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29 settembre 2016

Disastro ferroviario in Algeria. Lo sapevate?


di Pino Cabras.
da Megachip.
Immagine tratta da Ennahar TV

Il 24 settembre, solo pochi giorni fa, in Algeria, un brutto incidente ferroviario ha causato un morto e centinaia di feriti. La notizia è passata inosservata in gran parte del mondo, tranne brevi richiami qua e là, come nel Mirror britannico.

In Italia addirittura nessun cenno. Ho controllato con i motori di ricerca: nada de nada, nisba.

Viceversa, l’incidente di oggi del treno in New Jersey, pur avendo la stessa esatta magnitudine di quello algerino, ha avuto lo squillante richiamo di notizia di apertura in quasi tutti gli organi di informazione dell’Occidente, compresi i telegiornali nostrani. Giovanna Botteri ci ha immancabilmente aperto il Tg3, ma lei lo aprirebbe anche se cadesse un albero a Kansas City.

Il messaggio trasmesso quindi non è: “c’è stato un incidente”; bensì: “solo le cose che succedono negli Stati Uniti sono importanti”.

Le altre storie, le altre visioni del mondo, le altre sofferenze, le altre speranze, le altre ragioni politiche, saranno riferite solo se i media occidentali daranno il permesso, volta per volta, secondo le loro convenienze e i propri pregiudizi. Persino la tv russa in lingua inglese, RT, oggi apre con il disastro del New Jersey, perché la nota di fondo che si suona a Ovest ha una forza preminente che si impone anche sulle abitudini di un'emittente che sa suonare un’altra musica. RT peraltro non ha bucato la notizia algerina.

Questo modo occidentale di narrare le storie ha tante applicazioni, specie in materia di guerra. Oggi ci fanno vedere i bambini che muoiono fra le macerie di Aleppo per commuoverci e indignarci, proprio quando l’esercito siriano guadagna terreno a danno dei jihadisti, quelli che il senatore USA John McCain chiama i nostri “asset”. Le nostre lacrime vengono manovrate con cinismo assoluto, perché gli stessi media non mostravano le vittime quando venivano mietute da tali impresentabili alleati, come del resto non mostrano le stragi saudite in Yemen, fatte con le nostre bombe.

Parlare di un incidente ferroviario locale come di una notizia mondiale è dunque un ingranaggio che fa parte di un meccanismo, di un sistema di pensiero funzionale alla guerra. Chi decide come farci percepire il diverso peso di ogni parte del mondo decide anche come farci percepire le guerre. Un direttore di TG costa meno di un F35, ma bombarda molto di più prima ancora che si combatta la battaglia finale.




16 marzo 2016

Yemen, strage saudita al mercato

di Pino Cabras.
da occhidellaguerra.it.




Il bilancio dell’ultimo pesante raid aereo dell’Arabia Saudita in Yemen si fa sempre più grave. I missili caduti proprio nell’ora di punta nel mercato di Mostaba, il più importante nella regione di Hajja, hanno ucciso almeno 107 civili e causato decine di feriti, in un’area lontana da obiettivi militari. Le immagini dello strazio sono state riprese da Al-Masirah, la TV vicina al movimento sciita degli Houthi. Si tratta di immagini cruente che possono urtare profondamente molte sensibilità.
Per chi non le vedrà, basti sapere che fra i cadaveri carbonizzati ci sono anche tanti bambini, una fiumana di garzoni che si guadagnavano il pane con piccole commissioni nel grande mercato, ora in macerie.
Quando si superano i cento morti, la notizia riesce ad affacciarsi in qualche taglio basso dei giornali nostrani, ormai diluita e anestetizzata. Nessuno dice “Je suis Yemen”, stavolta. Ma per gli yemeniti, invasi e bombardati dalle forze armate della coalizione dei sauditi e dei loro stati clienti vicini, è stata un’ordinaria giornata di guerra.
Gli aerei di Riad hanno lanciato nella sola giornata di martedì altri 11 attacchi contro il campo militare di Arkub, presso la capitale Sanaa, oltre ad altri bombardamenti su obiettivi non militari in altrettante aeree del paese. Va avanti così da un anno. Gli obiettivi colpiti sono soprattutto civili: infrastrutture e case. Al Masirah conta che dall’inizio della guerra sono stati distrutti 353 mercati e complessi commerciali. Si aggiungono alla sistematica distruzione della rete idrica, delle fabbriche, delle scuole.
Quelle saudite sembrano reazioni rabbiose e scomposte a una guerra che non riescono a vincere: nella stessa giornata, l’esercito yemenita e le forze dei comitati popolari hanno respinto l’ennesimo attacco lanciato da truppe mercenarie sotto il comando saudita nella zona di Taiz, nel Sud, infliggendo loro perdite pesanti. Altre perdite saudite nella città di al-Ghayl.
Per Riad, questa guerra è un buco nero che sta ingoiando il bilancio statale con un deficit da incubo senza che la dinastia ottenga alcun risultato. Per la popolazione yemenita è una carneficina e un disastro umanitario, tuttora dimenticato dal mondo. Dal marzo del 2015 ad oggi, l’aggressione saudita ha fallito il suo obiettivo principale: riportare al potere l’ex presidente e alleato, Abd Rabbuh Mansur Hadi. Ha intanto causato almeno 10mila morti e oltre un milione e mezzo di sfollati, senza che la resistenza si sia piegata.
In Siria i sei mesi di intervento russo (guidato da obiettivi definiti) hanno costruito le premesse per una soluzione politica al conflitto. In Yemen, invece, i dodici mesi di intervento saudita hanno aperto una voragine geopolitica in più, che si somma ai disastri combinati in Siria, in Iraq, in Libia, mentre persino il Libano rischia ora di sprofondare in una nuova guerra civile, sempre sotto l’urto delle manovre politiche e militari di Riad, la capitale dell'”Isis che ce l’ha fatta”.



18 febbraio 2016

Yemen, ancora un disastro per mano saudita

di Pino Cabras.
da Occhi della Guerra.


Il mattatoio siriano, malgrado mille voci troppo manipolate, riesce a fare notizia. Ma c’è un altro mattatoio, lo Yemen, dove ugualmente è in corso una guerra totale, che non arriva ai nostri schermi.  Eppure le notizie ci sono. Ci sono i morti e i feriti. Ci sono le immagini, tante e nitide, che potrebbero raccontare bene le loro storie. Il direttore della tv yemenita Al-Masirah, con ragione, rimprovera noi dell’Ovest: “Dove siete?“.
Da settembre scorso una coalizione guidata dall’Arabia Saudita conduce una terribile aggressione ai danni di questo paese di 25 milioni di abitanti, con un bombardamento continuo e indiscriminato. La coalizione comprende anche i paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) ossia Arabia SauditaBahreinEmirati Arabi UnitiKuwaitOman e Qatar, con altre truppe di paesi clienti dei sauditi e con il beneplacito degli Stati Uniti.
Dopo neanche un anno, il bilancio di questa guerra assurda, scatenata contro uno dei paesi arabi più poveri, è già terribile, prima di tutto dal punto di vista umanitario: 10mila morti, di cui 2.200 bambini e 1.900 donne, decine di migliaia di feriti e mutilati. Inoltre, ci sono un milione e mezzo di sfollati e mezzo milione di case danneggiate. I bombardamenti non risparmiano nulla: totalmente o parzialmente distrutte 680 moschee (alcune antichissime), 258 strutture sanitarie, 669 tra scuole e istituti.
In termini di infrastrutture, gli attacchi della coalizione saudita hanno colpito: 19 aeroporti, 10 porti, 512 ponti, 125 centrali elettriche, 167 stazioni di comunicazione,164 reti idrauliche. Oltre dieci milioni di persone non hanno più l’acqua. La vecchia manovalanza di al-Qa’ida fa l’ennesimo favore ai sauditi, che li proteggono, terrorizzando intere città e regioni. Come se non bastasse, imperversa anche l’Isis, che prospera nel caos irradiato da Riad, fino a sfuggire al controllo degli aspiranti stregoni e affacciarsi così sulla porta del Mar Rosso, lungo le rotte mercantili più importanti.
Nessuna meraviglia dunque se il Paese risulta paralizzato. Tanto più perché anche le attività economiche sono sistematicamente bombardate. Case, botteghe, officine, mezzi di trasporto, sono tempestati di bombe a grappolo vietate dagli accordi internazionali, ma non dalle convenienze commerciali e geopolitiche. Sono affari d’oro per la Textron, una multinazionale con sede a Providence (Usa) che produce le micidiali CBU-105, presentate alla clientela in un video promozionale con tanto di musichetta.
Nel video le sub-munizioni che si separano dall’ordigno principale vanno a colpire ordinatamente un carro armato per ciascuna. Nel mondo reale, cioè in Yemen, le munizioni a grappolo cadono invece su quartieri densamente popolati. Nessun problema per la Textron. Ma gli affari sono affari anche per una fabbrica localizzata a Domusnovas, in Sardegna, dove la Rwm Italia sforna giorno e notte enormi carichi di bombe destinate a colpire lo Yemen, dopo un viaggio per nave o spesso per aereo cargo: questo quando i sauditi hanno fretta. Nessun problema nemmeno per la ministra della Difesa, Roberta Pinotti. Basterebbe unire i puntini che tratteggiano un unico disegno, che connette le bombe che produciamo con i crateri prodotti da quelle bombe. Un disegno che poi prosegue con le masse delle persone in fuga da quei crateri, fino a riversarsi su paesi vicini e lontani.
Il tutto il mondo arabo movimenti politici e associazioni umanitarie esprimono la loro condanna e preoccupazione per l’aggressione di Riad. Come se non fossero sufficienti le sofferenze di un popolo colpito con tanta furia omicida, ora rischiano di saltare tutti gli equilibri delicati di un paese già di per sé difficile, che diventa l’ennesimo nuovo affluente del grande fiume dei rifugiati.
Ne parliamo con il direttore della tv Al-Masirah, forse l’unica televisione oggi in grado di trasmettere immagini dallo Yemen al mondo. Si tratta di Ibrahim Mohammad al-Douleimi. Oltre a dirigere la tv, fa anche fa parte del Movimento sciita Huthi, ossia Ansar Allah, che difende il territorio yemenita assieme all’Esercito rimasto fedele al Presidente Saleh, tutti nemici acerrimi dell’Isis, di al-Qa’ida e dei piranhas di Casa Saud. Come in tutte le guerre del mondo, anche gli Huthi stanno dentro il quadro delle violenze belliche e dei calcoli di un conflitto spietato, ma Al-Douleimi ci ricorda con forza il contesto più importante, al momento: adesso è in corso un’aggressione internazionale straniera e il suo popolo è la parte oppressa che resiste.
Il giovane direttore della tv comincia inviando un messaggio accorato all’opinione pubblica europea che fin qui non ha visto sui propri schermi neanche una delle tante vittime dello Yemen. Al-Douleimi si rivolge in particolare ai giornalisti: “La pace sia con voi. In veste di vostro collega e giornalista faccio un appello a tutti i giornalisti liberi nel mondo, a tutte le organizzazioni dei diritti umani. Voglio chiedervi dove siete, ora, di fronte a quel che succede nello Yemen da 11 mesi in qua, da quando una guerra saudita e americana è stata scatenata contro il nostro Paese. Dove siete? Non sentiamo la vostra voce. Non vediamo nessun giornalista presente nella nostra terra bruciata. Esiste un vero e proprio progetto criminale, uccidono donne e bambini, vengono utilizzati i bombardamenti più moderni, armi proibite, che viaggiano dai vostri aeroporti fino alle basi saudite. Dobbiamo continuare a morire? Dov’è l’opinione pubblica? Dove sono i giornalisti liberi? Lo Yemen vi aspetta, noi vi aspettiamo”.
Mentre guardiamo insieme le atroci immagini in esclusiva dei combattimenti in Yemen e delle vittime, chiediamo ad Al-Douleimi di approfondire le spiegazioni di questa guerra così importante eppure sconosciuta in Occidente.
Come si può spiegare ciò che sta succedendo nello Yemen? Cosa ha spinto l’Arabia Saudita ad aggredire il vostro Paese?
L’aggressione è stata una risposta alla volontà dello Yemen e del suo popolo di mettere fine nel 2015 all’egemonia saudita sul Paese e la sua scelta di stabilire rapporti indipendenti con i vicini. Noi per lungo tempo abbiamo sofferto la sottomissione all’egemonia saudita. Gli yemeniti sono stati privati dalla loro indipendenza e la loro sovranità sul loro territorio. Lo Yemen, malgrado la sua ricchezza, è rimasto un Paese arretrato legato alla volontà dominante della dinastia saudita. I sauditi sono intervenuti dopo una rivolta popolare che ha prodotto un clima nuovo di libertà e indipendenza. Contro la volontà del popolo yemenita è stata organizzata questa guerra distruttiva.
Esiste un vero oscuramento sulla situazione nello Yemen, i giornalisti non riescono arrivare a Sanaa per riferire quel che possono vedere. Eppure ci informano che l’Arabia Saudita vuole addirittura inviare già adesso le sue truppe in Siria. C’è da chiedersi: se ora Riad ha la forza per inviare truppe in Siria, ha forse già vinto in Yemen?
Di fronte al fallimento della politica regionale saudita possiamo aspettarci di tutto: i governanti sauditi sono infuriati, per niente lucidi, e possono commettere qualsiasi atto di stupidità. Purtroppo tutto può succedere di fronte al Caos totale, all’assenza delle Nazioni Unite che non si assumono le proprie responsabilità. L’odio saudita verso gli altri può spingere la monarchia a commettere ulteriori atti criminali, violando il diritto internazionale. Quel che sta succedendo nello Yemen in questo momento non è che un “esperimento” dei sauditi in un solo paese che vogliono ben presto estendere e generalizzare nella regione, in Iraq, in Siria o altrove. Quelli di Casa Saud possono collaborare con qualunque Stato per realizzare i loro obiettivi, perfino con la Turchia, Israele o altri Stati che condividano la loro visione. È vergognoso, di fronte all’aggressione e al disastro umanitario all’assedio del Paese, che ci sia un vero e proprio black-out dei mezzi di informazione. Anche i giornalisti che vogliono andare nello Yemen non possono farlo. I sauditi non vogliono testimoni. Tutti gli aerei diretti a Sanaa devono atterrare in un aeroporto saudita e i giornalisti tornano indietro.
I sauditi hanno raggiunto i loro obiettivi nello Yemen?
Sono riusciti distruggere le infrastrutture, sono riusciti ad aiutare l’Isis e al-Qa’ida ad entrare in importanti città nelle provincie del Sud. I bombardamenti dell’Arabia Saudita ci hanno costretto ad abbandonarle mentre al-Qa’ida avanzava nel Sud, anche ad Aden. Sono riusciti a distruggere lo Yemen ma hanno fallito perché non sono riusciti a far inginocchiare gli yemeniti, che combattono perfino all’interno delle Province saudite. L’Arabia Saudita dopo mesi di bombardamenti non riesce ad affermarsi come una potenza regionale e raccoglie ogni giorno nuove sconfitte.
Vedremo se lo stesso accadrà in Siria, dove i sauditi hanno detto di volersi impegnare con “decisione irrevocabile”, nel momento in cui i loro combattenti per procura, i tagliagole inquadrati nelle tante formazioni salafite, sono vicini a perdere la guerra per effetto dell’intervento russo. Un intervento diretto di Riad in Siria (magari assieme alla Turchia) introdurrebbe variabili molto più pericolose. L'”esperimento” yemenita non depone a favore di Riad, che non coltiva alcun senso della misura, aggiungendo disastri a disastri.
Diventa urgente, qui in Europa, capire subito chi sono gli attori di un’unica grande catena di guerre, quali sono gli anelli dimenticati della catena, come lo Yemen e altri paesi, chi sono i nemici e chi invece sono i potenziali alleati. Scopriremo che questi potenziali alleati sono numerosi anche presso quelli con cui l’Occidente non ha familiarità.
Con la collaborazione di Talal Khrais da Beirut

Fonti: 

29 gennaio 2016

Bombe italiane da Cagliari a Riad

di Geraldina Colotti.



Un esposto in diverse Procure per chiedere un’indagine sulle spedizioni di bombe aeree dall’Italia all’Arabia Saudita. Questa l’iniziativa della Rete Italiana per il Disarmo, illustrata ieri durante una conferenza stampa alla Camera — dal titolo «Controllarmi» — e presentata in Procura da Alfio Nicotra, Lisa Pelletti Clark, Massimo Valpiana, Giorgio Beretta, Maurizio Simoncelli e Francesco Vignarca. 

L’articolo 1 della legge 185/90 — ha spiegato ieri Vignarca, coordinatore della Rete — vieta l’esportazione di armi verso paesi in stato di conflitto armato e che violino i diritti umani. Invece, partono dalla Sardegna «continue spedizioni con tonnellate di bombe aeree dirette in Arabia Saudita»: 5 dal 2015 a oggi. Bombe che servono a rifornire i velivoli della Royal Saudi Air Force che «dallo scorso marzo bombardano lo Yemen senza alcun mandato da parte delle Nazioni unite, esacerbando un conflitto che ha provocato quasi 6.000 morti, la metà dei quali vittime civili e sta determinando la maggior crisi umanitaria in tutto il Medio Oriente».

Le spiegazioni fornite dal governo, sono state tardive e ambigue, «al punto da farmi rimpiangere i governi Andreotti — ha detto Giuseppe Civati, presente in sala, e ha proposto che ogni parlamentare pubblichi gli allarmanti dati del traffico di armi e il testo dell’esposto. «Il Parlamento non è più la sede politica adatta per chi tiene alla pace e al rispetto delle norme», ha rincarato Giulio Marcon, criticando la risposta del governo secondo cui la vendita di armi viene «decisa caso per caso»: perché occorrerebbe comunque una decisione del Consiglio dei ministri e il voto delle Camere. 
Riccardo Noury, di Amnesty International, ha ricordato le violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita.

Giorgio Beretta ha denunciato le complicità del governo Renzi «per le nuove autorizzazioni alle esportazioni rilasciate (almeno 5 monitorate, via aerea e via mare), ma anche per il mancato controllo per gli invii di materiali militari decisi in precedenza, com’è espresso compito dell’esecutivo».

Il senatore 5S Roberto Cotti e il deputato di Unidos, Mauro Pili hanno raccontato come «un carico di migliaia di bombe» sia partito in tutta segretezza ancora due settimane fa dall’aeroporto di Cagliari con destinazione la base dell’aeronautiva militare saudita di Taif, non lontano dalla Mecca. 
Dall’ottobre scorso, due spedizioni sono partite via aereo cargo, altre due dai porti di Olbia e Cagliari. Secondo il ministero della Difesa — ha detto Pili — si tratterebbe di materiale in transito: «Bombe in vacanza — ha ironizzato, attratte dalla bellezza del paesaggio». Bombe prodotte dalla RWM Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall con sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento a Domunovas (Carbonia-Iglesias), in Sardegna. 
Per questo, l’esposto della Rete italiana è stato depositato, oltre che alla Procura di Roma, anche a quella di Brescia. Cotti ha chiamato in causa anche le responsabilità del governo della Regione Sardegna.

Significativa la considerazione finale di Beretta: «Le bombe — ha affermato — vengono costruite in una regione come la Sardegna dove le fabbriche chiudono e agli operai non resta che quel tipo di produzione. E vengono gettate in un’altra parte del mondo altrettanto povera, per i profitti di un paese ricco, attraverso l’impresa tedesca».







21 dicembre 2015

La guerra dei media in Europa e in Medio Oriente

Pandoratv.it

C’è un Islam che lotta strenuamente contro l’ISIS. Muore in battaglia e produce un nuovo giornalismo, come la TV libanese di Hezbollah, Al Manar. L’Arabia Saudita l’ha voluta oscurare dal satellite Arabsat.
Ma prima ancora questa TV l’avevano già oscurata gli europei con Eutelsat.
Al Manar mi ha intervistato in proposito.



Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5342.

31 ottobre 2015

La rotta delle nostre bombe, da Cagliari alle teste dei bambini yemeniti


NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS

Il sito reported.ly pubblica un'inchiesta clamorosa a partire da un recentissimo episodio che sembrava avere una dimensione appena locale: il carico-scarico di molte tonnellate di bombe a un passo dagli aerei civili dell'aeroporto di Cagliari. Ma un mega-carico di bombe non è cronaca locale, è un fatto di portata internazionale che si lega a una catena di notizie. Tuttavia - tranne, in parte, ilgiornale.it - nessuna grande testata ha voluto dedicare risorse a un qualche articolo che indagasse su questa catena, che parte da un'industria italiana e finisce negli ospedali bombardati in Yemen, passando anello dopo anello per i trattati disattesi in materia di diritti umani, la complicità dei governi, e i pericoli crescenti legati all'aumento delle tensioni militari
C'è un legame diretto fra le bombe saudite e qatariote acquistate in Italia e i milioni di sfollati yemeniti, e le loro presenti e future pressioni migratorie. Ma quando si devono coprire le cause delle migrazioni di massa, gli organi di informazione europei sono capaci perfino di rinunciare a uno scoop. Proprio la Sardegna, in questi giorni è uno dei teatri più affollati della grande esercitazione NATO Trident Juncture. Ci sarebbe molto da raccontare su questo war game, una fornace di guerra che brucia risorse immense sottratte alla vita dei popoli per esporla ai pericoli di un conflitto apocalittico (e da subito a una pressione ambientale devastante). 
Ma i grandi media non disturbano la NATO. Perché sono organi della NATO.

Ci voleva un sito in lingua inglese per ricomporre la storia delle bombe. L'abbiamo tradotto per voi, con l'aiuto delle redazioni di Megachip e di PandoraTV.
Buona lettura.

Esclusivo: L'Italia invia altre bombe RWM in Arabia Saudita

di Malachy Browne.

Utilizzando dei contenuti sociali originati da fonti della comunità di origine e il servizio di monitoraggio in diretta delle rotte aeronautiche, FlightRadar24.com, il sito reported.ly ha seguito le tracce di un carico di bombe a bordo di un Boeing 747 mentre veniva condotto da un aeroporto civile in Sardegna verso una base militare in Arabia Saudita. L'approvazione italiana della spedizione plausibilmente contravviene al trattato sul commercio delle armi.
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Giovedì 29 ottobre, diversi testimoni oculari e media locali dell'isola di Sardegna hanno fotografato decine di bombe sulla pista dell'aeroporto di Cagliari. Sorvegliate dalla polizia italiana, le bombe sono state caricate a bordo di un aereo cargo Boeing 747.
Le prove suggeriscono che le bombe siano state prodotte presso il vicino impianto di produzione di RWM Italia, società di munizioni che ha venduto migliaia di bombe all'Arabia Saudita e ad altre forze armate che bombardano lo Yemen, come rivelato da questa indagine di reported.ly dello scorso giugno. Questo reporter ha visto prove documentali delle bombe con codici di fabbricazione RWM Italia sul terreno in Yemen.


Il giornalista locale Michele Ruffi ci ha inviato il video qui sopra che mostra il velivolo e il carico. Abbiamo verificato tutto ciò in maniera indipendente abbinando foto geo-referenziate di Instagram scattate giovedì, individuando così l'aereo sulla pista.
Separatamente, il politico sardo Roberto Cotti ha twittato questa foto del carico, che ci permette di identificarlo come un carico di bombe di serie MK80, prodotte ed esportate dalla RWM Italia con contratti del valore di centinaia di milioni di dollari sin dal 2011.



L'operatore del Boeing 747 è la Silk WayAirlines, una compagnia di cargo dell'Azerbaigian. I registri di volo storici mostrano che l'aereo viaggia regolarmente tra Baku e Dubai, Francoforte, Kiev e Zhengzhou in Cina.
Ian Petchenik con FlightRadar24.com ci ha aiutato a trovare il segnale dell'aereo sulla pista in Sardegna per tracciare poi il modo in cui è partito giovedì sera per l'Arabia Saudita (la destinazione non era registrata a quel momento).


Dopo aver perso traccia dell'aereo mentre sorvolava l'Egitto, lo abbiamo captato di nuovo mentre attraversava il Mar Rosso e cominciava a scendere verso Gedda. In un cambio di rotta dell'ultimo minuto, l'aereo è stato dirottato verso Taif, un aeroporto regionale che è anche una base militare delle forze armate del Regno saudita. Il transponder sembra essere stato spento, una volta raggiunta Taif, ma i dati di volo confermano che è partito da lì venerdì mattina, 30 ottobre.



Un 'volo commerciale regolare'
Infuriato per la spedizione avvenuta da un aeroporto civile, il politico sardo Mauro Pili riferisce di aver chiesto all'Ente Nazionale dell'Aviazione Civile (ENAC) se l'aereo cargo fosse stato autorizzato a caricare armi. L'ENAC ha rilasciato una dichiarazione, pubblicata dall'agenzia di stampa Ansa, sul fatto che l'aereo fosse "regolarmente autorizzato" come "un volo commerciale regolare". Pili ha anche pubblicato la prova video sul cargo in fase di caricamento.



La dichiarazione dell'ENAC:
“In merito alle notizie apparse oggi su alcune agenzie di stampa relativamente ad un volo operato dall’aeroporto di Cagliari con a bordo materiale bellico, [...] si trattava di un volo di natura commerciale regolarmente autorizzato nel contesto delle previsioni normative internazionali tecniche che disciplinano il trasporto di tali materiali”.

Questa affermazione suggerisce che il carico sia stato autorizzato dal Ministero della Difesa o dal Ministero degli esteri. Con l'aiuto dei nostri contatti italiani, chiediamo ai ministeri se sia questo il caso, e se necessario, presenteremo un'interrogazione parlamentare per scoprirlo.

[AGGIORNAMENTO: Una serie di interrogazioni parlamentari è stata presentata durante la seduta di venerdì 30 ottobre.]

Anche se non possiamo dire con assoluta certezza che queste bombe siano state scaricate all'aeroporto di Taif per l'utilizzo da parte delle forze armate saudite, è molto probabile che lo siano state per davvero dato il conflitto in corso e dato il commercio che è stato dimostrato tra RWM Italia e l'Arabia Saudita. A luglio, l'esperto italiano di armamenti Giorgio Beretta aveva scoperto ancora un altro carico di bombe verso l'Arabia Saudita.



Quest'ultima prova suggerisce una maggiore urgenza nel fornire le bombe ai sauditi: in un precedente contratto con gli Emirati Arabi Uniti, le bombe furono spedite via mare attraverso il porto di Gedda.
Insieme, queste prove suggeriscono fortemente che il governo italiano continui a concedere licenze per l'esportazione di armi a forze che stanno bombardando lo Yemen con conseguenze orrende. Almeno tre spedizioni sono state fatte da quando è iniziato questo conflitto sanguinario.
Dopo migliaia di morti civili, milioni di sfollati e la metà della popolazione che affronta la scarsità di cibo, la società yemenita è quasi totalmente crollata. Sono state documentate eclatanti violazioni dei diritti umani sia da parte sia della coalizione a guida saudita sia delle milizie Houthi che combattono per mantenere il controllo (vedi la nostra "StoryMap" più sotto). Compreso il recente bombardamento di un ospedale di MSF nella città settentrionale di Saada.



Denaro sporco, questioni giuridiche
Molti fondi pensione europei e americani, compresi i fondi statali, si sono avvantaggiati dei ricavi da miliardi di dollari della RWM Italia e della sua società capogruppo tedesca, la Rheinmetall Defence AG. Ma si tratta di denaro sporco. Gli Stati membri dell'UE sono vincolati da criteri specifici sulle esportazioni di armi, come spiegato in precedenza per reported.ly da Patrick Wilcken, Ricercatore di Amnesty International sul controllo degli armamenti, il commercio dei materiali di sicurezza e diritti umani:

Ai sensi del Trattato sul commercio delle armi e della Posizione Comune dell'UE sul controllo delle esportazioni di armamenti, l'Italia deve intraprendere una rigorosa valutazione del rischio caso per caso di ogni proposta di trasferimento di armi per determinare se vi sia un notevole rischio che le armi possano essere usate dal destinatario per commettere o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale in materia di diritti umani. Se c'è un rischio sostanziale, l'Italia deve negare la licenza di esportazione. [corsivo di reported.ly]

Questa ultima spedizione di armi arriva proprio nel giorno in cui il blogger saudita incarcerato, Raif Badawi, è stato insignito del massimo premio dell'Unione Europea sui diritti umani. L'Unione europea farebbe bene a esaminare la legalità di queste spedizioni e sanzionare l'Italia qualora si dimostri che siano illegali.

Ecco come il tuo fondo pensione si avvantaggia dei bombardamenti in Yemen
La nostra precedente indagine sulle bombe della RWM Italia trasportate verso gli Emirati e ritrovate in Yemen


Fonte
Il pezzo prosegue con una collezione di documenti a sostegno dell'analisi tecnica del volo in questione e altri materiali di approfondimento.



Tratto da: http://megachip.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=124554&typeb=0.

2 gennaio 2010

Las falsas pistas terroristas y las nuevas guerras

por Pino Cabras - Megachip.

Son muchos los elementos que no cuadran, en ocasión del hecho del nigeriano que quería hacer explotar el avión sobre el Atlántico. Las autoridades políticas y los altos nombres del periodismo tienen las respuestas listas. Pero nosotros tendremos que hacer las preguntas que ellos no quieren hacer.

¿El atentado se desarrolló de la forma que dicen? ¿De veras existe una nueva amenaza de al-Qaeda?

Es siempre fuerte la presencia mediática del fantasma de al-Qaeda. Así alimenta una perenne sensación de espera por algún acontecimiento que recuerde la gran representación del 11/9. El impulso original de ese trauma, nace de acontecimientos modestísimos de por sí, pero agigantados inmediatamente hasta la histeria. Un joven nigeriano de 23 años, de buena familia, Umar Farouk Abdul Mutallab, que sobre la ruta aérea de Amsterdam-Detroit, intenta hacer estallar el avión gracias a un mecanismo sujeto a su perineo. El atentado no resulta y él se quema. Una vez capturado declara pertenecer a al-Qaeda y haber sido adiestrado en Yemen. Hasta aquí los medios masivos de todo el mundo.

Pero es imposible ignorar las declaraciones de dos pasajeros – los abogados Kurt y Lori Haskell, marido y mujer – que se hacen testigos de un relato sorprendente para el periódico de Detroit MLive.com. Incluso la CNN y otros medios se despiertan a éste punto y van a entrevistarles.

Nuestros periódicos y noticieros en cambio siguen durmiendo su sueño comandado.


Kurt Haskell declara haber visto a Mutallab aproximarse a la puerta de embarque junto a un hombre no identificado. Mientras que Mutallab estaba mal vestido, el otro, un hindú de alrededor de 50 años, era elegante y lucía un costoso traje. Haskell escuchó claramente, mientras preguntaba a los agentes que recogían las tarjetas de embarque, si Mutallab podía embarcar sin pasaporte. El tipo les dijo: “Es de Sudan, nosotros lo hacemos cada vez”.

¿Nosotros quien?

Los Haskell suponen que señor elegante tratase de obtener clemencia para el viajero sin pasaporte, pintándolo como un refugiado sudanés.

A ninguno de los lectores le habrá sucedido nunca poder hacer un viaje intercontinental sin tener el pasaporte en regla. ¿Recordais cuando Alberto Tomba fue denunciado porque – de frente al rechazo de dejarlo partir, a pesar de la fama de campeón deportivo – tontamente había intentado falsificar los datos de su pasaporte vencido?

En este caso, en cambio, un presunto sudanés desconocido, proveniente de un país inserto entre los “rogues states”, los estados canallas, un país acusado desde siempre de alojar fantasmales bases de al-Qaeda, logra embarcarse sin documentos. La historia tiene un tufo bien más mefítico que una genérica “falla en los sistemas de seguridad.”

El matrimonio Haskell declara que los empleados dirigen a Mutallab y su ángel de la guarda con corbata hacia su superior, en el fondo de la sala. Kurt Haskell pierde de vista a Mutallab y lo vuelve a ver solo “después de que se presume que haya intentado detonar el explosivo a bordo del avión”, pocos minutos antes de aterrizar en Detroit.

¿Qué sucedió mientras tanto? Ni os espereis una respuesta del periodista Vittorio Zucconi publicada en el diario la “Repubblica”. Tendrá que ocuparse de los diarios que hablan de la depresión del terrorista africano.

No pudiendo contar con los medios masivos italianos, tenemos que ir hasta Milwakee, para saber de algunos otros testigos oculares. Patricia "Scotty" Keepman y su hija, quienes declaran al noticiero de la radio 620 WTMJ un hecho de veras singular. Relatan que “delante de ellas había un hombre que había filmado con una videocámara todo el vuelo, incluido el intento de detonación.” Incluso en aquel momento concitado, el imperturbable camarógrafo “se sentó y filmó absolutamente todo, totalmente calmo”, relata Patricia.

Además de Mutallab, por lo tanto ya tenemos dos sujetos extra, que se interesan en sus acciones, el distinguido persuasor hindú y el impasible stakanov del videotape. ¿Quiénes son éstos?

Sabemos que Mutallab pasó incluso por el aeropuerto de Lagos, antes de volar para Ámsterdam. Sobre las características de ese aeropuerto – además localizado en un país con focos de guerra civil con base religiosa- nos llega una sorprendente revelación del periódico británico “Telegraph”: el aeropuerto de Lagos ha obtenido recientemente la certificación “all clear”, por parte de la US Transportation Security Administration, una agencia creada después de los atentados del 11 de septiembre, para mejorar la seguridad de los vuelos de línea americanos”. ¿Cuales otros aeropuertos son “all clear” y cuáles no? ¿Sobre qué bases?

Por un lado parece que Mutallab estuviera en la lista antiterrorismo, pero no en la de las personas que no podían volar”, recuerda Magnus Ranstorp, del Centro de estudios sueco sobre las Amenazas Asimétricas. “Todo esto no cuadra porque el Departamento de los Estados Unidos de Seguridad Interna tiene sus medios persuasivos de data-mining. No entiendo cómo pudiese tener un visado válido, siendo bien conocido en la lista antiterrorismo”, declara Ranstorp al británico "Independent". Omitamos incluso el hecho de que Mutallab estuviera en las listas antiterrorismo y que hasta su padre lo señalase a las autoridades como un sujeto peligroso. Siempre habrá alguien que dirá que las fallas en la seguridad no derivan de elecciones de organismos desviados, sino de casos de incompetencia y que el terrorista aunque psicolábil sea capaz de meterse en los intersticios de la incompetencia.

Puede ser, pero ciertamente se han incomodado muchos, comenzando por el premio Nobel de la Paz Barack Obama, para amenazar con fuego y llamas y engrandecer el episodio como expresión de una amenaza letal para los Estados Unidos, merecedora de respuestas drásticas.

El senador transversal-neocon Joe Lieberman - en el 2000 candidato a la vicepresidencia en tándem con Al Gore - ha declarado a Fox News que los EE.UU. tienen necesidad de bombardear Yemen sin demora. "Irak fue la Guerra de ayer, Afganistán es la guerra de hoy. Si no actuamos preventivamente Yemen será la Guerra del mañana”. Su tesis según la cual “Yemen es la nueva casa de al-Qaeda” se ha convertido inmediatamente en el mantra de los grandes medios de información. Y al mantra del mainstream anglosajón también ha ido como remolque sin excepciones también el mainstream italiano. ¿Por qué Yemen? Es interesante la tesis que el analista político Webster Tarpley ilustra en Rusia Today.


¿Qué dice Tarpley? Obama ha actualizado el Eje del Mal, en dirección de la entidad Afganistán-Pakistán (AfPak), además de Somalia y de Yemen. En Yemen hay una guerra civil que enfrenta al gobierno central filosaudita con la guerrilla chiíta filoiraní de los Houthi, bombardeada hace poco por nuevos ataques de los Estados Unidos. El objetivo de fondo es alimentar la ya fuerte tensión entre Irán y Arabia Saudita, para debilitar a ambos.

Tarpley señala que los Estados Unidos están reorganizando la "legión árabe" de al-Qaeda (la entidad que tiene desde siempre encima el aliento y los resortes de la CIA), justamente en Yemen. Es una de las formas de vaciar el gulag caribeño de Guantánamo. La nueva agencia de terrorismo sintético es "al-Qaeda en la Península árabe", alias AQAP, una entidad compuesta por chivos expiatorios, locos y fanáticos que rápidamente reivindican la operación de Umar Farouk Abdul Mutallab. El objetivo alcanzado es múltiple: dominar las salidas del Mar Rojo y del Canal de Suez, dar respiro al dólar aún al borde del derrumbamiento a través del usual estímulo del alza del precio del petróleo. De ahí el primer paso: la tensión debe ser incrementada en la península árabe.

En este cuadro, según Tarpley, Mutallab sólo es un muñeco en manos de la comunidad del servicio de inteligencia que ha tramado una provocación que tenía que provocar el máximo impacto con el mínimo esfuerzo. Todo está facilitado por el “sentido común” sobre la entidad al-Qaeda, que ningún redactor, ni ningún político en vista osa desafiar en Occidente. Bajo pena de reabrir la cuestión del verdadero 11/9.

Si al-Qaeda no es una organización ¿entonces qué es verdaderamente? Se dice que es una etiqueta, una clase de logo, una especie de franquicia del terrorismo internacional. Es cómoda para quien la utiliza, pero a menudo es mucho más cómoda para quien – en teoría – la combate. Al Qaeda, para los gobiernos que sostienen estar en guerra con el terrorismo, es un enemigo conveniente para señalar con el dedo a la opinión pública, una coartada puntual para instrumentalizarla con objetivos internos. (Leyes de emergencia cada vez más restrictivas, libertades individuales cada vez más circunscritas). Al-Qaeda aparece tan funcional a muchos gobiernos occidentales. Si no existiese, tendrían el interés de inventarla y evocarla.

La versión italiana de este artículo: aquí (Megachip) y aquí (en esto blog)