Visualizzazione post con etichetta Israele. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Israele. Mostra tutti i post

16 giugno 2017

False accuse di antisemitismo, strumento del nuovo maccartismo


di Enrica Perucchietti.
Con nota di Pino Cabras in coda all’articolo.


La caccia alle streghe continua. Il mio nome è finito nell'elenco dell'Osservatorio sull'Antisemitismo in quanto sarei "complottista". Sarei inoltre antisemita a causa del mio saggio False Flag (non se ne capisce il motivo).
È evidente che è in atto ed è sempre più violenta una campagna denigratoria e censoria volta a denigrare, censurare, distruggere, piegare chiunque non si allinei con il pensiero unico, il politicamente corretto e soprattutto il potere.
Io non ho mai parlato di "ebrei", semmai ho parlato di personaggi come Soros, o dinastie come i Rothschild non in quanto ebrei ma in quanto addentro a certe dinamiche di potere, dove troviamo molti eminenti cristiani e musulmani loro pari. Se parlo di Soros non è perché ebreo ma in quanto speculatore finanziario. Se non concordo con alcune politiche di Israele, ciò non avviene in virtù di qualche mio spirito antisemita o perché io sia fascista (cosa che tra l'altro, a differenza di personaggi ben più famosi di me, non sono).
Di fatto non dovrei nemmeno stare qui a giustificarmi di non essere qualcosa che non sono, se non fosse che il mio nome è stato messo senza senso in mezzo a quello di altri colleghi. Ed è inoltre un danno all'immagine, soprattutto ora che viviamo in una società sempre più fondata sull'immagine, sulla forma, sullo spettacolo. È sempre più evidente che sta operando alla luce del sole la psicopolizia in stile orwelliano: ti spiano, leggono quello che scrivi o che pubblichi per poi metterti alla berlina. Aspettano un tuo passo falso per screditarti come dei parassiti che si nutrono del sangue altrui. E se il passo falso non c’è, pazienza, basta accusare gli altri di “fake news” facendosi coprire le spalle dai potenti.
Se parli di gender sei omofobo, se contesti la maternità surrogata sei nazista, se attacchi Soros sei antisemita. Praticamente non siamo più liberi nemmeno di pensare.
Si svuotano inoltre i termini e li si riempiono con quello che vuole il Potere. Potere che vuole subissare ogni testa con i suoi contenuti. Devi dire fare e pensare quello che il Potere vuole e illuderti di essere libero. Altrimenti dovrai vergognarti di esistere e verrai processato, additato, perseguitato e magari bruciato in pubblica piazza.
Siamo dentro la distopia di “1984” e forse ben oltre.

NOTA DI PINO CABRAS

Ho scritto la prefazione di False Flag di Enrica Perucchietti, il libro che le ha guadagnato l’inserimento maccartista nell’indice dei libri proibiti dell’Osservatorio sull’Antisemitismo, un’organizzazione non governativa che tuttavia agisce come se fosse una organizzazione ipergovernativa di emanazione israeliana. Né in questo libro, né in tutta la pubblicistica di Enrica ho letto un solo rigo che sia classificabile come antisemitismo. In altri suoi libri in qualche passaggio ha parlato del Mossad, certo. Ma un osservatore dei fenomeni politici internazionali contemporanei che non parlasse delle grandi agenzie di intelligence e delle loro sinistre strategie sarebbe come uno studioso di fauna africana che non nominasse mai un elefante. L’accusa di antisemitismo è un silenziatore usato con zelo implacabile per intimidire anche la minima critica a Israele, anche quella solo potenziale, evidentemente. Più realisti del re.
Il dramma è che questa pratica maccartista ha poi un’eco sui grandi gruppi editoriali, sempre più infastiditi dal fatto che stanno perdendo influenza rispetto alle nuove fonti di cultura e informazione, e dunque pronti a ogni più vigliacca “character assassination”. E questo deve preoccupare. La mia è una solidarietà piena e convinta a un’intellettuale brava e onesta. Ed è anche un invito a non lasciar passare nessuna intimidazione di questo tipo. Ne va della libertà di parola di tutti.


18 settembre 2016

ISIS Air Force: gli aerei di Obama fanno strage di soldati siriani

di Pino Cabras.
da Megachip.
ARTICOLO AGGIORNATO IL 18 SETTEMBRE 2017, h.9:30, dopo l'attentato a Manhattan


Siamo di fronte a una svolta drammatica nella situazione internazionale. Un gravissimo episodio militare con una strage in Siria avviene lo stesso giorno in cui qualcuno tenta una strage a New York. La bomba di Manhattan, dato il luogo, attira più attenzione e distrae verso altre tensioni, al prezzo di trenta feriti. Ma sono le bombe in Siria a cambiare lo scenario.

Nel pieno dell'incerta tregua negoziata da Russia e USA, un attacco aereo a sorpresa, condotto dalle forze aeree della "coalizione" a guida statunitense, ha colpito con bombe al fosforo le posizioni dell'esercito siriano nei pressi della città orientale di Deir ez-Zor, intorno alle ore 17 di sabato 16 settembre, uccidendo oltre un'ottantina di soldati

Per singolare e perfetta coincidenza, dopo il bombardamento è scattata immediatamente un'offensiva delle forze di Daesh (ISIS), tese a riconquistare posizioni strategiche in una delle aree chiave per la tenuta territoriale dello pseudo-Califfato. L'offensiva jihadista è stata bloccata con un ulteriore costo in termini di vite umane pagato dall'esercito di Damasco.
Altra "coincidenza": si intensificano nel Sud della Siria gli attacchi israeliani all'esercito siriano impegnato in operazioni militari contro milizie jihadiste legate ad Al-Qa'ida.

Per capire la gravità della situazione, si consideri che la Russia ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU per discutere del bombardamento di Deir Ez-Zor, che - a quanto conferma il portavoce del Ministero russo della Difesa, Igor Konachenkov - è stato condotto da due cacciaF-16, due aerei di attacco al suolo A-10 e un drone, tutti entrati dalla frontiera irachena.
Da parte americana, il CentCom (il Comando Centrale degli Stati Uniti) ha dichiarato che si è trattato di un errore perché «la Siria ha una situazione sul terreno complessa con varie forze militari e milizie che combattono in prossimità».
I militari siriani dichiarano che non se la bevono, e accusano gli USA di essere l'aviazione di Daesh.
Mosca inizia dapprima con una dichiarazione circospetta e fa notare che - come minimo - gli USA agiscono con irresponsabilità: «Se l'attacco aereo è stato causato da dalle coordinate errate di obiettivi, allora si tratta di una diretta conseguenza della ostinata mancanza di volontà della parte americana di coordinarsi con la Russia nelle sue azioni contro i gruppi terroristici in Siria», ha sottolineato Konashenkov, lasciando uno spiraglio all'interpretazione dell'aggressione come un errore, seppure criminalmente colposo.
Tuttavia, con il passare delle ore, le accuse russe diventano molto esplicite e dirette.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato all'emittente Rossiya 24 : «Se già precedentemente potevamo dubitare che la Casa Bianca proteggesse il Fronte Al-Nusra, ora, dopo l'attacco aereo contro l'esercito siriano, possiamo trarre una conclusione inquietante per il mondo intero: la Casa Bianca protegge Daesh».
Mosca - nell'osservare una serie infinita di doppiogiochismi sulla vicenda siriana - ha sempre presenti le prime reazioni di due grandi vecchi dell'imperialismo USA, Zbigniew Brzezinski eJohn McCain: entrambi, non appena era iniziato l'intervento russo in Siria, nell'autunno del 2015, imputavano a Mosca di "distruggere i nostri asset". Dove gli asset, le risorse, erano i jihadisti che venivano armati in mille modi, direttamente o indirettamente, dagli USA e i loro alleati.

Una parte delle classi dirigenti washingtoniane non vuole rinunciare a usare l'ISIS e le altre formazioni jihadiste come propria risorsa strategica
O il presidente Barack Obama è complice diretto di questa scelta o non controlla i suoi falchi. In entrambi i casi Washington ci porta sull'orlo della catastrofe. Può bastare l'abbattimento legittimo di altri aerei coinvolti in simili provocazioni per scatenare uno scontro diretto con conseguenze terribili. Altro che tregua.


Nel frattempo l'ambasciatrice USA all'ONU, il super falco Samantha Power, scrive una dichiarazione direttamente col mitra. Dice che la richiesta di convocare il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è solo un trucco e che l'ISIS è colpa di Damasco e di Mosca. Power fa il nome di Assad e attacca la Russia. Ma in realtà il suo bersaglio è il segretario di Stato Kerry, che ha negoziato la pace in Siria. Pronuncia il suo discorso a Manhattan, e le sue parole si confondono fra le sirene delle ambulanze di New York.

Siamo in buone mani.


17 maggio 2016

L'israeliano che decimerà i sogni della classe media brasiliana


di Pino Cabras.
da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO


A ulteriore conferma che in Brasile c’è un clima da colpo di Stato e non un avvicendamento qualsiasi, ecco una notizia che la quasi totalità dei media mondiali ha ignorato sebbene provenga da una fonte clamorosa: lungi dal limitarsi agli affari correnti, il governo del presidente a interim Michel Temer, come primo provvedimento, avrebbe deciso la nomina del nuovo presidente della Banca Centrale. Si tratta di un nativo israeliano, Ilan Goldfein, esponente di spicco della maggiore banca privata brasiliana e un curriculum da reggi-sacco del FMI e della Banca Mondiale. La notizia è stata anticipata dal solitamente ben informato quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronoth, è stata ignorata dall’intera stampa mondiale (che sul Brasile si volta dall’altra parte), e inizia a essere rilanciata in Brasile, anche se non si registrano prese di posizione di politici brasiliani, nemmeno quelli spodestati dal golpe. 

Sebbene non ci siano altre conferme, se ne dovrebbe almeno parlare per chiedere riprove o confutazioni. Lo si fa per illazioni molto meno importanti e meno fondate.

Di certo Goldfein è una figura organica alle classi che vogliono distruggere tutto quello che si è costruito nelle presidenze di Lula e di Dilma. Come potrete leggere nell’articolo israeliano, il presunto presidente in pectore del Banco Central do Brasil tuona contro la corruzione come causa di tutti i mali e annuncia sadicamente che la classe media dovrà «affrontare la decimazione dei suoi sogni»: la solita litania neoliberista sul popolo che vive al di sopra dei propri mezzi. Certo sarebbe curioso vedere questo paladino del rigore e della pulizia morale mentre riceve l’incarico dalle mani sporchissime del neogoverno, guidato da politici pieni di carichi penali per corruzione, a partire dall’azzimatissimo “asset” degli USA, Temer.
Non sappiamo se sarà davvero Goldfein a sovrintendere alle riserve d’oro del grande paese sudamericano. Di certo potrà contare su grandi riserve di bronzo, nelle facce dei nuovi governanti usurpatori, e forse nella sua.

Buona lettura.


Un israeliano diventa presidente della Banca Centrale del Brasile



Sullo sfondo della sospensione di Dilma Rousseff da presidente del Brasile in seguito ad accuse di corruzione, è stato annunciato che Ilan Goldfein, capo economista  della più grande banca privata del paese, diventerà presidente della Banca Centrale brasiliana.



di Itamar Eichner - Yedioth Ahronoth



Ilan Goldfein, nato ad Haifa (Israele), è stato indicato giovedì per essere il nuovo presidente della Banca Centrale del Brasile in seguito alla sospensione della presidente brasiliana Dilma Rousseff, accusata di corruzione [NdT: in realtà accusata di manipolazione del bilancio statale: l’errore dell’articolista si ripete anche più avanti].



Goldfein aveva precedentemente lavorato come capo economista presso Itau, la più grande banca privata del Brasile, come assistente del governatore della Banca del Brasile, nonché consulente per la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale.



Goldfein ha conseguito il dottorato di ricerca in economia presso il MIT. È  considerato uno dei maggiori e stimati economisti del Brasile, ha lavorato come docente presso le migliori università ed ha pubblicato numerosi articoli. Oltre al portoghese, parla l'ebraico, l’inglese e lo spagnolo. La sua famiglia risiede in Israele, dove si reca spesso.



La nomina di Goldfein arriva sulla scia di un affare di corruzione che ha portato alla sospensione della presidente brasiliana Dilma Rousseff, che sta affrontando un processo con l’accusa di aver truccato i bilanci per nascondere il deficit del paese durante la sua campagna di rielezione del 2014.



Goldfein si è detto molto confortato dalle indagini per corruzione attualmente in corso contro la Rousseff, altri politici di altissimo profilo e grossi membri della comunità imprenditoriale del Brasile, ritenendo che, anche se il risultato di questa vasta azione di pulizia fosse temporaneo, avrà comunque un effetto di stabilizzazione sull’economia del paese colpito dalla recessione.



La nomina di Goldfein è stata annunciata in un momento di grave difficoltà per l'economia del paese, che continua a perdere di valore, e alla luce di previsioni che indicano come la crescita ecomica del paese stia rallentando. «L'economia brasiliana è enorme», ha affermato Goldfein, «ma è troppo chiusa: esportiamo solo il 15 per cento del nostro prodotto interno lordo, il che non è molto.»



Goldfein indica le responsabilità della attuale situazione nella cattiva condotta fiscale del governo, dicendo che «Si sta attualmente conducendo un'indagine molto importante che si occupa di corruzione con flussi di denaro dal settore privato ad aziende pubbliche, da Petrobras (società petrolifera di stato coinvolta nello scandalo) ai politici. Per la prima volta abbiamo miliardari in carcere. Abbiamo politici in carcere. La gente potrebbe chiedere: 'Perché sta accadendo tutto questo, tutto in una volta?' Con un'attività investigativa senza precedenti, la peggiore recessione della nostra storia e la recente sospensione presidenziale. È solo frutto di una terribile coincidenza? No, ovviamente. Quello che è successo è che la classe media, che aveva pensato di diventare ricca e le cui aspirazioni stavano per avverarsi, deve ora affrontare la decimazione dei suoi sogni».



Goldfein ha stimato che, per uscire con successo dalla crisi attuale, il governo dovrà prendere misure impopolari, come l'aumento delle tasse, tagli al bilancio e l'innalzamento dell'età di pensionamento, che attualmente si attesta su una media di 50-55, fino a 65 anni. «Il problema è che invece di affrontare la realtà, l'economia brasiliana è entrata in una fase di negazione», ha dichiarato.



Goldfein ha continuato dicendo che «il governo ha fallito, motivo per cui tutti sono arrabbiati e sostengono l'indagine in corso. Prossimamente, chi dovesse prendere in considerazione di compromettersi con il governo si dirà, 'Beh, posso scegliere di fare questi soldi legalmente o andare in prigione per 30 anni,' e trarrà da solo le conclusioni. Ci sono già segnali di ripresa, quindi penso che le cose gireranno in positivo, anche se non durerà per sempre.»




Traduzione per Megachip a cura di Simone Santini.

AGGIORNAMENTO DEL 18 MAGGIO 2016 - ore 15:00La notizia è confermata in via ufficiale anche dal governo brasiliano. Il nuovo presidente della Banca Centrale è lui, richiamato con la traslitterazione portoghese, Ilan Goldfajn. Ricordiamolo come un nome chiave del golpe.


16 aprile 2016

Dopo i sauditi, anche l'Egitto imbavaglia Al Manar

di Pino Cabras.


Le pressioni degli sponsor dell'ISIS restringono sempre di più gli spazi televisivi per i loro nemici. Dopo la piattaforma satellitare Arabsat, anche quella egiziana denominata Nilesat, vista in tutto il Vicino e Medio Oriente, ha deciso di oscurare le trasmissioni del canale libanese Al Manar (Il Faro). Dal 5 aprile, uno degli organi di informazione in lingua araba più influenti, legato al movimento di resistenza libanese Hezbollah, è stato escluso dalla piattaforma la cui sede è in Egitto. Sono stati gli stessi media egiziani ad annunciarlo, precedendo l'incontro al vertice tra il presidente egiziano Al Sisi e il re saudita Salman, accolto dunque con un regalo per lui molto gradito

AL MANAR - I PRECEDENTI:
ECCO COME STANNO SOFFOCANDO UNA VOCE FONDAMENTALE PER L'INFORMAZIONE MEDIORIENTALE


In questo cinico scambio di doni fra capi di Stato si assiste a un grande dirottamento di miliardi. I 4 miliardi di dollari che fino a poche settimane fa i sauditi avevano destinato alle forze armate libanesi atterrano invece al Cairo, per rafforzare il rapporto con uno dei maggiori "clientes" di Riad - il regime egiziano - e indebolire la tenuta del fragile Stato libanese. Il tutto avviene per rafforzare l'asse di interessi saudita, impegnato direttamente o indirettamente su varifronti di guerra (Siria e Yemen su tutti) in contrapposizione all'asse legato alle forze sciite (Iran, Repubblica Siriana, Hezbollah). AncheIsraele ha un interesse strategico a mettere il bavaglio ad Al Manar, una delle voci più informate e critiche rispetto alle azioni militari israeliane. Non è il primo caso in cui Israele realizza una forte convergenza d'interessi con Casa Saud.

Non prende nessuna posizione la coalizione libanese del «14 Marzo». Il suo leader Saad Hariri, ha radici familiari, ideologiche ed economiche fortissime con l'Arabia Saudita, perciò tace. Rimangono invece le forti proteste della coalizione dell'«8 Marzo», che associa Hezbollah alla Corrente Patriottica Libera di Michel Aoun(egemonizzata dai cristiani maroniti). Queste diverse posizioni rappresentano bene la spaccatura politica che rischia di paralizzare o persino far esplodere la vita politica libanese.

I reporter di Al Manar hanno raccontato con grande impegno e professionalità dettagli importantissimi della guerra siriana. Senza la loro capillare presenza nei luoghi di battaglia, il mondo avrebbe saputo molto meno e l'ISIS-Daesh e le altre formazioni jihadiste sarebbero apparse come una galassia lontana. Il servizio reso al mondo consiste nel raccontare la portata di questo immenso pericolo per la pace mondiale. E soprattutto nel rivelare chi foraggia gli autori delle brutalità. I sauditi non vogliono testimoni, e nemmeno i loro alleati vicini e lontani, compreso Israele (anche se la liaison fra Tel Aviv e Riad può apparire contro-intuitiva).

Al Manar proseguirà le sue trasmissioni su una piattaforma satellitare russa (il che comporterà qualche macchinoso adattamento per milioni di parabole nelle case arabe) e in streaming, sul seguente canale:
Nel frattempo l'altro grande sponsor dei tagliagole, jihadisti , il regime del presidente turco Erdoğan - che ha il record mondiale di giornalisti incarcerati - ha oscurato il sito in lingua turca dell'agenzia russa Sputnik.

Per parte nostra, ci sentiamo di condannare questo attacco alla libertà di parola che vuole impedire una narrazione più autentica delle vicende mediorientali. Esprimiamo piena solidarietà ai giornalisti colpiti, anche in mezzo al silenzio occidentale. La "saudizzazione" e l'"erdoganizzazione" dei media rappresentano un attentato non solo alla libertà di parola, ma alla comprensione dei temi della pace e della guerra nel mondo.


DONAZIONE


15 luglio 2015

Il nodo iraniano. E ora?

di Simone Santini.
da Sputnik.

La firma dello storico accordo sul nucleare tra Iran e Comunità internazionale non è il punto terminale ma il primo passo di un processo che può cambiare la fisionomia del Medio Oriente e, dunque, le relazioni internazionali globali.

Tutti gli analisti più attenti della questione hanno rilevato, da tempo, che il faticosissimo negoziato che ha impegnato per oltre un decennio le diplomazie non era tanto centrato sulla possibilità che l'Iran acquisisse il nucleare militare ma sul ruolo che il paese persiano doveva assumere sullo scacchiere internazionale.
Perciò i termini più esatti della questione erano di ordine squisitamente politico (geopolitico) e non tecnico. Per parte americana, dalla visione di un Iran perno dell' "asse del male" si è passati ad una visione molto più pragmatica e realista. Tatticamente l'Iran diventa per Washington il partner ideale per il contenimento del pericolo jihadista, prima di Al-Qa'ida, ora di Daesh (Isis), in tutta l'area tra Iraq e Siria. Il mostro islamista che gli stessi americani hanno contribuito a destare non è un robot che risponde istantaneamente ai comandi e che si possa accendere o spegnere premendo un interruttore. Sono necessari "scarponi sul terreno" che possano contrastare in profondità la sua egemonia che può anche sfuggire di mano. Gli "scarponi" oggi, se non direttamente iraniani, appartengono ad Hezbollah in Siria ed alle milizie sciite in Iraq, dunque fazioni apertamente o tendenzialmente filo-iraniane.
Inoltre l'attuale Amministrazione di Washington sembra aver sposato un assetto per il Medio Oriente, tipicamente ricalcato sulle idee dello stratega di lungo corso Zbigniew Brzezinski, che punta alla creazione di un quadrilatero che formi un equilibrio di tensione tra le potenze regionali: Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita. In tal modo, le fragilità e i contrapposti o contigui interessi di ogni vertice del quadrilatero dovrebbero tendere a comporsi in un quadro stabile. Virtuosismo delle relazioni internazionali a parte, ciò potrebbe consentire agli USA di sganciarsi militarmente, come già stanno facendo, dal Medio Oriente per proiettarsi verso i teatri di crisi prossimi venturi, l'oriente europeo e l'estremo oriente del Pacifico.
Ma come per ogni assetto che tenta lo sforzo di instaurarsi, non mancano i contrasti che derivano dal vecchio ordinamento. Così Israele vede minacciato il suo ruolo di potenza senza avversari. L'Arabia Saudita wahabita vede con terrore imporsi lo storico nemico sciita. E ampi settori americani scorgono l'incertezza del nuovo corso. Ne hanno dato plastica dimostrazione altri due decani delle geostrategie americane, gli ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, in una sorta di appello congiunto pubblicato dal Wall Street Journal lo scorso aprile a pochi giorni dall'accordo quadro di Losanna che prefigurava l'accordo definitivo raggiunto ora a Vienna.  Al termine di una accurata disamina scrivono: "Se il mondo deve essere risparmiato da inquietudini ancora peggiori, gli Stati Uniti devono sviluppare una dottrina strategica per la regione [il Medio Oriente]. La stabilità richiede un ruolo americano attivo. Se l'Iran intende essere un membro prezioso della comunità internazionale, il prerequisito è che accetti il controllo sulla sua capacità di destabilizzare il Medio Oriente e sfidare l'ordine internazionale più ampio". Insomma, è detto senza mezzi termini anche se con eleganza. È una questione di controllo. Gli Stati Uniti devono raggiungere la chiarezza su quale sia il loro ruolo strategico, e se l'Iran non è sotto controllo, l'accordo nucleare andrà a "rafforzare, non a risolvere, le sfide al mondo in quella regione".
Tali divergenti visioni prenderanno forma durante il dibattito che avverrà al Congresso americano  sull'approvazione del nuclear deal. Sarà di straordinaria importanza valutare il comporsi dei vari schieramenti non tanto per l'effettiva tenuta dell'accordo (Obama ha già dichiarato che userà il potere di veto se il Congresso provasse a snaturare o semplicemente bocciare l'intesa) quanto piuttosto verificare se la natura politica dell'accordo può avere sufficiente vitalità per imporsi o nasce già morta. Se Obama riuscisse ad avere un voto addirittura favorevole, con la maggioranza repubblicana, sarebbe un trionfo. Se un voto negativo arrivasse solo dalla parte repubblicana (o comunque con defezioni tra repubblicani e democratici che andassero a compensarsi) lo spirito di Losanna e Vienna sarebbe vivo e vegeto, benché fragile, fino alle prossime presidenziali. Se, invece, l'atteggiamento negativo arrivasse anche da una consistente parte democratica, oltre che repubblicana, allora Obama sarebbe, almeno per le questioni internazionali, già esautorato de facto dalle sue prerogative presidenziali con un anno e mezzo di anticipo.
Un ruolo essenziale sarà giocato in questo contesto da Hillary Rodham Clinton, candidata quasi sicura a correre per la Casa Bianca per i democratici e possibile (probabile?) futuro presidente. È da escludersi una sua manifesta ed esplicita opposizione all'accordo ma come si muoveranno le lobbies democratiche, alcune molto legate agli ambienti sionisti americani, che la sosterranno nella sua costosissima campagna elettorale?
Da parte iraniana non resta che osservare guardinghi lo svolgersi degli eventi e godersi intanto questa fantastica vittoria. L'Iran come nazione nel suo complesso, e la sua leadership attuale e passata, ha dimostrato una straordinaria lungimiranza, determinazione, capacità di sacrificio lungo tutti questi anni di negoziato. Possono con fierezza e speranza guardare al futuro. Hanno attraversato la loro parte di deserto, ora tocca al resto del mondo accoglierli.
Fonte:  http://it.sputniknews.com/politica/20150715/754031.html.
Ripubblicato anche da Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=121966&typeb=0&il-nodo-iraniano-e-ora-


14 gennaio 2015

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme

NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS 
da Megachip.


Sulla vicenda di Charlie Hebdo consigliamo vivamente la lettura di questo potente e documentato articolo di Glenn Greenwald, il giornalista che ha fatto emergere con forza il caso di Edward Snowden (e tutto il "Datagate" sullo spionaggio totalitario in capo agli USA). Greenwald va dritto alla questione: la libertà di espressione vantata da governi e media occidentali, nonostante il motto "Je suis Charlie", è una costruzione ipocrita, nella quale a lungo si era inserito il pezzo di narrazione della rivista francese. Il grande giornalista americano lo spiega con molti esempi, link, e anche molti disegni. 

Aggiungiamo qui alla sua casistica una vicenda eclatante: proprio oggi la cronaca ci propone il caso del comico francese Dieudonné: da un anno in qua gli viene impedito di lavorare con ogni tipo di vessazione politica, mediatica, legale, amministrativa e fiscale, viene perseguitato e accusato ingiustamente di aver inventato un saluto nazista rovesciato (la famosa "Quenelle", che non ha nulla a che fare con il nazismo), ogni sua battuta viene soggetta a un linciaggio mediatico, travisata, piegata paranoicamente fino a leggervi perfino l'apologia del terrorismo. Il primo ministro Manuel Valls, lo stesso che figurava fra i lugubri potenti che marciavano a Parigi in nome della libertà anche dei pensieri più estremi, dice a proposito di Dieudonné «Il razzismo, l’antisemitismo, il negazionismo e l’apologia di terrorismo non sono opinioni, sono reati» aggiungendo che occorre essere «implacabili» nel battersi «contro il terrorismo, certamente, ma anche contro la parola che uccide, la parola di odio»
Orwell chiamava questo modo patologico di pensare con la parola "bispensiero". Tutto l'Occidente ne è permeato, come illustra bene l'articolo di Greenwald, e ciò ci dovrebbe far molta più paura di qualsiasi falso spauracchio agitato dai politicanti atlantisti.

Buona lettura.
P.C.

AGGIORNAMENTO DEL 14 GENNAIO 2015, h. 10.00. Dieudonné arrestato
Stamattina Dieudonné è stato arrestato per "apologia del terrorismo". Il livello di pericolo per le libertà civili in Europa è tale da dover accendere tutte le lampadine dell'emergenza democratica.

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme 

di Glenn Greenwald.

Difendere il diritto alle libertà di parola e di stampa, che in genere significa difendere il diritto di diffondere proprio le idee che la società trova più ripugnanti, è stata una delle mie principali passioni durante gli ultimi vent’anni, primacome avvocato e ora come giornalista. Ritengo quindi positivo quando un gran numero di persone si appella a gran voce a questo principio, come sta accadendo nelle ultime 48 ore in risposta al terrificante attacco al Charlie Hebdo a Parigi.

Di solito la difesa del diritto alla libertà di parola è molto più di un compito isolato. Il giorno prima degli omicidi di Parigi, per esempio, ho scritto un articolo su parecchi casi in cui dei musulmani sono stati perseguiti e perfino incarcerati da governi occidentali per loro opinioni politiche espresse online: attacchi che hanno provocato proteste relativamente piccole, anche da parte di quei paladini della libertà di parola che si sono tanto fatti sentire questa settimana.

Mi sono già occupato di casi in cui dei musulmani sono stati reclusi per molti anni negli Stati Uniti per cose come traduzione e pubblicazione di video "estremisti" in Internet, l’ho fatto scrivendo dotti articoli in difesa di gruppi palestinesi ed esprimendo dure critiche su Israele, perfino includendo un canale tv di Hezbollah nell’abbonamento via cavo. Tutto questo è ben al di là dei numerosi casi di posti di lavoro persi o delle carriere distrutte per aver espresso critiche a Israele o (fatto molto più pericoloso e raro) all'ebraismo. Spero che la celebrazione dei valori della libertà di parola di questa settimana genererà in occidente una diffusa opposizione a tutte queste annose e crescenti violazioni dei diritti politici fondamentali, non solo ad alcune.

Centrale per l’attivismo in difesa della libertà di parola è sempre stata la distinzione tra la difesa del diritto di divulgare l’Idea X e l’approvare l’Idea X, una cosa che solo i più ingenui fra noi non sono in grado di comprendere: si difende il diritto di esprimere idee ripugnanti pur essendo in grado di condannare l'idea in sé. Non c'è una contraddizione indiretta in questo: l’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) difende con vigore il diritto dei neonazisti di manifestare davanti a una comunità piena di sopravvissuti all'Olocausto a Skokie, Illinois, ma non si unisce alla manifestazione; essi invece a gran voce disapprovano come grottesche le idee in questione pur difendendo il diritto di esprimerle.
Ma la difesa, questa settimana, del diritto di libertà di parola era così vivace che ha dato origine a un principio nuovo di zecca: difendendo la libertà di parola non solo si difende il diritto di divulgare il pensiero, ma si approva il contenuto del pensiero stesso. Molti scrittori hanno quindi chiesto che per mostrare “solidarietà” con i disegnatori assassinati non si debba semplicemente condannare gli attacchi e difendere il diritto dei disegnatori di pubblicare, ma si debba pubblicare e persino celebrare quelle vignette. «La miglior risposta all’attacco a Charlie Hebdo», ha dichiarato l'editore di Slate, Jacob Weisberg, «è quella di intensificare la satira blasfema».

Alcune delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo non erano solo offensive ma faziose, come quella che deride le schiave del sesso africane di Boko Haram mostrandole come regine dei servizi sociali. 

Altre vignette sono andate molto oltre, inventando false violenze da parte di estremisti che agiscono in nome dell'Islam o anche solo raffiguranti Maometto con immagini degradanti, contenendo invece un fiume di scherno nei confronti dei musulmani in generale, che in Francia non sono per niente potenti ma sono principalmente una popolazione di immigrati presi di mira ed emarginati.

Ma non importa. Le loro vignette erano nobili e dovrebbero essere celebrate, non solo per motivi di libertà di parola ma per il loro contenuto. In un articolo di fondo intitolato "La bestemmia di cui abbiamo bisogno”, Ross Douthat del New York Times ha sostenuto che «il diritto di bestemmiare (e altrimenti di offendere) è essenziale per l'ordine liberale» e «quel tipo di blasfemia [che provoca la violenza] è proprio il tipo che ha bisogno di essere difeso perché è ciò che evidentemente serve al bene superiore di una società libera». Jonathan Chait del New York Magazine effettivamente ha dichiarato che «non si può difendere il diritto [di bestemmiare] senza difenderne l’esercizio». Matt Yglesias di Vox ha dato una visione molto più sfumata, ma ha comunque concluso che «bestemmiare il Profeta trasforma la pubblicazione di queste vignette da un atto inutile in uno coraggioso e perfino necessario, mentre l'osservazione secondo cui il mondo se la caverebbe bene senza tali provocazioni diventa una forma di acquiescenza».
Per conformarci a questo nuovo principio, su come ci si mostra solidali con il diritto di libertà di parola e con una energica stampa libera, pubblichiamo alcune vignette blasfeme e diversamente offensive sulla religione e i loro seguaci:








Ed ecco alcune vignette (ristampate con l’autorizzazione) per nulla-blasfeme-o-faziose però molto mordaci e pertinenti di un disegnatore brasiliano acutamente provocatorio, Carlos Latuff:

Trad:
- Religione dell’odio!
- Stop all’immigrazione!


Trad.:
Vignetta sui musulmani… «È libertà di parola!»
Vignetta sugli ebrei… «È antisemitismo!»







È giunto il momento per me di essere celebrato per la mia coraggiosa e nobile difesa del diritto di libertà di parola? Ho inferto un colpo potente a favore della libertà politica e dimostrato solidarietà col libero giornalismo pubblicando vignette blasfeme? Se, come ha detto Salman Rushdie, è fondamentale che tutte le religioni siano sottoposte a «mancanza di rispetto senza paura», ho fatto la mia parte per sostenere i valori occidentali?
Quando ho cominciato a vedere richieste di pubblicare queste vignette anti-islamiche, il cinico in me ha pensato che forse questo significava davvero solo sanzionare alcuni tipi di pensiero offensivo nei confronti di alcune religioni e dei loro seguaci, mentre proteggeva i gruppi più avvantaggiati. In particolare, l'Occidente ha passato anni a bombardare, invadere e occupare paesi islamici uccidendo, torturando e imprigionando senza legge musulmani innocenti, e il pensiero anti-islamico è stato un motore fondamentale per sostenere tali politiche.
Quindi è tutt’altro che sorprendente vedere un gran numero di occidentali celebrare vignette anti-islamiche non per motivi di libertà di parola ma perché ne approvano il contenuto. Difendere la libertà di parola è sempre facile quando ti piace il contenuto delle idee prese di mira o quando non appartieni al gruppo che viene diffamato (o decisamente non ti piace).
Infatti, è evidente che se uno scrittore specializzato in arringhe apertamente contro i neri o antisemitiche venisse ucciso per le proprie idee non ci sarebbero diffusi appelli per ripubblicare questa spazzatura per "solidarietà" con il suo diritto alla libertà di parola. Effettivamente, Douthat, Chait e Yglesias si sono sforzati di affermare in modo chiaro che il loro era un appello solo per la pubblicazione di tali idee offensive nel caso limitato in cui la violenza è minacciata o perpetrata in risposta (in pratica riferendosi, per quanto ne so, al pensiero anti-islamico). Douthat ha anche utilizzato il corsivo per evidenziare quanto fosse limitata la sua difesa della blasfemia: «Questo tipo di blasfemia è proprio quello che ha bisogno di essere difeso».
Si dovrebbe riconoscere una valida considerazione contenuta nella tesi Douthat/Chait/Yglesias: quando i mezzi di comunicazione si astengono dal pubblicare del materiale per paura (piuttosto che per una volontà di evitare la pubblicazione di materiale gratuitamente offensivo), come molti dei principali organi d’informazione occidentali hanno ammesso di fare con queste vignette, questo è veramente preoccupante, una reale minaccia per la stampa libera. Ma in Occidente ci sono tutti i tipi di tabù deleteri che si traducono in autocensura o nella repressione forzata di idee politiche, da azioni penali e incarceramenti alla distruzione di una carriera: perché la più minacciosa è la violenza dei musulmani? (Qui non sto parlando della questione se i media dovrebbero pubblicare le vignette perché fanno notizia, voglio porre l’attenzione sulla richiesta che siano pubblicate decisamente, con approvazione, per "solidarietà").
Quando all’inizio abbiamo discusso la pubblicazione di questo articolo per fare queste considerazioni, la nostra intenzione era quella di incaricare due o tre disegnatori di creare vignette che deridono l'ebraismo e denigrano le figure sacre per gli ebrei come Charlie Hebdo ha fatto con i musulmani. Ma questa idea è stata impedita dal fatto che nessun disegnatore occidentale normale avrebbe osato mettere il proprio nome su una vignetta antiebraica, neanche se fatta con intenti satirici, perché così facendo avrebbe immediatamente e definitivamente distrutto la propria carriera, come minimo. Nei media occidentali i commenti (e le vignette) contro l’Islam e i musulmani non valgono niente; il tabù − che è almeno altrettanto forte, se non di più − sono le immagini e le parole contro gli ebrei. Perché Douthat, Chait, Yglesias e i crociati per la libertà di parola che la pensano come loro non chiedono la pubblicazione di materiale antisemita in solidarietà o come mezzo per tener testa a questa repressione? Sì, è vero che organi di stampa come il New York Times in rari casi pubblicano immagini del genere, ma solo per documentare il fanatismo odioso e condannarlo, non per pubblicarlo per “solidarietà” o perché merita una divulgazione seria e rispettosa .
Con tutto il rispetto per la grande disegnatrice Ann Telnaes, non è vero che quelli di Charlie Hebdo «recavano offesa con parità di trattamento». Così come Bill Maher, Sam Harris e altri con l’ossessione islamofoba, prendere in giro l’ebraismo, gli ebrei e/o Israele è qualcosa che raramente (se non mai) fanno.
Se costretti, possono mostrare rari e isolati casi in cui pronunciano qualche critica al giudaismo o agli ebrei, ma la grande maggioranza dei loro attacchi sono riservati all'Islam e ai musulmani, non all'ebraismo e agli ebrei.
La parodia, la libertà di parola e l’ateismo secolare sono i pretesti; il messaggio anti-islamico è l'obiettivo principale e il risultato finale. E questo messaggio – questa speciale passione per l’offensivo pensiero anti-islamico – casualmente coincide, per alimentarla, con l'agenda e la cultura di politica estera militarista dei propri governi.

Per vedere quanto questo sia vero, si consideri il fatto che Charlie Hebdo − trasgressore secondo “parità di trattamento” e difensore di tutti i tipi di linguaggio offensivo – nel 2009 aveva licenziato uno dei propri autori per avere scritto una frase che qualcuno ha definito antisemita (l’autore era stato accusato di reato d'odio e ha poi avuto una sentenza favorevole contro la rivista per licenziamento senza giusta causa). “Parità di trattamento” vi sembra offensivo?
Non è vero nemmeno che minacciare violenza in risposta a opinioni offensive sia pertinenza esclusiva di estremisti che affermano di agire in nome dell'Islam. Corpus Christi, un’opera teatrale di Terrence McNally del 1998 raffigurante Gesù come gay, è stata ripetutamente annullata dai teatri a causa di minacce di attentati. Larry Flynt fu reso paraplegico da un evangelico fautore della supremazia bianca che si opponeva alla rappresentazione pornografica di coppie interrazziali nella rivista Hustler. Nel 2003, dopo che ebbero pubblicamente criticato George Bush per la guerra in Iraq, le Dixie Chicks furono sommerse da minacce di morte che resero necessaria una protezione massiccia e che alla fine le costrinsero a chiedere scusa per paura. La violenza provocata dal fanatismo ebraico e cristiano è diffusissima, dai medici abortisti assassinati ai locali gay bombardati e ai 45 anni di brutale occupazione della Cisgiordania e di Gaza a causa in parte della convinzione religiosa (che accomuna Stati Uniti e Israele) secondo cui Dio avrebbe sancito che loro sono i proprietari di tutto il territorio.
E questo è del tutto indipendente dalla sistematica violenza di Stato in Occidente sostenuta, almeno in parte, dal settarismo religioso .

David Brooks del New York Times oggi sostiene che il pregiudizio anticristiano è talmente diffuso in America – in cui non è mai stato eletto un presidente non cristiano − che «l’Università dell’Illinois ha licenziato un professore che insegnava la visione cattolica romana sull'omosessualità». Brooks ha dimenticato di dire che lo stesso ateneo ha appena rescisso il contratto di ruolo con il professor Steven Salaita per i tweet che ha pubblicato durante l'attacco israeliano a Gaza, che l'università ha giudicato eccessivamente ingiuriosi verso i leader ebrei, e che al giornalista Chris Hedges è stato appena revocato l’invito a parlare presso l'Università della Pennsylvania per il reato d’opinione di tracciare somiglianze tra Israele e l’ISIS.
Questo è un vero tabù − un'idea repressa − potente e assoluto come nient’altro negli Stati Uniti, tanto che Brooks non riuscirà nemmeno a riconoscerne l’esistenza. Negli Stati Uniti è certamente più un tabù questo che criticare i musulmani e l'Islam, critica che si sente così spesso negli ambienti mainstreamcompreso il Congresso − che si nota a malapena di più.

Questo sottolinea il punto chiave: in Occidente ci sono idee e punti di vista di tutti i tipi che vengono repressi. Quando quelli che richiedono la pubblicazione di queste vignette anti-islamiche cominceranno a chiedere anche la pubblicazione favorevole di quelle idee, io crederò alla sincerità dell’applicazione molto selettiva dei loro principi di libertà di parola. Si può difendere la libertà di parola senza dover pubblicare, figurarsi accettarle, le idee offensive prese di mira. Ma se non è così, diamo uguale applicazione a questo nuovo principio.


Foto di Joe Raedle/Getty Images; ulteriori ricerche a cura di Andrew Fishman

Fonte: https://firstlook.org/theintercept/2015/01/09/solidarity-charlie-hebdo-cartoons.
Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.



Articoli correlati sul caso Dieudonné: 
- Diana Johnstone, Dieudonné, la bestia nera dell'élite francese, 4 gennaio 2014.
- Piotr, Obblighi di piangere e divieti di ridere, 12 gennaio 2014.