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16 luglio 2017

Vladimir Putin: “Seduti sulle nostre teste a masticare chewing-gum”

PANDORATV.it


Tratto da pandoratv.it/?p=17522.

Al recente Forum Economico di San Pietroburgo, Megyn Kelly, la nuova star della NBC americana, portata via a suon di milioni dalla FOX, è stata mandata ad intervistare Putin, con il preciso compito di “fargli fare una brutta figura” davanti alle telecamere. Ecco il risultato. [Sintesi]
A cura di Massimo Mazzucco.

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21 marzo 2017

Il MES ormai dietro l'angolo

di Alberto Micalizzi.


Due giorni fa il Sole24Ore ha riportato la notizia che Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno inviato una lettera al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla BCE per richiedere l’applicazione della ricapitalizzazione preventiva, già applicata lo scorso Dicembre al Monte dei Paschi (“Popolare Vicenza e Veneto Banca chiedono l’aiuto di Stato”).
Si tratta della forma più morbida di gestione di una crisi bancaria, applicabile solo a certe condizioni, senza le quali occorre procedere con il Bail-in. La ricapitalizzazione preventiva è stata introdotta dalla stessa direttiva europea che regolamenta il Bail-in ed è finalizzata alla ricostituzione del capitale della banca. In particolare, si basa sull’intervento dello Stato prima che la situazione diventi critica tant’è che per potervi accedere la banca deve essere solvibile, criterio tutt’altro che oggettivo. Lo Stato italiano, in questo caso, può intervenire direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Con la ricapitalizzazione preventiva l’onere del salvataggio ricade dunque sugli azionisti, che vengono diluiti, sugli obbligazionisti subordinati e certamente sulla collettività ma non sui correntisti.
Nel caso di Popolare Vicenza e Veneto Banca si parla di una necessità di ricapitalizzazione fino a €5 miliardi. Ciò dipenderà anche dall’esito del progetto di fusione che le due banche stanno studiando, che però è ostacolato sia dalla BCE che dall’agenzia di rating Fitch, a processo a Trani per manipolazione di mercato, che lo scorso Venerdì ha tagliato il rating della Popolare di Vicenza.
Laddove la banca non sia ritenuta solvibile, si dovrebbe optare per la forma di salvataggio più drastica, quella del Bail-in, che espande il perimetro di inclusione dei soggetti che contribuiscono alle perdite, arrivando a toccare i correntisti con depositi maggiori di €100.000, oltre naturalmente agli azionisti e a tutti gli obbligazionisti della banca.
Ma cosa succede se lo Stato non avesse i mezzi necessari per intervenire, né per una ricapitalizzazione preventiva né per un Bail-in? Si aprirebbe la terza via, quella del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Avevo ammonito circa questo rischio durante l’intervista a Pandora TV del Gennaio 2017 (“L’intrigo Politico del MES – Parte 2”) nella quale facevo notare che sinora il MES ha eseguito 5 interventi su Stati dell’Eurozona ma mai interventi diretti su banche, che sono tuttavia ampiamente previsti dal regolamento istitutivo il MES.
Rimandando al mio articolo introduttivo sul MES (“Pronto il MES per commissariarci: alzare gli scudi – Parte 1) mi limito qui a ricordare che il MES non è un “meccanismo” ma un vero e proprio fondo che ha la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello FMI) embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ma interviene prestando denari ai Paesi sottoscrittori a fronte dell’accettazione di programmi di governo prestabiliti. In poche parole, a fronte del commissariamento del Paese richiedente.
Se leggiamo i criteri di ammissibilità al programma MES che riguardano specificamente le banche, apprendiamo che uno Stato può accedere al MES a 3 condizioni: i) non essere in grado di gestire la situazione con risorse dei privati; ii) non essere in grado di intervenire con finanze pubbliche senza compromettere la stabilità finanziaria; iii) la banca deve essere di rilevanza sistemica o porre rischi alla stabilità finanziaria dell’area Euro.
Ove ricorrano queste condizioni, lo Stato italiano dovrà impegnarsi ad applicare un programma di riforme stabilito dal MES che riguardano misure di taglio alla spesa pubblica, privatizzazione e incremento di imposte e tasse, oltre a riforme a favore della ricapitalizzazione del settore bancario (tradotto letteralmente dal sito del MES).
Qual è la probabilità che si finisca nella rete del MES? Direi piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione.
A ciò aggiungerei i circa €330 miliardi di crediti incagliati nei bilanci delle banche italiane, iscritti mediamente al 41% del valore nominale, che con elevata probabilità saranno ceduti a prezzi inferiori ai valori di bilancio, generando ulteriori ammanchi di capitale che richiederanno ulteriori interventi di ricapitalizzazione (vedi mio articolo Si orchestra la svendita di 330 miliardi di crediti bancari: bad bank/good profit”).
D’ora in avanti, se non mettiamo mano seriamente e rapidamente ad un piano urgente di rilancio dell’economia, dovremo abituarci a convivere con il MES benché, a pensarci bene, qualcuno dirà che non sarà poi così traumatico dato che con governi non eletti che stanno distruggendo l’economia nazionale abbiamo a che fare ormai da anni.
Non abbiamo però molto tempo. Dobbiamo aprire subito una fase di transizione basata su un piano giuridico ed economico attuabile in breve tempo (vedi mio articoloLe basi economiche di un New Deal italiano”) e soprattutto occorre: 1) convertire la Cassa Depositi e Prestiti in una vera banca pubblica, visto che è essenziale per il salvataggio delle banche commerciali; ed 2) istituire una bad bank pubblica per le sofferenze bancarie gestita dal Tesoro, visto che è comunque lo Stato a dover intervenire sul capitale delle banche. Solo così potremo schivare il MES e ridare fiato ad un’azione più ampia di ricostruzione di sovranità politica ed economica.


6 luglio 2015

E' caduto il mulo di Berlino


di Pino Cabras.
da Megachip.

In Europa ritorna, ricaricata dai greci di oggi, un'antica parola dei greci di ieri: politica. La parola va a braccetto con un'altra parola plurimillenaria, pure greca: democrazia. Con la squillante vittoria del NO nel referendum greco anti-austerity del 5 luglio 2015, si apre infatti per i popoli europei un mondo di possibilità politiche che gli oligarchi non avevano preso in considerazione. Ma non solo loro. Anche fra coloro che combattono gli oligarchi in troppi avevano perso fiducia nelle possibilità della politica, fino a non capire la portata dirompente del referendum: accusavano Tsipras di essere una specie di Ponzio Pilato, e pensavano che il voto delle elezioni parlamentari di gennaio bastasse al governo per tutte le drammatiche decisioni che doveva affrontare mentre l'Europa gli muoveva guerra, senza rimettere le decisioni al popolo.
C'è invece una grandissima differenza fra il voto del 25 gennaio e quello storico del 5 luglio. A gennaio Syriza raccoglieva il 36 per cento dei voti espressi, che a loro volta erano il 64 per cento del corpo elettorale. Il premio della legge elettorale e l'alleanza con il partito Anel, un altro 5 per cento, consentivano di governare, ma in un contesto di sfiducia nel sistema politico, simile alla disaffezione che colpisce ovunque in Europa i sistemi politici.
Il referendum di luglio ha sollevato l'affluenza e ha chiarito in modo molto solenne che quasi due votanti su tre non sono più disposti ad accettare le vessazioni degli usurai internazionali protetti dall'Europa finanziaria a trazione tedesca. È un NO più forte della paura del salto nel buio, più potente dei bancomat a singhiozzo, più travolgente dei media che hanno inondato i greci e gli europei tutti di una valanga di bugie, come solo in occasione di guerre succede. I nove giorni che sconvolsero l'Europa – quanti appena ne sono passati tra l'annuncio di Tsipras e il giorno del referendum – sono bastati a far cadere tutte le maschere e gli equivoci che occultavano il vero volto delle istituzioni europee nemiche dei popoli. Se i popoli si sollevano, le oligarchie perdono: una verità semplice semplice che spaventa più di tutto i potenti, che infatti reagiscono facendo parlare tutti gli spara-balle del loro arsenale, dai gazzettieri più infami fino ai maggiordomi miracolati come Renzi.
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[A proposito dello scendiletto della Merkel, confrontatelo ora con Tsipras. Il tempo è galantuomo, a volte. Ha ingannato un po' di militanti e militonti con la veste del Rottamatore e gli hashtag del #cambiaverso. Oggi è nudo, con le sue leggi reazionarie e i suoi conservatorismi, tanto da rivelarsi in pieno per quello che è: un manovratore di bassa levatura politica, senza legittimazione popolare misurabile. Un tappo che ostruisce il corso della politica e della democrazia, e comincia anche a fare errori grossolani di valutazione mentre il mondo che lo sostiene rischia di franare rovinosamente].
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Ora si apre una fase in cui l'oligarchia degli eurocrati combatterà una battaglia feroce per sopravvivere. Come nota Pier Luigi Fagan, «il nucleo PPE-socialisti mai concederà nulla ad un rappresentante dell'area critico-scettica perché altrimenti Podemos, Grillo, la Lega, la Le Pen...»
Faranno quindi la guardia a un sistema anelastico, rigidissimo, scaricando tensioni sull'intero Continente. Ma perderanno definitivamente la credibilità residua del loro vecchio inganno spacciato per “sogno europeo”. I più anelastici di tutti, a Berlino, già dichiarano per bocca del ministro delle finanze Sigmar Gabriel che «con il no la Grecia ha bruciato i ponti con l'Europa, non ci sarà un altro piano d'aiuti» (ossia i finanziamenti che in realtà aiutano le banche tedesche e spremono i greci). Testardo come un mulo, questo Gabriel. Il mulo di Berlino.
Il dramma in corso nelle segrete stanze berlinesi è definito da Giuseppe Masala come il dilemma della Prigioniera Angela.
«- Se dice sì a Varoufakis, allora regala la Spagna a Podemos, il Portogallo ai comunisti e l'Italia a Grillo.
- Se gli dice no, allora fa schiantare la moneta unica, l'Italia, la Spagna e il Portogallo (ed altri).
Risultato finale: sia che dica sì, sia che dica no, distrugge la moneta unica e l'egemonia tedesca in Europa.»
Uno scenario simile è descritto anche da Marcello Foa, che aggiunge una terza opzione, quella di un imperio totalitario che si spoglia pienamente di ogni parvenza democratica. Ma anche questa opzione significa la fine dell'Europa istituzionale che conosciamo.

Insomma, grazie al referendum greco siamo giunti al dunque di un grande nodo geopolitico, che si intreccia con altre tensioni europee: non si deve dimenticare che la NATO (ossia gli USA) ha acceso tanti focolai – su tutti l'Ucraina - per impedire all'Europa di fare accordi strategici convenienti con la Russia e altre potenze e legarla così a un futuro di subalternità alla potenza nordamericana in declino, dovesse costare anche l'ascesa di movimenti nazisti. Interverranno altri attori in una scena che cambierà rapidamente già nel corso di questi mesi.
La nuova leva dirigente greca ha dimostrato che con il coraggio e il primato della politica si può mettere di nuovo il peso dei popoli nel corso degli eventi. Le sponde sensibili non mancano, in seno ai popoli, e perfino presso tante cattedre che esprimono idee in grado di buttare nella pattumiera decenni di neoliberismo. Si pensi ad esempio al peso che può avere l'enciclica di questo papa. Sarebbe uno spreco immane non cercare tutte queste voci, ora che è tornata la politica.



9 dicembre 2011

Il Rigor Montis non è la soluzione



Per il debito ci sono alternative, e servono subito! Alcuni esempi.



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10 novembre 2011

Monti, siamo pronti

di Pino Cabras – da Megachip.


Il vero potere ha gettato la maschera e le ultime vestigia della semi-sovranità italiana sono state demolite, nell’annus horribilis della nostra Repubblica, dopo che anche la guerra di Libia aveva svelato la disfatta di ogni autonomia nazionale. Nessuna urgenza economica al mondo può giustificare un peggioramento così repentino degli interessi del debito - oltre la soglia del non ritorno, oltre le convenzioni del default tecnico - come quello del 9 novembre 2011.
Solo un concorso di volontà decise a imprimere una svolta rivoluzionaria poteva scatenare un attacco di questa portata, micidiale quanto un colpo di stato.
A suggello di un giorno trionfale per la sovversione dall’alto decisa a livello di classi dominanti globali, il Presidente della Repubblica ha nominato senatore a vita Mario Monti, il tecnocrate italiano più organico all’élite planetaria, un vero cardinale del pensiero unico economico, uno dei padri nobili del feroce disastro sociale di questi anni, il babbo insensibile di tutti i precari, il fratello coltello di tutti i pensionati. L’uomo di Rockefeller e della Goldman Sachs, della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg.
Queste sue affiliazioni sono fuori dai radar dei grandi media, persino ora che viene visto come Presidente del Consiglio in pectore, eppure sono il tratto vero del personaggio, in tutta la sua caratura internazionale. Il centrosinistra italiano ovviamente non ne parlerà, perché sulle questioni internazionali non decide, si fa decidere. Politica estera e politica monetaria, per loro, sono una sorta di entità data, che si riceve e non si discute. Fra i 100 punti del "Wiki-PD" di Matteo Renzi, per esempio, solo due o tre parlano di questioni internazionali, e solo vaghissimamente, mentre nessuno parla di moneta. Renzi è in buona compagnia. Tutte le classi dirigenti italiane sono inserite in un gioco di potere sub-dominante nel quale accettano un ruolo declinante dell’Italia: decidano altri. Il nucleo cesaristico della sovranità ha il baricentro in altre capitali, e lo avrà sempre di più: aiuterà a spolpare meglio e in pochi anni ricchezze costruite in generazioni.
Il Caimandrillo fu una volta definito dal suo medico “tecnicamente immortale”. Possiamo dire, politicamente, che è “tecnicamente morto”. Morendo politicamente lui, muore la cosiddetta Seconda Repubblica. La Terza Repubblica è già qui, e vuole scongelare tutto quello che è stato assurdamente paralizzato dalla lunghissima gelata berlusconiana. Monti sarà sostenuto da una squadra di curatori fallimentari del Sistema Italia che passeranno la ruspa sul tenore di vita di milioni di persone. Italia avrà il volto di Equitalia.
Così come nessuno, pur sapendosi mortale, crede fino in fondo e “davvero” alla propria inevitabile dipartita, allo stesso modo milioni di italiani, pur presi da certi inequivocabili presagi, non pensano che accadrà “davvero” anche da noi un’altra Grecia, così come fra chi sorseggiava un caffè turco nei locali di Sarajevo, nell’aprile 1992, nessuno accettava che i suoni di cannone che si udivano nelle vicinanze potessero “davvero” portare alla guerra, che invece puntualmente arrivò.
Non sono solo metafore. Sto parlando, per ognuno dei casi citati, della sottovalutazione esiziale degli effetti indotti da un crollo di sovranità, che si accentua in presenza di classi dirigenti inette e asservite a interessi lontani. Nessuna illusione su Giorgio Napolitano (anche se tanti agnelli sacrificali ne coltivano ancora). Niente illusioni su Mario Monti (anche se vorranno vendercele). Esattamente due anni fa in un articolo che – a rileggerlo – suona ancora tremendamente attuale, cercai di avvertire che la fine del Caimandrillo avrebbe palesato dolorosamente l’inservibilità di un’intera classe dirigente, tanto più davanti a una crisi economica sistemica come quella che si annunciava.
Dobbiamo costruire una classe dirigente alternativa. Dapprima in forma di un fronte sociale che difenda accanitamente ogni bene dalla rapina della tecnofinanza e rimetta in discussione l’attuale debito. Poi in forma di progetto politico consapevole di vivere in tempi rivoluzionari e inteso a conquistare sovranità in capo al popolo italiano. Siamo pronti o siamo Monti? Siamo pronti o siamo tonti? Stiamo pronti, o siamo morti. Stiamo pronti, che siamo molti.

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20 marzo 2011

La fine della sovranità italiana

di Pino Cabras, da Megachip.info.


Trovarsi in guerra senza nemmeno sapere perché. Questo ormai tocca in sorte a milioni di persone, milioni di telespettatori che prima assistevano ai salamelecchi pro Gheddafi e ora vedono le immagini dell’attacco militare occidentale, poi vedranno una guerra ancora più grande e catastrofica. Era un’altra musica nell’ottobre 2008, quando Giulio Andreotti, Nicola Latorre, Vittorio Sgarbi e Beppe Pisanu erano al cospetto del Colonnello con la loro brava fascia verde e il cappello bipartisan in mano, grati per il fresco impegno libico che salvava la banca Unicredit dal disastro innescato dagli scricchiolii finanziari dell’Impero in crisi. La spola di politici italiani per Tripoli era continuata per anni, sotto l’occhio benevolo di Re Bunga Bunga. Ma ora hanno tutti votato per la guerra. Perché?

Escludiamo i motivi umanitari. Nicolas Sarkozy solo pochi mesi fa offriva aiuti militari a Ben Alì per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina. David Cameron e Barack Obama non hanno mica bombardato i carri armati del re del Barhein, che invece continua a sparare sulla gente che protesta, mentre l’Onu dorme. Zapatero e Berlusconi non hanno offerto le loro basi per imporre un’urgente No Fly Zone sopra il cielo di Gaza mentre Israele bruciava la popolazione civile con il fosforo bianco e le bombe Dime. Piero Fassino, responsabile esteri del Pd, durante la strage di Gaza, esprimeva solidarietà a Israele. Nessuno convoca il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per ordinare lo stop ai droni di Obama che un giorno sì e l’altro pure fanno strage fra i civili in Pakistan. Gli esempi diventerebbero decine, a cercarli, ma la facciamo breve: le guerre non sono mai mosse da motivi umanitari. Le guerre “umanitarie” sono così umanitarie che bombardano gli ospedali, sempre. Stavolta persino dal primo giorno. I moventi, se non siamo gazzettieri a rimorchio delle bugie del potere, li dobbiamo cercare altrove. Suggerisco in proposito l’interessante lettura geopolitica offerta da Piero Pagliani, che racconta bene il ruolo cruciale della strategia africana degli Usa.

Perché l’Italia ha dunque scelto la guerra?

La Storia a volte si presenta con il volto dell’ironia e del paradosso delle date. Proprio appena passata la festa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ossia un giorno che dovrebbe esaltare la sovranità nazionale, abbiamo fatto vedere al mondo che viceversa siamo definitivamente un paese senza sovranità, senza più i distinguo del passato, né le navigazioni ambigue democristiane, le fiammate di autonomia di certe nostre aziende, le impuntature di certi nostri apparati. Senza più la guardinga sottomissione atlantica di un tempo, quando si battevano lo stesso anche le strade sgradite a Washington, Londra e Parigi, in nome di interessi da non liquidare: in nome cioè di una sovranità limitata ma non azzerata. L’attacco alla sovranità della Libia coincide con la fine della sovranità italiana. Due piccioni con una fava, con la desolante complicità del sistema politico, dal Quirinale ai peones di Montecitorio, fino alle redazioni, con qualche spaesata eccezione.

Quali pressioni sono intervenute per spingere questa classe dirigente a non far più valere un trattato di fresca firma come quello fra Italia e Libia? Si tratta di pressioni enormi, in tutta evidenza. L’Italia ha rinunciato di colpo a ogni sua politica autonoma nel Mediterraneo, l’unico suo spazio agibile, e in campi cruciali: l’energia, l’immigrazione, l’influenza geopolitica. Prosegue (anzi, precipita) la linea di ritirata della nostra sovranità economica, lungo quello stesso tracciato che negli anni Novanta ha portato alle privatizzazioni selvagge e al vistoso declino della posizione italiana nella divisione internazionale del lavoro. Per entrare in Libia dovremo chiedere permesso ad altri soggetti.

Nel 1998, quando cadde il primo governo Prodi, il governo D’Alema si formò grazie a massicci via vai di deputati e senatori (da Cossiga a Cossutta), che spaccavano e ricomponevano i gruppi parlamentari: insieme garantirono agli Usa la stabilità di governo indispensabile per usare in tutta tranquillità le basi militari da cui partivano gli aerei anche italiani che pochi mesi dopo bombardarono la Jugoslavia. È un precedente che ci permette di leggere quanto è avvenuto recentissimamente. Non credo che il rientro sfacciato e perfino precipitoso nel Pdl da parte di decine di parlamentari che lo avevano abbandonato per il nuovo partito di Gianfranco Fini sia stato tutto frutto di una compravendita. È più probabile che molti siano stati soggetti a un contrordine, qualcosa che – superata la stoffa dei loro cappucci – dev’essere suonata più o meno così: “Non è più il momento di far cadere il governo, stiamo per fare una guerra in Libia; Silvio, che pure manderemo via, ora ci serve, e sarà ben contento di tirare a campare ancora, non è mica uomo di principio; fate la vostra parte”. E quelli hanno ottemperato alle loro Obbedienze. È gente con molto pelo sullo stomaco: al Caimandrillo concedono le acrobazie giudiziarie più indecenti; lui, in cambio, concede loro la guerra che piace colà dove si puote ciò che si vuole.

E mentre nel 1999 Cossutta faceva sì che in piazza non si facessero troppe manifestazioni contro la guerra, oggi non c’è più nemmeno bisogno di pompieri. La capacità di comprensione della situazione internazionale dell’elettorato di opposizione è stata nel frattempo desertificata. I partiti che ancora prendono i voti di questa opposizione sono invece seduti alla tavola di chi si è mangiato persino le vestigia della sovranità nazionale. Un Paese così decapitato sarà più esposto alle tragedie di una transizione geopolitica che si presentava già difficilissima.