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3 agosto 2017

Napolitano il passante e la guerra di Libia

di Pino Cabras.

Nei giorni in cui è finalmente diventato senso comune il fatto che la guerra di aggressione mossa alla Libia nel 2011 dai paesi Nato e dalle petromonarchie arabe sia stata un disastro geopolitico, l'ex presidente della repubblica Napolitano rilascia un'intervista per dire che in quella guerra lui non c'entrava mica, era quasi un passante. 
Lui non c'era e se c'era dormiva. 
Eppure gli archivi sono ancora lì a ricordarci che il Peggiorista nel 2011 usava tutta la sua influenza per fare appelli alle «decisioni difficili» (cioè la guerra) e strillava «non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo» (si è visto che bel Risorgimento, come no). 
Il 26 aprile 2011 Napolitano dichiarava: «L'ulteriore impegno dell'Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall'Italia a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento». 
Prima mettono le premesse per tragedie immani, poi fischiettano allegramente come se niente fosse.


28 luglio 2017

La stella spenta dell'europeismo

di Pino Cabras.
da Megachip.


Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica. 
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.


16 marzo 2016

Yemen, strage saudita al mercato

di Pino Cabras.
da occhidellaguerra.it.




Il bilancio dell’ultimo pesante raid aereo dell’Arabia Saudita in Yemen si fa sempre più grave. I missili caduti proprio nell’ora di punta nel mercato di Mostaba, il più importante nella regione di Hajja, hanno ucciso almeno 107 civili e causato decine di feriti, in un’area lontana da obiettivi militari. Le immagini dello strazio sono state riprese da Al-Masirah, la TV vicina al movimento sciita degli Houthi. Si tratta di immagini cruente che possono urtare profondamente molte sensibilità.
Per chi non le vedrà, basti sapere che fra i cadaveri carbonizzati ci sono anche tanti bambini, una fiumana di garzoni che si guadagnavano il pane con piccole commissioni nel grande mercato, ora in macerie.
Quando si superano i cento morti, la notizia riesce ad affacciarsi in qualche taglio basso dei giornali nostrani, ormai diluita e anestetizzata. Nessuno dice “Je suis Yemen”, stavolta. Ma per gli yemeniti, invasi e bombardati dalle forze armate della coalizione dei sauditi e dei loro stati clienti vicini, è stata un’ordinaria giornata di guerra.
Gli aerei di Riad hanno lanciato nella sola giornata di martedì altri 11 attacchi contro il campo militare di Arkub, presso la capitale Sanaa, oltre ad altri bombardamenti su obiettivi non militari in altrettante aeree del paese. Va avanti così da un anno. Gli obiettivi colpiti sono soprattutto civili: infrastrutture e case. Al Masirah conta che dall’inizio della guerra sono stati distrutti 353 mercati e complessi commerciali. Si aggiungono alla sistematica distruzione della rete idrica, delle fabbriche, delle scuole.
Quelle saudite sembrano reazioni rabbiose e scomposte a una guerra che non riescono a vincere: nella stessa giornata, l’esercito yemenita e le forze dei comitati popolari hanno respinto l’ennesimo attacco lanciato da truppe mercenarie sotto il comando saudita nella zona di Taiz, nel Sud, infliggendo loro perdite pesanti. Altre perdite saudite nella città di al-Ghayl.
Per Riad, questa guerra è un buco nero che sta ingoiando il bilancio statale con un deficit da incubo senza che la dinastia ottenga alcun risultato. Per la popolazione yemenita è una carneficina e un disastro umanitario, tuttora dimenticato dal mondo. Dal marzo del 2015 ad oggi, l’aggressione saudita ha fallito il suo obiettivo principale: riportare al potere l’ex presidente e alleato, Abd Rabbuh Mansur Hadi. Ha intanto causato almeno 10mila morti e oltre un milione e mezzo di sfollati, senza che la resistenza si sia piegata.
In Siria i sei mesi di intervento russo (guidato da obiettivi definiti) hanno costruito le premesse per una soluzione politica al conflitto. In Yemen, invece, i dodici mesi di intervento saudita hanno aperto una voragine geopolitica in più, che si somma ai disastri combinati in Siria, in Iraq, in Libia, mentre persino il Libano rischia ora di sprofondare in una nuova guerra civile, sempre sotto l’urto delle manovre politiche e militari di Riad, la capitale dell'”Isis che ce l’ha fatta”.



2 marzo 2016

Il drone Italia verso la Libia

di Manlio Dinucci.



Recitando la parte di Stato sovrano, il governo Renzi ha «autorizzato caso per caso» la partenza di droni armati USA da Sigonella verso la Libia e oltre. 
Quando è noto che già nel 2011 fu un drone USA Predator Reaper, decollato da Sigonella e teleguidato da Las Vegas, ad attaccare in Libia il convoglio su cui si trovava Gheddafi, spingendolo nelle mani dei miliziani di Misurata.

L’Italia entra così nell’elenco ufficiale delle basi dei droni USA da attacco, sotto esclusivo controllo del Pentagono, insieme a paesi quali Afghanistan, Etiopia, Niger, Arabia Saudita, Turchia.

Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, precisando che «l’utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al Parlamento», assicura che ciò «non è preludio a un intervento militare» in Libia.

Quando in realtà l’intervento è già iniziato: forze speciali statunitensi, britanniche e francesi – confermano il Telegraph e Le Monde – stanno segretamente operando in Libia. Dall’hub aeroportuale di Pisa, limitrofo alla base USA di Camp Darby, decollano in continuazione aerei da trasporto C-130 (probabilmente anche statunitensi), trasportando materiali militari nelle basi meridionali e forse anche in qualche base in Nordafrica.

Nella base di Istres, in Francia, sono arrivati aerei USA KC-135 per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri francesi. L’operazione è diretta non solo alla Libia. Istres è la base della «operazione Barkhane», che la Francia conduce con 3mila militari in Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina-Faso.

Nella stessa area e in Nigeria operano gli USA con forze speciali e una base di droni in Camerun. Sempre con la motivazione ufficiale di combattere l’ISIS e i suoi alleati.

Contemporaneamente la NATO ha dispiegato nell’Egeo il Secondo gruppo navale permanente, sotto comando tedesco, e aerei radar AWACS (centri di comando volanti per la gestione del campo di battaglia), con la motivazione ufficiale di «sostenere la risposta alla crisi dei rifugiati» (provocata dalle guerre USA/NATO contro la Libia e la Siria). 

A tale operazione si è aggiunta la «Dynamic Manta 2016», esercitazione NATO nel Mar Ionio e nel Canale di Sicilia con forze aeronavali di USA, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Grecia, Turchia e Italia, che ha fornito le basi di Catania, Augusta e Sigonella. 
Si prepara così «l’operazione di peacekeeping a guida italiana» che, con la motivazione di liberarle dall’ISIS, mira a occupare le zone costiere della Libia economicamente e strategicamente più importanti. Manca solo «l’invito», che potrà essere fatto da un fantomatico governo libico.

Per l’intervento in Libia sta premendo a Washington Hillary Clinton, candidata alla presidenza, che – scrive il New York Times in un ampio servizio – ha «l’approccio più aggressivo verso le crisi internazionali». Fu lei nel 2011 a convincere Obama a rompere gli indugi. «Il Presidente firmò un documento segreto, che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», mentre il Dipartimento di stato diretto dalla Clinton li riconosceva come «legittimo governo della Libia».

Le armi, compresi missili anticarro Tow e radar controbatteria, furono inviate dagli USA e altri paesi occidentali a Bengasi e in alcuni aeroporti. Contemporaneamente la NATO sotto comando Usa effettuava l’attacco aeronavale, con decine di migliaia di bombe e missili, smantellando dall’esterno e dall’interno lo Stato libico.

Quando nell’ottobre 2011 Gheddafi fu ucciso, la Clinton gioì con un «Wow!», esclamando «Venimmo, vedemmo, morì». 


Non sappiamo quale condottiero citerà per la seconda guerra in Libia. Sappiamo, però, chi ci telecomanda.



18 novembre 2015

La Repubblica Francese presa in ostaggio


di Thierry Meyssan.
da Megachip.
La guerra che si è estesa fino a Parigi è incomprensibile per i francesi, che sanno poco e niente delle attività segrete del loro governo nel mondo arabo, delle sue alleanze contro natura con le dittature del Golfo e della sua partecipazione attiva al terrorismo internazionale. Questa politica non è mai stata discussa in parlamento e raramente i media mainstream hanno osato interessarsene.

DAMASCO (Siria) - Da cinque anni i francesi sentono parlare di guerre lontane senza capire di cosa si tratta. La stampa li ha informati dell'impegno del loro esercito in Libia, ma mai della presenza di truppe francesi in missione nel Levante. I miei articoli al riguardo sono molto letti, ma percepiti come stravaganze orientali. Nonostante la mia storia personale, va di moda definirmi «estremista» o «complottista» e sottolineare che i miei articoli sono riprodotti da siti web di tutte le convinzioni, compresi gli estremisti o i complottisti, quelli veri. Eppure nessuno trova niente da obiettare in ciò che scrivo. Tuttavia nessuno ascolta i miei avvertimenti sulle alleanze che la Francia stringe.
Improvvisamente, la verità ignorata è venuta a galla.
Nella notte di venerdì 13 novembre 2015 la Francia è stata attaccata da alcuni commando che hanno ucciso almeno 130 persone in cinque luoghi diversi in Parigi. È stato dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale per 12 giorni e il parlamento potrebbe rinnovarlo.


Nessun legame diretto con il caso Charlie Hebdo
La stampa francese interpreta questo atto di guerra collegandolo all'attentato di Charlie Hebdo, nonostante le modalità operative siano completamente differenti. A gennaio si trattava di uccidere persone precise, mentre qui si tratta di un attacco coordinato contro un gran numero di persone a caso.
Oggi sappiamo che il direttore di Charlie Hebdo aveva appena ricevuto un "dono" di 200.000 euro dal Vicino Oriente per condurre la sua campagna anti-islamica [1]; che gli assassini erano legati ai servizi segreti francesi [2]; che la provenienza delle loro armi è coperta dal segreto militare [3].
Ho già dimostrato che questo attacco non era un'operazione islamista [4], che era stato fatto oggetto di un’appropriazione statale immediata [5] e che quest’appropriazione aveva avuto un riscontro presso la popolazione ostile alla Repubblica [6], un’idea brillantemente sviluppata qualche mese dopo dal demografo Emmanuel Todd [7].

Se torniamo alla guerra appena arrivata a Parigi, costituisce una sorpresa in Europa occidentale. Non possiamo paragonarla con gli attentati di Madrid del 2004: in Spagna non c’erano né killer né kamikaze, ma dieci bombe piazzate in quattro luoghi distinti [8].
Il tipo di scena che ha appena avuto luogo in Francia è dal 2001 la sorte quotidiana di molte popolazioni del Medio Oriente allargato. E troviamo eventi simili anche altrove, come i tre giorni di attentati in sei posti diversi a Bombay nel 2008 [9].

Anche se gli aggressori erano musulmani e se alcuni di loro hanno gridato «Allah Akbar!» uccidendo i passanti, non c’è alcun legame tra questi attacchi, l'Islam e una eventuale “guerra di civiltà". Così, questi commando avevano istruzione di uccidere a caso, senza prima informarsi sulla religione delle loro vittime.

Allo stesso modo, è assurdo prendere per buono il richiamato movente dell’ISIS contro la Francia, sebbene non ci sia alcun dubbio sul suo coinvolgimento in questo attacco: infatti, se l'organizzazione terroristica avesse voluto "vendicarsi", è a Mosca che avrebbe colpito.


La Francia è uno stato terrorista almeno dal 2011
La lettura di questi eventi è confusa perché dietro i gruppi non statali si nascondono sempre degli Stati che li finanziano. Negli anni Settanta, il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto «Carlos» o «lo Sciacallo», per convinzione si era messo al servizio della causa palestinese e della Rivoluzione con il silenzioso appoggio dell'URSS. Negli anni Ottanta, l'esempio di Carlos è stato preso da mercenari che lavoravano per il miglior offerente come Sabri al Banna detto «Abu Nidal», che ha compiuto attentati sia per conto di Libia e Siria sia per conto di Israele. Oggi c'è una nebulosa del terrorismo e di operazioni segrete che coinvolge un gran numero di Stati.

Di norma, gli Stati negano sempre il loro coinvolgimento in gruppi terroristici. Tuttavia, nel dicembre 2012, in occasione della conferenza degli "Amici della Siria" a Marrakech, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha detto che Al-Nusra, il ramo siriano di Al-Qa'ida, «ha fatto un buon lavoro» [10].
Tenuto conto del suo ruolo, l’on. Fabius sapeva che non sarebbe stato perseguito per il suo sostegno a un'organizzazione classificata come terroristica dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma ha fatto correre un grave rischio al suo paese che si immergeva così nel calderone del terrorismo.
In realtà, la Francia è coinvolta almeno dall’inizio del 2011 al fianco di Al-Qa'ida. A quel tempo, il Regno Unito e la Francia si erano uniti al progetto americano della «Primavera araba». Si trattava di rovesciare tutti i regimi laici arabi e sostituirli con dittature dei Fratelli Musulmani. Quando Londra e Parigi svelarono questa operazione in corso in Tunisia e in Egitto, il loro intervento era stato in precedenza richiesto in Libia e in Siria [11].
In Libia, con la collaborazione delle forze speciali italiane, hanno organizzato i massacri di Bengasi e poi − con l'aiuto di Al-Qa'ida − la presa degli arsenali. Posso testimoniare che nell’agosto 2011, quando ero protetto da Khamis Gheddafi, mentre la NATO attaccava la capitale, l'hotel Rixos dove ci trovavamo fu assediato da un’unità di Al-Qa'ida, la Brigata Tripoli, comandata dal Mahdi al-Harati al grido di «Allah Akbar!» e inquadrata da ufficiali francesi in missione. Lo stesso Mahdi al-Harati era col suo capo Abdelhakim Belhaj, il fondatore del cosiddetto Esercito Siriano Libero, in realtà un gruppo di Al-Qa'ida che porta la bandiera della colonizzazione francese.
In Siria, la presenza di ufficiali francesi che inquadrano gruppi armati mentre perpetrano crimini contro l'umanità è ampiamente attestata.
Da allora in poi la Francia ha giocato un gioco estremamente complesso e pericoloso. Così, nel gennaio 2013, cioè un mese dopo il sostegno pubblico di Fabius ad Al-Qa'ida in Siria, ha intrapreso un'operazione in Mali contro la stessa Al-Qa'ida, provocando un primo contraccolpo contro i suoi agenti infiltrati in Siria.
Di tutto ciò non avete mai sentito parlare. Perché, anche se la Francia ha istituzioni democratiche, la sua attuale politica nel mondo arabo non è mai stata dibattuta pubblicamente. Al massimo ci si è limitati − in violazione dell'articolo 35 della Costituzione − ad entrare in guerra contro la Libia e contro la Siria dopo alcune ore di dibattiti parlamentari superficiali, senza voto. I parlamentari francesi hanno rinunciato a esercitare il loro mandato di controllo dell’esecutivo in materia di politica estera, pensando che si trattasse di un’area riservata al presidente, senza conseguenze nella vita quotidiana. Al contrario, oggi tutti possono constatare che la pace e la sicurezza, uno dei quattro «diritti dell'uomo e del cittadino» del 1789 (articolo 2), ne dipendono direttamente. Il peggio deve ancora venire.

All’inizio del 2014, quando i falchi liberali americani mettevano a punto il loro piano di trasformazione dell’Emirato Islamico in Iraq e Sham (Terra di Sham, dal nome usato un tempo per indicare la città di Damasco, ndt) in quello che sarebbe divenuto Daesh (ossia l’ISIS), Francia e Turchia hanno inviato munizioni ad Al-Qa'ida perché combattesse l’Emirato Islamico, e questo punto è attestato da un documento presentato al Consiglio di Sicurezza il 14 luglio 2014 [12].
Tuttavia, in seguito, la Francia si è unita all'operazione segreta e ha partecipato alla coalizione internazionale anti-Daesh, della quale è ormai noto che, contrariamente al suo nome, non ha bombardato Daesh ma gli ha fornito armi per un anno [13].
Le cose si sono evolute ulteriormente dopo la firma dell'accordo 5+1 con l'Iran. Gli Stati Uniti sono tornati improvvisamente in campo contro l'organizzazione terroristica e l’hanno respinta ad Al-Hasaka [14].
Ma è stato solo verso la metà di ottobre 2015, un mese fa, che la Francia ha ricominciato a combattere l’Isis-Daesh. Non per fermare i suoi massacri, ma per conquistare una parte del territorio che occupa in Siria e in Iraq e instaurarvi un nuovo stato coloniale che si chiamerebbe "Kurdistan", anche se la sua popolazione curda sarà in partenza largamente minoritaria [15] .
In questa prospettiva, la Francia ha inviato la sua portaerei, non ancora in zona, per sostenere i marxisti-leninisti del partito curdo YPG − ma che senso ha questo riferimento politico quando si pianifica di creare uno Stato coloniale? − contro il suo ex alleato Daesh.
Stiamo oramai assistendo al secondo contraccolpo. Non da parte di Al-Qa'ida in Siria ma da parte di Daesh in Francia, su istruzioni degli alleati inconfessabili della Francia.


Chi guida Daesh
L’ISIS è una creazione artificiale. È solo lo strumento della politica di vari Stati e multinazionali.
Le sue principali risorse finanziarie sono il petrolio, le droghe afgane – di cui i francesi non hanno ancora colto le conseguenze sul loro territorio − e i reperti antichi levantini. Tutti concordano sul fatto che il petrolio rubato passa liberamente attraverso la Turchia prima di essere venduto in Europa occidentale. Considerate le quantità, non c'è alcun possibile dubbio sul sostegno dello Stato turco a Daesh [16].
Tre settimane fa, il portavoce dell'esercito arabo siriano ha rivelato che tre aerei, noleggiati rispettivamente da Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avevano appena fatto fuoriuscire combattenti dell’ISIS dalla Siria per trasportarli nello Yemen. Anche in questo caso non c’è alcun possibile dubbio circa i legami tra questi tre Stati con l’ISIS, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza in materia.
Ho spiegato a lungo, fin dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, che una fazione all'interno dell'apparato statale statunitense conduceva una sua politica distinta contro quella della Casa Bianca. Inizialmente questo complotto era guidato dal direttore della CIA e cofondatore di Daesh nel 2007 («The Surge») [17], il generale David Petraeus, fino al suo arresto ammanettato all’indomani della rielezione di Barack Obama. Poi è stata la volta del segretario di Stato Hillary Clinton, che non ha potuto portare a termine il suo mandato nel periodo di transizione presidenziale a causa di uno sfortunato "incidente". Infine, questa battaglia è stata portata avanti dall’ambasciatore Jeffrey Feltman dagli uffici dell’ONU e dal generale John Allen a capo della presunta Coalizione anti-Daesh. Questo gruppo − parte dello "Stato profondo" statunitense, che non ha smesso di opporsi all'accordo 5+1 con l'Iran e di combattere contro la Repubblica araba siriana − mantiene dei membri in seno all'amministrazione Obama. Soprattutto, può contare sull'aiuto di società multinazionali i cui bilanci sono più grandi di quelli degli Stati e possono finanziare le loro operazioni segrete. È il caso della compagnia petrolifera Exxon-Mobil (il vero proprietario del Qatar), dei fondi di investimento KKR e dell'esercito privato Academi (ex Blackwater).
È per conto di questi Stati e di queste multinazionali che la Francia è diventata un paese mercenario.


La Francia ricattata
L'11 novembre 2015, il primo ministro Manuel Valls ha assicurato che la Francia era impegnata contro il terrorismo [18].
Il 12 novembre, l'Osservatorio nazionale della delinquenza e delle risposte penali − dipendente dal ministero degli Interni − ha pubblicato un rapporto secondo cui il terrorismo sarebbe diventato la seconda preoccupazione dei francesi dopo la disoccupazione [19].
La stessa mattina del 13 novembre, il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve ha presentato a Nanterre un piano di venti misure per la lotta contro il traffico di armi [20].
Evidentemente il governo si aspettava il peggio, il che comporta che stava negoziando con chi lo ha attaccato. La Francia ha preso impegni che non ha mantenuto ed è sicuramente vittima di un ricatto da parte dei signori che ha tradito.
Un’esercitazione di attentati simulati è stata fatta la stessa mattina dell'attacco da parte dei servizi di emergenza ospedalieri [21]. Una coincidenza che avevamo già notato negli attentati dell'11 settembre 2001 a New York e Washington, in quelli dell'11 marzo 2004 a Madrid, o anche in quelli del 7 luglio 2005 a Londra.


Conclusione provvisoria
I governi francesi che si sono succeduti hanno stretto alleanze con Stati i cui valori sono opposti a quelli della Repubblica. Si sono progressivamente impegnati a combattere guerre segrete per loro, prima di ritirarsi. Il presidente Hollande, il suo capo di stato maggiore particolare generale Benoit Puga, il suo ministro degli Esteri Laurent Fabius e il suo predecessore Alain Juppé sono ora oggetto di ricatto al quale non si possono sottrarre se non rivelando in cosa hanno invischiato il paese, anche se ciò li espone all’Alta Corte (il parlamento francese riunito in Alta Corte è il giudice competente a ordinare la destituzione del Presidente della Repubblica, ndt).
Il 28 settembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, rivolgendosi agli Stati Uniti e alla Francia il presidente Putin ha dichiarato: «Vorrei chiedere ai responsabili di questa situazione “avete almeno coscienza di ciò che avete fatto?” Ma temo che la domanda rimanga in sospeso, giacché costoro non hanno rinunciato alla loro politica basata su un’eccessiva fiducia in sé e nella convinzione della propria eccezionalità e impunità.» [22]
Né gli americani né i francesi l’hanno ascoltato. Ora è troppo tardi.


                           
Da ricordare
----- Il governo francese si è progressivamente allontanato dalla legalità internazionale. Commette omicidi politici e coordina militarmente azioni terroristiche almeno dal 2011.
----- Il governo francese ha stretto alleanze contro natura con le dittature petrolifere del Golfo Persico. Collabora con un gruppo di personalità americane e di compagnie multinazionali per sabotare la politica di distensione dei presidenti Obama e Putin.
----- Il governo francese è entrato in conflitto con questi alleati poco raccomandabili. Qualcuno di loro ha finanziato gli attacchi di Parigi.



NOTE
[1] «Charlie Hebdo: les révélations de la dernière compagne de Charb», Thibault Raisse, Le Parisien, 18 octobre 2015.
[3] «Les armes de Charlie-Hebdo couvertes par le Secret-Défense», Réseau Voltaire, 17 septembre 2015.
[4] «Chi ha ordinato l’attacco contro Charlie Hebdo?», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 7 gennaio 2015.
[5] «Charlie Hebdo è solo un pretesto», par Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 12 gennaio 2015.
[6] «Di cosa hanno paura politici e giornalisti francesi?», Rete Voltaire, 27 gennaio 2015.
[7] Qui est Charlie ? : Sociologie d’une crise religieuse, Emmanuel Todd, Seuil, 5 mai 2015, 252 p.
[8] «11 mars 2004 à Madrid : était-ce vraiment un attentat islamiste?», «Attentati di Madrid: l’ipotesi atlantista», di Mathieu Miquel, Réseau Voltaire, 11 ottobre e 18 novembre 2009.
[9] The Siege, Adrian Levy & Cathy Scott-Clark, Penguin, 2013.
[10] «Pression militaire et succès diplomatique pour les rebelles syriens», par Isabelle Maudraud, Le Monde, 13 décembre 2012.
[11] Si veda la testimonianza dell’ex presidente del Consiglio costituzionale Roland Dumas su LCP.
[12] Si legga l’intervento del rappresentante siriano «Résolution 2165 et débats (aide humanitaire en Syrie)», Réseau Voltaire, 14 luglio 2014.
[13] Questo punto è ignorato dalla stampa occidentale, ma è stato largamente discusso per un anno dalla stampa araba e persiana. La verità è venuta alla luce quando cinquanta analisti del CentCom hanno denunciato le menzogne dei rapporti sulla Coalizione, mentre un’inchiesta interna è stata scatenata, finché finalmente il generale Allen è stato costretto a dimettersi. Si veda in particolare: « Stewart, Brennan et Cardillo dénoncent les manipulations du Renseignement au Pentagone » e «Il generale Allen rassegna le sue dimissioni (Bloomberg)», Réseau Voltaire, 12 e 23 settembre 2015.
[14] «La France tente d’entraver le déploiement militaire russe en Syrie», Réseau Voltaire, 6 septembre 2015.
[16] Per saperne di più: «Il ruolo della famiglia Erdogan nel Daesh», Réseau Voltaire, 4 agosto 2015.
[17] Daesh fu originariamente formata in Iraq come parte di un piano volto a porre fine alla resistenza all’occupazione statunitense. Per fare questo, gli USA hanno creato delle milizie anti-sciite, tra cui l'Emirato Islamico in Iraq, il futuro "Daesh" - e poi delle milizie anti-sunnite. In definitiva, i due gruppi di popolazione si sono scordati dell’esercito occupante e si sono combattuti fra di loro.
[18] «Valls: la France engagée contre le terrorisme», AFP et Le Figaro, 11 novembre 2015.
[19] «La grande peur du terrorisme», Timothée Boutry, Le Parisien-Aujourd’hui en France, 13 novembre 2015.
[21] Cfr. L’intervento del Dr Patrice Pelloux, presidente dell'Associazione medici di emergenza francesi, su France Info alle 10h26 e al notiziario serale di France2, il 14 novembre 2015. « Comment le Samu s’est préparé aux attentats simultanés de Paris », Kira Mitrofanoff, Challenges, 15 novembre 2015.
[22] «Vladimir Putin – Intervento alla 70° assemblea generale dell’ONU - in italiano», di Vladimir Putin, PandoraTV, 30 settembre 2015.


Thierry Meyssan, 16 novembre 2015.
Traduzione a cura di Emilio Marco Piano


3 settembre 2015

L'Europa alla prima spiaggia

Pandora TV.


La foto del bimbo profugo morto in spiaggia ispira una tardiva indignazione di molti media e politici. Gli stessi che dicono “facciamo qualcosa”, non fecero "qualcosa" quando l’Europa e gli USA provocavano le guerre all’origine delle tragedie migratorie.
I fatti del 1989-1991, con il crollo del sistema sovietico, ebbero come con-causa scatenante una crisi di flussi migratori certamente molto diversa da quella attuale per origine, motivi e composizione, ma simile per forza d’urto.
Se la pressione continuerà in questi prossimi mesi (e continuerà) l’Europa ne risulterà ancora una volta cambiata.

http://www.pandoratv.it/?p=3936


27 agosto 2015

Siria: i migranti ultimo anello di una catena di errori

di Alberto Negri.
da Il Sole 24 Ore.


Campo profughi - © Mohamed Salman, da syrianrefugees.eu


Il problema sono le guerre che assediano l’Europa non i profughi. Se non si fermano le guerre non si fermano neppure i rifugiati. Le migrazioni da fenomeno di natura essenzialmente economica e sociale sono diventate qualche cosa d’altro, il risvolto inevitabile di questioni irrisolte e che si sono aggravate: dalla Siria all’Iraq e alla Libia, dallo Yemen all’Afghanistan, dal fallimento di Stati come la Somalia a dittature africane come quella in Eritrea. 
La rotta balcanica è balzata in prima pagina solo di recente ma è da oltre un anno che questa tratta, come quella africana con il suo terminale in Libia, viene battuta in maniera importante. 
Ma se è complicato risolvere le guerre in corso, l’aspetto più inquietante è l’assenza di un governo europeo. L’Europa non ha imparato dal passato recente – basti pensare alle guerre balcaniche – e neppure da quello remoto: alla fine della seconda guerra mondiale in Europa si aggiravano circa 40 milioni di profughi, molti dei quali non tornarono mai più alle loro case. Soltanto la Germania ne aveva 17 milioni. 
Forse non è casuale che Berlino, con un gesto senza precedenti, abbia aperto automaticamente le porte ai siriani.


La Siria è un caso emblematico. Il conflitto cominciato nel 2011 si è trasformato quasi subito in una guerra per procura tra gli Stati della regione. L’Occidente ha incoraggiato l’afflusso dei combattenti stranieri dalla frontiera turca condividendo l’obiettivo degli alleati arabi sunniti – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – di abbattere Bashar Assad, per poi pentirsi tardivamente di fronte all’ascesa barbarica del Califfato. 

Quindi c’è poco da fare gli ipocriti se i jihadisti tornano a seminare il terrore in Europa: la destabilizzazione anti-Assad si è risolta in un boomerang, come già accadde con i mujaheddin lanciati contro l’Armata Rossa in Afghanistan. 
Aggiungiamo che in Iraq l’avanzata dell’ISIS ha generato oltre 200mila profughi, cristiani e yezidi, soltanto nel Kurdistan iracheno. Non lamentiamoci se i cristiani spariscono dal Medio Oriente: dove mai dovrebbero tornare? 
Ora ci sono 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, un milione in Libano – che ha già i suoi problemi di stabilità – oltre 900 mila in Giordania. Anche la generosa accoglienza di Ankara – così generosa che la stessa UNHCR se ne chiedeva da tempo le ragioni – è stata funzionale all’abbattimento di Assad e dei suoi alleati. Ma con lo sdoganamento dell’Iran lo scenario è cambiato e la Turchia, soddisfatta l’esigenza di colpire i curdi del PKK, si sta adattando a un possibile negoziato con USA, Europa, Russia, Iran, Arabia Saudita, per la spartizione del Levante in sfere di influenza. 
I rifugiati non servono più, anzi sono diventati ingombranti e infatti è cominciato l’esodo siriano verso le coste greche e i Balcani. 
E dopo tante manovre per sbalzare di sella Assad, costate 260mila morti e milioni di profughi, sembra che gli americani siano giunti alla conclusione che la via per stabilizzare la Siria, mettendo un freno all’espansione dei jihadisti, sarebbe lasciare il regime che ha governato il Paese per decenni: sconcertante. Tra errori di valutazione, ambiguità, contraddizioni, cambiamenti repentini di linea, i governanti europei devono spiegare che affrontano un’emergenza di cui i migranti sono l’ultimo anello di una catena di clamorosi errori politici.







9 ottobre 2013

Obama il conservatore (e una cattura libica)

di Pino Cabras - da Megachip.

Non è per voler insistere a chiamarlo Barack Obush, ma l'attuale inquilino della Casa Bianca, anche in questi giorni, continua a fare gli stessi lavoretti del suo predecessore: all'estero un clamoroso arresto extralegale in Libia, nonché un nuovo attacco militare in Somalia; mentre sul suolo americano si barcamena restando prigioniero sia di un sistema finanziario che non vuole cambiare (nemmeno quando si fermano molti ingranaggi della spesa pubblica), sia di un sistema di spionaggio elettronico che non smantellerà mai.
I media hanno dato poco risalto, in questi giorni, alla "rendition" che si è consumata a Tripoli, quando una squadra speciale delle forze armate USA ha catturato Abu Anas al-Libi. Si tratta di un vecchio arnese jihadista, una carriera passata a entrare e uscire dalle porte girevoli di al-Qa'ida, a volte come alleato, a volte come apparente nemico dell'Occidente, così come tutti gli ambigui ufficiali della galassia terrorista. La storia di questo arresto extralegale ha una coda. Pare che ben duecento marines siano stati spostati dalla Spagna a Sigonella, in Sicilia, a un tiro di drone dalla Libia, pronti a intervenire contro brutte sorprese. I libici non l'hanno infatti presa bene: persino in uno Stato fallito come la Libia del dopo-Gheddafi pensano che non sia dignitoso dire sempre di sì a una potenza straniera che cattura i propri cittadini calpestando norme sovrane. In più, nel micidiale miscuglio di poteri armati che si impasta dentro la polveriera libica, la componente dei tagliagole qa'idisti è ben presente, instabile e difficilissima da maneggiare: ha mangiato e mangia tuttora allo stesso tavolo degli altri poteri, non si fa certo dare lo sfratto.
La presidenza USA si spinge entro un percorso obbligato, Obama o non Obama. Non c'è spazio per interpretazioni improvvisate del ruolo. E ad essere fino in fondo onesti, la continuità di Obama non è solo con Bush, bensì con i comportamenti medi di tanti suoi predecessori. 
La differenza che si coglie oggi rispetto al passato è che i vincoli sono molti più di prima, e non tutti vengono dalla funzione del presidente in sé. Washington spia tutti e spende in armi più degli altri messi insieme, ma è la capitale di un impero acciaccato. Il dollaro non è più quello di una volta, il mondo non ha un solo polo. 
L'America di Obama si tiene stretta la divisa del gendarme planetario, che indossa ormai perfino come pigiama: e perciò ogni giorno lancia un drone in Pakistan, un missile in Somalia, un altro drone in Yemen, così come manda agenti pagatori, provocatori e addestratori sul campo in tanti altri scenari, Siria inclusa. Ma qualcosa non gira. Obama era a un passo dall'attaccare Damasco, ma ha dovuto retrocedere. E ora non ha molti bad boys da esibire. Il jolly Bin Laden se l'è già sputtanato, rimaneva qualche mezza calzetta come Al-Libi (che addirittura stava cercando qualche impiego parastatale, altro che Califatto mondiale). Perfino in Somalia il gendarme non si avventura nei brutti quartieri degli al-Shabaab. 
Le azioni imperiali di questi giorni sembrano limitate manutenzioni. Sono piccoli blitz fatti per far ricordare che la superpotenza c'è ancora. Il democrat Obama non ha mai messo in discussione l'ideologia neocon del "manifest destiny" dell'America. Il potere USA fa il suo mestiere perché quello sa fare, ma sa che sta consumando in un vortice sempre più drammatico le risorse future, sia nella finanza che nell'ambiente. 
Wall Street è ancora il palo della cuccagna finanziaria del pianeta, ma il prezzo per Washington è la paralisi a un passo dal default. 
L'industria energetica americana, grazie a nuove tecnologie, ha di nuovo posto gli Stati Uniti in testa alla produzione mondiale di gas e petrolio, con cui vuole assestare alcuni colpi da KO agli altri grandi produttori di idrocarburi, ma il prezzo - in questo caso - è una devastazione ambientale che avrà effetto entro pochi anni. I pozzi di shale gas infatti durano poco, Hanno la stessa logica irresponsabile dei derivati finanziari: ottenere apparenti sicurezze subito, per rinviare al futuro gli immancabili ed enormi problemi sottostanti. 
Obama non solleva lo sguardo, intanto che ci impone un presente dalla marcata impronta conservatrice.

29 settembre 2013

I Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo. Il responsabile Esteri di Hezbollah, Ammar Al-Mussawi e lo scrittore Giulietto Chiesa a Cagliari.



Il 4 e 5 ottobre a Cagliari, all’hotel Regina Margherita, si terrà la prima edizione del “Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo”, organizzato dal Centro Italo Arabo Assadakah, che da anni svolge attività di sensibilizzazione e comunicazione tese ad incentivare il dialogo tra i popoli e la cooperazione.
Ospiti d’eccellenza della due giorni di eventi saranno: il Responsabile Esteri di Hezbollah Ammar Al-Mussawi e il  Presidente della TV di Stato Al Manar, Abdallah Kassir, l’ex deputato egiziano Mohamad Mneib Jenedey e il deputato tunisino Abdallah Alzawari.
Durante la prima giornata del Meeting, a partire dalle ore 16:00, si terrà la conferenza dal titolo “Politica ed economia nel Mediterraneo. Nuovi orizzonti tra Africa Mediterranea, Eurasia e Occidente.

Durante il dibattito verranno affrontati i temi legati alla situazione geopolitica creatasi in Medio Oriente, in seguito al degenerare del conflitto siriano e della rivolta in Egitto. Inoltre, particolare rilevanza verrà accordata alle dinamiche che hanno condotto alla situazione di instabilità interna dei Paesi di quell’area, e alle ripercussioni che questo fenomeno ha provocato nei rapporti tra le vecchie superpotenze, Usa e Russia, e i Paesi emergenti quali Cina, Iran, Brasile e India.
Alla conferenza, moderata dal giornalista del Sole 24 ore, Alberto Negri, parteciperanno il segretario generale di Assadakah Raimondo Schiavone, che introdurrà i lavori, l’on. Salvatore Cicu, l’On. Antonello Cabras, il senatore Giorgio Tonini, il presidente del Forum Affari Esteri Giacomo Filibeck  ed il giornalista Talal Khrais.
La seconda giornata (5 ottobre) del Meeting, a partire dalle ore 09:30, sarà invece dedicata al tema dell’immigrazione: Emergenza immigrazione. Verso una nuova cultura dell’accoglienza”.
Il confronto politico tra il Paese che accoglie e il Paese da cui si emigra, per ragioni economiche, sociali e politiche, sarà al centro del dibattito, nel corso del quale di affronteranno le tematiche inerenti il tema dell’accoglienza, dell’integrazione del rispetto e del dialogo tra le diverse culture e si confronteranno esponenti del mondo accademico, della politica e delle istituzioni.
Interverranno: Gianni Loy, docente del diritto del Lavoro dell’Università degli Studi di Cagliari, Francesco Lo Sardo,direttore del Centro di Prima accoglienza di Elmas, Romina Mura deputato alla Camera del PD e Michele Piras, Deputato alla Camera di Sel, Vicepresidente di Assadakah Sardegna, Franco Murgia.

Nel pomeriggio della stessa giornata, alle ore 17:00, si terrà una tavola rotonda, dal titolo Controinformazione. Dalla Libia alla Siria, la guerra dei media, alla presenza dello scrittore e giornalista Giulietto Chiesa, del segretario di Assadakah Schiavone, autore del libro “Syria. Quello che i media non dicono”, che verrà presentato durante l’evento e degli ospiti libanesi, il Responsabile Esteri di Hezbollah Ammar Al-Mussawi e il  Presidente della TV di Stato Al Manar, Abdallah Kassir.





15 settembre 2012

Il governo USA sapeva già dell'attentato

Questa rivelazione importante sull’omicidio dell’ambasciatore USA in Libia, proveniente da uno dei giornali più ben fatti del ‘mainstream’, il britannico The Independent, ci è stata segnalata per prima dalla Redazione di IRIB, la Radio Iraniana in lingua italiana, con un suo articolo in homepage. Ci è parso subito significativo che a mettere al corrente un pubblico italiano su una notizia così rilevante – per giunta di provenienza occidentale - sia stata una redazione di Teheran. Le redazioni di Roma e Milano, invece, evitano di dare risalto alla vicenda. Preferiscono giocare con i loro soliti schemi, che aiutano a non raccontare l’imbarazzante alleanza occidentale, nella sporca guerra di Libia, con i peggiori tagliagole. Abbiamo tradotto l’articolo dell’Independent e ve lo proponiamo qui di seguito:

Clamorose rivelazioni e retroscena sull’assassinio del diplomatico USA

Esclusivo: l'America «è stata preavvertita dell’attacco all'ambasciata, ma non ha fatto nulla»
di Kim Sengupta The Independent.

Le uccisioni dell’ambasciatore USA in Libia e di tre suoi collaboratori sono state verosimilmente il risultato di una falla grave e continua nella sicurezza, è in grado di rivelare The Independent.
I funzionari americani ritengono che l’attacco sia stato pianificato, ma Chris Stevens era tornato nel paese solo da poco, mentre i dettagli della sua visita a Bengasi, dove poi lui e il suo staff sono morti, dovevano rimanere riservati.
L’amministrazione USA sta ora fronteggiando una crisi in Libia. I documenti sensibili sono scomparsi dal consolato di Bengasi e la posizione presumibilmente segreta del "rifugio" in città, dove il personale si era ritirato, è stata intensamente attaccata con i mortai. Altri simili rifugi lungo tutto il paese non sono più considerati "sicuri".
Si sostiene che alcuni dei documenti che ora mancano dal consolato elencano i nomi dei libici che stanno lavorando con gli americani, esponendoli al rischio nei confronti dei gruppi estremisti, mentre si afferma che alcuni degli altri documenti si riferiscono a contratti petroliferi.
Secondo fonti diplomatiche ad alto livello, il Dipartimento di Stato USA aveva informazioni credibili già 48 ore prima che i tumulti si volgessero al consolato di Bengasi e all'ambasciata al Cairo, sul fatto che le missioni americane potevano essere prese di mira, ma nessun avvertimento è stato indirizzato ai diplomatici affinché si mettessero in allerta e in "serrata", attenendosi a regole che limitano fortemente i movimenti.
Stevens era stato in visita in Germania, Austria e Svezia ed era appena tornato in Libia quando si è svolto il suo viaggio a Bengasi, quando il personale di sicurezza dell'ambasciata USA stabiliva che la missione poteva essere intrapresa in modo sicuro.
Otto americani, alcuni dei quali erano militari, sono rimasti feriti nell’attacco in cui hanno perso la vita Stevens, Sean Smith, un ufficiale incaricato dell'informazione, e due marines. Tutto il personale che si trovava a Bengasi è stato ora spostato nella capitale, Tripoli, e quelli il cui lavoro sia considerato non fondamentale potrebbero essere trasferiti dalla Libia.
Nel frattempo, una squadra di controffensiva antiterroristica FAST, del Corpo dei Marines, è già arrivata nel paese da una base in Spagna e si ritiene che altro personale sia già in cammino. Unità aggiuntive sono state messe in stato di attesa in vista del loro trasferimento in altri Stati in cui la loro presenza possa rendersi necessaria ora che scoppia il furore anti-americano innescato dalla diffusione di un film che disprezzato il profeta Maometto.
Una folla di diverse centinaia di persone ieri ha preso d'assalto l'ambasciata americana nella capitale yemenita Sanaa. Altre missioni che sono state messe in allerta speciale comprendono quasi tutte quelle del Medio Oriente, così come in Pakistan, Afghanistan, Armenia, Burundi e Zambia.
Alti funzionari sono sempre più convinti, tuttavia, che la feroce natura dell’attentato di Bengasi, in cui sono state utilizzate granate, indica che non era l’effetto di una rabbia spontanea dovuta al video, intitolato Innocence of Muslims («L’innocenza dei musulmani», NdT).
Patrick Kennedy, Sottosegretario al Dipartimento di Stato, si è detto convinto che l'assalto fosse pianificato per via della natura vasta e diffusa delle armi.
Vi è una convinzione crescente che l'attacco sia avvenuto per vendicare l'uccisione durante un attacco con droni in Pakistan di Mohammed Hassan Qaed, un operativo di Qa'ida - il quale era, come suggerisce il suo nome di battaglia Abu Yahya al-Libi, un libico - e coordinato con l'anniversario degli attentati dell'11 settembre.
Il senatore Bill Nelson, membro della Commissione sull’Intelligence del Senato, ha proclamato: «Chiedo ai miei colleghi in seno alla commissione di indagare immediatamente su quale ruolo potrebbero aver giocato nell’attacco al-Qa'ida o sue affiliate e di prendere gli opportuni provvedimenti.»
Secondo fonti all’interno degli apparati di sicurezza, il consolato aveva superato una "visita di controllo" per prevenire qualsiasi violenza che fosse collegata all’anniversario dell’11/9. In occasione degli eventi reali, sul muro perimetrale è stata fatta un apertura in meno di un quarto d’ora da una folla inferocita che aveva iniziato ad attaccarlo intorno alle dieci di notte di martedì. C’è stata, secondo i testimoni, ben poca difesa da parte delle guardie locali, trenta o poco più, che dovevano proteggere il personale. Ali Fetori, 59 anni, ragioniere, che vive nelle vicinanze, ha rivelato: «Gli uomini della sicurezza semplicemente sono tutti scappati e le persone passate al comando erano i giovani con pistole e bombe.»
Wissam Buhmeid, il comandante della brigata Scudo della Libia, approvata dal governo di Tripoli, di fatto una forza di polizia di Bengasi, ha sostenuto che è stata la rabbia per il video su Maometto che ha fatto sì che le guardie abbandonassero le loro postazioni. «C’erano sicuramente persone delle forze di sicurezza che consentivano che l'attacco accadesse perché erano esse stesse offese dal film; avrebbero assolutamente messo la loro fedeltà al Profeta al di sopra del consolato. Le morti sono nulla in confronto agli insulti al Profeta.».
Si ritiene che Stevens sia stato abbandonato nell’edificio dal resto del personale dopo che non si riusciva a trovarlo in mezzo al fumo denso causato da un incendio che aveva avvolto l'edificio. È stato scoperto disteso in stato di incoscienza dalla popolazione locale e portato in un ospedale, il Centro Medico di Bengasi, dove, secondo un medico, Ziad Abu Ziad, è morto a causa dell’inalazione del fumo.
Una squadra di soccorso americana forte di otto persone è stata inviata da Tripoli e portata dalle truppe al comando del capitano Fathi al-Obeidi, della Brigata 17 febbraio, fino al rifugio segreto per prelevare circa quaranta persone dello staff statunitense. Sull'edificio si è poi scatenato un fuoco di armi pesanti. «Non so come abbiano trovato il posto per compiere l'attacco. È stato pianificato, la precisione con cui i mortai ci colpivano era troppo precisa per dei rivoluzionari qualsiasi», ha affermato il capitano Obeidi. «Ha cominciato a piovere su di noi, circa sei colpi di mortaio sono caduti direttamente sul sentiero verso la villa.»
I rinforzi libici sono finalmente arrivati, e l'attacco è finito. Sono arrivate notizie su Stevens, e il suo corpo è stato prelevato dall'ospedale e riportato a Tripoli con altri morti e i sopravvissuti.
La madre di Steven, Mary Commanday, ha parlato ieri di suo figlio. «Ha fatto bene quello che ha fatto, e ne ha fatto un ottimo lavoro. Avrebbe potuto fare un sacco di altre cose, ma questa era la sua passione. Ho un buco nel mio cuore», ha dichiarato.

[…]

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Fonte: http://www.independent.co.uk/news/world/politics/revealed-inside-story-of-us-envoys-assassination-8135797.html.

Tratto da: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8880-il-governo-usa-sapeva-gia-dellattentato.html.