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3 maggio 2017

Kill The Children


di Pino Cabras.
da Megachip.

In mezzo alle polemiche sulle organizzazioni non governative internazionali che traghettano verso l’Italia i disperati raccolti sulle coste libiche, la mia attenzione è stata attratta dal profilo dei componenti del Consiglio Direttivo italiano di una di esse, Save The Children:

Nella lista ho notato in particolare un nome, quello di Marco De Benedetti, che - oltre ad essere il figlio dell’oligarca italiano naturalizzato svizzero Carlo De Benedetti - ricopre la carica di Managing Director e Co-Presidente Europa di The Carlyle Group.

Ora, The Carlyle Group non è un’azienda qualsiasi, ma un gigante mondiale nella gestione degli attivi di aziende di tanti settori, incluse le industrie del complesso militare-industriale. Carlyle ha sede al centro dell’Impero, a Washington, e vive di una perenne commistione politica-affari, tanto che ha reclutato fra i suoi super-faccendieri anche ex direttori CIA ed ex presidenti USA come George Bush padre e l’ex primo ministro britannico John Major. Nel 2008-2016 il suo direttore dei servizi finanziari globali è stato un pezzo grosso di Wall Street, Olivier Sarkozy, fratellastro dell’ex presidente francese Nicolas, mentre fra gli amministratori di Carlyle c’è anche il numero uno della General Motors, Dan Akerson.

Insomma, parliamo di un architrave del capitalismo globalizzato, che gestisce "asset" per centinaia di miliardi dollari, di quel capitalismo al centro delle rapine finanziarie, delle guerre mediorientali, e di un’altra serie di fenomeni che potremmo ribattezzare “Kill The Children”.

Vediamo così adesso i bambini fuggiti da una casa perduta per via di una bomba aeronautica o di una bomba finanziaria ricollegata a imprese partecipate da Carlyle, mentre sono raccolti in mare da un’azienda dell’assistenza che incrocia la sua orbita con la Carlyle, e magari fornirà loro farmaci e cibo di aziende partecipate da Carlyle. Il capitalismo è tentacolare, apre e chiude cicli, è completo, e si fa anche bello, con tanto di riviste patinate e siti cinguettanti che vantano i buoni rapporti dei pezzi grossi del non profit con le multinazionali quotate nelle grandi borse del generoso Occidente.

Nel 2014, l’ex primo ministro britannico Tony Blair fu insignito di un premio istituito dall’influente ramo statunitense di Save the Children, il Global Legacy Award, durante una cena di gala a New York. Proprio lui, Blair, non esattamente il salvatore dei bambini iracheni e afghani.

L’industria della filantropia compie gesti buoni. Ma la muovono salotti esclusivi che incrociano le loro strategie con quelle dei padroni della geopolitica, cioè i signori delle guerre e delle ondate di profughi.
Nella statistica delle singole vite salvate, che fanno un bel rumore, scompaiono le masse sommerse e silenziate dai grandi media, a loro volta pilotati dagli stessi salotti.



7 luglio 2016

Tony Blair a George W. Bush: 'Io sarò con te, in qualsiasi caso'


di Pepe Escobar.

Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry” (“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione dell'Iraq, così come le sue conseguenze.

Andiamo al sodo. Questo non è affatto un insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto più forte di quanto molti analisti si aspettassero.

Le anticipazioni trapelate avevano lasciato intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si dà il caso.

Le domande chiave sono note a tutti.
-     Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in guerra?
-     La guerra era legale?
-     La guerra ha reso - come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più sicura"?
-     Che cosa ha promesso Blair a George W. Bush?
-     Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
-     L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
-     I militari britannici non sono stati capaci di resistere alle pressioni di Blair?

Ci vorranno giorni per districarsi attraverso l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.

Non c'era "alcun bisogno" di andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono state prese "sulla base di informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva: Tony Blair "sopravvalutò la propria capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso". Blair era un semplice gregario, non un pilota.

Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato solo come la scuola di intelligence dei Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee, che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati dagli USA lo sapevano anche loro.



Così Blair non solo acquisì relazioni d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico con assoluta "certezza". Il rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il governo britannico "rimproverava la Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza ".
Non aspettatevi che una trama come questa sia presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.


Impegno per uccidere un milione di persone

Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi - che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era il barboncino della relazione speciale strategica, necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo, del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso") era quello nei confronti di George W. Bush.

Il risultato, come pure sappiamo, va al di là dello spaventoso. The Lancet, nel 2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante cifra di 655.000 iracheni morti a causa della guerra.

Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione basata in USA, Physicians for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a una cifra di 1 milione (5 per cento della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di profughi.

Chilcot è stato attento a essere ponderato, nell’affermare che "non siamo un tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili da enormi problemi legali sulla via di Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot. Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di avvocati di cui dispone Blair.



Il golpe interno del Labour- orchestrato dai blairiani - avrebbe dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza forza.

Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere messo in stato d’accusa.


Tutte le cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle bugie.

Allo stato attuale, Tony Blair probabilmente eviterà un biglietto di sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunale UE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi dei rifugiati in Europa.




3 maggio 2010

L'uomo nell'ombra di Polanski

Il paragone tra il personaggio nel film di Roman Polanski e l'ex premier britannico Tony Blair.
di Gilad Atzmon - middle-east-online.com.



Londra - È un po' sconcertante che il regista Roman Polanski, che è riuscito a sottrarsi alla giustizia per più di tre decenni, abbia deciso di fare un film che racconta di un premier britannico caduto in disgrazia nel suo tentativo di sfuggire al Tribunale per i crimini di guerra dell'Aja.

L’ultimo film di Polanski è basato su un bestseller di Robert Harris (The Ghost). Racconta la storia dell'«immaginario» ex primo ministro britannico Adam Lang (Pierce Brosnan) il quale, un tempo molto popolare, è ora totalmente disprezzato. Lang è in esilio negli Stati Uniti con sua moglie Ruth (Olivia Williams). Teme l'estradizione al Tribunale dell'Aja.
Il protagonista principale, che trascina il film dall'inizio alla fine, è un ghostwriter (Ewan McGregor). Viene assunto da un editore per scrivere la biografia di Lang in seguito alla misteriosa morte del precedente ghostwriter di Lang. Il neoassunto scopre presto che con i Lang c’è del marcio. I Lang, si scopre, stavano lavorando per la CIA.
La somiglianza tra Adam Lang e Tony Blair è più che evidente. Adam Lang è un bell’uomo dai capelli scuri, è atletico, è affascinante, è alla mano, è un criminale di guerra ma è anche vulnerabile, si travolge facilmente. Il film affronta il capitolo più devastante nella storia recente, la trasformazione della democrazia liberale anglo-americana in una macchina per uccidere, alimentato da pathos e rettitudine, un capitolo che la società britannica non è ancora abbastanza matura da affrontare. Ancora una volta, sono le menti artistiche e creative, come quelle di Harris e Polanski, a impegnarsi con le domande sui cui l'indagine Chilcot non si soffermerebbe mai.
Finora, ogni tentativo convenzionale di delineare una versione razionale o logica che spiegasse i tratti salienti che stavano dietro il comportamento di Tony Blair dal 2002 in poi è fallito miseramente. Blair ha lanciato una guerra illegale basata su un dossier menzognero. Ha portato il Paese in un conflitto nonostante una certa seria opposizione fra le forze armate, l'intelligence, il governo, il partito laburista, i media e l'opinione pubblica. Durante questo processo Blair si produsse in alcune forti pressioni nei confronti di funzionari dell’intelligence ed esperti legali per far approvare la sua agenda letale. Blair era strettamente allacciato a certi finanziatori e sostenitori all'interno dei media. Non è affatto chiaro perché l'abbia fatto.
I blairiani forniscono due spiegazioni che dovrebbero suggerire una motivazione razionale dietro le guerre di Blair. Si presenta Blair come un cristiano devoto. Tuttavia, assassinare un milione e mezzo di iracheni in nome di Dio non funzionerebbe nel XXI secolo. Inoltre, una nazione che aveva votato il partito laburista non era lì per lì necessariamente lieta di scoprire che questo andava a finire con un crociato messianico. L'altra spiegazione blairiana parla di «interventismo morale». Questa “torsione dialettica” particolare è ampiamente promossa da esponenti della destra nei ranghi dei media britannici e del mondo accademico. Eppure, dare avvio a una guerra di destra e commettere un genocidio in nome della “morale” è una scusa ancora più imbarazzante che usare Dio. Evidentemente, non c'è narrazione patriottica che giustifichi le politiche e i crimini di Blair. Chiaramente la mancanza di qualsiasi motivazione politica sincera ha portato all'invenzione di Adam Lang, una pedina della CIA americana collocata nel cuore della politica britannica.
Per quanto Lang somigli a Blair, si può ancora notare che Adam Lang manca di alcune figure chiave che sono stati associate alla leadership di Blair. Adam Lang opera senza un sostenitore "Lord Bancomat" o un "amico di Israele" che risolva le cose. Soffre anche dalla mancanza di un ossequioso esperto legale, qualcuno che possa ricordarci "Lord Luce Verde". Né vi è una menzione dei Paul Wolfowitz o dei Richard Perle. Abbastanza interessante, non una sola parola sugli appassionati di destra all'interno del media britannici si riscontra nel film. Credo che ci sia un limite a ciò che possiamo aspettarci da Polanski, un genio del cinema che ha dato alla luce «Il pianista».
Ne «L’uomo nell’ombra» di Polanski non sono i pro-sionisti a dirigere lo spettacolo e trascinarci in una guerra dopo l'altra, sono in realtà la CIA e la moglie di Adam, Ruth, a condurre il tutto. Nell’universo cinematografico di Polanski, Adam Lang è solo un burattino, un attore affascinante ancora ingenuo che viene dall’università di Cambridge, reclutato da un'agenzia di intelligence straniera. Lang stesso potrebbe non riuscire a capire in cosa consistesse il suo ruolo. È innocente e può essere perfino una vittima. Nel film di Polanski Adam Lang è quasi una figura tragica, un narcisista patetico sfruttato da forze del male.
Questa interpretazione può aiutarci a capire perché Polanski, che è attualmente in lotta contro un ordine di estradizione verso gli Stati Uniti per una violenza sessuale commessa molti anni fa, ha scelto di fare un film su un criminale di guerra ex leader di caratura mondiale in fuga. La vera storia, Polanski potrebbe volerci far credere, è leggermente più complicata di quanto appare.
Questa presentazione di Adam Lang come una vittima sta ovviamente lì per troncare la somiglianza con Tony Blair. Lascia Adam Lang, la figura tragica, in un territorio immaginario inviolato, ma ci lascia anche con un compito incompleto. Sia che Blair fosse un agente della CIA, sotto ricatto, un cristiano devoto o un interventista morale dobbiamo ancora fare in modo che sia consegnato tutto intero a L'Aia per affrontare la giustizia. Lo dobbiamo ai milioni che hanno perso la vita in nome della sua ideologia fasulla.

Gilad Atzmon (gilad.co.uk) è uno scrittore e jazzista originario di Israele che vive a Londra. Un tempo ha prestato servizio militare nelle forze armate israeliane, ma attualmente è un attivista anti-razzista. Il suo ultimo CD è In Loving Memory of America.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

Fonte: http://www.middle-east-online.com/english/?id=38581.

3 febbraio 2010

Il ventriloquo e il pupazzo

di Giulietto Chiesa - da Megachip.

Lezioni non ne ha imparata nessuna. E se è apparso così tracotante e sicuro è perché si sente coperto dai poteri forti del mondo che hanno promosso la Guerra Finale (stavo per dire Infinita). Se Obama ha dato un'occhiata al Tony Blair sotto inchiesta a Londra, deve avere provato qualche brivido alla schiena.

A meno che anche lui sia parte integrante del gioco, il Blair che afferma con sicurezza che la guerra irachena fu giusta (nonostante tutti sappiano che fu inventata da Bush e da lui) deve avergli fatto sentire più forti gli spifferi che, dal Pentagono, arrivano fin sotto il suo letto.

“Apparizione di un fantasma”, ha scritto Simon Jenkins sul Guardian riferendosi a Blair. Ma fantasma minaccioso. Non perchè sia ancora potente: non lo è più, è finito. Ma perchè è il pupazzo di un ventriloquo che progetta altre imprese.

Tutte le cose dette dal Blair sono leggibili come anticipazioni e minacce. Non c'è nessuna verità da cercare: a loro non occorre nemmeno mentire. Affermano il falso irridendo a chi grida al falso.

Non ci fu errore, sghignazza il pupazzo, lo rifarei anche oggi. Lo rifaremo con l'Iran, tra poco. Lo rifaranno, infatti.

Il pupazzo può parlare così perchè ha di fronte inquirenti che guardano sopra le sue spalle e vedono il ventriloquo. Per questo lo temono; per questo non faranno troppe domande e lo lasceranno andare via con la camicia immacolata, senza un goccio di sudore.

E poi Sir John Chilcot ha forse inzuppato i suoi piedi nel sangue degli ospedali di Baghdad? E, come ha scritto Robert Fisk, sull'Independent, come avrebbero potuto starci, nella piccola sala del Queen Elizabeth II Conference Centre le 600 mila anime di iracheni uccisi, e quelle dei 200 soldati britannici morti nella guerra di Tony?

Chissà se l'inchiesta si spingerà fino alla morte di David Kelly, colui che rivelò per primo le bugie di Blair. Lord Hutton, l'inquirente fulmineamente nominato da Blair il bugiardo, ha secretato il tutto per 70 anni. Saremo morti tutti quando la verità riemergerà.

Ma Norman Baker, un giornalista del Guardian, ha fatto un'inchiesta parallela e ha scoperto che Kelly non poteva suicidarsi. Qualcuno l'ha ucciso. Almeno una domanda su questo gliela vogliamo fare a Tony the Liar?

24 dicembre 2009

La UE prende posizione: Israele deve fermarsi

di Pino Cabras - da Megachip.

Quasi alla vigilia dell'anniversario della strage di Gaza, una figura istituzionale nuova e importante ha parlato. Nessun rilievo presso i media più forti, almeno in Italia. Eppure i primi passi dell'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell'Unione europea, Lady Catherine Ashton, sarebbero stati interessanti, per capire, per giudicare.

Il fatto è che la Ashton ha espresso una posizione dura verso Israele, che continua a imprigionare Gaza. Ma la donna politica britannica ha esteso la sua critica anche al Muro di separazione e alle continue espulsioni delle famiglie palestinesi dalle loro abitazioni a Geruslemme Est, nonché alla politica di colonizzazione.

Ashton, a nome della UE, ha ricordato che «Gerusalemme Est è un territorio occupato, unitamente alla Cisgiordania», il che implica l'obbligo di rispettare convenzioni internazionali che stabiliscono precise responsabilità in capo all’occupante nei confronti della popolazione soggetta all'occupazione. Tanto più forte e rilevante è apparsa la presa di posizione della laburista britannica, quanto più sbucciava come una banana il compagno di partito Tony Blair, che ricopre il ruolo di inviato speciale del «Quartetto» (UE, USA, ONU e Russia), la debole camera di compensazione diplomatica sul conflitto israelo-palestinese.

«Ho ricordato personalmente a Tony Blair che il Quartetto deve dimostrare di valere i soldi che costa, e che può essere rafforzato». Dopo anni in cui l'Europa ha taciuto, alla prima occasione, la prima persona che assume la carica di ministro degli Esteri europeo ha riaffermato la posizione che precedeva il silenzio, dieci anni orsono: soluzione a due stati, Gerusalemme capitale condivisa, confini stabiliti decenni fa dalle Nazioni Unite.

La cosa non è piaciuta affatto al governo d'Israele e a significativi esponenti di spicco della società israeliana. Portavoce politici, ministri, propagandisti, giornalisti si sono lamentati con forza. Compreso il ministro degli Esteri Avigdor Liberman, notoriamente un oltranzista e un falco.

Lady Ashton è stata presentata come un'aristocratica razzista e antisemita, a dispetto di anni e anni di sua militanza per i diritti umani. Eppure quelle della Ashton non erano opinioni personali, ma la posizione ufficiale della UE. Gli ultrà filo-israeliani - a Gerusalemme e nel mondo - hanno invece spinto per la personalizzazione. Sorte simile era toccata anche al presidente USA, Barack Obama, quando aveva blandamente richiesto di congelare i nuovi insediamenti. E' stato irriso a parole e nei fatti. Business as usual, come ai tempi di Bush: gli anni d'oro per il Sionismo Reale, che ha potuto devastare il Libano, fare di Gaza una prigione e un tiro al bersaglio, aumentare i coloni in Cisgiordania da poche migliaia a mezzo milione, creare un sistema di muri, checkpoint, autostrade riservate, leggi razziali. Negli anni di Bush si è perfezionato un sistema spesso paragonato, per difetto, all'apartheid sudafricano.

La strage di Gaza (operazione Piombo Fuso) nacque anche da motivazioni e spinte elettoralistiche. Un primo ministro screditato, Ehud Olmert, e una ministra ambiziosa ma in calo di consensi, Tzipi Livni, contando su un nuovo diffuso senso comune nazionalistico che approvava massicciamente la guerra, cercarono di portarsi avanti il lavoro. Gli fu lo stesso preferita l'estrema destra.

L'uso del fosforo bianco, dei DIME, così come le crudeli pratiche belliche inflitte a una popolazione tenuta in sostanziale stato di detenzione, erano un crimine di guerra, evidente anche prima che la commissione ONU guidata da Richard Goldstone concludesse in tal senso.

Una simile verità è inaccetabile per Israele, che rigetta in toto il rapporto della commissione e rifiuta altre indagini. Anche dopo che la fase intensa dell'operazione Piombo Fuso si era conclusa, Israele ha continuato a vietare a Gaza l'ingresso di materiali che ne consentissero la ricostruzione. L'assedio continua tuttora. Include beni e servizi essenziali e strangola l'economia.
L'obiettivo di disarticolare Hamas si è dimostrato peraltro irrealistico.

Le concessioni ora prospettate da Israele potrebbero accontentare però solo un'entità governativa palestinese collaborazionista. Nemmeno gli screditatissimi esponenti dell'Autorità Nazionale Palestinese arrivano a tanto.

Senza Bush, mentre Obama tace, l'Unione Europea ha così qualcosa da dire sul rispetto dei diritti umani e dei trattati violati dalla potenza occupante. E lo fa criticando il principale alleato europeo di George W. Bush, quel Tony Blair che pure aveva puntato a diventare il presidente della UE, lui, complice di troppe guerre e troppo sbagliate, per poter godere ancora di una qualche fiducia, perfino nel suo partito, il Labour.


8 giugno 2009

Elezioni Europee, dopo il Novecento

di Pino Cabras - da «Megachip»


Il voto europeo del 2009 è stato segnato dalle pesanti sconfitte subite dai partiti che hanno ereditato gli insediamenti della sinistra del Novecento. Lo smottamento elettorale è avvenuto nel pieno di una grande crisi economica e finanziaria che pure coincide con il tracollo del neoliberismo. Il punto forse è proprio questo. La sinistra “novecentesca” europea a un certo punto è stata cooptata come interprete terminale del neoliberismo.

Succede così. Quando Margareth Thatcher si ripresenta con il sorriso di Tony Blair. Quando la Spd dà colpi al “modello renano”. Quando l’Ulivo fa del riformismo debole. Quando l’allargamento europeo vede tanta sinistra che vuol fare l’americana. Quando Zapatero si affida a una bolla speculativa. Quando molta sinistra francese slitta verso Sarkozy.

Poi al Blair delle vacche grasse subentra il Brown delle vacche magre, a Schröder succede una sinistra subalterna, il riformismo debole ulivista viene rimpiazzato dall’afasia del PD, l’Europa dell’Est crolla economicamente, la bolla spagnola scoppia in pochi mesi.

Quel che rimane della sinistra del Novecento non ha più le parole per interpretare i fatti, né gli insediamenti sociali di un tempo, né i luoghi per riflettere, pensare, comunicare un progetto. Risultato: i conservatori sfruttano un “riflesso d’ordine” sufficiente a ricompattarli. I partiti novecenteschi della sinistra o le loro evoluzioni sono al minimo storico. Qui e lì esplodono forme di creatività politica in forte crescita ma fortemente minoritarie e disperse, ben lontane da un qualche consolidamento (come interpretare il 16% dei verdi francesi?). Qui e lì esplodono anche i movimenti che vogliono una società più cattiva, un’Europa chiusa e xenofoba, altrettante riserve di spietatezza che vuol farsi istituzione per quando la grande crisi morderà ancora di più. Cos’è la sparuta retorica operaia della nostra sinistra-sinistra senza quorum di fronte all’ondata di voti operai nel Nord italiano per la Lega partito di massa?

Berlusconi non sfonda, titola «la Repubblica». È vero, forse il suo risultato non è stato tale da accelerare le condizioni di una dittatura senza ostacoli. Tuttavia emerge la continuità ancora inscalfibile di un blocco politico e sociale che non ha avversari organizzati né progetti alternativi.

Serviranno alleanze nuove e capacità di interpretare la crisi, occorrerà la voglia di ritessere una fitta trama di rapporti sociali, servirà un’agenda politica che sia davvero alternativa e aperta, senza nostalgie per i simboli del XX secolo. E servirà una cura particolare per il sistema della comunicazione nel quale si rinsaldano i valori guida. Le prove da affrontare saranno presto tremende.

elezioni-europee-2009