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5 gennaio 2018

Siria - Curioso articolo su Repubblica.it

Dopo anni in cui il quotidiano fondato da Scalfari hitlerizzava Assad ed esaltava i 'ribelli', compare un pezzo che demolisce la narrativa di fonte jihadista. Troppo poco e troppo tardi


di Pino Cabras.

Atterro tramite il link di un amico su una pagina web sorprendente, e quasi salto sulla sedia. 
Una delle testate giornalistiche più organiche alla NATO, la Repubblica, ha appoggiato fin dal 2011 l'aggressione alla Siria, bevendosi volontariamente tutti i resoconti della più improbabile delle fonti, l'Osservatorio siriano per i diritti umani, una "one-man-organization" con sede a Londra gestita da un personaggio affidabile come un autostoppista in manette (direbbe Caparezza).

Ecco invece che a inizio 2018, dopo anni di "reductio ad Hitlerum" e demonizzazione di Assad, fa comparire questo articolo non firmato - non nella sezione Esteri ma nella più irraggiungibile sezione Immigrazione - che dice peste e corna del suddetto Osservatorio, senza un solo rigo di autocritica.

Il che mi fa ragionevolmente ritenere che il pezzo sia stato infilato alla chetichella da una manina - chissà se interna o esterna al quotidiano - all'insaputa della redazione, come una piccola ribellione contro le Fake News istituzionali. 

A futura memoria conservo comunque per voi la schermata.

AGGIORNAMENTO h. 13:09:
L'articolo di Repubblica è stato nel frattempo modificato ed edulcorato specie nel titolo (com'era prevedibile). Resta la nostra schermata del pezzo originale.


AGGIORNAMENTO h. 20:30:
In tanti anni non mi è mai capitato di assistere a un caso simile: sullo stesso URL ora c'è addirittura una terza versione. L'articolo è stato rimosso e sostituito con una collezione raffazzonata di considerazioni in merito allo stato dell'informazione sulla Siria. Cosa che mi sembra rivelatrice dello stato dell'informazione dell'Italia.

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Prima versione:

Seconda versione:

Terza versione:

7 novembre 2017

I sauditi che non ti aspetti e altri scherzi della crisi sistemica


“La maggior parte delle persone si inganna con una duplice fede errata: crede nella Memoria Eterna (delle persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella Riparabilità (di azioni, errori, peccati, ingiustizie). Sono entrambe fedi false. In realtà avviene proprio il contrario: ogni cosa sarà dimenticata e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall'oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”
         (Milan Kundera, “Lo scherzo”).

di Piotr.


La cara amica Marinella, già giornalista del Manifesto quando questo quotidiano esprimeva ancora qualche scampolo di dignità, mi ha chiesto di scrivere un post basato su un nostro recente scambio di e-mail.
Lo faccio volentieri, perché ne vale la pena. Ne vale la pena per l’importante quesito che Marinella mi aveva posto. Ragionando sul visibile avvicinamento dell’Arabia Saudita e la Russia, l’amica infatti commentava:
«E come al solito i Golfisti e i Natoisti che scatenano guerre e ammazzano e sfasciano paesi e sostengono terroristi, NON pagheranno per i loro crimini. La speranza di un'alleanza economica fra paesi NON aggressori che emargini l'asse della guerra NATO/GOLFO e costruisca relazioni internazionali pacifiche, sostenibili e meno diseguali delle attuali, è una totale illusione, mi sa.»

Voglio articolare la mia risposta su due piani. Il primo è morale, il secondo politico.
Sul piano morale devo purtroppo rispondere che la disillusione di Marinella è totalmente motivata. Nessuno pagherà per i suoi crimini. Se qualcuno pagherà sarà perché gliel’ha fatta pagare una compagine statale avversaria, non un giudice incorrotto che sta dalla parte delle vittime. Oggi non vedo come la, sacrosanta, giustizia possa essere fatta dalle masse che hanno subito i crimini, le uniche che possono farla, che possono richiederla. La “giustizia” di uno Stato, ad esempio la Russia, sarebbe una sola possibile: bombardare chirurgicamente Riad e azzerare la Casa Saud che ha creato e armato al-Qaida e l’Isis, facendo piombare una civilissima e pacifica nazione, la Siria, in un incubo sanguinoso che ormai dura da sei anni. Lo stesso dovrebbe fare con Washington, complice e socia dei Saud e ideatrice dell’attacco alla Siria (come rivelato da quasi dieci anni dal generale statunitense Wesley Clark in contrasto con gli utili idioti che ancora credono nella narrazione delle “primavere arabe”). E lo dovrebbe fare con Ankara. E con Doha. Con Parigi e con Londra.
Ma sarebbe vera giustizia? No, perché solo nei sogni si può pensare ai “cattivi” che vengono eliminati dai “buoni”. Se questi bombardamenti – che ovviamente non sarebbero tanto chirurgici – avvenissero, vuol dire che quella era la linea di politica estera decisa dalla potenza chiamata Russia, sic et simpliciter. E in politica estera ci sono concetti tabù: il primo è “giustizia”, poi ci sono “amicizia”, “democrazia” e infine “libertà”. Ce n'è invece uno obbligatorio: interessi.

È difficile ammetterlo, persino capirlo, ma il nostro problema non è quello di rendere giustizia ai massacrati, ai torturati, agli sgozzati, ai bombardati, ai crocefissi, ai bruciati vivi, alle donne e alle bambine violentate, alle madri lapidate, ai bimbi uccisi per inscenare le false flag chimiche. No, questi martiri rimarranno nei cuori e nella coscienza dei loro cari e di chi ha sete di giustizia finché essi vivranno, ma alle vittime non sarà resa mai vera giustizia. Poi rimarrà solo un rumore di fondo, continuo, disturbante, ma inesprimibile, prossimo all’oblio.
Possiamo solo sperare, e aiutare fattivamente questa speranza, che il piano criminale che ha falcidiato quegli innocenti fallisca. Questa sarebbe già una sorta di giustizia. Perché fallisca gli aggressori USA, NATO, Saud, Turchi e Qatarioti (col solito appoggio attivo israeliano, britannico, francese e UE) devono essere messi in grado di non poter nuocere. E la prima cosa da fare è quindi gettare scompiglio nel loro fronte, nelle loro alleanze.
La posta in gioco non è la giustizia, ma la vita sulla Terra, perché negli Usa (e in Israele) c’è chi pensa seriamente al first strike, cioè pensa che sarebbe il caso di rischiare una guerra atomica totale (in realtà sarebbe garantita). Allora, anche se non sono immacolati – anzi, a volte non lo sono proprio – bisogna fare in modo che chi si oppone a questa follia abbia la meglio in quei Paesi e all’interno del loro fronte.
Ben venga quindi l’avvicinamento tra Riad e Mosca, così come quello già iniziato della Turchia e quello del Qatar, avvicinamento, questo, “comprato” con una bella quota di azioni della Rosneft. E ben vengano anche gli strani rapporti di odio-amore tra Russia e Israele.
Niente di tutto questo è edificante, ma tutto questo può essere utile.
Il tempo è contro l’Impero statunitense - che in questa fase storica è il pericolosissimo aggressore globale - e Russia e Cina devono guadagnare tempo. In un punto del prossimo futuro non sarà più possibile, nemmeno ai più folli, pensare a una guerra totale. A quel punto, quindi, dobbiamo arrivare. È un obbligo etico, è un obbligo verso i nostri figli e l’umanità tutta. Per chi è credente è un obbligo verso il Signore, che tutti gli altri obblighi racchiude. Non solo, se si guadagna tempo sarà anche sempre più difficile fare le guerre parziali, cioè i sanguinosissimi “pezzetti” di guerra mondiale che vediamo da un quarto di secolo a questa parte, per dirla con papa Francesco.
Queste, al contrario della guerra totale, sono tuttora possibilissime, come dirò adesso nel mio commento politico. E quindi bisogna renderle fin da ora più difficili.

Passiamo allora al piano più prettamente politico.  
Il “progetto ISIS” sta andando in frantumi (da qui molte delle motivazioni di quegli “avvicinamenti” alla Russia). Ora assistiamo ad altri due progetti. Il primo è il “progetto Kurdistan”. L’SDF/YPG curdo si è rivelato essere semplicemente una Legione Straniera al servizio di Washington, esattamente come prima l’ISIS era una Legione Straniera al servizio dei Sauditi e, quindi, degli USA.
È una Legione Straniera per il ruolo che sta ricoprendo e per il fatto che le regioni che ha “liberato”, in gran parte non sono affatto curde e l’YPG/SDF non vuole ridarle alla Siria, ma ci compie continue pulizie etniche per “curdizzarle” (le ONG e i dirittumanisti non dicono nulla, nemmeno stanno a sentire le denunce dei prelati e dei vescovi che vivono là). Il vantaggio per gli USA è che questa Legione Straniera è direttamente sotto il suo controllo e quindi aliena dalla molteplicità di interessi che l’ISIS serviva.
[Per inciso, era prevedibile, e tuttavia insopportabile, che oggi noi si debba sorbire la santificazione di persone come Karim Franceschi, che con lo stemma di Mao all’occhiello e tanti begli ideali “marxisti” e “libertari” nella zucca, si sono messe al servizio di questa Legione Straniera, cioè al servizio della CIA e del Pentagono. Se concedo loro che lo hanno fatto per idealismo, devo arrivare alla conclusione che l’idealismo spesso fa fare idiozie. In tutti i casi le conclusioni descrivono uno scenario penoso.]
I loro amici curdi sono anche quelli che stanno agevolando il secondo piano imperiale nella regione. Cioè il riciclaggio dei rimasugli dell’ISIS. Essi vengono oggi riconcentrati, reinquadrati e riaddestrati nella base americana di al-Tanf, in territorio siriano al confine con la Giordania – quindi una base totalmente illegale per il diritto internazionale. Sono in gran parte provenienti da al-Raqqa e da Deir-Ezzor, arrivati lì con l’aiuto statunitense e la complicità curda (tutto documentato da informazioni di intelligence e da foto satellitari e aeree rese note dalla Russia).
Questo nuovo esercito, che è composto all’incirca da 20mila uomini, servirà a molti scopi.
Innanzitutto per operazioni di terrorismo e guerriglia in vista di un possibile nuovo conflitto nell’area. Un conflitto che forse partirà dal Libano, investirà di nuovo la Siria e l’Iraq e solo un miracolo ne terrà fuori l’Iran. E il suo preludio potrebbero proprio essere le dimissioni - ostili ad Hezbollah e al presidente libanese, il generale cristiano Michel Aoun - che il premier libanese Saad Hariri ha annunciato, guarda un po’, proprio dall’Arabia Saudita. Sia i sauditi che Israele sono spaventati dal successo di Hezbollah e dei corpi militari iraniani in Siria e vogliono distruggere ogni possibilità di consolidamento del cosiddetto “asse sciita”.
Ma questi conflitti devono essere iscritti nella crisi sistemica globale. In essa le cose non stanno mai ferme e una strategia messa a punto oggi può rivelarsi controproducente in poco tempo o non essere più attuabile. Perché lo scenario muta e perché qualcuno, anche tra i cattivi, guarda più in là. In termini sistemici, il caos protratto in Medio Oriente significa anche uno stop alle nuove vie della seta e quindi a una globalizzazione 2.0, cioè non più sottomessa agli interessi statunitensi e di importanza vitale per moltissimi Paesi, tra i quali quelli europei.
Ecco allora l’opposizione europea alla minaccia di Trump di “de-certificare” il “nuclear deal” con l’Iran e la recente contestazione dell’Agenzia nucleare dell’ONU nei confronti del presidente americano.
Ecco il crescere dei mugugni europei contro il protrarsi delle sanzioni alla Russia. E, perché no, ecco che il Nobel per la pace viene assegnato all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN). Ecco i sospetti su possibili voltafaccia della Germania (uno per tutti, si legga questo articolo - in realtà una sintesi di un articolo più vasto - di George Friedman, da leggere bene ma con occhio critico).
Ma ecco allora anche il secondo compito della Legione Straniera ex ISIS riciclata: condurre un pressing terroristico contro la UE per evitare che segua le sirene orientali (e questa minaccia dobbiamo denunciarla a squarciagola prima che succedano tragedie).
Se dunque il riavvicinamento Arabia Saudita-Russia servisse ad evitare queste nuove carneficine, sarebbe già un buon risultato.

La successione degli eventi in Arabia Saudita è stata frenetica, tipica della frenesia delle fasi finali (e lunghe) delle crisi sistemiche. Pochi giorni dopo la sua visita a Mosca il principe reale Mohammad Bin Salman, in quanto presidente di un’Alta Commissione Anticorruzione creata ad hoc dal padre, re Salman, ha ordinato una clamorosa retata: 11 principi della Casa Saud, 4 ministri in carica, dozzine di altri funzionari. Tra di essi il principe al-Waleed Bin Talal, ultramiliardario, azionista di riferimento di Twitter, CitiBank, Four Seasons e Lyft (è stato anche socio di Rupert Murdoch). E, soprattutto, il punto di riferimento della CIA in Arabia Saudita.
Diversi commentatori “addentro alle segrete cose”, dicono che Mohammad abbia fatto il passo più lungo della gamba, che si è isolato dal resto della Casa, essendo sostenuto solo dal padre che è sì re, ma ha contro quasi tutti i parenti. Ed è un avventurista perché si è messo in rotta di collisione con la CIA e con l’Esercito del Regno. Cioè sostanzialmente è un pazzo che si è scavato la fossa da solo.
Ma Mohammad non sembra un folle.
Penso invece che a Mosca abbia ricevuto la promessa di qualche tipo di appoggio, di “copertura aerea”. E non solo a Mosca. Prima del sorprendente e inedito viaggio a Mosca di Mohammad, a Riad ne aveva compiuto uno Donald Trump. Che Mohammad sia anche una pedina della lotta tra il Presidente e la CIA/neo-liberal-cons? Una lotta che sembrava persa dal presidente in carica che però è improvvisamente tornato alla controffensiva con la minaccia delle carte segrete sull’omicidio Kennedy, con lo scandalo Weinstein-Hollywood (centro di propaganda per i Democrats e di riciclaggio dei loro fondi neri), con lo scandalo Uranium One e quello “del Dossier Russia”, una controffensiva che ha fortemente indebolito Hillary Clinton (con sempre meno potere e sempre più scaricata dal suo fronte, dai media che la osannavano e persino dagli amici e dalle amiche – automaticamente accusati di essere agenti della propaganda russa, siamo e ormai alle patologie psicotiche; una Clinton vista come una palla al piede e da qualcuno addirittura già con un piede in galera).
Una lotta fuori dai radar dei media mainstream ma davanti agli occhi di tutti.
Ebbene, che rassicurazioni avrà dato il Presidente al Principe? Perché di sicuro Mohammad ne deve aver ricevute per arrestare il beniamino locale della CIA e altri mammasantissima, posto, per l’appunto, che non sia un folle.
Perplessità ha suscitato tra i commentatori anche la sua Vision 2030, ovverosia il piano di differenziazione dell’economia saudita che per quella data non dovrà più basarsi sull’esportazione netta di petrolio. Mohammad deve avere buone ragioni per perseguire questo progetto. Di esse dovremo riparlare, perché coinvolgono le risorse energetiche planetarie. Qui sottolineo solo che di sicuro questo piano implica un cambiamento sensibile nella politica estera dell’Arabia Saudita e la fine del rapporto privilegiato e a doppio filo con gli Stati Uniti, a favore di uno slittamento verso il Gruppo di Shanghai, cioè verso l’Eurasia. E’ la logica della crisi sistemica che detta questi slittamenti (e ogni Paese sta lavorando alla propria Vision 2030, spesso senza dirlo troppo in giro, vedi i Paesi europei: da che altro deriva la famosa “instabilità europea”?).
La retata è un atto dovuto in questa Vision, per via dei legami politici di alcuni arrestati coi neo-liberal-cons americani (e Trump si ricorda bene i milioni dati dai Saud alla Clinton per la sua campagna elettorale) e per via della loro visione delle cose, totalmente statica, legata alle rendite petrolifere e allo status quo delle relazioni internazionali saudite.
Lo status quo, così come il legame doppio Washington-Riad, è infine basato sul wahhabismo, la visione settaria, estremistica, fondamentalista dell’Islam che da più di due secoli fa da sostegno ideologico alla Casa Saud. Ecco allora il principe Mohammad che auspica che l’Arabia Saudita si faccia promotrice di un “Islam moderato, aperto al mondo e a tutte le religioni” (e questo vorrebbe dire anche fine della strategia di radicalizzazione per arruolare carne da cannone e quadri jihadisti da scatenare in mezzo mondo – un’operazione che adesso ha come oggetto i Curdi).
Se è questo che gironzola dentro la testa quasi-coronata di Mohammad Bin Salman, o è veramente matto da legare o ha fatto i suoi conti, ma con l’aiuto di qualcuno.



26 settembre 2016

La guerra, Giovanna Botteri e i collegamenti mancanti


di Pino Cabras.
da Megachip.



Tg3 del 25 settembre, l'ennesimo servizio di Giovanna Botteri. Alla giornalista del Tg3 viene riservato un ruolo bizzarro: essere di fatto non la corrispondente da New York, ma dal Resto del Mondo, comunque via New York. 

Quel che accade nel pianeta appare o scompare nelle sue cronache secondo il suo arbitrio (o secondo l'arbitrio di chi le passa le carte nella sua sede). 

Fare o non fare certi collegamenti fra i diversi fatti conferisce alla giornalista un potere enorme: i fatti esistono anche senza di lei, ma la conoscenza dei fatti e i loro collegamenti reciproci esistono solo se lei li racconta. E lei non li racconta. Riferisce solo un punto di vista, quello della CIA, l’organizzazione più attenta alla qualità del giornalismo occidentale.

Ieri parlava di Aleppo. In questi giorni c’è un’offensiva del governo siriano per liberare la seconda città della Siria dalla morsa delle formazioni jihadiste alleate delle potenze NATO, che per lunghi anni l’hanno parzialmente occupata e per il resto assediata. I tanti morti di questa battaglia sono solo gli ultimi di una vicenda pluriennale, su cui Botteri ha taciuto. La corrispondente non entra nemmeno nei labirinti della vicenda. Per lei, come per tutti gli sponsor delle formazioni jihadiste, i russi hanno “rotto la tregua” e stanno compiendo niente meno che un “genocidio”. 

Non sto a ricordare che la tregua l’ha rotta l’attacco aereo statunitense di Deir ez-Zor (che ha massacrato la guarnigione siriana che resisteva all'ISIS e si è accompagnato a una puntualissima offensiva della stessa ISIS, e su cui Botteri non ha detto né ai né bai). Né sto a ricordare quanto si abusi della parola genocidio per patrocinare la propaganda di una parte in guerra e ‘hitlerizzare’ il nemico (un trucco criminale che funziona sempre).

Attiro invece l’attenzione sul collegamento che Giovanna Botteri – colpevolmente – non fa né oserà mai fare. Mentre le grandi potenze occidentali stigmatizzano le perdite di vittime civili in Siria e le attribuiscono ad Assad e a Putin, in questi giorni quelle stesse potenze battono ogni record nel fornire armi di ogni tipo all’Arabia Saudita, cioè il principale finanziatore e fornitore di ISIS e simili. È quella stessa Arabia Saudita che sta anche bombardando selvaggiamente la popolazione civile dello Yemen, proprio in queste ore, come fa da due anni in qua. Da quando il premio Nobel della pace Barack Obama è alla Casa Bianca, gli USA hanno dato all’Arabia Saudita la bellezza di 115 miliardi in armamenti, cui si aggiungono le forniture di bombe sardo-tedesche che partono dall’aeroporto a 10 km da casa mia.
 Decine di migliaia di morti e milioni di senzatetto non scandalizzano le potenze che aiutano i massacratori. E perciò non scandalizzano Giovanna Botteri, che non ne parla, impedendo a milioni di persone di avere una visione completa del quadro. 

Fino a prova contraria, lo stipendio a Giovanna Botteri lo paghiamo noi, non la CIA. E allora, perché ci propone soltanto il punto di vista della CIA?
Mi dicono che faccio domande ingenue. Ma preferirei che le sue veline venissero lette direttamente da un funzionario della CIA. Disintermediare per risparmiare.


18 settembre 2016

ISIS Air Force: gli aerei di Obama fanno strage di soldati siriani

di Pino Cabras.
da Megachip.
ARTICOLO AGGIORNATO IL 18 SETTEMBRE 2017, h.9:30, dopo l'attentato a Manhattan


Siamo di fronte a una svolta drammatica nella situazione internazionale. Un gravissimo episodio militare con una strage in Siria avviene lo stesso giorno in cui qualcuno tenta una strage a New York. La bomba di Manhattan, dato il luogo, attira più attenzione e distrae verso altre tensioni, al prezzo di trenta feriti. Ma sono le bombe in Siria a cambiare lo scenario.

Nel pieno dell'incerta tregua negoziata da Russia e USA, un attacco aereo a sorpresa, condotto dalle forze aeree della "coalizione" a guida statunitense, ha colpito con bombe al fosforo le posizioni dell'esercito siriano nei pressi della città orientale di Deir ez-Zor, intorno alle ore 17 di sabato 16 settembre, uccidendo oltre un'ottantina di soldati

Per singolare e perfetta coincidenza, dopo il bombardamento è scattata immediatamente un'offensiva delle forze di Daesh (ISIS), tese a riconquistare posizioni strategiche in una delle aree chiave per la tenuta territoriale dello pseudo-Califfato. L'offensiva jihadista è stata bloccata con un ulteriore costo in termini di vite umane pagato dall'esercito di Damasco.
Altra "coincidenza": si intensificano nel Sud della Siria gli attacchi israeliani all'esercito siriano impegnato in operazioni militari contro milizie jihadiste legate ad Al-Qa'ida.

Per capire la gravità della situazione, si consideri che la Russia ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU per discutere del bombardamento di Deir Ez-Zor, che - a quanto conferma il portavoce del Ministero russo della Difesa, Igor Konachenkov - è stato condotto da due cacciaF-16, due aerei di attacco al suolo A-10 e un drone, tutti entrati dalla frontiera irachena.
Da parte americana, il CentCom (il Comando Centrale degli Stati Uniti) ha dichiarato che si è trattato di un errore perché «la Siria ha una situazione sul terreno complessa con varie forze militari e milizie che combattono in prossimità».
I militari siriani dichiarano che non se la bevono, e accusano gli USA di essere l'aviazione di Daesh.
Mosca inizia dapprima con una dichiarazione circospetta e fa notare che - come minimo - gli USA agiscono con irresponsabilità: «Se l'attacco aereo è stato causato da dalle coordinate errate di obiettivi, allora si tratta di una diretta conseguenza della ostinata mancanza di volontà della parte americana di coordinarsi con la Russia nelle sue azioni contro i gruppi terroristici in Siria», ha sottolineato Konashenkov, lasciando uno spiraglio all'interpretazione dell'aggressione come un errore, seppure criminalmente colposo.
Tuttavia, con il passare delle ore, le accuse russe diventano molto esplicite e dirette.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato all'emittente Rossiya 24 : «Se già precedentemente potevamo dubitare che la Casa Bianca proteggesse il Fronte Al-Nusra, ora, dopo l'attacco aereo contro l'esercito siriano, possiamo trarre una conclusione inquietante per il mondo intero: la Casa Bianca protegge Daesh».
Mosca - nell'osservare una serie infinita di doppiogiochismi sulla vicenda siriana - ha sempre presenti le prime reazioni di due grandi vecchi dell'imperialismo USA, Zbigniew Brzezinski eJohn McCain: entrambi, non appena era iniziato l'intervento russo in Siria, nell'autunno del 2015, imputavano a Mosca di "distruggere i nostri asset". Dove gli asset, le risorse, erano i jihadisti che venivano armati in mille modi, direttamente o indirettamente, dagli USA e i loro alleati.

Una parte delle classi dirigenti washingtoniane non vuole rinunciare a usare l'ISIS e le altre formazioni jihadiste come propria risorsa strategica
O il presidente Barack Obama è complice diretto di questa scelta o non controlla i suoi falchi. In entrambi i casi Washington ci porta sull'orlo della catastrofe. Può bastare l'abbattimento legittimo di altri aerei coinvolti in simili provocazioni per scatenare uno scontro diretto con conseguenze terribili. Altro che tregua.


Nel frattempo l'ambasciatrice USA all'ONU, il super falco Samantha Power, scrive una dichiarazione direttamente col mitra. Dice che la richiesta di convocare il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è solo un trucco e che l'ISIS è colpa di Damasco e di Mosca. Power fa il nome di Assad e attacca la Russia. Ma in realtà il suo bersaglio è il segretario di Stato Kerry, che ha negoziato la pace in Siria. Pronuncia il suo discorso a Manhattan, e le sue parole si confondono fra le sirene delle ambulanze di New York.

Siamo in buone mani.


16 marzo 2016

Yemen, strage saudita al mercato

di Pino Cabras.
da occhidellaguerra.it.




Il bilancio dell’ultimo pesante raid aereo dell’Arabia Saudita in Yemen si fa sempre più grave. I missili caduti proprio nell’ora di punta nel mercato di Mostaba, il più importante nella regione di Hajja, hanno ucciso almeno 107 civili e causato decine di feriti, in un’area lontana da obiettivi militari. Le immagini dello strazio sono state riprese da Al-Masirah, la TV vicina al movimento sciita degli Houthi. Si tratta di immagini cruente che possono urtare profondamente molte sensibilità.
Per chi non le vedrà, basti sapere che fra i cadaveri carbonizzati ci sono anche tanti bambini, una fiumana di garzoni che si guadagnavano il pane con piccole commissioni nel grande mercato, ora in macerie.
Quando si superano i cento morti, la notizia riesce ad affacciarsi in qualche taglio basso dei giornali nostrani, ormai diluita e anestetizzata. Nessuno dice “Je suis Yemen”, stavolta. Ma per gli yemeniti, invasi e bombardati dalle forze armate della coalizione dei sauditi e dei loro stati clienti vicini, è stata un’ordinaria giornata di guerra.
Gli aerei di Riad hanno lanciato nella sola giornata di martedì altri 11 attacchi contro il campo militare di Arkub, presso la capitale Sanaa, oltre ad altri bombardamenti su obiettivi non militari in altrettante aeree del paese. Va avanti così da un anno. Gli obiettivi colpiti sono soprattutto civili: infrastrutture e case. Al Masirah conta che dall’inizio della guerra sono stati distrutti 353 mercati e complessi commerciali. Si aggiungono alla sistematica distruzione della rete idrica, delle fabbriche, delle scuole.
Quelle saudite sembrano reazioni rabbiose e scomposte a una guerra che non riescono a vincere: nella stessa giornata, l’esercito yemenita e le forze dei comitati popolari hanno respinto l’ennesimo attacco lanciato da truppe mercenarie sotto il comando saudita nella zona di Taiz, nel Sud, infliggendo loro perdite pesanti. Altre perdite saudite nella città di al-Ghayl.
Per Riad, questa guerra è un buco nero che sta ingoiando il bilancio statale con un deficit da incubo senza che la dinastia ottenga alcun risultato. Per la popolazione yemenita è una carneficina e un disastro umanitario, tuttora dimenticato dal mondo. Dal marzo del 2015 ad oggi, l’aggressione saudita ha fallito il suo obiettivo principale: riportare al potere l’ex presidente e alleato, Abd Rabbuh Mansur Hadi. Ha intanto causato almeno 10mila morti e oltre un milione e mezzo di sfollati, senza che la resistenza si sia piegata.
In Siria i sei mesi di intervento russo (guidato da obiettivi definiti) hanno costruito le premesse per una soluzione politica al conflitto. In Yemen, invece, i dodici mesi di intervento saudita hanno aperto una voragine geopolitica in più, che si somma ai disastri combinati in Siria, in Iraq, in Libia, mentre persino il Libano rischia ora di sprofondare in una nuova guerra civile, sempre sotto l’urto delle manovre politiche e militari di Riad, la capitale dell'”Isis che ce l’ha fatta”.



14 marzo 2016

I misteri dell'attentato di Parigi del 13 novembre 2015. E non solo


di Giulietto Chiesa.
da Megachip.

Nel febbraio/marzo 2015 scrissi un saggio e pubblicai un video su Pandora TV, intitolato “I Misteri di Parigi”. Si riferiva alla tragedia del Charlie Hebdo del gennaio di quell’anno.


Avendo studiato a fondo gli eventi dell’11 settembre 2001, avevo la certezza che alle mie domande sul caso Charlie Hebdo non ci sarebbe stata risposta. I misteri dell’epoca dell’inganno universale non sono rivelabili. La società intera dell’Occidente esploderebbe se la verità venisse scoperta. Si può solo, testardamente, accumulare gl’indizi che dimostrano che essa non corrisponde a ciò che ci lasciano vedere e che ci costringono a credere. Le conseguenze le lascio a coloro che tramano contro di noi.

Ma allora non potevo nemmeno immaginare che avrei raggiunto la certezza della validità dei miei dubbi solo qualche mese dopo averli espressi.
Ora possiamo affermare che l’intera narrazione ufficiale degli eventi del Charlie Hebdo — insieme alle sterminate narrazioni “derivate” che la stampa e tutti gli organi del mainstream hanno prodotto — sono opera di disinformazione, di manipolazione, di distrazione di massa. Il ministro degli interni francese, Bernard Cazeneuve, dopo adeguata meditazione, ha infatti deciso che l’indagine in corso per accertare tutte le responsabilità di quella strage doveva essere fermata, chiusa a chiave, archiviata. La motivazione? “Segreto militare” [1].

È del tutto evidente che il segreto militare serve, per l’appunto, a coprire delle responsabilità.
Ovvio che non si tratta delle responsabilità dei “terroristi” che hanno fisicamente preso parte all’azione delittuosa. Il termine “preso parte” è sufficientemente indistinto e tale da consentire interpretazioni molto diverse l’una dall’altra. Può voler dire: partecipazione consapevole, attiva, progettuale, ecc; può anche voler dire partecipazione inconsapevole, involontaria, “colposa”; può voler dire partecipazione coatta. Tutte queste possibili - ed eventuali - forme di partecipazione devono essere indagate, chiarite, scoperte. È la sostanza dell’indagine: quella che può consentire di risalire alle motivazioni, alle complicità, ai mandanti, a coloro che hanno tramato. Il “segreto militare” non può essere invocato in alcun caso tra quelli sopra elencati. Esso viene invocato perché serve a coprire responsabilità delle autorità, degli organi di polizia, dei servizi segreti. Non serve di certo agl’interessi della democrazia.
Dunque la decisione di Cazeneuve è la prova che in una qualche fase del massacro dei giornalisti di Charlie Hebdo, e dell’assalto al grande magazzino casher, vi sono state complicità, mancanze, errori da parte di organi dello Stato o di altri Stati.
Ma, le mancanze e gli errori dovrebbero — una volta individuati — non solo essere perseguiti con il massimo rigore, ma anche resi pubblici per evitare che si ripetano, per essere corretti, eliminati. Le indagini si fanno per questo. Dunque anche in questi casi non è concepibile il ricorso al “segreto militare” per fermare l’indagine. Restano le complicità.

Ma questo significa qualche cosa che non ha più nulla a che vedere con un attentato terroristico “islamico”. Significa che uno o più organi di Stato sono stati complici, o hanno costruito essi stessi l’attentato terroristico. Cioè hanno attentato alla vita dei propri cittadini, li hanno uccisi. Non si commette un tale crimine se non per sovvertire, per dirottare il corso della politica interna, o estera, o entrambe, o l’assetto costituzionale.
Gli autori hanno dunque fatto uso della presenza di capri espiatori di religione islamica per creare un clima di odio contro gli stranieri o gl’immigrati. Ma la restrizione delle libertà e dei diritti, ottenuta in questo modo, può essere indirizzata contro i lavoratori, o i cittadini che protestano per le loro condizioni di vita. In Italia questo modo di operare è stato battezzato da gran tempo con il nome di “strategia della tensione”. Negli Stati Uniti ha preso il nome di false flag operation (operazione sotto falsa bandiera).

Dunque Charlie Hebdo è qualcosa di simile a un buco nero nel quale è ormai impossibile guardare in profondità. E c’è più d’un motivo, come vedremo, per pensare che anche la mattanza del 13 novembre 2015 sia un altro buco nero nel quale non potremo guardare perché ce lo impediranno. Anzi ce lo hanno già impedito, come accade in tutte le false flag operations, creando un’ondata emotiva gigantesca, non più soverchiabile mediante il ragionamento, l’analisi, il ricorso ai fatti realmente accaduti.
Tra i due buchi neri esiste una relazione? Cercheremo di capirla, se esiste, dissipando le ombre che li circondano e che si stanno già dilatando fino a oscurare tutto il panorama europeo. E già questa sola constatazione induce a più d’una riflessione. Come è possibile che l’azione di un gruppetto di giovani e giovanissimi — tutti cittadini europei, per lo più di scarso livello d’istruzione, con poca o nulla preparazione professionale e militare, già noti alla polizia per piccoli crimini, insignificanti delinquenti comuni — che hanno agito apparentemente allo scoperto, abbia potuto produrre effetti internazionali così grandi da sconvolgere non solo la vita di centinaia di milioni di persone in Europa, paralizzando tutte le maggiori capitali, ma soprattutto modificando leggi fondamentali degli Stati, regole della convivenza civile.
Nelle ricostruzioni della stampa li si è descritti come dei geni del male, mirabilmente capaci di usare tutti i vantaggi della vita quotidiana del XXI secolo; che sono riusciti a muoversi «nel fluido digitale e transnazionale mondo d’oggi , eludendo ogni sistema di sorveglianza, stabilendo contatti tra di loro, trasportando ingenti quantità di armi e di munizioni, pianificando le loro azioni in un modo impeccabile».[2]

Trascuriamo l’enfasi retorica di queste quasi esaltanti (per i terroristi) narrazioni. C’è qualcosa di stranamente incongruo in questo tipo di ricostruzioni giornalistiche che, per altro, dilaga e gronda da tutti i mass media del mainstream Quasi che i giornalisti ignorino l’ovvio, e cioè che i terroristi erano quasi tutti già noti alla polizia, che non sembra avere fatto nulla per fermarli.
È evidente, di primo acchito, l’analogia con il modo in cui gli eventi dell’11 settembre 2001 vennero “raccontati” al colto e all’inclita del mondo intero. Ma i giornalisti del mainstream occidentale hanno una scusa: non sapendo nulla dell’11/9 non potevano fare i confronti. Sebbene abbiano sfoderato continuamente l’analogia tra l’11/9 e il 13/11. I più anziani tra i lettori ricorderanno che i 19 terroristi musulmani dirottatori dei quattro aerei — anche loro, come questi ultimi disgraziati — riuscirono nell’impresa gigantesca di annullare le difese della massima potenza mondiale armati di temperini. Anche allora, dopo i quasi tremila morti del World Trade Center e del Pentagono, sopraggiunse il famigerato USA Patriot Act, che cancellò in sostanza alcuni articoli fondamentali della Costituzione americana [3]
Pochi compresero il nesso. Ma oggi la sproporzione tra piccola causa e immensi effetti è di nuovo talmente stridente da non poter essere occultata. L’ultimo stato di emergenza in Francia risale al maggio del 1961, quando fallì il putsch di Algeri che avrebbe dovuto portare al rovesciamento del presidente Charles De Gaulle. Il solo fatto di mettere Hollande a confronto con De Gaulle sfiora la comicità.

E entriamo nel merito dell’accaduto e del modo in cui è stato raccontato al grande pubblico europeo. Intanto ricordando che l’importante settimanale Paris Match aveva previsto l’«11 settembre francese» un mese e 11 giorni prima che avvenisse, cioè il 2 ottobre. E lo aveva fatto attraverso un’intervista con il capo del pool antiterrorismo francese, il giudice Marc Trévidic. Che aveva profetizzato: «Gli attacchi alla Francia saranno su una scala dell’ordine di grandezza dell’11/9». Si dirà che era il suo mestiere quello di fare previsioni. Ma la sua posizione, il suo incarico, davvero non gli davano strumenti e possibilità di fronteggiare una tale banda di assai improbabili strateghi del terrore?

Questa previsione non fu, del resto, l’unica e isolata. Risulta che proprio quella mattina, era in corso un'esercitazione di difesa civile che avrebbe impegnato polizia, personale medico, pompieri, nel centro di Parigi, per fare fronte alle conseguenze di un’azione terroristica su larga scala. Ne dava notizia France.info, mandando in onda la dichiarazione di tale Patrick Pelloux[4]
Circostanza doppiamente singolare, perché Pelloux impazzò una prima volta su YouTube pochi minuti dopo il massacro di gennaio, per essere stato sul luogo della mattanza, scampato per miracolo, nella sua qualità di tecnico medico per l’emergenza. «Eravamo preparati», dice Pelloux, a novembre. Lasciando il forte sospetto che fosse stato “preparato” anche nei pressi della redazione di Charlie Hebdo, in gennaio. Ed è solo una delle tante singolarità di quel giorno fatale.

Come ha scritto, con una buona dose di sarcasmo, Roberto Quaglia, «viva le coincidenze! Perché chi ha mai detto che non possa essere una coincidenza il fatto che tutte le volte si verifichino esattamente le stesse coincidenze?» [5]
Infatti le analogie, o coincidenze, delle esercitazioni militari parallele agli attentati terroristici, sono una costante inquietante da non perdere d’occhio.
Cioè se per caso vi capiterà di sapere che è in corso, da qualche parte, un’esercitazione militare, cercate di stare alla larga: statisticamente c’è una discreta probabilità che si trasformi in un attentato terroristico.
Se si guarda appena un po’ indietro nel tempo di questi quindici anni di “lotta al terrorismo internazionale”, si scopre che quasi tutti gli attentati terroristici di grandi dimensioni sono stati accompagnati da esercitazioni militari che si svolgevano nello stesso giorno, in perfetta coincidenza [6].
Quello che ci rivela lo strano personaggio Patrick Pelloux è la stessa, identica storia dell’11 settembre, quello vero, del 2001. Anche allora si scoprì, a posteriori, che in quella fatidica giornata erano state concentrate (in diversi casi addirittura mutandone la data originaria, come per farle coincidere tutte nello stesso giorno) una decina di esercitazioni militari di vario tipo, tutte destinate a scongiurare un atto terroristico identico a quello che si verificò proprio in quella giornata a New York e a Washington. [7] (Non mi soffermo su un fatto del genere, accertato, documentato, ma del tutto sconosciuto al grande pubblico mondiale. Invito soltanto chi avesse qualche dubbio di leggerne con attenzione le sintesi contenute nelle note).

La stessa cosa, altrettanto identica, è stata accertata nel caso dei quattro attentati simultanei di Londra del 7 luglio 2005. In quel caso i “terroristi” parcheggiarono la macchina a Luton, per prendere il treno alla volta di Londra. Lasciando il bollo orario sul parabrezza, come se avessero in programma di tornare a casa propria, la sera, e non di finire i loro giorni facendosi esplodere in mezzo alla gente ignara. Tutti e quattro muniti di zaini , di quelli che sono in uso tra gli studenti di ogni scuola europea. Tre di questi zaini esploderanno in tre diverse stazioni della metropolitana di Londra. Il quarto zaino, quello sulle spalle del diciottenne Hasib Mir Husain, incontra una sorte leggermente diversa. Il ragazzo è salito su un autobus a due piani. Che si ferma inopinatamente su una piazzuola di sosta, in quel di Tavistock. Non è stato possibile sapere se il conducente abbia preso la decisione dopo avere sentito alla radio ciò che stava accadendo nel metro, o quali altri motivi possano averlo spinto. Fatto sta che i passeggeri dell’autobus, quelli che sopravvivranno all’esplosione, raccontano che il giovane Hasib si era messo a frugare affannosamente nel suo zaino, fino a che anch’esso, come i tre precedenti, gli esploderà in faccia provocando la quarta strage di quel giorno.
Si seppe in quello stesso pomeriggio che quella mattina era già in corso una esercitazione “di prova” che doveva permettere agli oltre 1000 partecipanti di reagire tempestivamente a un quadruplice attentato dinamitardo in quattro stazioni della metropolitana. Non è una supposizione. A riferirlo fu infatti un protagonista diretto: Peter Power, il direttore esecutivo della ditta privata, —la Visor Consultants — che stava effettuando l’esercitazione. La stupefacente rivelazione fu trasmessa la sera del 7 luglio dalla BBC Radio 5 (Live’s Drivertime Program), e poco dopo in televisione sul canale ITV ma non destò l’attenzione di nessuno.



P. Power: Alle 9:30 stamani eravamo infatti in piena esercitazione, per una società che conta più di mille persone a Londra, un’esercitazione basata su delle bombe sincronizzate e pronte a esplodere esattamente in quelle stesse stazioni della metropolitana dov’è accaduto stamattina. Mi si rizzano ancora i capelli in testa.
ITV: Per esser più chiari, avevate organizzato un esercitazione per sapere come gestire tutto ciò ed è capitato mentre conducevate tale esercitazione?
P. Power: Esatto, erano circa le 9:30 stamani. Avevamo pianificato questa esercitazione per una società, per evidenti ragioni non vi dirò il suo nome, ma sono davanti alla TV e lo sanno. Eravamo in una sala piena di gestori della crisi che si incontravano per la prima volta. In cinque minuti abbiamo realizzato che quel che succedeva era vero e abbiamo attivato le procedure di gestione della crisi in modo da passare dalla riflessione lenta alla riflessione rapida, e così via.


Poi, per oltre tre anni, sulla rivelazione cadde il silenzio. Solo nel 2008, precisamente il 3 settembre, Peter Power ci ritornò sopra in una conversazione sul J7 Blog Post, e poi ancora il 3 ottobre, con molti particolari. Non risulta che sia mai stato interrogato dagli inquirenti britannici, evidentemente non meno “distratti” dei francesi che condussero le indagini sui due attentati parigini del 2015[8]

Non meno singolare coincidenza fu quella che si verificò nell’attentato della maratona di Boston il 15 aprile 2013. Anche in quel caso si scoprì, nel mutismo generale dei media, che c’era stata in contemporanea una esercitazione di presunta difesa civile. In uno dei filmati che il web mise quasi immediatamente in circolazione apparivano ingranditi due dispacci del Boston Globe, che, uno dietro l’altro, pochi minuti prima della tragedia, raccontavano una notizia sconvolgente: «La polizia effettuerà una esplosione controllata al n. 600 di Boylston Street». E, pochi minuti prima di questo, un altro dispaccio citava funzionari di polizia che annunciavano una «esplosione controllata, tra un minuto, di fronte alla biblioteca, come parte delle attività di una squadra di artificieri».
In altri termini la polizia di Boston effettuava esplosioni “controllate” nel bel mezzo di una manifestazione sportiva piena di gente e in contemporanea con un attentato terroristico dove esplodeva, sul serio, una bomba in mezzo alla gente[9] 
Dove non si riesce a scegliere se fossero più stupidi coloro che inventarono una tale imbecille operazione o i giornalisti che la trovarono normale, o i magistrati che la ignorarono.

Anche in questo caso il mainstream (americano e, sulla sua scorta, anche quello mondiale) si bevve con gusto il brodino delle versioni ufficiali, esattamente com’era accaduto con la storia dell’antrace subito dopo l’11 settembre 2001, escludendo da ogni verifica le vertiginose incongruenze delle ricostruzioni poliziesche. Anche in quel caso, di Boston, uno dei due presunti attentatori (di cui fu subito sottolineata l’origine cecena, sebbene entrambi i ragazzi avessero avuto contatti assai sporadici con la madre, che ancora viveva a Grozny) venne ucciso, mentre “opponeva resistenza”, nelle ore immediatamente successive, sebbene siano ancora visibili, sul web, le immagini che mostrano il suo arresto, mentre viene fatto salire su un’auto della polizia, completamente nudo e ammanettato. E emerse che anche lui era sotto controllo della polizia da parecchio tempo. Il fratello minore è seppellito nelle prigioni americane e non potrà più parlare per il resto dei suoi giorni.
Nessuno riuscì a escogitare le motivazioni che avrebbero spinto i due “capri espiatori” a compiere quel gesto. Esiste, in compenso, un’impressionante documentazione fotografica che mostra la presenza, sul luogo dell’esplosione, in mezzo alla folla, di un gruppo paramilitare denominato Craft International, facilmente identificabile per abbigliamento e distintivi, che ha per emblema un teschio e per aforisma identificativo il seguente: “La violenza risolve i problemi”. Il gruppo compare all’inizio dotato di zaini neri e, alla fine, gli zaini non ci sono più, mentre i corpulenti giovanotti della Craft International salgono tranquilli su un furgone nero. [10]

La storia e la cronaca di questi ultimi 15 anni ci autorizza, come minimo, alla diffidenza. Ma, tornando ai tragici eventi parigini del 2015, non si può evitare di raccogliere alcune altre “stranezze” inspiegabili (cioè a cui è difficile dare risposta anche prestando piena fiducia ai racconti ufficiali e ufficiosi elargiti al grande pubblico). Si tratta per lo più d’informazioni che si possono trovare solo sul web. Il quale, pur essendo luogo aperto a ogni fantasticheria, manipolazione, provocazione, contiene anche una parte rilevante di dati che è possibile, con qualche ingegno, andare a verificare e che, proprio per questo motivo, il mainstream ignora pervicacemente. Si veda, ad esempio, il ruolo giocato da uno dei santuari di Internet, Wikipedia. Che questa volta supera se stesso. Infatti chi fosse andato su Wikipedia la sera del 13 novembre 2015 vi avrebbe trovato, alle 23:06, uno scritto che riferiva che «il Presidente francese ha dichiarato lo stato di emergenza e chiuso i confini dell’intera Francia». Sfortunatamente la dichiarazione di Hollande sarà resa pubblica soltanto alle 23:58, cioè 52 minuti dopo la pubblicazione di Wikipedia.

L’autore dell’articolo è anonimo, ma ha un numero che lo tradisce (e permetterebbe di identificarlo). Il numero è 82.45.236.70. Non risulta che gl’inquirenti siano andati a cercarlo e a interrogarlo, ma si ha ragione di dubitare di questa eventualità. Eppure sarebbe interessante risalire alla sua identità, visto che costui o costei sembra conoscesse in anticipo molte cose che sarebbero accadute quella sera. Non tutte ma molte. Probabilmente troppe. Costui o costei lavorò (lavorarono?) freneticamente per diffondere informazioni sull’attentato terroristico praticamente in tempo reale. Il massacro comincia alle ore 21:16. Se si va a leggere il primo dispaccio, delle 23:06, si scopre che il fantomatico scrittore è un “giornalista” straordinario che non solo riesce a dare in anticipo il testo di una dichiarazione esatta del Presidente francese, ma che, in due ore e 50 minuti, fornisce una descrizione degli eventi con tutta una serie di particolari che nessun organo d’informazione, nessuna agenzia, nessun resoconto radiofonico aveva ancora registrato. Forniranno al pubblico di Wikipedia, tra le 23:06 e la mezzanotte del 14 novembre, ben 13 aggiornamenti di ciò che stava avvenendo a Parigi in quelle ore.

Ma — altro evento singolare all’interno di un evento straordinario — alle ore 00:00 tutti i 13 aggiornamenti vengono cancellati e spariscono dalla pagina. Forse qualcuno si è accorto che il presidente francese aveva parlato “dopo” Wikipedia. Ma sarebbe bastato cancellare il dispaccio delle 23:06. Perché tutti e 13? Forse perché anche gli altri erano usciti troppo presto? O forse perché lo scopo era già stato raggiunto e non si voleva lasciare tracce? In ogni caso resta la domanda: perché lo fecero? Non è dato saperlo. Forse il loro scopo era semplicemente quello di usare l’autorità riconosciuta di Wikipedia per diffondere una determinata narrazione dell’evento, anticipando in pratica tutte le maggiori fonti d’informazione. Cioè “orientandole”. E noi non sapremmo niente di tutto ciò se non fosse che qualcuno stava seguendo questo movimento di comunicazioni “anticipate” e, essendosi incuriosito, fece un back-up completo delle 13 versioni e ce le ha restituite intatte, per la nostra riflessione. [11]
Dove si trovassero in quelle ore i signori e le signore che portano all'indirizzo IP/nome utente 82.45.236.70 non possiamo saperlo. Perché abbiano fornito questo servizio e poi lo abbiano cancellato è mistero ancora più fitto. L’unica cosa che si ricava dalla lettura dei 13 dispacci, poi cancellati, è che tutti insieme forniscono una versione precisissima, “arabo-musulmana”, di ciò che è accaduto: i mostri che si aggirano per le strade di Parigi sono terroristi, suicidi, siriani, islamici. Per fermarli occorre lo stato d’emergenza. La sorpresa è assoluta, impossibile prevedere una cosa del genere. Nient’altro: è ora di piangere i morti, di dare sfogo a paura e dolore. La mattina del 14 novembre sarà questo il Leitmotiv del mainstream mondiale.

Solo che, come già stiamo vedendo, in questa sintesi estrema molte cose non quadrano. Basterebbe aggiungere all’elenco gli avvertimenti, le anticipazioni, le soffiate, gli allarmi delle ultime ore, e dovremmo concludere che solo degli irrimediabili distratti o dei totali incapaci avrebbero potuto non avvertire puzzo di bruciato. Tanto più che — come s’è visto — gli stessi inquirenti, la magistratura, le forze dell’ordine, i servizi segreti, non solo quelli francesi, avevano addirittura proclamato urbi et orbi il pericolo imminente. Come interpretare, infatti l’allarme bomba che, quella stessa mattina del 13 novembre, fece sgomberare in tutta fretta la Gare de Lyon? E quello che, simultaneamente, fece sgomberare l’albergo in cui alloggiava la squadra di calcio della nazionale tedesca che doveva giocare quella sera contro la nazionale francese? Mettiamoci anche il reporter di Abu Dhabi Sports che, parlando dai bordi del campo poco prima dell’inizio della partita, riferisce che le autorità francesi hanno ricevuto una segnalazione circa una bomba allo stadio fin dal giorno prima. Perfino lui sapeva che qualcosa stava andando storto quella sera [12].
Del resto, sempre a proposito di stranezze stupefacenti, era dalla metà di agosto che l’allarme era stato lanciato e che l’allarme riguardava anche e specificamente il Bataclan, la "salle de spectacles" dove avvenne il grosso della strage. Lo rivela il già citato monsieur Trevidic, che è ora vice presidente dell’Alta Corte di Lilla, dopo avere interrogato un certo Reda Hame, arrestato dopo il suo ritorno dalla Siria. Doveva incontrarsi con Abdelhamid Abaaoud, ma sicuramente era molto ciarliero. Infatti rivela al magistrato che «il bersaglio più concreto di una prossimo attentato terroristico sarebbe stato una sala di concerti rock a Parigi». Il Bataclan, emerge, era stato indicato come un possibile obiettivo terroristico «almeno due volte in precedenza» [13]. E fa tre.

Poi la tragedia, per molti, troppi, quasi tutti giovani e giovanissimi, uccisi. Sebbene il bilancio dei morti resti, al momento attuale, assai poco chiaro, così come del tutto misterioso è il bilancio e le caratteristiche della liquidazione della squadra di assassini.
Ma è il racconto che non quadra, che contiene troppi tasselli inspiegabili. E una sola fonte: quella della polizia e dei servizi segreti. I giornalisti hanno scritto e detto molto: purtroppo nessuno di loro ha visto niente. Dall’inizio alla fine. E quello che riferiscono, sulle colonne dei giornali, dai canali radio e televisivi, è la confusa ridda di versioni ufficiali, poi quelle di seconda, terza, quarta mano, nessuna delle quali è verificabile, ma tutte assunte come credibili, anzi certe.
Poi ci sono le invenzioni vere e proprie, come quella, invero comica, del “terrorismo delle freccette”, in base alla quale Abaaoud avrebbe mandato i suoi uomini allo sbaraglio, nei mesi precedenti, tirando al bersaglio una serie di dardi, a casaccio, fino a che uno sarebbe arrivato a segno. [14] 
Cioè il capo del sanguinoso complotto, l’ovviamente defunto e dunque non più in grado di confermare o smentire, sarebbe stato “sotto una crescente pressione per realizzare qualche cosa di grosso”.
Pressione da parte di chi? C’era qualcuno che tirava le fila? Chi era?
La risposta a queste domande non c’è, dunque tutta la complessa operazione, e le sue gigantesche conseguenze, sarebbero il frutto della mente e dell’organizzazione di uno sprovveduto, vanaglorioso delinquentello, che avrebbe passato mesi a “tirare le freccette” fino a che una, almeno una, andasse a segno. Una di queste “freccette” sarebbe stata l’azione del 26-enne di origine marocchina, Ayoub el Khazzani, che in agosto emerse dalla toilette di un treno ad alta velocità diretto a Parigi, armato di un kalashnikov , solo per essere disarmato, senza avere sparato nemmeno un colpo, da tre provvidenziali passeggeri americani. Insomma Abaaoud stava andando a casaccio, sempre che fosse lui a guidare l’impresa. E, dato il suo comportamento altamente stravagante (sempre secondo le fonti di polizia o di altri esperti militari chiamati in soccorso dai giornalisti per spiegare l’inspiegabile), non è escluso che il giovanotto fosse in un qualche stato di inquietudine.
Chi è la fonte di questa informazione? Un certo Louis Caprioli, ex vicecapo dell’unità antiterroristica interna francese. «Tutto in questo 2015 era fino ad ora andato male –dice Caprioli — fallimenti, imbarazzanti fallimenti». E Charlie Hebdo? Un indubbio successo del terrorismo, appunto nel 2015. Ma evidentemente Abaaoud non era di quella partita. Poi verrà il salto di qualità del 13/11, cioè il passaggio da un kalashnikov che non spara un colpo, a una squadra di “almeno nove” killer. In realtà parecchi di più.

Se poi si esamina quello che sappiamo del capo di questi tre commandos, appunto Abdelhamid Abaaoud, ne viene fuori un quadro sconcertante. Quasi tutti i resoconti, o racconti, lo descrivono come un “soldato di fanteria”, divenuto – non si sa come — “colonnello nella gerarchia dello Stato Islamico”.
Quando arrivò la prima volta in Siria “fu incaricato di raccogliere i corpi dei soldati morti in battaglia” e, specificamente, di “svuotare le loro tasche”. Aveva certo una predilezione per lo spettacolo. Apparve più volte sulla rivista online della jihad, Dabiq, qualche volta mostrandosi sghignazzante mentre scaricava cadaveri da un pick-up, qualche volta sfottendo i servizi segreti che non erano riusciti a rintracciarlo mentre passava attraverso le frontiere europee, qualche altra volta minacciando attentati.
Secondo David Thomson, autore di un volume sui jihadisti francesi, Abaaoud “era considerato niente di speciale”. Ciò che sembra qualificarlo come qualcuno che se la cavava meglio pare sia stata la sua abilità nello sfuggire ai controlli. Una delle imprese più eclatanti fu il 20 gennaio 2014 quando portò con sé il fratello tredicenne Younes, verso la Siria. Furono fermati al controllo passaporti. Infatti Abaaoud era sulla lista dei ricercati [15]
Ma Abaaoud dichiara che lui e il fratello stanno andando a visitare la famiglia in Turchia e vengono lasciati passare.
Dove è difficile dire se è più incredibile il comportamento delle autorità francesi di polizia, e di quelle belghe, oppure quello dello stesso Abaaoud che si espone al rischio di essere arrestato con tanta totale incoscienza e mancanza di accortezza. Siamo di fronte al ritratto collettivo di polizie ripetutamente incapaci, con al centro un terrorista “islamico” piuttosto balordo, che rischia di farsi prendere ripetutamente per totale incoscienza. A meno che fosse sicuro che non lo avrebbero preso fino a missione compiuta.

C’è da chiedersi come mai i giornalisti che hanno scritto questi resoconti non siano stati in grado di formulare essi stessi gl’interrogativi che qui balzano agli occhi. Siamo di fronte a colleghi che sembra siano stati privati del beneficio del dubbio. Cosa che, probabilmente, influirà positivamente sulle loro carriere giornalistiche [16].
Ma questo è un altro discorso, che riguarda la Grande Fabbrica dei Sogni e delle Menzogne. Colpisce, tra le molte altre inquietanti sorprese, il fatto che in pratica esiste una sola foto dell’interno del Bataclan dopo il massacro. Stranezza oltre ogni immaginazione nel tempo moderno dove ormai tutti — e sicuramente tutti coloro che erano andati a sentire il concerto — hanno in tasca un cellulare in grado di fotografare e filmare. Siamo ormai abituati a vedere immagini raccapriccianti fotografate e filmate dagli stessi protagonisti, nelle condizioni più impensabili e drammatiche. Possibile che nessuno delle centinaia di sopravvissuti abbia fatto altrettanto? Certo nessuno poteva fotografare al buio e durante la sparatoria. Ma una volta finita la mattanza e l’ingresso della polizia, nessuno ha pensato di fissare ciò che stava vedendo?
In uno dei pochi filmati, quello girato con il cellulare dalla finestra del vicolo adiacente da un testimone, è possibile vedere, tra i corpi dei morti che giacciono a terra accanto all’uscita laterale del locale, uno dei feriti che accende il suo cellulare e cerca di comunicare, forse con un amico o un familiare, la sua situazione. Cerca soccorso, mentre ancora risuonano alcuni spari, radi, provenienti dall’interno. Possibile che nessuno dei sopravvissuti abbia fatto altrettanto? Strano.
Eppure una ricerca su Google rivela che effettivamente queste foto non ci sono. E l’unica che a quanto pare esiste, è di una stranezza assoluta. Con una lunga striscia rossa curvilinea sul pavimento, che sembra stata fatta trascinando qualche oggetto imbrattato di rosso, largo circa un metro, attorno ai corpi dei morti (cioè quei cadaveri erano già per terra, in quelle posizioni, e chi ha disegnato quelle strisce rosse lo ha fatto “attorno” ai loro corpi). Mentre molti cadaveri delle circa 15 vittime visibili nella foto appaiono stranamente privi di chiazze di sangue [17].

Ma la faccenda dell’”unica foto” diventa ancora più complicata qualche mese dopo, quando un giornalista francese, Hicham Hamza, viene arrestato e incriminato ufficialmente per “violazione del segreto istruttorio e diffusione di immagini gravemente lesive della dignità umana”. Hamza scrive per un sito, www.panamza.com, che già aveva accuratamente passato al setaccio la faccenda di Charlie Hebdo. Cosa ha fatto di tanto grave? Il 15 dicembre 2015 aveva diffuso quella foto dell’interno del Bataclan, scattata a quanto pare pochi minuti dopo la strage. Da chi non si sa. Il fatto è che Hamza trovò la foto su un tweet firmato “Israele News Feed” “@IsraelHatzolah”. Dunque l’unica foto del Bataclan è stata resa nota da un sito israeliano. Maurizio Blondet, che ha rivelato questa circostanza per i lettori italiani, si addentra nella scoperta sollevando un masso sotto il quale molti interrogativi si muovono. «Israel Hatzolah — scrive — è praticamente la stessa cosa di United Hatzolah, una ONG israeliana di paramedici che collabora con l’esercito di Israele», e il cui presidente è Mark Gerson, un ebreo americano che fu direttore esecutivo del think-tank “Project for The New American Century” (PNAC[18].
Per chi non ha la memoria corta si trattò del centro d’irraggiamento delle idee neocon che conquistarono il governo degli Stati Uniti con George Bush Jr e con tutta la squadra che gestì la “New Pearl Harbor” dell’11 settembre 2001, e che portarono l’America a invadere l’Afghanistan e l’Irak. Dunque l’unica foto del Bataclan post massacro viene diffusa al pubblico mondiale da una fonte israeliana collusa con i neocon [19]
Ma Blondet procede oltre. Il Bataclan apparteneva, fin dal lontano 1976 alla famiglia ebraica Toutou, e venne venduto l’11 settembre 2015, cioè due mesi prima della strage [20].
I vecchi proprietari si sarebbero trasferiti in Israele subito dopo la vendita. Coincidenze, nient’altro che coincidenze, ovviamente. Solo che il Times of Israel scrisse, dopo la strage, che «i responsabili della sicurezza della comunità ebraica erano stati avvertiti in anticipo dell’imminenza di un grosso attentato terroristico» [21]
La notizia, che fu poi censurata, includeva il nome dell’autore del preavviso: il banchiere Edmund De Rotschild. Non meno strana l’intervista che Jesse Hughes, il cantante degli Eagles of Death Metal, ha rilasciato a Fox Business Network quattro mesi dopo l’attentato. In essa il cantante rivela che quella sera, “ben sei uomini addetti alla sicurezza dietro le quinte, erano inspiegabilmente assenti”. Forse, aggiunge, “avevano ragioni per non venire”.


I dubbi s’infittiscono. Un altro dei quali scaturisce dall’esame collettivo della squadra di macellai che ha agito la sera del 13/11. Abbiamo nove nomi, che ci sono stati forniti dalla polizia. Otto di loro sono morti. Uno è ancora in fuga mentre scrivo queste righe. Di sette conosciamo qualcosa delle loro biografie. Per esempio che erano tutti schedati. Cioè erano sotto controllo. Tutti i loro precedenti erano quelli di piccoli criminali comuni. Nessuno di loro aveva un passato di fervente credente e praticante. Solo dal 2013 in avanti alcuni di loro mostreranno un più o meno intenso feeling religioso, che li avrebbe spinti a mettersi in movimento.

Di Abdelhamid Abaaoud s’è già detto qualche cosa. È stato in carcere più volte per furto e aggressione. I due fratelli Abdeslam, Ibrahim (31 anni) e Salah (26 anni), erano proprietari, fino al 5 novembre, — cioè sette giorni prima dell’attentato — di un bar del quartiere di Molenbeek a Bruxelles, chiamato “Les Beguines”, frequentato da prostitute e dove si spacciava droga. L’ex moglie di Ibrahim, Niama, parla di lui come di uno che «si faceva canne, dormiva tutto il giorno e non aveva lamentele contro l’Occidente».
Vi pare la figura di uno che, otto giorni dopo, si farà saltare in aria in un bar di Boulevard Voltaire?
Di Samy Amimour si sa che era sotto gli occhi della DGSE, l’intelligence francese, fin dal 2012. Quando lo arrestano, per tenerlo in cella d’isolamento per 86 ore, gli trovano in casa una storia dei profeti, istruzioni sulla dieta del buon credente, una copia dell’Èquipe e una di France Football. Il suo nickname è quello di un noto culturista, Samy Coleman. Dunque un culturista tifoso di calcio. Interrogato avrebbe detto di essere favorevole alla “jihad difensiva” e di non poter “nemmeno concepire il martirio”. Anche lui si sarebbe fatto esplodere dentro il Bataclan all’arrivo delle forze di polizia.
Ismael Omar Mostefai era stato schedato dalla polizia addirittura del 2010, arrestato otto volte, ma dopo avere fallito al concorso per entrare in polizia.
Fouad Mohammad Aggad: era un sorvegliato speciale, di quelli che sulla scheda segnaletica hanno la “S”. Precedenti per spaccio e risse. Il più innocuo della squadra era Bilal Hadfi: ventenne, denominato Billy Hood, anche lui schedato. Beveva e andava in giro molestando le ragazze.

Ce n’erano altri due, sui cui nomi veri c’è da dubitare perché avrebbero avuto passaporti falsi. Comunque non si sa nulla. Nomi fotocopia: Ahmad al Mohammad e Mohammad al Mahmoud, si dice provenienti dalla Siria, via Turchia, entrambi saltati in aria nei pressi dello Stade de France, e dunque comparse cancellate dall’oblio del perossido di acetone. Il conto è fatto.
Dei nove già nominati, cinque saranno quelli che, sempre secondo il racconto della polizia, salteranno in aria (tre presso lo stadio, cioè Hadfi, Ahmad e Mohammad; uno, Hamimour, esploso — pare—nel Bataclan; l’altro, Ibrahim Abdeslam, esplode in un bar di Boulevard Voltaire). Restano vivi in quattro, fino a questo momento. Uno di questi è Salah Abdeslam, fratello di Ibrahim, quest’ultimo già esploso al Comptoir Voltaire. La polizia informa che, dopo il massacro di Parigi, Salah torna in Belgio in macchina, insieme ad altri due passeggeri. Potrebbero essere Mostefai e Aggad, i due fucilieri del Bataclan rimasti in vita (Amimour si è ufficialmente fatto esplodere). Ma non è sicuro.
Se i due in questione sono morti dentro il Bataclan, significa che almeno altri due dei partecipanti all’operazione si sono salvati, cioè il team era più numeroso di quanto detto. Quello che è sicuro è il fatto che l’auto viene “fermata dalla polizia per ben tre volte, l’ultima il 14 novembre alle 9 del mattino, a Cambrai, ormai a 50 chilometri dal confine belga (in questi momenti qualunque guidatore con la pelle un po’ scura viene fermato, spiega un avvocato degli arrestati minori) e gli agenti non trovano niente di strano nel terzetto” [22]

E veniamo ora ai tre suicidi attorno allo stadio. Ore 21:20. Primo kamikaze. Salta con la sua cintura esplosiva nei pressi della porta D dello stadio dopo che gli è stato impedito l’ingresso. Oltre a lui rimane ucciso un passante che si trovava poco distante. Ore 21:30 il secondo kamikaze esplode nei pressi di un ristorante. La vetrina risulta soltanto incrinata. Nessun morto oltre lui. Ore 22: il terzo kamikaze esplode mentre si trova all’entrata di un vicolo cieco. Come se stesse cercando di nascondersi. Bilancio di tre esplosioni: tre kamikaze uccisi e un morto. Invece che una strage in questo caso si può a ragione parlare di una “mancata strage”. Lo stupore di Blondet, e il mio, viene corroborato da quello della France Presse che, citando una fonte anonima della polizia, scrive: «È incomprensibile. Un miracolo che ci siano state così poche vittime. Concretamente quel che hanno fatto (i jihadisti, ndr), a parte suicidarsi, non ha alcun senso. Se volete fare una carneficina, lo fate al momento dell’entrata o dell’uscita degli spettatori (…) qui ci sono solo dei tizi che si sono suicidati». La polizia francese è distratta, ma qualcuno ragiona. Solo che preferisce restare anonimo.

Andiamo ora a vedere cosa succede al quarto attentatore suicida. Solo le ore 21:45. Quindici minuti dopo il secondo kamikaze dello stadio e quindici minuti prima del terzo. Ibrahim Abdeslam è seduto sulla terrasse al n.253 di Boulevard Voltaire. I testimoni, padrone del locale e camerieri, ricordano che se ne sta taciturno e tranquillo. E prima di saltare per aria non grida, non inneggia al Profeta. Quando la cameriera si avvicina per prendere l’ordinazione avviene l’esplosione. Lui muore, lei, seppure gravemente ferita, rimane in vita. Bilancio al momento: quattro kamikaze morti, un solo disgraziato passante li ha accompagnati a miglior vita. L’anomalia della situazione diventa enorme. E sempre più inspiegabile, date le premesse. Tanto più che Ibrahim sarebbe stato colui che noleggiò la SEAT nera e la parcheggiò a Montreuil, lasciando al suo interno tre kalashnikov, con cinque caricatori pieni e 11 vuoti. Una cosa sconclusionata. Che se ne facevano di undici caricatori vuoti? Erano quelli del Bataclan? Ma chi ce li ha portati? In tal caso sono rimasti vivi. Doveva partecipare anche lui alle sparatorie? Ma non lo fece. Era suo compito aspettare i macellai del Bataclan e portarli fuori città? Ma allora perché si fa esplodere prima che il massacro cominci? E in quel modo, insensato come quello dei tre suicidi dello stadio?
Anche qui riemerge la sbalorditiva creduloneria dei giornalisti dei grandi organi di informazione: non ce n’è uno che metta insieme i pezzi del puzzle che ha di fronte. Possibile che a nessuno sia venuta in mente la possibilità che i quattro kamikaze siano stati fatti saltare per aria da un sistema d’innesco a distanza? Cioè che non siano stati loro a decidere il momento, a premere il pulsante fatale, ma qualcun altro (alla luce dei risultati anch’egli piuttosto sprovveduto), che si trovava da qualche altra parte?
Non si potrebbe ipotizzare che almeno qualcuno di loro non sapesse affatto di essere destinato a fare il kamikaze, ma che avesse ricevuto in dotazione un cellulare per mantenere le comunicazioni con gli altri del commando. Un cellulare in realtà riempito di esplosivo e comandato a distanza (così si spiegherebbe la debolezza delle cariche)? Ipotesi queste, niente affatto peregrine, se si ricorda quante volte, al passaggio del metal detector di un aeroporto, i sorveglianti chiedono di accendere il cellulare per vedere se è davvero un cellulare [23].
E che dire dei due cellulari ritrovati dalla polizia: uno nei pressi dello stadio, l’altro nei pressi del Bataclan? Sembra che questa banda di pasticcioni sanguinari abbia volutamente lasciato tracce per la ricostruzione degli eventi. E risulta — sempre dalle informazioni postume fornite dagl’inquirenti — che ci fossero telefonate continue che collegavano il cellulare di Abaaoud e quello di almeno uno dei kamikaze dello stadio, mentre uno del terzetto del Bataclan avrebbe comunicato, non si sa a chi, via sms, che stava per cominciare la strage. Queste le trouvailles che la polizia ha lasciato filtrare in diversi momenti delle indagini [24].

Lascio da parte molte altre informazioni, che Maurizio Blondet ha raccolto [25], dove testimoni oculari parlano di altri killer, di alta statura, di pelle bianca, arrivati a bordo di una Mercedes nera, atletici, vestiti di nero, che “sembravano militari o mercenari”, efficienti e operativi nelle sparatorie contro i bar e ristoranti. O dei quattro , che “sembravano morti viventi, come fossero drogati”, che se ne stettero a bordo della Polo nera con targa belga, parcheggiati non molto lontano dal Bataclan, per quasi due ore. Tanto sospetti che un avventore di un vicino locale cercò di avvertire la polizia, ma senza successo.

Fino alla conclusione della mattanza del 18 novembre, altrettanto inverosimile di tutto quanto fin qui raccontato. La polizia, la DGSE, trovano il covo di una parte dei terroristi: è nel quartiere di Saint Denis, un appartamento al terzo piano di Rue de Corbillon. Sono passati poco più di tre giorni. Sono le quattro del mattino del 18 novembre.
Il quartiere viene sgomberato e circondato da un grande schieramento di forze militari e di polizia. I terroristi non possono sfuggire. Sarebbe cruciale prenderne qualcuno vivo in modo che possa raccontare tutto quello che sa. Invece le forze di polizia lanciano l’assalto.
Comunicheranno dopo di avere sparato più di 5000 proiettili, accrescendo così il sospetto che lo scopo dell’operazione fosse di non farne uscire nessuno vivo. Dentro — risulterà — erano solo in tre. L’unica donna, la cugina di Abaaoud, Hana Ait Boulachen cercherà disperatamente, gridando, di segnalare alla polizia che lei non c’entra per niente. La polizia dirà che si è fatta esplodere, poi rettificherà dicendo che è morta nell’onda d’urto dell’esplosione con cui uno dei due uomini si è immolato.
Chi fossero ce lo racconta ancora la polizia. Di uno dei due non si conosce l’identità. Di lui è restata solo una porzione del cranio. Dell’altro invece, stando alla ricostruzione di Repubblica, già qui citata, si sa tutto. E’ bastata “la falange del dito di una mano”, unico “brandello di un cadavere dilaniato dall’esplosione di un giubbotto imbottito di Tatp, perossido di acetone”, per ricavare che quel dito apparteneva a Abdelhamid Abaaoud. Questa volta la carica era così potente da fare fuori tre persone in un colpo solo: mica come quelle degli altri kamikaze!

Davvero era necessario sparare cinquemila proiettili? Hanno fatto tutto da soli. Sarebbe bastato aspettare il far del giorno. Così il bilancio finale della squadra di killer islamici dice che i morti ufficiali sono stati otto. I sei kamikaze hanno ucciso un solo estraneo. Tre sono fuggiti, di loro conosciamo soltanto Salah, gli altri due non sono noti. Forse coincidono con Mostefai e Aggad, usciti vivi dal Bataclan. Ma non è certo. Dei giovanotti vestiti di nero scesi da una Mercedes non c’e traccia nei racconti ufficiali. Di chi era il pezzo di cranio? Chi fu il bombarolo che preparò le cariche? Perché i cellulari lasciati a terra? Perché l’assalto del quartiere Saint Denis? I kamikaze erano “radiocomandati”? Cioè c’era qualcun altro che schiacciava i pulsanti dei detonatori? Perché non ci sono fotografie del salone del Bataclan dopo l’eccidio?

Forse sarà necessario fare di nuovo ricorso al segreto militare. Chi scrive non ha nessuna di queste risposte. Ma questo non lo priva della possibilità di formulare delle ipotesi semplici. Torno alla strage di Charlie Hebdo. Il segreto militare del ministro Cazeneuve ha fermato l’indagine quando sono emersi i contatti tra un informatore che agiva per conto dei servizi segreti francesi e il terrorista Ahmedy Coulibaly. Le polizie di tutto il mondo infiltrano i loro uomini e donne nelle organizzazioni criminali e terroristiche. E, simultaneamente usano i criminali e i terroristi che hanno intrappolato preventivamente, come strumenti per raccogliere informazioni, ricattandoli. Da qui al loro uso come attori, comparse, capri espiatori da esibire al pubblico in caso di necessità, il passo è brevissimo. Tanto più facile quando questi capri espiatori non sanno di esserlo e agiscono con la convinzione di essere eroi che lottano per la loro causa, quale che essa sia. E, tanto più sono fanatici, quanto più è possibile guidarli verso obiettivi opportunamente predisposti. Con questi mezzi si possono compiere piccole e medie provocazioni. Ma si possono anche realizzare, quando serve, grandi, colossali, sanguinose false flag operations, operazioni in cui deve sventolare agli occhi del pubblico una “falsa bandiera”, mentre coloro che le hanno organizzate rimangono totalmente al coperto.

In questo caso almeno sette dei kamikaze morti nell’attacco terroristico del 13/11 erano nella condizione di ricattabilità. La libertà di movimento di cui hanno goduto suggerisce che erano anche sotto una qualche rete di sicurezza.
Il compito della democrazia, se esiste, è scoprire chi costruisce queste operazioni. Il segreto militare, il segreto di Stato, al contrario, serve per proteggere i servizi dello Stato che — magari lavorando per altri Stati — deviano dai loro compiti e dai loro doveri. A meno che, come ci ha fatto ricordare Wikileaks, siano altri servizi segreti (o settori deviati), di Stati amici, che non è possibile smascherare, proprio perché ufficialmente amici, i quali organizzano la false flag operation per punirci quando diventiamo disobbedienti. Qualcuno potrebbe non sopportare che noi europei ci consideriamo “alleati ma non allineati”. Neppure su questioni secondarie. Dobbiamo essere in ginocchio, sempre, altrimenti potremmo essere oggetto di “una lista di obiettivi di rappresaglia, che crei una certa sofferenza” [26].
Se le cose stanno così dobbiamo, noi europei, chiederci se siamo disposti a lasciarglielo fare.


NOTE


[1] Avis n° 2015-09 du 18 juin 2015 (Journal Officiel de la Republique Française): contiene la notizia di una lettera del 1° giugno 2015, in cui il ministro degl’interni B. Cazeneuve si oppone a una richiesta di declassificazione di importanti documenti dell’inchiesta da parte dell’istanza dei giudici del Tribunale di Lilla. La commissione consultiva per il segreto circa la difesa nazionale, dà ragione al ministro.
Solo il 10 settembre la notizia verrà rivelata al grande pubblico dal sito francese Mediapart, dove, per la penna di Karl Laske, si saprà che l’inchiesta dei giudici francesi, Stanislas Sandrapos e Richard Foltzer, circa il percorso seguito dalle armi del defunto terrorista Coulibaly è stata fermata là dove emergevano i rapporti tra i terroristi e i servizi segreti francesi. L’inchiesta della magistratura aveva rivelato che Coulibaly acquistò le armi da un certo Claude Hermant, importatore di armi attraverso la società commerciale Seth con sede a Haubourdin, e collaboratore dei servizi segreti francesi.

[2]  Stacy Meichtry - Joshua Robinson, "Paris Attacks Plot Was Hatched in Plain Sight", The Wall Street Journal, 27-29/11/2015.

[3] «Per la legge in questione è stato usato un acronimo orwelliano: ‘USA PATRIOT Act’ è la sintesi di "Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act", ossia "Legge per unire e rafforzare l’America offrendo gli strumenti adatti richiesti per intercettare e bloccare il terrorismo". Attraverso il nome è stata data una perentoria patente di patriottismo a un delicato provvedimento che in realtà sospende molte leggi di garanzia. Con un metodo ricattatorio (chi si oppone a qualcosa che si chiama Patriot diventa per definizione ‘antipatriottico’) l’amministrazione Bush ha subito mirato a tacitare le critiche e prevenire discussioni sugli ineluttabili abusi» (cfr. Pino Cabras, Strategie per una guerra mondiale, Aisara, 2008).

[5] ibidem, nota 4.

È interessante notare che persino in occasione della strage di Oslo del 22/07/2011, come rivelò il più importante quotidiano norvegese, Aftenposten, la scena del crimine aveva letteralmente ricalcato simulazioni in corso degli apparati di sicurezza in quella stessa giornata. Solo poche ore prima che Anders Behring Breivik iniziasse a sparare sui ragazzi di Utøya le squadre di emergenza della polizia avevano concluso un'esercitazione in cui avevano sperimentato una situazione quasi identica: «un attacco terrorista mobile nel quale l'unico obiettivo di uno o più esecutori consisteva nello sparare a quanta più gente possibile e poi nel fare fuoco sui poliziotti al loro arrivo. “Era assai simile allo schema. Così ha voluto il caso”, dichiara una fonte attendibile della polizia, che ha chiesto l'anonimato». (http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=63448).

[13] R. Callimachi, K. Bennhold and L. Fourquet, " How the Paris Attackers Honed Their Assault Through Trial and Error", New York Times, 30 novembre 2015.

[14] Ibidem. Dartboard terrorism.

[15] «Era nel database di tutti i paesi europei, ma ritornò in Europa come se stesse per andare in una vacanza al Club Med». New York Times, 30/11 (frase attribuita dal NYT alla madre, anonima, di uno dei jihadisti morti nei combattimenti in Siria. C’è da dubitare, tuttavia che la madre di un terrorista adotti questo tipo di linguaggio e riferimenti turistici di questo genere).

[16] Mi riferisco specificamente a tre ricostruzioni degli eventi: 1) Wall Street Journal (27-29/11), firmata da Mathhew Dalton, Inti Landauro, Noemie Bisserbe, Mohammad Nour Alakraa, Matt Bradley, Dana Ballout, Giada Zampano, Anton Trojanovski; 2) Quella citata del New York Times (30/11), firmata da K. Callimachi, K. Bennhold, L. Fourquet; 3) La Repubblica (20/11), Con le firme di Carlo Bonini, Giuliano Foschini, Anais Ginori, Fabio Tonacci.


[20] http://www.timesofisrael.com/jewish-owners-recently-sold-pariss-bataclan-theater-where-is-killed-dozens/


[22] http://www.maurizioblondet.it/parigi-qualche-kamikaze-era-radiocomandato/ Devo alla ricostruzione di Maurizio Blondet, ricca di particolari e di citazioni dalle fonti francesi, gran parte dei dati riguardanti gli attentatori suicidi, e anche gran parte delle sue considerazioni successive, che considero molto convincenti.

[23] “Secondo una fonte giudiziaria — scrive il Figaro —le cinture esplosive avrebbero potuto essere azionate da telefono portatile”.
[26] Wikileaks ha publicato un cablogramma che l’ambasciatore americano a Parigi inviò al Dipartimento di Stato il 14 novembre 2007. Nel quale si formula, riferendosi ai negoziati di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, la proposta di “calibrare” la lista, sia verso l’Europa intera, poiché “la responsabilità è collettiva”, sia verso i “responsabili principali”, cioè la Francia. Il tutto in un contesto come quello di “alleati ma non allineati”. Frase che lo stesso cablogramma riferisce all’allora presidente francese Sarkozy.