Visualizzazione post con etichetta NATO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta NATO. Mostra tutti i post
27 gennaio 2018
Stati Uniti d'Europa? Pura demagogia
Fra tutte le fughe in avanti di questa campagna elettorale ce n’è una che mi scandalizza ancor più delle mirabolanti promesse di tipo economico: i fantomatici Stati Uniti d’Europa, evocati dall’ultraliberista Bonino, dal PD e perfino dal sindaco di Cagliari, Zedda.
Evocano gli Stati Uniti d’Europa senza un solo cenno di autocritica per l’eurocrazia dittatoriale che impone un’austerity feroce, senza un’analisi dei disastri di questi anni e delle loro cause, senza un ripensamento onesto della questione europea in relazione alla vita reale dei popoli europei.
Vogliono dare per scontato che sia cosa naturalissima il ricomprendere sotto un unico ordinamento giuridico sovraordinato il Portogallo e l'Estonia, la Sardegna e la Pomerania, classi dirigenti che celebrano la sconfitta del nazismo e governi che la piangono come una tragedia. Rimuovono l’enorme problema geopolitico generato dall’allargamento a Est della UE e della NATO, non hanno nulla da dire sulle guerre che le istituzioni europee reali hanno causato alleandosi al jihadismo in Medio Oriente e in Nord Africa. Neanche un barlume di autocritica sulla russofobia che inquina il discorso pubblico dominante e mette in pericolo la sicurezza collettiva del continente e del mondo intero.
Non dicono nulla sul grado di subordinazione dei maggiordomi europei agli Stati Uniti già esistenti, quelli d’America, in termini di forze armate, intelligence, regole commerciali e finanziarie tutte a nostro sfavore.
Esaltano l’Euro come una fantastica conquista e usano semplificazioni puerili per rimuovere le critiche.
Naturalmente chi vuole mettere in discussione questa corsa distruttiva viene stigmatizzato come “populista”. Eppure, proprio quelli che usano lo slogan vuoto degli Stati Uniti d’Europa, proprio loro, fanno un uso sfrontato della demagogia, dell’ideologia come falsa coscienza. Tentano una cinica distrazione dei popoli europei dai loro problemi fantasticando una destinazione lontana, vaga e irraggiungibile, perché non sanno risolvere i problemi immediati che essi stessi hanno creato.
L'Europa andrà ripensata senza fughe in avanti e raccontandoci molte verità sui limiti dell'Europeismo Reale, molto diverso dall'europeismo vagheggiato.
5 gennaio 2018
Siria - Curioso articolo su Repubblica.it
Dopo anni in cui il quotidiano fondato da Scalfari hitlerizzava Assad ed esaltava i 'ribelli', compare un pezzo che demolisce la narrativa di fonte jihadista. Troppo poco e troppo tardi
di Pino Cabras.
Atterro tramite il link di un amico su una pagina web sorprendente, e quasi salto sulla sedia.
Una delle testate giornalistiche più organiche alla NATO, la Repubblica, ha appoggiato fin dal 2011 l'aggressione alla Siria, bevendosi volontariamente tutti i resoconti della più improbabile delle fonti, l'Osservatorio siriano per i diritti umani, una "one-man-organization" con sede a Londra gestita da un personaggio affidabile come un autostoppista in manette (direbbe Caparezza).
Ecco invece che a inizio 2018, dopo anni di "reductio ad Hitlerum" e demonizzazione di Assad, fa comparire questo articolo non firmato - non nella sezione Esteri ma nella più irraggiungibile sezione Immigrazione - che dice peste e corna del suddetto Osservatorio, senza un solo rigo di autocritica.
Il che mi fa ragionevolmente ritenere che il pezzo sia stato infilato alla chetichella da una manina - chissà se interna o esterna al quotidiano - all'insaputa della redazione, come una piccola ribellione contro le Fake News istituzionali.
A futura memoria conservo comunque per voi la schermata.
AGGIORNAMENTO h. 13:09:
L'articolo di Repubblica è stato nel frattempo modificato ed edulcorato specie nel titolo (com'era prevedibile). Resta la nostra schermata del pezzo originale.
AGGIORNAMENTO h. 20:30:
In tanti anni non mi è mai capitato di assistere a un caso simile: sullo stesso URL ora c'è addirittura una terza versione. L'articolo è stato rimosso e sostituito con una collezione raffazzonata di considerazioni in merito allo stato dell'informazione sulla Siria. Cosa che mi sembra rivelatrice dello stato dell'informazione dell'Italia.
AGGIORNAMENTO h. 13:09:
L'articolo di Repubblica è stato nel frattempo modificato ed edulcorato specie nel titolo (com'era prevedibile). Resta la nostra schermata del pezzo originale.
AGGIORNAMENTO h. 20:30:
In tanti anni non mi è mai capitato di assistere a un caso simile: sullo stesso URL ora c'è addirittura una terza versione. L'articolo è stato rimosso e sostituito con una collezione raffazzonata di considerazioni in merito allo stato dell'informazione sulla Siria. Cosa che mi sembra rivelatrice dello stato dell'informazione dell'Italia.
____________________________________
Prima versione:
Prima versione:
Seconda versione:
Terza versione:
28 luglio 2017
La stella spenta dell'europeismo
Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica.
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.
17 maggio 2017
Dov'è la Corea Del Nord? In Australia
di Pino Cabras.
da Megachip.
Il New York Times ha chiesto a un campione di 1.746 cittadini statunitensi adulti di localizzare la Corea del Nord in una cartina muta.
I puntini azzurri rappresentano le loro risposte.
Soltanto il 36% ha saputo indicare correttamente la posizione geografica.
Il rimanente 64% è andato a prendere granchi in tutta l'immensa Asia e persino in Australia.
Le risposte al sondaggio del 2017 su "dov'è la Corea del Nord?" su una cartina muta.
E' molto interessante l'analisi delle altre domande connesse a questo sondaggio: per ogni persona intervistata, quanto più essa segnava lontano dalla Corea il suo punto sulla mappa, tanto più era favorevole a un intervento militare.
Nel 2014 il Washington Post fece un analogo esperimento. Quella volta agli americani si chiedeva dove fosse l'Ucraina. Anche allora, più si ignorava la geografia, più si voleva la guerra e meno la diplomazia.
Le risposte al sondaggio del 2014 su "dov'è l'Ucraina?" su una cartina muta.
Non credo che i risultati cambierebbero di molto anche da noi, persino tra illustri intellettuali.
Se si osservasse bene ad esempio quanti pochi chilometri ci siano tra il confine ucraino e la città di Mosca, si capirebbe meglio che piazzare lì un avamposto della NATO con una postura ostile - nell'era delle armi atomiche e delle decisioni di rappresaglia da prendere con poco preavviso - sia una mossa molto pericolosa e infinitamente stupida.
Ma pochi sembrano saperlo.
Etichette:
America,
Asia,
Corea del Nord,
geografia,
guerra,
ignoranza,
ignoranza geografica,
NATO,
Pino Cabras,
Russia,
Ucraina,
USA
8 maggio 2017
Chi non si piega a Macron
La Francia Non Sottomessa giocherà le sue carte già alle legislative di giugno. Plastique Macron il Thatcheriano sconterà molte contraddizioni.
di Pino Cabras.
da Megachip.
di Pino Cabras.
da Megachip.
Ho letto da sinistra diverse critiche alla scelta che ha fatto il più eminente rappresentante della 'gauche', Jean-Luc Mélenchon, ossia: non appoggiare Emmanuel Macron in vista del ballottaggio che ha consegnato a quest'ultimo e ai suoi facoltosi burattinai le chiavi dell'Eliseo.
I critici sottovalutano la portata del tema scelto da Mélenchon per dare un nome alla sua campagna: La France Insoumise, ossia La Francia non sottomessa. Mélenchon ha rotto l'eterno ricatto del "voto utile" con cui la sinistra si mette sotto padrone e si fa distruggere, come è accaduto in Italia.
Non sottomettersi significa che la paura del lepenismo odierno non deve implicare il doversi mettere direttamente nelle mani dei progetti disumanizzanti di Jacques Attali e degli altri creatori di Macron.
In vista delle elezioni legislative di giugno, Mélenchon si presenta ora come ispiratore di una forza autonoma, indipendente, in grado di espandersi presso l'area vastissima del voto che per l'elezione presidenziale ha scelto di astenersi. E può farlo perché non ha assicurato ai padroni del vapore l'idea che "tanto i nostri voti sono scontati". Durante tutta la campagna elettorale ha costantemente criticato il meccanismo costituzionale stesso che fa della Francia una "monarchia repubblicana". E che porta a scegliere alla fine un presidente non rappresentativo.
Se si gioca bene le carte, e se nel frattempo i media francesi non decidono definitivamente di proporre una forma soffocante di pensiero unico, Mélenchon può diventare Primo Ministro in un'interessante cohabitation con Plastique Macron. O in ogni caso può guidare un'opposizione forte in prospettiva.
Se si gioca bene le carte, e se nel frattempo i media francesi non decidono definitivamente di proporre una forma soffocante di pensiero unico, Mélenchon può diventare Primo Ministro in un'interessante cohabitation con Plastique Macron. O in ogni caso può guidare un'opposizione forte in prospettiva.
E la prospettiva conta: nella fascia d'età 18-24 anni la maggioranza dei voti è andata a Marine Le Pen. Nei prossimi anni intere coorti di giovani entreranno in conflitto con l'idea di lavoro espressa da Macron, che ha dichiarato che "i britannici hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher" e che ritiene che "la disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti". L'appello ricattatorio al "meno peggio" si scontrerà a un certo punto con una condizione materiale che lo renderà inconsistente.
Fin qui ha funzionato la trappola descritta da Alessandro Robecchi: “Le politiche dei Macron producono le Le Pen, poi bisogna votare Macron per fermare la Le Pen. E' un meccanismo perfetto, tipo tagliola”. Ma la tagliola non funzionerà per sempre. Per sfuggire alla trappola meglio attrezzarsi in tempo e non garantire né svendere nulla ai burattinai dei Macron e dei Renzi. Che intanto faranno di tutto per farci pensare che non esistano alternative.
Post Scriptum:
Molti hanno giustificato il voto a Macron per ragioni "antifasciste". Ma Macron condivide con tutte le forze politiche atlantiste europee una grave responsabilità nel coprire politicamente le forze nazistoidi cooptate al potere in Ucraina e nei paesi NATO dell'area baltica. Non dobbiamo mai arrenderci alla loro amnesia-amnistia selettiva, e ricordare questo dettaglio importante, che incide profondamente sulle prospettive di pace in Europa.
Fin qui ha funzionato la trappola descritta da Alessandro Robecchi: “Le politiche dei Macron producono le Le Pen, poi bisogna votare Macron per fermare la Le Pen. E' un meccanismo perfetto, tipo tagliola”. Ma la tagliola non funzionerà per sempre. Per sfuggire alla trappola meglio attrezzarsi in tempo e non garantire né svendere nulla ai burattinai dei Macron e dei Renzi. Che intanto faranno di tutto per farci pensare che non esistano alternative.
Post Scriptum:
Molti hanno giustificato il voto a Macron per ragioni "antifasciste". Ma Macron condivide con tutte le forze politiche atlantiste europee una grave responsabilità nel coprire politicamente le forze nazistoidi cooptate al potere in Ucraina e nei paesi NATO dell'area baltica. Non dobbiamo mai arrenderci alla loro amnesia-amnistia selettiva, e ricordare questo dettaglio importante, che incide profondamente sulle prospettive di pace in Europa.
Etichette:
austerity,
Europa,
Fascismo,
Francia,
Francia 2017,
Le Pen,
Macron,
Mèlenchon,
NATO,
precariato,
presidente Macron,
sinistra,
Thatcher,
Ucraina
30 luglio 2016
Il potere del "Niet"
di Dmitry Orlov.
Su questo pianeta è previsto che le
cose vadano così: negli Stati Uniti gli apparati del potere (pubblico e
privato) decidono quello che vogliono far fare al resto del mondo.
Comunicano i loro voleri attraverso canali ufficiali e non, attendendosi
una cooperazione automatica.
Se questa cooperazione non arriva
immediatamente, allora incominciano a fare pressioni, politiche,
finanziarie ed economiche.
Se anche queste, tuttavia, non producono
l’effetto desiderato, allora provano con un cambio di regime, ottenuto
con una rivoluzione colorata o un colpo di stato militare, oppure
organizzano e finanziano una rivolta che porta, nella nazione
recalcitrante, ad attacchi terroristici ed alla guerra civile.
Se tutto
questo ancora non ottiene l’effetto sperato, allora bombardano la
(suddetta) nazione fino a farla ritornare all’età dalla pietra.
Questo è
il modo in cui sono andate le cose negli anni ’90 e nel 2000, ma,
ultimamente, è emersa una nuova dinamica.
All’inizio era tutta incentrata sulla
Russia, ma, da allora, il fenomeno si è allargato in tutto il mondo e
sta per inglobare gli stessi Stati Uniti.
Funziona così: gli Stati Uniti
decidono che cosa vogliono far fare alla Russia e comunicano i loro
desideri, aspettandosi una cooperazione automatica.
La Russia dice
“Niet”.
Gli Stati Uniti passano attraverso tutte le fasi sopracitate,
esclusa la campagna di bombardamento, sconsigliata dalla deterrenza
nucleare russa.
La risposta rimane “Niet”.
Si potrebbe pensare che
qualche persona intelligente, all’interno della struttura di potere
statunitense, si faccia sentire e dica: “Basandoci sulle prove che
abbiamo, dare ordini alla Russia non funziona, cerchiamo di negoziare
con la Russia in buona fede, da pari a pari”. E allora tutti quanti si
darebbero una manata in fronte e direbbero, “Caspita! E’ fantastico!
Perché non ci abbiamo pensato?”. Invece, quella persona verrebbe
licenziata il giorno stesso perché, vedete, l’egemonia mondiale
americana non è negoziabile.
Quello che invece succede è che gli
Americani agiscono in modo confuso, si riorganizzano e provano di nuovo,
creando uno spettacolo veramente comico.
L’intero pasticcio riguardante Edward
Snowden è stato particolarmente divertente da osservare. Gli Stati Uniti
hanno richiesto la sua estradizione. I Russi hanno detto: “Niet, la
nostra costituzione lo proibisce”.
Allora, in modo esilarante, come
tutta risposta alcune voci in Occidente hanno chiesto che la Russia
cambiasse la sua costituzione! La risposta, che non richiede traduzione è
stata :“Ah,ah,ah,ah,ah!”
Meno divertente è l’impasse sulla Siria: gli
Americani hanno continuato a chiedere che la Russia si allineasse al
loro progetto di rovesciare Bashar Assad.
L'immutevole risposta dei
Russi è stata: “Niet, sono i Siriani che devono scegliere la loro
leadership, non la Russia e non gli Stati Uniti”.
Ogni volta che lo
sentono, gli Americani si grattano la testa e… ci riprovano.
John Kerry è
stato di recente a Mosca per una “maratona negoziale” con Putin e
Lavrov.
In alto c’è una foto di di Kerry che parla con Putin e Lavrov a
Mosca, più o meno una settimana fa, e le loro espressioni facciali non
sono difficili da leggere. C’è Kerry che dà le spalle alla macchina
fotografica, e che blatera come al solito. La faccia di Lavrov dice:
“Non ci posso credere, devo star seduto qui ad ascoltare di nuovo tutte
queste stupidaggini”. Quella di Putin dice: “Oh, il povero scemo, non
riesce a capire che gli diremo ‘niet’ un’altra volta”.
Kerry è ritornato
a casa con giusto un altro “Niet”.
Ciò che è peggio, è che ora stanno
unendosi al gioco anche altre nazioni.
Gli Americani hanno detto agli
inglesi esattamente come votare e gli Inglesi hanno detto “Niet” ed
hanno optato per il Brexit.
Gli Americani hanno detto agli Europei di
accettare quell’orrenda presa di potere delle corporations costituita
dal Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti
(TTIP), e i Francesi hanno detto “Niet, non passerà”.
Gli Stati Uniti
hanno poi organizzato un altro colpo di stato in Turchia per rimpiazzare
Erdogan con qualcuno che non cercasse di giocare pulito con la Russia e
i Turchi hanno detto “Niet” anche a quello.
Ed ora, orrore degli
orrori, c’è Donald Trump che dice “Niet” a tutta una serie di cose: alla NATO,
alla delocalizzazione dei posti di lavoro americani, al flusso
incontrollato dei migranti, alla globalizzazione, alle armi per i
nazisti ucraini, al libero commercio...
Non si può sottovalutare l’effetto
psicologico corrosivo del “Niet” sulla psiche egemonica americana.
Se è
previsto che tu pensi ed agisca come un egemone, ma poi a funzionare
sono solo le intenzioni, allora il risultato è una dissonanza cognitiva.
Se il tuo lavoro è quello di tiranneggiare le nazioni e le nazioni non
possono più essere tiranneggiate, allora il tuo lavoro diventa una
barzelletta e tu ti trasformi in un paziente psichiatrico.
La pazzia che
ne risulta si è rivelata di recente con un interessante sintomo: alcuni
dipendenti del Dipartimento di Stato americano hanno firmato una
lettera, diventata immediatamente di dominio pubblico, in cui si
chiedeva una campagna di bombardamenti nei confronti della Siria allo
scopo di rovesciare Bashar Assad. Questi sono dei diplomatici. La
diplomazia è l’arte di evitare le guerre attraverso la discussione. Dei
diplomatici che invocano una guerra non sono esattamente… diplomatici.
Potreste dire che sono dei diplomatici incompetenti, ma questo non è
sufficiente (la maggior parte dei diplomatici competenti ha lasciato il
servizio durante la seconda amministrazione Bush, molti di loro per il
disgusto di dover mentire sul razionale della guerra in Iraq).
La verità
è che sono dei malati, squilibrati e non diplomatici guerrafondai. Il
potere di una semplice parola russa è tale che hanno praticamente perso
il lume della ragione.
Ma non sarebbe corretto parlare solo del
Dipartimento di Stato. E’ l’intero corpo politico americano ad essere
stato infettato da un putrido miasma, che penetra in ogni cosa e rende
la vita miserabile.
Nonostante tutti i problemi, la maggior parte delle
cose, negli Stati Uniti è ancora gestibile, ma questa faccenda qui, il
venir meno della capacità di tiranneggiare il mondo intero, rovina
tutto. Siamo in piena estate, la nazione è sulla spiaggia. La stuoia è
sfilacciata e mangiata dalle tarme, l’ombrellone è pieno di buchi, le
bibite nella ghiacciaia sono piene di schifezze chimiche e le letture
estive sono annoianti… e poi, lì vicino, c’è una balena morta in
decomposizione che si chiama “Niet”. Basta questo a rovinare tutta
l’atmosfera!
Le teste parlanti dei media e dei
politici che appartengono alle istituzioni, a questo punto, si rendono
dolorosamente conto del problema e la loro prevedibile reazione è
incolpare della cosa quella che per loro sta all’origine di tutto: la
Russia, convenientemente personificata in Putin. “Se non voti per
Clinton stai votando per Putin” è una delle ultime metafore politiche
uscite. Un’altra è che Trump è un agente di Putin.
Ogni figura pubblica
che rifiuti di assumere una posizione filogovernativa è automaticamente
etichettata come “utile idiota di Putin”.
Per quel che valgono, queste
affermazioni sono ridicole.
Ma per esse c’è una spiegazione più
approfondita: ciò che le lega tutte insieme è il potere del “Niet”.
Un
voto per Sanders è un voto “Niet”: l’apparato democratico ha partorito
una candidata e ha detto alla gente di votare per lei e la maggior parte
dei giovani ha detto “Niet”.
La stessa cosa con Trump: la macchina
repubblicana ha tirato fuori i suoi Sette Nani e ha detto alla gente di
votare per uno qualsiasi di loro e, invece, la maggior parte della
classe operaia bianca e diseredata ha detto “Niet” e ha votato per
Biancaneve, l’outsider.
E’ un segno di speranza che la gente, in
tutto il mondo dominato da Washington, stia scoprendo il potere del
“Niet”.
Le istituzioni, viste dall’esterno, possono anche sembrare tutte
scintillanti, ma sotto la mano fresca di vernice a smalto si nasconde
uno scafo marcio, con l’acqua che entra da tutte le falle aperte. Un
“Niet” detto a voce abbastanza alta sarebbe probabilmente sufficiente
per farlo affondare, lasciando spazio a qualche cambiamento veramente
necessario. Quando questo accadrà, ricordatevi di ringraziare la Russia…
o, se preferite, Putin.
*****
Articolo di Dmitry Orlov pubblicato da Club Orlov il 26 luglio 2016
Tradotto in italiano da Mario per Sakeritalia.it e ClubOrlov
Fonte: Club Orlov
Versione italiana: http://sakeritalia.it/sfera-di-civilta-russa/il-potere-del-niet/.
Etichette:
Assad,
Brexit,
Crisi USA,
golpe turco,
Guerra Fredda,
Hillary Clinton,
Kerry,
NATO,
Niet,
Occidente,
Putin,
Russia,
russofobia,
Sanders,
Trump,
TTIP,
USA
16 luglio 2016
Golpe in Turchia. Tutto previsto, o quasi
Il confuso colpo di Stato in Turchia non ci sorprende. È finito un ciclo storico di cui molti osservatori hanno avvertito per tempo la resa dei conti.
di Pino Cabras.
da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO
Il golpe
in corso in Turchia non ci sorprende. Un anno fa ospitammo su queste
pagine un articolo profetico di Thierry Meyssan, intitolato “Turchia in pericolo”, che prediceva un’imminente guerra
civile causata dai disastri e le convulsioni cui Recep Tayyip Erdoğan
aveva sottoposto questo paese chiave della NATO, per non parlare dei
contraccolpi derivanti dal suo ruolo più criminale, quello di coordinatore del
terrorismo jihadista che insanguina Siria e Iraq. Sempre Meyssan annunciava in
un altro articolo: “Verso la fine del sistema Erdoğan”. Qualunque sia l’esito
finale del colpo di Stato, possiamo già dire che siamo al termine di tutti gli
equilibri turchi degli ultimi 15 anni, sintetizzati via via in un regime
personale sempre più repressivo, triplogiochista, antidemocratico. Sia che Erdoğan
venga rovesciato, sia che riprenda il comando, a chi prenderà in mano il
comando rimarrà un paese diviso, con le istituzioni umiliate dalla diffidenza,
l’assenza di un progetto convincente in mezzo a una situazione internazionale
esplosiva.
Un altro
articolo interessante è stato scritto da Luisanna Deiana su SpondaSud il 13 aprile 2016, che
riproponiamo qui di seguito. In esso si fa notare come le voci di golpe
circolassero con la forza di un avvertimento potente anche negli organi d’informazione
dell’establishment statunitense, ormai stanco delle capriole del Sultano di
Ankara. Colpisce come l’avventura di Erdoğan, nata sotto lo slogan “zero
problemi con i vicini”, si sia rovesciata nel suo opposto, con la Turchia che mano
a mano accendeva focolai di guerra in diversi paesi, fino a ritrovarsi però con
mille problemi in casa propria, a partire dal riesplodere della questione curda
e sull’orlo di una guerra civile, con tanto di scontro implacabile con la rete
dell’ormai arci-nemico Fethullah Gulen.
Vi anticipiamo
– dell’articolo che leggerete – la frase solenne che il comunicato dello Stato
Maggiore delle forze armate opponeva alle voci di golpe: «Disciplina
e obbedienza incondizionata sono alla base delle forze armate turche. Non verrà
fatta alcuna concessione a catene di comando illegali ed estranee alla
gerarchia militare istituzionale».
È andata un
po’ diversamente, ed era prevedibile. La Storia europea - tra Brexit, crisi
europea, terrorismo in Francia, provocazioni antirusse della NATO e veloci contorcimenti
militari, come il golpe turco - riprende a correre, chissà verso dove. Le
scuse di Erdoğan a Putin per l'abbattimento dell'aereo militare russo in Siria e
la sua ripresa di un dialogo con Mosca sono arrivate tardi. Di certo non sono piaciute ai padroni della NATO.
Buona
lettura.
Al rischio golpe
contro Erdoğan, segue il disgelo tra Turchia e Israele
di Luisanna Deiana, SpondaSud, 13 aprile 2016.
Le voci di un probabile colpo di stato
militare in Turchia contro l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan si sono
susseguite in modo frenetico sulla stampa internazionale fino all’attentato del
31 marzo scorso a Diyarbakir, città della Turchia sudorientale a maggioranza
curda, nel quale sono morti 7 militari delle forze speciali e altri 27
sarebbero rimasti feriti. L’origine militare dell’attentato è stata
immediatamente smentita dalle Forze Armate di Ankara che hanno ribadito la loro
fedeltà alle linee di comando presidenziali.
Guerra psicologica o pura finzione, il risalto dato alla notizia a
livello internazionale ha costretto lo Stato Maggiore turco a smentire in modo
categorico l’ipotesi di un colpo di stato militare. Nella dichiarazione
pubblicata sul sito internet delle Forze Armate si legge: «Disciplina e obbedienza incondizionata
sono alla base delle forze armate turche. Non verrà fatta alcuna concessione a
catene di comando illegali ed estranee alla gerarchia militare istituzionale».
La precisazione è insolita e va
analizzata considerando il ruolo delle forze armate nella recente storia turca.
L’esercito, che rappresenta il contingente NATO più numeroso dopo quello
americano, ha avuto un ruolo determinante nella storia del paese attuando
quattro golpe nel 1960, 1971, 1980 e nel 1997 con la destituzione del Governo
Erbakan di ispirazione filoislamica e maestro di Erdoğan. I militari si
considerano infatti i guardiani del principio di laicità del fondatore della
Turchia moderna Atatürk e godono di un grosso sostegno presso l’opinione pubblica.
Oltre alla manipolazione della notizia da parte dei media occidentali, sui
settori militari turchi, incombe l’influenza del magnate e imam Fethullah Gülen,
in esilio negli USA dal 1999, ex alleato e ora nemico giurato di Erdoğan.
La campagna mediatica anti-Erdoğan portata avanti per settimane dalla
stampa americana si è focalizzata sull’ipotesi di un prossimo colpo di stato in
Turchia, tanto che il 24 marzo la rivista Newsweek ha pubblicato un esplicito
articolo dell’ex funzionario della Difesa Usa, Michael Rubin, intitolato «Ci
sarà un golpe in Turchia contro Erdoğan?». Che i media americani stiano
cavalcando il gelo profondo nelle relazioni tra USA e Turchia seguito
all’abbattimento di un jet russo da parte di un F-16 turco lo scorso novembre,
trova conferma nel rifiuto del presidente americano Barack Obama di incontrare
il premier turco a margine del vertice sulla sicurezza nucleare, tenuto a
Washington dal 31 marzo al primo aprile. Sempre a fine marzo il Pentagono ha
inoltre dato ordine alle famiglie di diplomatici e militari americani di
lasciare il sud della Turchia a causa di “crescenti minacce da parte di gruppi
terroristici”.
Anche in Europa non sono mancate le
occasioni per ridimensionare il ruolo del “califfo” Erdoğan. In Germania il
presidente turco è stato pesantemente ridicolizzato con un videoclip mandato in
onda dal programma satirico Extra 3, trasmesso sul canale nazionale NDR, che ha
preso di mira le sue presunte spese stravaganti e la violenta repressione delle
libertà civili. Immediata la protesta di Ankara che ha chiesto di cancellare il
video dalla programmazione del palinsesto. Altro episodio che ha screditato
Erdoğan a livello internazionale è stato il tentativo di partecipazione dei
diplomatici europei alla prima udienza, tenuta il 25 marzo a Istanbul, del
processo contro due giornalisti turchi del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, Can Dundar ed Erdem Gul,
accusati di spionaggio e divulgazione di informazioni riservate e propaganda a
favore di organizzazione terroristica. L’udienza si è poi svolta a porte chiuse
per ragioni di “sicurezza nazionale”.
Nella guerra di nervi tra Turchia e
Usa si scorge
uno scenario ben più ampio della crisi siriana: la cooperazione turca con la
Cina, il rischio di un riavvicinamento all’Iran, il rifiuto di identificarsi
con la strategia di contenimento degli Stati Uniti, il crescente disinteresse
per il processo di adesione all’UE e il sostegno dato ad Hamas e ai Fratelli
Musulmani sono elementi sintomatici di un problema ben più grande, vale a dire
il tentativo della
Turchia di condurre in autonomia scelte di politica estera pur essendo un paese
della NATO. Il modello di “leader musulmano moderato che
avrebbe colmato il divario tra Oriente e Occidente” identificato da Obama in
Erdoğan nel 2010 si è rivelato fallimentare e contrario alle aspettative
americane.
Ad offrire una via d’uscita al sempre
più isolato Erdoğan, il giorno dopo l’attentato di Istanbul del 19 marzo, è
accorso il direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano Dore Gold
che si è recato in Turchia per incontrare il
sottosegretario agli Esteri Feridun Sinirlioğlu, responsabile per la
normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Gerusalemme. Quella di Gold è la prima visita di un
diplomatico israeliano di alto livello in Turchia dopo l’incidente della Freedom Flotilla del
2010.
Se infatti la Turchia resta strategica per gli USA in quanto unico alleato NATO
confinante con Siria e Iraq e risulta quindi fondamentale per contenere i costi
connessi alla logistica operativa negli sforzi di guerra in Medio Oriente, è
evidente che i ripetuti avvertimenti inviati a Erdoğan non lasciano spazio a
nuove iniziative turche fuori dalla programmazione americana.
Il disgelo tra Israele e Turchia
annunciato l’11 aprile dagli organi ufficiali israeliani palesa il nuovo orientamento che la
Turchia intende seguire nella gestione delle vicende medio-orientali.
Isolata dalla Russia e ai ferri corti
con gli USA che hanno appoggiato l’indipendentismo dei curdi siriani, la
Turchia riconciliata con Israele potrà usufruire di una tecnologia militare
d’avanguardia, rafforzando il suo ruolo internazionale soprattutto con l’Unione
europea, e si renderà indipendente dalle forniture energetiche russe,
usufruendo del gas che Israele si prepara a estrarre da enormi giacimenti
sottomarini.
Il nodo centrale del riavvicinamento
turco-israeliano si gioca sugli aiuti umanitari che i turchi vorrebbero
continuare a portare a Gaza.
La soluzione israeliana prevede che la Turchia prenda le distanze da Hamas e
che i carichi di rifornimenti diretti a Gaza siano controllati sulle
piattaforme israeliane in alto mare.
Sullo sfondo delle rinate relazioni tra
Turchia e Israele, si muovono i sunniti dell’Arabia Saudita che vedono negli
israeliani un importante alleato contro un nemico comune, quell’Iran che
americani e europei hanno riabilitato a livello internazionale. Nonostante la
fine delle sanzioni, a Riyad resta alta la guardia contro il pericolo iraniano
ritenuto responsabile di alimentare la ribellione nel mondo sunnita.
Fonte:
http://spondasud.it/2016/04/al-rischio-golpe-erdogan-segue-disgelo-turchia-israele-11014
AGGIORNAMENTO DEL 16 LUGLIO 2016, ORE 8:00
Il golpe è fallito. Andate in pace
AGGIORNAMENTO DEL 16 LUGLIO 2016, ORE 8:00
Il golpe è fallito. Andate in pace
Etichette:
colpo di stato,
Erdogan,
Europa,
golpe,
guerra civile,
guerra siriana,
NATO,
Russia,
Siria,
terrorismo,
Turchia,
USA
15 giugno 2016
Undici settembre, ha senso parlarne ancora?
di Riccardo Pizzirani.
Si avvicina il quindicesimo anniversario degli attacchi dell’undici settembre, ed il prevedibile picco d’interesse scatenerà la più banale e genuina delle domande: ha ancora senso continuare a parlare oggi di quei fatti?
da luogocomune.net.
Si avvicina il quindicesimo anniversario degli attacchi dell’undici settembre, ed il prevedibile picco d’interesse scatenerà la più banale e genuina delle domande: ha ancora senso continuare a parlare oggi di quei fatti?
Vediamo allora di colmare alcune delle lacune che i nostri media hanno lasciato, così da poter dare un efficace risposta a tale domanda.
A seguito degli attacchi dell’undici settembre il presidente Bush ha equiparato l’associazione terroristica Al Qaeda con una nazione nemica; questo ha permesso agli Stati Uniti di invocare l’articolo V del trattato della NATO (1), che afferma sostanzialmente che un attacco militare contro un membro della NATO è un attacco contro tutti, coinvolgendo gli alleati nelle azioni susseguenti.
Avendo ratificato quel trattato ed avendo accettato l’interpretazione statunitense e quella del Consiglio di Sicurezza ONU, la Repubblica Italiana è di fatto in stato di guerra contro Al Qaeda dall’undici settembre 2001.
La principale azione a cui abbiamo partecipato con la NATO è l’invasione, e la susseguente occupazione militare, della nazione dell’Afghanistan. Un paese piuttosto povero, martoriato dalle diverse occupazioni militari che ha subito nella sua storia recente, ultima delle quali da parte dell’Unione Sovietica, nazione che ha saputo allontanare proprio con l’aiuto delle milizie mujaheddin di quell’Osama Bin Laden che nel 2001 gli Stati Uniti d’America indicheranno come mandante degli attacchi che hanno subito.
Ma c’è anche una piccola ed importante digressione: nell’anno 2000, già liberi dall’occupazione russa, in Afghanistan sono saliti al potere i Talebani, che essendo dei fondamentalisti islamici compiranno tante azioni negative come distruggere statue e rappresentazioni di cultura millenaria afgana; tuttavia il gruppo si adopera anche per un’azione altrettanto positiva: distruggere le immense coltivazioni di oppio di cui la nazione è letteralmente ricoperta, in quanto l’uso di stupefacenti è contrario alla dottrina islamica.
L’oppio è l’ingrediente principale nella realizzazione dell’eroina, e come sappiamo la droga è in assoluto la merce a maggior rapporto di guadagno tra i costi di produzione e costi del prodotto finale: ai prezzi del 2002 stiamo parlando di 300$ spesi dal coltivatore per un kilogrammo di prodotto, che si traducono in 800$ come prezzo di vendita in Afghanistan, e che salgono fino a 16000$ nelle strade occidentali, ancor prima della conversione in eroina. (2)
Per capire appieno l’impatto delle azioni dei Talebani occorre anche ricordare che l’Afghanistan nel 2000 produceva tre quarti dell’intera produzione mondiale di oppio. (3)
Nel 2001, attraverso minacce, intimidazioni, e azioni dirette, i Talebani avevano ridotto la produzione di oppio in Afghanistan del 99%!
Quello che segue è un grafico tratto dallo studio sull’estensione in ettari dei campi dedicati alla produzione di oppio in Afghanistan, compiuto dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime - Ufficio droga e crimine delle Nazioni Unite) (4)
Poi nel 2002 la nazione è stata invasa dalla NATO, i talebani sono stati sostanzialmente sbaragliati, così come Al Qaeda, mentre si installava un nuovo governo delle tribu afgane ed è iniziata l’era dell’occupazione, che da noi si chiama “collaborazione”. E tutto è ripreso come e meglio di prima.
Vediamo allora il grafico completo, da cui è stato tratto il precedente:
La produzione di oppio è ripresa alla grande, e oggi, dopo 15 anni di presenza degli eserciti della NATO e con la piena collaborazione del compiacente governo locale, l’Afghanistan produce oltre il 90% dell’intera produzione mondiale di oppio.
I media Statunitensi, così attenti al rischio del terrorismo che proviene dall’Afghanistan, sono stati altrettanto disattenti riguardo gli altri rischi provenienti da quel paese, salvo poi stupirsi a cose fatte che l’utilizzo di eroina è tornato in auge negli Stati Uniti con quella che ora chiamano una “nuova epidemia di Eroina”: i dati ufficiali del CDC e della US Food and Drug Administration riportano un incremento del 90% nei casi di abuso o dipendenza dall’eroina nell’ultimo decennio. Le morti per overdose da eroina e oppiacei si sono quadruplicate tra il 2002 e il 2013, facendo (ad esempio) 8257 morti nel solo 2013.(5)
Questo mostra anche quanto fosse il reale interesse nel punire chi ha causato 4000 morti civili del 2001, quando la droga che riesce ad uscire dalla stessa nazione oggi ne causa più di 8000 all’anno.
Bene: i nostri soldati italiani sono lì, ora, in questo momento. E i fatti non cambiano semplicemente ignorandoli, negando lo stato di guerra, oppure chiamando un'occupazione militare “missione di pace”.
Ecco uno dei motivi per cui ha ancora senso oggi parlare di undici settembre.
Pure se uno dovesse credere a tutto il resto.
Riccardo Pizzirani (Sertes)
Fonti:
“Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale. Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”
4 - https://www.unodc.org/documents/crop-monitoring/Afghanistan/Afg_Executive_summary_2015_final.pdf / http://www.latimes.com/science/sciencenow/la-sci-sn-heroin-use-rising-in-america-20150707-story.html
Tratto da: http://www.luogocomune.net/LC/index.php/24-11-settembre/4424-undici-settembre-ha-senso-parlarne-ancora
Etichette:
11 settembre 2001,
11/9,
Afghanistan,
droga,
Guerra in Afghanistan,
NATO,
oppio,
Riccardo Pizzirani,
taliban,
USA
2 giugno 2016
Un allarme russo. (Appello contro il suicidio del mondo)
Noi qui
sotto firmatari siamo russi che vivono e lavorano negli USA. Stiamo assistendo
con crescente ansia a come le attuali politiche statunitensi e NATO ci stiano
portando verso una collisione pericolosissima con la Federazione Russa, così
come con la Cina.
Numerosi
rispettati patrioti americani, come Paul Craig Roberts, Stephen Cohen, Philip Giraldi, Ray McGovern
e molti altri hanno lanciato allarmi per il pericolo di un’incombente
Terza Guerra Mondiale. Ma la loro voce si è persa nel chiasso di mass media
zeppi di storie ingannevoli e inaccurate. Esse descrivono un’economia russa nel
caos e un esercito russo debole. Tutto senza prove.
Tuttavia
noi, conoscendo sia la storia russa sia lo stato attuale della società e delle
forze armate russe, non possiamo ingoiare quelle bugie. E ora riteniamo che sia
nostro dovere, in quanto russi che vivono negli USA, avvertire il popolo
americano che gli viene mentito e che noi dobbiamo dirgli la verità.
E la verità
è semplicemente questa:
se ci fosse una guerra con la Russia, gli Stati
Uniti verrebbero con certezza distrutti e molti di noi infine morirebbero.
Facciamo un
passo indietro e guardiamo in un contesto storico cosa sta avvenendo. La Russia ha sofferto moltissimo a causa
di invasioni straniere. Nella II
Guerra Mondiale ha perso 22 milioni di persone. Erano in maggioranza civili
perché la nazione era stata invasa. E i
Russi hanno quindi giurato di non permettere mai più un disastro simile.
Ogni volta
che la Russia è stata invasa è uscita vittoriosa. Nel 1812 Napoleone invase la Russia e nel 1814 Parigi era sotto gli zoccoli
della cavalleria russa. Il 22 giugno del 1941 la Luftwaffe di Hitler bombardava Kiev e il 9 maggio
1945 le truppe sovietiche dilagavano per Berlino.
Ma le cose
sono cambiate da allora. Se Hitler attaccasse oggi la Russia, sarebbe bello che
morto in 20 o 30 minuti, il suo bunker ridotto a una massa di macerie
incandescenti per l’impatto di un missile supersonico da crociera Kalibr
lanciato da una piccola nave russa da qualche parte nel Baltico. L’abilità
operativa delle nuove forze armate russe è stata dimostrate nel modo più
persuasivo durante le recenti azioni contro l’ISIS, al-Nusra e altri gruppi
terroristici operanti in Siria e foraggiati dall’estero.
Molto tempo
fa la Russia avrebbe dovuto rispondere alle provocazioni combattendo battaglie
di terra sul proprio territorio e poi lanciando una contro-invasione. Ma ora
questo non è più necessario. Le nuove
armi russe permettono una rappresaglia istantanea, non rilevabile, impossibile
da fermare e assolutamente letale.
Così, se
domani dovesse scoppiare una guerra tra gli USA e la Russia è assolutamente
garantito che gli USA sarebbero devastati. Come minimo non ci sarebbero più una
rete elettrica, internet, benzina, gas; non ci sarebbero più autostrade,
trasporti aerei o navigazione basata su GPS. I centri finanziari sarebbero in
rovina. Il Governo, ad ogni livello, cesserebbe di funzionare. Le forze armate
statunitensi che stazionano per tutto il globo non sarebbero più rifornite. Nella
peggiore delle ipotesi, l’intera massa continentale degli USA sarebbe coperta
da uno strato di polvere radioattiva.
Non lo
diciamo perché siamo allarmisti ma perché in base a tutto ciò che conosciamo,
siamo noi stessi allarmati. Se attaccata, la Russia non cederebbe,
contrattaccherebbe e annichilirebbe totalmente gli Stati Uniti.
La leadership statunitense ha fatto tutto
ciò che poteva per spingere la situazione sull’orlo del disastro. Innanzitutto
la sua politica antirussa ha convinto la
leadership russa che fare concessioni o negoziare con l’Occidente è del tutto inutile.
È sempre
più evidente che l’Occidente sosterrà ogni individuo, movimento o governo
antirusso. Siano essi gli oligarchi russi evasori fiscali, criminali di guerra
ucraini imprigionati, terroristi wahhabiti in Cecenia sostenuti dai Sauditi o
dissacratrici punk di cattedrali a Mosca.
Ora che la NATO,
in violazione alle sue precedenti promesse, si è espansa fino ai confini russi,
con le forze statunitensi dispiegate negli stati baltici a un tiro di
artiglieria da San Pietroburgo, la seconda città della Russia, i Russi non
hanno più modo di ritirarsi anche se lo volessero.
Non attaccheranno, ma nemmeno cederanno o si
arrenderanno. La leadership russa gode del sostegno di più
dell’80% della popolazione. Il restante 20% pensa invece che essa sia troppo
morbida con gli sconfinamenti dell’Occidente. La Russia non attaccherà mai per
prima, ma contrattaccherà e così una provocazione o anche solo un semplice
errore potrebbe scatenare una sequenza di eventi che finirebbe con milioni di
americani morti e gli USA in rovina.
A
differenza di molti Americani che vedono la guerra come una vittoriosa ed
eccitante avventura in terre esotiche, i
Russi odiano la guerra e ne hanno paura. Ma sono anche pronti a combatterla, e
si stanno preparando da anni a farlo. E la loro preparazione è stata la più
efficace.
A
differenza degli USA che sperperano un numero pauroso di miliardi in dubbi
programmi di armamento a sovracosto, come il caccia multiruolo F-35, i Russi
sono estremamente parsimoniosi con i loro rubli per la difesa e li fanno
fruttare almeno 10 volte di più rispetto alla gonfiata industria della difesa
americana.
Mentre è
vero che l’economia russa ha sofferto a causa del ribasso del prezzo
dell’energia, è però ben lontana dall’essere nel caos e un ritorno alla
crescita è atteso per il prossimo anno. Il senatore John McCain una volta ha definito la Russia “una pompa di benzina
mascherata da nazione”. Bene, mentiva. Sì, la Russia è il più grande produttore
mondiale di petrolio e il secondo esportatore, ma è anche il più grande
esportatore al mondo di cereali e di tecnologia per l’energia atomica. Ha una società avanzata e sofisticata come
quella degli Stati Uniti. Le forze armate russe, sia convenzionali sia nucleari,
oggi sono pronte a combattere. E sono più che all’altezza degli USA e della NATO,
specialmente se una guerra dovesse scoppiare in un qualsiasi punto vicino ai
confini della Russia.
Ma una
simile battaglia sarebbe suicida da entrambi i lati. Crediamo fermamente che
una guerra convenzionale in Europa abbia una forte probabilità di diventare
nucleare molto rapidamente e che ogni attacco nucleare di USA/NATO alle forze
russe o al territorio russo automaticamente scatenerebbe un contrattacco
nucleare russo sul continente statunitense.
Al
contrario di affermazioni irresponsabili fatte da alcuni propagandisti
americani, i sistemi di missili
antibalistici statunitensi sono incapaci di proteggere il popolo americano
da un attacco nucleare russo. La Russia ha i mezzi per colpire bersagli negli USA con armi a lunga gittata, sia nucleari che convenzionali.
L’unica
ragione per cui gli USA e la Russia si trovano oggi in rotta di collisione
invece di sciogliere tensioni e cooperare su un largo spettro di problemi
internazionali, è il rifiuto ostinato della
leadership statunitense di accettare la Russia come un partner alla pari.
Washington
è determinata a essere il “leader mondiale” e la “nazione indispensabile”,
persino se la sua influenza diminuisce costantemente nella scia di disastri
militari e di politica estera come l’Iraq, la Libia, la Siria, lo Yemen e
l’Ucraina.
Una
continuata leadership globale americana è qualcosa che la Russia, la Cina e la
maggioranza delle altre nazioni non hanno intenzione di accettare.
Questa
graduale ma evidente perdita di potere e influenza ha fatto diventare isterica
la leadership statunitense. E tra l’isteria
e la pulsione suicida basta un passo.
I leader politici americani dovrebbero essere messi sotto osservazione per
istinti suicidi.
La prima e
più importante cosa che facciamo è quindi lanciare un appello ai comandanti delle Forze Armate Statunitensi perché
seguano l’esempio dell’ammiraglio William
Fallon che interrogato su una possibile guerra all’Iran replicò: “No, finché ci sono io”.
Sappiamo
che non siete dei suicidi e che non avete intenzione di morire per un’arroganza
imperiale che ha perso i contatti con la realtà.
Se
possibile, vi preghiamo di dire al vostro staff, ai vostri colleghi e,
specialmente, ai vostri superiori civili che una guerra con la Russia non
avverrà finché voi sarete in carica.
Se proprio
non potete, almeno mantenete voi questa promessa, e dovesse mai arrivare il
giorno in cui quell’ordine suicida verrà dato, rifiutatevi semplicemente di
eseguirlo, con la motivazione che è criminale. Ricordatevi che per il Tribunale di Norimberga «Iniziare una guerra di aggressione … non è solo un crimine
internazionale; è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri
crimini di guerra solo in quanto accumula in sé il male del tutto». Da
Norimberga in poi lo “stavo solo eseguendo gli ordini” non è più una difesa
valida. Per favore non diventate criminali di guerra.
Facciamo
anche appello al popolo americano perché
intraprenda azioni pacifiche ma decise per opporsi
a ogni esca provocatoria contro la
Russia da parte di qualsiasi politico o qualsiasi partito che legittimi e
sostenga una politica di inutile scontro con una superpotenza nucleare che è
capace di distruggere gli Stati Uniti in
un’ora.
Parlate,
rompete la barriera della propaganda dei mass media e fate che i vostri
compatrioti americani siano consapevoli dell’immenso pericolo di uno scontro
tra la Russia e gli USA.
Non c’è
nessuna ragione effettiva perché gli USA e la Russia si debbano considerare
avversari. Lo scontro attuale è interamente il risultato della visione estremista del movimento
neoconservatore i cui membri si sono infiltrati nel governo federale
statunitense e che considerano ogni nazione che rifiuta di obbedire ai loro
dettami un nemico da schiacciare.
Grazie ai
loro sforzi senza sosta, più di un milione di innocenti sono già morti nella ex
Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia, in Iraq, Siria, Pakistan, Ucraina, Yemen,
Somalia e in molte altre nazioni - tutto per la loro insistenza maniacale che
gli USA devono essere un impero mondiale, non una nazione regolare e normale, e
che ogni leader nazionale deve inchinarsi a loro o essere spodestato.
In Russia
la forza irresistibile del movimento neocon
ha alla fine incontrato un oggetto inamovibile. Devono essere costretti a fare marcia indietro prima che
ci distruggano tutti.
Siamo
assolutamente e categoricamente certi che la Russia non attaccherà mai gli USA
o nessun membro della UE; che la Russia non ha interesse a ricreare l’Unione
Sovietica e che non c’è nessuna “minaccia russa” o “aggressione russa”. Molti
dei recenti successi economici russi hanno molto a che fare con lo scioglimento
delle vecchie dipendenze sovietiche, cosa che ha permesso di perseguire una
politica di “prima la Russia”.
Ma siamo
altrettanto certi che la Russia se attaccata, o anche solo minacciata di un
attacco, non recederà e la leadership russa non starà a guardare.
Con grande
tristezza e con cuore pesante onoreranno il dovere su cui hanno giurato e
scateneranno una barriera nucleare dalla quale gli Stati Uniti non si
riprenderanno mai più.
Anche se
tutta la leadership russa fosse uccisa da un first strike, la cosiddetta
“Mano Morta” (Dead Hand, cioè il sistema “Perimeter”) lancerebbe automaticamente
sufficienti bombe nucleari da cancellare gli USA dalla mappa politica.
Crediamo
che sia nostro dovere fare tutto ciò che possiamo per prevenire una simile
catastrofe.
Eugenia V
Gurevich, PhD
|
Dmitri
Orlov
|
The Saker (A. Raevsky)
|
Traduzione per Megachip a cura di
Piotr.
Nota del traduttore
Il sistema Perimeter
è un po’ come il famoso “Ordigno Fine Di Mondo” (Doomsday machine)
immaginato dal genio di Stanley Kubrick in “Il dottor Stranamore”.
L’esistenza di
questo sistema in epoca sovietica non venne reso pubblico. Ad esso si poteva
adattare perfettamente il dialogo surreale tra il dottor Stranamore e
l’ambasciatore sovietico:
Stranamore: «Perché?
Insomma, lo scopo dell’ordigno “Fine di mondo” è perduto se si tiene segreto.
Perché non lo avete detto al mondo, eh?»
Ambasciatore: «Doveva
essere annunciato a congresso di Partito, Lunedì. A Kisov piace fare sorprese!»
Riesumato nel
2009 e ammodernato nel 2011 prevede che in caso di attacco e di isolamento di Perimeter
dal resto del Paese (le due condizioni necessarie e sufficienti per armarlo),
sia lanciato un contrattacco nucleare automatico. Il sistema è in grado di
analizzare non solo la situazione militare mondiale ma anche quella politica.
Etichette:
Europa,
guerra atomica,
Guerra Fredda,
guerra mondiale,
guerra nucleare,
missili,
NATO,
NATO-Russia,
nucleare,
Russia,
Stranamore,
USA,
USA-Russia
Iscriviti a:
Post (Atom)


















