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7 novembre 2017

I sauditi che non ti aspetti e altri scherzi della crisi sistemica


“La maggior parte delle persone si inganna con una duplice fede errata: crede nella Memoria Eterna (delle persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella Riparabilità (di azioni, errori, peccati, ingiustizie). Sono entrambe fedi false. In realtà avviene proprio il contrario: ogni cosa sarà dimenticata e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall'oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”
         (Milan Kundera, “Lo scherzo”).

di Piotr.


La cara amica Marinella, già giornalista del Manifesto quando questo quotidiano esprimeva ancora qualche scampolo di dignità, mi ha chiesto di scrivere un post basato su un nostro recente scambio di e-mail.
Lo faccio volentieri, perché ne vale la pena. Ne vale la pena per l’importante quesito che Marinella mi aveva posto. Ragionando sul visibile avvicinamento dell’Arabia Saudita e la Russia, l’amica infatti commentava:
«E come al solito i Golfisti e i Natoisti che scatenano guerre e ammazzano e sfasciano paesi e sostengono terroristi, NON pagheranno per i loro crimini. La speranza di un'alleanza economica fra paesi NON aggressori che emargini l'asse della guerra NATO/GOLFO e costruisca relazioni internazionali pacifiche, sostenibili e meno diseguali delle attuali, è una totale illusione, mi sa.»

Voglio articolare la mia risposta su due piani. Il primo è morale, il secondo politico.
Sul piano morale devo purtroppo rispondere che la disillusione di Marinella è totalmente motivata. Nessuno pagherà per i suoi crimini. Se qualcuno pagherà sarà perché gliel’ha fatta pagare una compagine statale avversaria, non un giudice incorrotto che sta dalla parte delle vittime. Oggi non vedo come la, sacrosanta, giustizia possa essere fatta dalle masse che hanno subito i crimini, le uniche che possono farla, che possono richiederla. La “giustizia” di uno Stato, ad esempio la Russia, sarebbe una sola possibile: bombardare chirurgicamente Riad e azzerare la Casa Saud che ha creato e armato al-Qaida e l’Isis, facendo piombare una civilissima e pacifica nazione, la Siria, in un incubo sanguinoso che ormai dura da sei anni. Lo stesso dovrebbe fare con Washington, complice e socia dei Saud e ideatrice dell’attacco alla Siria (come rivelato da quasi dieci anni dal generale statunitense Wesley Clark in contrasto con gli utili idioti che ancora credono nella narrazione delle “primavere arabe”). E lo dovrebbe fare con Ankara. E con Doha. Con Parigi e con Londra.
Ma sarebbe vera giustizia? No, perché solo nei sogni si può pensare ai “cattivi” che vengono eliminati dai “buoni”. Se questi bombardamenti – che ovviamente non sarebbero tanto chirurgici – avvenissero, vuol dire che quella era la linea di politica estera decisa dalla potenza chiamata Russia, sic et simpliciter. E in politica estera ci sono concetti tabù: il primo è “giustizia”, poi ci sono “amicizia”, “democrazia” e infine “libertà”. Ce n'è invece uno obbligatorio: interessi.

È difficile ammetterlo, persino capirlo, ma il nostro problema non è quello di rendere giustizia ai massacrati, ai torturati, agli sgozzati, ai bombardati, ai crocefissi, ai bruciati vivi, alle donne e alle bambine violentate, alle madri lapidate, ai bimbi uccisi per inscenare le false flag chimiche. No, questi martiri rimarranno nei cuori e nella coscienza dei loro cari e di chi ha sete di giustizia finché essi vivranno, ma alle vittime non sarà resa mai vera giustizia. Poi rimarrà solo un rumore di fondo, continuo, disturbante, ma inesprimibile, prossimo all’oblio.
Possiamo solo sperare, e aiutare fattivamente questa speranza, che il piano criminale che ha falcidiato quegli innocenti fallisca. Questa sarebbe già una sorta di giustizia. Perché fallisca gli aggressori USA, NATO, Saud, Turchi e Qatarioti (col solito appoggio attivo israeliano, britannico, francese e UE) devono essere messi in grado di non poter nuocere. E la prima cosa da fare è quindi gettare scompiglio nel loro fronte, nelle loro alleanze.
La posta in gioco non è la giustizia, ma la vita sulla Terra, perché negli Usa (e in Israele) c’è chi pensa seriamente al first strike, cioè pensa che sarebbe il caso di rischiare una guerra atomica totale (in realtà sarebbe garantita). Allora, anche se non sono immacolati – anzi, a volte non lo sono proprio – bisogna fare in modo che chi si oppone a questa follia abbia la meglio in quei Paesi e all’interno del loro fronte.
Ben venga quindi l’avvicinamento tra Riad e Mosca, così come quello già iniziato della Turchia e quello del Qatar, avvicinamento, questo, “comprato” con una bella quota di azioni della Rosneft. E ben vengano anche gli strani rapporti di odio-amore tra Russia e Israele.
Niente di tutto questo è edificante, ma tutto questo può essere utile.
Il tempo è contro l’Impero statunitense - che in questa fase storica è il pericolosissimo aggressore globale - e Russia e Cina devono guadagnare tempo. In un punto del prossimo futuro non sarà più possibile, nemmeno ai più folli, pensare a una guerra totale. A quel punto, quindi, dobbiamo arrivare. È un obbligo etico, è un obbligo verso i nostri figli e l’umanità tutta. Per chi è credente è un obbligo verso il Signore, che tutti gli altri obblighi racchiude. Non solo, se si guadagna tempo sarà anche sempre più difficile fare le guerre parziali, cioè i sanguinosissimi “pezzetti” di guerra mondiale che vediamo da un quarto di secolo a questa parte, per dirla con papa Francesco.
Queste, al contrario della guerra totale, sono tuttora possibilissime, come dirò adesso nel mio commento politico. E quindi bisogna renderle fin da ora più difficili.

Passiamo allora al piano più prettamente politico.  
Il “progetto ISIS” sta andando in frantumi (da qui molte delle motivazioni di quegli “avvicinamenti” alla Russia). Ora assistiamo ad altri due progetti. Il primo è il “progetto Kurdistan”. L’SDF/YPG curdo si è rivelato essere semplicemente una Legione Straniera al servizio di Washington, esattamente come prima l’ISIS era una Legione Straniera al servizio dei Sauditi e, quindi, degli USA.
È una Legione Straniera per il ruolo che sta ricoprendo e per il fatto che le regioni che ha “liberato”, in gran parte non sono affatto curde e l’YPG/SDF non vuole ridarle alla Siria, ma ci compie continue pulizie etniche per “curdizzarle” (le ONG e i dirittumanisti non dicono nulla, nemmeno stanno a sentire le denunce dei prelati e dei vescovi che vivono là). Il vantaggio per gli USA è che questa Legione Straniera è direttamente sotto il suo controllo e quindi aliena dalla molteplicità di interessi che l’ISIS serviva.
[Per inciso, era prevedibile, e tuttavia insopportabile, che oggi noi si debba sorbire la santificazione di persone come Karim Franceschi, che con lo stemma di Mao all’occhiello e tanti begli ideali “marxisti” e “libertari” nella zucca, si sono messe al servizio di questa Legione Straniera, cioè al servizio della CIA e del Pentagono. Se concedo loro che lo hanno fatto per idealismo, devo arrivare alla conclusione che l’idealismo spesso fa fare idiozie. In tutti i casi le conclusioni descrivono uno scenario penoso.]
I loro amici curdi sono anche quelli che stanno agevolando il secondo piano imperiale nella regione. Cioè il riciclaggio dei rimasugli dell’ISIS. Essi vengono oggi riconcentrati, reinquadrati e riaddestrati nella base americana di al-Tanf, in territorio siriano al confine con la Giordania – quindi una base totalmente illegale per il diritto internazionale. Sono in gran parte provenienti da al-Raqqa e da Deir-Ezzor, arrivati lì con l’aiuto statunitense e la complicità curda (tutto documentato da informazioni di intelligence e da foto satellitari e aeree rese note dalla Russia).
Questo nuovo esercito, che è composto all’incirca da 20mila uomini, servirà a molti scopi.
Innanzitutto per operazioni di terrorismo e guerriglia in vista di un possibile nuovo conflitto nell’area. Un conflitto che forse partirà dal Libano, investirà di nuovo la Siria e l’Iraq e solo un miracolo ne terrà fuori l’Iran. E il suo preludio potrebbero proprio essere le dimissioni - ostili ad Hezbollah e al presidente libanese, il generale cristiano Michel Aoun - che il premier libanese Saad Hariri ha annunciato, guarda un po’, proprio dall’Arabia Saudita. Sia i sauditi che Israele sono spaventati dal successo di Hezbollah e dei corpi militari iraniani in Siria e vogliono distruggere ogni possibilità di consolidamento del cosiddetto “asse sciita”.
Ma questi conflitti devono essere iscritti nella crisi sistemica globale. In essa le cose non stanno mai ferme e una strategia messa a punto oggi può rivelarsi controproducente in poco tempo o non essere più attuabile. Perché lo scenario muta e perché qualcuno, anche tra i cattivi, guarda più in là. In termini sistemici, il caos protratto in Medio Oriente significa anche uno stop alle nuove vie della seta e quindi a una globalizzazione 2.0, cioè non più sottomessa agli interessi statunitensi e di importanza vitale per moltissimi Paesi, tra i quali quelli europei.
Ecco allora l’opposizione europea alla minaccia di Trump di “de-certificare” il “nuclear deal” con l’Iran e la recente contestazione dell’Agenzia nucleare dell’ONU nei confronti del presidente americano.
Ecco il crescere dei mugugni europei contro il protrarsi delle sanzioni alla Russia. E, perché no, ecco che il Nobel per la pace viene assegnato all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN). Ecco i sospetti su possibili voltafaccia della Germania (uno per tutti, si legga questo articolo - in realtà una sintesi di un articolo più vasto - di George Friedman, da leggere bene ma con occhio critico).
Ma ecco allora anche il secondo compito della Legione Straniera ex ISIS riciclata: condurre un pressing terroristico contro la UE per evitare che segua le sirene orientali (e questa minaccia dobbiamo denunciarla a squarciagola prima che succedano tragedie).
Se dunque il riavvicinamento Arabia Saudita-Russia servisse ad evitare queste nuove carneficine, sarebbe già un buon risultato.

La successione degli eventi in Arabia Saudita è stata frenetica, tipica della frenesia delle fasi finali (e lunghe) delle crisi sistemiche. Pochi giorni dopo la sua visita a Mosca il principe reale Mohammad Bin Salman, in quanto presidente di un’Alta Commissione Anticorruzione creata ad hoc dal padre, re Salman, ha ordinato una clamorosa retata: 11 principi della Casa Saud, 4 ministri in carica, dozzine di altri funzionari. Tra di essi il principe al-Waleed Bin Talal, ultramiliardario, azionista di riferimento di Twitter, CitiBank, Four Seasons e Lyft (è stato anche socio di Rupert Murdoch). E, soprattutto, il punto di riferimento della CIA in Arabia Saudita.
Diversi commentatori “addentro alle segrete cose”, dicono che Mohammad abbia fatto il passo più lungo della gamba, che si è isolato dal resto della Casa, essendo sostenuto solo dal padre che è sì re, ma ha contro quasi tutti i parenti. Ed è un avventurista perché si è messo in rotta di collisione con la CIA e con l’Esercito del Regno. Cioè sostanzialmente è un pazzo che si è scavato la fossa da solo.
Ma Mohammad non sembra un folle.
Penso invece che a Mosca abbia ricevuto la promessa di qualche tipo di appoggio, di “copertura aerea”. E non solo a Mosca. Prima del sorprendente e inedito viaggio a Mosca di Mohammad, a Riad ne aveva compiuto uno Donald Trump. Che Mohammad sia anche una pedina della lotta tra il Presidente e la CIA/neo-liberal-cons? Una lotta che sembrava persa dal presidente in carica che però è improvvisamente tornato alla controffensiva con la minaccia delle carte segrete sull’omicidio Kennedy, con lo scandalo Weinstein-Hollywood (centro di propaganda per i Democrats e di riciclaggio dei loro fondi neri), con lo scandalo Uranium One e quello “del Dossier Russia”, una controffensiva che ha fortemente indebolito Hillary Clinton (con sempre meno potere e sempre più scaricata dal suo fronte, dai media che la osannavano e persino dagli amici e dalle amiche – automaticamente accusati di essere agenti della propaganda russa, siamo e ormai alle patologie psicotiche; una Clinton vista come una palla al piede e da qualcuno addirittura già con un piede in galera).
Una lotta fuori dai radar dei media mainstream ma davanti agli occhi di tutti.
Ebbene, che rassicurazioni avrà dato il Presidente al Principe? Perché di sicuro Mohammad ne deve aver ricevute per arrestare il beniamino locale della CIA e altri mammasantissima, posto, per l’appunto, che non sia un folle.
Perplessità ha suscitato tra i commentatori anche la sua Vision 2030, ovverosia il piano di differenziazione dell’economia saudita che per quella data non dovrà più basarsi sull’esportazione netta di petrolio. Mohammad deve avere buone ragioni per perseguire questo progetto. Di esse dovremo riparlare, perché coinvolgono le risorse energetiche planetarie. Qui sottolineo solo che di sicuro questo piano implica un cambiamento sensibile nella politica estera dell’Arabia Saudita e la fine del rapporto privilegiato e a doppio filo con gli Stati Uniti, a favore di uno slittamento verso il Gruppo di Shanghai, cioè verso l’Eurasia. E’ la logica della crisi sistemica che detta questi slittamenti (e ogni Paese sta lavorando alla propria Vision 2030, spesso senza dirlo troppo in giro, vedi i Paesi europei: da che altro deriva la famosa “instabilità europea”?).
La retata è un atto dovuto in questa Vision, per via dei legami politici di alcuni arrestati coi neo-liberal-cons americani (e Trump si ricorda bene i milioni dati dai Saud alla Clinton per la sua campagna elettorale) e per via della loro visione delle cose, totalmente statica, legata alle rendite petrolifere e allo status quo delle relazioni internazionali saudite.
Lo status quo, così come il legame doppio Washington-Riad, è infine basato sul wahhabismo, la visione settaria, estremistica, fondamentalista dell’Islam che da più di due secoli fa da sostegno ideologico alla Casa Saud. Ecco allora il principe Mohammad che auspica che l’Arabia Saudita si faccia promotrice di un “Islam moderato, aperto al mondo e a tutte le religioni” (e questo vorrebbe dire anche fine della strategia di radicalizzazione per arruolare carne da cannone e quadri jihadisti da scatenare in mezzo mondo – un’operazione che adesso ha come oggetto i Curdi).
Se è questo che gironzola dentro la testa quasi-coronata di Mohammad Bin Salman, o è veramente matto da legare o ha fatto i suoi conti, ma con l’aiuto di qualcuno.



17 maggio 2017

Dov'è la Corea Del Nord? In Australia

di Pino Cabras.

Il New York Times ha chiesto a un campione di 1.746 cittadini statunitensi adulti di localizzare la Corea del Nord in una cartina muta. 
I puntini azzurri rappresentano le loro risposte. 
Soltanto il 36% ha saputo indicare correttamente la posizione geografica
Il rimanente 64% è andato a prendere granchi in tutta l'immensa Asia e persino in Australia.
Le risposte al sondaggio del 2017 su "dov'è la Corea del Nord?" su una cartina muta.

E' molto interessante l'analisi delle altre domande connesse a questo sondaggio: per ogni persona intervistata, quanto più essa segnava lontano dalla Corea il suo punto sulla mappa, tanto più era favorevole a un intervento militare. 
Nel 2014 il Washington Post fece un analogo esperimento. Quella volta agli americani si chiedeva dove fosse l'Ucraina. Anche allora, più si ignorava la geografia, più si voleva la guerra e meno la diplomazia


Le risposte al sondaggio del 2014 su "dov'è l'Ucraina?" su una cartina muta.

Non credo che i risultati cambierebbero di molto anche da noi, persino tra illustri intellettuali. 
Se si osservasse bene ad esempio quanti pochi chilometri ci siano tra il confine ucraino e la città di Mosca, si capirebbe meglio che piazzare lì un avamposto della NATO con una postura ostile - nell'era delle armi atomiche e delle decisioni di rappresaglia da prendere con poco preavviso - sia una mossa molto pericolosa e infinitamente stupida
Ma pochi sembrano saperlo. 


3 maggio 2017

Kill The Children


di Pino Cabras.
da Megachip.

In mezzo alle polemiche sulle organizzazioni non governative internazionali che traghettano verso l’Italia i disperati raccolti sulle coste libiche, la mia attenzione è stata attratta dal profilo dei componenti del Consiglio Direttivo italiano di una di esse, Save The Children:

Nella lista ho notato in particolare un nome, quello di Marco De Benedetti, che - oltre ad essere il figlio dell’oligarca italiano naturalizzato svizzero Carlo De Benedetti - ricopre la carica di Managing Director e Co-Presidente Europa di The Carlyle Group.

Ora, The Carlyle Group non è un’azienda qualsiasi, ma un gigante mondiale nella gestione degli attivi di aziende di tanti settori, incluse le industrie del complesso militare-industriale. Carlyle ha sede al centro dell’Impero, a Washington, e vive di una perenne commistione politica-affari, tanto che ha reclutato fra i suoi super-faccendieri anche ex direttori CIA ed ex presidenti USA come George Bush padre e l’ex primo ministro britannico John Major. Nel 2008-2016 il suo direttore dei servizi finanziari globali è stato un pezzo grosso di Wall Street, Olivier Sarkozy, fratellastro dell’ex presidente francese Nicolas, mentre fra gli amministratori di Carlyle c’è anche il numero uno della General Motors, Dan Akerson.

Insomma, parliamo di un architrave del capitalismo globalizzato, che gestisce "asset" per centinaia di miliardi dollari, di quel capitalismo al centro delle rapine finanziarie, delle guerre mediorientali, e di un’altra serie di fenomeni che potremmo ribattezzare “Kill The Children”.

Vediamo così adesso i bambini fuggiti da una casa perduta per via di una bomba aeronautica o di una bomba finanziaria ricollegata a imprese partecipate da Carlyle, mentre sono raccolti in mare da un’azienda dell’assistenza che incrocia la sua orbita con la Carlyle, e magari fornirà loro farmaci e cibo di aziende partecipate da Carlyle. Il capitalismo è tentacolare, apre e chiude cicli, è completo, e si fa anche bello, con tanto di riviste patinate e siti cinguettanti che vantano i buoni rapporti dei pezzi grossi del non profit con le multinazionali quotate nelle grandi borse del generoso Occidente.

Nel 2014, l’ex primo ministro britannico Tony Blair fu insignito di un premio istituito dall’influente ramo statunitense di Save the Children, il Global Legacy Award, durante una cena di gala a New York. Proprio lui, Blair, non esattamente il salvatore dei bambini iracheni e afghani.

L’industria della filantropia compie gesti buoni. Ma la muovono salotti esclusivi che incrociano le loro strategie con quelle dei padroni della geopolitica, cioè i signori delle guerre e delle ondate di profughi.
Nella statistica delle singole vite salvate, che fanno un bel rumore, scompaiono le masse sommerse e silenziate dai grandi media, a loro volta pilotati dagli stessi salotti.



29 settembre 2016

Disastro ferroviario in Algeria. Lo sapevate?


di Pino Cabras.
da Megachip.
Immagine tratta da Ennahar TV

Il 24 settembre, solo pochi giorni fa, in Algeria, un brutto incidente ferroviario ha causato un morto e centinaia di feriti. La notizia è passata inosservata in gran parte del mondo, tranne brevi richiami qua e là, come nel Mirror britannico.

In Italia addirittura nessun cenno. Ho controllato con i motori di ricerca: nada de nada, nisba.

Viceversa, l’incidente di oggi del treno in New Jersey, pur avendo la stessa esatta magnitudine di quello algerino, ha avuto lo squillante richiamo di notizia di apertura in quasi tutti gli organi di informazione dell’Occidente, compresi i telegiornali nostrani. Giovanna Botteri ci ha immancabilmente aperto il Tg3, ma lei lo aprirebbe anche se cadesse un albero a Kansas City.

Il messaggio trasmesso quindi non è: “c’è stato un incidente”; bensì: “solo le cose che succedono negli Stati Uniti sono importanti”.

Le altre storie, le altre visioni del mondo, le altre sofferenze, le altre speranze, le altre ragioni politiche, saranno riferite solo se i media occidentali daranno il permesso, volta per volta, secondo le loro convenienze e i propri pregiudizi. Persino la tv russa in lingua inglese, RT, oggi apre con il disastro del New Jersey, perché la nota di fondo che si suona a Ovest ha una forza preminente che si impone anche sulle abitudini di un'emittente che sa suonare un’altra musica. RT peraltro non ha bucato la notizia algerina.

Questo modo occidentale di narrare le storie ha tante applicazioni, specie in materia di guerra. Oggi ci fanno vedere i bambini che muoiono fra le macerie di Aleppo per commuoverci e indignarci, proprio quando l’esercito siriano guadagna terreno a danno dei jihadisti, quelli che il senatore USA John McCain chiama i nostri “asset”. Le nostre lacrime vengono manovrate con cinismo assoluto, perché gli stessi media non mostravano le vittime quando venivano mietute da tali impresentabili alleati, come del resto non mostrano le stragi saudite in Yemen, fatte con le nostre bombe.

Parlare di un incidente ferroviario locale come di una notizia mondiale è dunque un ingranaggio che fa parte di un meccanismo, di un sistema di pensiero funzionale alla guerra. Chi decide come farci percepire il diverso peso di ogni parte del mondo decide anche come farci percepire le guerre. Un direttore di TG costa meno di un F35, ma bombarda molto di più prima ancora che si combatta la battaglia finale.




26 settembre 2016

La guerra, Giovanna Botteri e i collegamenti mancanti


di Pino Cabras.
da Megachip.



Tg3 del 25 settembre, l'ennesimo servizio di Giovanna Botteri. Alla giornalista del Tg3 viene riservato un ruolo bizzarro: essere di fatto non la corrispondente da New York, ma dal Resto del Mondo, comunque via New York. 

Quel che accade nel pianeta appare o scompare nelle sue cronache secondo il suo arbitrio (o secondo l'arbitrio di chi le passa le carte nella sua sede). 

Fare o non fare certi collegamenti fra i diversi fatti conferisce alla giornalista un potere enorme: i fatti esistono anche senza di lei, ma la conoscenza dei fatti e i loro collegamenti reciproci esistono solo se lei li racconta. E lei non li racconta. Riferisce solo un punto di vista, quello della CIA, l’organizzazione più attenta alla qualità del giornalismo occidentale.

Ieri parlava di Aleppo. In questi giorni c’è un’offensiva del governo siriano per liberare la seconda città della Siria dalla morsa delle formazioni jihadiste alleate delle potenze NATO, che per lunghi anni l’hanno parzialmente occupata e per il resto assediata. I tanti morti di questa battaglia sono solo gli ultimi di una vicenda pluriennale, su cui Botteri ha taciuto. La corrispondente non entra nemmeno nei labirinti della vicenda. Per lei, come per tutti gli sponsor delle formazioni jihadiste, i russi hanno “rotto la tregua” e stanno compiendo niente meno che un “genocidio”. 

Non sto a ricordare che la tregua l’ha rotta l’attacco aereo statunitense di Deir ez-Zor (che ha massacrato la guarnigione siriana che resisteva all'ISIS e si è accompagnato a una puntualissima offensiva della stessa ISIS, e su cui Botteri non ha detto né ai né bai). Né sto a ricordare quanto si abusi della parola genocidio per patrocinare la propaganda di una parte in guerra e ‘hitlerizzare’ il nemico (un trucco criminale che funziona sempre).

Attiro invece l’attenzione sul collegamento che Giovanna Botteri – colpevolmente – non fa né oserà mai fare. Mentre le grandi potenze occidentali stigmatizzano le perdite di vittime civili in Siria e le attribuiscono ad Assad e a Putin, in questi giorni quelle stesse potenze battono ogni record nel fornire armi di ogni tipo all’Arabia Saudita, cioè il principale finanziatore e fornitore di ISIS e simili. È quella stessa Arabia Saudita che sta anche bombardando selvaggiamente la popolazione civile dello Yemen, proprio in queste ore, come fa da due anni in qua. Da quando il premio Nobel della pace Barack Obama è alla Casa Bianca, gli USA hanno dato all’Arabia Saudita la bellezza di 115 miliardi in armamenti, cui si aggiungono le forniture di bombe sardo-tedesche che partono dall’aeroporto a 10 km da casa mia.
 Decine di migliaia di morti e milioni di senzatetto non scandalizzano le potenze che aiutano i massacratori. E perciò non scandalizzano Giovanna Botteri, che non ne parla, impedendo a milioni di persone di avere una visione completa del quadro. 

Fino a prova contraria, lo stipendio a Giovanna Botteri lo paghiamo noi, non la CIA. E allora, perché ci propone soltanto il punto di vista della CIA?
Mi dicono che faccio domande ingenue. Ma preferirei che le sue veline venissero lette direttamente da un funzionario della CIA. Disintermediare per risparmiare.


2 settembre 2016

11/9 - QUINDICESIMO ANNIVERSARIO


di Giulietto Chiesa.
da Megachip.


Il prossimo 11 settembre coinciderà con il 15-esimo anniversario del più grande attentato terroristico della storia. Si sono spesi ettolitri d’inchiostro per argomentare sul tema: chi lo ha fatto? Quali erano gli obiettivi politici che i suoi organizzatori perseguivano?

È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da sempre che i diciannove presunti “dirottatori”, guidati da Osama bin Laden, non avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in abbondanza che nell’operazione intervennero forze potenti che avevano legami con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell’FBI, per arrivare fino all’ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano.

Il lavoro della “9/11 Commission” (cioè la “versione ufficiale”) non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni, mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org, dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi anni da un gruppo di specialisti di cui anch’io faccio parte. Quella Commissione — come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell’ex senatore democratico Bill Graham (che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indago sull’11/9) e di numerosi senatori e deputati americani — rifiutò di esaminare documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l’attentato. Le 28 pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i “capri espiatori” a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto che FBI e CIA erano — e tutto ciò è stato provato— al corrente della preparazione dell’attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione falsa dell’intera vicenda, per coprire i veri responsabili.
A questa falsificazione — già provata — se ne possono aggiungere decine. Quanto basta per concludere che ci furono interessi potenti, all’interno dell’élite americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti dell’attentato.  Basti pensare che il presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha dichiarato, e scritto, in diverse interviste, che esistono ormai indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a un corte internazionale, l’Amministrazione americana di George W. Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l’Amministrazione americana.


Il fatto è che — altro indizio importante — tutto il mainstream mediatico occidentale ha coperto in tutti questi 15 anni una versione ufficiale totalmente falsa, fino al ridicolo, impedendo l’emergere della verità. Gli ideatori e organizzatori dell’attentato, i loro amici e sodali, avevano ed hanno il controllo quasi totale della comunicazione mondiale, e dunque hanno potuto giovarsi della completa ignoranza dei fatti in cui centinaia di milioni di persone sono state confinate.

Il problema è dunque, al tempo stesso politico e comunicativo. Ed è questione cruciale risolverlo prima che sia troppo tardi. Gli organizzatori dell’11/9 sono ancora non solo a “piede libero”, ma sono tuttora in grado di creare danni, irreparabili, alla pace mondiale. Si deve ricordare che essi sono dei vincitori: la potenza della loro azione ha modificato drammaticamente la storia del pianeta. Dopo l’11/9 ha preso inizio una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole internazionali: tutti motivati con la necessità di combattere il “nuovo nemico” dell’Occidente, l’Islam fondamentalista.

La guerra al terrorismo internazionale, che prese inizio fin da quella data, è in corso da quindici anni. Ma, paradossalmente, non solo non sembra produrre risultati tangibili, ma sta estendendo il caos e il disordine in tutte le direzioni.  A prima vista la situazione attuale sembra dimostrare che l’Impero americano — il più potente e armato di tutto il mondo, coadiuvato dalle armate dell’Occidente inquadrate nella NATO — non sia in grado di fermare il nuovo nemico, artificialmente evocato mediante “il più grande spettacolo del mondo”, cui assistettero in diretta televisiva, live, circa 3 miliardi di persone. 

Non credo che questa impressione di sconfitta sia giusta. Piuttosto gli sviluppi cui stiamo assistendo sembrano delineare una situazione di caos globale, che corrisponde agl’interessi degli stessi inventori della “guerra al terrorismo internazionale”. Si tratta di un “caos organizzato”, il cui scopo principale è quello di nascondere ai popoli dell’Occidente, ormai terrorizzati, che l’origine della crisi mondiale è tutta interna all’Occidente. Essa deriva direttamente dal fatto che il sistema bancario mondiale, creato dalla globalizzazione e che, a sua volta, ha sorretto la globalizzazione, non è più in condizione di resistere a lungo senza esplodere in una crisi mondiale di proporzioni cento volte superiori a quelle che portarono alla crisi del 1929.

Il “terrorismo islamico”, che si sta trasformando, giorno dopo giorno, in una “guerra irregolare” diffusa (secondo la definizione datane da Vladimir Putin) equivale a una grande “distrazione di massa”, per disorientare l’opinione pubblica mondiale, ma consente anche agli Stati Uniti di sfruttare terroristi e gruppi radicali estremisti per i propri scopi di parte. Lo prova a dismisura la teoria — inventata per l’occasione proprio dalle fonti ufficiali occidentali per mascherare  il proprio sostegno al terrorismo nel corso della guerra contro la Siria — dei “terroristi moderati”, contrapposti ai “terroristi cattivi”. Teoria che si è spinta fino a far considerare come potenziali alleati, nel tentato abbattimento del regime di Bashar al-Assad, dei raggruppamenti affiliati ad Al-Qa’ida.  Guarda caso, proprio la stessa Al Qa’ida cui 15 anni fa venne attribuita la paternità del grande attentato contro il World Trade Center e il Pentagono.

Dopo la crisi del 2008, innescata dal crollo di Lehman Brothers, nessuna ricetta dei centri del potere finanziario globale è stata in grado di rimettere in moto la macchina finanziaria mondiale. Il denaro è stato moltiplicato in forme vertiginose, attraverso il quantitative easing praticato da tutte le banche centrali dell’Occidente.  Ma la macchina globale non riesce a ripartire. Al contrario, tutte le previsioni (che vengono tenute accuratamente nascoste al grande pubblico degl’investitori) dicono che, da qui al 2020-2025, la crescita del PIL globale si avvicinerà al punto zero, segnando la fine delle illusioni di crescita economica che sono state sparse a piene mani, contro l’evidenza dei fatti, negli ultimi dieci anni.

Il problema richiede una soluzione politica rapida, essendo quella economico-finanziaria al momento impossibile. L’esplosione sistemica avverrà in un periodo di tempo indeterminato, relativamente procrastinabile, ma non superiore al decennio. Questo spiega la fretta (e anche i segnali di panico) con cui l’Occidente sta cercando di mescolare le carte e di destabilizzare il mondo cancellando tutto il sistema di regole che aveva resistito durante la guerra fredda.
Si ripete così lo scenario che precedette l’11 Settembre del 2001. Qualche anno prima, nel 1998, il gruppo di neo-con guidato da Paul Wolfowitz, aveva predisposto il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC, Project for the New American Century). Il titolo era già indicativo della follia dei suoi creatori: proporsi di imporre un altro secolo dominato dall’America, in un pianeta che si avviava a contare oltre 7 miliardi di esseri umani, nel quale esistono ormai giganti come la Cina e l’India, era equivalente a una dichiarazione di guerra contro il resto del mondo. Gli autori neo-con erano perfettamente consapevoli della violenza che un tale progetto avrebbe richiesto per essere realizzato. Sapevano — e lo scrissero — che la Cina, al 2017, sarebbe divenuta un concorrente oggettivo e non controllabile con il quale fare i conti. Rovesciando le parti, la definirono una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. E si prepararono a rafforzare un differenziale militare strategico che sarebbe dovuto essere incolmabile, per sempre, per ogni Stato o gruppo di Stati che avesse tentato anche soltanto di avvicinarsi alla potenza dell’Impero.

Essi, già allora, erano consapevoli della fragilità dell’immenso inganno finanziario su cui si reggeva il dollaro. E, infatti, i primi segni di recessione apparvero proprio nel 2001. Nello stesso tempo si trattava di imporre un cambio psicologico nella popolazione americana (e in quella di tutto l’Occidente, Europa inclusa) che, ignara di tutto e all’inseguimento della carota consumistica, mantenuta dal mainstream a poca distanza dal suo naso, non era disposta a farsi trascinare in nessuna avventura. Bisognava dunque creare qualche cosa di straordinario, di tremendo; qualcosa di “simile a una Nuova Pearl Harbor”, affinché le masse percepissero un pericolo smisurato e incombente, potenzialmente distruttore della loro sicurezza e del loro benessere. 
Un tale pericolo esterno non esisteva alla fine del secolo XX. La Russia — così pensavano, e questo fu il loro errore più grande — era già stata tolta dal gioco, conquistata, colonizzata culturalmente e politicamente. Non c’era più il “nemico rosso” che aveva angosciato l’élite americana nel corso della guerra fredda. Dunque la Russia non poteva essere inclusa nel novero dei concorrenti. Il Muro di Berlino era caduto. Come scrisse sarcasticamente Gore Vidal, «quando i russi ci hanno colpiti alle spalle abbandonando il loro impero nel 1991, siamo rimasti con molte idee errate su di noi e, quel ch’è peggio, sul resto del mondo»[1] .

Il pericolo bisognava dunque crearlo artificialmente. E così fecero. Potrà sembrare strano, ma lo dissero e lo scrissero apertamente. Basti ricordare cosa pensava, nel 1997, Zbignew Brzezinski: «Bisogna considerare che l’America sta diventando sempre di più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, direttamente percepita a livello di massa».[2]
La previsione di una Cina al di fuori del loro controllo era giusta. Ma occorreva subito un “nuovo nemico”. L’Islam venne cucinato per le mense di tutto il mondo come “quel” nemico. George W. Bush e il suo ministro della Difesa, Donald Rumsfeld gridarono ai microfoni e alle telecamere del mainstream che «stava cominciando una guerra che sarebbe durata un’intera generazione» (Rumsfeld disse “cinquant’anni”).

I primi quindici di questi “cinquant’anni” li abbiamo già visti e vissuti. È evidente anche ai ciechi che la situazione mondiale sta degenerando. Ma l’Occidente si rifiuta di prendere atto del mutamento dei rapporti di forza planetari.
Soprattutto insopportabile, per i circoli dirigenti americani, è la constatazione che la Russia è riapparsa sulla scena come protagonista. Nella previsione dei neo-con sbagliata era l’idea che la Russia fosse stata messa definitivamente fuori gioco. E questo errore di calcolo rendeva problematico tutto il resto del loro piano. Pensavano che, tolta di mezzo la Russia, ci sarebbe stato abbastanza tempo per reinventarsi la Cina come nuovo impero del Male, al posto della Russia. Ma si rivelò sbagliata anche la previsione che, una volta inventata la “nuova Pearl Harbor”, i sette miliardi di abitanti della Terra si sarebbero messi in fila per comprare tutto il comprabile nei supermercati predisposti per loro.  Sbagliata anche l’idea che sarebbe bastato creare denaro dal nulla per sistemare ogni cosa.

La sommatoria di questi errori e di questi successi consentì all’Impero di reggere — tra una nuova guerra e l’altra — per sei anni. Il settimo fu il 2008, e ci vollero dieci trilioni di dollari, inventati in tutta fretta dalla Federal Reserve di Alan Greenspan, per salvare dalla bancarotta tutte le banche dell’Occidente. E — come abbiamo già ricordato — gli ultimi otto anni sono stati il regno del caos.
Ecco perché l’Impero si trova di nuovo nella necessità di compattare il proprio sistema di alleanze, esattamente come fece attraverso l’attentato terroristico dell’11/9.  Nel 2008 lo stratagemma fu la destabilizzazione dei “piccoli nemici”. Affidato a Barack Obama, che lo realizzò mediante una moltiplicazione di rivoluzioni colorate e, soprattutto con l’uso delle “primavere arabe” per fare piazza pulita di regimi ormai scomodi, o inutili, nel Medio Oriente. E si deve riconoscere che questa operazione strategica ha funzionato, ma solo nel senso di incrementare la destabilizzazione globale.

Ma la presenza della Russia, tornata ad essere potenza mondiale, ha costretto i neo-con a cambiare strategia, e a tornare sul luogo del delitto. Di nuovo la fretta ha fatto capolino.
La crisi incombe e, a est, ci sono ora due “nemici”, Russia e Cina. Non solo il grande, ma unico, “Paese del Centro”. Solo così si spiega il colpo di Stato in Ucraina, l’abbattimento di Janukovic con le squadre naziste e ultranazionaliste russofobe da lungo tempo preparate e istruite con l’aiuto della Polonia e delle Repubbliche baltiche. 
La trappola, ben preparata, doveva costringere la Russia a un intervento diretto a sostegno dei russi di Ucraina, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica di nuovo tipo. Vladimir Putin non è cascato nella trappola e i russi di Ucraina — non tutti ma una parte decisiva — hanno trovato la forza di difendersi. La Crimea ha scelto di “tornare in patria”. 

Ma il risultato è stato in gran parte raggiunto dall’Impero. L’Europa si è schierata a fianco agli Stati Uniti, sono scattate le sanzioni, l’ondata russofobica ha investito tutto l’Occidente e lo ha compattato attorno a Washington. La Russia e Putin sono il vero “nemico da battere”.
Come? Hillary Clinton dovrà risolvere il problema.
Lo scontro diretto è in preparazione. Ma non tutti a Washington sono così suicidi da pensare di attuarlo. Si preparano alla guerra, ma pensano che anche la Russia di Putin potranno metterla in ginocchio, come fecero con l’URSS di Mikhail Gorbaciov. È una scommessa che potrebbero perdere.  E l’Europa è in pieno subbuglio. Potrebbe rompersi prima l’Europa.
E anche l’Impero è diviso al suo interno. Donald Trump difficilmente vincerà le elezioni, ma è un segnale che la fiducia dello stesso popolo americano nelle sue élites è ormai logorata. Si può applicare all’America il detto latino: “omne regnum in se ipse divisum desolabitur” (ogni regno, quando è diviso al suo interno, finisce per crollare).



NOTE


[2] Il corsivo è dell’autore di queste righe.

6 agosto 2016

#Hiroshima. Il giorno del ricordo

"Coloro che non ricordano il passato sono destinati a ripeterlo" 
(G. Santayana).

di Pierluigi Fagan.
da Megachip.

Illustrazione tratta da anthonyfreda.com.

Non avendo noi una comunità giapponese corposa e influente come quella ebraica, surrogo la mancanza, ricordando le forse 200.000 vittime civili di Hiroshima (di cui ricorre oggi il 71° anniversario) e Nagasaki.
Come ebbe a dire Leo Szilard, che assieme ad Albert Einstein fu uno dei più influenti promotori scientifici del Progetto Manhattan, salvo poi dissociarsi dall'effettivo sgancio dell'ordigno:
«Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, avremmo definito lo sgancio di bombe atomiche sulle città come un crimine di guerra e avremmo condannato a morte i tedeschi colpevoli di questo crimine a Norimberga e li avremmo impiccati.»
In subordine, si sarebbe potuto istruire un processo per contravvenzione delle Convenzioni dell'Aja (1899, 1907) - peraltro ratificate dagli Stati Uniti - in base all'art. 25 della seconda:
«È vietato attaccare o bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifizi che non siano difesi».
Ma la Grande Nazione Cristiana né venne processata, né si sentì mai in colpa ed anzi diede la surreale giustificazione che i pochi morti di quei due giorni salvarono molti più morti potenziali.

Memoria di Hiroshima. Per tutti gli umani che quella prima mattina di un martedì d'estate stavano iniziando il giorno che non avrebbero finito:



La commemorazione musicale ha molte analogie con le impressioni acutissime ed emozionanti sollevate da un'altro ricordo sinfonico, quello di Krzysztof Penderecki.




16 marzo 2016

Yemen, strage saudita al mercato

di Pino Cabras.
da occhidellaguerra.it.




Il bilancio dell’ultimo pesante raid aereo dell’Arabia Saudita in Yemen si fa sempre più grave. I missili caduti proprio nell’ora di punta nel mercato di Mostaba, il più importante nella regione di Hajja, hanno ucciso almeno 107 civili e causato decine di feriti, in un’area lontana da obiettivi militari. Le immagini dello strazio sono state riprese da Al-Masirah, la TV vicina al movimento sciita degli Houthi. Si tratta di immagini cruente che possono urtare profondamente molte sensibilità.
Per chi non le vedrà, basti sapere che fra i cadaveri carbonizzati ci sono anche tanti bambini, una fiumana di garzoni che si guadagnavano il pane con piccole commissioni nel grande mercato, ora in macerie.
Quando si superano i cento morti, la notizia riesce ad affacciarsi in qualche taglio basso dei giornali nostrani, ormai diluita e anestetizzata. Nessuno dice “Je suis Yemen”, stavolta. Ma per gli yemeniti, invasi e bombardati dalle forze armate della coalizione dei sauditi e dei loro stati clienti vicini, è stata un’ordinaria giornata di guerra.
Gli aerei di Riad hanno lanciato nella sola giornata di martedì altri 11 attacchi contro il campo militare di Arkub, presso la capitale Sanaa, oltre ad altri bombardamenti su obiettivi non militari in altrettante aeree del paese. Va avanti così da un anno. Gli obiettivi colpiti sono soprattutto civili: infrastrutture e case. Al Masirah conta che dall’inizio della guerra sono stati distrutti 353 mercati e complessi commerciali. Si aggiungono alla sistematica distruzione della rete idrica, delle fabbriche, delle scuole.
Quelle saudite sembrano reazioni rabbiose e scomposte a una guerra che non riescono a vincere: nella stessa giornata, l’esercito yemenita e le forze dei comitati popolari hanno respinto l’ennesimo attacco lanciato da truppe mercenarie sotto il comando saudita nella zona di Taiz, nel Sud, infliggendo loro perdite pesanti. Altre perdite saudite nella città di al-Ghayl.
Per Riad, questa guerra è un buco nero che sta ingoiando il bilancio statale con un deficit da incubo senza che la dinastia ottenga alcun risultato. Per la popolazione yemenita è una carneficina e un disastro umanitario, tuttora dimenticato dal mondo. Dal marzo del 2015 ad oggi, l’aggressione saudita ha fallito il suo obiettivo principale: riportare al potere l’ex presidente e alleato, Abd Rabbuh Mansur Hadi. Ha intanto causato almeno 10mila morti e oltre un milione e mezzo di sfollati, senza che la resistenza si sia piegata.
In Siria i sei mesi di intervento russo (guidato da obiettivi definiti) hanno costruito le premesse per una soluzione politica al conflitto. In Yemen, invece, i dodici mesi di intervento saudita hanno aperto una voragine geopolitica in più, che si somma ai disastri combinati in Siria, in Iraq, in Libia, mentre persino il Libano rischia ora di sprofondare in una nuova guerra civile, sempre sotto l’urto delle manovre politiche e militari di Riad, la capitale dell'”Isis che ce l’ha fatta”.