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C’è un Islam che lotta strenuamente contro l’ISIS. Muore in battaglia e
produce un nuovo giornalismo, come la TV libanese di Hezbollah, Al
Manar. L’Arabia Saudita l’ha voluta oscurare dal satellite Arabsat.
Ma prima ancora questa TV l’avevano già oscurata gli europei con Eutelsat.
Al Manar mi ha intervistato in proposito.
Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5342.
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21 dicembre 2015
La guerra dei media in Europa e in Medio Oriente
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5 dicembre 2015
Gli sponsor dell'ISIS oscurano la TV Al Manar
Ora tocca alla TV libanese Al Manar, subire un durissimo colpo che
viene da chi protegge l'ISIS-Daesh. L'emittente di Hezbollah, il movimento di
resistenza sciita che negli ultimi mesi ha inflitto numerose sconfitte sul
campo ai miliziani di Daesh e di Al-Nusra, è stata oscurata dalla piattaforma
satellitare della Lega Araba, Arabsat,
che ha sede in Arabia Saudita e trasmette canali di venti paesi arabi.
L'interruzione è avvenuta senza preavviso e senza spiegazioni, violando
clamorosamente i contratti. Gli sponsor
dell'ISIS giocano ormai a carte scoperte e non rispettano più nessuna
regola, né contrattuale, né legale-costituzionale, né militare: non vogliono fra i piedi un giornalismo che
li ostacoli. Si assiste a una vera accelerazione negli ultimi mesi (specie
in Turchia, ma non solo): censure, interventi squadristici contro le redazioni,
carcere per i direttori dei giornali, canali TV fatti chiudere a forza,
centinaia di cronisti licenziati. Qualche giornalista muore in circostanze controverse, e sempre dopo minacce
di morte.
Quasi nessuno in Occidente conosce la
vicenda della giovane Serena
Shim, dell'iraniana Press TV, morta un anno fa in uno
strano incidente dopo essere stata accusata dai servizi di sicurezza turchi di
essere una spia e minacciata di morte, a seguito di un suo servizio che
denunciava la collusione del governo turco con l'ISIS. In particolare, aveva osato
svelare il caso degli autocarri carichi di combattenti dell'ISIS che
oltrepassano il confine tra Turchia e Siria, spesso con le insegne di
organizzazioni non governative o dell'ONU.
In Occidente l'unico caso che sta iniziando
a bucare l'indifferenza riguarda due giornalisti, Can Dündar, direttore del quotidiano di Istanbul Cumhuriyet, e il capo-redattore del suo
ufficio di Ankara, Erdem Gül, entrambi in prigione dal
26 novembre. Anche per loro l'accusa è spionaggio e terrorismo. Avevano
semplicemente pubblicato le prove che dimostravano che i servizi segreti turchi
consegnano tante armi ai gruppi islamisti in Siria. Eppure, a parte qualche
appello, la massa che diceva "Je
suis Charlie Hebdo" ora non dice nulla. Così come difficilmente dirà
qualcosa sul caso di Al Manar.
Perché
dunque questa accelerazione? Il fatto è che l'intervento militare russo in Siria ha
messo a nudo tutte le ipocrisie occidentali e mediorientali sulla questione
ISIS: i suoi tanti sponsor non possono più nascondersi, e perciò reagiscono
cercando di silenziare le testate che non controllano.
È in questo quadro che ora le petro-monarchie
vogliono chiudere la bocca ad Al Manar. Ci aveva provato già Israele, nel 2006: durante l'invasione
del Libano l'aviazione israeliana colpì ripetutamente con missili la sede della
TV a Beirut. L'attacco del 16 luglio distrusse l'edificio di Al Manar, ma
l'interruzione durò appena dieci secondi:
la redazione si era preparata a trasmettere in emergenza da località
sconosciute e gli israeliani non potevano far nulla per controllare la
piattaforma satellitare ArabSat. Solo che ora ci pensano direttamente i
piranhas di Riad.
Ai dirigenti sauditi non stavano piacendo i
continui reportage di Al Manar dallo Yemen,
il paese che da mesi subisce l'aggressione
di Arabia Saudita, Qatar e altri paesi loro clienti e alleati: i continui
bombardamenti hanno già causato migliaia di morti civili, centinaia di migliaia
di sfollati, e dieci milioni di persone senza più acqua potabile (metà della
popolazione yemenita). Si tratta di una catastrofe originata da veri e propri crimini
di guerra, alimentati da un'enorme quantità di bombe che proviene
anche dall'Italia. La redazione di Al Manar non solo mette
in prima serata questa guerra orrenda, ma è capofila di una federazione di
decine di canali mediorientali (anche dello Yemen) che stanno formando sul
campo centinaia di videoreporter in grado di confezionare eccellenti servizi,
spesso girati con un semplice telefonino.
Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini
occidentali non sa nulla di queste guerre né di questo giornalismo. I padroni
della comunicazione europei, per esempio, nel 2012 cacciarono dalla piattaforma Eutelsat i canali satellitari iraniani, senza che i
giornalisti e i politici europei trovassero nulla da obiettare. La Francia
aveva proibito Al Manar già nel 2004, assimilando la redazione a un gruppo
terroristico e accusandola di antisemitismo. Altri paesi europei seguirono.
Già prima ad Al Manar era stato precluso il
sistema statunitense Intelsat.
Rimaneva Arabsat, attraverso cui Al Manar ha
raggiunto ogni giorno un pubblico
pan-arabo di decine di milioni di telespettatori, ponendosi come la più combattiva comunicazione anti-ISIS
esistente. In un mondo normale sarebbero i primi alleati di chi volesse
davvero estirpare Daesh. Invece l'Europa li ha censurati da tempo, mentre ora -
improvvisamente - li censura il sistema di alleanze che copre l'ISIS.
Chi ha a cuore la libertà di parola deve
capire ora la gravità di questo fatto, che ricade anche sull'Occidente. Negli
ultimi dieci anni si erano formati nuovi
equilibri nell'informazione globale. Vari paesi hanno proposto con forza una
propria visione autonoma in contrasto al flusso informativo dominato dalle
potenze anglosassoni. Le emittenti emergenti (la libanese Al Manar, l'iraniana
Press TV, la russa RT, la venezuelana Telesur, ecc.) hanno partecipato con un
punto di vista certo "di parte". Ma per l'appunto grazie a questa
parzialità, mostrano al mondo interessi
"altri", e conquistano un nuovo pubblico, ormai stufo
dell'informazione prodotta dalla fabbrica dei media nostrana, al netto degli
ingenui che pensano che la CNN e altri giganti mediatici siano "neutrali".
Se queste voci "altre" non
useranno un sistema autonomo di trasmissione, cioè se non trasmetteranno con propri
satelliti, rimarranno sempre vulnerabili
rispetto a chi combatte la guerra da un'altra parte della barricata e può
decidere di spegnerli da un momento all'altro. Questo discorso vale anche per i
canali russi, che sono già entrati nel mirino della NATO e dei suoi maggiordomi. Si
parla ormai apertamente di misure per bloccare l'informazione proveniente da un
mondo considerato nemico. Qui, nell'Occidente che presume ancora di essere il
luogo del "libero" confronto delle idee.
Un imperdibile "manuale" sull'argomento
lo ha scritto Roberto Quaglia, converrà padroneggiarlo.
Siamo appena agli inizi di una dittatura
che usa la lotta all'ISIS per giustificare restrizioni alla libertà e censure,
ma che poi usa queste restrizioni e censure a danno di chi combatte davvero
l'ISIS. Sembra un paradosso, ma è il ritratto
del doppiogiochismo che sta affossando le democrazie.
Basterebbe poco, con un certo clima di
allarme bellico, per "erdoganizzare" e "saudizzare" anche
il sistema europeo, che ormai è sempre più istituzionalmente pronto a questa
pericolosa mutazione.
Dobbiamo capire da subito che il punto di
vista altrui è la garanzia del punto di vista nostro. Difendere Al Manar ed
esigere che la TV non sia oscurata è una questione che ci riguarda da vicino.
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18 ottobre 2012
Eutelsat apaga as mídias iranianas. Censura sem precedentes
por Pino Cabras - Megachip.
A decisão da EUTELSAT obedeceu uma requisição do Conselho Superior Audiovisual da França (CSA) quanto ao estoque de novas sanções anti-iranianas decididas em sede europeia.
Assim, de agora em diante, o éter europeu será apagado para os canais Al-Alam, Press TV, Sahar 1 e 2, Jam-e-Jam 1 e 2, a cadeia sobreo Corão e outros, ainda. Entre rádios e TVs, são 19 canais.
Por enquanto o fato, por si só gravíssimo, é ignorado pelos principais órgãos de informação ocidentais. Um silêncio muito revelador. Se tentarão falar, terão muito trabalho para justificar a censura sem cair em gigantescas contradições com qualquer proclamação sobre a liberdade de imprensa estilo ocidental. Fim das transmissões, sem debate.
Qualquer representação autônoma dos interesses e das visões de um inteiro grande país, como o Irã, está agora totalmente impedida no terreno dos grandes meios de comunicação de massas generalistas. A censura tem o sabor de uma reação e de um experimento a respeito dos novos equilíbrios que se estavam formando na informação global.
Nesses últimos anos, diversos países provaram construir um seu ponto de vista autônomo, respeito aos fluxos informativos hegemonizados pelas potências anglo-saxônicas. Paradoxalmente, mas não muito, o fizeram com o uso da língua inglesa, além de outras línguas. Não devemos nos escandalizar com o fato de que os canais emergentes não tenham participado com um ponto de vista “neutro”, no jogo das comunicações. Justamente por isso, representando interesses “outros”, conseguiram marcar pontos impressionantes.
Basta pensar que em apenas pouquíssimos anos a RT, a tevê russa em inglês, ultrapassou a BBC como primeiro canal estrangeiro junto ao público televisivo dos EUA. Sinal de que a oferta “outra” responde a uma demanda que não existia: uma demanda por “outra” informação que a nossa fábrica de mídia, no Ocidente, não sabia e – sobretudo – não queria fornecer.
Os canais emergentes transmitidos por países antes sem voz – apesar de sua “não neutralidade” (mas quem seria neutro? A CNN, por acaso? falemos sério…) – conseguiam ser, relativamente a muitos argumentos, fontes mais confiáveis se confrontados com a propaganda homologada que passava no outro lado. Antes de degenerar em um MinCulPop das belicosas petro-monarquias do Golfo, e antes de degringolar com diretores enquadrados na CIA, até a Aljazeera tinha aberto espirais informativas inéditas.
E assim nos encontramos com menos vozes. Qual será a próxima etapa? Sem um sistema autônomo de transmissão, até a Rússia ficará vulnerável com relação às decisões bélicas sobre os meios tomadas por algum recente prêmio Nobel para a paz. E até as nossas já enquadradas oficinas da mentira serão sempre mais uniformes, porque a ditadura terá menos necessidade de mascará-las sob trajes civis.
Muito terá que ser feito para conquistar o pluralismo, garantindo as vozes dissonantes. A nossa liberdade corre muito mais perigo do que pode parecer à primeira vista. Por enquanto, não se vê grande coisa para defende-la. Partamos de um primeiro pequeno passo, difundido a primeira petição de IRIB.
Para quem não entendeu, esta ditadura está só em seu começo, e não se saciará, como não se sacia em campo financeiro. Combatê-la tem a ver com o bem mais precioso que devemos defender: o ponto de vista do outro, como garantia do nosso ponto de vista.
Tradução em Português do Brasil por: Mario S. Mieli - ciranda.net.
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16 ottobre 2012
Eutelsat spegne i media iraniani. Censura senza precedenti
di Pino Cabras - da Megachip.
Lunedì
15 ottobre 2012, con un tratto di penna, l’Europa delle comunicazioni
ha deciso di cancellare la voce di un paese di oltre settanta milioni di
abitanti, l’Iran. È il primo atto di guerra deciso nel
cuore dell’Unione europea, dopo il suo brindisi per il Nobel per la
pace. Se non vi bastava il senso di soffocamento delle dittature
finanziarie in veste di governi tecnici, eccovi anche il bavaglio della
censura più estrema. Il giustiziere delle tv e radio iraniane nel mondo
ha il volto di Eutelsat, uno dei tre maggiori operatori
satellitari del pianeta, nato come consorzio intergovernativo, ora
“privatizzato”, con sede a Parigi. È bastato un rigo decretato dai
padroni della comunicazione, e sulla piattaforma HOTBIRD i canali in lingue straniere realizzati dall'Iran sono stati tutti bannati (QUI la notizia su IRIB - Islamic Republic of Iran Broadcasting).
La
decisione di Eutelsat ha ottemperato a una richiesta del Consiglio
Superiore Audiovisivo della Francia (CSA) sulla scorta delle nuove sanzioni anti-iraniane decise in sede europea.
L’etere
europeo dunque sarà d’ora in poi oscurato per i canali Al-Alam, Press
TV, Sahar 1 e 2, Jam-e-Jam 1 e 2, la catena sul Corano e altri ancora.
Tra radio e TV sono 19 canali.
Per ora il fatto, di per sé gravissimo, è taciuto dai principali organi di informazione occidentali. Un silenzio che dice già tutto.
Se proveranno a parlarne, dovranno faticare assai per giustificare la
censura senza cadere in gigantesche contraddizioni con qualsiasi
proclamazione sulla libertà di stampa in stile occidentale. Fine delle
trasmissioni, senza dibattito.
Qualsiasi rappresentazione autonoma degli interessi e delle visioni
di un intero grande paese, qual è l’Iran, è ora totalmente impedita sul
terreno dei grandi mass media generalisti. La censura ha il sapore di
una reazione e di un esperimento rispetto a nuovi equilibri che si stavano formando nell’informazione globale.
In questi ultimi anni, diversi paesi hanno provato a costruirsi un punto di vista autonomo
rispetto al flusso informativo egemonizzato dalle potenze anglosassoni.
Paradossalmente, ma non troppo, lo hanno fatto con canali in lingua
inglese, oltre che in altre lingue. Non ci deve scandalizzare il fatto
che i canali emergenti non abbiano partecipato con un punto di vista
“neutro” al gioco della comunicazione. Proprio per questo,
rappresentando interessi “altri”, hanno segnato punti impressionanti.
Si pensi che nel giro di pochissimi anni RT, la tv russa in inglese, ha scalzato la BBC quale primo canale straniero presso il pubblico televisivo USA.
Segno che l’offerta “altra” risponde a una domanda che c’era: una
domanda di “altra” informazione che la fabbrica dei media nostrana, in
Occidente, non sapeva e – soprattutto - non voleva fornire.
I
canali emergenti trasmessi da paesi un tempo senza voce - al netto
della loro “non neutralità” (ma chi sarebbe neutrale, forse la CNN?, non
scherziamo) - riuscivano a essere per molti argomenti fonti più attendibili
rispetto alla propaganda omologata che passava dall’altra parte. Prima
di degenerare a MinCulPop delle bellicose petro-monarchie del Golfo, e
prima di farsi sputtanare con direttori inquadrati nella CIA, perfino
Al Jazeera aveva aperto spiragli informativi inediti.
E così ci ritroviamo con meno voci.
Qual è la prossima tappa? Senza un sistema autonomo di trasmissione,
anche la Russia sarà vulnerabile rispetto alle decisioni belliche sui
media prese da qualche recente Nobel per la pace. E perfino le nostre
già inquadrate officine della menzogna saranno sempre più in uniforme, perché la dittatura avrà meno bisogno di maschere in borghese.
Occorrerà fare molto per conquistare il pluralismo, garantendo proprio le voci dissonanti.
La nostra libertà è molto più in pericolo di quanto non appaia a prima
vista. Non si vede molto in giro, al momento, a sua difesa. Partiamo
comunque da un piccolissimo passo, diffondendo la prima petizione di IRIB.
Per
chi non lo avesse capito, questa dittatura è solo agli inizi, e non si
sazierà come non si sazia in campo finanziario. Combatterla ha a che
fare con il bene più prezioso che dobbiamo difendere: il punto di vista altrui come garanzia del punto di vista nostro.
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