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28 gennaio 2017

Caso Byoblu. Attaccano il dissenso, non le bufale

L'attacco all'informazione libera e indipendente: forse l'ultimo video di Byoblu.

di Claudio Messora.
[con nota di Pino Cabras]


Stampatevi bene questa data nella testa: 27 gennaio 2017. Il giorno in cui gli effetti della campagna contro le cosiddette "fake news" (ma in realtà con l'obiettivo di colpire l'informazione libera e indipendente), orchestrata da Hillary Clinton, dal Parlamento Europeo, da Laura Boldrini, da Angela Merkel e da tutti quelli che hanno paura che l'informazione libera possa scalzare i loro privilegi e la loro posizione di forza, hanno iniziato a colpire anche in Italia, togliendo la linfa vitale della monetizzazione Adsense, con motivazioni che avrebbero del ridicolo o del tragicomico, se non rappresentassero qualcosa di ben più grave.

Oggi è un giorno pesante, il più pesante per l'informazione libera e indipendente in Italia e nel mondo, da quando ho iniziato a fare questo "mestiere" del blogger, dieci anni fa.

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NOTA DI PINO CABRAS

Fa molto bene Claudio Messora a sottolineare che il vero obiettivo della campagna contro le 'fake news' non erano certo quei cialtroni che infestano il web di notizie false, razziste e irresponsabili per acchiappare clic, e da chissà chi sono mossi.
No, il vero obiettivo politico era ogni forma di dissidenza informativa, ogni voce non inserita in quell'oligopolio che controlla - con apparente pluralismo ma sostanziale totalitarismo - la galassia dei media tradizionali, un mainstream in radicale crisi di credibilità e ormai in modalità panico.
E fa anche bene Messora a non fare tanti giri di parole quando fa i nomi dei maggiori artefici di questa sistematica volontà di censura, che stanno dentro le istituzioni e nelle aziende dominanti  delle telecomunicazioni. Sono nomi che si muovono in un sistema legato mani e piedi al blocco d'interessi di cui Hillary Clinton sarebbe stata il maggiore garante, se non avesse subito il rovescio elettorale. E' un blocco che ha una sua ideologia e che ha ancora molto potere: perciò vuole trasformare l'ideologia in misure concrete, mirate, inesorabili. Così, accanto al lavoro ai fianchi ideologico (in cui si fa aiutare persino da gente che crede di difendere la libertà), fa un lavoro più sporco, inteso a prosciugare le risorse del dissenso.
Oltre alle personalità e istituzioni citate da Messora, è bene ricordare anche la NATO, un'organizzazione sempre più attenta a inserire nelle azioni di guerra anche la "guerra della percezione": ha persino redatto un "Manuale di Comunicazione Strategica", che intende coordinare e sostituire tutti i dispositivi antecedenti che si occupavano di Diplomazia pubblica, di Pubbliche relazioni (Public Affairs), di Pubbliche Relazioni militari, di Operazioni sui sistemi elettronici di comunicazione (Information Operations) e di Operazioni Psicologiche. Sono azioni coordinate ad ampio spettro, portate avanti da strutture dotate di risorse immani e che lavorano ventiquattr'ore su ventiquattro in coordinamento con i grandi amministratori delegati di imprese del calibro di Google.
L'offensiva è dunque in atto e viene da lontano. Un'eminenza grigia molto importante dell'Amministrazione USA uscente, Cass Sunstein, anni fa scrisse un saggio in cui - oltre a teorizzare l'«infiltrazione cognitiva» dei gruppi dissenzienti, da perfezionare spargendo disinformazione, confusione, e calunnie - invitava il legislatore a prendere «misure fiscali» (diceva proprio così) contro i propugnatori delle “teorie cospirazioniste” e per l’assoluto divieto di esprimersi liberamente su quanto sia disapprovato dalle autorità. Ci siamo a suo tempo chiesti dove volesse andare a parare, il prof. Sunstein. Voleva dire che chi dissente paga pegno allo Stato? E come diavolo doveva chiamarsi questa nuova imposta? All'epoca erano misteri e deliri di un professore di Harvard, un costituzionalista che ripudiava i capisaldi della Costituzione scritta americana. Ma nel frattempo quel delirio si è fatto strada e si è fatto sistema di potere. E' bene ricordarlo a quelli che si scandalizzano per Trump senza accorgersi che le ossessioni contro la libertà di espressione hanno colonizzato le istituzioni e i media in cui hanno riposto fiducia, anche a casa Clinton e a casa Obama.
Oggi attaccano Byoblu.com. Ma sarà presto un attacco contro tutti i dissidenti. E' una questione già maledettamente seria.
Anche chi non va d'accordo con Byoblu, con Megachip, con PandoraTV.it e altri ancora, farà bene a sostenerli economicamente e difenderli politicamente. Lo dovrà fare per salvare il pluralismo da un'ondata di "maccartismo 2.0", un'isteria che vuol fare tabula rasa dell'informazione non allineata.

18 settembre 2016

ISIS Air Force: gli aerei di Obama fanno strage di soldati siriani

di Pino Cabras.
da Megachip.
ARTICOLO AGGIORNATO IL 18 SETTEMBRE 2017, h.9:30, dopo l'attentato a Manhattan


Siamo di fronte a una svolta drammatica nella situazione internazionale. Un gravissimo episodio militare con una strage in Siria avviene lo stesso giorno in cui qualcuno tenta una strage a New York. La bomba di Manhattan, dato il luogo, attira più attenzione e distrae verso altre tensioni, al prezzo di trenta feriti. Ma sono le bombe in Siria a cambiare lo scenario.

Nel pieno dell'incerta tregua negoziata da Russia e USA, un attacco aereo a sorpresa, condotto dalle forze aeree della "coalizione" a guida statunitense, ha colpito con bombe al fosforo le posizioni dell'esercito siriano nei pressi della città orientale di Deir ez-Zor, intorno alle ore 17 di sabato 16 settembre, uccidendo oltre un'ottantina di soldati

Per singolare e perfetta coincidenza, dopo il bombardamento è scattata immediatamente un'offensiva delle forze di Daesh (ISIS), tese a riconquistare posizioni strategiche in una delle aree chiave per la tenuta territoriale dello pseudo-Califfato. L'offensiva jihadista è stata bloccata con un ulteriore costo in termini di vite umane pagato dall'esercito di Damasco.
Altra "coincidenza": si intensificano nel Sud della Siria gli attacchi israeliani all'esercito siriano impegnato in operazioni militari contro milizie jihadiste legate ad Al-Qa'ida.

Per capire la gravità della situazione, si consideri che la Russia ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU per discutere del bombardamento di Deir Ez-Zor, che - a quanto conferma il portavoce del Ministero russo della Difesa, Igor Konachenkov - è stato condotto da due cacciaF-16, due aerei di attacco al suolo A-10 e un drone, tutti entrati dalla frontiera irachena.
Da parte americana, il CentCom (il Comando Centrale degli Stati Uniti) ha dichiarato che si è trattato di un errore perché «la Siria ha una situazione sul terreno complessa con varie forze militari e milizie che combattono in prossimità».
I militari siriani dichiarano che non se la bevono, e accusano gli USA di essere l'aviazione di Daesh.
Mosca inizia dapprima con una dichiarazione circospetta e fa notare che - come minimo - gli USA agiscono con irresponsabilità: «Se l'attacco aereo è stato causato da dalle coordinate errate di obiettivi, allora si tratta di una diretta conseguenza della ostinata mancanza di volontà della parte americana di coordinarsi con la Russia nelle sue azioni contro i gruppi terroristici in Siria», ha sottolineato Konashenkov, lasciando uno spiraglio all'interpretazione dell'aggressione come un errore, seppure criminalmente colposo.
Tuttavia, con il passare delle ore, le accuse russe diventano molto esplicite e dirette.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato all'emittente Rossiya 24 : «Se già precedentemente potevamo dubitare che la Casa Bianca proteggesse il Fronte Al-Nusra, ora, dopo l'attacco aereo contro l'esercito siriano, possiamo trarre una conclusione inquietante per il mondo intero: la Casa Bianca protegge Daesh».
Mosca - nell'osservare una serie infinita di doppiogiochismi sulla vicenda siriana - ha sempre presenti le prime reazioni di due grandi vecchi dell'imperialismo USA, Zbigniew Brzezinski eJohn McCain: entrambi, non appena era iniziato l'intervento russo in Siria, nell'autunno del 2015, imputavano a Mosca di "distruggere i nostri asset". Dove gli asset, le risorse, erano i jihadisti che venivano armati in mille modi, direttamente o indirettamente, dagli USA e i loro alleati.

Una parte delle classi dirigenti washingtoniane non vuole rinunciare a usare l'ISIS e le altre formazioni jihadiste come propria risorsa strategica
O il presidente Barack Obama è complice diretto di questa scelta o non controlla i suoi falchi. In entrambi i casi Washington ci porta sull'orlo della catastrofe. Può bastare l'abbattimento legittimo di altri aerei coinvolti in simili provocazioni per scatenare uno scontro diretto con conseguenze terribili. Altro che tregua.


Nel frattempo l'ambasciatrice USA all'ONU, il super falco Samantha Power, scrive una dichiarazione direttamente col mitra. Dice che la richiesta di convocare il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è solo un trucco e che l'ISIS è colpa di Damasco e di Mosca. Power fa il nome di Assad e attacca la Russia. Ma in realtà il suo bersaglio è il segretario di Stato Kerry, che ha negoziato la pace in Siria. Pronuncia il suo discorso a Manhattan, e le sue parole si confondono fra le sirene delle ambulanze di New York.

Siamo in buone mani.


15 luglio 2015

Il nodo iraniano. E ora?

di Simone Santini.
da Sputnik.

La firma dello storico accordo sul nucleare tra Iran e Comunità internazionale non è il punto terminale ma il primo passo di un processo che può cambiare la fisionomia del Medio Oriente e, dunque, le relazioni internazionali globali.

Tutti gli analisti più attenti della questione hanno rilevato, da tempo, che il faticosissimo negoziato che ha impegnato per oltre un decennio le diplomazie non era tanto centrato sulla possibilità che l'Iran acquisisse il nucleare militare ma sul ruolo che il paese persiano doveva assumere sullo scacchiere internazionale.
Perciò i termini più esatti della questione erano di ordine squisitamente politico (geopolitico) e non tecnico. Per parte americana, dalla visione di un Iran perno dell' "asse del male" si è passati ad una visione molto più pragmatica e realista. Tatticamente l'Iran diventa per Washington il partner ideale per il contenimento del pericolo jihadista, prima di Al-Qa'ida, ora di Daesh (Isis), in tutta l'area tra Iraq e Siria. Il mostro islamista che gli stessi americani hanno contribuito a destare non è un robot che risponde istantaneamente ai comandi e che si possa accendere o spegnere premendo un interruttore. Sono necessari "scarponi sul terreno" che possano contrastare in profondità la sua egemonia che può anche sfuggire di mano. Gli "scarponi" oggi, se non direttamente iraniani, appartengono ad Hezbollah in Siria ed alle milizie sciite in Iraq, dunque fazioni apertamente o tendenzialmente filo-iraniane.
Inoltre l'attuale Amministrazione di Washington sembra aver sposato un assetto per il Medio Oriente, tipicamente ricalcato sulle idee dello stratega di lungo corso Zbigniew Brzezinski, che punta alla creazione di un quadrilatero che formi un equilibrio di tensione tra le potenze regionali: Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita. In tal modo, le fragilità e i contrapposti o contigui interessi di ogni vertice del quadrilatero dovrebbero tendere a comporsi in un quadro stabile. Virtuosismo delle relazioni internazionali a parte, ciò potrebbe consentire agli USA di sganciarsi militarmente, come già stanno facendo, dal Medio Oriente per proiettarsi verso i teatri di crisi prossimi venturi, l'oriente europeo e l'estremo oriente del Pacifico.
Ma come per ogni assetto che tenta lo sforzo di instaurarsi, non mancano i contrasti che derivano dal vecchio ordinamento. Così Israele vede minacciato il suo ruolo di potenza senza avversari. L'Arabia Saudita wahabita vede con terrore imporsi lo storico nemico sciita. E ampi settori americani scorgono l'incertezza del nuovo corso. Ne hanno dato plastica dimostrazione altri due decani delle geostrategie americane, gli ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, in una sorta di appello congiunto pubblicato dal Wall Street Journal lo scorso aprile a pochi giorni dall'accordo quadro di Losanna che prefigurava l'accordo definitivo raggiunto ora a Vienna.  Al termine di una accurata disamina scrivono: "Se il mondo deve essere risparmiato da inquietudini ancora peggiori, gli Stati Uniti devono sviluppare una dottrina strategica per la regione [il Medio Oriente]. La stabilità richiede un ruolo americano attivo. Se l'Iran intende essere un membro prezioso della comunità internazionale, il prerequisito è che accetti il controllo sulla sua capacità di destabilizzare il Medio Oriente e sfidare l'ordine internazionale più ampio". Insomma, è detto senza mezzi termini anche se con eleganza. È una questione di controllo. Gli Stati Uniti devono raggiungere la chiarezza su quale sia il loro ruolo strategico, e se l'Iran non è sotto controllo, l'accordo nucleare andrà a "rafforzare, non a risolvere, le sfide al mondo in quella regione".
Tali divergenti visioni prenderanno forma durante il dibattito che avverrà al Congresso americano  sull'approvazione del nuclear deal. Sarà di straordinaria importanza valutare il comporsi dei vari schieramenti non tanto per l'effettiva tenuta dell'accordo (Obama ha già dichiarato che userà il potere di veto se il Congresso provasse a snaturare o semplicemente bocciare l'intesa) quanto piuttosto verificare se la natura politica dell'accordo può avere sufficiente vitalità per imporsi o nasce già morta. Se Obama riuscisse ad avere un voto addirittura favorevole, con la maggioranza repubblicana, sarebbe un trionfo. Se un voto negativo arrivasse solo dalla parte repubblicana (o comunque con defezioni tra repubblicani e democratici che andassero a compensarsi) lo spirito di Losanna e Vienna sarebbe vivo e vegeto, benché fragile, fino alle prossime presidenziali. Se, invece, l'atteggiamento negativo arrivasse anche da una consistente parte democratica, oltre che repubblicana, allora Obama sarebbe, almeno per le questioni internazionali, già esautorato de facto dalle sue prerogative presidenziali con un anno e mezzo di anticipo.
Un ruolo essenziale sarà giocato in questo contesto da Hillary Rodham Clinton, candidata quasi sicura a correre per la Casa Bianca per i democratici e possibile (probabile?) futuro presidente. È da escludersi una sua manifesta ed esplicita opposizione all'accordo ma come si muoveranno le lobbies democratiche, alcune molto legate agli ambienti sionisti americani, che la sosterranno nella sua costosissima campagna elettorale?
Da parte iraniana non resta che osservare guardinghi lo svolgersi degli eventi e godersi intanto questa fantastica vittoria. L'Iran come nazione nel suo complesso, e la sua leadership attuale e passata, ha dimostrato una straordinaria lungimiranza, determinazione, capacità di sacrificio lungo tutti questi anni di negoziato. Possono con fierezza e speranza guardare al futuro. Hanno attraversato la loro parte di deserto, ora tocca al resto del mondo accoglierli.
Fonte:  http://it.sputniknews.com/politica/20150715/754031.html.
Ripubblicato anche da Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=121966&typeb=0&il-nodo-iraniano-e-ora-


11 luglio 2015

La Grecia nella meccanica bruta dei rapporti di forza

di Pino Cabras.
da Megachip.

Riflessioni su quel che si prepara per la Grecia, in un passaggio storico drammatico durante la crisi definitiva del 'sogno' europeo 



Vi proponiamo alcune riflessioni in ordine sparso su quel che si prepara per la Grecia, in dirittura d'arrivo verso un passaggio storico drammatico: non il primo e non l'ultimo di questa tempesta che segna già la crisi definitiva della narrazione sul costrutto europeo così come è giunta fino ad oggi. Il re è nudo. L'incubo europeo ha terminato le sue riserve di soft power che volevano venderlo come un sogno. Sarà che a Berlino non ci hanno mai saputo fare granché con il soft power. 
Vi proponiamo tre letture di questo importante momento.
Marcello FoaGiuseppe Masala e Giulietto Chiesa ragionano della vicenda da tre diverse angolazioni: l'irriformabilità dell'attuale ordine istituzionale dell'Unione europea, l'enorme fuggevolezza dei risultati e delle visioni degli attori della tragedia greca del XXI secolo, l'incomprensione delle difficoltà strategiche immani toccate in sorte ad Alexis Tsipras in un contesto in cui il potere eurocratico ha i mezzi per strozzare e sopraffare un'intera economia.
rapporti di forza agiscono ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta, come in guerra.
La differenza fra una resa totale di Atene e un compromesso passa attraverso un elemento: la presenza o meno di un consistente taglio del debito nell'accordo finale in queste prossime ore.
La mia previsione è che il taglio del debito greco , una parziale remissione, si farà. 
Tsipras non rientrerà ad Atene a mani vuote. Questo non significa che abbia già ottenuto il via libera a una piena e sovrana gestione della politica economica del suo paese (siamo ancora dentro il paradigma assurdo dell'austerity: sia i debitori che i creditori avrebbero così "comprato tempo" pagando un prezzo, senza però risolvere i nodi di fondo). Dalle interpretazioni delle manovre di questi giorni deduciamo che gli USA, nel loro classico "leading from behind", abbiano imposto alla Germania di impegnarsi per non far andare via la Grecia dal campo della NATO, cosa che sarebbe per Washington una catastrofe geostrategica. Si apriranno nuovi giochi e nuovi scenari, per chi vorrà cogliere le occasioni della storia. Ma tutto si giocherà in un tempo politico estremamente breve in cui nulla sarà "a bocce ferme" e in cui una pistola sarà sempre sulla tempia dei governanti greci (e anche sulla tempia di milioni di europei).
Se non ci sarà taglio del debito (lo scopriremo in poche ore) la crisi della democrazia europea entrerà in una sorta di avvitamento, e dovremo aggiornare in modo drammatico le analisi.
Mi viene in mente la frase dell'avvocato Gavin D'Amato, impersonato da Danny De Vito nella Guerra dei Roses: «in un divorzio non c'è vittoria, solo diverse gradazioni di sconfitta». In questo caso non c'è nemmeno una legge che regoli il divorzio fra la Grecia e l'Euro. Nessuno purtroppo è in grado di assicurare che qualsiasi scelta fatta ora possa garantire una meta certa e vittoriosa. Dobbiamo dunque ragionare sulla gradazione della sconfitta. Questo continente, il continente che ha innescato due guerre mondiali e con delle guerre già in corso, ha davvero poco tempo per riflettere e agire per la propria salvezza.

Buona lettura!


Accordo Grecia: avete capito che l'Unione europea non è riformabile?

di Marcello Foa.

Che cosa resterà della crisi greca, considerato che l'epilogo sembra ormai segnato, salvo sorprese dell'ultimo minuto? Di positivo la capacità di reazione di un popolo. Ilno degli elettori, lo scorso week-end, è stato un no a un'idea di Europa basata sull'austerity, sui vincoli assurdi della moneta unica, su un concetto non democratico e verticistico dell'Unione. Il fatto che oltre il 60% di un popolo si sia espresso con tanta convinzione rappresenta un segnale di malcontento profondo e non eludibile; significa che la coscienza critica dei popoli europei non è sopita e che il Dna democratico è ancora vigoroso e può essere contagioso. Da oggi, come già osservato, la Lega, il Movimento 5 Stelle, Podemos, la Le Pen e, fuori dalla zona euro, lo Ukip di Farage e altri movimenti poco noti, ricevono una spinta propulsiva e vitalizzante i cui effetti si manifesteranno nei mesi a venire.
Purtroppo l'epilogo della splendida rivolta greca non è all'altezza delle aspettative. L'accordo che si sta perfezionando non è molto diverso da quello che è stato respinto alle urne. Tsipras può vantare nuovi aiuti e la verosimile ristrutturazione di una parte del debito, ma i nodi restano intatti e, come ha giustamente osservato Alberto Bagnairiesploderanno nei prossimi mesi. Atene ha preso soltanto tempo.
E allora perché quest'esito gattopardesco? Le ragioni sono due.
La prima: a imporre la «pax greca» sono stati gli Stati Uniti, che dapprima hanno manovrato sotto traccia poi hanno fatto sentire la propria voce tramite il segretario al Tesoro. Gli Usa non possono permettere il grexit per le sue implicazioni strategiche; spingere la Grecia fuori dall'euro avrebbe significato consegnarla nelle braccia di Putin (vedi post), un'eventualità catastrofica per Washington tanto più in un periodo di forti tensioni in Ucraina. Ma Obama non può permettere il grexit perché il progetto dell'euro è fondamentale per la Casa Bianca, che lo ha sempre sostenuto dietro le quinte. Anzi, come è emerso dalla pubblicazione di alcuni documenti desecretati della Cia e del Dipartimento di Stato lo ha ispirato e guidato sin dall'inizio per il tramite dei padri fondatori del progetto europeo.
L'America ha picchiato i pugni sul tavolo sia con il governo greco che con gli europei. E le tensioni si sono sciolte nell'arco di poche ore.
La seconda ragione riguarda le illusioni di Tsipras, che è uno splendido capopopolo, un emozionante condottiero delle piazze e ha dato prova di notevole coraggio, ma non è uno statista. Si illudeva, Tsipras, di poter costringere l'Unione europea a rinnegare se stessa ovvero a gettare a mare 15 anni di politica economica repressiva e ad ascoltare improvvisamente le istanze di un popolo su base autenticamente democratica, come dovrebbe essere, ma come non è quasi mai stato in un'Unione Europea costruita dall'alto verso il basso e terrorizzata dal suffragio universale espresso tramite referendum.
Ora c'è la prova oltre ogni ragionevole dubbio: chi resta nell'euro deve continuare a prendere ordini dall'Unione europea e dalla Banca Centrale; deve sottomettersi all'austerity predicata dal Fondo monetario internazionale; dunque deve continuare a indebitarsi e a sprofondare nel circolo vizioso di una recessione senza fine e senza speranza.
Tsipras non aveva un piano B e non ha mai contemplato l'uscita dall'euro. L'esperienza dimostra, invece, che chi vuole davvero far ripartire l'economia del proprio Paese e sottrarsi al giogo della Troika non può illudersi e deve prepararsi, per tempo, all'unica soluzione realistica: l'uscita programmata - e non imposta - dalla moneta unica. Altre soluzioni non ce ne sono.




Crisi greca: hanno tutti perso la lucidità.

di Giuseppe Masala.

È evidente che si tratti di una situazione nella quale i protagonisti hanno perso totalmente la lucidità.
Alexis Tsipras sa che non ha tempo e sa che la Grecia è totalmente impreparata per il Grexit. Non escludo che abbia subito pressioni fortissime anche da Barack Obama, di quelle che non si possono rifiutare. Ora pare che Tsipras abbia accettato delle proposte concordate con François Hollande che gli spaccheranno il partito e che forse gli costeranno il governo, sempre che non accetti un governo di unità nazionale che ne decreterebbe comunque la fine politica.
Angela Merkel se boccia l'accordo facendo uscire la Grecia dall'euro verrà letteralmente scannata come una gallina da Obama, se accetta verrà scannata come una gallina dagli oltranzisti della CDU e degli altri partiti tedeschi capeggiati daWolfgang Stranamore Schäuble.
Mario Draghi non si capisce cosa farà lunedì in caso di accordo. Accetterà di allargare i cordoni della borsa della liquidità emergenziale quando il suo azionista di maggioranza Weidman ha già detto di no? Ha la maggioranza nel direttivo BCE? Credo di no. Intanto pare che le banche greche abbiano in cassa solo 750 milioni di euro. Lunedì finiscono tutto. Lunedì!
- Nel frattempo Moody's fa un report dove finalmente si dice quello che dico io da 15 giorni: "Accordo o non accordo qui bisogna trovare tra i 30 e i 40 miliardi di euro per una ricapitalizzazione delle banche greche". Sottolineo: ricapitalizzazione, non liquidità (quello è un altro tipo di problema che può risolvere la BCE. ricapitalizzare no, non può proprio farlo).
Insomma, è un casino quasi impossibile da risolvere anche per persone nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Che dire? Dubito che in questo momento i protagonisti queste facoltà le abbiano.
A me la situazione pare questa. Ormai, aggiungo che a scompigliare tutto c'è un altro fattore: il tempo. Non so se c'è tecnicamente il tempo...

Fonte: Facebook.


Waterboarding sulla Grecia

di Giulietto Chiesa.

PAROS (Grecia) - Lo rivelò Varoufakis. Adesso lo stanno accelerando. Di fatto stanno facendo crollare il sistema bancario. Nessuno può più comprare niente. Cioè non può più vendere niente. Chiudono i distributori di benzina. I negozi. I ristoranti. Figurarsi cosa succede alle altre attività produttive. Può permettersi di sopravvivere, ma per poco, solo chi aveva i soldi nel materasso. L'UE è un'organizzazione mafiosa. Come previsto puntano al peggio. Schäuble disse a Tsipras: "quanto volete per uscire dall'euro?"
Cioè ci sono due strategie: quella dei tedeschi, che vogliono la Grecia fuori. E quella di Wall Street (cioè di Obama) che vuole la Grecia dentro (ma solo perché teme che finisca in braccio a Putin).
Dal punto di vista tedesco, meglio fuori una Grecia che si ribella e dentro tutti quelli che chinano il capo. In fondo il debito greco è poca cosa rispetto alla sterminata massa di derivati della Deutsche Bank. Il potere è più importante del denaro. In ogni caso poi la Grecia possono ricondurla all'ovile dopo averla strangolata. Così se la mangiano tutta privatizzandola.
Certo, c'è chi insiste: "i ristoranti son pieni,i supermarket stracolmi di ogni mercanzia...turisti a fiumi, e senza restrizioni di sorta...". Falso. Tutto questo riguarda i turisti stranieri. Ma oggi uno dei due distributori di Antiparos (Cicladi) è stato chiuso per mancanza di benzina. Chi voleva comprarsi una radiolina si è sentito dire che non si può prenotare niente ad Atene, perché non inviano, essendo impossibili le transazioni bancarie. Se qualcuno dice che i greci vanno a comprare da mangiare, non mi stupisce. O pensa che debbano anche morire di fame? Anche in Italia i ristoranti sono pieni. Ma tutto il resto è vuoto. Anche noi viviamo con i risparmi. Fino a quando?
Sono in Grecia e riferisco quello che vedo, non quello che leggo. Le banche sono chiuse, non c'è denaro. Mi volete spiegare come fa un ristoratore e comprare il cibo per i suoi clienti con 60 euro al giorno? Se li aveva nel materasso userà quelli. Se non li aveva, abbassa la saracinesca. Inutile chiudere gli occhi. Stanno strozzando la Grecia. E possono strozzare chiunque osi mettere in discussione il loro potere. A meno che la gente non apra gli occhi.
Poi ci sono le mosche cocchiere. Chi, oggi, attacca Tsipras, favorisce le banche che strozzano la Grecia. Nessuno ha la qualifica per giudicare chi ha guidato, come ha potuto, questo processo di rinascita greca.
Tsipras sa meglio di tutti (e fino ad ora lo ha dimostrato, vincendo due confronti elettorali decisivi) quali sono i problemi del suo popolo. Chi parla di tradimento, oggi, non solo non sa valutare i rapporti di forza attuali. Non conosce né il nemico, né l'amico. Dunque invita alla sconfitta. La favorisce, la rende più facile.


Fonte: Facebook.



12 maggio 2015

Il caso Obama Osama

PANDORA TV



L’indagine di Seymour Hersh, noto giornalista premio Pulitzer, ha rivelato ciò che già molti sostenevano da tempo: il raid della Navy SEAL che avrebbe portato all’uccisione di Osama Bin Laden era semplice fiction.

Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=3353.

6 marzo 2015

Le armi USA e l'ascesa nazista in Ucraina


di Glenn Greenwald.
The Intercept. 


James Clapper, il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence, chiede di armare le forze ucraine: chi verrebbe rafforzato in realtà?
 


È facile dimenticare che, appena due anni fa, il presidente Obama era deciso a bombardare la Siria e a rovesciare il regime di Assad, e che organismi dell’establishment statunitense avevano lavorato alla creazione delle basi su cui si fondava quella campagna. La NPR (National Public Radio) cominciò scrupolosamente a pubblicare relazioni di funzionari statunitensi anonimi secondo cui la Siria aveva accumulato grandi quantità di armi chimiche; il New York Times riportò che Obama stava «incrementando gli aiuti ai ribelli e raddoppiando gli sforzi per radunare una coalizione di paesi allineati per abbattere Assad con la forza»; il segretario di Stato John Kerry sottolineò che la destituzione forzata di Assad era «una questione di sicurezza nazionale» nonché «una questione di credibilità degli Stati Uniti d'America».
Coloro che si opponevano alla campagna di bombardamenti contro il “cambiamento di regime” anti-Assad sostenevano che, mentre alcuni ribelli erano siriani qualsiasi, i “ribelli” armati e legittimati dagli Stati Uniti (cioè, gli unici combattenti di fatto contro Assad) erano in realtà estremisti violenti e anche terroristi legati ad Al-Qa'ida o peggio. Coloro che argomentavano tutto ciò venivano sistematicamente additati come sostenitori di Assad perché si dava il caso che questo fosse lo stesso ragionamento che faceva Assad, cioè che i combattenti più efficaci contro di lui erano jihadisti e terroristi.
Ma nel momento in cui si è reso necessario giustificare il coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria, questo discorso a Washington è stato rapidamente trasformato da tabù in saggezza popolare. Gli Stati Uniti ora bombardano la Siria, naturalmente, ma anziché combattere contro Assad, il dittatore siriano è (ancora una volta) alleato e partner dell'America. La base logica per la campagna di bombardamenti americana è la stessa cui Assad si è a lungo richiamato: che quelli che combattono contro di lui sono peggio di lui perché sono legati ad Al-Qa'ida e ISIS (anche se per anni gli americani hanno finanziato e armato quelle fazioni e i più stretti alleati degli USA nella regione continuano a farlo).
Una dinamica simile è in atto in Russia e Ucraina. Ieri James Clapper − il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence − ha detto in una commissione del Senato «che sostiene l’armamento delle forze ucraine contro i separatisti filorussi», come ha riportato il Washington Post. Gli USA hanno già fornito aiuti “non letali” alle forze ucraine, e Obama ha detto che sta valutando di armarle. Chi, esattamente, verrebbe rafforzato?
Da tempo il presidente russo Vladimir Putin ha detto che gruppi ultranazionalisti, fascisti e anche neonazisti hanno guidato il colpo di Stato dell’anno scorso in Ucraina e il conseguente regime di Kiev. Anche la testata giornalistica televisiva Russia Today fa spesso riferimento al «ruolo attivo che gruppi di estrema destra hanno giocato sul versante filogovernativo in Ucraina a partire dal violento colpo di Stato dell’anno scorso».
Per questo motivo, evidenziando che armare il regime di Kiev rafforzerebbe i fascisti e i neonazisti, chiunque sarebbe immediatamente accusato di essere un propagandista di Putin: esattamente come sono stati accusati di essere propagandisti di Assad quelli che sostenevano che i migliori combattenti contro Assad erano affiliati di Al-Qa'ida (finché questa non è diventata la posizione ufficiale del governo degli Stati Uniti). I resoconti dei media americani rappresentano costantemente il conflitto in Ucraina come una nobile lotta combattuta da amanti della libertà: i democratici filooccidentali di Kiev contro gli aggressivi oppressori separatisti dell’est “sostenuti dai russi”.
Ma proprio come era vero in Siria, mentre alcuni partecipanti al colpo di Stato ucraino erano ucraini normali in lotta contro un regime corrotto e oppressivo, le dichiarazioni sui teppisti fascisti che capeggiano la lotta per il governo di Kiev sono in realtà vere. Lo scorso agosto, scrivendo di politica estera dall'Ucraina orientale, Alec Luhn ha fatto queste osservazioni:

«Le forze filorusse hanno detto che stanno combattendo contro i nazionalisti e i “fascisti” ucraini, e nel caso dell’Azov e di altri battaglioni queste affermazioni sono sostanzialmente vere... Il battaglione Azov, il cui emblema comprende anche il "Sole Nero", simbolo occulto usato dalle SS naziste, è stato fondato da Andriy Biletsky, capo dei gruppi neonazisti di Assemblea Sociale Nazionale e Patrioti dell'Ucraina».

Nel mese di settembre, Shaun Walker – il corrispondente da Mosca per il Guardian ha raccontato la sua esperienza di giornalista aggregato alle forze − schierate con Kiev − del battaglione Azov, che ha definito «la forza più potente e affidabile dell'Ucraina sul fronte contro i separatisti». Mentre ha liquidato come “gonfiati” gli avvertimenti russi secondo cui questi gruppi cercano di fare pulizia etnica in tutta l’Ucraina, Walker ha descritto «le tendenze di estrema destra, anche neonaziste, di molti dei suoi membri», e ha evidenziato che «Amnesty International ha chiesto al governo ucraino di indagare sulle violazioni dei diritti e sulle possibili esecuzioni da parte di Aidar, un altro battaglione». La principale preoccupazione di Walker era che queste milizie fasciste, una volta sconfitti i separatisti, intendessero mantenere il controllo di Kiev per imporre la propria visione ultranazionalista su tutto il paese.
Da quando è avvenuto il colpo di Stato di Kiev, questi fatti spiacevoli riguardanti le forze filogovernative sono stati per lo più ignorati dalla maggior parte dei resoconti dell’establishment mediatico USA, lasciando una manciata di commentatori a rilevarli. Nel gennaio dello scorso anno, durante il colpo di Stato, Seumas Milne del Guardian ha dichiarato che il racconto della moralità occidentale sull’Ucraina – democrazia/combattenti contro Putin/oppressori − «riporta solamente il legame più superficiale con la realtà» e che, invece, «i nazionalisti di estrema destra e i fascisti sono stati al cuore delle proteste e degli attacchi contro edifici governativi». La britannica Channel 4 ha parlato del ruolo centrale svolto da estremisti di destra ultranazionalisti in quel colpo di Stato, rilevando che il senatore John McCain si è recato nella capitale ucraina [vedi foto sopra] e ha condiviso il palco con i peggiori elementi fascisti. Justin Raimondo di antiwar.com da molto tempo sta denunciando «l’ascesa di un movimento di massa autenticamente fascista nei corridoi del potere a Kiev», rilevando che, lungi dall'essere un pugno di elementi marginali, «gli attivisti dei due principali partiti fascisti in Ucraina − Svoboda e ‘Settore Destro’ – forniscono agli insorti il nerbo necessario per prendere il controllo di edifici governativi a Kiev e in tutta l'Ucraina occidentale».
Questi fatti sono ormai talmente evidenti che anche le organizzazioni occidentali più mainstream sono ora costrette a rilevarli. La scorsa settimana, Vox ha pubblicato un articolo di Amanda Taub sui «circa trenta di questi eserciti privati che combattono dalla parte ucraina», i cui «combattenti sono accusati di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, torture ed esecuzioni senza un regolare processo». Sebbene sostenga che le milizie operino in gran parte autonomamente rispetto al governo centrale di Kiev, Taub rileva comunque la loro progressiva centralità nella lotta contro i separatisti e ne riconosce anche l'uso esplicito da parte dei funzionari di Kiev:

«Le milizie hanno anche guadagnato più potere perché il governo ucraino, guidato dal nuovo presidente Petro Poroshenko, ha portato i loro amici nelle alte sfere. Per esempio, Arsen Avakov − il ministro degli Interni di Poroshenko − è stato in precedenza il leader del blocco politico dell'ex primo ministro Yulia Timoshenko in Ucraina orientale. Ha un'alleanza di lunga data con i membri del battaglione Azov, un'organizzazione di estrema destra i cui aderenti hanno una storia di propaganda antisemita e idee neonaziste. Avakov ha usato la sua posizione per sostenere il gruppo, arrivando a nominare Vadim Troyan − un vice-leader dell’Azov − capo della polizia per l'intera regione di Kiev. E anche il leader dell’Azov, Andriy Biletsky, è ora un membro del Parlamento».

Ieri The Intercept ha pubblicato il reportage di Marcin Mamon sul ruolo che gli jihadisti stanno giocando nel conflitto per conto del governo di Kiev.
La propaganda mediatica statunitense ha cercato non solo di glorificare il regime di Kiev sopprimendo tutti questi elementi, ma ha anche attivamente demonizzato i separatisti come poco più che pedine controllate da Putin. Infatti, come Max Seddon del sito web d’informazione BuzzFeed descrive in un eccellente articolo da una roccaforte separatista in Ucraina orientale, quelli che combattono contro Kiev hanno una serie di considerevoli rimostranze contro il governo ucraino abbastanza indipendenti da qualsiasi agenda di Putin, compresa la violenza contro i civili e l’antico disprezzo per gli abitanti dell’est del paese:

«Proprio in quelle aree in cui l’Ucraina sta lottando per riconquistarle, il pressoché costante bombardamento dell’artiglieria e un blocco economico paralizzante hanno irrigidito gli atteggiamenti a un punto di non ritorno. Quasi ogni giorno un bombardamento esige la vita di civili: la madre di qualcuno, un marito, un figlio. E ogni giorno la riconciliazione tra i milioni di cittadini ucraini di qui e il governo ucraino appare sempre più lontana».

A prescindere da qualsiasi altra cosa, questo è l'ennesimo caso in cui il governo USA − seguito come sempre dal suo supporto mediatico − fabbrica un racconto morale manicheo per giustificare il proprio coinvolgimento e il militarismo. Così mentre gli Stati Uniti hanno passato anni a finanziare e armare esattamente gli elementi estremisti che dichiarano di voler combattere − in Libia, in Siria, e molto prima di questo in Afghanistan – attrezzando militarmente le forze ucraine, hanno dato potere a una squadra mostruosa di fascisti ed espliciti simpatizzanti nazisti. Il colpo di stato in sé, che il governo degli Stati Uniti ha sostenuto, quasi certamente ha fatto esattamente questo.
Si può discutere se conferire forza a questi delinquenti sia una qualità o un errore: non è certo raro per gli Stati Uniti il fatto di armare e sostenere deliberatamente elementi fascisti e altri tiranni assortiti che si pensa possano favorire gli interessi americani (si veda l’articolo odierno di David Ignatius in cui sostiene che il dittatore egiziano, il generale Abdel Fata Sisi, è malvagio come Mubarak quando si tratta di violazioni dei diritti umani, tuttavia gli Stati Uniti devono continuare fermamente a sostenerlo affinché conservi la "stabilità"). Ma almeno, quando gli Stati Uniti vanno a letto con regimi come quello saudita o quello egiziano, la maggior parte delle persone capisce il tipo di alleato che ha abbracciato. Nel caso dell'Ucraina, questi fatti sono stati quasi del tutto esclusi dal discorso principale. Ora che il funzionario capo della sicurezza nazionale di Obama chiede espressamente di armare tali forze, è vitale che si capisca la vera natura degli alleati dell'America in questo conflitto.

Foto: Sergei Chuzavkov/AP, via The Intercept
Email dell’autore: glenn.greenwald@theintercept.com

Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.
Link alla versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=116784&typeb=0&Le-armi-USA-e-l-ascesa-nazista-in-Ucraina.

20 ottobre 2014

Geopolitica della guerra contro la Siria e di quella contro Daesh

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°101
di Thierry Meyssan.
da Megachip.

In questa analisi, nuova e originale, Thierry Meyssan espone le ragioni geopolitiche del fallimento della guerra contro la Siria e gli obiettivi reali della presunta guerra contro Daesh. Questo articolo è particolarmente importante per capire le attuali relazioni internazionali e la cristallizzazione dei conflitti nel Levante (Iraq, Siria e Libano).



DAMASCO (Siria)

Le tre crisi in seno alla coalizione
Stiamo assistendo alla terza crisi nel campo degli aggressori dall'inizio della guerra contro la Siria.
- Nel giugno 2012, in occasione della Conferenza di Ginevra 1, che doveva segnare il ritorno della pace e doveva organizzare una nuova spartizione in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e la Russia, la Francia - che aveva appena eletto François Hollande - sancì un'interpretazione restrittiva della dichiarazione finale. Poi organizzò il rilancio della guerra, con l'aiuto di Israele e della Turchia e il sostegno del Segretario di Stato Hillary Clinton e del direttore della CIA David Petraeus.
- Dopo che Clinton e Petraeus erano stati eliminati dal presidente Obama, la Turchia organizzò nell'estate del 2013, con Israele e la Francia, il bombardamento chimico della Ghoutta presso Damasco facendolo attribuire alla Siria. Ma gli Stati Uniti rifiutarono di lasciarsi imbarcare in una guerra punitiva.
- A gennaio 2014, gli Stati Uniti fecero votare in una sessione segreta del Congresso il finanziamento e la fornitura d'armi a Daesh con la missione di invadere le aree sunnite dell'Iraq e la zona curda della Siria, al fine di dividere questi grandi Stati. La Francia e la Turchia armarono quindi Al-Qa'ida (il Fronte al-Nusra) affinché attaccasse Daesh e costringesse gli Stati Uniti a tornare al piano originale della Coalizione. Sebbene Al-Qa'ida e Daesh si siano riconciliati a maggio a seguito di un appello alla calma di Ayman al-Zawahiri, la Francia e la Turchia non partecipano ancora ai bombardamenti alleati.
In generale, la Coalizione deli Amici della Siria, che comprendeva nel luglio 2012 «un centinaio di Stati e organizzazioni internazionali», non ne comprende ora più di 11. La Coalizione contro Daesh raggruppa, da parte sua, «più di 60 Stati», ma hanno talmente poco in comune che il loro elenco resta segreto.

Interessi distinti
In realtà, la Coalizione è composta da numerosi Stati che perseguono ciascuno obiettivi specifici e non riescono ad accordarsi sul loro obiettivo comune. Si possono distinguere quattro forze:
- Gli Stati Uniti cercano di controllare gli idrocarburi della regione. Nel 2000, il National Energy Policy Development Group (NEPDG) presieduto da Dick Cheney aveva identificato - attraverso immagini satellitari e dati di trivellazione - le riserve mondiali di petrolio e aveva osservato le immense riserve del gas siriano. Durante il colpo di stato militare del 2001, Washington decise di attaccare in successione otto paesi (Afghanistan, Iraq, Libia, Libano e Siria, Sudan, Somalia, Iran) per impadronirsi delle loro risorse naturali. Il suo stato maggiore ha poi adottato il piano per rimodellare il «Medio Oriente allargato» (che prevede anche lo smantellamento della Turchia e dell'Arabia Saudita), mentre il Dipartimento di Stato ha creato l'anno successivo il suo dipartimento MENA per organizzare le "primavere arabe".
- Israele difende i suoi interessi nazionali: a breve termine, ha continuato passo a passo la sua espansione territoriale. Contemporaneamente e senza attendere di controllare l'intero spazio tra i due fiumi, il Nilo e l'Eufrate, intende controllare tutta l'attività economica della zona, tra cui beninteso gli idrocarburi. Per assicurarsi la sua protezione nell'era dei missili, intende da una parte prendere il controllo di una zona di sicurezza lungo la sua frontiera (oggi ha cacciato le forze di pace al confine del Golan e le ha sostituite con Al-Qa'ida) e dall'altra parte neutralizzare gli eserciti egiziano e siriano prendendoli alle spalle (dispiegamento di missili Patriot della NATO in Turchia, creazione di un Kurdistan in Iraq e del Sud Sudan).
- la Francia e la Turchia continuano il sogno di restaurare i loro imperi. La Francia spera di ottenere un mandato sulla Siria, o almeno su una parte del paese. Ha creato l'Esercito siriano libero e gli ha dato la bandiera verde, bianca, nera a tre stelle del mandato francese. La Turchia, dal canto suo, intende restaurare l'Impero Ottomano. Ha designato un wali fin da settembre 2012 per amministrare questa provincia. I progetti turchi e francesi sono compatibili perché l'Impero ottomano aveva ammesso che alcune sue province potessero essere amministrate con altre potenze coloniali.
- Infine, l'Arabia Saudita e il Qatar sanno che non possono sopravvivere se non servendo gli Stati Uniti e combattendo i regimi laici, di cui la Repubblica araba siriana resta ormai l'unica espressione nella regione.

L'evoluzione della Coalizione
Queste quattro forze hanno potuto collaborare solo durante la prima parte della guerra, da febbraio 2011 a giugno 2012. Si trattava in effetti di una strategia di quarta generazione: alcuni gruppi di forze speciali organizzavano incidenti e agguati qui e lì, mentre le televisioni atlantiste e del Golfo mettevano in scena una dittatura alauita che reprimeva una rivoluzione democratica. Le somme investite e i soldati schierati non rappresentano granché e ognuno pensava di poter tirare un po' la coperta su di sé una volta che la Repubblica araba siriana fosse stata rovesciata.
Tuttavia, nei primi mesi del 2012, il popolo siriano ha cominciato a dubitare che il presidente Bashar al-Assad torturasse i bambini e che la Repubblica venisse rovesciata a favore di un sistema confessionale di tipo libanese. La sede dei takfiristi dell'Emirato Islamico di Baba Amr lasciava presagire la sconfitta dell'operazione. La Francia negoziò allora l'uscita della crisi e la restituzione degli ufficiali francesi che erano stati fatti prigionieri. Gli Stati Uniti e la Russia negoziarono al fine di sostituirsi al Regno Unito e alla Francia e di spartirsi l'insieme della regione, così come fecero Londra e Parigi con gli accordi Syke-Picot del 1916.
Da quel momento, niente funzionava più nella coalizione. I suoi successivi fallimenti dimostrano che non può vincere.
Nel luglio 2012, la Francia organizzava in pompa magna a Parigi l'incontro più importante della Coalizione e rilanciava la guerra. Il discorso pronunciato da François Hollande era stato scritto in inglese, probabilmente dagli israeliani, e poi tradotto in francese. Il Segretario di Stato Hillary Clinton e l'ambasciatore Robert S. Ford (formato da John Negroponte) s'impegnavano nella più vasta guerra segreta della storia. Come era già accaduto in Nicaragua, eserciti privati reclutavano mercenari e li inviavano in Siria. Solo che stavolta questi mercenari vebivano inquadrati ideologicamente per addestrare delle orde jihadiste. La supervisione delle operazioni sfuggiva al Pentagono per tornare in mano al Dipartimento di Stato e alla CIA. Il costo di questa guerra fu enorme, ma non fu imputato al Tesoro degli Stati Uniti, né della Francia né della Turchia, giacché fu interamente coperto dagli esborsi dell'Arabia Saudita e del Qatar.
Secondo la stampa atlantista e del Golfo, qualche migliaio di stranieri vennero e dare manforte alla "rivoluzione democratica siriana." Ma non c'era nulla di una "rivoluzione democratica", bensì gruppi di fanatici che scandivano slogan come «Rivoluzione pacifica: i cristiani a Beirut, gli alauiti nella tomba!» [1] oppure ancora «No a Hezbollah, no all'Iran, vogliamo un presidente che tema Dio!»[2]. Secondo l'Esercito arabo siriano, non sono state poche migliaia, bensì 250mila, gli jihadisti stranieri che sarebbero venuti a combattere, e spesso a morire, dal luglio 2012 al luglio 2014.
Ora, il giorno dopo la sua rielezione, Barack Obama costringeva alle dimissioni il direttore della CIA, il generale David Petraeus, e si sbarazzava di Hillary Clinton durante la formazione della sua nuova amministrazione. Cosicché all'inizio del 2013, la Coalizione si basava quasi solo esclusivamente sulla Francia e la Turchia, con gli Stati Uniti che facevano il meno possibile. Questo era ovviamente il momento che aveva atteso l'Esercito arabo siriano per lanciare la sua inesorabile riconquista del territorio.
François Hollande e Recep Tayyip Erdoğan, Hillary Clinton e David Petraeus intendevano rovesciare la repubblica laica per imporre un regime sunnita che sarebbe stato posto sotto il dominio diretto della Turchia, ma che avrebbe compreso anche alti funzionari francesi. Un modello ereditato dalla fine del XIX secolo, ma che non rappreentava alcun interesse per gli Stati Uniti.
Il democratico Barack Obama e i suoi due segretari democratici e repubblicani alla Difesa, Leon Panetta e Chuck Hagel sono guidati da una politica radicalmente diversa: Panetta è stato espresso dalla Commissione Baker-Hamilton e Obama è stato eletto sulla scorta del programma di tale Commissione. Secondo loro, gli Stati Uniti non sono né devono essere una potenza coloniale nel senso mediterraneo del termine, il che vale a dire che non dovrebbero prendere in considerazione di controllare un territorio installandovi dei coloni. L'esperienza dell'amministrazione Bush in Iraq è stata estremamente costosa rispetto al suo ritorno sugli investimenti. Non dovrebbe essere riprodotta.
Dopo che la Turchia e la Francia hanno cercato di impelagare gli Stati Uniti in un vasto bombardamento della Siria, mettendo in scena la crisi chimica dell'estate 2013, la Casa Bianca e il Pentagono hanno deciso di riprendere il bandolo della matassa. Nel gennaio del 2014, hanno convocato una riunione segreta del Congresso al quale è stata fatta votare una legge segreta che approva un piano di divisione dell'Iraq in tre parti nonché la secessione della regione curda della Siria. Per far questo, hanno deciso di finanziare e armare un gruppo jihadista in grado di realizzare ciò che il diritto internazionale proibisce all'esercito statunitense: una pulizia etnica.
Barack Obama ei suoi armati non stanno prendendo in considerazione il rimodellamento del "Medio Oriente allargato" come un obiettivo in sé, ma solo come un mezzo per controllare le risorse naturali. Usano un concetto classico, divide et impera, non per creare posizioni di re e presidenti in nuovi Stati, ma per continuare la politica degli Stati Uniti in vigore dai tempi di Jimmy Carter.
Nel suo discorso sullo stato dell'Unione del 23 gennaio 1980, il Presidente Carter sanciva la dottrina che porta il suo nome: Washington ritiene che gli idrocarburi del Golfo siano indispensabili alla sua economia e gli appartengono. Pertanto, qualsiasi rimessa in causa da parte di chiunque, in virtù di questo assioma, sarà considerata «un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e un tale attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Nel corso del tempo, Washington si è dotata dello strumento di questa politica, il CentCom, e ha esteso la sua zona riservata al Corno d'Africa.
Pertanto, l'attuale campagna di bombardamenti della Coalizione non ha più alcun rapporto con l'obiettivo iniziale di rovesciare la Repubblica araba siriana. Non ha rapporto alcuno con la sua vetrina di "guerra al terrorismo". Essa punta esclusivamente a difendere gli interessi economici dei soli Stati Uniti, se necessario con la creazione di nuovi Stati, ma non necessariamente.
Allo stato attuale, il Pentagono è simbolicamente aiutato da qualche aereo saudita e qatariota, ma non dalla Francia né dalla Turchia. Rivendica esso stesso di aver condotto più di 4.000 sortite, ma di aver ucciso soltanto poco più di 300 combattenti dell'Emirato islamico. Se ci atteniamo al discorso ufficiale, ne risulta che per uccidere un solo jihadista occorrono più di 13 missioni aeree e un numero imprecisato di bombe e missili. Si tratterebbe perciò della campagna aerea più costosa e più inefficiente della Storia. Ma se si considera il ragionamento precedente, l'attacco di Daesh contro l'Iraq corrisponde a una manipolazione dei prezzi del petrolio che li ha fatti cadere da 115 dollari al barile a 83 dollari, ossia un calo di quasi il 25%. Nouri al-Maliki, il primo ministro iracheno legittimamente eletto, che vendeva la metà del suo petrolio alla Cina, è stato subitaneamente stigmatizzato e rovesciato. Daesh e il governo regionale del Kurdistan iracheno hanno ridotto essi stessi il loro furto di petrolio e l'esportazione di circa il 70%. L'insieme degli impianti petroliferi utilizzati dalle aziende cinesi sono stati puramente e semplicemente distrutti. Di fatto, il petrolio iracheno e il petrolio siriano sono sfuggiti agli acquirenti cinesi e sono stati reintegrati nel mercato internazionale controllato dagli Stati Uniti.
In definitiva, questa campagna aerea è un'applicazione diretta della "Dottrina Carter" e un monito al presidente Xi Jinping che tenta di concludere, qua e là, dei contratti bilaterali di fornitura di idrocarburi per il suo paese, senza passare per il mercato internazionale.

Anticipare il Futuro
Da questa analisi possiamo concludere che:
- Nel periodo attuale, gli Stati Uniti sono disposti a condurre una guerra solo per difendere il loro interesse strategico a controllare il mercato internazionale del petrolio. Di conseguenza, possono andare in guerra contro la Cina, ma non contro la Russia.
- La Francia e la Turchia non saranno mai in grado di realizzare i loro sogni di ricolonizzazione. La Francia dovrebbe riflettere al ruolo che l’AfriCom le ha assegnato sul continente nero. Essa può continuare a intervenire in tutti gli stati che tentano di avvicinarsi alla Cina (Costa d'Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana) e riportare l'ordine "occidentale", ma non sarà mai in grado di ripristinare il suo impero coloniale. La Turchia dovrebbe ugualmente abbassare i toni. Anche se il presidente Erdoğan riesce a fare un'alleanza contro natura tra i Fratelli Musulmani e gli ufficiali kemalisti, dovrebbe abbandonare le sue ambizioni neo-ottomane. Soprattutto, dovrebbe ricordarsi che finché è un membro della NATO, il suo paese è più di ogni altro suscettibile d'essere la vittima di un colpo di Stato filo-statunitense, così come lo sono stati prima di lui il greco Georgios Papandreou e il turco Bülent Ecevit.
- L'Arabia Saudita e il Qatar non saranno mai rimborsati dei miliardi che hanno investito a fondo perduto per rovesciare la Repubblica araba siriana. Peggio ancora, è probabile che dovranno pagare per una parte della ricostruzione. La famiglia Saud dovrebbe continuare a soddisfare gli interessi economici statunitensi, ma evitare di perseguire guerre di grande ampiezza e considerare che - in qualsiasi momento - Washington può decidere di partizionare la loro proprietà privata, l'Arabia Saudita.
- Israele può sperare di continuare a giocare sotto il tavolo per provocare nel medio termine l'effettiva divisione dell'Iraq in tre parti. Otterrebbe così un Kurdistan iracheno paragonabile al Sud Sudan che è stato già creato. È tuttavia improbabile che possa collegarvi immediatamente il Nord della Siria. Allo stesso modo, è improbabile che possa spodestare la missione UNIFIL nel Libano meridionale e sostituirla con Al-Qa'ida come ha fatto con la missione UNDOF alla frontiera siriana. Ma in 66 anni Israele ha preso l'abitudine di osare molto spesso per ottenere ogni volta qualcosa in più. In realtà è l'unico vincitore in questa guerra contro la Siria e all'interno della Coalizione. Non solo ha indebolito il suo vicino siriano per lunghi anni, ma è riuscito a costringerlo ad abbandonare il suo arsenale chimico. Così è oggi l'unico Stato al mondo a disporre ufficialmente sia di un arsenale nucleare sofisticato, sia un arsenale chimico e biologico.
- L'Iraq è di fatto diviso in tre Stati separati di cui uno, il Califfato, non potrà mai essere riconosciuto dalla Comunità internazionale. Inizialmente, non vediamo che cosa impedirebbe la secessione del Kurdistan, se non la difficoltà di spiegare per quale incanto abbia aumentato il suo territorio del 40% in rapporto alla sua definizione amministrativa, compresi i campi petroliferi di Kirkuk. Il Califfato dovrebbe gradualmente lasciare il posto a uno Stato sunnita, probabilmente governato da uomini che hanno ufficialmente "lasciato" Daesh, ma in maniera meno crudele. Si tratterebbe in tal caso di un processo paragonabile a quello della Libia, dove sono stati collocati al potere veterani di Al-Qa'ida senza sollevare la minima protesta.
- La Siria gradualmente ritroverà la pace e si concentrerà sulla sua lunga ricostruzione. Si rivolgerà allo scopo alle imprese cinesi, ma terrà Pechino lontano dai suoi idrocarburi. Per ricostruire la sua industria petrolifera e per sfruttare le sue riserve di gas, si rivolgerà a imprese russe. La questione dei gasdotti che la attraverseranno dipenderà dai suoi sostegni iraniano e russo.
- Il Libano continuerà a vivere sotto la minaccia di Daesh ma mai l'organizzazione avrà un ruolo diverso da quello dei terroristi. Gli jihadisti saranno solo un mezzo per congelare un po' di più il funzionamento politico di un paese che affonda nell'anarchia.
- Infine, la Russia e la Cina dovrebbero urgentemente intervenire contro Daesh, in Iraq, in Siria e in Libano, non tanto per compassione per le popolazioni locali, quanto perché questo strumento sarà presto utilizzato contro di loro dagli Stati Uniti. Già ora, se Daesh è controllata dal principe saudita Abdul Rahman, che finanza, e dal califfo Ibrahim, che dirige le operazioni, i suoi ufficiali principali sono georgiani, tutti membri dei servizi segreti militari, e talvolta cinesi turcofoni. Inoltre, il ministro della difesa georgiano ha ammesso, prima di smentirsi, di aver ospitato campi di addestramento per jihadisti. Se Mosca e Pechino esitano, dovranno affrontare Daesh nel Caucaso, nella valle di Ferghana, e nello Xinjiang.


NOTE:
[1] «Rivoluzione pacifica» significa qui che non si farà del male ai sunniti.
[2] All'inizio della guerra, Hezbollah non era presente in Siria, ma la Siria ha sostenuto militarmente Hezbollah nella sua lotta contro l'aggressore israeliano. Non si trattava quindi di mettere Hezbollah fuori dalla Siria, ma di smettere di sostenere la Resistenza.


Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano"Al-Watan"(Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su"Information Clearing House", in francese sul "Réseau Voltaire".
Thierry Meyssan, 19 ottobre 2014.
Traduzione per Megachip a cura di Matzu Yagi.