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7 gennaio 2016

La disperata corsa saudita


di Pino Cabras.


La scena che si sta mostrando al mondo, dopo l'esecuzione dello sceicco sciita Nimr al-Nimr da parte delle autorità saudite, spiega bene dove volesse andare a parare Riad con questa macabra provocazione politica. Di fronte alle reazioni iraniane, prevedibili e tanto cercate, gli Stati più interconnessi con l'Arabia Saudita hanno fatto a gara a chi rompeva prima le relazioni diplomatiche con l'Iran. Il Bahrein, il Sudan e il Kuwait sono stati i più solerti nell'accodarsi alla scelta saudita. Ma è prevedibile che Riad premerà da subito su tutta la sua "clientela vicina", tutti gli stati arabi su cui ha gettato il grande peso dei propri petrodollari, a partire dall'Egitto, affinché chiudano le ambasciate iraniane e richiamino i propri ambasciatori a Teheran, blocchino i collegamenti aerei, rendano più accidentato il rientro dell'Iran nei salotti buoni della diplomazia.
Riad fa un calcolo forse disperato, ma certamente determinato: vuole sabotare con ogni possibile mezzo i risultati dell'accordo sul nucleare consacrato dalle massime potenze del pianeta, che ha finalmente riconosciuto un ruolo e un peso che l'Iran ha conquistato in mezzo ai disastri della "guerra infinita" angloamericana nel cosiddetto "Medio Oriente allargato". Dove gli altri hanno seminato caos, Teheran ha offerto un ordine politico più efficace, fino a porsi al centro di un crocevia di portata mondiale.
Pochi in Occidente ricordano che il presidente iraniano Rouhani è anche il presidente del Movimento dei paesi non allineati, che raccoglie 120 Stati che rappresentano i due terzi della popolazione mondiale. Ma soprattutto, dopo l'accordo sul nucleare, l'Iran recupera le essenziali relazioni con gli Stati più potenti, cosicché il suo peso nella regione mediorientale aumenta. All'Arabia saudita tutto questo non piace, come possiamo dedurre da altri fatti.
Le azioni dei sauditi di questo drammatico inizio del 2016 vanno infatti legate ad altre loro recenti azioni. L'intervento aereo russo in Siria è stato abbastanza forte da togliere ogni velo con cui l'Arabia saudita provava fin qui a coprire il suo sostanzioso appoggio alle milizie jihadiste. Di fronte al tentativo della grande diplomazia - che intende replicare per la Siria l'esperienza di successo del negoziato 5+1 per l'Iran - il Regno saudita è stato costretto in fretta e furia a organizzare nel dicembre 2015 una "sua" conferenza internazionale delle opposizioni contro il presidente siriano Assad. Come per dire: non ci escluderete di certo, anche quando la nostra mostruosa creatura Frankenstein, l'ISIS-Daesh, dovesse risultare definitivamente sconfitta.
Nel frattempo l'Arabia Saudita, in coalizione con i suoi "clientes", ha continuato la sua aggressione allo Yemen, scaricando su uno dei paesi più poveri del mondo (ma che è la porta del Mar Rosso) una quantità impressionante di bombe, con risultati che risultano criminali dal punto di vista dei costi umani, disastrosi dal punto di vista dell'efficacia militare e astronomici dal punto di vista finanziario.
Sempre sul fronte finanziario, i sauditi da un anno in qua stanno scommettendo su una grande operazione: pompare tantissimo petrolio, così tanto da far abbassare il prezzo, in modo da strangolare i paesi la cui economia si regge in grande misura sull'esportazione di idrocarburi. Tra questi, ancora l'odiato Iran, ma soprattutto la Russia (ripetendo uno schema che sul finire degli anni ottanta aveva piegato l'URSS), e persino l'industria nordamericana dello shale oil, che risulterebbe soffocata nella culla dopo qualche anno di prezzi così bassi.
Solo che la coperta è corta: i ricavi sono crollati anche per l'Arabia saudita, che ha meno denaro con cui comprare alleati e che sperimenta deficit inediti, in grado di farla collassare. Non è ancora crollata, certo, ma la classe dirigente gioca ormai con un elemento di disperazione in più.
È in questo contesto che si legge meglio anche la recente stretta che i sauditi hanno imposto ai media, fino a far oscurare Al Manar, la TV degli Hezbollah libanesi, dal satellite Arabsat, assieme ad altri canali sgraditi, ugualmente testimoni scomodi delle tragedie militari causate o sponsorizzate da Riad.
Altre mosse sono andate in controtendenza, come accade nelle scacchiere geopolitiche, che muovono i pezzi in modi strani e difficili da leggere. Ad esempio, perfino Riad non può estraniarsi dalla rinascita della Russia come grande potenza, tanto che si sono moltiplicati i viaggi dei dignitari sauditi a Mosca, alla ricerca di un nuovo "modus vivendi" in Medio Oriente, con promesse di affari reciprocamente vantaggiosi, forniture militari, disponibilità a considerare un ruolo meno preponderante degli USA negli equilibri regionali. Tutti sanno la misura dei danni che possono infliggere e subire (e che viceversa possono non infliggere e non subire). Ad esempio il wahhabismo saudita ha una forte influenza ideologica e militare sulla galassia jihadista che potrebbe intensificare le sue azioni nel Caucaso e in tutto il fianco sud dell'ex URSS, ponendosi come una minaccia concreta alla sicurezza russa e ad ogni tentativo di "Via della Seta" dell'Eurasia del futuro. Per contro, i sauditi hanno capito benissimo il messaggio recapitato dai missili da crociera Kalibr che dal Mar Caspio hanno colpito in Siria: quei missili russi hanno un raggio d'azione in grado di colpire con precisione devastante qualsiasi punto della penisola arabica.
Le cancellerie di mezzo mondo ora sono in allarme. La cadenza dei cambiamenti diplomatici avvenuti in una sola settimana va a una velocità troppo insostenibile, perciò tutti, a partire dal Segretario generale dell'ONU, invitano a trovare canali di dialogo. Gli scenari di guerra e di pace lungo l'arco di crisi mediorientale somigliano sempre di più a una corsa contro il tempo. Fra tutti i giocatori che sfidano il calendario, i sauditi sembrano essere i più impazienti.




24 novembre 2015

Il trappolone turco sul filo della guerra mondiale



di Pino Cabras.
da Megachip.

Durante la guerra fredda la NATO non aveva mai abbattuto un aereo militare di Mosca. Oggi la Turchia, paese NATO in mano a uno dei manovratori dell'ISIS, lo ha fatto (nello spazio aereo siriano). È una gravissima provocazione che può trasformare la guerra siriana da guerra NATO per procura a guerra NATO senza mediazioni, col rischio molto concreto di far scattare quelle clausole dell'alleanza atlantica che ci trascinerebbero tutti in un conflitto molto esteso e difficilmente controllabile. Sicuramente al figlio di Erdoğan, che gestisce il contrabbando di petrolio dell'ISIS, non piaceva affatto che negli ultimi giorni i Sukhoi Su-24 gli avessero distrutto centinaia di autocisterne, azzerandogli di colpo un business che andava avanti da un anno e mezzo. Abbatterne uno, a costo di una guerra mondiale, è la risposta del suo paparino, per alzare la posta in gioco. Un bel trappolone per la Russia, che qualche risposta dovrà dare, e per tutti gli alleati NATO, da invischiare nei calcoli strategici di Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Vicino Oriente. E noi dovremmo essere disposti a morire per le autocisterne che finanziano l'ISIS. Come no?




6 gennaio 2015

Il 2015 verterà interamente su Iran, Cina e Russia

di Pepe Escobar.
 
PECHINO - Allacciate le cinture di sicurezza; il 2015 sarà un turbine che opporrrà Cina, Russia e Iran contro quel che ho descritto come “Empire of Chaos" (l'Impero del Caos, NdT).
Quindi sì – sarà tutta una questione di ulteriori passi verso l'integrazione dell'Eurasia mano a mano che gli USA risulteranno sospinti fuori da quell'area. Vedremo un'interazione geostrategica complessa che minerà progressivamente l'egemonia del dollaro quale moneta di riserva e, soprattutto, il petrodollaro.

Per tutte le immense sfide fronteggiate dai cinesi, in tutta Pechino è facile individuare i segni inequivocabili di una superpotenza commerciale sicura di sé, pienamente emersa. Il presidente Xi Jinping e l'attuale dirigenza continueranno a investire pesantemente nel fattore guida dell'urbanizzazione e nella lotta alla corruzione, anche ai più alti livelli del Partito Comunista Cinese (PCC). A livello internazionale, i cinesi accelereranno la loro travolgente spinta in favore delle nuove "Vie della Seta" - sia terrestri sia marittime - che sosterranno la strategia maestra cinese a lungo termine volta all'unificazione dell'Eurasia tramite gli scambi e il commercio.

I prezzi del petrolio globali sono destinati a rimanere bassi. Impossibile scommettere se un accordo nucleare sarà raggiunto o meno entro la prossima estate tra l'Iran e il P5 + 1. Se le sanzioni (vale a dire la guerra economica) contro l'Iran rimangono e continuano a danneggiare seriamente la sua economia, la reazione di Teheran sarà ferma, e comprenderà anche una maggiore integrazione con l'Asia, non con l'Occidente.
Non importa come sia stato architettato, quel che resta è che l'attuale collasso finanziario/strategico del prezzo del petrolio è un attacco diretto contro (e chi se no?) l'Iran e la Russia.
Washington è ben consapevole che un accordo globale con l'Iran non può essere raggiunto senza l'aiuto della Russia. Sarebbe l'unico - e lo ripeto: l'unico – successo della politica estera dell'amministrazione Obama. Un ritorno all'isteria del "Bomb Iran" starebbe bene solo ai proverbiali soliti sospetti (i neo-con). Ancora, non a caso, sia l'Iran sia la Russia sono ora soggetti a sanzioni occidentali. Non importa come sia stato architettato, quel che resta è che l'attuale collasso finanziario/strategico del prezzo del petrolio è un attacco diretto contro (e chi se no?) l'Iran e la Russia.


Quella guerra dei derivati
Ora diamo un'occhiata ai fondamentali russi. Il debito pubblico della Russia è pari appena al 13,4% del suo PIL. Il suo deficit di bilancio in rapporto al PIL è solo dello 0,5%. Se presupponiamo un PIL USA di 16,8 trilioni dollari (la cifra per il 2013), il deficit di bilancio degli Stati Uniti è pari al 4% del PIL, contro lo 0,5% della Russia. La Fed è essenzialmente una società privata di proprietà di banche private regionali americane, anche se si fa passare per un istituto statale. Il debito USA detenuto pubblicamente è pari a un enorme 74% del PIL per l'anno fiscale 2014. In Russia è appena il 13,4%.
La dichiarazione di guerra economica da parte degli Stati Uniti e della UE alla Russia - attraverso l'attacco al rublo e l'attacco alla finanza derivata collegata al petrolio - era essenzialmente un racket basato sui derivati. I derivati - in teoria - potrebbero essere moltiplicati all'infinito. Gli operatori sui derivati hanno attaccato sia il rublo sia il prezzo del petrolio al fine di distruggere l'economia russa. Il problema è che l'economia russa è finanziata con maggiore solidità di quella americana.
Considerando che questa rapida mossa è stata concepita come uno scacco matto, la strategia difensiva di Mosca non era poi così male. Sul fronte chiave dell'energia, il problema rimane dell'Occidente, non della Russia. Se l'UE non compra quel che Gazprom ha da offrire, crollerà.
L'errore cruciale di Mosca è stato quello di consentire all'industria nazionale della Russia di finanziarsi con un debito esterno, denominato in dollari. Stiamo parlando di una mostruosa trappola del debito che può essere facilmente manipolata dall'Occidente. Il primo passo per Mosca dovrebbe essere quello di sorvegliare da vicino le sue banche. Le società russe dovrebbero farsi prestare il denaro nazionalmente e fare la mossa di vendere i loro beni all'estero. Mosca dovrebbe anche prendere in considerazione di rendere operativo un sistema di controlli valutari in modo che il tasso di interesse di base possa essere abbassato rapidamente.
E non si dimentichi che la Russia può sempre usare l'arma di una moratoria sul debito e degli interessi, che riguarderebbe oltre 600 miliardi di dollari. Ciò scuoterebbe il sistema bancario di tutto il mondo fino al midollo. Stiamo parlando di un "messaggio" non velato che costringerebbe l'apparato di guerra economica di USA e UE a sparire.
E non dimenticate che la Russia può sempre usare l'arma di una moratoria sul debito e degli interessi, che riguarda oltre 600 miliardi di dollari.
La Russia non ha bisogno di importare alcuna materia prima. La Russia può facilmente decodificare e re-ingegnerizzare in teoria qualsiasi tecnologia importata, se le occorre. Più di tutto, la Russia è in grado di generare - dalla vendita di materie prime - abbastanza credito in dollari o euro. La vendita da parte della Russia delle sue ricchezze energetiche - o di sofisticati sistemi militari - potrebbe diminuire. Tuttavia, raccoglierà la stessa quantità di rubli - poiché il rublo è calato.
La sostituzione delle importazioni con la produzione interna russa ha perfettamente senso. Ci sarà una fase di inevitabile "aggiustamento" - ma non durerà molto. Le case automobilistiche tedesche, per esempio, non possono più vendere le loro auto in Russia a causa del declino del rublo. Questo significa che dovranno spostare le loro fabbriche in Russia. Se non lo fanno, l'Asia - dalla Corea del Sud alla Cina - le espellerà dal mercato.


Orso e Dragone in giro per prede
La dichiarazione di guerra economica contro la Russia da parte dell'UE non ha comunque senso. La Russia controlla, direttamente o indirettamente, la maggior parte del petrolio e del gas naturale tra Russia e Cina: circa il 25% dell'offerta mondiale. Il Medio Oriente è destinato a rimanere nel caos. L'Africa è instabile. L'Unione europea sta facendo tutto il possibile per isolarsi dal suo approvvigionamento più stabile di idrocarburi, spingendo Mosca a reindirizzare l'energia verso la Cina e il resto dell'Asia. Che regalo per Pechino – visto che riduce al minimo l'allarme circa la marina militare USA che gioca al "contenimento" lungo le aree di alto mare.
Eppure, un assioma non dichiarato a Pechino è che i cinesi restano estremamente preoccupati per via di un Impero del Caos che perde sempre più il controllo e detta le tempestose condizioni del rapporto tra l'UE e la Russia. La linea di fondo è che Pechino non si permetterà mai di porsi in una posizione in cui gli Stati Uniti potrebbero interferire con le importazioni di energia della Cina: come è avvenuto con il Giappone nel luglio 1941, quando gli USA dichiararono guerra attraverso l'imposizione di un embargo petrolifero, tagliando il 92% delle importazioni giapponesi di greggio.
Tutti sanno che uno dei pilastri fondamentali della spettacolare ascesa della Cina in termini di potenza industriale risiede nel requisito per i produttori di produrre in Cina. Se la Russia facesse lo stesso, la sua economia crescerebbe a un tasso di oltre il 5% annuo in pochissimo tempo. Potrebbe crescere perfino di più se il credito bancario fosse legato solo a investimenti produttivi.
Ora si immagini che la Russia e la Cina investano congiuntamente in un una nuova unione monetaria sostenuta da oro, petrolio e risorse naturali come alternativa al fallito modello “democratico” che si regge sul debito, spinto dai Padroni dell'Universo di Wall Street, dal cartello delle banche centrali occidentali, e dai politici neoliberisti. Dimostrerebbero così al Sud del mondo che il finanziare la prosperità e il miglioramento del tenore di vita gravando le generazioni future con il debito era un sistema destinato a non funzionare sin dal principio.
Fino ad allora, una tempesta minaccerà direttamente la nostra stessa vita - oggi e domani. La combinazione Padroni dell'Universo/Washington non rinuncerà alla sua strategia volta a fare della Russia uno stato paria tagliato fuori dal commercio, dai trasferimenti finanziari, dal sistema bancario e dai mercati del credito occidentali, e pertanto soggetto a un cambiamento di regime.
Proseguendo lungo una tale strada, se tutto va secondo i piani, il loro obiettivo sarà (e chi se no?) la Cina. E Pechino lo sa. Nel frattempo, aspettiamoci un paio di bombe a scuotere l'UE fino alle fondamenta. Il tempo potrebbe esaurirsi: ma per l'Unione europea, non per la Russia. Tuttavia, la tendenza generale non risulterà alterata; l'Impero del Caos viene lentamente ma inesorabilmente sospinto fuori dell'Eurasia.


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Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


22 ottobre 2014

Monsieur Total, la morte del meno atlantista

di Pino Cabras.



L'amministratore delegato della Total (l'Eni francese), Christophe de Margerie, qualche mese fa dichiarava che «non c'è ragione alcuna per dover pagare il petrolio in dollari», e si è battuto strenuamente per non far precipitare l'Europa nel suicidio economico delle sanzioni alla Russia.
Un incidente aereo in quel di Mosca lo ha ieri eliminato dalla scena. 
Per molte ore, l'edizione on line di 'Le Monde' aveva come titolo, anziché "muore il capo della Total", il seguente epitaffio: "Christophe de Margerie, un «vrai ami» de la Russie".

La nuda cronaca del disastro che al momento conosciamo ci dice che quello dell'aeroporto Vnukovo appare come un banale incidente che il destino cinico e baro ha gettato nella fornace dei sospetti, in un'era che conserva ancora la memoria di Enrico Mattei.
Quel titolo di 'Le Monde' sembra voler dire invece: "guardate cosa succede a un vero amico della Russia".
Potrete scommetterci: anche quando gli porteranno prove irrefutabili che è stata la vodka e non la CIA a fare le sue mosse fatali, nessun alto dirigente di questa Europa asservita rimarrà sereno di fronte al destino toccato in sorte all'alto dirigente meno asservito che c'era sulla piazza europea. 

20 ottobre 2014

Geopolitica della guerra contro la Siria e di quella contro Daesh

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°101
di Thierry Meyssan.
da Megachip.

In questa analisi, nuova e originale, Thierry Meyssan espone le ragioni geopolitiche del fallimento della guerra contro la Siria e gli obiettivi reali della presunta guerra contro Daesh. Questo articolo è particolarmente importante per capire le attuali relazioni internazionali e la cristallizzazione dei conflitti nel Levante (Iraq, Siria e Libano).



DAMASCO (Siria)

Le tre crisi in seno alla coalizione
Stiamo assistendo alla terza crisi nel campo degli aggressori dall'inizio della guerra contro la Siria.
- Nel giugno 2012, in occasione della Conferenza di Ginevra 1, che doveva segnare il ritorno della pace e doveva organizzare una nuova spartizione in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e la Russia, la Francia - che aveva appena eletto François Hollande - sancì un'interpretazione restrittiva della dichiarazione finale. Poi organizzò il rilancio della guerra, con l'aiuto di Israele e della Turchia e il sostegno del Segretario di Stato Hillary Clinton e del direttore della CIA David Petraeus.
- Dopo che Clinton e Petraeus erano stati eliminati dal presidente Obama, la Turchia organizzò nell'estate del 2013, con Israele e la Francia, il bombardamento chimico della Ghoutta presso Damasco facendolo attribuire alla Siria. Ma gli Stati Uniti rifiutarono di lasciarsi imbarcare in una guerra punitiva.
- A gennaio 2014, gli Stati Uniti fecero votare in una sessione segreta del Congresso il finanziamento e la fornitura d'armi a Daesh con la missione di invadere le aree sunnite dell'Iraq e la zona curda della Siria, al fine di dividere questi grandi Stati. La Francia e la Turchia armarono quindi Al-Qa'ida (il Fronte al-Nusra) affinché attaccasse Daesh e costringesse gli Stati Uniti a tornare al piano originale della Coalizione. Sebbene Al-Qa'ida e Daesh si siano riconciliati a maggio a seguito di un appello alla calma di Ayman al-Zawahiri, la Francia e la Turchia non partecipano ancora ai bombardamenti alleati.
In generale, la Coalizione deli Amici della Siria, che comprendeva nel luglio 2012 «un centinaio di Stati e organizzazioni internazionali», non ne comprende ora più di 11. La Coalizione contro Daesh raggruppa, da parte sua, «più di 60 Stati», ma hanno talmente poco in comune che il loro elenco resta segreto.

Interessi distinti
In realtà, la Coalizione è composta da numerosi Stati che perseguono ciascuno obiettivi specifici e non riescono ad accordarsi sul loro obiettivo comune. Si possono distinguere quattro forze:
- Gli Stati Uniti cercano di controllare gli idrocarburi della regione. Nel 2000, il National Energy Policy Development Group (NEPDG) presieduto da Dick Cheney aveva identificato - attraverso immagini satellitari e dati di trivellazione - le riserve mondiali di petrolio e aveva osservato le immense riserve del gas siriano. Durante il colpo di stato militare del 2001, Washington decise di attaccare in successione otto paesi (Afghanistan, Iraq, Libia, Libano e Siria, Sudan, Somalia, Iran) per impadronirsi delle loro risorse naturali. Il suo stato maggiore ha poi adottato il piano per rimodellare il «Medio Oriente allargato» (che prevede anche lo smantellamento della Turchia e dell'Arabia Saudita), mentre il Dipartimento di Stato ha creato l'anno successivo il suo dipartimento MENA per organizzare le "primavere arabe".
- Israele difende i suoi interessi nazionali: a breve termine, ha continuato passo a passo la sua espansione territoriale. Contemporaneamente e senza attendere di controllare l'intero spazio tra i due fiumi, il Nilo e l'Eufrate, intende controllare tutta l'attività economica della zona, tra cui beninteso gli idrocarburi. Per assicurarsi la sua protezione nell'era dei missili, intende da una parte prendere il controllo di una zona di sicurezza lungo la sua frontiera (oggi ha cacciato le forze di pace al confine del Golan e le ha sostituite con Al-Qa'ida) e dall'altra parte neutralizzare gli eserciti egiziano e siriano prendendoli alle spalle (dispiegamento di missili Patriot della NATO in Turchia, creazione di un Kurdistan in Iraq e del Sud Sudan).
- la Francia e la Turchia continuano il sogno di restaurare i loro imperi. La Francia spera di ottenere un mandato sulla Siria, o almeno su una parte del paese. Ha creato l'Esercito siriano libero e gli ha dato la bandiera verde, bianca, nera a tre stelle del mandato francese. La Turchia, dal canto suo, intende restaurare l'Impero Ottomano. Ha designato un wali fin da settembre 2012 per amministrare questa provincia. I progetti turchi e francesi sono compatibili perché l'Impero ottomano aveva ammesso che alcune sue province potessero essere amministrate con altre potenze coloniali.
- Infine, l'Arabia Saudita e il Qatar sanno che non possono sopravvivere se non servendo gli Stati Uniti e combattendo i regimi laici, di cui la Repubblica araba siriana resta ormai l'unica espressione nella regione.

L'evoluzione della Coalizione
Queste quattro forze hanno potuto collaborare solo durante la prima parte della guerra, da febbraio 2011 a giugno 2012. Si trattava in effetti di una strategia di quarta generazione: alcuni gruppi di forze speciali organizzavano incidenti e agguati qui e lì, mentre le televisioni atlantiste e del Golfo mettevano in scena una dittatura alauita che reprimeva una rivoluzione democratica. Le somme investite e i soldati schierati non rappresentano granché e ognuno pensava di poter tirare un po' la coperta su di sé una volta che la Repubblica araba siriana fosse stata rovesciata.
Tuttavia, nei primi mesi del 2012, il popolo siriano ha cominciato a dubitare che il presidente Bashar al-Assad torturasse i bambini e che la Repubblica venisse rovesciata a favore di un sistema confessionale di tipo libanese. La sede dei takfiristi dell'Emirato Islamico di Baba Amr lasciava presagire la sconfitta dell'operazione. La Francia negoziò allora l'uscita della crisi e la restituzione degli ufficiali francesi che erano stati fatti prigionieri. Gli Stati Uniti e la Russia negoziarono al fine di sostituirsi al Regno Unito e alla Francia e di spartirsi l'insieme della regione, così come fecero Londra e Parigi con gli accordi Syke-Picot del 1916.
Da quel momento, niente funzionava più nella coalizione. I suoi successivi fallimenti dimostrano che non può vincere.
Nel luglio 2012, la Francia organizzava in pompa magna a Parigi l'incontro più importante della Coalizione e rilanciava la guerra. Il discorso pronunciato da François Hollande era stato scritto in inglese, probabilmente dagli israeliani, e poi tradotto in francese. Il Segretario di Stato Hillary Clinton e l'ambasciatore Robert S. Ford (formato da John Negroponte) s'impegnavano nella più vasta guerra segreta della storia. Come era già accaduto in Nicaragua, eserciti privati reclutavano mercenari e li inviavano in Siria. Solo che stavolta questi mercenari vebivano inquadrati ideologicamente per addestrare delle orde jihadiste. La supervisione delle operazioni sfuggiva al Pentagono per tornare in mano al Dipartimento di Stato e alla CIA. Il costo di questa guerra fu enorme, ma non fu imputato al Tesoro degli Stati Uniti, né della Francia né della Turchia, giacché fu interamente coperto dagli esborsi dell'Arabia Saudita e del Qatar.
Secondo la stampa atlantista e del Golfo, qualche migliaio di stranieri vennero e dare manforte alla "rivoluzione democratica siriana." Ma non c'era nulla di una "rivoluzione democratica", bensì gruppi di fanatici che scandivano slogan come «Rivoluzione pacifica: i cristiani a Beirut, gli alauiti nella tomba!» [1] oppure ancora «No a Hezbollah, no all'Iran, vogliamo un presidente che tema Dio!»[2]. Secondo l'Esercito arabo siriano, non sono state poche migliaia, bensì 250mila, gli jihadisti stranieri che sarebbero venuti a combattere, e spesso a morire, dal luglio 2012 al luglio 2014.
Ora, il giorno dopo la sua rielezione, Barack Obama costringeva alle dimissioni il direttore della CIA, il generale David Petraeus, e si sbarazzava di Hillary Clinton durante la formazione della sua nuova amministrazione. Cosicché all'inizio del 2013, la Coalizione si basava quasi solo esclusivamente sulla Francia e la Turchia, con gli Stati Uniti che facevano il meno possibile. Questo era ovviamente il momento che aveva atteso l'Esercito arabo siriano per lanciare la sua inesorabile riconquista del territorio.
François Hollande e Recep Tayyip Erdoğan, Hillary Clinton e David Petraeus intendevano rovesciare la repubblica laica per imporre un regime sunnita che sarebbe stato posto sotto il dominio diretto della Turchia, ma che avrebbe compreso anche alti funzionari francesi. Un modello ereditato dalla fine del XIX secolo, ma che non rappreentava alcun interesse per gli Stati Uniti.
Il democratico Barack Obama e i suoi due segretari democratici e repubblicani alla Difesa, Leon Panetta e Chuck Hagel sono guidati da una politica radicalmente diversa: Panetta è stato espresso dalla Commissione Baker-Hamilton e Obama è stato eletto sulla scorta del programma di tale Commissione. Secondo loro, gli Stati Uniti non sono né devono essere una potenza coloniale nel senso mediterraneo del termine, il che vale a dire che non dovrebbero prendere in considerazione di controllare un territorio installandovi dei coloni. L'esperienza dell'amministrazione Bush in Iraq è stata estremamente costosa rispetto al suo ritorno sugli investimenti. Non dovrebbe essere riprodotta.
Dopo che la Turchia e la Francia hanno cercato di impelagare gli Stati Uniti in un vasto bombardamento della Siria, mettendo in scena la crisi chimica dell'estate 2013, la Casa Bianca e il Pentagono hanno deciso di riprendere il bandolo della matassa. Nel gennaio del 2014, hanno convocato una riunione segreta del Congresso al quale è stata fatta votare una legge segreta che approva un piano di divisione dell'Iraq in tre parti nonché la secessione della regione curda della Siria. Per far questo, hanno deciso di finanziare e armare un gruppo jihadista in grado di realizzare ciò che il diritto internazionale proibisce all'esercito statunitense: una pulizia etnica.
Barack Obama ei suoi armati non stanno prendendo in considerazione il rimodellamento del "Medio Oriente allargato" come un obiettivo in sé, ma solo come un mezzo per controllare le risorse naturali. Usano un concetto classico, divide et impera, non per creare posizioni di re e presidenti in nuovi Stati, ma per continuare la politica degli Stati Uniti in vigore dai tempi di Jimmy Carter.
Nel suo discorso sullo stato dell'Unione del 23 gennaio 1980, il Presidente Carter sanciva la dottrina che porta il suo nome: Washington ritiene che gli idrocarburi del Golfo siano indispensabili alla sua economia e gli appartengono. Pertanto, qualsiasi rimessa in causa da parte di chiunque, in virtù di questo assioma, sarà considerata «un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e un tale attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Nel corso del tempo, Washington si è dotata dello strumento di questa politica, il CentCom, e ha esteso la sua zona riservata al Corno d'Africa.
Pertanto, l'attuale campagna di bombardamenti della Coalizione non ha più alcun rapporto con l'obiettivo iniziale di rovesciare la Repubblica araba siriana. Non ha rapporto alcuno con la sua vetrina di "guerra al terrorismo". Essa punta esclusivamente a difendere gli interessi economici dei soli Stati Uniti, se necessario con la creazione di nuovi Stati, ma non necessariamente.
Allo stato attuale, il Pentagono è simbolicamente aiutato da qualche aereo saudita e qatariota, ma non dalla Francia né dalla Turchia. Rivendica esso stesso di aver condotto più di 4.000 sortite, ma di aver ucciso soltanto poco più di 300 combattenti dell'Emirato islamico. Se ci atteniamo al discorso ufficiale, ne risulta che per uccidere un solo jihadista occorrono più di 13 missioni aeree e un numero imprecisato di bombe e missili. Si tratterebbe perciò della campagna aerea più costosa e più inefficiente della Storia. Ma se si considera il ragionamento precedente, l'attacco di Daesh contro l'Iraq corrisponde a una manipolazione dei prezzi del petrolio che li ha fatti cadere da 115 dollari al barile a 83 dollari, ossia un calo di quasi il 25%. Nouri al-Maliki, il primo ministro iracheno legittimamente eletto, che vendeva la metà del suo petrolio alla Cina, è stato subitaneamente stigmatizzato e rovesciato. Daesh e il governo regionale del Kurdistan iracheno hanno ridotto essi stessi il loro furto di petrolio e l'esportazione di circa il 70%. L'insieme degli impianti petroliferi utilizzati dalle aziende cinesi sono stati puramente e semplicemente distrutti. Di fatto, il petrolio iracheno e il petrolio siriano sono sfuggiti agli acquirenti cinesi e sono stati reintegrati nel mercato internazionale controllato dagli Stati Uniti.
In definitiva, questa campagna aerea è un'applicazione diretta della "Dottrina Carter" e un monito al presidente Xi Jinping che tenta di concludere, qua e là, dei contratti bilaterali di fornitura di idrocarburi per il suo paese, senza passare per il mercato internazionale.

Anticipare il Futuro
Da questa analisi possiamo concludere che:
- Nel periodo attuale, gli Stati Uniti sono disposti a condurre una guerra solo per difendere il loro interesse strategico a controllare il mercato internazionale del petrolio. Di conseguenza, possono andare in guerra contro la Cina, ma non contro la Russia.
- La Francia e la Turchia non saranno mai in grado di realizzare i loro sogni di ricolonizzazione. La Francia dovrebbe riflettere al ruolo che l’AfriCom le ha assegnato sul continente nero. Essa può continuare a intervenire in tutti gli stati che tentano di avvicinarsi alla Cina (Costa d'Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana) e riportare l'ordine "occidentale", ma non sarà mai in grado di ripristinare il suo impero coloniale. La Turchia dovrebbe ugualmente abbassare i toni. Anche se il presidente Erdoğan riesce a fare un'alleanza contro natura tra i Fratelli Musulmani e gli ufficiali kemalisti, dovrebbe abbandonare le sue ambizioni neo-ottomane. Soprattutto, dovrebbe ricordarsi che finché è un membro della NATO, il suo paese è più di ogni altro suscettibile d'essere la vittima di un colpo di Stato filo-statunitense, così come lo sono stati prima di lui il greco Georgios Papandreou e il turco Bülent Ecevit.
- L'Arabia Saudita e il Qatar non saranno mai rimborsati dei miliardi che hanno investito a fondo perduto per rovesciare la Repubblica araba siriana. Peggio ancora, è probabile che dovranno pagare per una parte della ricostruzione. La famiglia Saud dovrebbe continuare a soddisfare gli interessi economici statunitensi, ma evitare di perseguire guerre di grande ampiezza e considerare che - in qualsiasi momento - Washington può decidere di partizionare la loro proprietà privata, l'Arabia Saudita.
- Israele può sperare di continuare a giocare sotto il tavolo per provocare nel medio termine l'effettiva divisione dell'Iraq in tre parti. Otterrebbe così un Kurdistan iracheno paragonabile al Sud Sudan che è stato già creato. È tuttavia improbabile che possa collegarvi immediatamente il Nord della Siria. Allo stesso modo, è improbabile che possa spodestare la missione UNIFIL nel Libano meridionale e sostituirla con Al-Qa'ida come ha fatto con la missione UNDOF alla frontiera siriana. Ma in 66 anni Israele ha preso l'abitudine di osare molto spesso per ottenere ogni volta qualcosa in più. In realtà è l'unico vincitore in questa guerra contro la Siria e all'interno della Coalizione. Non solo ha indebolito il suo vicino siriano per lunghi anni, ma è riuscito a costringerlo ad abbandonare il suo arsenale chimico. Così è oggi l'unico Stato al mondo a disporre ufficialmente sia di un arsenale nucleare sofisticato, sia un arsenale chimico e biologico.
- L'Iraq è di fatto diviso in tre Stati separati di cui uno, il Califfato, non potrà mai essere riconosciuto dalla Comunità internazionale. Inizialmente, non vediamo che cosa impedirebbe la secessione del Kurdistan, se non la difficoltà di spiegare per quale incanto abbia aumentato il suo territorio del 40% in rapporto alla sua definizione amministrativa, compresi i campi petroliferi di Kirkuk. Il Califfato dovrebbe gradualmente lasciare il posto a uno Stato sunnita, probabilmente governato da uomini che hanno ufficialmente "lasciato" Daesh, ma in maniera meno crudele. Si tratterebbe in tal caso di un processo paragonabile a quello della Libia, dove sono stati collocati al potere veterani di Al-Qa'ida senza sollevare la minima protesta.
- La Siria gradualmente ritroverà la pace e si concentrerà sulla sua lunga ricostruzione. Si rivolgerà allo scopo alle imprese cinesi, ma terrà Pechino lontano dai suoi idrocarburi. Per ricostruire la sua industria petrolifera e per sfruttare le sue riserve di gas, si rivolgerà a imprese russe. La questione dei gasdotti che la attraverseranno dipenderà dai suoi sostegni iraniano e russo.
- Il Libano continuerà a vivere sotto la minaccia di Daesh ma mai l'organizzazione avrà un ruolo diverso da quello dei terroristi. Gli jihadisti saranno solo un mezzo per congelare un po' di più il funzionamento politico di un paese che affonda nell'anarchia.
- Infine, la Russia e la Cina dovrebbero urgentemente intervenire contro Daesh, in Iraq, in Siria e in Libano, non tanto per compassione per le popolazioni locali, quanto perché questo strumento sarà presto utilizzato contro di loro dagli Stati Uniti. Già ora, se Daesh è controllata dal principe saudita Abdul Rahman, che finanza, e dal califfo Ibrahim, che dirige le operazioni, i suoi ufficiali principali sono georgiani, tutti membri dei servizi segreti militari, e talvolta cinesi turcofoni. Inoltre, il ministro della difesa georgiano ha ammesso, prima di smentirsi, di aver ospitato campi di addestramento per jihadisti. Se Mosca e Pechino esitano, dovranno affrontare Daesh nel Caucaso, nella valle di Ferghana, e nello Xinjiang.


NOTE:
[1] «Rivoluzione pacifica» significa qui che non si farà del male ai sunniti.
[2] All'inizio della guerra, Hezbollah non era presente in Siria, ma la Siria ha sostenuto militarmente Hezbollah nella sua lotta contro l'aggressore israeliano. Non si trattava quindi di mettere Hezbollah fuori dalla Siria, ma di smettere di sostenere la Resistenza.


Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano"Al-Watan"(Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su"Information Clearing House", in francese sul "Réseau Voltaire".
Thierry Meyssan, 19 ottobre 2014.
Traduzione per Megachip a cura di Matzu Yagi.


18 settembre 2014

L'equivoco equinodotto dell'ISIS


di Matzu Yagi e Gengis Kant.
da Megachip.
Gli esperti dicono che l'Emirato Islamico dell’Isis è finanziariamente autonomo anche perché guadagna circa 2 milioni di dollari al giorno dalla vendita del petrolio estratto nei territori che occupa, in luoghi dove fino a poco tempo fa prosperavano colossi come la francese Total e l’anglo-olandese Shell. Ma due milioni di dollari corrispondono a più di 20.000 barili al giorno e il barile contiene circa 160 litri. Cioè l'Isis consegna a qualcuno 2800 tonnellate di petrolio, tutti i giorni.
E come fa?
Non lo vedono dai satelliti chi si viene a prendere 2800 tonnellate di roba, quotidianamente? E da dove viene questo qualcuno? Anche questo non si nota, visto che ad occhio dovrebbero essere circa 130 camion cisterna?
Cioè i satelliti non vedono colonne di 130 autocisterne che tutti i giorni fanno avanti ed indietro dai territori dell'Isis? Era dai tempi del film Duel di Steven Spielberg che non si vedeva un’autocisterna così demoniaca, e ora ce ne sono addirittura centotrenta e nessuno le nota, nessuno le bombarda?
Siete già sbalorditi? La raccontano ancora più grossa. Molto di più. Queste cifre potreste moltiplicarle addirittura per tre, perché il prezzo del petrolio di contrabbando sarebbe addirittura meno di un terzo rispetto alle quotazioni ufficiali: per fare 2 milioni al giorno dovete moltiplicare i barili, che potrebbero arrivare addirittura a 100mila al giorno, superando le 10mila tonnellate, cioè quanto la produzione giornaliera di un paese esportatore come il Sudan.
E gli onniscienti satelliti non vedono neanche in quale porto attracchino le navi che vanno a contrabbandare tutta quella roba? Chi è il direttore della logistica, il mago Silvan? Sim sala bin... (alias Bandar bin Sultan bin Abdulaziz Al Saud).

Certo, il Wall Street Journal dice che il traffico avviene su zattere che seguono la corrente del fiume Oronte, nonché su contenitori caricati sul dorso di muli e asini furbissimi che evitano i doganieri turchi perché percorrono mulattiere poco battute. Uno sconfinato formicaio equino capace di coprire lunghe distanze. Quanti muli ci vogliono per trasportare migliaia di tonnellate? La Saipem e tutti i costruttori di oleodotti hanno dunque sbagliato tutto. Perché sprecare tanta siderurgia per costruire complicate pipelines su tragitti di migliaia di chilometri? Bastava avere fieno sufficiente, equini pazienti (anche nelle redazioni), e avremmo distribuito tutti gli idrocarburi del mondo.
Ecco, è davvero il caso di metter su una coalizione di 40 paesi per andare a scoprire questo fitto e irrisolvibile mistero che sfida ogni legge dell’ottica e della fisica.

17 luglio 2012

Intervista alla radio iraniana: l'embargo va contro i nostri interessi

Ho rilasciato un'intervista a Radio Italia, dell'emittente iraniana IRIB, che mi ha chiesto alcuni commenti sull'embargo petrolifero a carico dell'Iran.
"L'embargo pertrolifero all’Iran è una decisione presa dai paesi europei in conformità ai desideri degli Stati Uniti. Si tratta di una delle tanti manifestazioni di questi anni del fatto che l’Europa avrebbe potuto avere una sua posizione autonoma più vicina ai propri interessi e anche all’interesse generale della pace e invece ha assecondato decisioni che hanno ragioni lontane - anzi, lontanissime - dai propri interessi ...".

È disponibile attraverso il link sottostante l'audio integrale dell'intervista




Link: http://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/110314-pino-cabras-all%E2%80%99irib-decisione-di-ue-su-embargo-a-iran-ha-ragioni-lontane-da-propri-interessi.