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9 ottobre 2017

La censura avanza: YouTube tappa la bocca ad Antonio Rinaldi. E' gravissimo!

di Marcello Foa.

Qualcuno nei giorni scorsi ha accolto con incredulità la notizia del disegno di legge voluto dal piccolo Grande Fratello Paolo Gentiloni per imporre la sorveglianza di massa sul web – da oggi lo Stato italiano monitorerà per 6 anni tutta la vostra attività sul web, incluse le chat! – e la censura, impedendo ai singoli utenti di accedere a siti scomodi (leggi qui e qui). Il pretesto è quello della violazione del copyright, che in internet significa poter censurare praticamente qualunque sito. Basterà che appaia una foto scaricata dai motori di ricerca e non autorizzata per venire “bannati”.
Lo ripeto da settimane: il disegno, a livello internazionale, è di mettere a tacere le voci davvero libere e, soprattutto, quelle che promuovono idee contrarie al mainstream. Ad esempio quelle di chi si oppone all’euro.
L’opera di normalizzazione avanza rapidamente. In Francia nei giorni scorsi hanno chiuso il blog di un economista del calibro di Jacques Sapir, colpevole di essere troppo eretico, di smontare da tempo i falsi miti della moneta unica e di non essere allineato all’establishment, men che meno al piccolo Napoleone Emmanuel Macron.
Ora vengo a scoprire che You Tube ha chiuso il canale video di Scenarieconomici.it , il sito di Antonio Rinaldi, un altro esponente del fronte no euro. La colpa? Misteriosa. Nella notifica ricevuta da Rinaldi si parla di “ripetute e gravi violazioni delle regole della community” ma non si precisa quali. Come un vero Grande Fratello, YouTube decide di censurare un canale, vestendo al contempo i panni dell’inquisitore e del giudice. Già perché a vagliare il ricorso presentato da Rinaldi è stata la stessa YouTube, respingendolo ovviamente.
Io non posso che esprimere la mia totale, indignata solidarietà ad Antonio Rinaldi, rilevando con rabbia il silenzio dei giornalisti, che non hanno scritto nulla sul disegno di legge Gentiloni e nemmeno sulla censura a Rinaldi. In un caso e nell’altro, siamo stati Claudio Messora (qui l’intervista di Byoblu a Rinaldi) ed io a urlare la nostra indignazione. In perfetta solitudine mediatica.
I miei due post contro il gravissimo disegno di legge del finto buonista Gentiloni sono stati letti in poche ore da oltre 100 mila persone. Numeri impressionanti per un blog. Incoraggianti. Ma quel che sta avvenendo è gravissimo. Chi sarà il prossimo a venire censurato?
La battaglia di Antonio Rinaldi, di Alberto Bagnai, di Claudio Messora, di Enrica Perrucchietti, di Pino Cabras,  degli anticonformisti de Gli Occhi della Guerra,  mia e di altri pensatori liberidi qualunque orientamento politico, continuerà; cambiando piattaforme e canali all’occorrenza.
Ma mai come ora abbiamo bisogno di voi. Unite le vostre voci al nostro dissenso!  Dimostrate che siamo tanti, tantissimi e che non vi lascerete intimidire!
Difendete, come noi e con noi, la libertà e la democrazia!
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4 ottobre 2017

Gentiloni sta per imporre la censura sul web. Va fermato!

di Marcello Foa.

Il Fatto Quotidiano ne ha scritto con notevole chiarezza a firma di Fulvio Sarzana. E merita di essere ripreso e rilanciato. Anzi, urlato. Da mesi diversi opinionisti, tra cui il sottoscritto, denunciano la tendenza da parte dei governi a imporre la censura sul web. Ebbene, zitto, zitto, colui che si presenta come un rassicurante moderato, e che ha l’aspetto di un cagnolone innocuo, sta facendo approvare una delle leggi più liberticide della storia politica italiana.
Sì, avete capito a chi mi riferisco: al premier Paolo Gentiloni, che ha scelto la forma del disegno di legge per far approvare un provvedimento senza un appropriato dibattito parlamentare e senza possibilità di introdurre modifiche, perché quel testo, come spiega il Fatto, andrà votato a scatola chiusa.
La scusa? Ma sì la conoscete già, è un grande classico: ce lo chiede l’Europa! Ma con uno zelo che non ha precedenti nell’Unione Europea.
E cosa prevede? Primo: i dati internet e telefonici potranno essere conservati per 6 anni, ben oltre le attuali consuetudini internazionali.
Ma spaventoso è soprattutto il secondo punto: l’Agcom, ovvero l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni,  avrà il potere di intervenire sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani, allo scopo – in via cautelare si intende, come dubitarne –  di impedire l’accesso agli stessi cittadini a contenuti presenti sul web.
Che cosa questo significhi lo spiega benissimo Sarzana con queste parole:

“da oggi con un regolamento dell’Agcom, in Italia si sperimenta la notice and stay down e le piattaforme dovranno rimuovere i contenuti illeciti e impedirne la riproposizione”.
Ora, poiché il web è composto di milioni di informazioni che cambiano in nanosecondi e la maggior parte di questi dati sono all’estero, non c’è modo di conoscere in anticipo la riproposizione dei contenuti che la norma vorrebbe censurare, se non con una tecnica di intercettazione di massa denominata Deep packet inspection. L’unico modo, insomma, di fare ciò che il governo sta per fare approvare, è di ordinare ai provider italiani di “seguire” i cittadini su internet per vedere dove vanno, al fine poi di realizzare questo “impedimento” alla riproposizione, attraverso un meccanismo di analisi e raccolta di tutte le comunicazioni elettroniche dei cittadini che intendano recarsi su siti “dubbi”.

Questo, naturalmente senza alcun controllo preventivo da parte di un magistrato.
Dunque: l’Agcom potrà seguire e memorizzare quel che voi fate. E, ad esempio, se giudicherà inopportuni i contenuti di questo blog vi impedirà di leggerlo. Vi schederanno e vi censureranno
Capito? Solo un regime dittatoriale, forse, potrebbe pensare a norme come queste. Ma in una democrazia mai. Eppure a proporle è proprio il premier di un partito che si definisce “democratico”: il PD del finto innocuo Gentiloni.
Io dico: bisogna impedirlo! C’è qualcuno in Parlamento disposto a far propria questa battaglia e far di tutto per impedire quello che è un inaccettabile  tentativo di limitare la libertà d’opinione?
Salvini, ci sei? E Grillo? E Berlusconi? Accetterete tutto passivamente? Ditemi di no, vi prego. Manifestatevi! Fatelo per la libertà dei vostri concittadini. E di voi stessi.

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28 aprile 2017

Fake News: alcuni consigli a Boldrini e i suoi futuri balilla digitali


di Glauco Benigni *


Il 26 aprile a Montecitorio il Presidente della Camera dei Deputati, on. Laura Boldrini, ha convocato quattro tavoli di lavoro sulle cosiddette fake news.  Dispiace, ma  viene subito in mente la citazione orwelliana sul Ministero della Verità che «ha il compito di produrre tutto ciò che ha a che fare con l'informazione: propaganda di partito, editoria, programmi radiotelevisivi, ma anche la letteratura. Oltre che di realizzarlo, questo ente si occupa di rettificarlo ...»
Fortunatamente la scena non è proprio così drammatica.
L'operazione si colloca infatti all'interno della Campagna "Basta Bufale". Nel sito si definiscono bufale: «quelle a scopo commerciale e di propaganda politica e il giornalismo acchiappaclick» più altri esempi quali «il caso dei vaccini pediatrici, le terapie mediche improvvisate, le truffe online.»
«È necessario mobilitarsi» - si legge ancora - «fare qualcosa per contrastare la disinformazione ... tutelare la libertà nel web» (magari! ndr) ... «a chi vi opera chiediamo uno sforzo aggiuntivo.»
Ma nel Web operano forze diversamente schierate sul fronte Vero/Falso. A chi è rivolto l'appello? Vediamo.
L'appello è rivolto a Scuola e Università per insegnare a usare gli strumenti digitali e distinguere tra fonti affidabili o meno. Affidabili secondo chi ?
Poi è rivolto a giornalisti e operatori dell'informazione affinché si aumenti il fact checking e il debunking e si dotino di un garante della qualità.  Evidentemente chi ha scritto l'appello non ha chiaro che i Media Mainstream prendono ormai ordini dagli inserzionisti pubblicitari, non possono più permettersi una alta etica e sono troppo indaffarati a fare titoli acchiappaclick visto che in edicola vendono sempre meno.
Poi è rivolto alle Aziende. Quali? Alle PMI italiane? Non credo. Al cartello delle multinazionali che delocalizzano per pagare 0,50 centesimi all'ora gli operai? A quelle che usano i minorenni? A quelle che evadono le tasse ? ... Affinchè con la pubblicità non finanzino siti che creano e diffondono fake news. Ma se sono proprio le aziende che per prime, quasi tutte, diffondono fake news sui loro Prodotti?
Infine è rivolto ai Social network. Definizione ambigua che non chiarisce. Agli Utenti o alle Piattaforme degli Over the Top ? Affinché assumano responsabilità di media company e contrastino le fake news e i discorsi di odio. Ecco, finalmente qui saremmo d'accordo. Molta parte della mia generazione era per il peace and love , ma sono stati poi alcuni illustri Capi di Stato e di Governo quelli che non hanno denuclearizzato, che hanno aumentato in continuazione le spese della cosiddetta Difesa e che di quando in quando hanno mandato, anche solo per provarli, gli ultimi modelli di bombardieri a sganciare (per sbaglio) sui civili indifesi. Se va avanti così sarà difficile interrompere la catena dell'odio solo con una Campagna contro le fake news.
E infine l'appello si rivolge - come se fosse un prodotto di largo consumo - ai testimonial del mondo della Cultura, Sport e Spettacolo e chiede loro letteralmente di "spendersi" per la causa, ottenendo l'adesione gioiosa di un cast ideale per il nuovo cinepanettone del 2017, ma un po' esile per testimoniare competenza riguardo ad una questione così spinosa.
Oltre ai testimonial la Campagna esibisce 4 primi firmatari: sono Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli, David Puente e Walter Quattrocchi, i quali si accreditano presso l'opinione pubblica quali "Cacciatori di bufale". No comment!  Andate a guardare i loro C.V. e le loro gesta in Internet e fatevi un'idea di tale alta rappresentanza e guida verso il Futuro. C’è chi si è chiesto, portando esempi concreti: è a loro che dovremmo affidare le chiavi dell’informazione su Internet?

A questo punto bisogna dare un'occhiata anche alle sintesi video apparse sul blog di Attivissimo. E qui c'è da notare una serie di questioni.

1) Non viene esplicitamente attaccata l'informazione antagonista nel web  fondata sulle fonti rinvenibili e sull'autorevolezza dei tanti opinionisti non conformisti. Meno male! 
2) Ovviamente c'è un "siluro"contro alcune interpretazioni del "terrorismo", però gli argomenti rilevanti quali: Russia, Siria, Europa, Banche, Finanza, Global Power Elites in genere, non vengono menzionati (almeno nelle sintesi). Ciò fa ritenere che la Campagna abbia obiettivi soprattutto interni e non si ponga invece (da una parte è meglio) la questione dell'arbitraggio Vero/Falso sui grandi temi strategici.   
3) Tra gli intervenuti alcuni restano "dialoganti", ancorché a distanza, con il web, in quanto si ritengono "giornalisti". Anche qui meno male. 
4) Grottesca invece, veramente ai limiti del buon gusto, l'affermazione di una signora targata Sky, secondo la quale la sua Company - di proprietà del maggior inventore di fake news del secolo e grande elettore del Presidente Trump, ovvero Mr. Murdoch -  sarebbe in grado di intervenire a far chiarezza. Ciò è da considerare altamente pericoloso, perché Sky è uno snodo di relazioni potenti e internazionali che potrebbero avere piani ben diversi e più crudeli di quelli della nostra amata Presidente della Camera.
5) Striscianti e anche pericolose, a mio avviso, sono le menzioni ricorrenti all'alleanza con gli Over the Top, dai quali, sebbene volendo affrontare la stessa battaglia contro le fake news, perfino la Cancelliera Merkel prende le distanze e anzi attribuisce loro, giustamente, pesanti responsabilità. Ambigue e decisamente ingenue appaiono le menzioni all'uso degli algoritmi che rimandano alla allegra dittatura digitale . 
Mentre si ventila di multe e sanzioni agli utenti (moltissimi disoccupati), spavaldamente si ipotizza anche di "liberalizzare il mercato degli algoritmi lasciando che le Verità si facciano concorrenza tra loro." Ancora liberalizzazioni, concorrenza, evocazioni di scenari imposti dalla Global Power Elite alle popolazioni nate e cresciute con l'IRI e il salario garantito.
6) Preoccupante è l'ipotesi della formazione di un centinaio di "balilla digitali" da allevare e tramutare in fact checkers .

Io comunque sono contento che ci si ponga la questione del cosa e perché affrontarlo. Spero che ci si accorga, grazie ad un dibattito aperto e allargato su  scala internazionale, che "la piaga fake news" non è curabile con pie dichiarazioni di buone intenzioni.
Il fenomeno è epocale come ben sanno e affermano gli analisti più consapevoli.
Se casca l'Impero Occidentale, e sta lentamente cascando; se bisogna confrontarsi con una visione non più NATO-centrica; se il Pensiero Unico e i valori monoteistici si stanno desertificando; se le Democrazie nate nel dopo Bretton Woods agonizzano insieme alle loro grandi istituzioni (Fondo Monetario, World Bank , World Trade Organisation); se l'ONU soccombe sotto gli attacchi del G20; se il baricentro dello sviluppo si sposta verso l'Asia; se i cittadini della maggiore potenza mondiale sono stati chiamati a scegliere tra i 2 peggiori candidati alla Casa Bianca della storia ; se ogni maggioranza si ottiene per il rotto della cuffia 51/49 e le nazioni si spaccano a metà... è ovvio che casca tutto il castello di carta dei valori occidentali. E' ovvio che ciò che era Vero si impasta e si confonde con il suo opposto e si ricolloca nell'indeterminazione.
Ma queste considerazioni i Quattro Cacciatori di bufale non le fanno mai?   Strano .
Veniamo al Quando si dovrebbe risolvere la questione fake news . Non c'è un "quando". Ogni pensatore onesto sa che bisognerà gestire un progress continuo.
E approdiamo al chi e al come. Qui sono in totale disaccordo alla luce di quanto espresso prima. Chi decide se è Vero o Falso non può essere il "public editor" di La Stampa, né "il tavolo di controllo " di Repubblica, nè l'hashtag "#laveritàconta" dell'Agenzia Italia. «Immaginare un sistema di regole condivise sulla Verità», come semplicisticamente afferma uno dei 4 cacciatori di bufale, è un'affermazione che non fa nemmeno più un parroco di provincia. È un'affermazione da integralisti; è il sogno infantile di un miope che ha perduto gli occhiali e non vede il mondo in cui i mercanti antepongono i propri interessi a quelli della collettività spacciandoli per innovazione, non vede il mondo in cui la Giustizia (quando c'è n'è qualche brandello) è lenta e parziale.
La Campagna è tutta fondata su concetti astratti che nella Storia non sono mai approdati a definizioni stabili e condivise. Siamo di nuovo alla caccia alle Streghe senza accorgersi che le Streghe dettano le Agende dei Masters of War e della Finanza Speculativa.

I sostenitori della Campagna si fanno forti di uno schieramento istituzionale che quasi minacciosamente chiama a raccolta ogni sigla del Potere Italiano, ma si invocano soluzioni rigide e frettolose che sono di fatto non conformi alla Costituzione. Quella stessa Costituzione che invece gli italiani hanno affermato di voler mantenere .
Si invoca la Scienza quale Arbitro Supremo ma non si capisce a quali fonti scientifiche ci si riferisca. La stessa Stanford University, tempio di Grandi Sacerdoti Digitali (e non solo) ha ammesso candidamente che gli utenti, in particolare i Millennial nativi digitali non distinguono più tra notizie vere e false e accordano il consenso a quelle con il packaging grafico che li convince o li seduce di più. Può sembrare "sconfortante" ma ... è così.
La campagna vuol far ricorso agli strumenti della Scienza. Ma quale Scienza? Quella parte che vuole applicare i principi del mondo newtoniano a concetti immateriali quali Libertà, Verità, Affidabilità?
Se solo si facesse riferimento a quella parte della Scienza che ha accettato Heisenberg dovremmo insegnare il concetto di indeterminazione ai futuri "balilla delle fake news" . Qualsiasi Sociologo, che non sia di regime,  sa benissimo che "l'Osservatore modifica la realtà osservata", lo insegnano in Metodologia della Ricerca Sociale. Figuriamoci quante mutazioni avvengono nel palleggio che i Media fanno (hanno sempre fatto) a loro piacimento nella narrazione dei fatti e figuriamoci quante mutazioni del Vero originale sono autorizzate dalla facoltà di condivisione e riproduzione notizie praticata nel web.
Si giungerà a dare una Patente a chi vuole accedere al Web e a ritirargliela se commette infrazioni? Speriamo che questa aberrante idea non ispiri i Quattro Cacciatori di Bufale e i loro futuri balilla. 
On. Presidente Boldrini, onestamente : la sua preoccupazione e la sua volontà di mettere ordine sono comprensibili, però nomini un Comitato di Esperti più adeguato alla contemporaneità e un addetto stampa che li sostenga quando rilasciano opinioni e interviste che poi finiscono nel web. Consulti e convochi anche i rappresentanti dell'opposizione democratica in rete. Probabilmente la battaglia contro le fake news assumerà contorni più realistici.                 



* Glauco Benigni, giornalista, è presidente della Web Activists Community.

2 marzo 2017

Il potere fabbrica le vere fake news

PANDORA TV  -  Pino Cabras


Negli ultimi anni i media tradizionali hanno vissuto una doppia crisi: una crisi di identità e una crisi di credibilità
I grandi quotidiani perdono ogni anno quantità pazzesche di lettori, e intanto milioni di persone si comportano in modo contrario rispetto a ciò che vorrebbero i grandi media.



17 febbraio 2017

DDL Gambaro: arriva la Censura Online

di Marco Bordoni.

Se foste stati eletti nelle liste di un movimento nato e cresciuto online, se poi fossero successi incidenti, vi avessero espulsi e aveste occupato la legislatura in un lungo pellegrinaggio fra i più cangianti gruppi parlamentari (Misto, Gruppo Azione Partecipazione Popolare, Italia Lavori in Corso…) per poi approdare alla corte di Denis Verdini (sì, il gruppo di Ascari inviati da Berlusconi in missione dall’altra parte dell’emiciclo per tenere in vita i vari governi del PD)…
Se aveste votato la fiducia a qualsiasi ipotesi di governo avesse il coraggio di presentarsi alle camere, e se nonostante questo, a legislatura ormai agli sgoccioli, vi trovaste senza una reale possibilità di essere ricandidati, cosa fareste?
Mettereste la faccia su un disegno di legge che abolisce la libertà di espressione imponendo la censura sui nuovi media? La risposta dipende evidentemente da molti fattori, fra cui il vostro appetito, il vostro amor proprio, ed ovviamente la qualità della vostra faccia. La senatrice Gambaro, per fare un esempio, ha questa faccia qui:

Sono simpatica e innocua: salvo per il fatto che vi tolgo il diritto di espressione

Prendiamola alla larga. Con sentenza n. 54.946/16 la Corte di Cassazione ha stabilito che risponde penalmente il gestore del sito internet che consente la pubblicazione di un commento dal contenuto diffamatorio nei confronti di terzi. Diciamo questo per sgombrare ogni dubbio: gli strumenti legali per difendere i diritti fondamentali delle persone esistono già, e sono tranquillamente applicati dall’ordinamento. Ma qui non si sta parlando, evidentemente, di questo.
Quello uscito dal cilindro ieri è un disegno di legge (che vi invitiamo a consultare tenendo un sacchetto assorbente, di quelli che si trovano in areo infilati nel sedile davanti, sotto mano, cliccando qui) la cui unica finalità è quella di ammazzare ogni critica e di consolidare un nuovo autoritarismo.
Riassunto degli ultimi 30 anni per i distratti: fine dell’URSS, offensiva del capitale sul lavoro, tradimento dei chierici della sinistra parlamentare ed extraparlamentare convertitasi al dogma Liberismo & NATO & Unione Europea & Euro, esplosione del debito pubblico, esplosione del debito privato, disintegrazione della compagine sociale, vi facciamo paura “arriva Putin!” ma dopo un anno non se la beve più nessuno. Ci siete? Avete vissuto nello stesso mondo in cui ho vissuto io? OK, andiamo avanti.
Oggi siamo al punto in cui se tanto tanto il cittadino capisce quello che è successo (e lo può fare solo online, visto che i media mainstream sono una versione glamour del Volkischer Beobachter), si organizza e vota anche Attila pur di punire i responsabili del disastro. Contromisura: impedirgli di votare (vari papocchi elettorali con premi, sbarramenti e magheggi assortiti) impedirgli di informarsi (un saluto alla senatrice Adele) e, quando poi ci saranno le sommosse (perché ci saranno, anche se noi non ce le auguriamo*) esercito europeo. In due parole: regime e repressione. Tutto chiaro? Speriamo di si.
E’ il momento di entrare nel merito. Siamo di fronte ad una proposta di legge che entrerà in vigore fra tre mesi, fra un anno o mai a seconda del grado di priorità che le verrà assegnato dal governo, che non si è ancora espresso sul punto. Visto che questo testo è un mostro giuridico da competizione mondiale, possiamo contare sul fatto che nel corso dei lavori parlamentari cercheranno di pettinarlo, di fargli indossare un frac, e di presentarlo come un affabile gentiluomo. Nella sostanza, però, repressione era e repressione rimarrà.
Sarà importante la reazione che la cittadinanza riuscirà a dispiegare alla notizia e che verrà certamente misurata dai reali promotori (per trovare i quali bisogna partire dalla Senatrice Adele -acqua- salire alla Presidente Boldrini -acqua- e poi al Parlamento Europeo -fuochino- al Partito Democratico USA -fuoco- all’establishment che gestisce il mainstream -fuochissimo-). Se sarà fiacca prenderanno coraggio, se sarà veemente rimetteranno con gesto elegante il topo morto nella tasca da cui è uscito (quella della Senatrice) e diranno che scherzavano.
L’impianto del progetto di legge si basa sostanzialmente su tre articoli:
Art. 1: € 5.000 di multa per chi pubblica “attraverso piattaforme informatiche” (quindi non organi di stampa ufficiali: la chiameremo clausola salva Goracci) notizie “false, esagerate, tendenziose, che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi”. Capito? L'”esagerazione” e la “tendenziosità” diventano reati. Sull'”antipatia” stiamo lavorando… ah già. Sull’antipatia non si può o finisce dentro tutta la maggioranza parlamentare.
Art. 2: € 5.000 di multa e minimo 12 mesi di reclusione  anche per “chiunque… svolga una attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche”. Montepremi raddoppiato (€ 10.000 e due anni di reclusione) per le campagne volte a “minare il processo democratico, anche a fini politici” (chi sa quali altri fini ci dovrebbero essere per minare il processo democratico… fare colpo sulla fidanzata?).
Art. 4: obbligo di comunicazione al Tribunale e di pubblicità della identità del responsabile del sito, ovvero il soggetto poi destinatario delle attenzioni di cui agli art. 1 e 2 (senza esclusione della responsabilità di eventuali autori terzi).
In sostanza: se passa questa roba, la controinformazione è finita, morta, kaputt.
E’ sempre divertente vedere dispiegarsi nella pratica il paradosso filosofico a monte di tutto il progetto europeo (ne abbiamo parlato qui): quello di una struttura che pone il rifiuto di qualsiasi verità trascendente come pietra fondante della propria architettura che poi si arrabatta per affermarsi come  unica detentrice della verità e quindi reprimere tutto ciò che le si oppone. In questo caso ecco i “democratici” alla presa con la creazione di reati orwelliani intesi a punire “opinioni che se pur legittime rischiano di apparire più come fatti che come idee” (relazione introduttiva), “informazioni atte a fuorviare l’opinione pubblica”“campagne d’odio e miranti a minare il processo democratico anche a fini politici”. Non ci vuol certo un consigliere di Cassazione per capire che si tratta di una pietanza avvelenata, cucinata per ammazzare la libertà di opinione assieme la principio di legalità [spiegone tecnico: il nostro sistema si basa(va) sul principio di legalità, a sua volta articolato nell’obbligo di tassatività e determinatezza della norma penale. La determinatezza concorre a chiudere l’insieme dei reati, impedendo al Giudice di crearne di nuovi in via interpretativa. La tassatività vieta al Giudice di ricorrere a strumenti che consentono l’applicazione delle norme penali al di fuori delle fattispecie astratte descritte dalle stesse, ossia il divieto di analogia. Fine della tassatività e della determinatezza, fine della legalità, fine della democrazia].
Ora abbiamo due problemi. 
Primo: vi immaginate il trattamento che riceverebbe sulla nostra stampa un parlamentare, diciamo Turco o Russo, che presentasse una proposta di legge del genere? Fine del mondo. Quindi in linea torica dovremmo aspettarci una levata di scudi proprio dagli operatori “ufficiali” dell’informazione, le vestali della democrazia. Questa levata però non ci sarà. Perché questa norma fa l’occhiolino in modo osceno ai giornalisti della stampa tradizionale, garantendogli una sorta di esclusiva ai remi della galera informativa a cui sono stati condannati. Da loro non possiamo attenderci alcun sostegno. Con le solite eccezioni che si contano sulle dita di una mano e che confermano la regola, gli sventurati risponderanno.
Secondo problema: se non facciamo molto rumore adesso il regime fa un passo avanti determinante nella sua affermazione. Se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa storia è che l’informazione online è potente e fa paura. Utilizziamo questo potere: condividiamo questa informazione ed il nostro sdegno con tutti i mezzi in nostro possesso. Facciamogli capire che il prezzo in credibilità da pagare per toglierci il diritto al dissenso è troppo alto per le loro tasche, già da anni vuote, visto che questa moneta se la sono giocata tutta sulla roulette di Bruxelles. Condividiamo, commentiamo, dibattiamo in pubblico, in privato ed anche online. Oggi la lotta per la libertà si fa anche così. Ce lo stanno dicendo loro.
****
*specificazione ad usum del censore prossimo venturo.



15 maggio 2015

Londra: nuova legge pronta a criminalizzare opinioni 'politicamente scorrette'

di Paul Joseph Watson.

Prison Planet

Un commento agghiacciante del primo ministro britannico David Cameron suggerisce che perfino le persone che obbediscono alla legge non saranno più "lasciate sole" da parte dello Stato, se si impegnano in tutte quelle cose che il governo ritenga che costituiscano "discorsi di odio", incluso il "fanatismo" e potenzialmente la critica dell'omosessualità e del femminismo.
Nel prepararsi a introdurre una nuova legge anti-terrorismo entro la fine di questo mese, Cameron ha gettato le fondamenta per le misure osservando che l’idea di uno Stato che non interferisca nelle vite delle persone se "obbediscono alla legge" costituirebbe un "approccio fallito".

«Per troppo tempo, siamo stati una società passivamente tollerante, che diceva ai cittadini: finché rispettate la legge, vi lasceremo in pace. Ciò ha spesso significato che ci siamo tenuti neutrali tra valori differenti. E questo ha contribuito a promuovere una narrazione fatta di estremismo e risentimento. Questo Governo volterà definitivamente pagina su questo approccio fallito», ha dichiarato Cameron.

Il giornale londinese The Independent ha bollato la citazione come «la cosa più raccapricciante mai detta da David Cameron».

Secondo BBC News, le nuove leggi anti-radicalizzazione potrebbero anche mettere nei guai coloro che esprimono opinioni politicamente scorrette.

«Coloro che si oppongono all'omosessualità o al multiculturalismo o al femminismo potrebbero essere accusati di minacciare i valori della tolleranza e dell'uguaglianza?», si chiede Mark Easton della BBC. «Accadrebbe forse che le tesi di Russell Brand contro il voto verrebbero considerate come una minaccia per la democrazia?»

Le nuove misure sono state introdotte in base alla giustificazione della lotta contro l'estremismo islamico, una pretesa discutibile dato che il governo di Cameron ha più volte sostenuto veri e propri gruppi jihadisti nei conflitti in Libia e Siria.

Le organizzazioni per le libertà civili temono che le nuove leggi saranno invece utilizzate per mettere a tacere il dissenso proveniente da gruppi di protesta legittimi, incorniciando i sentimenti anti-governativi nello stesso contesto della retorica jihadista.

In effetti, durante un discorso davanti alla platea delle Nazioni Unite tenuto lo scorso anno, Cameron ha suggerito che coloro che mettono in dubbio la versione ufficiale degli eventi dietro gli attentati dell'11 settembre 2001 o del 7 luglio 2005 erano estremisti nonviolenti alla pari con i simpatizzanti dell'ISIS. Scotland Yard ha anche avvertito che i cittadini britannici che semplicemente guardino i video delle decapitazioni dell'ISIS potrebbero essere arrestati in base alle leggi anti-terrorismo.

Le leggi autorizzeranno inoltre l'autorità regolatrice delle trasmissioni, Ofcom, «affinché agisca contro i canali che trasmettono contenuti estremisti».
«I piani consentirebbero alla polizia di richiedere al tribunale superiore di ordinare che gli estremisti siano banditi dalle trasmissioni e obbligati a inviare ogni Tweet, post su Facebook o altra comunicazione web alla polizia per l'approvazione», riferisce l'Independent. «Ciò includerebbe i messaggi degli utenti che avvertissero gli amici e i seguaci sul fatto che le loro comunicazioni sarebbero ora controllate, o quelli che negano le accuse di estremismo che li hanno portati a essere imputati sulla scorta di tali misure».

Cosa arrivi a costituire "discorsi d'odio" e "contenuti estremistici" è naturalmente cosa del tutto soggettiva, ma a giudicare dai commenti fatti da Cameron in sede ONU sarebbero ricompresi coloro che esprimono opinioni politiche non-mainstream.

Ora che il governo conservatore di Cameron si è assicurato la maggioranza, laddove i partiti di sinistra che normalmente agiscono per scrutinare gli abusi contro le libertà civili ora perdono influenza, possiamo aspettarci una nuova ondata di autoritarismo che andrà a dominare la società britannica nel corso dei prossimi anni.



Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
Link su Megachip:  http://megachip.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=119607&typeb=0.


ARTICOLO CORRELATO SU UN'ANALOGA TENDENZA IN FRANCIA:
Cosa nasconde il discorso di François Hollande contro i 'cospirazionisti'. Pronti a un'ondata di censura e repressione senza precedenti


 

21 marzo 2009

Crollano i giornali. È l’alba di Beppe Grillo o della P2?

di Pino Cabras – Megachip


Immagine tratta da: http://www.segnalidivita.com
http://www.segnalidivita.com/beppegrillo.


Beppe Grillo si bea del crollo dei giornali, che perdono una valanga di copie e tantissima pubblicità, e ormai si avviano a un rapido declino, per molti la chiusura. Lui dice che in sostanza trionferà la Rete, e lì, finalmente, la qualità emergerà. I blog che faranno tanti contatti evolveranno darwinianamente verso un nuovo “modello di business” informativo. Per Grillo la crisi, su questo punto, è una buona notizia, anzi eccellente.
Anch’io prenderei come bersagli gli stessi personaggi che sbeffeggia Grillo. Ma essendo circospetto nei confronti delle sue brusche semplificazioni, tiro il freno a mano. Voglio capire meglio.








Il contesto individuato è giusto. Per anni l’informazione alternativa era fuori dal recinto, mentre ora non è più emarginabile. Sempre più spesso le testate “autorevoli” hanno bucato le notizie vere, mentre fuori succedeva un finimondo ben descritto da altri soggetti.

I silenzi dei grandi giornali contavano sulla potenza soverchiante del loro apparato. Ma ora i cedimenti ci sono, e arrivano tutti insieme. Traballa un intero sistema di potere, e il «Financial Times» arriva a scriverne il necrologio.
In qualche modo il mainstream informativo reagirà, statene certi. E anche Grillo lo sa, tanto che segnala pure lui i bavagli che si preparano a carico del web, quantunque ora egli esulti per il tramonto dei giornali stampati. Prima di gongolare anch’io voglio capire se il tramonto della stampa è l’alba della Rete libera e bella, o l’aurora dei piduisti.

Tutti vogliamo essere ottimisti, nel mezzo delle notizie da Grande Depressione. E quindi cerchiamo la buona notizia, proviamo a essere positivi. Tento di cogliere elementi analitici potenti nel ragionamento di Grillo.

In effetti crescono i luoghi di informazione indipendente. La novità c’è e le Caste stentano ad afferrarla, o fingono, sperando che la tempesta passi e si possa tornare allo status quo ante.

Giorno per giorno si scalfisce la supposta «autorevolezza» dei giornali e dei media «prestigiosi».
Lo smascheramento galoppa: le vecchie gazzette non vengono più ormai percepite come autorevoli ma come “ufficiose”. Praticano quel poco di libertà che calpesta i pascoli ristretti di una critica tollerata. Spazi ogni giorno più angusti.

È la vecchia storia del Palazzo con la P maiuscola, la storia di una complicità, una connivenza che lega il giornalista al potere politico ed economico. Il giornalista parla al e per il potente e il potente parla al giornalista per se stesso. Della società nessuno dei due parla, e perciò nessuno la rappresenta più.

Prendiamo la guerra in Iraq. Tutto un mondo indipendente ha raccolto i documenti che davano prova dello smisurato imbroglio delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, e sin dal primo istante ha ridicolizzato i presunti legami di Saddam con Al Qa‘ida sbandierati dall’Amministrazione Bush-Cheney. Erano i grandissimi media ad accettare le menzogne del potere e a dare una mano a una guerra costosa e insensata. Nel misurarsi con la guerra hanno fallito e hanno perso copie e spettatori. Ma non basta.
Bisogna andare più a fondo sulla tendenza in atto. Le guerre del 2008 e del 2009 (Ossetia e Gaza) ad esempio hanno mostrato una totale divaricazione dalla verità del mainstream informativo. Frotte di lettori disperati si allontanavano dai giornali bugiardi - che però ancora facevano massa critica - per dissolversi in direzione di una galassia dispersissima di fonti alternative, le quali erano in pieno boom ma incapaci di aggregare un robusto senso comune, un’opinione pubblica di peso che fosse in grado di vincere.

I media che seguono la corrente del grande conformismo devono fare ormai i salti mortali per dettare la gerarchia delle notizie. La trita politichetta nazionale in prima pagina, la notizia scomoda a pagina 26, tutto questo riusciva bene. Il direttore usava il soffio divino che faceva esistere o non esistere la notizia. Oggi comincia ad andare diversamente, il declino rapido appare certo, ma sono incerti gli esiti finali.

Un esercito di centinaia di migliaia di lettori si informa meglio dei direttori, e lo fa prima, ha già coperto di pernacchie le notizie false poi spacciate per vere, una marea.

Ma internet ci può bastare? E milioni di persone che non hanno mai cliccato nemmeno una pagina, chi le raggiunge, chi le informa? Chi va in TV a raccontare la più grande crisi economica del secolo?

Ai piani alti lo sanno, si pongono il problema. E noi, ce lo poniamo? Vedete un po’ cosa diceva nel 2005 Rupert Murdoch, il superpadrone dei media:

«Sono cresciuto in un mondo dell’informazione assai centralizzato, dove le notizie erano strettamente controllate da pochi direttori, che decretavano cosa potevamo e dovevamo sapere. Le mie due figlie giovani sarebbero nate nel mondo digitale.»

Poi aggiungeva: «Il cimento particolare, per noi immigrati digitali - molti dei quali in posizione di determinare come le informazioni vengono confezionate e diffuse – è di sforzarci nell’applicare la mentalità digitale a una nuova gamma di sfide. […] Dobbiamo comprendere che la prossima generazione che si trova ad avere accesso alle notizie, siano dai giornali o da qualsiasi altra fonte, ha diversi parametri di aspettative sul tipo di informazione da cercare, e sul come la ottiene, e da chi».

La crisi della stampa di oggi il “global tycoon” la vedeva già tutta nell’atteggiamento delle nuove generazioni digitali:

«Non vogliono più affidarsi a una figura divina che sta lì a dirgli dall’alto cosa sia importante; e per ampliare un pochino l'analogia religiosa, non vogliono di certo notizie presentate come vangelo. All'opposto, vogliono le loro notizie su richiesta. Vogliono il controllo sui loro media, anziché esserne controllati.»

Nessun sussiego in Murdoch. Non vedeva affatto il nuovo giornalismo partecipativo come «secondario» e parassita rispetto ai media ancora più importanti. Non paventava un giornalismo di qualità più bassa. Non vituperava il giornalismo di tipo nuovo perché conosceva i suoi polli nei media «autorevoli»: le loro fandonie, i loro ritardi, il loro snervante bilancino fra i poteri.

Lui più di tutti, Murdoch, sa che la stragrande maggioranza delle notizie che appaiono nei media mainstream trovano la loro fonte in tre sole agenzie internazionali, e nessuno si prende la briga di vagliarle, smontarle, riscontrarle davvero. Il resto sono trucchi per contrabbandare idee ricevute, che funzionano male, tanto che i lettori alla fine se la stanno filando.

È anche vero che per un lettore che diserta l’edicola ce ne sono due che aprono le pagine delle versioni online dei quotidiani, ma la qualità della lettura è diversa, e anche l’impatto economico sulle testate è incomparabile, per via della fruizione pubblicitaria e degli schemi di abbonamento. L’attuale modello online non basta a ripagare i costi di redazioni che coprano un ampio spettro di notizie con standard di qualità accettabili.

È stato triste in questi anni osservare come i siti dei grandi quotidiani abbiano trasformato - gradualmente ma inesorabilmente - la loro homepage. Hanno affiancato alla colonna delle notizie “serie” una seconda colonna di gossip. Questa era dapprima esile e statica, poi si è via via allargata, si è riempita di aggiornamenti continui, richiami, frizzi e lazzi, mentre erodeva millimetro dopo millimetro l'altra colonna, contaminandola con un tono sempre più fru fru. I lettori in più sul web se li sono guadagnati in questo modo. Ma non hanno portato soldi né autorevolezza.

Murdoch nel mentre è entrato in campo con prepotenza anche sul digitale, assicurandosi il gigantesco portale MySpace e marchiando la strada che condurrà verso pochi oligopolisti la vita digitale di miliardi di esseri umani, i loro consumi, i gusti, i modi di vivere, consegnati così ai marketers che disporranno di sofisticate schedature personalizzate, ottenute gratis e con spensierata imprevidenza di massa.

Qual è il futuro della democrazia? Cosa sarà la politica nei prossimi decenni? Sarà internet a liberarci fra quarant’anni, regalando un trionfo a Beppe Grillo per la festa dei suoi cento anni, circondato dai vapori ideologici dei suoi vecchi amici visionari e ipersemplicisti della Casaleggio Associati? Oppure il flusso delle comunicazioni prenderà la strada di chi controlla Facebook e i suoi fratelli? Oggi l’entusiasmo per le novità è forte, abbastanza da far rimandare la risposta a queste domande, quasi certamente una risposta che sarà dura con le illusioni.

Nel frattempo si preferisce guardare al fermento, la corsa all’Eldorado delle tecnologie “libere”. Il fermento c’è sul serio, non è solo un abbaglio.
Spesso c’è un ritorno – in via elettronica – a un certo giornalismo delle origini. Quello che si affacciava nel discorso pubblico prima che la comunicazione diventasse il tramite timoroso e umiliato della pubblicità. Ora che questa crolla, si trascina tutto un sistema, nel frattempo diseducato fino all’irresponsabilità.

Quel giornalismo ideale a volte lo abbiamo visto rappresentato nei fumetti di Tex, dove vedevamo il direttore di periodici che si chiamavano «Tucson Gazette» o «Sonora Herald», il quale scriveva artigianalmente i suoi pezzi, li stampava lui stesso, circondato da giovanotti svegli, un po’ reporter un po’ strilloni. Un giornalismo di carta vetrata, urlato, parzialissimo, esposto, senza reti protettive, capace anche di striduli errori, eppure efficace, utile: era il mestiere che il giornalismo “autorevole” di oggi non sa più fare.

Questa umiltà e parzialità faceva bene alla crescita di uno spirito democratico. O almeno ci provava seriamente. Somigliava più alla satira - quella vera, non gli sfottò - che a un editoriale azzimato come Gianni Riotta. Esagerare consentiva di approssimarsi alla verità.

Non è esistita nessuna età dell’oro del giornalismo, sia chiaro. Eppure c’è come una memoria di un qualcosa di diverso che si oppone alla deriva di oggi e fa diffidare del giornalismo controllato e disinformativo, che ora crollerà.

Perciò, nel nostro piccolo, pensiamo un altro tipo di informazione, ad altri giornali e siti e blog, a un altro tipo di TV. Siamo qui ad aprire il vaso di Pandora. Una cosa che può nascere solo dal basso.

Il punto però è questo. A dispetto dell’ottimismo di chi si entusiasma del web non dobbiamo nasconderci le ombre.

Le continuità ideologiche con l’era apparentemente defunta del neoliberismo sono più forti di quanto si pensi. Il flusso delle comunicazioni è il nuovo luogo virtuale in cui si narra il mondo contemporaneo e si ridefiniscono le sovranità. L'esaltazione acritica di questo flusso, giudicato come lo spazio in cui avviene lo scambio “alla pari” tra soggetti trasmettitori e soggetti riceventi, appare come una nuova ideologia tesa a legittimare i nuovi poteri, tutti da sottrarre ad ogni vincolo. Per i neoliberisti il mondo è il mercato-mondo. La libertà è la libertà dei commerci. Il cittadino è il consumatore sovrano nelle sue scelte dentro il libero mercato. Come diceva quasi vent’anni fa il teorico dei media Armand Mattelart, «nella sua lotta contro tutte le forme di controllo (escluse le proprie, quelle della libera iniziativa), promanino esse dallo stato o dalla società civile organizzata, il neoliberismo si rivela una sorta di neopopulismo. Per questo esso ha il bisogno ricorrente di richiamarsi alla rappresentatività dei consumatori, che assumono così la veste di parti di mercato.» Mi sembrano considerazioni ancora fresche, e ritraggono con precisione i populisti di oggi, in buona e in malafede.

Saranno ancora le dottrine d’impresa ad avere molta più forza di tutti nella ristrutturazione dei mercati della comunicazione. Un'impresa che si muove in uno spazio in cui deve individuare segmenti transnazionali di consumo e forme culturali universali, ma anche nicchie di mercato locali e particolari alle quali parlare con il cosmopolitismo manageriale. Il mondo diventa solo uno spazio da gestire. La psicologia del cittadino consumatore viene già studiata a fondo. Si studia come spende, come reagisce alle campagne pubblicitarie, come si muove nel supermercato o nelle mall delle chincaglierie elettroniche, da quali luci e colori viene colpito, come rapporta i suoi valori personali alle offerte del mercato. Si taylorizza il consumo. È il trionfo del marketing. Con Facebook miliardi di agnelli vanno volontariamente al macello delle schedature. Sempre Mattelart afferma che «il fatto che l'impresa e la libertà d'intrapresa siano divenute il centro di gravità della società ha ridistribuito le gerarchie, le priorità e il ruolo degli altri soggetti. Ciò che è cambiato, in breve, è l'insieme dei modi di produrre il consenso, di cementare la volontà generale.» E aggiunge una citazione del sociologo Michel Vilette: «La dottrina management ha contaminato tutti i segmenti della società configurandosi come modello culturale universale.»

Si dispiega un'idea gestionale della politica in cui le imprese sono comunque al centro. Le nuove élites si autorappresentano e non delegano ad altri la mediazione politica. Non si pongono obiettivi democratizzanti, non sentono la necessità dei riequilibri territoriali, non pensano a forme di integrazione per i conflitti sociali ed etnici. Quando Grillo dice niente mediazioni loro annuiscono tranquillamente.

Per la dottrina management il controllo sociale non è più un problema politico. E' un problema socio-tecnico. Più poliziotti privati a tutelare il quartiere ricco dalle rivolte dei quartieri degradati. Più telecamere nelle strade, più schedature elettroniche, più farmaci Prozac antitristezza. Ma anche più sorveglianza informatica nel lavoro, più strumenti di persuasione per “amministrare il pensiero”. Chi se ne frega dei quotidiani che muoiono.
I candidati occhieggiano dai loro spot: «Metti un manager alla guida della città».
«I liberali possono star tranquilli: anche il Grande Fratello sarà privatizzato», profetizzava Christian De Brie nel 1994.

Se ogni utopia si collegava a un archetipo di città ideale, la mancanza di utopie genera una nuova ecologia metropolitana. Non domina il Grande Fratello quanto il Micro Fratello: lo scanner alla cassa dell'ipermercato che misura la reattività del consumatore alle campagne di persuasione, gli automatismi diffusi e impersonali della burocrazia che possono decidere le condizioni di concessione del credito o l'ammissione a un impiego, le banche-dati che tramite controlli incrociati possono costruire rapide schedature dei nostri profili personali, i profili che spontaneamente sono regalati.
Il gioco sociale diventa così misurabile. I marketers fanno le loro scorrerie infliggendoci nuovi bisogni. Le banlieues intanto esplodono. L’assenza di quotidiani che parlino di tutto questo non pare ancora bilanciata da un’opinione pubblica in grado di raggiungere una consistenza collettiva altrettanto forte.

Il gioco politico si presta così al marketing plebiscitario e neopopulistico. «La libertà politica non può fermarsi al diritto di esercitare la propria volontà», asserisce Mattelart. «Il problema sempre più fondamentale è quello del processo di formazione di tale volontà.»

Le corporation diventano soggetto politico primario e proiettano la propria organizzazione-mondo come il tipo di organizzazione ideale, la propria comunicazione come l'unica proponibile, il proprio leader con il suo corredo mitologico aziendale come il solo leader universale. Mano a mano cadono gli ostacoli che separano le incarnazioni statuali del potere dalla concreta egemonia conquistata dall'impresa-mondo nelle casematte della società civile. I magnati della comunicazione raccolgono i frutti di un lungo lavoro di trasformazione della cultura operato da parte dei propri intellettuali organici.
E forse anche chi si innamora troppo della Rete lavora generosamente per il Re di Prussia, che nel frattempo sfronda anche lui le intermediazioni, decentralizza molto, ma centralizza le risorse strategiche, e un domani vorrà concentrare la censura tecnologica.

Perciò è urgente costruire strumenti forti di comunicazione per non regalare tutto alle oligarchie e alle false coscienze.

14 ottobre 2008

Meyssan: inquietanti rivelazioni di un dissidente



Articolo originale:
Thierry Meyssan: «Si j’avais plié, je n’aurais pas eu à partir»
(“Se mi fossi piegato, non sarei dovuto partire”)
13 ottobre 2008
Link: http://www.voltairenet.org/article158181.html
Da Beirut (Libano).

Traduzione di Pino Cabras.


La chiusura degli uffici francesi del Réseau Voltaire (“Rete Voltaire”, NdT) e l’esilio del suo presidente sollevano molti interrogativi. Alcuni commentatori vi hanno visto la fine di un avventura, altri, al contrario, nell’osservare che queste decisioni non hanno ridotto la combattività del Réseau, hanno cercato di scoprire quali fossero le motivazioni. Thierry Meyssan lo spiega qui. Meyssan descrive una Francia sottoposta al controllo dei servizi statunitensi, con un’opinione pubblica anestetizzata che non ha consapevolezza del controllo politico. Ai suoi occhi, c’era un pericolo immediato e la minaccia che lo ha costretto ad andarsene non tarderà a ricadere su altri.


Lei ha lasciato la Francia un anno fa, nel settembre 2007. Non è un espatriato qualsiasi: è famoso in tutto il mondo come l’iniziatore del movimento che contesta la versione governativa degli attentati dell’11 settembre, il leader di un movimento anti-imperialista, e in alcuni paesi si è presentato come il principale dissidente occidentale. Perché è stato costretto all’esilio?

Thierry Meyssan: Nel dicembre 2002, il Segretario della Difesa USA Donald Rumsfeld ha firmato la direttiva 3.600.1, volta a screditare o eliminare le personalità francesi che si opponevano alla guerra globale al terrorismo [1]. L’elenco includeva in primo luogo Jacques Chirac, poi dei grandi esponenti industriali, e in più vi figuravo io a causa del mio lavoro sull’11/9.
Erano tre mesi prima della invasione dell’Iraq. Era l’epoca dell’isteria antifrancese a Washington. I servizi segreti francesi sono stati informati del fatto che gli omicidi erano stati subappaltati dal Pentagono al Mossad e mi misero in guardia. I miei amici ed io abbiamo cercato di metterci in contatto con gli altri bersagli. Uno degli amministratori del Réseau Voltaire era un vecchio amico di una di queste personalità. Abbiamo preso un appuntamento con questo personaggio ai primi di marzo, ma morì pochi giorni prima dell’incontro, in circostanze che sono state descritte come altamente sospette da parte degli investigatori.
Lo Stato ha quindi reagito. Il presidente Chirac ha contattato per telefono il primo ministro israeliano e lo ha ammonito sul fatto che qualsiasi azione intrapresa non solo sul territorio francese, ma in tutta l’Unione europea, sarebbe stata considerata un atto ostile contro la Francia. In ognuno dei miei viaggi fuori dall’Unione europea, i servizi francesi contattavano i loro omologhi locali chiedendo loro di garantire la mia protezione.
Sapevo chi è Nicolas Sarkozy [2] e sospettavo che le cose sarebbero cambiate con la sua elezione. Quando sono tornato da un viaggio per votare, il 6 maggio 2007, sono stato arrestato davanti agli altri passeggeri all’uscita dall’aereo a Orly. Dopo avermi fatto attendere a lungo in compagnia di immigrati clandestini e di trafficanti di ogni genere, un funzionario della DST (l’ex servizio segreto interno, NdT) mi ha fatto uscire dicendo: «Benvenuto in patria, signor Meyssan, un paese che presto cambierà, moltissimo». Quella sera Sarkozy fu eletto. Pochi giorni dopo era all’Eliseo e iniziava la purga.
Durante l’estate, Nicolas Sarkozy ha visitato la famiglia negli Stati Uniti. Era accompagnato da molti collaboratori che hanno seguito il suo aereo di linea da un aereo ufficiale. Hanno discusso con l’amministrazione Bush su una serie di temi, importanti o frivoli. Mi è stato comunicato che gli statunitensi avevano chiesto che venissero prese delle misure per neutralizzarmi in base ai decreti presidenziali US 13438 e 13441 [3]. Ho pensato all’inizio che questi decreti si fondassero sul Patriot Act e non vedevo come avrebbero potuto essere attuati nel quadro del diritto francese. Mi dicevo che gli atlantisti avrebbero finito per inventare uno strumento giuridico e che dovevo meditare di prendere il largo, ma credevo di avere molto tempo davanti a me. Si è scoperto che questi decreti si fondavano sul Trading with the Enemy Act del 1917 e successivi sviluppi. In altre parole, ero ormai considerato una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Il Pentagono, che chiama in causa la clausola 5 del trattato NATO a partire dagli attentati del 2001, ha chiesto l’assistenza automatica dei suoi alleati. In breve, a tutti i servizi segreti degli Stati membri dell’Alleanza atlantica poteva essere chiesto di neutralizzarmi. Mi fu comunicato che si tramava qualcosa contro di me. Ho fatto le mie valigie e ho lasciato la Francia due giorni dopo.
Per di più, il pericolo non è limitato ai paesi della NATO. Un’operazione fu organizzata contro di me nel dicembre 2007 a Caracas, sventata dalla polizia venezuelana. Nel mese di agosto 2008 ho dovuto annullare la mia partecipazione a una conferenza internazionale in Austria, dopo essere stato informato da uno Stato amico che era stata preparata un’operazione contro di me.
Oltre a ciò, delle pressioni sono esercitate contro i miei compagni di lotta nel Medio Oriente, America Latina e in altri Stati europei. Non posso fare l’elenco senza complicare i problemi. Jürgen Cain Kulbel è stato brevemente arrestato in Germania e potrebbe esserlo di nuovo. Tecnicamente, il solo fatto usato contro di lui da parte del tribunale è il link che aveva installato sul suo sito web che rimandava a quello del Réseau Voltaire [4].

Ha qualche prova del fatto che lei sia davvero in pericolo - come lei dice - in Francia e nei paesi della NATO?

Thierry Meyssan: No, le liste USA sono segrete, tranne le attività finanziarie bloccate negli Stati Uniti, ma non ne ho. Ma ho delle testimonianze da parte di diversi contatti.

La Francia è una democrazia ed è considerata la patria dei diritti umani. Questo non è il Cile sotto la dittatura di Pinochet. Che abbia dovuto lasciare il paese non è semplicemente incomprensibile, soprattutto per i cittadini francesi?

Thierry Meyssan: Queste situazioni non sono comparabili. In Cile gli Stati Uniti avevano instaurato una dittatura militare. In Francia dispongono solo di agenti al vertice dello Stato e alla testa dei vari servizi di sicurezza. I miei concittadini dovrebbero essere più attenti alla repressione attuale che colpisce sia politici di primo piano, sia alti funzionari che giornalisti. La squadra di Nicolas Sarkozy si basa su alcuni magistrati deviati per paralizzare i suoi avversari politici e abusa del suo potere e la sua influenza per sbarazzarsi dei giornalisti che rifiutano di piegarsi.
Guardate innanzitutto la presa di controllo dei media. Sarkozy ha messo i suoi fedelissimi alla testa dei media privati mentre purga i media di proprietà pubblica. Un anno fa, i sindacati dei giornalisti hanno fatto appello all’intervento dell’opinione pubblica [5]. Dicevano che era diventato impossibile indagare su Nicolas Sarkozy e raccontare le critiche popolari di cui è oggetto. Si preoccupavano di perdere la libertà di esprimersi nell’essere nella tenaglia tra i giudici che violavano il segreto istruttorio e, dall’altro lato, i padroni della stampa direttamente legati all’Eliseo. Nessuno gli ha creduto e ora è troppo tardi. Tutto è bloccato.
Qualche esempio? La squadra del Presidente si è istallata a TF1 e una delle sue ex amanti vi presenta il Tg [6]. I mass media stranieri si fanno beffe di questa vicenda, ma i media francesi che l’hanno evocata sono stati condannati per “violazione della privacy”. Si tratta di un incredibile abuso della legge del 1881 sulla stampa. Ora, la corruzione e il nepotismo, che riguardano la squadra di Sarkozy, sono argomenti tabù. Il solo accostarvi ad essi, vi porta direttamente al rinvio a giudizio.
Sarkozy ha corrotto pubblicamente una decina di editorialisti offrendo loro delle prebende [7]. Alcuni sono stati arruolati in comitati ministeriali, ossia all’Eliseo, altri sono stati nominati in commissioni bidone, dove, ridotti al rango di cortigiani, godono dei fasti della Repubblica. Luigi XIV teneva occupata la nobiltà a Versailles, Sarkozy distrae le grandi firme editoriali che dovrebbero scrutinare la sua politica occupandole con delle attività mondane e facendo scrivere loro delle relazioni che lui non legge.
Nel frattempo, i coniugi Kouchner-Ockrent licenziano su RFI e France24 tutti coloro che resistono all’influenza degli Stati Uniti. Dopo Richard Labévière [8], un redattore capo stimato che aveva il difetto di dare la parola agli anti-atlantisti, l’ultimo in ordine di tempo è Gregoire Deniau per aver organizzato un dibattito sull’11 settembre cui aveva invitato in primo luogo Issa El-Ayoubi, vice presidente di Réseau Voltaire, e in secondo luogo Atmoh, portavoce di ReOpen911.
Il problema non sono i giornalisti. Ce n’è di notevoli, in Francia. Sono i media. Sono già sotto controllo e la funzione di contropotere non è più garantita.
Inoltre, quando il pubblico sente di un procedimento penale che coinvolge una personalità, non vi vede altro che un caso particolare. Ma se uno mette in prospettiva tutti questi casi, è chiaro che si traducono in una strategia.
Su denuncia personale di Nicolas Sarkozy, alcuni giudici istruttori hanno proibito di viaggiare all’ex primo ministro Dominique de Villepin, e l’hanno costretto a pagare una cauzione smisurata e umiliante. Pur non avendo prove concrete a suo carico, il pubblico ministero lo ha rinviato a giudizio. Il caso Clearstream offre certamente a Sarkozy un modo per eliminare un rivale politico, ma non lo ha organizzato lui. Si tratta di un complotto orchestrato dal suo patrigno, l’ambasciatore Frank Wisner, attraverso uno dei suoi covi londinesi, la Hakluyt & Co [9]. L’obiettivo è quello di mandare in prigione Villepin in modo che tutti sappiano che non si può sfidare impunemente il Segretario di Stato USA al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Alcuni magistrati hanno perquisito la casa dell’ex direttore dei servizi d’informazione generali (“Renseignements Généraux, RG”, NdT), Yves Bertrand, per estorcergli i segreti degli uomini di Chirac. E in questi giorni, i documenti sequestrati sono miracolosamente arrivati alle redazioni parigine. I settimanali vicini al potere ne hanno pubblicato alcuni stralci. Sembra che si cerchi di far passare delle bozze, dove si enunciavano delle ipotesi, per relazioni finali che presentano conclusioni definitive. E che si cerchi di far credere che i servizi perseguitino i soli socialisti. C’è della pura e semplice manipolazione. Ogni volta che si è all’opposizione, tocca proteggersi da questa polizia politica, e ogni volta che si è al potere, si fa di tutto per procacciarsi qualche copia delle sue note. Il potere sta esercitando una pressione incredibile su questo ufficiale per farlo crollare. È davvero una cosa ipocrita. Perché allo stesso tempo, invece di essere sciolti, gli RG sono stati riorganizzati e sono stati aumentati i loro mezzi basandoli su una gestione ancora più opaca.
Fino al capitano Paul Barril, che hanno messo in prigione per i segreti di Mitterrand. Lo hanno accusato di essere un sicario e lo hanno maltrattato così tanto da dover essere ricoverato in ospedale, prima di essere rilasciato su cauzione. A questo proposito, permettetemi di divagare sul genocidio ruandese. Barril si è difeso dagli attacchi contro di lui su questo tema mettendo in causa il Presidente Kagame. Questi ha quindi commissionato una relazione sulla partecipazione francese in questo dramma storico. Al leggerlo, si capisce che gli alti funzionari francesi, François Mitterrand e tutto il suo gabinetto nonché il governo di coabitazione nel suo complesso sarebbero responsabili del genocidio ... tranne, ovviamente, l’allora ministro del bilancio nonché portavoce del Governo, San Nicolas Sarkozy. Ciò è stupido. Ci sono state chiare responsabilità francesi, ma certamente non colpe collettive. E del resto, è impossibile capire e giudicare questo crimine, che ha fatto più di 800mila morti, senza metterlo nel suo contesto e giudicare anche le guerre nella regione dei Grandi Laghi che hanno causati in totale di più di 6 milioni di morti, e i cui responsabili non sono da cercare a Parigi, ma a Washington e Tel Aviv.
Nel frattempo, gli atlantisti montano un caso contro Jacques Chirac, che accusano di aver organizzato, dieci anni fa, l’assassinio di un giornalista che avrebbe messo il naso nei suoi conti bancari all’estero. Il potere ha schierato mezzi stravaganti per costruire questa nuova macchinazione. Così, un magistrato ha proceduto a una perquisizione dello studio dell’avvocato di Chirac in condizioni più che discutibili. Ma a Washington, non si è perdonato a Chirac d’essersi opposto all’invasione dell’Iraq e s’inventerà di tutto per buttarlo giù.
Io non dico che tutte queste persone siano degli angeli, ma ciò di cui sono accusate è grottesco e ricorre esclusivamente alla persecuzione politica. Non sto dicendo affatto che la Giustizia sia marcia, ma che questi casi sono stati assegnati a giudici e pubblici ministeri che prendono ordini.
Ma coloro che gli atlantisti non possono coinvolgere in pseudo cause penali, vengono spiati. Nel giugno-luglio-agosto 2007, la sede del Réseau Voltaire a Parigi è stata posta sotto sorveglianza. Qualsiasi persona in entrata o in uscita è stata fotografata, e sono state condotte schedature che richiedono molto personale per identificare sia le une che le altre. Questo trattamento è generalizzato. Anche la casa di Ségolène Royal è stata “visitata” a più riprese dai servizi segreti, cioè illegalmente perquisita.
Dal 1° luglio 2008, la nuova Direzione Centrale dei servizi d’informazione interni (DCRI) mette in campo in emergenza il file classificatorio EDVIGE, in violazione dei trattati internazionali, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici. Esso scheda l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, religiose o filosofiche, l’appartenenza sindacale, la salute e le pratiche sessuali di tutti i francesi. Il DCRI non se ne sta con le mani in mano, utilizza le più recenti tecniche USA sullo studio delle “reti sociali” per mappare le vostre relazioni amichevoli, professionali e politiche.
Non si tratta più semplicemente di singoli individui, ma dell’ambiente in cui vivono, i gruppi cui partecipano. Un ricorso è stato presentato al Consiglio di Stato da parte di SM, LDH, SAF, associazioni gay e sindacati, che possono portare forse alla cancellazione del decreto nel mese di dicembre. Nicolas Sarkozy ha sopito l’opinione pubblica dichiarando egli stesso la necessità di rivedere il decreto, ma non lo ha abrogato.
Intanto, nel corso di questi sei mesi, si raccolgono e informatizzano dei dati. Un caso avvenuto nella regione del Rodano ha rivelato che, nonostante le dichiarazioni lenitive del Presidente, la polizia del Rodano schedava la religione dei funzionari territoriali. È un errore che rivela la portata del lavoro di intelligence in corso. È improbabile che questi dati verranno mai distrutti, anche se il giudice amministrativo lo richiedesse. Saranno semplicemente integrati nello schedario CRISTINA e classificati ‘Segreto della Difesa’. In ultima analisi, saranno utilizzati i mezzi degli ex Renseignements généraux per costruire uno schedario a vantaggio della ex DST, che è ragionevole non si occupi che di controspionaggio. Poi, nel quadro della cosiddetta cooperazione anti-terrorismo, questi dati politici saranno trasmessi ai servizi statunitensi, perché CRISTINA è stato progettato per essere compatibile con gli schedari USA.
Ciò vi sorprende? Ma già molti dati individuali sono trasmessi agli Stati Uniti, in violazione del diritto francese e delle convenzioni europee. Ciò vale per tutto ciò che riguarda i vostri trasferimenti bancari internazionali [10] o i vostri spostamenti in aereo [11].
La Francia è già precipitata in una forma di Stato autoritario sotto tutela statunitense. Si dice che una rana immersa in acqua tiepida portata lentamente a bollire, non reagisce al graduale cambiamento della temperatura, così che si stordisce e muore. I francesi si stanno comportando allo stesso modo. Tollerano la progressiva distruzione delle loro libertà. Hanno già superato di gran lunga la soglia del tollerabile e non reagiscono, non reagiscono più.

Sotto l’egida degli Stati Uniti, le dittature in America Latina avevano messo in campo negli anni settanta un sistema di persecuzione degli oppositori politici denominato Plan Condor. Lei ha scritto che il sistema è stato riattivato ed esteso in tutto il mondo attraverso la NATO. Il raffronto non è esagerato?

Thierry Meyssan: Questo non è un raffronto. È una constatazione [12]. È stato confermato da relazioni ufficiali al Parlamento e al Consiglio d’Europa [13]. Gli Stati Uniti hanno esteso verso l’Europa occidentale i metodi che avevano usato quaranta anni fa in America Latina [14]. Un’internazionale della repressione è già all’opera [15]. Centinaia di persone sono state rapite nel territorio dell’Unione europea, portate altrove e torturate. Jacques Chirac ha protetto il nostro paese da questi crimini, oggi non è più così. Il primo caso è stato identificato come quello di Mohammad As-Siddik, scomparso nel centro di Parigi il 13 marzo scorso quando la Francia doveva presentarlo a un tribunale delle Nazioni Unite [16], ma devono essercene già molti altri.
Più di 80mila persone sono transitate nel corso degli ultimi sette anni nelle prigioni segrete della CIA e della US Navy. 26mila sono attualmente i sequestrati [17].

Ci sono molti esempi di persone su cui incombeva la minaccia di un omicidio e che sono state trovate morte in un altro modo: suicidio, crisi cardiaca, incidente... Ha intenzione di suicidarsi? Ha problemi di salute? Rischia nei suoi spostamenti?

Thierry Meyssan: Non sono depresso e non ho alcuna inclinazione suicida. Ho fatto degli esami medici e non ho alcuna malattia che possa causare una morte improvvisa. Faccio attenzione nei miei spostamenti e non mi muovo mai da solo.

Quando le minacce hanno cominciato a diventare concrete, ha avuto sostegno in Francia? Ci sono organizzazioni politiche che l’hanno aiutata? Gli altri giornalisti l’hanno difesa?

Thierry Meyssan: Nessuna organizzazione mi ha aiutato. La maggior parte dei miei “confratelli” giornalisti sono fuggiti davanti alle difficoltà. Negando la tradizione volterriana della stampa, con la scusa di non volersi pronunciare sulle polemiche a mio carico per non vedere cosa stava accadendo. È la classica scusa dei vigliacchi ogni qual volta sia in questione la libertà. Alcuni, tuttavia, mi hanno aiutato e non vado a svelarne i nomi. Parecchi tra i politici e i militari.
Non solo coloro che avrebbero dovuto difendermi non l’hanno fatto, ma certe persone qualunque che non hanno nulla a che fare con tutto ciò hanno collaborato a una sorveglianza illegale. La banca utilizzata dal Réseau Voltaire (nella fattispecie l’agenzia Gare de l’Est del Crédit Coopératif) ci convocò per chiederci di rivelare il nome dei nostri principali donatori, cosa che ovviamente abbiamo rifiutato di fare. Abbiamo chiuso il nostro conto e aperto un’altra struttura al di fuori della zona NATO. Ma questa procedura illegale è stata estesa alla mia famiglia e ai miei compagni di lotta. Quando uno di loro incassa sul suo conto un pagamento in contanti o un trasferimento di più di 500 euro, è raggiunto dal suo banchiere, che gli chiede di giustificarne la provenienza. Per qualcuno è soffocante, per un commerciante o un lavoratore autonomo è una molestia.

Ha lasciato la Francia mentre si evolve - lei afferma – verso un regime repressivo. Ha abbandonato il suo paese? Ha abbandonato la lotta politica?

Thierry Meyssan: Certamente no. Al contrario. Ho lasciato la Francia per continuare la mia lotta. Gli Stati Uniti hanno tentato diversi approcci nei miei confronti: prima screditarmi e distruggermi, poi corrompermi, infine eliminarmi. Se mi fossi piegato, non sarei dovuto partire via. È perché amo la Francia e l’ideale che porta che sono partito.
La mia situazione sembra eccezionale. Sbagliato. Sono semplicemente il primo cui questo accade. Ce ne saranno altri.

Il suo paese le manca? Vuole tornarci?

Thierry Meyssan: Qui sono circondato da amici, ma la Francia è la mia patria. Vi ho lasciato le mie cose. Come volete che non mi manchi?

Intervista rilasciata a Beirut.
Note aggiunte in rilettura.


[1] «Rumsfeld cible la France et l’Allemagne», Réseau Voltaire, 2 gennaio 2003.
[2] «
Operazione Sarkozy : come la CIA ha piazzato uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese», Réseau Voltaire, 21 agosto 2008.
[3] Presidential Executive Order 13438: Blocking Property of Certain Persons Who Threaten Stabilization Efforts in Iraq, firmato da George W. Bush il 17 luglio 2007, e Presidential Executive Order 13441: Blocking Property of Persons Undermining the Sovereignty of Lebanon or Its Democratic Processes and Institutions, firmato il 1° agosto 2007.
[4] «
Un collaborateur du Réseau Voltaire incarcéré à Berlin», Réseau Voltaire, 10 giugno 2008.
[5] «
Nicolas Sarkozy étouffe les journalistes français», Réseau Voltaire, 24 settembre 2007.
[6] «
La sarkozysation de l’audiovisuel français», Réseau Voltaire, 10 giugno 2008.
[7] «
Nicolas Sarkozy corrompt publiquement de grands éditorialistes», Réseau Voltaire, 4 ottobre 2007.
[8] «
Pourquoi les époux Kouchner veulent-ils la tête de Richard Labévière?», Réseau Voltaire, 29 agosto 2008
[9] «
Operazione Sarkozy : come la CIA ha piazzato uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese», Ibid.
[10] «
Les transactions financières internationales sous contrôle états-unien», di Jean-Claude Paye, Réseau Voltaire, 28 aprile 2008.
[11] «
L’espace aérien sous contrôle impérial», di Jean-Claude Paye, Réseau Voltaire, 13 ottobre 2007.
[12] «
L’OTAN: du Gladio aux vols secrets de la CIA», di Ossama Lotfy, Réseau Voltaire, 24 aprile 2007.
[13] Allégations de détentions secrètes et de transferts illégaux de détenus concernant des États membres du Conseil de l’Europe? Rapporto di Dick Marty al Consiglio d’Europa, 12 giugno 2006.
[14] «
Faut-il combattre la tyrannie avec les instruments des tyrans?», di Dick Marty, Réseau Voltaire, 22 marzo 2007.
[15] «
Les lois anti-terroristes. Un Acte constitutif de l’Empire» e «Les populations sous surveillance», interviste di Jean-Claude Paye con Silvia Cattori, Réseau Voltaire, 12 settembre 2007 e 15 febbraio 2008.
[16] «
Kouchner a “perdu” le témoin-clé de l’enquête Hariri», di Jürgen Cain Külbel, Réseau Voltaire, 21 aprile 2008.
[17] «
17 prisons secrètes ont déjà remplacé Guantanamo», Réseau Voltaire, 3 giugno 2008.


Aggiornamento del 16 ottobre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso dai seguenti siti:
«Megachip» [QUI], «Luogocomune» [QUI], «ZeroFilm» [QUI], «ilbenecomune» [QUI], «ComeDonChisciotte» [QUI], «AriannaEditrice» [QUI], nonché sulle pagine in lingua italiana di «Réseau Voltaire» [QUI],