato dalla legalità internazionale. Commette omicidi politici e coordina militarmente azioni terroristiche almeno dal 2011.
----- Il governo francese ha stretto alleanze contro natura con le dittature petrolifere del Golfo Persico. Collabora con un gruppo di personalità americane e di compagnie multinazionali per sabotare la politica di distensione dei presidenti Obama e Putin.
----- Il governo francese è entrato in conflitto con questi alleati poco raccomandabili. Qualcuno di loro ha finanziato gli attacchi di Parigi.



NOTE
[1] «Charlie Hebdo: les révélations de la dernière compagne de Charb», Thibault Raisse, Le Parisien, 18 octobre 2015.
[3] «Les armes de Charlie-Hebdo couvertes par le Secret-Défense», Réseau Voltaire, 17 septembre 2015.
[4] «Chi ha ordinato l’attacco contro Charlie Hebdo?», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 7 gennaio 2015.
[5] «Charlie Hebdo è solo un pretesto», par Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 12 gennaio 2015.
[6] «Di cosa hanno paura politici e giornalisti francesi?», Rete Voltaire, 27 gennaio 2015.
[7] Qui est Charlie ? : Sociologie d’une crise religieuse, Emmanuel Todd, Seuil, 5 mai 2015, 252 p.
[8] «11 mars 2004 à Madrid : était-ce vraiment un attentat islamiste?», «Attentati di Madrid: l’ipotesi atlantista», di Mathieu Miquel, Réseau Voltaire, 11 ottobre e 18 novembre 2009.
[9] The Siege, Adrian Levy & Cathy Scott-Clark, Penguin, 2013.
[10] «Pression militaire et succès diplomatique pour les rebelles syriens», par Isabelle Maudraud, Le Monde, 13 décembre 2012.
[11] Si veda la testimonianza dell’ex presidente del Consiglio costituzionale Roland Dumas su LCP.
[12] Si legga l’intervento del rappresentante siriano «Résolution 2165 et débats (aide humanitaire en Syrie)», Réseau Voltaire, 14 luglio 2014.
[13] Questo punto è ignorato dalla stampa occidentale, ma è stato largamente discusso per un anno dalla stampa araba e persiana. La verità è venuta alla luce quando cinquanta analisti del CentCom hanno denunciato le menzogne dei rapporti sulla Coalizione, mentre un’inchiesta interna è stata scatenata, finché finalmente il generale Allen è stato costretto a dimettersi. Si veda in particolare: « Stewart, Brennan et Cardillo dénoncent les manipulations du Renseignement au Pentagone » e «Il generale Allen rassegna le sue dimissioni (Bloomberg)», Réseau Voltaire, 12 e 23 settembre 2015.
[14] «La France tente d’entraver le déploiement militaire russe en Syrie», Réseau Voltaire, 6 septembre 2015.
[16] Per saperne di più: «Il ruolo della famiglia Erdogan nel Daesh», Réseau Voltaire, 4 agosto 2015.
[17] Daesh fu originariamente formata in Iraq come parte di un piano volto a porre fine alla resistenza all’occupazione statunitense. Per fare questo, gli USA hanno creato delle milizie anti-sciite, tra cui l'Emirato Islamico in Iraq, il futuro "Daesh" - e poi delle milizie anti-sunnite. In definitiva, i due gruppi di popolazione si sono scordati dell’esercito occupante e si sono combattuti fra di loro.
[18] «Valls: la France engagée contre le terrorisme», AFP et Le Figaro, 11 novembre 2015.
[19] «La grande peur du terrorisme», Timothée Boutry, Le Parisien-Aujourd’hui en France, 13 novembre 2015.
[21] Cfr. L’intervento del Dr Patrice Pelloux, presidente dell'Associazione medici di emergenza francesi, su France Info alle 10h26 e al notiziario serale di France2, il 14 novembre 2015. « Comment le Samu s’est préparé aux attentats simultanés de Paris », Kira Mitrofanoff, Challenges, 15 novembre 2015.
[22] «Vladimir Putin – Intervento alla 70° assemblea generale dell’ONU - in italiano», di Vladimir Putin, PandoraTV, 30 settembre 2015.


Thierry Meyssan, 16 novembre 2015.
Traduzione a cura di Emilio Marco Piano


15 luglio 2015

Il nodo iraniano. E ora?

di Simone Santini.
da Sputnik.

La firma dello storico accordo sul nucleare tra Iran e Comunità internazionale non è il punto terminale ma il primo passo di un processo che può cambiare la fisionomia del Medio Oriente e, dunque, le relazioni internazionali globali.

Tutti gli analisti più attenti della questione hanno rilevato, da tempo, che il faticosissimo negoziato che ha impegnato per oltre un decennio le diplomazie non era tanto centrato sulla possibilità che l'Iran acquisisse il nucleare militare ma sul ruolo che il paese persiano doveva assumere sullo scacchiere internazionale.
Perciò i termini più esatti della questione erano di ordine squisitamente politico (geopolitico) e non tecnico. Per parte americana, dalla visione di un Iran perno dell' "asse del male" si è passati ad una visione molto più pragmatica e realista. Tatticamente l'Iran diventa per Washington il partner ideale per il contenimento del pericolo jihadista, prima di Al-Qa'ida, ora di Daesh (Isis), in tutta l'area tra Iraq e Siria. Il mostro islamista che gli stessi americani hanno contribuito a destare non è un robot che risponde istantaneamente ai comandi e che si possa accendere o spegnere premendo un interruttore. Sono necessari "scarponi sul terreno" che possano contrastare in profondità la sua egemonia che può anche sfuggire di mano. Gli "scarponi" oggi, se non direttamente iraniani, appartengono ad Hezbollah in Siria ed alle milizie sciite in Iraq, dunque fazioni apertamente o tendenzialmente filo-iraniane.
Inoltre l'attuale Amministrazione di Washington sembra aver sposato un assetto per il Medio Oriente, tipicamente ricalcato sulle idee dello stratega di lungo corso Zbigniew Brzezinski, che punta alla creazione di un quadrilatero che formi un equilibrio di tensione tra le potenze regionali: Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita. In tal modo, le fragilità e i contrapposti o contigui interessi di ogni vertice del quadrilatero dovrebbero tendere a comporsi in un quadro stabile. Virtuosismo delle relazioni internazionali a parte, ciò potrebbe consentire agli USA di sganciarsi militarmente, come già stanno facendo, dal Medio Oriente per proiettarsi verso i teatri di crisi prossimi venturi, l'oriente europeo e l'estremo oriente del Pacifico.
Ma come per ogni assetto che tenta lo sforzo di instaurarsi, non mancano i contrasti che derivano dal vecchio ordinamento. Così Israele vede minacciato il suo ruolo di potenza senza avversari. L'Arabia Saudita wahabita vede con terrore imporsi lo storico nemico sciita. E ampi settori americani scorgono l'incertezza del nuovo corso. Ne hanno dato plastica dimostrazione altri due decani delle geostrategie americane, gli ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, in una sorta di appello congiunto pubblicato dal Wall Street Journal lo scorso aprile a pochi giorni dall'accordo quadro di Losanna che prefigurava l'accordo definitivo raggiunto ora a Vienna.  Al termine di una accurata disamina scrivono: "Se il mondo deve essere risparmiato da inquietudini ancora peggiori, gli Stati Uniti devono sviluppare una dottrina strategica per la regione [il Medio Oriente]. La stabilità richiede un ruolo americano attivo. Se l'Iran intende essere un membro prezioso della comunità internazionale, il prerequisito è che accetti il controllo sulla sua capacità di destabilizzare il Medio Oriente e sfidare l'ordine internazionale più ampio". Insomma, è detto senza mezzi termini anche se con eleganza. È una questione di controllo. Gli Stati Uniti devono raggiungere la chiarezza su quale sia il loro ruolo strategico, e se l'Iran non è sotto controllo, l'accordo nucleare andrà a "rafforzare, non a risolvere, le sfide al mondo in quella regione".
Tali divergenti visioni prenderanno forma durante il dibattito che avverrà al Congresso americano  sull'approvazione del nuclear deal. Sarà di straordinaria importanza valutare il comporsi dei vari schieramenti non tanto per l'effettiva tenuta dell'accordo (Obama ha già dichiarato che userà il potere di veto se il Congresso provasse a snaturare o semplicemente bocciare l'intesa) quanto piuttosto verificare se la natura politica dell'accordo può avere sufficiente vitalità per imporsi o nasce già morta. Se Obama riuscisse ad avere un voto addirittura favorevole, con la maggioranza repubblicana, sarebbe un trionfo. Se un voto negativo arrivasse solo dalla parte repubblicana (o comunque con defezioni tra repubblicani e democratici che andassero a compensarsi) lo spirito di Losanna e Vienna sarebbe vivo e vegeto, benché fragile, fino alle prossime presidenziali. Se, invece, l'atteggiamento negativo arrivasse anche da una consistente parte democratica, oltre che repubblicana, allora Obama sarebbe, almeno per le questioni internazionali, già esautorato de facto dalle sue prerogative presidenziali con un anno e mezzo di anticipo.
Un ruolo essenziale sarà giocato in questo contesto da Hillary Rodham Clinton, candidata quasi sicura a correre per la Casa Bianca per i democratici e possibile (probabile?) futuro presidente. È da escludersi una sua manifesta ed esplicita opposizione all'accordo ma come si muoveranno le lobbies democratiche, alcune molto legate agli ambienti sionisti americani, che la sosterranno nella sua costosissima campagna elettorale?
Da parte iraniana non resta che osservare guardinghi lo svolgersi degli eventi e godersi intanto questa fantastica vittoria. L'Iran come nazione nel suo complesso, e la sua leadership attuale e passata, ha dimostrato una straordinaria lungimiranza, determinazione, capacità di sacrificio lungo tutti questi anni di negoziato. Possono con fierezza e speranza guardare al futuro. Hanno attraversato la loro parte di deserto, ora tocca al resto del mondo accoglierli.
Fonte:  http://it.sputniknews.com/politica/20150715/754031.html.
Ripubblicato anche da Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=121966&typeb=0&il-nodo-iraniano-e-ora-