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3 agosto 2017
Napolitano il passante e la guerra di Libia
di Pino Cabras.
Nei giorni in cui è finalmente diventato senso comune il fatto che la guerra di aggressione mossa alla Libia nel 2011 dai paesi Nato e dalle petromonarchie arabe sia stata un disastro geopolitico, l'ex presidente della repubblica Napolitano rilascia un'intervista per dire che in quella guerra lui non c'entrava mica, era quasi un passante.
Lui non c'era e se c'era dormiva.
Eppure gli archivi sono ancora lì a ricordarci che il Peggiorista nel 2011 usava tutta la sua influenza per fare appelli alle «decisioni difficili» (cioè la guerra) e strillava «non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo» (si è visto che bel Risorgimento, come no).
Il 26 aprile 2011 Napolitano dichiarava: «L'ulteriore impegno dell'Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall'Italia a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento».
Prima mettono le premesse per tragedie immani, poi fischiettano allegramente come se niente fosse.
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28 luglio 2017
La stella spenta dell'europeismo
Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica.
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.
16 marzo 2016
Yemen, strage saudita al mercato
di Pino Cabras.
da occhidellaguerra.it.
Il bilancio dell’ultimo pesante raid aereo dell’Arabia Saudita in Yemen si fa sempre più grave. I missili caduti proprio nell’ora di punta nel mercato di Mostaba, il più importante nella regione di Hajja, hanno ucciso almeno 107 civili e causato decine di feriti, in un’area lontana da obiettivi militari. Le immagini dello strazio sono state riprese da Al-Masirah, la TV vicina al movimento sciita degli Houthi. Si tratta di immagini cruente che possono urtare profondamente molte sensibilità.
Per chi non le vedrà, basti sapere che fra i cadaveri carbonizzati ci sono anche tanti bambini, una fiumana di garzoni che si guadagnavano il pane con piccole commissioni nel grande mercato, ora in macerie.
Quando si superano i cento morti, la notizia riesce ad affacciarsi in qualche taglio basso dei giornali nostrani, ormai diluita e anestetizzata. Nessuno dice “Je suis Yemen”, stavolta. Ma per gli yemeniti, invasi e bombardati dalle forze armate della coalizione dei sauditi e dei loro stati clienti vicini, è stata un’ordinaria giornata di guerra.
Gli aerei di Riad hanno lanciato nella sola giornata di martedì altri 11 attacchi contro il campo militare di Arkub, presso la capitale Sanaa, oltre ad altri bombardamenti su obiettivi non militari in altrettante aeree del paese. Va avanti così da un anno. Gli obiettivi colpiti sono soprattutto civili: infrastrutture e case. Al Masirah conta che dall’inizio della guerra sono stati distrutti 353 mercati e complessi commerciali. Si aggiungono alla sistematica distruzione della rete idrica, delle fabbriche, delle scuole.
Quelle saudite sembrano reazioni rabbiose e scomposte a una guerra che non riescono a vincere: nella stessa giornata, l’esercito yemenita e le forze dei comitati popolari hanno respinto l’ennesimo attacco lanciato da truppe mercenarie sotto il comando saudita nella zona di Taiz, nel Sud, infliggendo loro perdite pesanti. Altre perdite saudite nella città di al-Ghayl.
Per Riad, questa guerra è un buco nero che sta ingoiando il bilancio statale con un deficit da incubo senza che la dinastia ottenga alcun risultato. Per la popolazione yemenita è una carneficina e un disastro umanitario, tuttora dimenticato dal mondo. Dal marzo del 2015 ad oggi, l’aggressione saudita ha fallito il suo obiettivo principale: riportare al potere l’ex presidente e alleato, Abd Rabbuh Mansur Hadi. Ha intanto causato almeno 10mila morti e oltre un milione e mezzo di sfollati, senza che la resistenza si sia piegata.
In Siria i sei mesi di intervento russo (guidato da obiettivi definiti) hanno costruito le premesse per una soluzione politica al conflitto. In Yemen, invece, i dodici mesi di intervento saudita hanno aperto una voragine geopolitica in più, che si somma ai disastri combinati in Siria, in Iraq, in Libia, mentre persino il Libano rischia ora di sprofondare in una nuova guerra civile, sempre sotto l’urto delle manovre politiche e militari di Riad, la capitale dell'”Isis che ce l’ha fatta”.
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2 marzo 2016
Il drone Italia verso la Libia
Recitando la parte di Stato sovrano, il governo Renzi ha «autorizzato caso per caso» la partenza di droni armati USA da Sigonella verso la Libia e oltre.
Quando è noto che già nel 2011 fu un drone USA Predator Reaper, decollato da Sigonella e teleguidato da Las Vegas, ad attaccare in Libia il convoglio su cui si trovava Gheddafi, spingendolo nelle mani dei miliziani di Misurata.
L’Italia entra così nell’elenco ufficiale delle basi dei droni USA da attacco, sotto esclusivo controllo del Pentagono, insieme a paesi quali Afghanistan, Etiopia, Niger, Arabia Saudita, Turchia.
Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, precisando che «l’utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al Parlamento», assicura che ciò «non è preludio a un intervento militare» in Libia.
Quando in realtà l’intervento è già iniziato: forze speciali statunitensi, britanniche e francesi – confermano il Telegraph e Le Monde – stanno segretamente operando in Libia. Dall’hub aeroportuale di Pisa, limitrofo alla base USA di Camp Darby, decollano in continuazione aerei da trasporto C-130 (probabilmente anche statunitensi), trasportando materiali militari nelle basi meridionali e forse anche in qualche base in Nordafrica.
Nella base di Istres, in Francia, sono arrivati aerei USA KC-135 per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri francesi. L’operazione è diretta non solo alla Libia. Istres è la base della «operazione Barkhane», che la Francia conduce con 3mila militari in Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina-Faso.
Nella stessa area e in Nigeria operano gli USA con forze speciali e una base di droni in Camerun. Sempre con la motivazione ufficiale di combattere l’ISIS e i suoi alleati.
Contemporaneamente la NATO ha dispiegato nell’Egeo il Secondo gruppo navale permanente, sotto comando tedesco, e aerei radar AWACS (centri di comando volanti per la gestione del campo di battaglia), con la motivazione ufficiale di «sostenere la risposta alla crisi dei rifugiati» (provocata dalle guerre USA/NATO contro la Libia e la Siria).
A tale operazione si è aggiunta la «Dynamic Manta 2016», esercitazione NATO nel Mar Ionio e nel Canale di Sicilia con forze aeronavali di USA, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Grecia, Turchia e Italia, che ha fornito le basi di Catania, Augusta e Sigonella.
Si prepara così «l’operazione di peacekeeping a guida italiana» che, con la motivazione di liberarle dall’ISIS, mira a occupare le zone costiere della Libia economicamente e strategicamente più importanti. Manca solo «l’invito», che potrà essere fatto da un fantomatico governo libico.
Per l’intervento in Libia sta premendo a Washington Hillary Clinton, candidata alla presidenza, che – scrive il New York Times in un ampio servizio – ha «l’approccio più aggressivo verso le crisi internazionali». Fu lei nel 2011 a convincere Obama a rompere gli indugi. «Il Presidente firmò un documento segreto, che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», mentre il Dipartimento di stato diretto dalla Clinton li riconosceva come «legittimo governo della Libia».
Le armi, compresi missili anticarro Tow e radar controbatteria, furono inviate dagli USA e altri paesi occidentali a Bengasi e in alcuni aeroporti. Contemporaneamente la NATO sotto comando Usa effettuava l’attacco aeronavale, con decine di migliaia di bombe e missili, smantellando dall’esterno e dall’interno lo Stato libico.
Quando nell’ottobre 2011 Gheddafi fu ucciso, la Clinton gioì con un «Wow!», esclamando «Venimmo, vedemmo, morì».
Non sappiamo quale condottiero citerà per la seconda guerra in Libia. Sappiamo, però, chi ci telecomanda.
18 novembre 2015
La Repubblica Francese presa in ostaggio
La
guerra che si è estesa fino a Parigi è incomprensibile per i francesi, che
sanno poco e niente delle attività segrete del loro governo nel mondo arabo,
delle sue alleanze contro natura con le dittature del Golfo e della sua
partecipazione attiva al terrorismo internazionale. Questa politica non è mai
stata discussa in parlamento e raramente i media mainstream hanno osato interessarsene.
DAMASCO (Siria) - Da cinque anni i francesi
sentono parlare di guerre lontane senza capire di cosa si tratta. La stampa li
ha informati dell'impegno del loro esercito in Libia, ma mai della presenza di
truppe francesi in missione nel Levante. I miei articoli al riguardo sono molto
letti, ma percepiti come stravaganze orientali. Nonostante la mia storia
personale, va di moda definirmi «estremista» o «complottista» e sottolineare
che i miei articoli sono riprodotti da siti web di tutte le convinzioni,
compresi gli estremisti o i complottisti, quelli veri. Eppure nessuno trova
niente da obiettare in ciò che scrivo. Tuttavia nessuno ascolta i miei
avvertimenti sulle alleanze che la Francia stringe.
Improvvisamente, la verità ignorata è
venuta a galla.
Nella notte di venerdì 13 novembre 2015 la
Francia è stata attaccata da alcuni commando che hanno ucciso almeno 130
persone in cinque luoghi diversi in Parigi. È stato dichiarato lo stato di
emergenza su tutto il territorio nazionale per 12 giorni e il parlamento
potrebbe rinnovarlo.
Nessun legame diretto
con il caso Charlie Hebdo
La stampa francese interpreta questo atto
di guerra collegandolo all'attentato di Charlie
Hebdo, nonostante le modalità operative siano completamente differenti. A
gennaio si trattava di uccidere persone precise, mentre qui si tratta di un
attacco coordinato contro un gran numero di persone a caso.
Oggi sappiamo che il direttore di Charlie Hebdo aveva appena ricevuto un
"dono" di 200.000 euro dal Vicino Oriente per condurre la sua
campagna anti-islamica [1]; che gli assassini erano legati ai servizi segreti
francesi [2]; che la provenienza delle loro armi è coperta dal segreto militare
[3].
Ho già dimostrato che questo attacco non
era un'operazione islamista [4], che era stato fatto oggetto di un’appropriazione
statale immediata [5] e che quest’appropriazione aveva avuto un riscontro
presso la popolazione ostile alla Repubblica [6], un’idea brillantemente
sviluppata qualche mese dopo dal demografo Emmanuel Todd [7].
Se torniamo alla guerra appena arrivata a
Parigi, costituisce una sorpresa in Europa occidentale. Non possiamo
paragonarla con gli attentati di Madrid del 2004: in Spagna non c’erano né
killer né kamikaze, ma dieci bombe piazzate in quattro luoghi distinti [8].
Il tipo di scena che ha appena avuto luogo
in Francia è dal 2001 la sorte quotidiana di molte popolazioni del Medio
Oriente allargato. E troviamo eventi simili anche altrove, come i tre giorni di
attentati in sei posti diversi a Bombay nel 2008 [9].
Anche se gli aggressori erano musulmani e
se alcuni di loro hanno gridato «Allah Akbar!» uccidendo i passanti, non c’è
alcun legame tra questi attacchi, l'Islam e una eventuale “guerra di
civiltà". Così, questi commando avevano istruzione di uccidere a caso,
senza prima informarsi sulla religione delle loro vittime.
Allo stesso modo, è assurdo prendere per
buono il richiamato movente dell’ISIS contro la Francia, sebbene non ci sia
alcun dubbio sul suo coinvolgimento in questo attacco: infatti, se
l'organizzazione terroristica avesse voluto "vendicarsi", è a Mosca
che avrebbe colpito.
La Francia è uno stato
terrorista almeno dal 2011
La lettura di questi eventi è confusa
perché dietro i gruppi non statali si nascondono sempre degli Stati che li
finanziano. Negli anni Settanta, il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto
«Carlos» o «lo Sciacallo», per convinzione si era messo al servizio della causa
palestinese e della Rivoluzione con il silenzioso appoggio dell'URSS. Negli
anni Ottanta, l'esempio di Carlos è stato preso da mercenari che lavoravano per
il miglior offerente come Sabri al Banna detto «Abu Nidal», che ha compiuto
attentati sia per conto di Libia e Siria sia per conto di Israele. Oggi c'è una
nebulosa del terrorismo e di operazioni segrete che coinvolge un gran numero di
Stati.
Di norma, gli Stati negano sempre il loro
coinvolgimento in gruppi terroristici. Tuttavia, nel dicembre 2012, in
occasione della conferenza degli "Amici della Siria" a Marrakech, il
ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha detto che Al-Nusra, il ramo siriano
di Al-Qa'ida, «ha
fatto un buon lavoro» [10].
Tenuto conto del suo ruolo, l’on. Fabius
sapeva che non sarebbe stato perseguito per il suo sostegno a un'organizzazione
classificata come terroristica dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite,
ma ha fatto correre un grave rischio al suo paese che si immergeva così nel
calderone del terrorismo.
In realtà, la Francia è coinvolta almeno
dall’inizio del 2011 al fianco di Al-Qa'ida. A quel tempo, il Regno Unito e la Francia si
erano uniti al progetto americano della «Primavera araba». Si trattava di
rovesciare tutti i regimi laici arabi e sostituirli
con dittature dei Fratelli Musulmani. Quando Londra e Parigi svelarono questa
operazione in corso in Tunisia e in Egitto, il loro intervento era stato in precedenza
richiesto in Libia e in Siria [11].
In Libia, con la collaborazione delle forze
speciali italiane, hanno organizzato i massacri di Bengasi e poi − con l'aiuto
di Al-Qa'ida − la
presa degli arsenali. Posso testimoniare che nell’agosto 2011, quando ero
protetto da Khamis Gheddafi, mentre la NATO attaccava la capitale, l'hotel
Rixos dove ci trovavamo fu assediato da un’unità di Al-Qa'ida, la
Brigata Tripoli, comandata dal Mahdi al-Harati al grido di «Allah Akbar!» e
inquadrata da ufficiali francesi in missione. Lo stesso Mahdi al-Harati era col
suo capo Abdelhakim Belhaj, il fondatore del cosiddetto
Esercito Siriano Libero, in realtà un gruppo di Al-Qa'ida che
porta la bandiera della colonizzazione francese.
In Siria, la presenza di ufficiali francesi
che inquadrano gruppi armati mentre perpetrano crimini contro l'umanità è
ampiamente attestata.
Da allora in poi la Francia ha giocato un
gioco estremamente complesso e pericoloso. Così, nel gennaio 2013, cioè un mese
dopo il sostegno pubblico di Fabius ad Al-Qa'ida in Siria, ha intrapreso un'operazione in Mali
contro la stessa Al-Qa'ida, provocando un primo contraccolpo contro i suoi
agenti infiltrati in Siria.
Di tutto ciò non avete mai sentito parlare.
Perché, anche se la Francia ha istituzioni democratiche, la sua attuale
politica nel mondo arabo non è mai stata dibattuta pubblicamente. Al massimo ci
si è limitati − in violazione dell'articolo 35 della Costituzione − ad entrare
in guerra contro la Libia e contro la Siria dopo alcune ore di dibattiti parlamentari
superficiali, senza voto. I parlamentari francesi hanno rinunciato a esercitare
il loro mandato di controllo dell’esecutivo in materia di politica estera, pensando
che si trattasse di un’area riservata al presidente, senza conseguenze nella
vita quotidiana. Al contrario, oggi tutti possono constatare che la pace e la
sicurezza, uno dei quattro «diritti dell'uomo e del cittadino» del 1789
(articolo 2), ne dipendono direttamente. Il peggio deve ancora venire.
All’inizio del 2014, quando i falchi
liberali americani mettevano a punto il loro piano di trasformazione dell’Emirato
Islamico in Iraq e Sham (Terra di Sham,
dal nome usato un tempo per indicare la città di Damasco, ndt) in quello che sarebbe divenuto Daesh (ossia l’ISIS), Francia e
Turchia hanno inviato munizioni ad Al-Qa'ida perché combattesse l’Emirato
Islamico, e questo punto è attestato da un documento presentato al Consiglio di
Sicurezza il 14 luglio 2014 [12].
Tuttavia, in seguito, la Francia si è unita
all'operazione segreta e ha partecipato alla coalizione internazionale anti-Daesh,
della quale è ormai noto che, contrariamente al suo nome, non ha bombardato Daesh
ma gli ha fornito armi per un anno [13].
Le cose si sono evolute ulteriormente dopo
la firma dell'accordo 5+1 con l'Iran. Gli Stati Uniti sono tornati
improvvisamente in campo contro l'organizzazione terroristica e l’hanno respinta
ad Al-Hasaka [14].
Ma è stato solo verso la metà di ottobre
2015, un mese fa, che la Francia ha ricominciato a combattere l’Isis-Daesh. Non
per fermare i suoi massacri, ma per conquistare una parte del territorio che
occupa in Siria e in Iraq e instaurarvi un nuovo stato coloniale che si
chiamerebbe "Kurdistan", anche se la sua popolazione curda sarà in
partenza largamente minoritaria [15] .
In questa prospettiva, la Francia ha
inviato la sua portaerei, non ancora in zona, per sostenere i
marxisti-leninisti del partito curdo YPG − ma che senso ha questo riferimento
politico quando si pianifica di creare uno Stato coloniale? − contro il suo ex
alleato Daesh.
Stiamo oramai assistendo al secondo contraccolpo.
Non da parte di Al-Qa'ida in Siria ma da parte di Daesh in Francia, su istruzioni
degli alleati inconfessabili della Francia.
Chi guida Daesh
L’ISIS è una creazione artificiale. È solo
lo strumento della politica di vari Stati e multinazionali.
Le sue principali risorse finanziarie sono il
petrolio, le droghe afgane – di cui i francesi non hanno ancora colto le conseguenze
sul loro territorio − e i reperti antichi levantini. Tutti concordano sul fatto
che il petrolio rubato passa liberamente attraverso la Turchia prima di essere
venduto in Europa occidentale. Considerate le quantità, non c'è alcun possibile
dubbio sul sostegno dello Stato turco a Daesh [16].
Tre settimane fa, il portavoce
dell'esercito arabo siriano ha rivelato che tre aerei, noleggiati rispettivamente
da Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avevano appena fatto
fuoriuscire combattenti dell’ISIS dalla Siria per trasportarli nello Yemen.
Anche in questo caso non c’è alcun possibile dubbio circa i legami tra questi
tre Stati con l’ISIS, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
in materia.
Ho spiegato a lungo, fin dalla prima
conferenza di Ginevra nel giugno 2012, che una fazione all'interno
dell'apparato statale statunitense conduceva una sua politica distinta contro
quella della Casa Bianca. Inizialmente questo complotto era guidato dal
direttore della CIA e cofondatore di Daesh nel 2007 («The Surge») [17], il
generale David Petraeus, fino al suo arresto ammanettato all’indomani della
rielezione di Barack Obama. Poi è stata la volta del segretario di Stato
Hillary Clinton, che non ha potuto portare a termine il suo mandato nel periodo
di transizione presidenziale a causa di uno sfortunato "incidente".
Infine, questa battaglia è stata portata avanti dall’ambasciatore Jeffrey
Feltman dagli uffici dell’ONU e dal generale John Allen a capo della presunta Coalizione
anti-Daesh. Questo gruppo − parte dello "Stato profondo" statunitense,
che non ha smesso di opporsi all'accordo 5+1 con l'Iran e di combattere contro
la Repubblica araba siriana − mantiene dei membri in seno all'amministrazione
Obama. Soprattutto, può contare sull'aiuto di società multinazionali i cui
bilanci sono più grandi di quelli degli Stati e possono finanziare le loro
operazioni segrete. È il caso della compagnia petrolifera Exxon-Mobil (il vero
proprietario del Qatar), dei fondi di investimento KKR e dell'esercito privato
Academi (ex Blackwater).
È per conto di questi Stati e di queste
multinazionali che la Francia è diventata un paese mercenario.
La Francia ricattata
L'11 novembre 2015, il primo ministro
Manuel Valls ha assicurato che la Francia era impegnata contro il terrorismo
[18].
Il 12 novembre, l'Osservatorio nazionale della delinquenza e delle risposte penali −
dipendente dal ministero degli Interni − ha pubblicato un rapporto secondo cui
il terrorismo sarebbe diventato la seconda preoccupazione dei francesi dopo la
disoccupazione [19].
La stessa mattina del 13 novembre, il
ministro degli Interni Bernard Cazeneuve ha presentato a Nanterre un piano di venti
misure per la lotta contro il traffico di armi [20].
Evidentemente il governo si aspettava il
peggio, il che comporta che stava negoziando con chi lo ha attaccato. La
Francia ha preso impegni che non ha mantenuto ed è sicuramente vittima di un
ricatto da parte dei signori che ha tradito.
Un’esercitazione di attentati simulati è
stata fatta la stessa mattina dell'attacco da parte dei servizi di emergenza
ospedalieri [21]. Una coincidenza che avevamo già notato negli attentati
dell'11 settembre 2001 a New York e Washington, in quelli dell'11 marzo 2004 a
Madrid, o anche in quelli del 7 luglio 2005 a Londra.
Conclusione
provvisoria
I governi francesi che si sono succeduti hanno
stretto alleanze con Stati i cui valori sono opposti a quelli della Repubblica.
Si sono progressivamente impegnati a combattere guerre segrete per loro, prima
di ritirarsi. Il presidente Hollande, il suo capo di stato maggiore particolare
generale Benoit Puga, il suo ministro degli Esteri Laurent Fabius e il suo
predecessore Alain Juppé sono ora oggetto di ricatto al quale non si possono
sottrarre se non rivelando in cosa hanno invischiato il paese, anche se ciò li
espone all’Alta Corte (il parlamento francese riunito in Alta Corte è il
giudice competente a ordinare la destituzione del Presidente della Repubblica, ndt).
Il 28 settembre, all’Assemblea Generale
delle Nazioni Unite, rivolgendosi agli Stati Uniti e alla Francia il presidente
Putin ha dichiarato: «Vorrei chiedere ai responsabili di questa situazione “avete
almeno coscienza di ciò che avete fatto?” Ma temo che la domanda rimanga in
sospeso, giacché costoro non hanno rinunciato alla loro
politica basata su un’eccessiva fiducia in sé e nella convinzione della propria
eccezionalità e impunità.» [22]
Né gli americani né i francesi l’hanno
ascoltato. Ora è troppo tardi.
Da ricordare
----- Il governo
francese si è progressivamente allontanato dalla legalità internazionale. Commette
omicidi politici e coordina militarmente azioni terroristiche almeno dal
2011.
----- Il governo
francese ha stretto alleanze contro natura con le dittature petrolifere del
Golfo Persico. Collabora con un gruppo di personalità americane e di
compagnie multinazionali per sabotare la politica di distensione dei
presidenti Obama e Putin.
----- Il governo
francese è entrato in conflitto con questi alleati poco raccomandabili. Qualcuno
di loro ha finanziato gli attacchi di Parigi.
|
NOTE
[1] «Charlie Hebdo: les révélations de la
dernière compagne de Charb», Thibault
Raisse, Le Parisien, 18 octobre 2015.
[2] «Selon McClatchy, Mohammed Mehra et les frères
Kouachi seraient liés aux services secrets français», Réseau Voltaire, 9 janvier 2015.
[3] «Les armes de Charlie-Hebdo couvertes par le
Secret-Défense», Réseau Voltaire,
17 septembre 2015.
[4] «Chi ha
ordinato l’attacco contro Charlie Hebdo?», di Thierry Meyssan, Rete
Voltaire, 7 gennaio 2015.
[6] «Di cosa
hanno paura politici e giornalisti francesi?», Rete Voltaire, 27 gennaio 2015.
[7] Qui est Charlie ? : Sociologie
d’une crise religieuse, Emmanuel
Todd, Seuil, 5 mai 2015, 252 p.
[8] «11 mars 2004 à Madrid : était-ce vraiment un
attentat islamiste?», «Attentati
di Madrid: l’ipotesi atlantista», di Mathieu Miquel, Réseau Voltaire,
11 ottobre e 18 novembre 2009.
[9] The Siege, Adrian Levy & Cathy
Scott-Clark, Penguin, 2013.
[10] «Pression militaire et succès diplomatique
pour les rebelles syriens», par Isabelle
Maudraud, Le Monde, 13 décembre 2012.
[11] Si veda la
testimonianza dell’ex presidente del Consiglio costituzionale Roland Dumas su LCP.
[12] Si legga l’intervento del rappresentante siriano «Résolution 2165 et débats (aide humanitaire en
Syrie)», Réseau Voltaire, 14 luglio 2014.
[13] Questo punto è
ignorato dalla stampa occidentale, ma è stato largamente discusso per un anno
dalla stampa araba e persiana. La verità è venuta alla luce quando cinquanta
analisti del CentCom hanno denunciato le menzogne dei rapporti sulla
Coalizione, mentre un’inchiesta interna è stata scatenata, finché finalmente il
generale Allen è stato costretto a dimettersi. Si veda in particolare: « Stewart, Brennan et
Cardillo dénoncent les manipulations du Renseignement au Pentagone » e
«Il generale Allen
rassegna le sue dimissioni (Bloomberg)», Réseau Voltaire, 12 e 23
settembre 2015.
[14] «La France tente d’entraver le déploiement
militaire russe en Syrie», Réseau Voltaire,
6 septembre 2015.
[15] «Gli Stati Uniti e Israele
iniziano la colonizzazione del Nord della Siria», Rete Voltaire, 1°
novembre 2015.
[16] Per saperne di
più: «Il
ruolo della famiglia Erdogan nel Daesh», Réseau Voltaire, 4 agosto
2015.
[17] Daesh fu
originariamente formata in Iraq come parte di un piano volto a porre fine alla
resistenza all’occupazione statunitense. Per fare questo, gli USA hanno creato delle
milizie anti-sciite, tra cui l'Emirato Islamico in Iraq, il futuro
"Daesh" - e poi delle milizie anti-sunnite. In definitiva, i due
gruppi di popolazione si sono scordati dell’esercito occupante e si sono
combattuti fra di loro.
[19] «La grande peur du terrorisme», Timothée Boutry, Le Parisien-Aujourd’hui en France, 13 novembre
2015.
[21] Cfr. L’intervento
del Dr Patrice Pelloux, presidente dell'Associazione medici di emergenza francesi,
su France Info alle 10h26
e al notiziario serale di France2, il 14 novembre 2015. « Comment le Samu s’est préparé aux
attentats simultanés de Paris », Kira
Mitrofanoff, Challenges, 15 novembre 2015.
[22] «Vladimir Putin –
Intervento alla 70° assemblea generale dell’ONU - in italiano», di Vladimir
Putin, PandoraTV, 30 settembre 2015.
Thierry Meyssan, 16 novembre 2015.
Traduzione a cura di Emilio Marco Piano
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3 settembre 2015
L'Europa alla prima spiaggia
Pandora TV.
La foto del bimbo profugo morto in spiaggia ispira una tardiva indignazione di molti media e politici. Gli stessi che dicono “facciamo qualcosa”, non fecero "qualcosa" quando l’Europa e gli USA provocavano le guerre all’origine delle tragedie migratorie.
I fatti del 1989-1991, con il crollo del sistema sovietico, ebbero come con-causa scatenante una crisi di flussi migratori certamente molto diversa da quella attuale per origine, motivi e composizione, ma simile per forza d’urto.
Se la pressione continuerà in questi prossimi mesi (e continuerà) l’Europa ne risulterà ancora una volta cambiata.

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27 agosto 2015
Siria: i migranti ultimo anello di una catena di errori
di Alberto Negri.
da Il Sole 24 Ore.
Campo profughi - © Mohamed Salman, da syrianrefugees.eu
Il problema sono le guerre che assediano l’Europa non i profughi. Se non si fermano le guerre non si fermano neppure i rifugiati. Le migrazioni da fenomeno di natura essenzialmente economica e sociale sono diventate qualche cosa d’altro, il risvolto inevitabile di questioni irrisolte e che si sono aggravate: dalla Siria all’Iraq e alla Libia, dallo Yemen all’Afghanistan, dal fallimento di Stati come la Somalia a dittature africane come quella in Eritrea.
La rotta balcanica è balzata in prima pagina solo di recente ma è da oltre un anno che questa tratta, come quella africana con il suo terminale in Libia, viene battuta in maniera importante.
Ma se è complicato risolvere le guerre in corso, l’aspetto più inquietante è l’assenza di un governo europeo. L’Europa non ha imparato dal passato recente – basti pensare alle guerre balcaniche – e neppure da quello remoto: alla fine della seconda guerra mondiale in Europa si aggiravano circa 40 milioni di profughi, molti dei quali non tornarono mai più alle loro case. Soltanto la Germania ne aveva 17 milioni.
Forse non è casuale che Berlino, con un gesto senza precedenti, abbia aperto automaticamente le porte ai siriani.
La Siria è un caso emblematico. Il conflitto cominciato nel 2011 si è trasformato quasi subito in una guerra per procura tra gli Stati della regione. L’Occidente ha incoraggiato l’afflusso dei combattenti stranieri dalla frontiera turca condividendo l’obiettivo degli alleati arabi sunniti – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – di abbattere Bashar Assad, per poi pentirsi tardivamente di fronte all’ascesa barbarica del Califfato.
Quindi c’è poco da fare gli ipocriti se i jihadisti tornano a seminare il terrore in Europa: la destabilizzazione anti-Assad si è risolta in un boomerang, come già accadde con i mujaheddin lanciati contro l’Armata Rossa in Afghanistan.
Aggiungiamo che in Iraq l’avanzata dell’ISIS ha generato oltre 200mila profughi, cristiani e yezidi, soltanto nel Kurdistan iracheno. Non lamentiamoci se i cristiani spariscono dal Medio Oriente: dove mai dovrebbero tornare?
Ora ci sono 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, un milione in Libano – che ha già i suoi problemi di stabilità – oltre 900 mila in Giordania. Anche la generosa accoglienza di Ankara – così generosa che la stessa UNHCR se ne chiedeva da tempo le ragioni – è stata funzionale all’abbattimento di Assad e dei suoi alleati. Ma con lo sdoganamento dell’Iran lo scenario è cambiato e la Turchia, soddisfatta l’esigenza di colpire i curdi del PKK, si sta adattando a un possibile negoziato con USA, Europa, Russia, Iran, Arabia Saudita, per la spartizione del Levante in sfere di influenza.
I rifugiati non servono più, anzi sono diventati ingombranti e infatti è cominciato l’esodo siriano verso le coste greche e i Balcani.
E dopo tante manovre per sbalzare di sella Assad, costate 260mila morti e milioni di profughi, sembra che gli americani siano giunti alla conclusione che la via per stabilizzare la Siria, mettendo un freno all’espansione dei jihadisti, sarebbe lasciare il regime che ha governato il Paese per decenni: sconcertante. Tra errori di valutazione, ambiguità, contraddizioni, cambiamenti repentini di linea, i governanti europei devono spiegare che affrontano un’emergenza di cui i migranti sono l’ultimo anello di una catena di clamorosi errori politici.
Ripubblicato da: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=123206&typeb=0&siria-i-migranti-ultimo-anello-di-una-catena-di-errori.
9 ottobre 2013
Obama il conservatore (e una cattura libica)
di Pino Cabras - da Megachip.
Non è per voler insistere a chiamarlo
Barack Obush, ma l'attuale inquilino della Casa Bianca, anche in
questi giorni, continua a fare gli stessi lavoretti del suo
predecessore: all'estero un clamoroso arresto extralegale in Libia, nonché
un nuovo attacco
militare in Somalia; mentre sul suolo americano si barcamena
restando prigioniero sia di un sistema finanziario che non vuole
cambiare (nemmeno quando si fermano
molti ingranaggi della spesa pubblica), sia di un sistema di
spionaggio elettronico che non smantellerà mai.
I media hanno dato poco risalto, in
questi giorni, alla "rendition" che si è consumata a Tripoli,
quando una squadra speciale delle forze armate USA ha catturato
Abu Anas al-Libi. Si tratta di un vecchio arnese
jihadista, una carriera passata a entrare e uscire dalle porte
girevoli di al-Qa'ida, a volte come alleato, a volte come apparente
nemico dell'Occidente, così come tutti gli ambigui ufficiali della
galassia terrorista. La storia di questo arresto extralegale ha una
coda. Pare che ben duecento marines siano stati spostati dalla Spagna a Sigonella, in Sicilia, a un tiro di drone dalla Libia,
pronti a intervenire contro brutte sorprese. I libici non l'hanno
infatti presa bene: persino in uno Stato fallito come la Libia del
dopo-Gheddafi pensano che non sia dignitoso dire sempre di sì a una
potenza straniera che cattura i propri cittadini calpestando norme
sovrane. In più, nel micidiale miscuglio di poteri armati che si
impasta dentro la polveriera libica, la componente dei tagliagole
qa'idisti è ben presente, instabile e difficilissima da maneggiare:
ha mangiato e mangia tuttora allo stesso tavolo degli altri poteri,
non si fa certo dare lo sfratto.
La presidenza USA si spinge entro un
percorso obbligato, Obama o non Obama. Non c'è spazio per
interpretazioni improvvisate del ruolo. E ad essere fino in fondo
onesti, la continuità di Obama non è solo con Bush, bensì con i
comportamenti medi di tanti suoi predecessori.
La differenza che si coglie oggi
rispetto al passato è che i vincoli sono molti più di prima, e non
tutti vengono dalla funzione del presidente in sé. Washington spia
tutti e spende in armi più degli altri messi insieme, ma è la
capitale di un impero acciaccato. Il dollaro non è più
quello di una volta, il mondo non ha un solo polo.
L'America di Obama si tiene stretta la
divisa del gendarme planetario, che indossa ormai perfino come
pigiama: e perciò ogni giorno lancia un drone in Pakistan, un missile in
Somalia, un altro drone in Yemen, così come manda agenti pagatori,
provocatori e addestratori sul campo in tanti altri scenari, Siria
inclusa. Ma qualcosa non gira. Obama era a un passo dall'attaccare
Damasco, ma ha dovuto retrocedere. E ora non ha molti bad boys
da esibire. Il jolly Bin Laden se l'è già sputtanato, rimaneva
qualche mezza calzetta come Al-Libi (che addirittura stava cercando
qualche impiego parastatale, altro che Califatto mondiale). Perfino
in Somalia il gendarme non si avventura nei brutti quartieri degli
al-Shabaab.
Le azioni imperiali di questi giorni
sembrano limitate manutenzioni. Sono piccoli blitz fatti per far
ricordare che la superpotenza c'è ancora. Il democrat Obama non ha
mai messo in discussione l'ideologia neocon del "manifest
destiny" dell'America. Il potere USA fa il suo mestiere perché
quello sa fare, ma sa che sta consumando in un vortice sempre più
drammatico le risorse future, sia nella finanza che nell'ambiente.
Wall Street è ancora il palo della
cuccagna finanziaria del pianeta, ma il prezzo per Washington è la
paralisi a un passo dal default.
L'industria energetica americana,
grazie a nuove tecnologie, ha di nuovo posto gli Stati Uniti in testa
alla produzione mondiale di gas e petrolio, con cui vuole assestare
alcuni colpi da KO agli altri grandi produttori di idrocarburi, ma il
prezzo - in questo caso - è una devastazione ambientale che avrà
effetto entro pochi anni. I pozzi di shale gas infatti durano poco,
Hanno la stessa logica irresponsabile dei derivati finanziari:
ottenere apparenti sicurezze subito, per rinviare al futuro gli
immancabili ed enormi problemi sottostanti.
Obama non solleva lo sguardo, intanto che ci
impone un presente dalla marcata impronta conservatrice.
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29 settembre 2013
I Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo. Il responsabile Esteri di Hezbollah, Ammar Al-Mussawi e lo scrittore Giulietto Chiesa a Cagliari.
Il 4 e 5 ottobre a Cagliari, all’hotel Regina Margherita, si terrà la prima edizione del “Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo”, organizzato dal Centro Italo Arabo Assadakah, che da anni svolge attività di sensibilizzazione e comunicazione tese ad incentivare il dialogo tra i popoli e la cooperazione.
Durante la prima giornata del Meeting, a partire dalle ore 16:00, si terrà la conferenza dal titolo “Politica ed economia nel Mediterraneo. Nuovi orizzonti tra Africa Mediterranea, Eurasia e Occidente”.
Durante il dibattito verranno affrontati i temi legati alla situazione geopolitica creatasi in Medio Oriente, in seguito al degenerare del conflitto siriano e della rivolta in Egitto. Inoltre, particolare rilevanza verrà accordata alle dinamiche che hanno condotto alla situazione di instabilità interna dei Paesi di quell’area, e alle ripercussioni che questo fenomeno ha provocato nei rapporti tra le vecchie superpotenze, Usa e Russia, e i Paesi emergenti quali Cina, Iran, Brasile e India.
Alla conferenza, moderata dal giornalista del Sole 24 ore, Alberto Negri, parteciperanno il segretario generale di Assadakah Raimondo Schiavone, che introdurrà i lavori, l’on. Salvatore Cicu, l’On. Antonello Cabras, il senatore Giorgio Tonini, il presidente del Forum Affari Esteri Giacomo Filibeck ed il giornalista Talal Khrais.
La seconda giornata (5 ottobre) del Meeting, a partire dalle ore 09:30, sarà invece dedicata al tema dell’immigrazione: “Emergenza immigrazione. Verso una nuova cultura dell’accoglienza”.
Il confronto politico tra il Paese che accoglie e il Paese da cui si emigra, per ragioni economiche, sociali e politiche, sarà al centro del dibattito, nel corso del quale di affronteranno le tematiche inerenti il tema dell’accoglienza, dell’integrazione del rispetto e del dialogo tra le diverse culture e si confronteranno esponenti del mondo accademico, della politica e delle istituzioni.
Interverranno: Gianni Loy, docente del diritto del Lavoro dell’Università degli Studi di Cagliari, Francesco Lo Sardo,direttore del Centro di Prima accoglienza di Elmas, Romina Mura deputato alla Camera del PD e Michele Piras, Deputato alla Camera di Sel, Vicepresidente di Assadakah Sardegna, Franco Murgia.
Nel pomeriggio della stessa giornata, alle ore 17:00, si terrà una tavola rotonda, dal titolo “Controinformazione. Dalla Libia alla Siria, la guerra dei media”, alla presenza dello scrittore e giornalista Giulietto Chiesa, del segretario di Assadakah Schiavone, autore del libro “Syria. Quello che i media non dicono”, che verrà presentato durante l’evento e degli ospiti libanesi, il Responsabile Esteri di Hezbollah Ammar Al-Mussawi e il Presidente della TV di Stato Al Manar, Abdallah Kassir.
15 settembre 2012
Il governo USA sapeva già dell'attentato
Questa
rivelazione importante sull’omicidio dell’ambasciatore USA in Libia,
proveniente da uno dei giornali più ben fatti del ‘mainstream’, il
britannico The Independent, ci è stata segnalata per prima dalla Redazione di IRIB, la Radio Iraniana in lingua italiana, con un suo articolo in homepage.
Ci è parso subito significativo che a mettere al corrente un pubblico
italiano su una notizia così rilevante – per giunta di provenienza
occidentale - sia stata una redazione di Teheran. Le redazioni di Roma e
Milano, invece, evitano di dare risalto alla vicenda. Preferiscono
giocare con i loro soliti schemi, che aiutano a non raccontare
l’imbarazzante alleanza occidentale, nella sporca guerra di Libia, con i
peggiori tagliagole. Abbiamo tradotto l’articolo dell’Independent e ve lo proponiamo qui di seguito:
Clamorose rivelazioni e retroscena sull’assassinio del diplomatico USA
Esclusivo: l'America «è stata preavvertita dell’attacco all'ambasciata, ma non ha fatto nulla»
di Kim Sengupta – The Independent.
Le
uccisioni dell’ambasciatore USA in Libia e di tre suoi collaboratori
sono state verosimilmente il risultato di una falla grave e continua
nella sicurezza, è in grado di rivelare The Independent.
I funzionari americani ritengono che l’attacco
sia stato pianificato, ma Chris Stevens era tornato nel paese solo da
poco, mentre i dettagli della sua visita a Bengasi, dove poi lui e il
suo staff sono morti, dovevano rimanere riservati.
L’amministrazione USA sta
ora fronteggiando una crisi in Libia. I documenti sensibili sono
scomparsi dal consolato di Bengasi e la posizione presumibilmente
segreta del "rifugio" in città, dove il personale si era ritirato, è
stata intensamente attaccata con i mortai. Altri simili rifugi lungo
tutto il paese non sono più considerati "sicuri".
Si
sostiene che alcuni dei documenti che ora mancano dal consolato
elencano i nomi dei libici che stanno lavorando con gli americani,
esponendoli al rischio nei confronti dei gruppi estremisti, mentre si
afferma che alcuni degli altri documenti si riferiscono a contratti
petroliferi.
Secondo
fonti diplomatiche ad alto livello, il Dipartimento di Stato USA aveva
informazioni credibili già 48 ore prima che i tumulti si volgessero al
consolato di Bengasi e all'ambasciata al Cairo, sul fatto che le
missioni americane potevano essere prese di mira, ma nessun avvertimento
è stato indirizzato ai diplomatici affinché si mettessero in allerta e
in "serrata", attenendosi a regole che limitano fortemente i movimenti.
Stevens
era stato in visita in Germania, Austria e Svezia ed era appena tornato
in Libia quando si è svolto il suo viaggio a Bengasi, quando il
personale di sicurezza dell'ambasciata USA stabiliva che la missione
poteva essere intrapresa in modo sicuro.
Otto
americani, alcuni dei quali erano militari, sono rimasti feriti
nell’attacco in cui hanno perso la vita Stevens, Sean Smith, un
ufficiale incaricato dell'informazione, e due marines. Tutto il
personale che si trovava a Bengasi è stato ora spostato nella capitale,
Tripoli, e quelli il cui lavoro sia considerato non fondamentale
potrebbero essere trasferiti dalla Libia.
Nel
frattempo, una squadra di controffensiva antiterroristica FAST, del
Corpo dei Marines, è già arrivata nel paese da una base in Spagna e si
ritiene che altro personale sia già in cammino. Unità aggiuntive sono
state messe in stato di attesa in vista del loro trasferimento in altri
Stati in cui la loro presenza possa rendersi necessaria ora che scoppia
il furore anti-americano innescato dalla diffusione di un film che
disprezzato il profeta Maometto.
Una
folla di diverse centinaia di persone ieri ha preso d'assalto
l'ambasciata americana nella capitale yemenita Sanaa. Altre missioni che
sono state messe in allerta speciale comprendono quasi tutte quelle del Medio Oriente, così come in Pakistan, Afghanistan, Armenia, Burundi e Zambia.
Alti
funzionari sono sempre più convinti, tuttavia, che la feroce natura
dell’attentato di Bengasi, in cui sono state utilizzate granate, indica
che non era l’effetto di una rabbia spontanea dovuta al video, intitolato Innocence of Muslims («L’innocenza dei musulmani», NdT).
Patrick Kennedy,
Sottosegretario al Dipartimento di Stato, si è detto convinto che
l'assalto fosse pianificato per via della natura vasta e diffusa delle
armi.
Vi è una convinzione crescente che l'attacco sia avvenuto per vendicare l'uccisione durante un attacco con droni in Pakistan di Mohammed Hassan Qaed, un operativo di Qa'ida - il quale era, come suggerisce il suo nome di battaglia Abu Yahya al-Libi, un libico - e coordinato con l'anniversario degli attentati dell'11 settembre.
Il senatore Bill Nelson,
membro della Commissione sull’Intelligence del Senato, ha proclamato:
«Chiedo ai miei colleghi in seno alla commissione di indagare
immediatamente su quale ruolo potrebbero aver giocato nell’attacco al-Qa'ida o sue affiliate e di prendere gli opportuni provvedimenti.»
Secondo
fonti all’interno degli apparati di sicurezza, il consolato aveva
superato una "visita di controllo" per prevenire qualsiasi violenza che
fosse collegata all’anniversario dell’11/9. In occasione degli eventi
reali, sul muro perimetrale è stata fatta un apertura in meno di un
quarto d’ora da una folla inferocita che aveva iniziato ad attaccarlo
intorno alle dieci di notte di martedì. C’è stata, secondo i testimoni,
ben poca difesa da parte delle guardie locali, trenta o poco più, che
dovevano proteggere il personale. Ali Fetori, 59 anni, ragioniere, che
vive nelle vicinanze, ha rivelato: «Gli uomini della sicurezza
semplicemente sono tutti scappati e le persone passate al comando erano i
giovani con pistole e bombe.»
Wissam Buhmeid,
il comandante della brigata Scudo della Libia, approvata dal governo di
Tripoli, di fatto una forza di polizia di Bengasi, ha sostenuto che è
stata la rabbia per il video su Maometto che ha fatto sì che le guardie
abbandonassero le loro postazioni. «C’erano sicuramente persone delle forze di sicurezza che consentivano che l'attacco accadesse
perché erano esse stesse offese dal film; avrebbero assolutamente messo
la loro fedeltà al Profeta al di sopra del consolato. Le morti sono
nulla in confronto agli insulti al Profeta.».
Si
ritiene che Stevens sia stato abbandonato nell’edificio dal resto del
personale dopo che non si riusciva a trovarlo in mezzo al fumo denso
causato da un incendio che aveva avvolto l'edificio. È stato scoperto
disteso in stato di incoscienza dalla popolazione locale e portato in un
ospedale, il Centro Medico di Bengasi, dove, secondo un medico, Ziad Abu Ziad, è morto a causa dell’inalazione del fumo.
Una
squadra di soccorso americana forte di otto persone è stata inviata da
Tripoli e portata dalle truppe al comando del capitano Fathi al-Obeidi,
della Brigata 17 febbraio, fino al rifugio segreto per prelevare circa
quaranta persone dello staff statunitense. Sull'edificio si è poi
scatenato un fuoco di armi pesanti. «Non so come abbiano trovato il
posto per compiere l'attacco. È stato pianificato, la precisione con cui
i mortai ci colpivano era troppo precisa per dei rivoluzionari
qualsiasi», ha affermato il capitano Obeidi. «Ha cominciato a piovere su
di noi, circa sei colpi di mortaio sono caduti direttamente sul
sentiero verso la villa.»
I
rinforzi libici sono finalmente arrivati, e l'attacco è finito. Sono
arrivate notizie su Stevens, e il suo corpo è stato prelevato
dall'ospedale e riportato a Tripoli con altri morti e i sopravvissuti.
La
madre di Steven, Mary Commanday, ha parlato ieri di suo figlio. «Ha
fatto bene quello che ha fatto, e ne ha fatto un ottimo lavoro. Avrebbe
potuto fare un sacco di altre cose, ma questa era la sua passione. Ho un
buco nel mio cuore», ha dichiarato.
[…]
Traduzione a cura di Matzu Yagi.
Tratto da: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8880-il-governo-usa-sapeva-gia-dellattentato.html.
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