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27 gennaio 2018
Stati Uniti d'Europa? Pura demagogia
Fra tutte le fughe in avanti di questa campagna elettorale ce n’è una che mi scandalizza ancor più delle mirabolanti promesse di tipo economico: i fantomatici Stati Uniti d’Europa, evocati dall’ultraliberista Bonino, dal PD e perfino dal sindaco di Cagliari, Zedda.
Evocano gli Stati Uniti d’Europa senza un solo cenno di autocritica per l’eurocrazia dittatoriale che impone un’austerity feroce, senza un’analisi dei disastri di questi anni e delle loro cause, senza un ripensamento onesto della questione europea in relazione alla vita reale dei popoli europei.
Vogliono dare per scontato che sia cosa naturalissima il ricomprendere sotto un unico ordinamento giuridico sovraordinato il Portogallo e l'Estonia, la Sardegna e la Pomerania, classi dirigenti che celebrano la sconfitta del nazismo e governi che la piangono come una tragedia. Rimuovono l’enorme problema geopolitico generato dall’allargamento a Est della UE e della NATO, non hanno nulla da dire sulle guerre che le istituzioni europee reali hanno causato alleandosi al jihadismo in Medio Oriente e in Nord Africa. Neanche un barlume di autocritica sulla russofobia che inquina il discorso pubblico dominante e mette in pericolo la sicurezza collettiva del continente e del mondo intero.
Non dicono nulla sul grado di subordinazione dei maggiordomi europei agli Stati Uniti già esistenti, quelli d’America, in termini di forze armate, intelligence, regole commerciali e finanziarie tutte a nostro sfavore.
Esaltano l’Euro come una fantastica conquista e usano semplificazioni puerili per rimuovere le critiche.
Naturalmente chi vuole mettere in discussione questa corsa distruttiva viene stigmatizzato come “populista”. Eppure, proprio quelli che usano lo slogan vuoto degli Stati Uniti d’Europa, proprio loro, fanno un uso sfrontato della demagogia, dell’ideologia come falsa coscienza. Tentano una cinica distrazione dei popoli europei dai loro problemi fantasticando una destinazione lontana, vaga e irraggiungibile, perché non sanno risolvere i problemi immediati che essi stessi hanno creato.
L'Europa andrà ripensata senza fughe in avanti e raccontandoci molte verità sui limiti dell'Europeismo Reale, molto diverso dall'europeismo vagheggiato.
11 gennaio 2018
Elezioni 2018. L'ossessione dem per le interferenze russe
Un rapporto paranoico di un senatore USA, giornalisti che copincollano obbedienti, ed ecco servito un allarme russofobo per le elezioni del 4 marzo. Ormai è un format (perdente).
di Pino Cabras.
da Megachip.
Ora, non è che io abbia un'ossessione contro i russofobi. Sono i russofobi a essere ossessionati e ossessionanti. Sta diventando un format, poveri noi. Prendete ad esempio questo articolone on line della solitaRepubblica (uno dei più ligi megafoni della NATO):
Già nel titolo e nel sommario troviamo uno spettacolare esempio di «bispensiero» orwelliano, praticamente lo stesso meccanismo psicologico del romanzo 1984, dove il Partito del Grande Fratello pretendeva da chi era bombardato dai contenuti dei teleschermi che credesse contemporaneamente a due verità normalmente incompatibili: doveva sostenere un'idea e il suo contrario, così da non stare mai al di fuori dell'ortodossia, scordando sia di aver cambiato opinione sia l'atto stesso dello scordare. Cioè un principio opposto a quello del XXVII canto dell’Inferno di Dante, «la contradizion che nol consente».
A la Repubblica, alla NATO, a casa dei politici USA, la contraddizione invece consente tutto. Tanto che leggiamo:
«Il documento redatto dallo staff del senatore democratico Ben Cardin avverte: "Il Cremlino probabilmente cercherà di favorire i partiti contrari alle sanzioni contro Mosca". Riferimento a M5s e Lega. "L'amministrazione Usa garantisca il processo democratico di un alleato come l'Italia dall'interferenza straniera"»
Cioè, avete letto bene: un’interferenza straniera lamenta che possa esistere un’interferenza straniera. Orwell, maledetto dilettante!
Per corroborare l’analisi, ecco la solita litania: viene citata ancora una volta una sputtanatissima inchiesta maccartista del sito americano Buzzfeed - ripresa in Italia dalla bolla autoreferenziale degli influencer atlantisti - in cui fu descritto un megacomplotto di siti vicini al M5S per combattere il RefeRenzum sulla Costituzione. In particolare, udite udite, ci fu nientemeno che «un video prodotto da Russia Today e promosso dal network del M5s in cui si mostravano migliaia di dimostranti contrari alla riforma costituzionale, quando in realtà erano state filmate durante una manifestazione a sostegno del referendum.» Questi intelligentoni dei Democrats non hanno ancora digerito la grande marea di No che ha ripudiato un tentativo francamente schifoso di manomettere la Costituzione, da loro sostenuto con valanghe di fake news istituzionali, e cercano scuse puerili per negare la forza intrinseca dell'orientamento pubblico e del voto popolare. Altro che Cremlino! Il loro orologio si è fermato il 4 dicembre 2016 e ancora vorrebbero fermare tutti i nostri orologi.
Ma non basta. Paternalisticamente ci dicono: «alcuni partiti sono vulnerabili alle infiltrazioni, non hanno esperienza, non hanno anticorpi». Mentre ci vorrebbe qualche politico virtuoso e non "infiltrabile", perbacco. Ecco che lo trovano nel presidente della Camera, Laura Boldrini, lodata per il suo voler «addestrare gli studenti di 8mila scuole in tutto il Paese alla verifica delle notizie e al riconoscimento delle fake news e delle teorie cospirazioniste sui social media». Compito che sarebbe meritorio, se ben attuato: riconoscerebbe ad esempio nel rapporto del senatore USA Cardin tutti i vizi, le fallacie e le paranoie di una teoria cospirazionista, condita da fake news al cubo. Solo che l’ufficio della presidenza della Camera – forse per inesperienza, per mancanza di “anticorpi” - si è fatto “infiltrare” (usiamo pure questo termine, provvisto di un’irrinunciabile accuratezza) da una brigata di balilla digitali, gente capace di dire che occorre «immaginare un sistema di regole condivise sulla Verità», una roba che starebbe bene solo in uno Stato totalitario. Gente che sembra stupirsi che esista il pluralismo.
Siccome il riflesso russofobo deve essere implacabile, sempre lì si deve andare a parare, perché la nuova guerra fredda è ciò che i democratici americani – e i loro maggiordomi d’oltreoceano – devono alimentare senza flessioni. Se qualcuno ha qualcosa da obiettare sulle sanzioni contro la Russia e vuole raccontare i fatti in dissenso dall’agenda mediatica della NATO, è sicuramente parte di una terrificante guerra asimmetrica di Putin «con l'obiettivo di destabilizzare i governi nelle fragili democrazie di Ucraina e Georgia». Gli addestratori americani di milizie paranaziste e le valanghe di dollari riversate sulla vorace oligarchia ucraina non sono mica interferenze antidemocratiche. Il rapporto dei bravi Dem così preoccupati delle nostre imminenti elezioni e delle "fragili democrazie" non citerà mai un mio articolo del 2014 su Hunter Biden, figlio dell’ex vicepresidente democratico USA e i suoi alleati di Kiev.
Si bolli tutto come teoria del complotto, e via. E allo stesso tempo si denunci il mega-complottone di Putin che sta congiurando per favorire il «crescente consenso riscontrato dai partiti "populisti e anti-establishment"» in Europa e anche in Italia. Capito? Anti-establishment. Non sia mai che ce lo tocchino, per cui teniamocelo caro, questo bell’establishment che il mondo ci invidia. E teniamoci la cosa che più di tutte interessa ai padroni di Washington: le sanzioni contro la Russia. Anche se queste sanzioni ci fanno molto danno, anche se voler piegare la Russia con le sanzioni è come voler spaventare un porcospino mostrandogli il culo nudo (abbastanza intercambiabile con la faccia di un politico straniero che pretende come salvarci dalle influenze straniere).
Il 4 marzo 2018, dopo il 4 dicembre 2016, potrebbe essere una data preoccupante per i "dem" tanto cari a Repubblica. Per cui già strillano, già denunciano, già fanno i maccartisti, già trovano giornalisti che copincollano obbedienti come soldatini le loro veline.
Il 4 marzo 2018, dopo il 4 dicembre 2016, potrebbe essere una data preoccupante per i "dem" tanto cari a Repubblica. Per cui già strillano, già denunciano, già fanno i maccartisti, già trovano giornalisti che copincollano obbedienti come soldatini le loro veline.
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5 dicembre 2016
La grande marea dei NO ripudia l'Agenda Renzi
di Pino Cabras.
Il progetto di Renzi fallisce e viene ripudiato dalla Repubblica Italiana.
Chi voleva manomettere in profondità la Costituzione è stato pesantemente sconfitto da un grande voto popolare. Nella marea di voti che sommerge Matteo Renzi e gli avventuristi che aveva coinvolto in una campagna referendaria estremamente scorretta, i giovani hanno contato in modo trascinante: hanno contributo con più forza a rottamare un arnese già vecchio come il sedicente Rottamatore. Matteo Renzi ha subito una grande sconfitta campale nel suo progetto di rafforzamento del governo come architrave di un nuovo sistema politico. Renzi voleva riorganizzare efficacemente il blocco sociale conservatore dopo che era crollata l'analoga funzione di Berlusconi, e voleva farlo salvaguardando una fetta ancora molto elevata del suo elettorato tradizionale proveniente da sinistra. Una specie di DC 2.0 che si riprendeva le percentuali del PCI nelle regioni rosse, schiacciava l'opposizione a cinque stelle e dunque tentava di dare l'impronta decisiva alla Terza Repubblica, pur presentandosi dinamico e riformatore: cosa che attrae sempre un po' di politicanti cinici nel paese del Gattopardo, oltre a una quota instancabile di "militonti", tetragoni a ogni evidenza.
Renzi ha sopravvalutato la presa degli incantatori di serpenti volgari e ignoranti che aveva mobilitato, assieme alle clientele, per imbrogliare un Paese affezionato alla propria Costituzione. E lui, incantatore di serpenti in capo, ha commesso un azzardo politico enorme, che lo ha perduto: pensare di personalizzare il confronto, puntando all'obiettivo impossibile di farsi investire da un suffragio superiore al cinquanta per cento.
Ricordate il referendum di aprile sulle trivelle? Non raggiunse il quorum e i corifei renziani perculavano gli avversari con tweet irridenti. Ciaone, dicevano. Gravissimo errore di sottovalutazione.
Gli avversari infatti potevano dire: "Ricomincio da 13.330.607". Tanti erano i voti di chi in quella occasione aveva votato in modo sgradito al governo. Ed erano tanti nonostante un quorum impraticabile, una propaganda assillante del governo e del PD per spingere gli elettori a non votare, organi di stampa bugiardi e zitti. Pochissimi di quei tredici milioni erano disposti a votare Sì nel RefeRenzum del 4 dicembre.
Come mi ha ricordato un amico che questi calcoli li ha sempre fatti bene per mestiere, Pietro Pani, con un'affluenza alle urne del 70% al NO, per vincere, sarebbe bastato prendersi appena un elettore su quattro di quelli che ad aprile non votarono (o votarono per tenere le trivellazioni) e vincere così con il 51%. Invece siamo ben oltre. Matteo Renzi, nella sua hybris costituzionale, non sa nemmeno fare i conti. Il suo guru Jim Messina è una montagna di denaro mal speso. Ben gli sta, la democrazia è davvero un'altra cosa da Jim Messina, da Matteo Renzi, da Maria Elena Boschi, e anche dai piedi in due staffe di Gianni Cuperlo e altri.
Renzi ha interpretato la propria carica fino a svilirla in una sequela di abusi: ha ridotto la Costituzione al rango di una chiacchiera da Barbara D'Urso, ha buttato a mare equilibri nati dallo studio e dal sangue per triturarli in slogan falsi ("ecco la scheda con cui voterete il Senato", vergogna Matteo!), ha fatto di tutto per abbagliare, intimidire, costringere a schierarsi per ottenere finanziamenti che spettavano comunque agli enti locali. Davvero squallide le passerelle del presidente della Sardegna Pigliaru e di quello della Campania De Luca, per accreditarsi come vassalli e giocare intorno al Referendum fondi pubblici e risorse. Renzi ha usato enti pubblici, televisioni, manovrine e mance, e non si è fermato lì. Ha abusato anche delle ambasciate per condizionare in modo non neutrale il voto degli italiani all'estero: una grande incognita piena di ombre, per fortuna non decisiva, alla fine, perché lo tsunami sul suolo nazionale è stato inarrestabile.
Si addensano molte nubi all'orizzonte, perché Renzi in questi suoi mille giorni non ha governato, ha rinviato, ha congelato i problemi, e ci sono sempre i poteri che vogliono spolpare l'Italia. Bisognerà attrezzarsi da subito per creare un vasto movimento popolare in grado di governare in nome della Costituzione, che ci teniamo - fortunatamente e meritatamente - ancora oggi. Nessuna delle forze di opposizione - alle Agende Monti, Agende Letta e Agende Renzi che ci governano da anni - può bastare a se stessa. Dovremo pensarci. Domani è un altro giorno.
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4 ottobre 2016
Grillo ha bisogno di Pizza, altro che storie
di Pino Cabras.
da Megachip.
Mi posso permettere di parlare con molta libertà del Movimento Cinque Stelle, nell'ora in cui questo perde Federico Pizzarotti, proprio lui, il suo primo sindaco di una città capoluogo, con tanto di saluto finale sprezzante di Beppe Grillo.
Mi posso permettere tanta libertà perché ho combattuto contro i giudizi ingiusti che per anni sono stati espressi contro i cinquestelle, sia i giudizi di quelli che avevano interessi - spesso loschi - da difendere, sia quelli dei troppo pigri intellettualmente (quelli cioè che vedono il fascismo dove non c'è e non si accorgono di chi ha difeso in Parlamento la Costituzione contro la riforma Boschi-Verdini).
Molti amici del MoVimento sanno che nel difenderli ho affrontato rimproveri e persino qualche insulto per solo amore della verità.
Mi posso permettere tanta libertà perché ho combattuto contro i giudizi ingiusti che per anni sono stati espressi contro i cinquestelle, sia i giudizi di quelli che avevano interessi - spesso loschi - da difendere, sia quelli dei troppo pigri intellettualmente (quelli cioè che vedono il fascismo dove non c'è e non si accorgono di chi ha difeso in Parlamento la Costituzione contro la riforma Boschi-Verdini).
Molti amici del MoVimento sanno che nel difenderli ho affrontato rimproveri e persino qualche insulto per solo amore della verità.
Nel caso della vicenda di Pizzarotti la vedo molto semplice: a Parma nel 2012 si è prodotto per la prima volta lo schema che poi si è ripetuto uguale identico in tante altre città: un sistema di potere locale corrotto fino al marciume e imperniato sul PD - alla fine di un disastro che ha divorato le casse comunali - viene sconfitto al ballottaggio da una forza che non spunta come un fungo, ma viene da anni di opposizione senza sconti.
Per il M5S votano insieme elettori di sinistra (disgustati e in fuga dal sistema imploso) ed elettori di destra che non voterebbero mai per quella sinistra.
A Parma va dunque al governo un gruppo dirigente che si trova a gestire una catastrofe finanziaria senza avere una pregressa esperienza amministrativa, ma che sa rimboccarsi le maniche e identifica le priorità civiche all'interno della cornice delle leggi, senza dover rispondere ai ricatti paralizzanti del vecchio sistema di potere parassitario.
Non riesce a fare tutto quel che vorrebbe, perché non tutto è nelle competenze azionabili dal Comune, ma se la cava decisamente bene. Certo, sul nuovo sindaco pesano i vecchi debiti, ma il solo fatto di essersi liberato dei parassitismi politici che c'erano prima di lui offre a Pizzarotti margini di manovra mai visti. Quei debiti li riduce del 45%, e il suo comune scala persino alcune delle classifiche che contano per giudicare la qualità della vita di una città rispetto a centinaia di altre. Accade addirittura che Parma, dapprima sull'orlo della bancarotta, riesca a diventare in pochi anni la 18° città italiana per stabilità economica.
Insomma, Pizzarotti funziona, e funziona bene.
Per il M5S votano insieme elettori di sinistra (disgustati e in fuga dal sistema imploso) ed elettori di destra che non voterebbero mai per quella sinistra.
A Parma va dunque al governo un gruppo dirigente che si trova a gestire una catastrofe finanziaria senza avere una pregressa esperienza amministrativa, ma che sa rimboccarsi le maniche e identifica le priorità civiche all'interno della cornice delle leggi, senza dover rispondere ai ricatti paralizzanti del vecchio sistema di potere parassitario.
Non riesce a fare tutto quel che vorrebbe, perché non tutto è nelle competenze azionabili dal Comune, ma se la cava decisamente bene. Certo, sul nuovo sindaco pesano i vecchi debiti, ma il solo fatto di essersi liberato dei parassitismi politici che c'erano prima di lui offre a Pizzarotti margini di manovra mai visti. Quei debiti li riduce del 45%, e il suo comune scala persino alcune delle classifiche che contano per giudicare la qualità della vita di una città rispetto a centinaia di altre. Accade addirittura che Parma, dapprima sull'orlo della bancarotta, riesca a diventare in pochi anni la 18° città italiana per stabilità economica.
Insomma, Pizzarotti funziona, e funziona bene.
Quel che non funziona è il rapporto con la macchina politica che detiene il marchio del M5S, ossia il nucleo aziendale diBeppe Grillo e della famiglia Casaleggio, così come non funziona il rapporto con la seconda cerchia dell'emergente forza politica (il Direttorio). Ogni tanto il blog di Grillo nei confronti del "Pizza" scrive due o tre righe, sempre più fredde. È evidente che lui non è un tipo governabile con direttive dall'alto, perché possiede la pertinacia minuziosa e pragmatica di certi amministratori vecchio stampo, che hanno studiato i regolamenti fino a spremerne l'anima, gente che non convinci se prima non studi anche tu.
Nel frattempo molti altri comuni vengono conquistati dal M5S. Stesso schema: municipi con una lunga storia di amministrazioni piddine spaventosamente tarlate vengono espugnati da liste con il marchio cinquestelle che riescono a vincere i ballottaggi e mettono sindaci non ricattabili dai vecchi poteri.
L'arcipelago delle realtà locali pentastellate viene tenuto insieme sempre più a fatica da un movimento politico che - per non volersi dotare di regole da partito tradizionale - si trova a gestire le questioni politiche con regole evanescenti, meccanismi di garanzia troppo dipendenti dall'arbitrio di pochi, norme di inclusione-espulsione giuridicamente insostenibili. A peggiorare le cose ci si mette un Direttorio che - a dispetto del nome - non sembra ambire a dirigere il rapporto con le realtà locali, tranne eccezioni: i problemi minori, trascurati, diventano grandi e scavano solchi anche sul piano umano.
L'arcipelago delle realtà locali pentastellate viene tenuto insieme sempre più a fatica da un movimento politico che - per non volersi dotare di regole da partito tradizionale - si trova a gestire le questioni politiche con regole evanescenti, meccanismi di garanzia troppo dipendenti dall'arbitrio di pochi, norme di inclusione-espulsione giuridicamente insostenibili. A peggiorare le cose ci si mette un Direttorio che - a dispetto del nome - non sembra ambire a dirigere il rapporto con le realtà locali, tranne eccezioni: i problemi minori, trascurati, diventano grandi e scavano solchi anche sul piano umano.
Fra questi problemi ci sono piccole grane giudiziarie che i sindaci del M5S subiscono quasi sempre perché il PD spodestato cerca una riscossa in tribunale. Anche qui, lo schema si ripete: gli esponenti del PD presentano degli esposti praticamente infondati, ma scritti abbastanza bene da costringere i magistrati a indagare e a far recapitare un "avviso di garanzia" all'amministratore pentastellato di turno.
Se funziona bene la comunicazione fra l'amministratore e i livelli apicali del M5S, il MoVimento è garantista e attende che l'amministratore sia scagionato (come quasi sempre accade).
Se quella comunicazione invece non funziona bene, come nel caso di Pizzarotti, il Movimento lo sospende e non revoca la sospensione nemmeno quando il sindaco di Parma viene prosciolto. Fino all'assurda cavillosità dell'ultima cosa che Grillo trova da dire a Pizzarotti: la richiesta dei «documenti che gli sono stati richiesti il 6 giugno e che non ha mai fornito». Dopo i balbettii di Di Maio sulle vicende romane, trattati con ben altra indulgenza, l'unica cosa che Grillo ha dire su un amministratore che esce pulito è questa pedanteria, riferita per di più a un regolamento interno che sarà sostituito proprio perché in tutta evidenza non funzionava.
Allora traduciamo le cose in termini politici: nessuna norma avrebbe mai potuto dimostrare che Pizzarotti si comportava in contrasto con regole e azioni tipiche del M5S né il capo poteva espellerlo senza compiere violazioni della legge passibili di strascichi giudiziari. Così lo si è tenuto nel limbo, per spingerlo ad espellersi da solo, senza dargli una risposta che fosse una, nel merito, in modo pubblico, trasparente, conforme alle aspettative tanto decantate quando tutto doveva andare in streaming.
Se funziona bene la comunicazione fra l'amministratore e i livelli apicali del M5S, il MoVimento è garantista e attende che l'amministratore sia scagionato (come quasi sempre accade).
Se quella comunicazione invece non funziona bene, come nel caso di Pizzarotti, il Movimento lo sospende e non revoca la sospensione nemmeno quando il sindaco di Parma viene prosciolto. Fino all'assurda cavillosità dell'ultima cosa che Grillo trova da dire a Pizzarotti: la richiesta dei «documenti che gli sono stati richiesti il 6 giugno e che non ha mai fornito». Dopo i balbettii di Di Maio sulle vicende romane, trattati con ben altra indulgenza, l'unica cosa che Grillo ha dire su un amministratore che esce pulito è questa pedanteria, riferita per di più a un regolamento interno che sarà sostituito proprio perché in tutta evidenza non funzionava.
Allora traduciamo le cose in termini politici: nessuna norma avrebbe mai potuto dimostrare che Pizzarotti si comportava in contrasto con regole e azioni tipiche del M5S né il capo poteva espellerlo senza compiere violazioni della legge passibili di strascichi giudiziari. Così lo si è tenuto nel limbo, per spingerlo ad espellersi da solo, senza dargli una risposta che fosse una, nel merito, in modo pubblico, trasparente, conforme alle aspettative tanto decantate quando tutto doveva andare in streaming.
Era così insostenibile l'autonomia parmense? A me pare che la nomenklatura pentastellata abbia commesso un errore politico madornale che finirà per pagare a caro prezzo, tagliando fuori voci democratiche e creative. L'ultima cosa che serve a chi vuole costruire un'opposizione forte oggi e un governo popolare e pluralista domani.
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27 settembre 2015
I porcelli costituenti
di Pino Cabras.
da Megachip.
Ecco lo spettacolo assurdo: sono stati eletti con una legge incostituzionale, il Porcellum, e quindi non possono pensare nemmeno alla lontana di rappresentare correttamente il corpo elettorale, né sono legittimati a manomettere la Costituzione. Eppure fanno proprio questo.
Fanno strame della Costituzione muovendosi dentro un orizzonte ristretto, in stanze chiuse e delegittimate, con discussioni e compromessi bizantini. E ci tocca sentire Maria Elena Boschi mentre dice che il popolo aspetta da 70 anni la riforma della Costituzione (che ha 67 anni). Al di là dell'anacronismo idiota, è la prova definitiva che queste personalità non hanno rispetto alcuno verso una costituzione che fu scritta usando parole semplici ma con una discussione sottostante molto complessa, di più, ricca, un capolavoro di ponderatissima ingegneria istituzionale.
Per fare la Costituzione vigente fu eletta in modo proporzionale un'Assemblea Costituente, non un parlamento di nominati. Al lavoro della Costituente si affiancava una grandiosa opera di alfabetizzazione costituzionale, partita prima dell'elezione dell'assemblea: oltre che esserci un ministero apposito (retto da Pietro Nenni), ogni giorno c'erano trasmissioni radiofoniche grazie alle quali si educavano e si informavano con grande correttezza milioni di cittadini. Ben prima della retorica sui "processi partecipativi" di cui oggi ci si riempie la bocca, i partiti e altre formazioni sociali appassionavano più gente possibile alla scrittura del progetto di Costituzione. Certo, poi ci fu necessariamente la famosa "Commissione dei 75" a filtrare, sintetizzare e scrivere il tutto, ma si trattava di personalità di ben altra dirittura e rappresentatività rispetto ai quattro scalzacani che oggi scrivono le schiforme in aggiunta all'obbrobrio della legge elettorale Italicum (il Porcellum al cubo).
I deputati della Costituente studiavano a fondo gli argomenti. Giorgio La Pira ebbe l'illuminazione di far tradurre in italiano tutte le costituzioni del mondo. A tutti i costituenti fu così distribuito un manuale utilissimo: quando prendevano in esame un qualunque tema di rilievo costituzionale, la loro visuale era autenticamente mondiale. Oggi abbiamo Verdini e Serracchiani (quella che ritiene che il presidente del Senato, «essendo stato eletto nel Pd, debba accettarne le indicazioni») e altri irresponsabili che vogliono sottomettere ogni organo alla maggioranza di governo, come ricorda Gustavo Zagrebelsky.
In questo nostro tempo la principale forza che vuole rovesciare la Costituzione è proprio il Pd, non solo la maggioranza renziana, ma pure la sua minoranza (gente che si metterebbe a negoziare anche se volessero reintrodurre lo schiavismo). Sono gli stessi che sin dall'inizio di questa pessima legislatura stavano avallando un processo di revisione costituzionale piduista, quello dei "Saggi" di Napolitano, poi fallito.
La Carta può esser cambiata, ma con prudenza estrema, con studio e cercando largo consenso, non con le urgenze dettate dall'orizzonte di potere che si sta organizzando intorno a Renzi, il primo ministro meno eletto del mondo.
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25 settembre 2014
Confermata la solita rotta: quella per l'altrove
di Michela Murgia.
Ne ha scritto la stampa italiana, ne hanno scritto il Guardian e Le Monde, ma noi che continuiamo a leggere restiamo ancora senza parole: il sindaco di Elmas Valter Piscedda paga il viaggio di sola andata ai giovani disoccupati che se ne vogliono andare. Sembra una barzelletta, invece è la realtà della classe politica sarda nel 2014.
Eppure io me lo ricordo cosa scriveva Valter Piscedda, il sindaco di Elmas, nel suo sito istituzionale da candidato PD alle elezioni regionali:
"Il pensiero va anche ai più giovani: pensiamo a quei ragazzi che nonostante i loro studi non vedono prospettive. Questa situazione non è più sostenibile. Ecco perché ho deciso di candidarmi, è necessario invertire la rotta. Con Francesco Pigliaru presidente possiamo fare in modo che questa Sardegna riparta con rinnovata speranza."
Quell' “Invertire la rotta” suona oggi ironico, visto che la rotta suggerita da Valter Piscedda ai giovani di Elmas è quella che li porta fuori dalla Sardegna con un biglietto di sola andata e dita incrociate per un lieto futuro da emigrati. Chi ha votato Francesco Pigliaru presidente e Valter Piscedda come suo consigliere regionale forse non aveva capito che la Sardegna che aspettava di “ripartire con rinnovata speranza” lo avrebbe poi fatto con un bando che le regalava un viaggio di sola andata per emigrare.
Il gesto del sindaco di Elmas significa solo una cosa: “Andatevene: qui non c'è speranza, non solo perché non c'è lavoro, ma anche perché chi vi governa, cioè io nel paese e la mia maggioranza in regione, non ha la minima idea di come cambiare le vostre condizioni.”
Un atto di resa politica avvilente e offensivo che fa venire voglia di chiedere a Valter Piscedda e al Partito Democratico sardo: ma se non avevi idea di come provare a risolvere il problema della disoccupazione, perché diamine ti sei candidato sindaco? Se la tua giunta non ha alcuna risposta da dare ai giovani disoccupati, perché diamine vi siete fatti eleggere al governo della Sardegna? Se il tuo partito non sa come dare ai sardi risposte diverse da quelle dell'emigrazione, della militarizzazione e dei tagli ai finanziamenti per la ripresa, perché avete promesso alle persone che avreste risolto la situazione? Se queste sono le vostre risposte, dimettetevi. Non siete stati eletti per mandare via i sardi dall'isola mentre i militari e gli imprenditori dalla trivella facile si preparano a sbarcarci con la benedizione del decreto SbloccaItalia voluto dal vostro governo.
Queste le domande.
Per le risposte leggete cosa ha scritto Matteo Bellu Ticca sul sito di Sardegna Possibile. Sono troppe le cose che di questa giunta non tornano ed è tempo di cominciare a mostrare che qualcosa di diverso, a volerlo davvero, lo si sarebbe potuto fare.
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25 maggio 2014
Le elezioni e il Meme Berlinguer
di Pino Cabras.
Più si è avvicinata la data delle
elezioni europee del 2014, più è cresciuta l'evocazione di Enrico
Berlinguer. È davvero curiosa questa presenza così forte ancora
oggi, in queste elezioni, trent'anni dopo quelle segnate da quel suo
funerale che portò in piazza due milioni di persone, un'emozione
popolare che fece del PCI primo partito, prima e ultima volta. È
cambiato tutto, dal 1984, e non sto a riepilogarvelo. E siccome è
cambiato tutto, cambia anche l'emozione evocata da Berlinguer. Non
essendoci più l'universo che faceva brillare la sua stella, ora la
sua luce arriva colorandosi di altri spettri, con deviazioni che
riflettono distanze politiche siderali.
Ma succede così. Ti distrai un
istante e passano trent'anni.
Trent'anni sono abbastanza pochi da non
annullare e da far sentire ancora le continuità con il passato, le
tradizioni e – per chi ha l'età – i ricordi. Ma sono sufficienti
anche a rendere quasi irriconoscibile l'evoluzione del meme
di partenza. E il “meme Berlinguer” si è ricombinato con altri
memi, persino opposti, lontani.
La storia è
ricca di queste figure, come Berlinguer, sovraccariche di senso. Quel
sovraccarico è talmente affascinante e attraente che si sente il
bisogno di possederlo per intrecciare comunque i suoi lunghi fili nel
proprio tessuto, nel proprio sistema di senso, anche nei casi in cui
in realtà si agisce e si trama in un senso opposto. Tante volte
abbiamo visto gli esiti totalmente divergenti di scuole di pensiero,
di religioni o regimi politici, che si combattono fra di loro mentre
proclamano la fedeltà più autentica alle stesse fonti.
Se certi
uccidono in nome della misericordia divina, non c'è da meravigliarsi
che ci siano quelli che pregano san Berlinguer
mentre recitano il rosario di Margareth
Thatcher.
Il PD oggi in mano a
Matteo Renzi ha ereditato più di altri una continuità
formale con le sedi del partito di Berlinguer, ma è il partito della
legge elettorale Italicum, del Jobs Act, e di altre decine di
caratteristiche che descrivono un progetto mirante a compattare il
blocco sociale di una delle classi dirigenti più predatrici e
criminali del mondo. Un blocco che mette sotto lo stesso meccanismo
perfino il Caimandrillo, dal quale ha preso tutto l'armamentario
piduista: l'intenzione di snaturare la Costituzione, la
preferenza per sistemi elettorali sempre meno democratici, una
progressiva distruzione neoliberista del mondo del lavoro e del
potere residuo dei lavoratori. Quel nucleo di continuità con il
partito che fu è tuttavia sufficiente a far rivendicare a Renzi il
“possesso” del meme. Naturalmente non può convincere
tutti. Perché ancora milioni di persone rileggono quelle due
parole-chiave del meme Belinguer - “questione morale” - e
le raffrontano alle odierne cupole e cupolette d'affari del PD. Molti
leggono anche la versione più estesa. In un tweet quelle parole non
ci stanno, ma sono ancora una sintesi breve e potente, che stride con
il PD di questi tempi:
«La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.»
Nel comizio finale in piazza San
Giovanni (la stessa piazza che diede l'estremo saluto al leader del
PCI), uno dei due dioscuri del M5S, Gianroberto Casaleggio, ha
ridato una veste al meme Berlinguer, chiamando tutti ad applaudirlo.
La piazza, con molti che avevano meno di trent'anni, ha rimbombato –
come trent'anni prima – con quel nome, scandito con affetto.
In casa PD si sono meravigliati fino
allo scandalo, perché sono convinti – anche quando votano le leggi
con una Mussolini – che il M5S non sia altro che un movimento
fascistoide, perfino quando si oppone con l'ostruzionismo alle
manomissioni della Costituzione nata dalla Resistenza.
In casa mia nessuna meraviglia e
tantomeno scandalo. Un anno fa, proprio in
un mio articolo che criticava la "democrazia elettronica"
di Casaleggio, citavo Berlinguer come elemento chiave per
l'evoluzione del M5S e per il superamento dei suoi limiti, che
accompagnano pesantemente ancora adesso i suoi successi.
I Cinquestelle saranno da oggi
un'opzione possibile in mano a una porzione del popolo
ancora più vasta, quella stessa porzione che ha miracolosamente
conservato il meme Berlinguer. È come se lì comunque si debba
ritornare, per una riforma morale, politica e intellettuale di
massa.
Non può restare solo un meme, dovrà
essere un elemento di riflessione popolare, quanto mai attuale.
Anche Alexis Tsipras ha
immancabilmente citato Berlinguer fin dall'inizio della sua corsa
elettorale appoggiata sulla piccola aggregazione di sinistra. Lo ha
citato con più congruità e coerenza degli altri leader politici, ma
ha scontato i perduranti effetti di trent'anni di pessime classi
dirigenti della sinistra italiana. Voterò M5S, in questa tornata,
ma auguro comunque a Tsipras un buon risultato in tutta Europa. Così come
mi auguro che gli eurodeputati cinquestelle possano convergere con i
suoi deputati per una forte aggregazione che si opponga all'attuale
potere europeo.
Nel pieno dell'austerity imposta
dalla dittatura europea, l'idea dell'austerità elaborata da
Berlinguer potrebbe essere riscoperta come un'alternativa democratica
di straordinaria attualità.
15 aprile 2014
Il Partito Ipnocratico di Massa
di Francesco
Carraro.
Avviso ai naviganti. Questo è un messaggio
per chi è iscritto, a sua insaputa, al Partito
Ipnocratico di Massa. Per appurare se hai la tessera, controlla se sei
sotto ipnosi senza saperlo. Osserva i sintomi.
Hai intenzione di votare Pd alle prossime
elezioni Europee (o uno qualsiasi dei partiti del nuovo arco costituzionale del
sonno, Forza Italia e Nuovo Centro Destra compresi)?
Hai preso parte alle primarie democratiche?
Sei iscritto a un club Forza Silvio?
Sei convinto che Renzi sia l’ultima (buona)
occasione per l’Italia di uscire dal pantano?
Se hai risposto di sì ad almeno una delle
precedenti domande la diagnosi è confermata. Ciò che stai per leggere potrebbe
svegliarti per cui prosegui solo se ti consideri pronto. Anzi, leggi lo stesso.
Alla fine del pezzo ti riaddormenterò di nuovo e non ricorderai più nulla.
Qualcuno ha detto che è meglio illudersi da ignoranti che disperarsi da
consapevoli, quindi, forse, dormire è la ricetta giusta.
Ecco un buon vademecum da portarsi in cabina elettorale.
L’Unione
Europea è una costruzione intrinsecamente anti democratica. Nessuno dei suoi
organi muniti di prerogative sovrane è elettivo. Non la Commissione europea che
ha il potere di iniziativa legislativa cioè di proporre le leggi che tu
subirai. Non il Consiglio Europeo che definisce orientamenti e priorità
generali della Ue. Non il Consiglio dell’Unione Europea che approva le leggi
che la Commissione fa e a cui tu obbedisci.
C’è il Parlamento, obietterai, da
europeista dormiente quale sei. Certo, ma non ha funzioni legislative e non ha
alcun reale potere a parte fungere da foglia di fico, ogni cinque anni, per far
credere ai cittadini di contare ancora qualcosa con la farsa delle elezioni.
Ma il lato
veramente liberticida di tutta la faccenda è la composizione della Commissione.
E’ l’organo più potente, fa le leggi, gestisce il bilancio, vigila
sull’applicazione del diritto comunitario, bacchetta gli stati membri se non
fanno i compiti per casa, può infliggergli sanzioni e le sue decisioni sono
vincolanti (en passant, rappresenta pure l’Europa nel mondo). Tu, europeista
addormentato nel bosco, oltre a non sapere che la Commissione non è elettiva (i tuoi leader si sono
sempre dimenticati di dirtelo) non sai neppure da quanti membri sia composta
questa nomenklatura. Ventotto.
Incredibile vero? Meno di trenta persone
non elette che fanno e disfano le sorti di trecento milioni di persone.
Non è finita. La Commissione si riunisce
una volta alla settimana, le sue riunioni non sono pubbliche e le sue decisioni
hanno carattere riservato.
I piccoli chimici che si son dilettati a
generare in provetta la Ue ne han fatte anche di peggio.
Tipo concepire un sistema che privava gli stati sovrani di una loro banca con cui fare
politiche sociali tramite la spesa pubblica e attribuirne le funzioni a una
banca centrale che non può rifornire di denaro gli stati. Geniale, non
trovi? E gli stati son diventati succubi dei mercati. Et voilà monsieur lo
spread!
Così facendo han violato una caterva di articoli di quella costituzione per la quale i tuoi nonni son morti in montagna. Dal
primo (per cui la sovranità appartiene al popolo) al trentottesimo (tutela dei
lavoratori) al quarantunesimo (per cui l’attività economica non può svolgersi
in contrasto con l’utilità sociale). Benvenuto nel futuro, dove vigono regole diametralmente opposte: competitività, flessibilità, mercati,
in primis, poi, se resta tempo e spazio, politica e democrazia.
Ora, lo so bene, caro elettore del P.I.M., che sembra una roba da regime, ma così da regime che se te l’avessero detto prima
e ad alta voce li avresti appesi a testa in giù da qualche parte.
E infatti lo è, solo che le tue guide te
l’han fatta sotto il naso mentre eri distratto a guardare la telenovela ‘Berlusconi contro Occhetto’ e i sequel ‘Berlusconi contro Rutelli’, ‘Berlusconi contro Veltroni’, ‘Berlusconi contro Bersani’.
Poi, quando l’opera al nero è stata
completata han rottamato tutti i
primattori e le comparse del tragicomico
ventennio che abbiamo alle spalle: destra e sinistra, il partito della
libertà e la classe dirigente del partito democratico, le province e il senato.
Ora che abbiamo trovato il cadavere (la
repubblica democratica e sovrana) non resta che chiedersi se qualcuno è stato
corrivo con l’assassino. Purtroppo, caro elettore del P.I.M., la risposta è
affermativa.
Avevi un pantheon di eroi che si chiamavano
De Gasperi e Togliatti, Dossetti e Nenni, Moro e Berlinguer? Bene, gli epigoni
dei tuoi miti di bambino, quell’accozzaglia di acronimi che la storia ha già
digerito ed evacuato (pds, ds, fi, ppi, ccd, udc, pdl, pd, ncd) sono stati il
cavallo di troia che ti ha portato in casa la Merkel, Barroso e Van Rompuy.
Quindi
significa che c’è un disegno? Certo che sì. La sinistra post comunista e
la destra post democristiana, sostenitrici accorate (e unificate) dell’ingresso
dell’Italia nell’Ue, sono state il grimaldello per consegnare il nostro paese a un futuro tecnocratico, ademocratico,
oligarchico (cioè il presente in cui viviamo).
Vuoi la pistola fumante? Vai a rileggere
il rapporto redatto nel 1975 da Michel
Crouzier, Samuel Huntington e Joi Watanuki per conto della Commissione Trilaterale dove, tra
l’altro, si scriveva:
«Il
funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di
apatia da parte di individui e gruppi. In passato ogni società democratica ha
avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non
partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato
anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene. (…)
Curare la democrazia con ancor più democrazia è come aggiungere benzina al
fuoco».
Adesso andiamo a citare alcuni dei padri
nobili de sinistra e de destra che preconizzarono il sol dell’avvenire da cui
ora ti ritrovi ustionato. Jean Claude
Juncker (ex presidente dell’Eurogruppo), il 21 dicembre 1999, a Der Spiegel, sul modus operandi della Commissione Europea:
«Prendiamo
una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere cosa
succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della
gente non capisce niente di cosa é stato deciso, andiamo avanti passo dopo
passo fino al punto di non ritorno».
Romano
Prodi,
il 4 dicembre 2001, al Financial Times:
«Sono
sicuro che l’euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di
politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile, ma un bel
giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti».
Jacques
Attali
(uno dei padri fondatori dell’Unione Europea e dei trattati europei), il 24
gennaio 2011, all’università partecipativa:
«Abbiamo
minuziosamente “dimenticato” di includere l’articolo per uscire da Maastricht.
In primo luogo, tutti coloro, e io ho il privilegio di averne fatto parte, che
hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del trattato di Maastricht,
hanno… o meglio ci siamo incoraggiati a fare in modo che uscirne sia
impossibile. Abbiamo attentamente “dimenticato” di scrivere l’articolo che
permetta di uscirne. Non è stato molto democratico, naturalmente, ma è stata
un’ottima garanzia per rendere le cose più difficili, per costringerci ad
andare avanti».
Helmuth
Kohl,
il 9 aprile 2013, al Telegraph
sull’ingresso nell’euro da parte della Germania:
«Sapevo
che non avrei mai potuto vincere un referendum in Germania. Avremmo perso il
referendum sull’introduzione dell’euro. Questo è abbastanza chiaro. Avrei perso
sette a tre. Nel caso dell’euro, sono stato come un dittatore».
Ecco, caro elettore del Partito Ipnocratico
di Massa, chi sono i paladini cui darai, tra poco, il tuo voto.
Ora che lo sai, rilassati, inspira, espira,
inspira, espira, inspira, espira.
Tutto ciò che hai letto è solo un brutto
sogno.
Conta da ventuno a zero, piano piano. Ninna
nanna ninna oh, questo Mostro a chi lo do? Leggi i manifesti del Pd, ascolta un
sermone di Renzi, sparati un monito di Napolitano. Fatto. Ora puoi tornare a
dormire.
Francesco Carraro www.avvocatocarraro.it
19 febbraio 2014
Elezioni sarde, l'uomo senza collo e la voragine
di Pino Cabras.
A prima vista, il risultato delle elezioni regionali in Sardegna è leggibile innanzitutto come una sconfitta pesante del presidente uscente Cappellacci, poi come una vittoria del composito fronte del centrosinistra del neopresidente renziano Pigliaru, e infine come un risultato deludente per l'outsider Michela Murgia (sebbene per lei sia un risultato notevole dati i tempi brevi in cui è stato costruito). Ma se guardiamo le cose con sguardo più profondo scopriamo altri dettagli che possono far capire meglio il risultato.
Ho partecipato a questa battaglia elettorale candidandomi anche io nelle liste di Michela Murgia. Ho fatto leva su un impegno macroscopico e un budget microscopico. Ho strappato ad altre centinaia e centinaia di agguerriti candidati del collegio elettorale di Cagliari e provincia le preferenze di 208 anime. Sono proprio pochine, lo so, e non sono certo bastate, ma la cosa bella è che con diverse persone ho iniziato nuovi rapporti di collaborazione politica – e perfino promettenti amicizie - che non avrei mai scoperto senza l'esplorazione di talenti che si può concentrare in una campagna elettorale.
La corsa alle urne può essere affrontata in molti modi, io l'ho vissuta come un viaggio in cui si riscoprono i vecchi amici, si conoscono nuovi amici, e in cui ci si trova a sfidare gli istinti difensivi dei nemici.
In tutto il mese di campagna elettorale incontro le persone così, con contatti diretti e ravvicinati, uno per uno. Preferisco questo metodo a un generico volantinaggio. Distribuisco santini e volantini al mercato una sola volta, un sabato mattina, nella popolarissima via Quirra, a Cagliari. Mi aiutano compagni e amici di Alternativa. Sono davvero pochi i clienti del mercato che si lasciano avvicinare. Vediamo facce scavate dall'indigenza, le espressioni che riassumono anni di crisi e di abbandono in un corruccio. Le nostre frasi sul futuro si spengono di fronte all'evidenza delle loro solitudini, della vecchiaia precoce, della povertà non più nascosta pudicamente.
«Siete tutti ladri», ci dice più d'uno, mettendoci nello stesso sacco di chi vogliamo combattere. Hai voglia a spiegare le nuove liste, il nuovo progetto, l'onestà. Come il settanta per cento dei cittadini della Repubblica italiana, anche loro apprendono le notizie solo dalla televisione, e a queste proporzioni sembra ormai voler tendere la fuga degli elettori dalle urne. Non avevo avuto modo di incontrarli davvero per anni. Perciò non vogliono incontrarmi. Tutto qui.
Accanto a noi sgomitano anche i sostenitori di altri candidati di ogni schieramento, che ricevono i medesimi rifiuti. Solo uno sembra non agitarsi, e anzi la gente gli si avvicina. Alcuni lo insultano per qualche promessa mancata, ma ha la faccia di quelli che quando piove passano in mezzo alle gocce. Altri lo trattano con deferenza. Sembra non avere il collo, una testa incassata in un corpo da traffichino, un mezzo sorriso che nasconde imperturbabilità. Decido di sapere chi sia, e chiedo. Scuotono la testa increduli: «Come, non lo conosci?». Mi spiegano che è un consigliere comunale, che nel quartiere ha un pacchetto di 1300 voti e li spende in ogni elezione, per sé e per qualcuno più potente di lui, di destra o di sinistra, in un gioco di do ut des che mobilita non poche risorse. Di bocca in bocca passa la storia delle case popolari di una via lì vicina, alle quali, per ragioni sanitarie, l'uomo senza collo ha fatto cambiare i bagni in tutti gli appartamenti, ricevendone eterna gratitudine dagli abitanti e magnificandone la sua leggenda. Nel quartiere, sotto elezioni, alle vecchine con la pensione minima i galoppini pagano le bollette della luce, regalano casse di verdura, portano generi di conforto, e ai loro figli e nipoti disoccupati offrono lavoretti che durano qualche giorno. Lui sta lì per questo, al mercato. Io non so in quale piega del sottogoverno riuscirei mai a trovare la norma per blandire i clientes rifacendo la loro toilette. Lui lo sa, tutti sanno che lo sa.
Sardegna Possibile ha proposte bellissime per la riqualificazione urbana, e molti le hanno capite, ma non arrivano certo né ai 1300 clienti di quel consigliere comunale, né a quelli – molti di più - che non riesce ad accontentare e perciò lo disprezzano, associando al disprezzo tutto quello che puzza di politica. Mi avvicina un quarantenne che sbarca il lunario al mercato, con l'aria sveglia di chi sa trattare piccolissimi affari, ma parla con una rabbia secca, perché “i politici” li tratta con spregio: «se mi dai cinquanta euro porto i tuoi santini in tutte le case del quartiere dove la gente apre la porta solo se si fida». Gli dico che non ce li ho, e va via senza perdere altro tempo.
I colori della crisi si distribuiscono in migliaia di modi diversi nel mosaico dei quartieri, dei paesi e delle campagne, ma ovunque trovi sempre più gente che non vede più alcuna speranza che abbia il colore del gioco politico esistente. È una voragine sempre più vasta di non rappresentati, che riduce velocemente la porzione dell'elettorato che decide tutto, ormai una minoranza.
Chi vince vince, chi perde perde, e a chi è dentro quel gioco questo basta, fino a pronunciare dichiarazioni trionfalistiche. Eppure i dati sono evidenti: Forza Italia ha dimezzato l'elettorato, il PD ha perso un quarto degli elettori, le coalizioni dominanti hanno smarrito una marea di voti. Vince chi arretra di meno, un sorpasso all'incontrario, con una retromarcia turbo. La coalizione di Francesco Pigliaru, che per effetto della legge elettorale ha preso il 60 per cento dei seggi, li ottiene per essere arrivata prima con il 40 per cento dei voti espressi, che però corrispondono a meno del 25 per cento degli elettori complessivi. La democrazia non era nata in queste condizioni, non è mai stata come oggi. Chi non si allarma è un bieco irresponsabile. Voci autorevoli si levano per ammonire: questa è una vittoria fra le macerie.
Michela Murgia era consapevole di questa crisi e ha investito su una grande innovazione politica, la coalizione di Sardegna Possibile, che non voleva puntellare quel sistema (di suo già pronto a vincere fra le macerie), mentre voleva parlare alla “voragine” dei non rappresentati. Molti osservatori preconizzavano che con il nuovo sistema elettorale blindato che vige in Sardegna, elaborato da PD e Forza Italia, la terza forza sarebbe stata inevitabilmente ridimensionata, perché avrebbe funzionato l'eterno richiamo del “voto utile”: “non vorrete mica far vincere il governatore uscente e tenervelo per cinque anni? Votate noi, l'usato sicuro, anche se le ruote sono lisce, manca il parabrezza, facciamo fumo, ma sempre meglio di quel rottame di Ugo Merda”. Il richiamo ha funzionato su quella parte ancora sana dell'elettorato di centrosinistra, che però sente ormai la puzza inconfondibile dell'ennesima fregatura, essendo subito riprese le furibonde convulsioni di potere interne ai loro partiti, già il giorno dopo le elezioni. In questo quadro assurdo, un micro-partito della coalizione vincente, che ha preso lo 0,83% dei voti, ha eletto un consigliere.
Sardegna Possibile invece ha preso oltre il 10 per cento dei voti, strappandoli all'astensionismo, ma non ottiene nemmeno un consigliere. Siamo fuori dal consiglio regionale. La scommessa di conquistare la “voragine” al momento non è vinta, ma senza le nostre liste l'astensionismo avrebbe raggiunto livelli sconvolgenti. Rimane il compito immane di fare una ricognizione profonda e duratura di un'enorme terra di nessuno, che non vota più, ma potrebbe farlo, riconquistando la democrazia e rompendo la gabbia micidiale del bipolarismo. Non è questione solo sarda. Renzi e Berlusconi naturalmente vogliono impedirlo, prolungando le rendite di posizione del sistema “castale” al prezzo della distruzione dei partiti. A loro basta che si voti per il rito della democrazia, anche se a votare si rimane in pochi.
Ambire ad altro è anche una questione di sopravvivenza della democrazia.
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14 febbraio 2014
Renzi il mentitore
di Pino Cabras.
Matteo
Renzi è un mentitore pericoloso. Ha illuso milioni di elettori con
la narrazione del Rottamatore, ma ha rottamato solo chi gli si
opponeva, imbarcando ogni genere di boss e sotto-boss nella sua
scalata (ai suoi comizi li trovi in prima fila).
Ha
dichiarato solennemente di non voler andare a Palazzo Chigi senza
legittimazione popolare, e intanto disegna ogni possibile scenario –
incluso Palazzo Chigi - con un parlamento eletto con una legge
incostituzionale, che Renzi vuole peraltro peggiorare con l'aiuto del
Caimandrillo (con il quale – altra bugia per prendere i voti –
diceva che non si potevano mai fare accordi).
Ogni
linea di fiducia da lui ricevuta viene piegata verso il suo
contrario.
Certo,
Renzi ha un disegno. Ma questo disegno non è nelle mani di alcuno
che gli abbia dato fiducia dal basso. È nelle mani dei veri potenti
che detengono le cambiali politiche che Renzi ha firmato durante la
fase ascendente della sua parabola.
In
Sardegna qualche giorno fa il segretario del PD ha chiesto di dargli
credito anche qui, candidando un renziano della prima ora come
presidente della Regione. Dove finirebbe questo voto? Dove mai andrà
il “voto utile” in mano a Renzi? In quale manovra di palazzo, in
quale strategia dell'alta finanza verrebbe bruciato? In quale
menzogna da Piano di rinascita democratica? Ogni complicità con il
nuovo Sovversore dall'alto diventa intollerabile ogni minuto di più.
In tanti saranno costretti ad aprire gli occhi, e a comprendere la
differenza fra militanti e militonti. Ma hanno riflessi troppo lenti.
La riscossa – a trent'anni dalla morte di Enrico Berlinguer -
passerà da altre parti.
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