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27 gennaio 2018

Stati Uniti d'Europa? Pura demagogia

di Pino Cabras.
da Megachip.


Fra tutte le fughe in avanti di questa campagna elettorale ce n’è una che mi scandalizza ancor più delle mirabolanti promesse di tipo economico: i fantomatici Stati Uniti d’Europa, evocati dall’ultraliberista Bonino, dal PD e perfino dal sindaco di Cagliari, Zedda. 
Evocano gli Stati Uniti d’Europa senza un solo cenno di autocritica per l’eurocrazia dittatoriale che impone un’austerity feroce, senza un’analisi dei disastri di questi anni e delle loro cause, senza un ripensamento onesto della questione europea in relazione alla vita reale dei popoli europei.
Vogliono dare per scontato che sia cosa naturalissima il ricomprendere sotto un unico ordinamento giuridico sovraordinato il Portogallo e l'Estonia, la Sardegna e la Pomerania, classi dirigenti che celebrano la sconfitta del nazismo e governi che la piangono come una tragedia. Rimuovono l’enorme problema geopolitico generato dall’allargamento a Est della UE e della NATO, non hanno nulla da dire sulle guerre che le istituzioni europee reali hanno causato alleandosi al jihadismo in Medio Oriente e in Nord Africa. Neanche un barlume di autocritica sulla russofobia che inquina il discorso pubblico dominante e mette in pericolo la sicurezza collettiva del continente e del mondo intero.
Non dicono nulla sul grado di subordinazione dei maggiordomi europei agli Stati Uniti già esistenti, quelli d’America, in termini di forze armate, intelligence, regole commerciali e finanziarie tutte a nostro sfavore.
Esaltano l’Euro come una fantastica conquista e usano semplificazioni puerili per rimuovere le critiche.
Naturalmente chi vuole mettere in discussione questa corsa distruttiva viene stigmatizzato come “populista”. Eppure, proprio quelli che usano lo slogan vuoto degli Stati Uniti d’Europa, proprio loro, fanno un uso sfrontato della demagogia, dell’ideologia come falsa coscienza. Tentano una cinica distrazione dei popoli europei dai loro problemi fantasticando una destinazione lontana, vaga e irraggiungibile, perché non sanno risolvere i problemi immediati che essi stessi hanno creato.
L'Europa andrà ripensata senza fughe in avanti e raccontandoci molte verità sui limiti dell'Europeismo Reale, molto diverso dall'europeismo vagheggiato.


12 dicembre 2017

Criptovalute, monete fuori dal controllo della borghesia



«Nulla è meno materiale del denaro, giacché qualsiasi moneta…è, a rigore, un repertorio di futuri possibili. Il denaro è astratto, ripetei, il denaro è futuro…una moneta simboleggia il libero arbitrio...»
Jorge Luis Borges

«Quello che sta avvenendo, ma sul nulla, perché dietro non c'è attività reale che ne giustifichi il valore, né un autorità che li protegga. Lo ripeto, vivono perché i possessori lo vogliono e altri lo consentono»
Paolo Savona.

di Giuseppe Masala.
da Megachip.

Chi è l'economista e chi è il somaro? Chi ha capito cos'è una moneta e chi parla di moneta da una vita senza sapere di cosa si tratta? Pazzesco. Ma l’epoca delle criptovalute aiuta se non altro a far cadere molti veli.
Non chiedete dunque agli economisti cos’è la moneta, non lo sanno (tranne rare eccezioni come Augusto Graziani, John Keynes, Karl Marx e Joseph Schumpeter).
Se volete sapere cos'è una moneta andate da un filosofo e da un semiologo. In alternativa si può sempre leggere lo Zahir di Jorge Luis Borges. Oh, quanto si sarebbe divertito Borges nel leggere di questa moneta anarchica e nascosta dentro un involucro di equazioni matematiche che vaga nel cyberspazio! Il divino labirinto degli effetti e delle cause. Anzi, il criptolabirinto.
Che tristezza gli economisti, ridotti a corifei di un Potere rantolante. Ma andiamo con ordine.

Ora vi spiego un po' a cosa servono (politicamente) le criptomonete.
Per decenni gli instancabili cantori del capitalismo ci hanno inculcato l'idea che bisogna difendere l'indipendenza delle banche centrali “dall'interferenza della politica”. Locuzione che può e deve essere vista come “vietare il controllo democratico (degli organi eletti democraticamente) sulle banche centrali”. Bene, ora si possono dire le cose come stanno. Non vi è alcuna interferenza degli organi democraticamente eletti sulla politica monetaria attuata dalle banche centrali ma vi è l'esatto opposto: vi è l'interferenza del potere autocratico, incontrollato e incontrollabile, delle banche centrali sugli organi costituzionali democraticamente eletti.
Il caso più plateale riguarda proprio l'Italia. Nel 2011, la Banca Centrale Europea, ha dettato l'agenda della politica economica agli organi costituzionali italiani. Non c’è alcuna norma dei Trattati europei che dia questo potere alla BCE. Si tratta di una gravissima interferenza che peraltro ha chiesto lacrime e sangue al popolo italiano, tra cui una riforma delle pensioni di ferocia belluina (diventata legge sotto il governo Monti e conosciuta come “Legge Fornero”). Non solo, hanno preteso che fosse inserito in Costituzione il pareggio di bilancio, scolpendo così nel bronzo della carta costituzionale una concezione determinata, una visione economica teorica controversa diventata una inscalfibile “Verità di Stato” sancita dalla legge più solenne (non ha alcuna importanza che questa visione di teoria economica sia giusta o sbagliata, questo va lasciato al dibattito degli studiosi di teoria economica).

Pensate che ciò che ho scritto sia falso? Pensate sia il delirio di un complottista? No. Non lo è. Carta canta. Tutto questo è stato scritto in una lettera della BCE controfirmata dal suo Presidente uscente (Trichet) e dal suo Presidente entrante (Draghi).
Ecco, ripeto, la BCE non aveva alcuno, e ripeto, alcun titolo per scrivere una cosa del genere, e per il poco e nulla che capisco di diritto configura platealmente un reato grande come una montagna: un attentato contro la personalità dello Stato, un’indebita intromissione in prerogative riservate all’inviolabile libera scelta del Parlamento e del Governo e così via.
Ecco, lamentare questo sopruso prima della diffusione delle criptovalute era semplicemente inutile: il potere ce l'avevano loro. La regola era ed è brutale: loro mettono il giogo e noi stiamo sotto al giogo, come i buoi che tirano l'aratro. La novità è che adesso la denuncia non è più una voce velleitaria perché c'è un’alternativa, sebbene embrionale, e puoi chiedere che chi ha commesso questa enormità sia sottoposto al giudizio dei tribunali.
Ecco, cos'è l'uso politico delle criptovalute. Quantomeno puoi dire a Draghi che in un futuro non lontano ogni patina di legalità con cui si è coperto in questi anni cadrà. Potremo finalmente scoprire quanto nudi e crudi possono essere i grandi delitti. I giornali che tenevano il sacco, tutti quelli più importanti, perdono ogni anno un quinto dei loro lettori e ne perderanno ancora. I veli cadono, e molti economisti non sono più economisti, molti uomini credibili non sono più credibili, i delinquenti sono delinquenti.
Ecco, caduti i veli, a questo servono le criptomonete.
Nelle immagini che seguono potete vedere il corpo del reato, gli ordini imposti a un intero paese piegato dall’austerity eurocratica. E il fatto che qualcuno osi firmare una simile enormità apre anche scenari di tipo psichiatrico: delirio di onnipotenza, intoccabilità e ingiudicabilità degli atti commessi. Solo che alle volte il fare troppo il Marchese del Grillo (io so’ io, e voi non siete un cazzo) può portare male.



E Paolo Savona e il suo allarme?
E soprattutto, tutto questo farneticare contro le criptovalute (contro l'esperimento delle criptovalute) è legato ad una questione fondamentale: quella che le criptovalute sono delle monete fuori dal controllo della borghesia. Il tema sta tutto lì.
Ora si stanno accorgendo che esistono, e iniziano a lanciare allarmi. Non è concepibile leggere certe bestialità. Come fa un economista come Savona a scagliarsi contro le criptovalute perché non sarebbero garantite da nulla? E perché di grazia, Signor Professore, mi dica lei, l'Euro da cosa sarebbe garantito? Mi pare di aver studiato che il tallone aureo sia finito il 15 agosto 1971. Da allora le monete statali non sono garantite esattamente da nulla. Come le criptovalute.
Puerile poi l'appello di Savona all'Autorità che dovrebbe vietare il nuovo mostro monetario. Illustrissimo professore, mi risulta che viviamo in uno stato di diritto. Occorrerebbe un qualche appiglio in relazione all'ordinamento vigente per vietare qualcosa. Per non parlare poi del fatto che servirebbe un trattato mondiale per stabilire chi sia mai l'autorità suprema nel Cyberspazio. Vede, nientemeno che Mario Draghi, il Potentissimo Professor Draghi, nel Cyberspazio è uno semplice sviluppatore di una moneta chiamata Euro. Esattamente come gli altri mille sviluppatori. Non ha autorità di nulla.
Non basta, lei, straparla, di "riciclaggio". Ma mi scusi Chiarissimo Professore, i capitali illeciti sono sempre esistiti, e lei sa bene (se ha capito il blockchain) che sarebbe forse il modo più stupido quello di riciclare denaro attraverso un database indelebile e immodificabile. Sorvolo sul fatto che non ricordo nessuna sua intemerata contro le attività illecite che venivano e vengono transate con il danaro di Stato. Si sveglia solo ora?
Non parliamo poi della sua uscita su un ipotetica causa legale futura dove un creditore chiede ad un giudice di rendere nullo un pagamento di un debito effettuato con criptovalute. Lei dimostra di non aver capito. Nessuno paga debiti in Bitcoin o altre criptovalute. Eventualmente, qualcuno offrirà i Bitcoin in cambio di danaro di Stato e successivamente pagherà il suo debito. Molte banche offrono il servizio.
E infine la solita vexata quaestio. Che cos'è una Moneta? Rifletta su quello che diceva Borges, potrebbe esserle utile.

8 maggio 2017

Chi non si piega a Macron

La Francia Non Sottomessa giocherà le sue carte già alle legislative di giugno. Plastique Macron il Thatcheriano sconterà molte contraddizioni.

di Pino Cabras.
da Megachip.



Ho letto da sinistra diverse critiche alla scelta che ha fatto il più eminente rappresentante della 'gauche', Jean-Luc Mélenchon, ossia: non appoggiare Emmanuel Macron in vista del ballottaggio che ha consegnato a quest'ultimo e ai suoi facoltosi burattinai le chiavi dell'Eliseo.

I critici sottovalutano la portata del tema scelto da Mélenchon per dare un nome alla sua campagna: La France Insoumise, ossia La Francia non sottomessaMélenchon ha rotto l'eterno ricatto del "voto utile" con cui la sinistra si mette sotto padrone e si fa distruggere, come è accaduto in Italia. 
Non sottomettersi significa che la paura del lepenismo odierno non deve implicare il doversi mettere direttamente nelle mani dei progetti disumanizzanti di Jacques Attali e degli altri creatori di Macron. 

In vista delle elezioni legislative di giugno, Mélenchon si presenta ora come ispiratore di una forza autonoma, indipendente, in grado di espandersi presso l'area vastissima del voto che per l'elezione presidenziale ha scelto di astenersi. E può farlo perché non ha assicurato ai padroni del vapore l'idea che "tanto i nostri voti sono scontati". Durante tutta la campagna elettorale ha costantemente criticato il meccanismo costituzionale stesso che fa della Francia una "monarchia repubblicana". E che porta a scegliere alla fine un presidente non rappresentativo.

Se si gioca bene le carte, e se nel frattempo i media francesi non decidono definitivamente di proporre una forma soffocante di pensiero unico, Mélenchon può diventare Primo Ministro in un'interessante cohabitation con Plastique Macron. O in ogni caso può guidare un'opposizione forte in prospettiva.
E la prospettiva conta: nella fascia d'età 18-24 anni la maggioranza dei voti è andata a Marine Le Pen.  Nei prossimi anni intere coorti di giovani entreranno in conflitto con l'idea di lavoro espressa da Macron, che ha dichiarato che "i britannici hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher" e che ritiene che "la disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti". L'appello ricattatorio al "meno peggio" si scontrerà a un certo punto con una condizione materiale che lo renderà inconsistente. 
Fin qui ha funzionato la trappola descritta da Alessandro Robecchi: “Le politiche dei Macron producono le Le Pen, poi bisogna votare Macron per fermare la Le Pen. E' un meccanismo perfetto, tipo tagliola”.  Ma la tagliola non funzionerà per sempre. Per sfuggire alla trappola meglio attrezzarsi in tempo e non garantire né svendere nulla ai burattinai dei Macron e dei Renzi. Che intanto faranno di tutto per farci pensare che non esistano alternative.


  Post Scriptum
Molti hanno giustificato il voto a Macron per ragioni "antifasciste". Ma Macron condivide con tutte le forze politiche atlantiste europee una grave responsabilità nel coprire politicamente le forze nazistoidi cooptate al potere in Ucraina e nei paesi NATO dell'area baltica. Non dobbiamo mai arrenderci alla loro amnesia-amnistia selettiva, e ricordare questo dettaglio importante, che incide profondamente sulle prospettive di pace in Europa.


21 marzo 2017

Il MES ormai dietro l'angolo

di Alberto Micalizzi.


Due giorni fa il Sole24Ore ha riportato la notizia che Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno inviato una lettera al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla BCE per richiedere l’applicazione della ricapitalizzazione preventiva, già applicata lo scorso Dicembre al Monte dei Paschi (“Popolare Vicenza e Veneto Banca chiedono l’aiuto di Stato”).
Si tratta della forma più morbida di gestione di una crisi bancaria, applicabile solo a certe condizioni, senza le quali occorre procedere con il Bail-in. La ricapitalizzazione preventiva è stata introdotta dalla stessa direttiva europea che regolamenta il Bail-in ed è finalizzata alla ricostituzione del capitale della banca. In particolare, si basa sull’intervento dello Stato prima che la situazione diventi critica tant’è che per potervi accedere la banca deve essere solvibile, criterio tutt’altro che oggettivo. Lo Stato italiano, in questo caso, può intervenire direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Con la ricapitalizzazione preventiva l’onere del salvataggio ricade dunque sugli azionisti, che vengono diluiti, sugli obbligazionisti subordinati e certamente sulla collettività ma non sui correntisti.
Nel caso di Popolare Vicenza e Veneto Banca si parla di una necessità di ricapitalizzazione fino a €5 miliardi. Ciò dipenderà anche dall’esito del progetto di fusione che le due banche stanno studiando, che però è ostacolato sia dalla BCE che dall’agenzia di rating Fitch, a processo a Trani per manipolazione di mercato, che lo scorso Venerdì ha tagliato il rating della Popolare di Vicenza.
Laddove la banca non sia ritenuta solvibile, si dovrebbe optare per la forma di salvataggio più drastica, quella del Bail-in, che espande il perimetro di inclusione dei soggetti che contribuiscono alle perdite, arrivando a toccare i correntisti con depositi maggiori di €100.000, oltre naturalmente agli azionisti e a tutti gli obbligazionisti della banca.
Ma cosa succede se lo Stato non avesse i mezzi necessari per intervenire, né per una ricapitalizzazione preventiva né per un Bail-in? Si aprirebbe la terza via, quella del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Avevo ammonito circa questo rischio durante l’intervista a Pandora TV del Gennaio 2017 (“L’intrigo Politico del MES – Parte 2”) nella quale facevo notare che sinora il MES ha eseguito 5 interventi su Stati dell’Eurozona ma mai interventi diretti su banche, che sono tuttavia ampiamente previsti dal regolamento istitutivo il MES.
Rimandando al mio articolo introduttivo sul MES (“Pronto il MES per commissariarci: alzare gli scudi – Parte 1) mi limito qui a ricordare che il MES non è un “meccanismo” ma un vero e proprio fondo che ha la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello FMI) embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ma interviene prestando denari ai Paesi sottoscrittori a fronte dell’accettazione di programmi di governo prestabiliti. In poche parole, a fronte del commissariamento del Paese richiedente.
Se leggiamo i criteri di ammissibilità al programma MES che riguardano specificamente le banche, apprendiamo che uno Stato può accedere al MES a 3 condizioni: i) non essere in grado di gestire la situazione con risorse dei privati; ii) non essere in grado di intervenire con finanze pubbliche senza compromettere la stabilità finanziaria; iii) la banca deve essere di rilevanza sistemica o porre rischi alla stabilità finanziaria dell’area Euro.
Ove ricorrano queste condizioni, lo Stato italiano dovrà impegnarsi ad applicare un programma di riforme stabilito dal MES che riguardano misure di taglio alla spesa pubblica, privatizzazione e incremento di imposte e tasse, oltre a riforme a favore della ricapitalizzazione del settore bancario (tradotto letteralmente dal sito del MES).
Qual è la probabilità che si finisca nella rete del MES? Direi piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione.
A ciò aggiungerei i circa €330 miliardi di crediti incagliati nei bilanci delle banche italiane, iscritti mediamente al 41% del valore nominale, che con elevata probabilità saranno ceduti a prezzi inferiori ai valori di bilancio, generando ulteriori ammanchi di capitale che richiederanno ulteriori interventi di ricapitalizzazione (vedi mio articolo Si orchestra la svendita di 330 miliardi di crediti bancari: bad bank/good profit”).
D’ora in avanti, se non mettiamo mano seriamente e rapidamente ad un piano urgente di rilancio dell’economia, dovremo abituarci a convivere con il MES benché, a pensarci bene, qualcuno dirà che non sarà poi così traumatico dato che con governi non eletti che stanno distruggendo l’economia nazionale abbiamo a che fare ormai da anni.
Non abbiamo però molto tempo. Dobbiamo aprire subito una fase di transizione basata su un piano giuridico ed economico attuabile in breve tempo (vedi mio articoloLe basi economiche di un New Deal italiano”) e soprattutto occorre: 1) convertire la Cassa Depositi e Prestiti in una vera banca pubblica, visto che è essenziale per il salvataggio delle banche commerciali; ed 2) istituire una bad bank pubblica per le sofferenze bancarie gestita dal Tesoro, visto che è comunque lo Stato a dover intervenire sul capitale delle banche. Solo così potremo schivare il MES e ridare fiato ad un’azione più ampia di ricostruzione di sovranità politica ed economica.


18 gennaio 2016

Italia-UE, una crisi dentro una crisi più grande


di Pino Cabras.
da Sputnik e Megachip.


Le guerre che circondano l’Europa alimentano una parte importante del flusso migratorio, e ora quel flusso si abbatte sui contrasti interni dell’Unione europea, disunita e fiaccata da troppi anni di austerity.
La Turchia, soggetto attivo e passivo della guerra siriana, ha in mano il rubinetto che regola l’intensità del flusso migratorio verso l’Europa, mentre l’Europa ha il rubinetto delle risorse finanziarie da dare alla Turchia: solo che sul rubinetto dei soldi le mani in lotta per controllarlo sono più d'una. Si ricorderà che a novembre 2015 fu firmato un accordo da 3 miliardi di euro fra la UE e la Turchia, a sostegno di un pacchetto di interventi pluriennali per i rifugiati, da spendere soprattutto sul suolo turco. Il problema è che quei 3 miliardi bastano a malapena per un anno (mentre Ankara chiede 3,5 miliardi l’anno per due anni), e nessuno sa chi metterà - e in che modo – già da ora, i due terzi della cifra.
Si presume che paghino in gran misura gli Stati membri, ciascuno in base al suo peso economico. Per Stati già sottoposti a vincoli di spesa sempre più penetranti rimane il dilemma: tagliare ancora le spese o chiedere all’Europa più libertà di spesa?
L’Italia, ad esempio, aveva già chiesto qualche flessibilità alla Commissione europea, sforando in modo concordato i rigidi parametri del deficit. Questo è bastato al presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, per dire "abbiamo già dato". Ovverosia: niente ulteriore flessibilità per Roma. Il contributo dell'Italia alla crisi dei migranti ricadrebbe nei soliti vincoli, con prevedibili conseguenze sul bilancio e sull'economia.
Ecco perché il governo italiano non ci sta e dichiara di non volersi sottomettere alla Commissione europea (né alla Germania): esige che quanto sarà speso in più per i rifugiati non faccia scattare la tagliola di Bruxelles. L'attacco di Matteo Renzi ha avuto una risposta durissima da parte di Juncker: «Il presidente del Consiglio italiano sbaglia ad offendere la Commissione in ogni occasione. La mia irritazione è in tasca, sono pronto a tirarla fuori.» Quando i pezzi grossi della troika usano questo linguaggio, la battaglia sarà durissima. È la fine di una sorta di "periodo di grazia" accordato a Renzi. Infatti, sebbene l'Italia sia stata fra i paesi membri più solerti nell'aderire al famigerato "Fiscal Compact", ossia il Patto di bilancio europeo, non ha dovuto applicare da subito il suo pesantissimo obiettivo: ridurre entro vent'anni il debito pubblico dal 130% al 60% del PIL (cioè mazzate pazzesche ogni anno), l'impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL (cioè impossibilità di fare politica economica), l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (che unicamente l'Italia ha introdotto in Costituzione), nonché altre vessazioni che formano l'ossatura della dittatura europea, quella forma di tirannia che pensa di curare l'anemia con i salassi. Per tutto questo meccanismo infernale, in grado di distruggere definitivamente l'economia italiana (e di tutto il Sud Europa), al "premier-mai-eletto" è stato concessa una sorta di sospensione del Fiscal Compact, per non far cadere subito il suo governo e non creare perciò un'altra Grecia, molto più grande e incontrollabile.
È grazie al poter stare in questo limbo che Renzi ha potuto presentare come una svolta epocale un PIL che non calava più, anche se cresceva di pochi spiccioli, così come ha potuto maneggiare qualche risorsa per giochi di prestigio fiscali, senza però intaccare nessuna delle ragioni del declino italiano.
Ora Renzi non sarà più graziato, mentre rimane il nodo di fondo della dittatura fiscale europea: un nodo scorsoio che tornerà a stringersi, non lasciando più margini di manovra. Con regole simili e con interlocutori così rigidi ai piani alti dell'eurocrazia, la strada dell'austerity è già segnata.
Per questo motivo il caso turco anticipa il problema.
Il presidente turco Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Levante, dopo aver fornito il retroterra militare ai combattenti jihadisti che hanno generato una catena di catastrofi umanitarie in Siria e dintorni, è la diga che oggi trattiene due milioni di rifugiati, ma che domani può anche non trattenere più. Sa bene che l'Europa è un continente ripiegato sui suoi problemi. Sa che i suoi Stati reggono male l'arrivo devastante di una fiumana di disperati, perché su questo sono culturalmente e politicamente impreparati. Sa che quasi tutti questi Stati sono anche vincolati dalla NATO e che la Turchia può coinvolgerli in guerra, dentro quel disastro che essi stessi hanno contribuito a creare destabilizzando il Medio Oriente e il Nord Africa. Insomma, Erdoğan ha potenti strumenti di ricatto per pretendere il pizzo all'Europa, che però non ha ancora deciso chi paga.
È quella stessa Europa che finge che l'Ucraina non sia in bancarotta mentre continua ad appoggiarla diplomaticamente e militarmente, intanto che contro la Russia intraprende la battaglia autolesionista delle sanzioni.
Gli alibi e i rinvii non funzionano più, e le contraddizioni si presentano tutte insieme, in forma di crisi migratorie, finanziarie, sociali, militari e diplomatiche. Se si solleva lo sguardo è un'unica crisi politica europea, nel momento in cui non esiste alcun "sogno europeo" che possa funzionare. Nessun sogno funzionerà finché resterà nella doppia morsa della NATO e delle istituzioni deviate del costrutto comunitario. Rimangono solo i ricatti e i rapporti di forza, oltre a leggi europee che acuiscono i contrasti e creano le basi per ulteriori sconvolgimenti. La battaglia su "quanto deficit si può sforare" è ancora poca cosa rispetto alla vera portata della crisi.




21 settembre 2015

Tsipras e la democrazia Formula Uno

di Pino Cabras.
da Megachip.

Il grande frullatore delle immagini gioca con il Caso, con risultati sorprendenti: oggi mescola le bandiere rosse della Ferrari che festeggiano la vittoria di Sebastian Vettel assieme alle bandiere rosse che ondeggiano per celebrare la vittoria di Alexis Tsipras alle elezioni greche. 
Mondi lontanissimi, la Formula Uno e la politica europea del 2015, ma non privi di analogie.
Ho seguito distrattamente il Gran Premio, ma l'amico Emilio, che l'ha guardato con più attenzione, pronuncia una requisitoria durissima:
«Che senso ha guardare la Formula Uno oggi? Nessuna sfida epica tra piloti in pista, solo una patetica finzione, un baraccone circense di bolidi rombanti esibiti pateticamente in giro per il mondo come animali feroci che non mordono, che verrebbe voglia di liberare nella savana delle celesti piste del cielo. È la negazione dello sport. Vale la pena annoiarsi per due ore guardando una sfilata di macchine potentissime che non si sorpassano in pista ma nelle soste obbligatorie ai box, quindi fuori dal terreno della contesa, in cui la prestazione del pilota conta meno della velocità dei meccanici a fare il pieno di carburante e cambiare le gomme? Che corsa automobilistica è quella in cui un vantaggio di molti secondi viene vanificato dalla Safety Car che entra e azzera tutto? Ero rimasto ai tempi in cui era il pilota a fare la differenza e non la supertecnologia, che mette qualsiasi normale automobilista in condizione di sembrare un campione, che se anche fosse un campione non si noterebbe. Le macchine vanno da sole con il computer di bordo che pensa a tutto, i piloti sono sagome di cartone o omini telecomandati da giocatori di playstation esterni alla gara, i sorpassi non si fanno in pista ma dai box, i distacchi accumulati grazie a una condotta di gara efficace e vincente possono essere azzerati per un banalissimo incidente (a volte casuale, a volte no) tra due macchine venti posizioni dietro. La Formula Uno è uno sport in cui tutto avviene ed è deciso fuori dal circuito, in cui i protagonisti – quelli che guidano − non contano un bel niente.»
Emilio ha ragione. La sua analisi è talmente affilata da fendere ogni parete tra generi televisivi e argomenti umani. Taglia il rosso Ferrari e il rosso Syriza per ricombinarlo in un miscuglio di nuove percezioni.

A gennaio lasciavo molto più spazio a fiducia e speranza in ciò che definivo il Laboratorio Greco. Rileggendo quelle analisi, era già perfettamente chiaro che l'Europa in realtà era il «regime europeo», cioè «un regime che ha portato alle estreme conseguenze i difetti sempre più odiosi e antidemocratici della costruzione comunitaria e ha imposto le disfunzioni permanenti dell'euro, una moneta "che non dovrebbe esistere", (come ha scritto finanche il servizio studi del colosso bancario svizzero UBS), e che impone anche notevoli costi per un'eventuale uscita». Ed era altrettanto chiaro che la sfida della nuova classe dirigente greca era immediatamente proibitiva, perché tutti i rapporti di forza finanziari, economici, diplomatici e militari erano radicalmente sfavorevoli. Infatti quei rapporti di forza hanno visto vincere il "regime europeo", più forte di ogni altra pressione, di ogni istanza popolare, e anche del referendum greco che invano aveva espresso il No del popolo ai crimini economici della troika.
La condanna di Emilio per la Formula Uno ha un'eco per la democrazia europea di oggi. Può essersi trasferita nei pensieri degli elettori greci che non sono andati a votare (mai così tanti astenuti) e pronti a parafrasare con altrettanta affilatezza l'analisi:
«Che senso ha votare nella Grecia oggi? Nessuna sfida epica tra politici in campo, solo una patetica finzione, un baraccone circense di promesse roboanti esibite pateticamente in giro per il Paese come animali feroci che non mordono, che verrebbe voglia di liberare in cima all'Olimpo. È la negazione della democrazia. Vale la pena appassionarsi assistendo a una sfilata di programmi potenti che non prevalgono nell'urna ma nelle riunioni obbligatorie a Bruxelles, quindi fuori dal terreno della contesa, in cui la capacità del politico conta meno della velocità degli eurocrati a far crollare le banche e ricattare il sistema? Che democrazia libera è quella in cui un vantaggio elettorale viene vanificato dalla BCE che entra e azzera tutto? Ero rimasto ai tempi in cui era lo statista a fare la differenza e non la grande finanza, che mette qualsiasi normale capoccione europeo in condizione di sembrare onnipotente, che se anche fosse onnipotente non si noterebbe. I partiti a un certo punto vanno da soli con il pilota automatico che pensa a tutto, i politici sono sagome di cartone o omini telecomandati da giocatori di playstation esterni alla gara, i rapporti di forza veri non sono nelle urne elettorali ma nei comandi digitali che aggiungono zeri nei conti correnti, la forza del consenso accumulato grazie a una politica di efficace attenzione al popolo può essere azzerata in due notti. La democrazia è ormai un regime politico in cui tutto avviene ed è deciso fuori dal circuito, in cui i protagonisti – quelli che "guidano"  il Paese − non contano un bel niente.»
Così, le percentuali dei voti sono rimaste più o meno quelle di gennaio, ma con molti meno votanti, meno entusiasmo, una Grecia malata, un'Europa in crisi verticale di legittimità di fronte ai collassi che si accumulano alle sue porte, molti dei quali hanno le tinte della guerra.

C'è speranza di cambiare?

Così come per la competizione automobilistica non è detto che tutto rimanga nello schema della Formula Uno, anche per la politica europea non è detto che tutto rimanga così com'è. 
Il voto per Tsipras, nonostante l'enorme differenza del suo programma attuale rispetto a quello di gennaio scorso, reca ancora il segno della speranza di allora, tanto è vero che gli elettori non sono stati minimamente attratti dal partito formatosi a sinistra di Syriza. Quegli elettori sperano in cambiamenti nei rapporti di forza per ottenere condizioni migliori. Non discuto se si tratti di un'illusione, molto probabilmente lo è. Ma noto che ancora sono in tanti a volere un soggetto organizzato che faccia politica per cambiare il modo di decidere. In altre parole, quello per Tsipras, perfino quando si fa garante dei memorandum europoidi, non è un mandato per lo status quo bensì per provare a cambiare politica.

In Europa si presentano ovunque formazioni politiche che sfidano la dittatura europea. La differenza rispetto a qualche mese fa, in piena crisi dei migranti, è che l'Europa non ha più da opporre l'alibi del "sogno europeo" (ci crede solo la Boldrini, ormai), mentre aumentano le forze politiche in grado di allearsi per far sprofondare l'attuale sistema di governance continentale. 
Ci saranno altre sfide ancora. Vedremo se cambiano i rapporti di forza. Che ne dici, Emilio?
«Mille volte meglio la MotoGP, in cui ancora si gareggia dentro la pista ed è ancora il pilota che guida la moto», mi risponde, descrivendomi un'alternativa già disponbile, un Piano B. Giusto. L'unico problema è che la Formula Uno di Merkel & C. è l'unica gara consentita. E il Piano B è ancora da costruire. E la moto di Varoufakis è ancora ai box.

 

13 luglio 2015

Le rivelazioni di Varoufakis

Altro che resa, la Grecia negozia la ristrutturazione del debito. E la Germania vuole imporre un'uscita disordinata dall'euro per intimidire mezza Europa.

di Pino Cabras.
Yanis Varoufakis rivela: il suo successore e «grande amico» Tsakalotos ha presentato un piano dettagliatissimo di riduzione e ristrutturazione del debito. Un documento di grande importanza posto proprio sul tavolo dei drammatici negoziati a livello europeo di queste ore, alla vigilia della bancarotta greca. La notizia spazza via la quasi totalità delle letture date fin qui della posizione di Tsipras, vista da molti fronti come una “resa” totale, una giravolta inspiegabile, un tradimento del trionfale No al referendum contro l'austerità, da lui stesso indetto. Varoufakis lo rivela in un modo che non si può equivocare: è dall'accettazione di un compromesso che preveda la ristrutturazione del debito che dipende l'esito dei febbrili vertici europei, e questo aspetto è al centro di enormi contrasti tra la Germania e i suoi satelliti da un lato (ora che durante lo strano silenzio della Merkel parla solo Schäuble, attingendo al peggio dello stile di comando germanico) e la Francia dall'altro (assieme ad altri paesi che ora cominciano a capire la terribile posta in gioco). Avevamo già dato conto delle importanti considerazioni di Varoufakis sulla partita che si gioca adesso. Qui ripubblichiamo la traduzione fatta dal sito Essere Sinistra, che riprende sia il post dal blog di Yanis Varoufakis, sia il suo interessantissimo editoriale su The Guardian.
Leggendo quel che segue, il lettore potrà rendersi conto della portata delle notizie, su cui gran parte dei grandi media ha continuato un'immane opera di falsificazione e su cui anche i media fuori dalla corrente principale hanno usato categorie da teatro dei pupi (quelle di “Tsipras traditore”) anziché sforzarsi di capire che si sta facendo la Storia, e che si stanno toccando sponde impensabili della vicenda europea. I fili della veste dell'imperium germanico sono ormai invisibili. Il Grexit voluto con unilaterale e punitiva protervia dalle classi dirigenti tedesche ci dice che il mulo di Berlino è nudo in tutta la sua testardaggine. Nulla sarà come prima. La crisi della periferia greca innescherà altri fili scoperti della più grande crisi sistemica, di cui il teatro europeo sarà pienamente protagonista. Con molte vittime, purtroppo.


Sostiene Varoufakis. Le vere ragioni del no di Berlino alle offerte di accordo di Atene


Dal sito Essere Sinistra.


Yanis Varoufakis si è dimesso da ministro del governo greco. Ora è ancora più libero di dire la verità. Come ha sempre fatto. Nel suo blog ha introdotto così il suo articolo pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian:

Il Vertice UE di domani porrà il suo sigillo sul destino della Grecia nell’Eurozona. Mentre scrivo queste righe, Euclid Tsakalotos, mio ​​grande amico, compagno e successore come Ministro greco delle Finanze si sta dirigendo verso una riunione dell’Eurogruppo che determinerà se sia possibile raggiungere un ultimo accordo per superare la trincea tra la Grecia ed i nostri creditori e se questo accordo contiene il grado di riduzione del debito che potrebbe rendere l’economia greca praticabile all’interno dell’Area Euro.
Euclid sta portando con sé un ben congegnato e moderato piano di ristrutturazione del debito che è senza dubbio nell’interesse sia della Grecia e i suoi creditori. (I cui dettagli ho intenzione di pubblicare qui lunedì, una volta che la polvere delle polemiche si sarà posata).

Se queste proposte di ristrutturazione del debito saranno considerate modeste, come il ministro delle finanze tedesco ha prefigurato, il vertice di UE di domenica deciderà tra sbattere fuori dalla zona euro la Grecia ora o trattenerla per un po’, in uno stato di profonda indigenza, fino a che non sarà lei a uscire in futuro.
La domanda è: perché il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble, sta resistendo a una possibilità di ristrutturare il debito reciprocamente vantaggiosa? Il seguente editoriale appena pubblicato oggi [10 luglio 2015 ndr] su The Guardian offre la mia risposta”.

Leggiamola.

La redazione

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Il dramma finanziario della Grecia ha dominato i titoli dei giornali per cinque anni per un motivo: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori a offrire un’essenziale riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori stressati, resistono a una ristrutturazione del debito? La risposta non può essere trovata in economia perché risiede in profondità nella labirintica situazione politica dell’Europa.

Nel 2010, lo Stato greco è diventato insolvente. Due opzioni compatibili con il continuare a essere membri della zona euro si presentavano: quella razionale – che ogni banchiere decente consiglierebbe – ristrutturazione del debito e riformare l’economia; e l’opzione tossica – estendere nuovi prestiti a un’entità in bancarotta fingendo che resti solvibile.

L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, ponendo l’interesse al salvataggio delle banche francesi e tedesche esposte al debito pubblico greco al di sopra della vitalità socio-economica della Grecia. Una ristrutturazione del debito avrebbe perdite implicite per i banchieri nelle loro quote del debito greco.
Desiderosi di evitare di confessare ai parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto pagare di nuovo per le banche per mezzo di insostenibili nuovi prestiti, i funzionari dell’UE hanno presentato l’insolvenza dello stato greco come un problema di mancanza di liquidità, e giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci.


Per incorniciare il trasferimento cinico di irreparabili perdite private sulle spalle dei contribuenti, come un esercizio di “amore inflessible”, è stata imposta alla Grecia un’austerità da record, il cui reddito nazionale, a sua volta – da cui i nuovi e vecchi debiti dovevano essere rimborsati – diminuiva di più di un quarto.

Basta l’esperienza matematica di un bambino di otto anni per capire che questo processo non poteva finire bene.

Una volta che la sordida operazione fu completata, l’Europa aveva acquisito automaticamente un altro motivo per rifiutare di discutere la ristrutturazione del debito: essa avrebbe ora colpito le tasche dei cittadini europei! E così dosi crescenti di austerità sono state somministrate mentre il debito è diventato più grande, costringendo i creditori a dare più prestiti in cambio di ancora più austerità.

Il nostro governo è stato eletto su un mandato per porre fine a questo circolo vizioso tra banche e stati; per chiedere la ristrutturazione del debito e la fine dell’austerità paralizzante.
I negoziati hanno raggiunto il loro molto pubblicizzato impasse per un semplice motivo: i nostri creditori continuano a escludere qualsiasi tangibile ristrutturazione del debito pur insistendo che il nostro debito impagabile sia rimborsato “in modo parametrico” da parte della parte più debole dei Greci, dei loro figli e dei loro nipoti.

Nella mia prima settimana come ministro delle finanze sono stato visitato da Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo (i ministri delle finanze della zona euro), che mi sottopose una scelta netta: accettare la “logica” del piano di salvataggio e rinunciare a qualsiasi richiesta di ristrutturazione del debito o il vostro accordo di prestito farà “Crash” – la ripercussione non detta era che le banche della Grecia sarebbero state chiuse.

Cinque mesi di trattative seguirono in condizioni di asfissia monetaria e di assalto indotto agli sportelli bancari supervisionato e gestito dalla Banca centrale europea.

La scritta era sul muro: a meno che non capitoliamo, presto saremmo stati di fronte a controlli sui capitali, bancomat quasi-funzionanti, una prolungata chiusura festiva delle banche e, in ultima analisi, la Grexit.

La minaccia della Grexit ha avuto una breve storia sulle montagne russe. Nel 2010 ha messo il timore di Dio nel cuore e nella mente dei finanzieri poiché le loro banche erano piene di debito greco. Anche nel 2012, quando il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, decise che i costi della Grexit erano un “investimento” utile come un modo per disciplinare la Francia e gli altri, la prospettiva ha continuato a spaventare a morte quasi tutti.

I Greci, a ragione, tremano al pensiero dell’amputazione dall’unione monetaria. L’uscita da una moneta comune non è come troncare un piolo, come ha fatto la Gran Bretagna nel 1992, quando Norman Lamont notoriamente cantò sotto la doccia la mattina che la sterlina usciva dal meccanismo di cambio europeo (ERM). Ahimè, la Grecia non ha una moneta il cui piolo con l’euro può essere tagliato. Ha l’euro – una valuta estera completamente amministrata da un creditore ostile alla ristrutturazione del debito insostenibile della nostra nazione.

Per uscire, dovremmo creare una nuova moneta da zero. Nell’Iraq occupato, l’introduzione della nuova carta moneta ha impiegato quasi un anno, 20 o giù di lì Boeing 747, la mobilitazione della potenza delle forze armate Usa, tre aziende di stampa e centinaia di camion.

In assenza di tale sostegno, la Grexit sarebbe l’equivalente di annunciare una grande svalutazione con più di 18 mesi in anticipo: una ricetta per liquidare tutto lo stock di capitale greco e trasferirlo all’estero con ogni mezzo disponibile.

Con la Grexit che rafforza la corsa agli sportelli indotta dalla Bce, i nostri tentativi di porre la ristrutturazione del debito di nuovo sul tavolo dei negoziati è caduto nel vuoto. Di volta in volta ci hanno detto che si trattava di una questione da affrontare in un futuro non specificato che avrebbe seguito il “successo nel completamento del programma” – uno stupendo Comma 22 dal momento che il “programma” non avrebbero mai potuto avere successo senza una ristrutturazione del debito.

Questo fine settimana segna il culmine dei colloqui quando Euclide Tsakalotos, il mio successore, si sforza, ancora una volta, di mettere il cavallo davanti al carro – per convincere un Eurogruppo ostile che la ristrutturazione del debito è un prerequisito del successo nel riformare la Grecia, non un premio ex-post per questo.

Perché è così difficile da far capire? Vedo tre ragioni.

Uno è che l’inerzia istituzionale è difficile da battere. Un secondo, che il debito insostenibile dà ai creditori immenso potere sui debitori – e il potere, come sappiamo, corrompe anche i migliori. Ma è il terzo che mi sembra più pertinente e, anzi, più interessante.

L’euro è un ibrido di un regime di tassi di cambio fissi, come l’ERM degli anni ’80, o il gold standard degli anni ’30, e una moneta di stato. Il primo si basa sulla paura dell’espulsione per tenere insieme, mentre il denaro statale comporta meccanismi per riciclare eccedenze tra gli Stati membri (per esempio, un bilancio federale, obbligazioni comuni). La zona euro cade fra questi sgabelli – è più di un regime di tassi di cambio e meno di uno stato.

E qui sta il problema. Dopo la crisi del 2008/9, l’Europa non sapeva come rispondere. Dovrebbe preparare il terreno per almeno una espulsione (cioè, la Grexit) per rafforzare la disciplina? O passare a una federazione? Finora non ha fatto nessuna delle due: e la sua angoscia esistenziale è sempre crescente. Schäuble è convinto che allo stato attuale, ha bisogno di una Grexit per pulire l’aria, in un modo o nell’altro. Improvvisamente, un permanentemente insostenibile debito pubblico greco, senza il quale il rischio di Grexit sarebbe svanito, ha acquisito una nuova utilità per Schauble.

Cosa voglio dire con questo? Sulla base di mesi di negoziati, la mia convinzione è che il ministro delle finanze tedesco vuole che la Grecia sia spinta fuori dalla moneta unica per mettere il timore di Dio nei francesi e fargli accettare il suo modello inflessibile di eurozona.





11 luglio 2015

La Grecia nella meccanica bruta dei rapporti di forza

di Pino Cabras.
da Megachip.

Riflessioni su quel che si prepara per la Grecia, in un passaggio storico drammatico durante la crisi definitiva del 'sogno' europeo 



Vi proponiamo alcune riflessioni in ordine sparso su quel che si prepara per la Grecia, in dirittura d'arrivo verso un passaggio storico drammatico: non il primo e non l'ultimo di questa tempesta che segna già la crisi definitiva della narrazione sul costrutto europeo così come è giunta fino ad oggi. Il re è nudo. L'incubo europeo ha terminato le sue riserve di soft power che volevano venderlo come un sogno. Sarà che a Berlino non ci hanno mai saputo fare granché con il soft power. 
Vi proponiamo tre letture di questo importante momento.
Marcello FoaGiuseppe Masala e Giulietto Chiesa ragionano della vicenda da tre diverse angolazioni: l'irriformabilità dell'attuale ordine istituzionale dell'Unione europea, l'enorme fuggevolezza dei risultati e delle visioni degli attori della tragedia greca del XXI secolo, l'incomprensione delle difficoltà strategiche immani toccate in sorte ad Alexis Tsipras in un contesto in cui il potere eurocratico ha i mezzi per strozzare e sopraffare un'intera economia.
rapporti di forza agiscono ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta, come in guerra.
La differenza fra una resa totale di Atene e un compromesso passa attraverso un elemento: la presenza o meno di un consistente taglio del debito nell'accordo finale in queste prossime ore.
La mia previsione è che il taglio del debito greco , una parziale remissione, si farà. 
Tsipras non rientrerà ad Atene a mani vuote. Questo non significa che abbia già ottenuto il via libera a una piena e sovrana gestione della politica economica del suo paese (siamo ancora dentro il paradigma assurdo dell'austerity: sia i debitori che i creditori avrebbero così "comprato tempo" pagando un prezzo, senza però risolvere i nodi di fondo). Dalle interpretazioni delle manovre di questi giorni deduciamo che gli USA, nel loro classico "leading from behind", abbiano imposto alla Germania di impegnarsi per non far andare via la Grecia dal campo della NATO, cosa che sarebbe per Washington una catastrofe geostrategica. Si apriranno nuovi giochi e nuovi scenari, per chi vorrà cogliere le occasioni della storia. Ma tutto si giocherà in un tempo politico estremamente breve in cui nulla sarà "a bocce ferme" e in cui una pistola sarà sempre sulla tempia dei governanti greci (e anche sulla tempia di milioni di europei).
Se non ci sarà taglio del debito (lo scopriremo in poche ore) la crisi della democrazia europea entrerà in una sorta di avvitamento, e dovremo aggiornare in modo drammatico le analisi.
Mi viene in mente la frase dell'avvocato Gavin D'Amato, impersonato da Danny De Vito nella Guerra dei Roses: «in un divorzio non c'è vittoria, solo diverse gradazioni di sconfitta». In questo caso non c'è nemmeno una legge che regoli il divorzio fra la Grecia e l'Euro. Nessuno purtroppo è in grado di assicurare che qualsiasi scelta fatta ora possa garantire una meta certa e vittoriosa. Dobbiamo dunque ragionare sulla gradazione della sconfitta. Questo continente, il continente che ha innescato due guerre mondiali e con delle guerre già in corso, ha davvero poco tempo per riflettere e agire per la propria salvezza.

Buona lettura!


Accordo Grecia: avete capito che l'Unione europea non è riformabile?

di Marcello Foa.

Che cosa resterà della crisi greca, considerato che l'epilogo sembra ormai segnato, salvo sorprese dell'ultimo minuto? Di positivo la capacità di reazione di un popolo. Ilno degli elettori, lo scorso week-end, è stato un no a un'idea di Europa basata sull'austerity, sui vincoli assurdi della moneta unica, su un concetto non democratico e verticistico dell'Unione. Il fatto che oltre il 60% di un popolo si sia espresso con tanta convinzione rappresenta un segnale di malcontento profondo e non eludibile; significa che la coscienza critica dei popoli europei non è sopita e che il Dna democratico è ancora vigoroso e può essere contagioso. Da oggi, come già osservato, la Lega, il Movimento 5 Stelle, Podemos, la Le Pen e, fuori dalla zona euro, lo Ukip di Farage e altri movimenti poco noti, ricevono una spinta propulsiva e vitalizzante i cui effetti si manifesteranno nei mesi a venire.
Purtroppo l'epilogo della splendida rivolta greca non è all'altezza delle aspettative. L'accordo che si sta perfezionando non è molto diverso da quello che è stato respinto alle urne. Tsipras può vantare nuovi aiuti e la verosimile ristrutturazione di una parte del debito, ma i nodi restano intatti e, come ha giustamente osservato Alberto Bagnairiesploderanno nei prossimi mesi. Atene ha preso soltanto tempo.
E allora perché quest'esito gattopardesco? Le ragioni sono due.
La prima: a imporre la «pax greca» sono stati gli Stati Uniti, che dapprima hanno manovrato sotto traccia poi hanno fatto sentire la propria voce tramite il segretario al Tesoro. Gli Usa non possono permettere il grexit per le sue implicazioni strategiche; spingere la Grecia fuori dall'euro avrebbe significato consegnarla nelle braccia di Putin (vedi post), un'eventualità catastrofica per Washington tanto più in un periodo di forti tensioni in Ucraina. Ma Obama non può permettere il grexit perché il progetto dell'euro è fondamentale per la Casa Bianca, che lo ha sempre sostenuto dietro le quinte. Anzi, come è emerso dalla pubblicazione di alcuni documenti desecretati della Cia e del Dipartimento di Stato lo ha ispirato e guidato sin dall'inizio per il tramite dei padri fondatori del progetto europeo.
L'America ha picchiato i pugni sul tavolo sia con il governo greco che con gli europei. E le tensioni si sono sciolte nell'arco di poche ore.
La seconda ragione riguarda le illusioni di Tsipras, che è uno splendido capopopolo, un emozionante condottiero delle piazze e ha dato prova di notevole coraggio, ma non è uno statista. Si illudeva, Tsipras, di poter costringere l'Unione europea a rinnegare se stessa ovvero a gettare a mare 15 anni di politica economica repressiva e ad ascoltare improvvisamente le istanze di un popolo su base autenticamente democratica, come dovrebbe essere, ma come non è quasi mai stato in un'Unione Europea costruita dall'alto verso il basso e terrorizzata dal suffragio universale espresso tramite referendum.
Ora c'è la prova oltre ogni ragionevole dubbio: chi resta nell'euro deve continuare a prendere ordini dall'Unione europea e dalla Banca Centrale; deve sottomettersi all'austerity predicata dal Fondo monetario internazionale; dunque deve continuare a indebitarsi e a sprofondare nel circolo vizioso di una recessione senza fine e senza speranza.
Tsipras non aveva un piano B e non ha mai contemplato l'uscita dall'euro. L'esperienza dimostra, invece, che chi vuole davvero far ripartire l'economia del proprio Paese e sottrarsi al giogo della Troika non può illudersi e deve prepararsi, per tempo, all'unica soluzione realistica: l'uscita programmata - e non imposta - dalla moneta unica. Altre soluzioni non ce ne sono.




Crisi greca: hanno tutti perso la lucidità.

di Giuseppe Masala.

È evidente che si tratti di una situazione nella quale i protagonisti hanno perso totalmente la lucidità.
Alexis Tsipras sa che non ha tempo e sa che la Grecia è totalmente impreparata per il Grexit. Non escludo che abbia subito pressioni fortissime anche da Barack Obama, di quelle che non si possono rifiutare. Ora pare che Tsipras abbia accettato delle proposte concordate con François Hollande che gli spaccheranno il partito e che forse gli costeranno il governo, sempre che non accetti un governo di unità nazionale che ne decreterebbe comunque la fine politica.
Angela Merkel se boccia l'accordo facendo uscire la Grecia dall'euro verrà letteralmente scannata come una gallina da Obama, se accetta verrà scannata come una gallina dagli oltranzisti della CDU e degli altri partiti tedeschi capeggiati daWolfgang Stranamore Schäuble.
Mario Draghi non si capisce cosa farà lunedì in caso di accordo. Accetterà di allargare i cordoni della borsa della liquidità emergenziale quando il suo azionista di maggioranza Weidman ha già detto di no? Ha la maggioranza nel direttivo BCE? Credo di no. Intanto pare che le banche greche abbiano in cassa solo 750 milioni di euro. Lunedì finiscono tutto. Lunedì!
- Nel frattempo Moody's fa un report dove finalmente si dice quello che dico io da 15 giorni: "Accordo o non accordo qui bisogna trovare tra i 30 e i 40 miliardi di euro per una ricapitalizzazione delle banche greche". Sottolineo: ricapitalizzazione, non liquidità (quello è un altro tipo di problema che può risolvere la BCE. ricapitalizzare no, non può proprio farlo).
Insomma, è un casino quasi impossibile da risolvere anche per persone nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Che dire? Dubito che in questo momento i protagonisti queste facoltà le abbiano.
A me la situazione pare questa. Ormai, aggiungo che a scompigliare tutto c'è un altro fattore: il tempo. Non so se c'è tecnicamente il tempo...

Fonte: Facebook.


Waterboarding sulla Grecia

di Giulietto Chiesa.

PAROS (Grecia) - Lo rivelò Varoufakis. Adesso lo stanno accelerando. Di fatto stanno facendo crollare il sistema bancario. Nessuno può più comprare niente. Cioè non può più vendere niente. Chiudono i distributori di benzina. I negozi. I ristoranti. Figurarsi cosa succede alle altre attività produttive. Può permettersi di sopravvivere, ma per poco, solo chi aveva i soldi nel materasso. L'UE è un'organizzazione mafiosa. Come previsto puntano al peggio. Schäuble disse a Tsipras: "quanto volete per uscire dall'euro?"
Cioè ci sono due strategie: quella dei tedeschi, che vogliono la Grecia fuori. E quella di Wall Street (cioè di Obama) che vuole la Grecia dentro (ma solo perché teme che finisca in braccio a Putin).
Dal punto di vista tedesco, meglio fuori una Grecia che si ribella e dentro tutti quelli che chinano il capo. In fondo il debito greco è poca cosa rispetto alla sterminata massa di derivati della Deutsche Bank. Il potere è più importante del denaro. In ogni caso poi la Grecia possono ricondurla all'ovile dopo averla strangolata. Così se la mangiano tutta privatizzandola.
Certo, c'è chi insiste: "i ristoranti son pieni,i supermarket stracolmi di ogni mercanzia...turisti a fiumi, e senza restrizioni di sorta...". Falso. Tutto questo riguarda i turisti stranieri. Ma oggi uno dei due distributori di Antiparos (Cicladi) è stato chiuso per mancanza di benzina. Chi voleva comprarsi una radiolina si è sentito dire che non si può prenotare niente ad Atene, perché non inviano, essendo impossibili le transazioni bancarie. Se qualcuno dice che i greci vanno a comprare da mangiare, non mi stupisce. O pensa che debbano anche morire di fame? Anche in Italia i ristoranti sono pieni. Ma tutto il resto è vuoto. Anche noi viviamo con i risparmi. Fino a quando?
Sono in Grecia e riferisco quello che vedo, non quello che leggo. Le banche sono chiuse, non c'è denaro. Mi volete spiegare come fa un ristoratore e comprare il cibo per i suoi clienti con 60 euro al giorno? Se li aveva nel materasso userà quelli. Se non li aveva, abbassa la saracinesca. Inutile chiudere gli occhi. Stanno strozzando la Grecia. E possono strozzare chiunque osi mettere in discussione il loro potere. A meno che la gente non apra gli occhi.
Poi ci sono le mosche cocchiere. Chi, oggi, attacca Tsipras, favorisce le banche che strozzano la Grecia. Nessuno ha la qualifica per giudicare chi ha guidato, come ha potuto, questo processo di rinascita greca.
Tsipras sa meglio di tutti (e fino ad ora lo ha dimostrato, vincendo due confronti elettorali decisivi) quali sono i problemi del suo popolo. Chi parla di tradimento, oggi, non solo non sa valutare i rapporti di forza attuali. Non conosce né il nemico, né l'amico. Dunque invita alla sconfitta. La favorisce, la rende più facile.


Fonte: Facebook.