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3 maggio 2017
Kill The Children
In mezzo alle polemiche sulle organizzazioni non governative internazionali
che traghettano verso l’Italia i disperati raccolti sulle coste libiche, la mia
attenzione è stata attratta dal profilo dei componenti del Consiglio Direttivo italiano
di una di esse, Save The Children:
Nella lista ho notato in particolare un nome,
quello di Marco De Benedetti, che - oltre
ad essere il figlio dell’oligarca italiano naturalizzato svizzero Carlo De
Benedetti - ricopre la carica di Managing Director e Co-Presidente Europa di The Carlyle Group.
Ora, The Carlyle Group non è un’azienda
qualsiasi, ma un gigante mondiale nella
gestione degli attivi di aziende di tanti settori, incluse le industrie del
complesso militare-industriale. Carlyle
ha sede al centro dell’Impero, a
Washington, e vive di una perenne commistione politica-affari, tanto che ha reclutato fra i suoi super-faccendieri anche ex direttori
CIA ed ex presidenti USA come George
Bush padre e l’ex primo ministro britannico John Major. Nel 2008-2016 il suo direttore dei servizi finanziari
globali è stato un pezzo grosso di Wall Street, Olivier Sarkozy, fratellastro dell’ex presidente francese Nicolas,
mentre fra gli amministratori di Carlyle c’è anche il numero uno della General Motors, Dan Akerson.
Insomma, parliamo di un architrave del capitalismo globalizzato, che gestisce "asset" per centinaia di miliardi dollari, di quel capitalismo al
centro delle rapine finanziarie, delle guerre mediorientali, e di un’altra
serie di fenomeni che potremmo ribattezzare “Kill The Children”.
Vediamo così adesso i bambini fuggiti da una
casa perduta per via di una bomba aeronautica o di una bomba finanziaria ricollegata
a imprese partecipate da Carlyle, mentre sono raccolti in mare da un’azienda
dell’assistenza che incrocia la sua orbita con la Carlyle, e magari fornirà
loro farmaci e cibo di aziende partecipate da Carlyle. Il capitalismo è tentacolare, apre e chiude cicli, è completo, e si fa
anche bello, con tanto di riviste patinate e siti cinguettanti che vantano i
buoni rapporti dei pezzi grossi del non profit con le multinazionali quotate nelle grandi borse del generoso
Occidente.
Nel 2014, l’ex primo ministro britannico Tony Blair fu insignito di un premio
istituito dall’influente ramo statunitense di Save the Children, il Global
Legacy Award, durante una cena di gala a New York. Proprio lui, Blair, non
esattamente il salvatore dei bambini
iracheni e afghani.
L’industria della filantropia compie gesti
buoni. Ma la muovono salotti esclusivi che incrociano le loro strategie con quelle
dei padroni della geopolitica, cioè i signori delle guerre e delle ondate di
profughi.
Nella statistica delle singole vite salvate,
che fanno un bel rumore, scompaiono le masse sommerse e silenziate dai grandi media,
a loro volta pilotati dagli stessi salotti.
19 luglio 2016
L'Antiatatürk
I contorni dell’operazione di Recep Tayyip Erdoğan
stanno diventando più chiari di ora in ora.
Prima ha licenziato e arrestato migliaia di
soldati. Poi migliaia di magistrati. Poi la totalità dei presidi e rettori
dell’intero sistema educativo e accademico.
Sta cioè liquidando in pochi giorni
un’intera classe dirigente ancora organica al sistema di valori di quella
Turchia modellata quasi un secolo fa da Mustafa Kemal Atatürk. Non solo i
vertici, ma tutti i quadri direttivi.
Sta demolendo tutto il lascito della
Repubblica laica per sostituirlo con un nuovo tipo di forze armate, nuovi
codici civili e penali, nuovi valori fondanti dominati da un blocco islamista
cui si è appoggiato per vincere la prova del colpo di Stato.
Altro che contro-golpe. Siamo di fronte
all’Antiatatürk.
La società turca entra in una “terra
incognita”, e alle porte dell’Europa (e dell’Asia) assisteremo a tensioni nuove
e fortissime.
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7 gennaio 2016
La disperata corsa saudita
di
Pino Cabras.
La scena che si sta mostrando al mondo,
dopo l'esecuzione dello sceicco sciita Nimr al-Nimr da parte delle autorità saudite, spiega bene dove
volesse andare a parare Riad con questa macabra provocazione politica. Di
fronte alle reazioni iraniane, prevedibili
e tanto cercate, gli Stati più interconnessi con l'Arabia Saudita hanno fatto a
gara a chi rompeva prima le relazioni diplomatiche con l'Iran. Il Bahrein, il
Sudan e il Kuwait sono stati i più solerti nell'accodarsi alla scelta saudita.
Ma è prevedibile che Riad premerà da
subito su tutta la sua "clientela vicina", tutti gli stati arabi
su cui ha gettato il grande peso dei propri petrodollari, a partire dall'Egitto, affinché chiudano le
ambasciate iraniane e richiamino i propri ambasciatori a Teheran, blocchino i
collegamenti aerei, rendano più accidentato il rientro dell'Iran nei salotti
buoni della diplomazia.
Riad fa un calcolo forse disperato, ma
certamente determinato: vuole sabotare
con ogni possibile mezzo i risultati dell'accordo sul nucleare consacrato
dalle massime potenze del pianeta, che ha finalmente riconosciuto un ruolo e un peso che l'Iran ha
conquistato in mezzo ai disastri della "guerra infinita"
angloamericana nel cosiddetto "Medio Oriente allargato". Dove gli
altri hanno seminato caos, Teheran ha offerto un ordine politico più efficace,
fino a porsi al centro di un crocevia di portata mondiale.
Pochi
in Occidente ricordano che il presidente iraniano Rouhani è anche il presidente
del Movimento dei paesi non allineati, che raccoglie 120 Stati
che rappresentano i due terzi della
popolazione mondiale. Ma soprattutto, dopo l'accordo sul nucleare, l'Iran
recupera le essenziali relazioni con gli
Stati più potenti, cosicché il suo peso nella regione mediorientale
aumenta. All'Arabia saudita tutto questo non piace, come possiamo dedurre da
altri fatti.
Le azioni dei sauditi di questo drammatico
inizio del 2016 vanno infatti legate ad altre loro recenti azioni. L'intervento
aereo russo in Siria è stato abbastanza forte da togliere ogni velo con cui
l'Arabia saudita provava fin qui a coprire il suo sostanzioso appoggio alle
milizie jihadiste. Di fronte al tentativo della grande diplomazia - che intende
replicare per la Siria l'esperienza di successo del negoziato 5+1 per l'Iran - il Regno saudita è
stato costretto in fretta e furia a organizzare nel dicembre 2015 una "sua"
conferenza internazionale delle opposizioni contro il presidente siriano Assad.
Come per dire: non ci escluderete di
certo, anche quando la nostra mostruosa creatura Frankenstein, l'ISIS-Daesh, dovesse
risultare definitivamente sconfitta.
Nel frattempo l'Arabia Saudita, in
coalizione con i suoi "clientes",
ha continuato la sua aggressione allo Yemen,
scaricando su uno dei paesi più poveri del mondo (ma che è la porta del Mar
Rosso) una quantità impressionante di bombe, con risultati che
risultano criminali dal punto di vista dei costi umani, disastrosi dal punto di
vista dell'efficacia militare e astronomici dal punto di vista finanziario.
Sempre sul fronte finanziario, i sauditi da
un anno in qua stanno scommettendo su una grande operazione: pompare tantissimo petrolio, così tanto da far abbassare il
prezzo, in modo da strangolare i
paesi la cui economia si regge in grande misura sull'esportazione di
idrocarburi. Tra questi, ancora l'odiato Iran, ma soprattutto la Russia
(ripetendo uno schema che sul finire degli anni ottanta aveva piegato l'URSS), e persino l'industria nordamericana dello shale
oil, che risulterebbe soffocata nella culla dopo qualche anno di prezzi
così bassi.
Solo che la coperta è corta: i ricavi sono crollati anche per l'Arabia saudita,
che ha meno denaro con cui comprare alleati e che sperimenta deficit inediti,
in grado di farla collassare. Non è ancora crollata, certo, ma la classe
dirigente gioca ormai con un elemento di disperazione in più.
È in questo contesto che si legge meglio
anche la recente stretta che i sauditi hanno imposto ai media, fino a far oscurare Al Manar,
la TV degli Hezbollah libanesi, dal satellite Arabsat, assieme ad altri canali
sgraditi, ugualmente testimoni scomodi delle tragedie militari causate o
sponsorizzate da Riad.
Altre mosse sono andate in controtendenza,
come accade nelle scacchiere geopolitiche, che muovono i pezzi in modi strani e
difficili da leggere. Ad esempio, perfino
Riad non può estraniarsi dalla rinascita della Russia come grande potenza,
tanto che si sono moltiplicati i viaggi dei dignitari sauditi a Mosca,
alla ricerca di un nuovo "modus
vivendi" in Medio Oriente, con promesse di affari reciprocamente
vantaggiosi, forniture militari, disponibilità a considerare un ruolo meno
preponderante degli USA negli equilibri regionali. Tutti sanno la misura dei danni che possono infliggere e subire (e che
viceversa possono non infliggere e non subire). Ad esempio il wahhabismo saudita ha una forte influenza ideologica e militare sulla
galassia jihadista che potrebbe intensificare le sue azioni nel Caucaso e in tutto il fianco
sud dell'ex URSS, ponendosi come una minaccia concreta alla sicurezza russa
e ad ogni tentativo di "Via della Seta" dell'Eurasia del futuro. Per
contro, i sauditi hanno capito benissimo il messaggio recapitato dai missili da
crociera Kalibr che dal Mar Caspio hanno colpito in Siria: quei
missili russi hanno un
raggio d'azione in grado di colpire con precisione devastante qualsiasi punto
della penisola arabica.
Le cancellerie di mezzo mondo ora sono in
allarme. La cadenza dei cambiamenti
diplomatici avvenuti in una sola settimana va a una velocità troppo
insostenibile, perciò tutti, a partire dal Segretario generale dell'ONU,
invitano a trovare canali di dialogo. Gli scenari di guerra e di pace lungo
l'arco di crisi mediorientale somigliano sempre di più a una corsa contro il tempo. Fra tutti i giocatori che sfidano il
calendario, i sauditi sembrano essere i più impazienti.
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3 gennaio 2016
Il regno saudita vuole incendiare il mondo
di Pino Cabras.
La decisione saudita di giustiziare barbaramente una personalità venerata dal mondo sciita, come lo sceicco Al-Nimr, è un atto cinico che vuole bruciarsi tutti i ponti alle spalle, una disperata intenzione di alimentare un conflitto totale in seno al mondo islamico per impedire ogni barlume di pacificazione che dovesse nascere dalla sconfitta militare dell'ISIS e degli altri jihadisti (sponsorizzati dai piranhas delle petromonarchie e dal sultano hitleriano di Ankara con la complicità dell'Occidente).
Non è dunque una faccenda interna all'orrendo regno oscurantista dei Sauditi, bensì un innesco bellico studiato per alimentare caos e guerra su scala internazionale, dentro uno scacchiere sconfinato.
Le complicità del mondo NATO con queste classi dirigenti ci hanno messo ormai in grave pericolo come popoli.
Per difenderci dovremo fare una grande "operazione verità'" sulla pace e sulla guerra, sugli amici e i nemici del jihadismo, sugli affari sporchissimi che coprono le premesse di un vasto conflitto che può sconvolgere il mondo.
Nel frattempo, l'Arabia Saudita è solo un ISIS che ce l'ha fatta.
Tratto da: http://megachip.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=124988&typeb=0.
21 dicembre 2015
La guerra dei media in Europa e in Medio Oriente
Pandoratv.it
C’è un Islam che lotta strenuamente contro l’ISIS. Muore in battaglia e
produce un nuovo giornalismo, come la TV libanese di Hezbollah, Al
Manar. L’Arabia Saudita l’ha voluta oscurare dal satellite Arabsat.
Ma prima ancora questa TV l’avevano già oscurata gli europei con Eutelsat.
Al Manar mi ha intervistato in proposito.
Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5342.
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11 ottobre 2015
Perché l'Occidente non capisce più la Russia. Una lettura critica
di Mario Rimini.
da IL FOGLIO.
La Mosca preferita dagli Stati Uniti? Quella che non aveva politica estera e la cui identità nazionale era in crisi. La svolta di Vladimir Putin e il ruolo della Cecenia
Quando la Russia era amica degli Stati Uniti, Pavel Grachev era ministro della Difesa, dal 1992 al 1996. Erano gli anni della transizione post sovietica. Il Presidente Yeltsin e i suoi giovani riformatori traghettavano un paese lacero e miserabile verso un futuro di libertà stracciona, di occidentalismo predatorio, di privatizzazione da Far West.
Una Russia società aperta, che danzava ubriaca sulla fune sopra il baratro. E senza rete di salvataggio. Era, quella, la Russia degli americani. In nessun periodo storico fu Mosca più vezzeggiata, lusingata e accarezzata dall'affabile alleato transatlantico. Nel momento in cui rinunciò a qualunque politica estera, a qualunque sfera di influenza, all'interesse nazionale e alla geopolitica, i sorrisi della politica americana si sprecarono per anni, promettendo ai russi integrazione, sviluppo, benessere. E consegnando invece, tutt'al più, una copia vintage e involgarita delle luci di New York sulle cupole zariste e i condomini khruscioviani lungo la Moscova.
Pochi russi ammassavano fortune d'altri tempi sulle ceneri di una superpotenza in saldo. Una generazione di giovani vedeva scomparire l'istruzione, la sanità, la sicurezza di uno stipendio povero ma in grado di assicurare la spesa quotidiana e un tetto. Milioni di ragazze scoprivano che i loro corpi avevano un mercato, per le strade di Mosca invase dai turisti o nelle città d'Europa finalmente accessibili per una schiavitù diversa dalla solita, e più brutale. Gli orfanotrofi traboccavano di creature malnutrite rifiutate da famiglie scomparse e abbandonate da uno stato in bancarotta. La droga, il collasso dei servizi pubblici e l'anomia sociale mietevano un numero incalcolabile di giovani vittime ai quattro angoli di un impero arrugginito, venduto pezzo per pezzo come metallo di scarto sui mercati mondiali della corruzione e del malaffare. Mosca e San Pietroburgo, di notte, facevano paura. Crimine fuori controllo, omicidi spiccioli ed esecuzioni mafiose in grande stile terrorizzavano città senza più legge, dove la polizia sopravviveva grazie alle mazzette e all'estorsione e i malviventi regnavano come mai i Corleone e i Riina avrebbero potuto sognare nella loro terra. La Russia di Yeltsin non era più orso. Era semmai un elefante mutilato e sanguinante, cui bracconieri indigeni e stranieri somministravano stupefacenti per tenerlo in vita, mentre gli rubavano avorio, organi, e anima.
E poi c'era l'esercito. L'istituzione che aveva, sin dalla rivoluzione d'ottobre, rappresentato la gloria e la potenza, il vanto e l'orgoglio, il blasone e il sigillo della leadership mondiale della Russia dei Soviet. Non più Armata Rossa ma Russa, l'esercito era allora sotto la guida di Grachev. Una figura dimenticata ma preziosa, per capire la storia. Non la storia dei summit e delle dichiarazioni diplomatiche, no. La storia di uomini e donne, di carne e di sangue, di vita e di morte. La storia dei russi, contro la storia dei think tank e delle accademie e dei fondi monetari. Era il dicembre 1994 e Grachev aveva dichiarato con boria mediatica che l'esercito russo avrebbe potuto conquistare Grozny in 24 ore con un solo reggimento di paracadutisti. Perché oltre che dissanguata, derelitta e derubata, la Russia di Yeltsin era anche a un passo dalla disintegrazione. Regioni ribelli guidate da delinquenti e corrotti premevano per la secessione da un potere centrale che non aveva più potere, né centralità. E se il corpo rischiava la metastasi, il cancro da cui questo minacciava di diffondersi era la Cecenia. Dicono i pettegolezzi, che sono un po' anche cronaca, che Grachev avesse dato l'ordine di invadere Grozny di notte, ubriaco. E così la mattina di capodanno del 1995 la capitale caucasica fu svegliata dalle bombe e dai carri armati. Era la prima volta che l'Armata Russa combatteva. E fu un disastro che nemmeno gli analisti più cinici avrebbero previsto. Lungi dall'impiegare un solo battaglione di paracadutisti, Grachev riversò su Grozny tutto quello che aveva. Tank, artiglieria, aviazione. E lungi dall'ottenere la rapida vittoria che aveva promesso, si risvegliò dalla supposta sbronza con le notizie di una catastrofe nazionale. L'Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più.
C'era, al suo posto, l'esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d'America. Un'armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall'America aveva gettato la Russia esiste, questo e' senz'altro la campagna cecena di Pavel Grachev. D'altronde, l'Armata Russa era la stessa di cui filtravano notizie di soldati ridotti alla fame nelle basi dell'estremo Oriente, o venduti a San Pietroburgo come prostituti a ora per clienti facoltosi, o massacrati nei riti d'iniziazione sfuggiti a qualunque regola e disciplina, o suicidi in massa per sfuggire a violenze e soprusi impuniti. E così in Cecenia, dopo un bilancio di migliaia di soldati uccisi e fatti prigionieri, di una città rasa al suolo e di civili sterminati, il cancro non era stato nemmeno estirpato. E un anno dopo, i ribelli l'avrebbero riconquistata. Grachev perse la faccia. E la Russia con lui. Mentre le madri dei piccoli soldati usati come carne da cannone iniziarono le loro coraggiose manifestazioni pubbliche davanti ai lugubri ministeri moscoviti, che tanto le facevano assomigliare alle danze solitarie delle madri dei desaparecidos sudamericani. E sarebbe stata una ricerca disperata, straziante e inutile, perché dei figli soldati della Russia non v'erano notizie, ne' sepoltura, né nomi. Scomparsi nel nulla, saltati in aria nei carri sgangherati di Grachev, torturati nelle prigioni improvvisate dei mujaheddin ceceni. Inghiottiti dal drago di un paese allo sfacelo. Che però, allora, era il darling della Casa Bianca.
Per questo, oggi, non capiamo Putin. Perché ci rifiutiamo di vedere la storia degli uomini e ci soffermiamo invece sui paper delle accademie. Quelli che ci dicono che Putin è un fascista che sta distruggendo la Russia. Quelli che ci parlano di un paese prigioniero di una nuova tirannia. Quelli che dipingono la Crimea come una nuova Cecoslovacchia e l'Ucraina come la Polonia di Hitler. Quelli che sono, oggi, la copia speculare di ciò che condannano: Propaganda.
Perché la Russia non è più stracciona, e Putin lentamente l'ha cambiata. Ha ricostruito lo Stato.
Non è un modello di democrazia di Westminster, no di certo. Ma esiste, e fa qualcosa. Ha recuperato, legalmente e illegalmente, parte di quell'eredità che l'oligarchia mafiosa aveva comprato alla fiera dell'est, per due soldi. Ha curato i focolai tumorali che minacciavano la sopravvivenza della Federazione. Ha riparato i carri armati, e li ha svuotati degli adolescenti di leva, riempiendoli di soldati professionisti. Ha licenziato la leadership alcolista, e investito in ricerca e sviluppo. Ha riaperto le fabbriche del complesso militare industriale che non è certo la chiave del futuro, ma che è tutto ciò che la Russia aveva e da cui poteva ripartire. E quando il paese ha smesso di presentarsi ai summit internazionali scalzo e rattoppato per supplicare l'America e le sue istituzioni finanziarie di elargire un altro prestito ipotecando in cambio l'interesse nazionale, la Russia di Putin ne ha ripreso in mano il dossier. E ne ha rilette, una dopo l'altra, le pagine dimenticate.
La sorpresa della Crimea, per questo motivo, è tale solo per gli ipocriti, gli smemorati, e gli ingenui. La Crimea fu uno degli scogli più insidiosi su cui la transizione post sovietica rischio' di naufragare, già negli anni '90, quando per poco non scatenò
una guerra. In Crimea c'erano Sebastopoli e la flotta del Mar Nero. L'intera geopolitica zarista e poi sovietica aveva da sempre cercato lo sbocco verso il Mediterraneo, lo sanno anche i bambini delle medie. Non è certo un'invenzione di Putin. La Crimea è stata sempre la colonna portante dell'interesse nazionale russo. Non è Putin che ha stravolto la storia rivendicandola e riconquistandola. Era stata la debolezza e la disperazione degli anni di Yeltsin a far accettare obtorto collo a Mosca la rinuncia a una penisola che è insieme strategia e letteratura e icona e identità. La perdita della Crimea fu per i russi una dolorosa circostanza storica, mai una scelta coraggiosa.
L'aspro confronto tra Obama e Putin è tutto qui. L'elefante tramortito è ritornato orso. E rifiuta le sbarre della gabbia che la Nato nell'ultimo decennio gli ha costruito addosso, a dispetto delle dichiarazioni di amicizia e di rispetto.
livore di Obama ha così dipinto la Crimea come la prova della cattiveria di Putin, e l'Europa sbadata gli ha creduto. E ora che la Russia interviene su uno scacchiere mediorientale da cui mancava da vent'anni, la Casa Bianca si agita scomposta. Ma vent'anni di egemonia statunitense in Medio Oriente e Nord Africa cosa hanno prodotto? La farsa dell'Iraq e la sua tragedia umana. Lo Stato Islamico e il suo regno di barbarie. Il collasso della Siria e i milioni di profughi e la sua guerra senza sbocco. La fine della Libia.
Ed è solo l'inizio di un terremoto che l'America stessa ha scatenato, ma che le e' ormai sfuggito di mano.
Persino i paesi della regione lo sanno. E oggi iniziano a guardare a Putin più che a Obama, cui rimane la retorica da guerra fredda, l'uso spregiudicato delle sanzioni con la scusa dei diritti umani, e la scelta sconsiderata di perdere la Russia.
Putin è un personaggio complesso, ma non è il diavolo. Ha il merito di avere mantenuto la Russia nella storia, in un momento in cui era tutt'altro che scontato. Il giovane ignoto che si insediò sullo scranno degli Zar quando Yeltsin barcollò via con un ultimo brindisi, non verrà giudicato dalla storia per i pettegolezzi su come abbia passato il compleanno e sul costo dell'orologio che porta al polso, temi oggi prediletti da riviste un tempo autorevoli come Foreign Policy. Il verdetto è già scritto. E' nelle immagini che lo mostrano assieme al ministro della Difesa Shoigu nelle stanze dei bottoni del suo esercito, da cui la campagna siriana viene coordinata.
Sono passati solo due decenni, ma sembrano anni luce dalle gaffe di Yeltsin, e dalla disfatta cecena di Grachev. Se Obama non gradisce, non è per i diritti umani dei russi.
Washington ha approfittato della penosa transizione russa per arraffare quanto più spazio geopolitico ha potuto, in Europa, in Medio Oriente, nel Pacifico. E adesso che al Cremlino non siede più un ubriacone cardiopatico, e l'esercito non è più il soldatino di latta di Grachev, l'America, di colpo, ha deposto le lusinghe. E ha perso il sorriso. E minaccia di trascinarci, tutti, in uno scontro frontale con la Russia. Per i suoi interessi, e contro i nostri. Che sono quelli di un'Europa che non si fermi di colpo alla frontiera bielorussa.
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27 agosto 2015
Siria: i migranti ultimo anello di una catena di errori
di Alberto Negri.
da Il Sole 24 Ore.
Campo profughi - © Mohamed Salman, da syrianrefugees.eu
Il problema sono le guerre che assediano l’Europa non i profughi. Se non si fermano le guerre non si fermano neppure i rifugiati. Le migrazioni da fenomeno di natura essenzialmente economica e sociale sono diventate qualche cosa d’altro, il risvolto inevitabile di questioni irrisolte e che si sono aggravate: dalla Siria all’Iraq e alla Libia, dallo Yemen all’Afghanistan, dal fallimento di Stati come la Somalia a dittature africane come quella in Eritrea.
La rotta balcanica è balzata in prima pagina solo di recente ma è da oltre un anno che questa tratta, come quella africana con il suo terminale in Libia, viene battuta in maniera importante.
Ma se è complicato risolvere le guerre in corso, l’aspetto più inquietante è l’assenza di un governo europeo. L’Europa non ha imparato dal passato recente – basti pensare alle guerre balcaniche – e neppure da quello remoto: alla fine della seconda guerra mondiale in Europa si aggiravano circa 40 milioni di profughi, molti dei quali non tornarono mai più alle loro case. Soltanto la Germania ne aveva 17 milioni.
Forse non è casuale che Berlino, con un gesto senza precedenti, abbia aperto automaticamente le porte ai siriani.
La Siria è un caso emblematico. Il conflitto cominciato nel 2011 si è trasformato quasi subito in una guerra per procura tra gli Stati della regione. L’Occidente ha incoraggiato l’afflusso dei combattenti stranieri dalla frontiera turca condividendo l’obiettivo degli alleati arabi sunniti – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – di abbattere Bashar Assad, per poi pentirsi tardivamente di fronte all’ascesa barbarica del Califfato.
Quindi c’è poco da fare gli ipocriti se i jihadisti tornano a seminare il terrore in Europa: la destabilizzazione anti-Assad si è risolta in un boomerang, come già accadde con i mujaheddin lanciati contro l’Armata Rossa in Afghanistan.
Aggiungiamo che in Iraq l’avanzata dell’ISIS ha generato oltre 200mila profughi, cristiani e yezidi, soltanto nel Kurdistan iracheno. Non lamentiamoci se i cristiani spariscono dal Medio Oriente: dove mai dovrebbero tornare?
Ora ci sono 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, un milione in Libano – che ha già i suoi problemi di stabilità – oltre 900 mila in Giordania. Anche la generosa accoglienza di Ankara – così generosa che la stessa UNHCR se ne chiedeva da tempo le ragioni – è stata funzionale all’abbattimento di Assad e dei suoi alleati. Ma con lo sdoganamento dell’Iran lo scenario è cambiato e la Turchia, soddisfatta l’esigenza di colpire i curdi del PKK, si sta adattando a un possibile negoziato con USA, Europa, Russia, Iran, Arabia Saudita, per la spartizione del Levante in sfere di influenza.
I rifugiati non servono più, anzi sono diventati ingombranti e infatti è cominciato l’esodo siriano verso le coste greche e i Balcani.
E dopo tante manovre per sbalzare di sella Assad, costate 260mila morti e milioni di profughi, sembra che gli americani siano giunti alla conclusione che la via per stabilizzare la Siria, mettendo un freno all’espansione dei jihadisti, sarebbe lasciare il regime che ha governato il Paese per decenni: sconcertante. Tra errori di valutazione, ambiguità, contraddizioni, cambiamenti repentini di linea, i governanti europei devono spiegare che affrontano un’emergenza di cui i migranti sono l’ultimo anello di una catena di clamorosi errori politici.
Ripubblicato da: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=123206&typeb=0&siria-i-migranti-ultimo-anello-di-una-catena-di-errori.
15 luglio 2015
Il nodo iraniano. E ora?
La firma dello
storico accordo sul nucleare tra Iran e Comunità internazionale non è il
punto terminale ma il primo passo di un processo che può cambiare la
fisionomia del Medio Oriente e, dunque, le relazioni internazionali
globali.
Tutti
gli analisti più attenti della questione hanno rilevato, da tempo, che
il faticosissimo negoziato che ha impegnato per oltre un decennio le
diplomazie non era tanto centrato sulla possibilità che l'Iran
acquisisse il nucleare militare ma sul ruolo che il paese persiano
doveva assumere sullo scacchiere internazionale.
Perciò i termini più esatti della questione erano di ordine squisitamente politico (geopolitico) e non tecnico. Per parte americana, dalla visione di un Iran perno dell' "asse del male" si è passati ad una visione molto più pragmatica e realista. Tatticamente l'Iran diventa per Washington il partner ideale per il contenimento del pericolo jihadista, prima di Al-Qa'ida, ora di Daesh (Isis), in tutta l'area tra Iraq e Siria. Il mostro islamista che gli stessi americani hanno contribuito a destare non è un robot che risponde istantaneamente ai comandi e che si possa accendere o spegnere premendo un interruttore. Sono necessari "scarponi sul terreno" che possano contrastare in profondità la sua egemonia che può anche sfuggire di mano. Gli "scarponi" oggi, se non direttamente iraniani, appartengono ad Hezbollah in Siria ed alle milizie sciite in Iraq, dunque fazioni apertamente o tendenzialmente filo-iraniane.
Inoltre l'attuale Amministrazione di Washington sembra aver sposato un assetto per il Medio Oriente, tipicamente ricalcato sulle idee dello stratega di lungo corso Zbigniew Brzezinski, che punta alla creazione di un quadrilatero che formi un equilibrio di tensione tra le potenze regionali: Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita. In tal modo, le fragilità e i contrapposti o contigui interessi di ogni vertice del quadrilatero dovrebbero tendere a comporsi in un quadro stabile. Virtuosismo delle relazioni internazionali a parte, ciò potrebbe consentire agli USA di sganciarsi militarmente, come già stanno facendo, dal Medio Oriente per proiettarsi verso i teatri di crisi prossimi venturi, l'oriente europeo e l'estremo oriente del Pacifico.
Ma come per ogni assetto che tenta lo sforzo di instaurarsi, non mancano i contrasti che derivano dal vecchio ordinamento. Così Israele vede minacciato il suo ruolo di potenza senza avversari. L'Arabia Saudita wahabita vede con terrore imporsi lo storico nemico sciita. E ampi settori americani scorgono l'incertezza del nuovo corso. Ne hanno dato plastica dimostrazione altri due decani delle geostrategie americane, gli ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, in una sorta di appello congiunto pubblicato dal Wall Street Journal lo scorso aprile a pochi giorni dall'accordo quadro di Losanna che prefigurava l'accordo definitivo raggiunto ora a Vienna. Al termine di una accurata disamina scrivono: "Se il mondo deve essere risparmiato da inquietudini ancora peggiori, gli Stati Uniti devono sviluppare una dottrina strategica per la regione [il Medio Oriente]. La stabilità richiede un ruolo americano attivo. Se l'Iran intende essere un membro prezioso della comunità internazionale, il prerequisito è che accetti il controllo sulla sua capacità di destabilizzare il Medio Oriente e sfidare l'ordine internazionale più ampio". Insomma, è detto senza mezzi termini anche se con eleganza. È una questione di controllo. Gli Stati Uniti devono raggiungere la chiarezza su quale sia il loro ruolo strategico, e se l'Iran non è sotto controllo, l'accordo nucleare andrà a "rafforzare, non a risolvere, le sfide al mondo in quella regione".
Perciò i termini più esatti della questione erano di ordine squisitamente politico (geopolitico) e non tecnico. Per parte americana, dalla visione di un Iran perno dell' "asse del male" si è passati ad una visione molto più pragmatica e realista. Tatticamente l'Iran diventa per Washington il partner ideale per il contenimento del pericolo jihadista, prima di Al-Qa'ida, ora di Daesh (Isis), in tutta l'area tra Iraq e Siria. Il mostro islamista che gli stessi americani hanno contribuito a destare non è un robot che risponde istantaneamente ai comandi e che si possa accendere o spegnere premendo un interruttore. Sono necessari "scarponi sul terreno" che possano contrastare in profondità la sua egemonia che può anche sfuggire di mano. Gli "scarponi" oggi, se non direttamente iraniani, appartengono ad Hezbollah in Siria ed alle milizie sciite in Iraq, dunque fazioni apertamente o tendenzialmente filo-iraniane.
Inoltre l'attuale Amministrazione di Washington sembra aver sposato un assetto per il Medio Oriente, tipicamente ricalcato sulle idee dello stratega di lungo corso Zbigniew Brzezinski, che punta alla creazione di un quadrilatero che formi un equilibrio di tensione tra le potenze regionali: Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita. In tal modo, le fragilità e i contrapposti o contigui interessi di ogni vertice del quadrilatero dovrebbero tendere a comporsi in un quadro stabile. Virtuosismo delle relazioni internazionali a parte, ciò potrebbe consentire agli USA di sganciarsi militarmente, come già stanno facendo, dal Medio Oriente per proiettarsi verso i teatri di crisi prossimi venturi, l'oriente europeo e l'estremo oriente del Pacifico.
Ma come per ogni assetto che tenta lo sforzo di instaurarsi, non mancano i contrasti che derivano dal vecchio ordinamento. Così Israele vede minacciato il suo ruolo di potenza senza avversari. L'Arabia Saudita wahabita vede con terrore imporsi lo storico nemico sciita. E ampi settori americani scorgono l'incertezza del nuovo corso. Ne hanno dato plastica dimostrazione altri due decani delle geostrategie americane, gli ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, in una sorta di appello congiunto pubblicato dal Wall Street Journal lo scorso aprile a pochi giorni dall'accordo quadro di Losanna che prefigurava l'accordo definitivo raggiunto ora a Vienna. Al termine di una accurata disamina scrivono: "Se il mondo deve essere risparmiato da inquietudini ancora peggiori, gli Stati Uniti devono sviluppare una dottrina strategica per la regione [il Medio Oriente]. La stabilità richiede un ruolo americano attivo. Se l'Iran intende essere un membro prezioso della comunità internazionale, il prerequisito è che accetti il controllo sulla sua capacità di destabilizzare il Medio Oriente e sfidare l'ordine internazionale più ampio". Insomma, è detto senza mezzi termini anche se con eleganza. È una questione di controllo. Gli Stati Uniti devono raggiungere la chiarezza su quale sia il loro ruolo strategico, e se l'Iran non è sotto controllo, l'accordo nucleare andrà a "rafforzare, non a risolvere, le sfide al mondo in quella regione".
Tali divergenti visioni prenderanno forma durante il dibattito che avverrà al Congresso americano sull'approvazione del nuclear deal.
Sarà di straordinaria importanza valutare il comporsi dei vari
schieramenti non tanto per l'effettiva tenuta dell'accordo (Obama ha già
dichiarato che userà il potere di veto se il Congresso provasse a
snaturare o semplicemente bocciare l'intesa) quanto piuttosto verificare
se la natura politica dell'accordo può avere sufficiente
vitalità per imporsi o nasce già morta. Se Obama riuscisse ad avere un
voto addirittura favorevole, con la maggioranza repubblicana, sarebbe un
trionfo. Se un voto negativo arrivasse solo dalla parte repubblicana (o
comunque con defezioni tra repubblicani e democratici che andassero a
compensarsi) lo spirito di Losanna e Vienna sarebbe vivo e vegeto,
benché fragile, fino alle prossime presidenziali. Se, invece,
l'atteggiamento negativo arrivasse anche da una consistente parte
democratica, oltre che repubblicana, allora Obama sarebbe, almeno per le
questioni internazionali, già esautorato de facto dalle sue prerogative presidenziali con un anno e mezzo di anticipo.
Un ruolo essenziale sarà giocato in questo contesto da Hillary Rodham Clinton, candidata quasi sicura a correre per la Casa Bianca per i democratici e possibile (probabile?) futuro presidente. È da escludersi una sua manifesta ed esplicita opposizione all'accordo ma come si muoveranno le lobbies democratiche, alcune molto legate agli ambienti sionisti americani, che la sosterranno nella sua costosissima campagna elettorale?
Da parte iraniana non resta che osservare guardinghi lo svolgersi degli eventi e godersi intanto questa fantastica vittoria. L'Iran come nazione nel suo complesso, e la sua leadership attuale e passata, ha dimostrato una straordinaria lungimiranza, determinazione, capacità di sacrificio lungo tutti questi anni di negoziato. Possono con fierezza e speranza guardare al futuro. Hanno attraversato la loro parte di deserto, ora tocca al resto del mondo accoglierli.
Un ruolo essenziale sarà giocato in questo contesto da Hillary Rodham Clinton, candidata quasi sicura a correre per la Casa Bianca per i democratici e possibile (probabile?) futuro presidente. È da escludersi una sua manifesta ed esplicita opposizione all'accordo ma come si muoveranno le lobbies democratiche, alcune molto legate agli ambienti sionisti americani, che la sosterranno nella sua costosissima campagna elettorale?
Da parte iraniana non resta che osservare guardinghi lo svolgersi degli eventi e godersi intanto questa fantastica vittoria. L'Iran come nazione nel suo complesso, e la sua leadership attuale e passata, ha dimostrato una straordinaria lungimiranza, determinazione, capacità di sacrificio lungo tutti questi anni di negoziato. Possono con fierezza e speranza guardare al futuro. Hanno attraversato la loro parte di deserto, ora tocca al resto del mondo accoglierli.
Ripubblicato anche da Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=121966&typeb=0&il-nodo-iraniano-e-ora-
21 gennaio 2015
Un generale francese: 'L'ISIS l'hanno creato gli USA'
Il generale Desportes rinuncia a parlare con "langue de bois", e in
Parlamento denuncia le responsabilità dirette di Washington
nell'espansione dell'ISIS.
da Agence Info Libre.
Il 17 dicembre 2014 la commissione per gli
Affari Esteri, per la Difesa e per le Forze Armate ha dibattuto in seduta
pubblica la proroga dell'operazione “Chammal” in Iraq. Presieduta da Jean-Pierre Raffarin, la commissione ha
sentito − durante la discussione – il generale di seconda sezione Henri
Bentégeat [1],
ex capo di stato maggiore delle forze armate, il generale di corpo d’armata Didier
Castres, vicecapo operativo di stato maggiore, l’on. Hubert
Védrine, ex ministro degli Esteri, il generale di divisione a riposo Vincent
Desportes − professore associato presso la facoltà di Scienze Politiche
di Parigi − e l’on. Jean-Yves
Le Drian, ministro della Difesa.
Rivediamo in dettaglio l'intervento del generale Vincent Desportes. Iniziando il suo
discorso con una breve presentazione dell’ISIS
(Daech), nel mettere soprattutto in evidenza il vero pericolo di questo gruppo terroristico
rispetto ai nostri interessi vitali, ha detto senza mezzi termini :
Chi è il dottor Frankenstein che ha creato questo mostro? Diciamolo chiaramente, perché ciò comporta delle conseguenze: sono gli Stati Uniti. Per interessi politici a breve termine, altri soggetti – alcuni dei quali appaiono come amici dell'Occidente − hanno contribuito, per compiacenza o per calcolata volontà, a questa creazione e al suo rafforzamento, ma le responsabilità principali sono degli Stati Uniti. Questo movimento, con la fortissima capacità di attrarre e diffondere violenza, è in espansione. È potente, anche se è caratterizzato da punti profondamente vulnerabili. È potente, ma sarà distrutto. Questo è certo. Non ha altro scopo che quello di scomparire.
Ecco chi ha il pregio di essere chiaro!
Mettendo in guardia i membri della commissione
sulle implicazioni di una guerra in un contesto di ridimensionamento delle
nostre forze, il generale Desportes ha aggiunto:
In bilancio, di qualsiasi esercito si tratti, ci siamo impegnati oltre situazioni operative standard, nel senso che ogni esercito sta usando le proprie risorse senza avere il tempo di rigenerarle. In termini reali abbiamo forze insufficienti: per compensare, a livello sia tattico che bellico, le facciamo girare a un elevatissimo ritmo di utilizzo. Vale a dire che, se continua questo sovraccarico di impiego, l'esercito francese si troverà nella situazione dell’usurato esercito britannico in Iraq e in Afghanistan, costretto da alcuni anni a interrompere gli interventi e rigenerare le proprie risorse “a casa". Il notevole sforzo prodotto ora a favore degli interventi avrà ripercussioni forti e quantificabili sulle forze nel nostro Paese, in particolare in termini di prontezza operativa. Il senso di responsabilità impone di sfatare definitivamente il mito della guerra breve.
Dopo alcuni cenni sulle basi della
strategia militare, il generale Desportes ha delineato una serie di cinque principi
che dovranno guidare qualsiasi decisione di intervento .
Secondo il primo principio, ci si deve impegnare solo se si può
controllare il livello strategico. Se questo precetto non è rispettato, è
evidenziato il rischio di usare le proprie forze armate col discredito e la
perdita d’immagine che ne conseguono.
È il caso della Francia in Afghanistan: ha fatto una "guerra americana" senza un controllo strategico d'insieme, senza controllo sullo svolgimento delle operazioni e senza controllo sulla direzione della coalizione.
Il secondo principio dice che si deve intervenire solo laddove ci sia
“senso strategico”.
La Francia è grande nel mondo, in particolare per il suo posto nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, ma poiché questo posto le viene contestato ogni giorno, deve difenderlo e legittimarlo ogni giorno. E può farlo solo attraverso la sua capacità di gestione utile dei focolai di tensione del mondo. Il che, tra l'altro, richiede assolutamente la necessità di rafforzare la nostra capacità di agire come "nazione guida" e di "entrare per primi". Non ci sono dubbi: il nostro posto tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU e la nostra influenza nelle questioni mondiali si basano in primo luogo sulla nostra capacità di agire concretamente nelle situazioni di crisi (capacità e credibilità).
Terzo principio: occorre definire obiettivi raggiungibili. Prendendo l'esempio
dell'Afghanistan, Desportes dice
che «gli obiettivi hanno assai rapidamente deviato e superato i mezzi di cui
disponeva la coalizione (soprattutto in termini di tempi e di capacità di
controllo dello spazio terrestre)».
Quarto principio: intervenire solo quando l'azione considerata è compatibile con i mezzi
a disposizione, immediatamente e nel lungo termine. Essendo uno dei primi
ad avere criticato pubblicamente il Libro bianco sulla difesa del 2013, il
generale Desportes ha dichiarato:
Il Libro bianco 2013 parla di «volume di forze sufficienti». In effetti, come è noto, l'operazione “Serval” è stata una scommessa estremamente rischiosa, a causa del basso volume di forze dispiegate combinato con la grande obsolescenza della maggior parte delle attrezzature impiegate. L'operazione “Sangaris” un azzardo finito male, poiché la scommessa fatta sulla "sorpresa iniziale" non è stata vinta. Poi la negazione della realtà unita alla nostra mancanza di risorse ha impedito l'adattamento della forza alla reale situazione sul campo e allo schieramento immediato dei cinquemila uomini che erano indispensabili.
Quinto principio: non fare il primo passo senza considerare l'ultimo.
Ciò significa che si devono valutare − senza condizionamenti ideologici, senza essere ciechi − le conseguenze di un intervento, soprattutto se non si intende arrivare fino in fondo.
Al termine del suo discorso, il generale
Desportes ha continuato a mettere sull’avviso i membri della Commissione sul decadimento
delle nostre forze armate.
L’evidente sottodimensionamento della spesa operativa produce significativi effetti negativi di cui deve essere consapevole chi decide. Anzitutto, apprendere dai media − senza una chiara smentita − che i corpi militari spendono ingiustificatamente il magro bilancio francese evidenzia il fallimento morale, dal momento che i nostri soldati combattono su tutti i fronti, per la Francia e ai suoi ordini, con risorse veramente troppo scarse. Inoltre c’è che siamo sempre sotto il livello della "massa critica": questo sottodimensionamento del budget ha un impatto diretto sia sul successo delle operazioni sia sulla sicurezza dei nostri soldati, che finiscono per ritrovarsi messi in pericolo.
A proposito dell’operazione “Chammal”, il
generale dichiara:
Giungo a Chammal dopo un paio di giri, lo ammetto, ma non si perde mai tempo a prendere un momento di distanza strategica, in un’epoca in cui la tendenza è proprio quella di ragionare in fretta, in termini di spese di cassa, su problemi che richiedono tempi lunghi e investimenti pesanti. Non mi trattengo sull’attuale sconcertante contraddizione tra, da un lato, il conflitto del mondo alle nostre porte, nel nostro est, nel nostro sud-est, nel nostro sud, la moltiplicazione dei nostri interventi e, dall’altro lato, il deterioramento rapido e profondo delle nostre capacità di bilancio con, a valle, quello delle nostre capacità militari. A destra e a sinistra lo sanno tutti; alcuni, troppo pochi, lo dicono. [...] E allora? Atteniamoci al ben noto principio della guerra, il principio di concentrazione... o alla sua versione popolare: “chi troppo vuole nulla stringe”. Smettiamo di espanderci! Guardiamo in faccia la realtà.
Stato islamico. "ISIS delenda est": certamente! Siamo profondamente solidali, ma non siamo in alcun modo responsabili. I nostri interessi esistono, ma sono indiretti. Da quelle parti le nostre capacità sono limitate e irrisorie, rispetto agli Stati Uniti, e la nostra influenza strategica è estremamente limitata.
Fonte: http://www.agenceinfolibre.fr/general-v-desportes-les-etats-unis-ont-cree-daech/.
Versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=114829&typeb=0&Un-generale-francese--L-ISIS-l-hanno-creato-gli-USA-.
Versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=114829&typeb=0&Un-generale-francese--L-ISIS-l-hanno-creato-gli-USA-.
Traduzione per Megachip a cura di Emilio
Marco Piano.
NOTA
[1] Il termine “di seconda sezione” significa che il generale ha
lasciato il servizio attivo ed è passato a disposizione del ministro della
Difesa, NdT.
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10 ottobre 2014
L’inizio del nuovo ordine mondiale: Asiacentrismo
di Raúl Zibechi.
Tradotto da
Daniela Trollio
Nonostante
le crisi in Medio Oriente ed in Ucraina si rubino a vicenda i
titoli sui media, esse sono solo le punte emergenti di un movimento
tellurico molto più grande: la nascita di un nuovo ordine mondiale
post-statunitense centrato in Asia, sulla base della triplice alleanza
Cina-Russia-India.
Uno dei nuclei del colonialismo e dell’imperialismo consiste nel proibire ai paesi periferici di fare quello che sono soliti fare i paesi del centro. Quando questo non funziona più, è perché il vecchio ordine centrato sulla relazione centro-periferia sta lasciando il passo a nuove relazioni internazionali.
Le stesse potenze occidentali che gridano al cielo per
l’intervento della Russia in Ucraina, bombardano la Siria senza
l’autorizzazione del suo governo con la scusa di combattere
un’organizzazione terroristica, lo Stato Islamico, nella cui
creazione queste stesse potenze hanno giocato un ruolo rilevante.
Che Cina e Russia rifiutino questo tipo di azioni
militari, che in altri tempi venivano coperte per lo meno con
l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non è
quindi una novità. Che il primo ministro dell’India, Narendra Modi,
abbia dichiarato alla catena CNN, ore prima della sua visita negli
Stati Uniti, che la Russia ha “interessi legittimi in Ucraina”
è già una cosa più seria. Non solo ha rifiutato di criticare
l’annessione della Crimea da parte della Russia, ma ha anche mostrato
“fiducia” in come Pechino sta gestendo le dispute territoriali nei
mari del sud della Cina (The Brics Post, 22.9.2014).
E’ come se una nuova aria di Bandung (la conferenza che nel 1955 spinse la decolonizzazione) soffiasse sul pianeta. “Se
lei guarda nei dettagli gli ultimi cinque o dieci secoli, vedrà che
Cina e India sono cresciute a ritmi similari. I loro contributi al PIL
mondiale sono aumentati in parallelo e sono caduti in parallelo.
L’era attuale appartiene all’Asia”, ha detto Modi. Stava facendo
un discorso anticolonialista con un’ottica di lunga durata, negli
stessi giorni in cui avveniva la visita del presidente cinese Xi
Jinping in India, avvenimenti che hanno consolidato una potente
alleanza tra i due più grandi paesi della regione.
Politica, o la OCS
Il grande cambiamento è che l’India ha chiesto la piena
integrazione nell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai (OCS)
durante il recente vertice tenutosi l’11 e 12 di settembre a Dushanbe,
capitale del Tagikistan. Fino a quel momento era solo un
osservatore.
La OCS fu creata nel 2001 da Russia, Cina, Kazakistan,
Kirghizistan e Uzbekistan con l’obiettivo di garantire la sicurezza
regionale e di combattere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo,
definiti “le tre forze maligne”. In futuro potranno aggiungersi
Iran e Pakistan, anche se questi passi saranno complessi, vista la
disputa tra India e Pakistan sulle loro rispettive frontiere.
Nei fatti, la OCS è una sfida alla leadership
statunitense in una regione dove la superpotenza ha sempre meno
influenza. L’organizzazione orbita intorno alla Cina, come indica il
suo nome. Il consolidamento dell’alleanza Russia-Cina, con il suo
lato geopolitico e geoenergetico (che comprende il già iniziato
gasdotto per fornire gas russo a Pechino), è motivo di profonda
preoccupazione a Washington, come analizzano alcuni media come The Washington Post.
Ma la recente visita di Xi in India presuppone un
passo decisivo nel disegno di un nuovo ordine globale. I dodici
accordi firmati a Ahmedabad tra Modi e Xi, che vanno dagli investimenti
al commercio fino alla cooperazione per l’energia nucleare, fanno
parte del “processo storico di rivitalizzazione nazionale” in entrambe le nazioni emergenti, come ha affermato il ministro cinese agli esteri Wang Yi (Xinhua, 19.9.2014).
La potenza dell’alleanza tra India e Cina sfida i
presunti allineamenti ideologici e ha radice nelle necessità
geopolitiche di potenze che affrontano problemi e nemici comuni.
Nel maggio di quest’anno ha assunto il potere
Narendra Modi in rappresentanza del Bharatiya Janata Party (BJP), che
ha vinto le elezioni generali contro il Congresso Nazionale Indiano
(CNI) guidato dall’ex primo ministro Manmohan Singh. Sulla carta il
CNI funge da forza progressista, erede della famiglia Gandhi e di
Jawaharlal Nehru, alleata con socialdemocratici e comunisti,
mentre il BJP è considerato nazionalista e conservatore.
Ma negli allineamenti geopolitici le ideologie
hanno poco da dire. Modi sta mostrando una profonda comprensione delle
tendenze storiche in questo periodo di cambiamento del sistema-mondo e,
in modo particolare, del ruolo che tocca giocare al continente
asiatico. La cooperazione tra la OCS è giunta anche al terreno
militare. A fine agosto è stato realizzato “un esercizio antiterrorista
internazionale” in Mongolia interna (Cina) a cui hanno partecipato
settemila soldati di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e
Tagikistan (Diario del Pueblo, 24.8.2014).
Economia, o la via della seta
Se la OCS è la risposta asiatica alla presenza
destabilizzatrice degli Stati Uniti nella regione, la Via della Seta è
la risposta economica all’accerchiamento che essi pretendono di imporre
sulla Cina, chiamato “pivot verso l’Asia” dall’amministrazione di
Barak Obama. Ma è molto di più: significa l’alleanza di Russia e Cina
con l’Europa, in concreto con la Germania.
La nuova Via della Seta unisce due potenti centri
industriali: Chongqing in Cina con Duisburg in Germania, attraversando
Kazakistan, Russia e Bielorussia, eludendo così le zone più
conflittuali a sud del Mar Caspio come Afganistan, Iran e Turchia.
E’ destinata ad essere la più grande via commerciale del mondo, la cui
ferrovia taglia il tempo dei trasporti marittimi da cinque settimane a
soli quindici giorni. Si prevede che la Cina diventerà il primo
partner commerciale della Germania, il che presuppone un dislocamento
geopolitico di grande importanza.
Sta venendo tracciata anche la Via della Seta
marittima, che attraversa l’Oceano Indiano, e il Cinturone Economico
della via terrestre. La rotta marittima è, in un certo senso, la
riattivazione del “collare di perle”, un sistema di porti che attorniava l’India e assicurava il commercio cinese verso l’Europa.
Ma è anche la risposta all’Associazione
Transpacifica (TPP in inglese), iniziativa degli Stati Uniti che esclude
la Cina e comprende Giappone, Australia, Nuova Zelanda, più quattro
membri della AEAN (Brunei, Malaysia, Singapore e Vietnam) e i paesi
dell’Alleanza del Pacifico (Perù, Messico, Cile e probabilmente
Colombia). La strategia di Washington consiste nell’isolare la Cina
generando conflitti intorno a lei (col Giappone e il Vietnam,
principalmente), scusa per militarizzare i mari della Cina,
chiudendo così il cerchio commerciale, politico e militare intorno
ad una potenza che nel 2012 è diventata la principale importatrice
di petrolio del mondo, superando gli Stati Uniti.
Questo spiega l’accordo energetico con la Russia, che è
l’unico modo in cui la Cina può assicurarsi un rifornimento sicuro. Ma
spiega anche il tracciato della nuova Via della Seta, sia quella
terrestre che quella marittima. L’80% del petrolio che la Cina
importa passa attraverso lo Stretto di Malacca (un angusto corridoio di
800 km. che unisce gli Oceani Pacifico e Indiano tra Indonesia e
Malaysia), facilmente bloccabile in caso di guerra.
Per questo la Cina sta costruendo una rete portuaria che
comprende porti, basi e stazioni di osservazione in Sri Lanka,
Bangladesh e Birmania. Tra questi paesi c’è un porto strategico in
Pakistan, Gwadar, la “gola” del Golfo Persico, a 72 km. dalla
frontiera con l’Iran e a circa 400 km. dal più importante corridoio di
trasporto del petrolio molto vicino allo strategico stretto di Ormuz.
Il porto è stato costruito e finanziato dalla Cina ed è gestito
dall’impresa statale China Overseas Port Holding Company (COPHC).
“Il porto è visto dagli osservatori come il primo punto di appoggio della Cina in Medio Oriente” scriveva la stampa occidentale il giorno dell’inaugurazione (BBC News,
20.3.2007). La regione che circonda il porto di Gwadar contiene
due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Di lì passa il 30% del
petrolio del mondo (ma l’80% di quello che la Cina riceve) e si trova
sulla strada più corta verso l’Asia.
La Cina guadagna anche spazi nel cuore
dell’Occidente. Il governo britannico ha dato via libera per rafforzare
Londra quale centro di commercio mondiale e di investimenti in yuan,
la moneta cinese. Ancor più, “il governo britannico si trasformerà nel primo paese occidentale ad emettere un buono sovrano in moneta cinese”, cosa che si deve interpretare come "appoggio alle ambizioni della Cina di utilizzare la sua moneta su scala globale” (Market Watch, 15.9.2014).
Potenza militare
“Le sanzioni alla Russia sono un atto di guerra” ragione il redattore capo della rivista Executive Intelligence Review, Jeff Steinberg (EIR, 199.2014). Intanto The Economist considera la OCS come “una specie di NATO guidata dalla Cina”.
E’ evidente che la guerra tra grandi potenze non è ormai più vista come una remota possibilità.
Ognuno, quindi, fa il suo gioco. La Cina e l’Iran
realizzano le loro prime esercitazioni navali congiunte nel Golfo
Persico, dove partecipano “navi dell’Armata cinese coinvolte nella protezione della navigazione nel golfo di Aden” (Russia Today,
22.9.2014). La Cina è ora il primo compratore di crudo saudita e
non permetterà che le strade che la riforniscono restino nelle mani di
forze nemiche.
A fine agosto è trapelato che Russia e Cina stanno negoziando un “accordo militare storico” che comprende l’acquisto da parte del paese asiatico di sottomarini diesel ‘nascosti’, con “interscambio di tecnologia”,
mentre continuano i negoziati per la vendita di caccia Sukhoi-35 e
sistemi di difesa aerea S-400, considerati i più avanzati del mondo
( Russia Today, 19.8.2014).
Finora i russi si sono mostrati reticenti a vendere
certe armi alla Cina, perché questa le copia e finisce per fabbricare i
propri prototipi. A loro volta India e Russia, che hanno una vasta
cooperazione militare che comprende sottomarini nucleari e
portaerei, si dispongono a fabbricare insieme un caccia di quinta
generazione.
Siamo davanti ad un punto molto sensibile, su cui
Washington ha alcune difficoltà. Anche se continua ad avere il più
grande bilancio della difesa del mondo (circa 600 mila milioni di
dollari all’anno, a fronte dei poco più di 100 mila della Cina e
poco meno dei 100 mila della Russia), questo bilancio è declinante
mentre quello dei suoi avversari cresce. La Cina è passata da poco più
di 5 mila milioni di dollari all’anno in investimenti militari del
1990 a 110 mila milioni nel 2012.
“Ma l’importante non è quanto si spende, ma come si spende” sostiene un periodico statunitense (The Fiscal Times,
16.9.2014). Secondo la pubblicazione, le enormi spese militari del
Pentagono vengono destinate a mantenere la sua costosa flotta di 11
portaerei, alla modernizzazione di vecchi sistemi e a progetti falliti
come il caccia F-35.
Intanto Cina e Russia investono in moderni sottomarini
nucleari e nella guerra cibernetica. Le armi anti-navi cinesi sono
molto meno care che una portaerei, ma possono affondarla o renderla
inutilizzabile anche se il Pentagono le considera inespugnabili.
Contrasti
Le autorità della Difesa degli Stati Uniti sono afflitte da innumerevoli denunce di malversazioni dei bilanci.
Nello scorso luglio la flotta degli F-35 non ha
potuto volare per falle a un motore, dopo vari problemi ai sistemi di
software, agli armamenti e all’assetto. Dopo due decenni di
progettazione e sviluppo il costo del progetto è schizzato a 400.000
milioni di dollari, il progetto di armamento più caro della storia del
Pentagono, nonostante il fatto che il debutto del caccia sia stato
cancellato in due esibizioni aeree nel Regno Unito (El Periodico, 11.7.2014)
La una volta potente Boeing è un buon esempio dei
problemi difensivi del Pentagono. La scommessa che l’F-35 fosse
sviluppato dalla Lockheed Martin sta drenando i fondi del Pentagono al
di fuori della Boeing, che era l’impresa principale della forza
aerea. Di fatto la branca della difesa della Boeing si è ristretta al
56% della sua produzione totale nel 2003, ad appena il 38% nel 2013 e
si stima che in pochi anni non produrrà più aerei da combattimento,
essendo fallita la sua ricerca di mercati alternativi in Brasile, India e
Corea del Sud (Wall Street Journal, 20.9.2014). Boeing
chiuderà la sua fabbrica di cargo C-18 a Long Beach e può chiudere
quella degli F-18 Saint Louis nel 2017 se non ottiene più
commesse.
In sintesi, la politica estera della Casa Bianca è erratica, mentre quella dei suoi avversari ha un orizzonte definito.
Il giornalista Robert Parry analizza come i
neo-conservatori siano riusciti a bloccare la “strategia realista” di
Obama, consistente nel collaborare con Vladimir Putin per dipanare il
caos geopolitico in Medio Oriente. I neocons continuano a
scommettere sulla caduta di Bashar al Assad e spingono per creare
situazioni caotiche, come quella che vive la Libia, invece che
tollerare l’esistenza di regimi avversari (Consortiumnews.com, 19.9.2014).
Vari analisti sostengono che la fabbricazione di crisi è
quanto di meglio sa fare la superpotenza e che questo può essere
l’unico modo per contenere la sua decadenza. Il conflitto in Ucraina,
dove hanno spinto la caduta di un presidente eletto, punta ad
isolare la Russia dall’Europa. L’attacco allo Stato Islamico cerca di
spingerlo sempre più verso nord.
Tutte e due le operazioni puntano a danneggiare il
tracciato della Via della Seta, considerata una delle travi maestre del
nuovo ordine mondiale.
Per concessione di Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"
Fonte: http://alainet.org/active/77463&lang=es
Data dell'articolo originale: 26/09/2014
Tratto da: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=13618
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