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29 settembre 2017

Russia: distrutte tutte le armi chimiche e condonati 20 miliardi di debiti africani


di Pino Cabras.

Distrutte tutte le armi chimiche e condonati 20 miliardi di debiti africani. Sono due notizie “hard” di notevole rilevanza politica mondiale e provengono da Mosca. In sé meriterebbero un’attenzione cospicua, ma il modo di operare del sistema informativo dominante è così impermeabile alle notizie vere sulla Russia, che anche gli eventi suscettibili di grande peso simbolico e politico in campo militare ed economico passano praticamente inosservati. Così siamo informati fino all’ultimo tweet sulla lite fra Donald Trump e i giocatori di football, ma non ci viene detto con bastevole attenzione che il più formidabile arsenale chimico della storia, capace di distruggere diverse volte l’intera vita sul pianeta, ha concluso la sua esistenza il 27 settembre 2017. Né ci viene detto che – sempre in quella data - la Russia ha deciso unilateralmente di cancellare il grosso dei sui crediti che gravavano sui paesi africani più indebitati.

Dunque, i fatti.

La fine delle armi chimiche russe
Con tre anni di anticipo sulla tabella di marcia, Mosca ha adempiuto in toto alla Convenzione sulle armi chimiche ratificata 20 anni fa, nel 1997, quando ancora possedeva ben 40mila tonnellate fra gas nervini e sostanze vescicanti. Il presidente Vladimir Putin ha riservato a questo fatto una notevole solennità, come quando si posa la prima pietra di una grande manifattura. Solo che in questo caso la cerimonia è stata invece riservata al mettere fine all’ultimo chilogrammo rimasto degli ultimi due ordigni.
Il quantitativo terminale è stato definitivamente distrutto con un ordine impartito da Putin in persona, in videoconferenza con i funzionari inviati presso il villaggio di Kizner, dove si trovava l’ultima goccia dell’arsenale chimico che Mosca ha ereditato dall’URSS. Putin lo ha definito «un enorme passo verso un maggiore equilibrio e sicurezza nel mondo di oggi.» Ha ricordato che per adempiere al trattato internazionale il suo paese ha speso tanto e ha investito in imprese high-tech in grado di neutralizzare l’intero arsenale. Ha poi ricordato che gli Stati Uniti stanno opponendo ogni tipo di scusa economica e finanziaria per giustificare i continui rinvii sulla completa distruzione del proprio arsenale. «Onestamente, questa storia della mancanza di fondi mi suona proprio strana», ha ironizzato Putin.
La Russia in questi anni ha padroneggiato strategicamente il tema dell’eliminazione delle armi chimiche, al punto da ottenere grandi dividendi politici nelle negoziazioni internazionali: nel 2013 Mosca impedì l’aggressione diretta delle forze armate occidentali alla Siria mettendo sul piatto della bilancia la completa eliminazione dell’arsenale chimico siriano (che a suo tempo Damasco aveva costruito come deterrente opposto alle decine di bombe atomiche detenute da Israele). Fu una tappa diplomatica fondamentale per rovesciare poi le sorti del conflitto siriano a sfavore della galassia jihadista.
E ora arriva quella che il turco Ahmet Üzümcü - direttore dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – definisce come una «grande pietra miliare» per il disarmo chimico mondiale.
Ovviamente questa non è ancora la fine delle armi di distruzione di massa, visto che tutte le potenze nucleari continuano a testare nuovi armamenti sempre più micidiali e sofisticati. In proposito, nel suo discorso in videoconferenza, Putin ha sottolineato di avere piena consapevolezza «dei pericoli potenziali e dei rischi associati alla ripresa della corsa agli armamenti e ai tentativi di sconvolgere la parità strategica». Ha sottolineato che la sicurezza globale richiede il dialogo e il «rafforzamento delle misure per la creazione di fiducia». Il disarmo chimico è un passo politico importante e dimostra in modo pratico che grandi misure strategiche di disarmo sono possibili e governabili, magari un domani anche nel campo degli armamenti nucleari.

Il condono del debito africano
Lo ricorda il sito Sputnik: il presidente Putin ha annunciato la decisione di cancellare «oltre 20 miliardi di dollari di debiti ai paesi dell'Africa», il tutto nell'ambito delle «iniziative per aiutare i paesi poveri fortemente indebitati».
Molte partite geopolitiche si stanno giocando ora nel continente africano, e avranno tutte enormi conseguenze sull’energia, le materie prime, le basi militari e i grandi flussi migratori. Il Cremlino cala sul campo una carta che può cambiare lo scenario, con un maggior peso della Russia.
L’annuncio del presidente russo è stato fatto in occasione del suo incontro con Alpha Condé, che è sì il presidente della Guinea, un paese di meno di 11 milioni di abitanti, ma è soprattutto il presidente dell’Unione Africana, che ricomprende tutti i 54 Stati dell’Africa (1,1 miliardi di abitanti).



25 gennaio 2017

La Moneta Fiscale: una terza via tra austerità e uscita dall'euro


di Stefano Sylos Labini.



Premessa
Le regole su cui si fonda l’euro impediscono di attuare politiche economiche espansive per rilanciare la nostra economia. Per questo dobbiamo uscire dalla trappola che ci sta facendo affondare. Però, il nostro Paese in una fase di crisi così pesante farebbe bene ad evitare uno scontro frontale con l’Europa come potrebbe accadere se si decidesse di uscire dall’euro in modo unilaterale. Il percorso di uscita potrebbe avere effetti molto negativi sia nella fase che lo precede sia nel periodo immediatamente successivo.
Con una moneta complementare all’euro si potrebbero evitare contraccolpi che sarebbero nefasti su quella parte di popolazione che già oggi si trova in grande difficoltà. Nel tempo la moneta complementare potrebbe perfino sostituire l’euro creando le condizioni per un’uscita “morbida” dalla moneta unica qualora ciò si ritenesse utile o necessario. Ma potrebbe anche costituire uno schema permanente all’interno dell’euro, adottabile dall’Italia e da altri Paesi dell’Eurozona in crisi, per assorbire la disoccupazione, risanare i bilanci pubblici e gestire in modo civile gli imponenti flussi migratori che si stanno riversando sul continente europeo.

1. La moneta complementare all’euro: i Certificati di Credito Fiscale
I Certificati di Credito Fiscale (CCF[1] sono titoli che danno il diritto ad ottenere sconti fiscali futuri (nel nostro progetto dopo due anni dall’emissione) e non hanno nulla a che fare con la famosa supply-side theory di Arthur Laffer che si basa su massicci tagli alle tasse alle classi benestanti. L’aggancio alle tasse è un modo per assicurare un controvalore monetario certo ai CCF la cui funzione fondamentale è quella di aumentare immediatamente la capacità di spesa dell’economia e quindi la domanda pubblica e privata, la produzione, l’occupazione e gli investimenti delle imprese. La riduzione delle tasse invece è un fenomeno che avviene dopo due anni dall’emissione.
I CCF non sono debito in quanto non sussiste alcun impegno, da parte della pubblica amministrazione, a rimborsarli in euro. Incidono sul gettito fiscale futuro, ma questo effetto viene più che compensato dalla ripresa dell’economia che sarà innescato dall’espansione fiscale oppure, se la ripresa fosse insufficiente, dalle clausole di salvaguardia predisposte per evitare l’aumento del deficit e del debito pubblico.

2. Il piano A della convertibilità dei CCF
Nel progetto della moneta fiscale abbiamo proposto la libera convertibilità dei CCF in euro sui mercati finanziari. Se prendiamo ad esempio un titolo come il CTZ a due anni, prevediamo che il tasso di sconto sarà piuttosto contenuto (non superiore al 5% annuo) e tenderà ad azzerarsi via via che si avvicina la data di scadenza ossia la possibilità di utilizzare i CCF per ottenere gli sconti fiscali. Però, sarebbe prudente predisporre un market maker o “compratore di ultima istanza” che dovrebbe intervenire se lo sconto aumentasse oltre certi limiti e cioè se i CCF dovessero svalutarsi in modo eccessivo rispetto all’euro. Solo Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti hanno capacità di intervento sebbene non dispongano di risorse illimitate. Infine, nell’opzione della convertibilità è vitale che ci sia un accordo con il sistema bancario che si deve impegnare per garantire il successo dell’operazione convertendo tutti i CCF che vengono portati allo sconto (le banche potranno ottenere un guadagno dalle commissioni). Una volta effettuata la conversione, i pagamenti vengono effettuati in euro che rimane la moneta utilizzata negli scambi di merci e servizi.

3. Il piano  B dell’inconvertibilità dei CCF
All’estremo opposto, i CCF potrebbero essere non convertibili in euro in modo da funzionare come una vera moneta complementare poiché i pagamenti sarebbero effettuati direttamente con i titoli fiscali.
Nel corso dei nostri contatti con la Ragioneria Generale dello Stato (RGS), ci è stato espresso il dubbio che, mentre è certo che i CCF all’atto dell’emissione non concorrano ad aumentare il deficit pubblico annuo, potrebbero invece dover essere ricompresi nello stock di debito pubblico nel caso in cui vengano acquistati e restino nel possesso di istituti di credito. Da quanto abbiamo capito, il dubbio nasce dal fatto che gli istituti di credito devono registrare il possesso dei CCF all’attivo del proprio bilancio. L’Istat, ricevendo le relative comunicazioni, deve a questo punto prendere atto dell’esistenza di questi titoli e quindi registrare il corrispondente impegno del settore pubblico come componente del debito.

Questo tema non ci è risultato chiaro e non ci sono stati forniti precisi riferimenti normativi o regolamentativi. Ci appare illogico che uno stesso titolo sia o non sia debito in funzione di chi lo detiene (una banca o un altro soggetto), dal momento che la natura del titolo è esattamente la stessa. Inoltre, la previsione cui fa richiamo la RGS sembra contravvenire alle regole europee stabilite in materia. [2]

Per questi motivi abbiamo ipotizzato uno schema in base al quale l’utilizzo dei CCF non avvenga per il tramite della conversione in euro mediante cessione sul mercato finanziario, ma funzionino direttamente come mezzo di pagamento per effettuare acquisti di merci e servizi. Ciò anche alla luce del fatto che le fasce sociali disagiate e i lavoratori a basso reddito potrebbero trovare poco pratico e/o poco conforme alle loro abitudini effettuare una vendita di CCF contro euro passando per meccanismi di mercato finanziario. Si potrebbe pertanto prevedere che tali soggetti ricevano CCF sotto forma di accrediti su una carta elettronica ad essi intestata e che possano spendere tali disponibilità direttamente. In sostanza i CCF funzionerebbero come “buoni spesa” e permetterebbero di evitare l’uso del contante.

Affinché ciò sia possibile, si dovrebbe realizzare un sistema di accordi con una serie di operatori commerciali e imprenditoriali che svolgono attività di vendita di beni e servizi al pubblico su vasta scala, che si possono rendere disponibili ad accettare CCF come forma di pagamento in cambio dei beni e servizi venduti. Tra questi operatori potrebbero annoverarsi: soggetti della grande distribuzione organizzata; società di erogazione di acqua, gas ed elettricità; catene di distribuzione di carburanti; compagnie assicurative attive (tra le altre cose) nella vendita di polizze RC auto obbligatorie; strutture pubbliche o convenzionate che forniscono servizi sanitari; ecc.

Tutti i soggetti sopraindicati hanno flussi rilevanti e continui di pagamenti verso la pubblica amministrazione, non solo a titolo di imposte dirette ma anche e soprattutto di IVA, nonché di imposte e contributi versati in conseguenza dei rapporti di lavoro dipendente (anche come sostituto d’imposta per conto del loro personale). Tali soggetti avrebbero pertanto la certezza di utilizzare i CCF acquisiti per conseguire sconti fiscali futuri, anche senza passare attraverso la loro conversione sul mercato finanziario.

Naturalmente, l’accettazione da parte di tali operatori di uno strumento utilizzabile come sconto fiscale soltanto a due anni dall’emissione, e caratterizzato da un grado di liquidità inferiore rispetto alla moneta legale, richiederebbe che si remunerasse con un tasso d’interesse positivo chi lo accettasse in pagamento contro beni e servizi. [3]

Si potrebbe quindi prevedere che i CCF utilizzati via carta elettronica maturino un tasso d’interesse, corrispondente al tasso di attualizzazione finanziaria in caso di cessione, per far sì che l’opzione “pagamento in euro” o “pagamento in CCF” sia neutrale e quindi indifferentemente accettata dall’operatore commerciale che avrebbe la possibilità di espandere le proprie vendite.

Dunque, l’opzione dell’inconvertibilità se da un lato rende lo strumento meno liquido provocando problemi di accettazione, dall’altro lato:
1. ci mette al riparo dal rischio di una svalutazione eccessiva dei titoli fiscali nei confronti dell’euro [4];
2, evita di chiamare in causa le banche che potrebbero essere attaccate dall’Europa;
3. scongiura la possibilità di pagare in nero assicurando che tutta la moneta fiscale sia destinata alla spesa di beni e servizi;
4. garantisce che la manovra abbia il maggiore impatto possibile all’interno del territorio nazionale poiché saranno solo le imprese che pagano le tasse nel nostro Paese ad accettare i CCF come mezzo di pagamento. In tal modo, si viene a ridurre la spinta verso le importazioni che inevitabilmente l’espansione della domanda interna porta con se. Inoltre, la possibilità di fare pagamenti in CCF permette di liberare euro che possono essere utilizzati per altri scopi (importazioni, riequilibrio di bilancio, pagamento dei debiti).

In conclusione, l’opzione dell’inconvertibilità richiede la costituzione di un circuito commerciale in cui le imprese che aderiscono si impegnano ad accettare CCF come mezzo di pagamento in luogo degli euro. Ma se funziona il Sardex [5] perché non potrebbero funzionare i CCF che hanno dietro lo Stato ?



NOTE



[1] Cfr. S. Sylos Labini, Fuori dall’austerity con la moneta fiscale, «Left», 7 ottobre 2016.

[2] Il Sistema Eurostat SEC 2010, reso esecutivo con il Regolamento n. 549 / 2013 (cfr. in particolare i paragrafi 5.05 e 5.06) configura senza ambiguità i CCF come credito tributario “non pagabile” in quanto non soggetto a essere rimborsato in cash. Questo strumento, ancorché se ne debbano valutare gli effetti nei documenti di programmazione in termini di “minori entrate” previste, non può in alcun modo essere qualificato come “spesa” né come “debito” nella contabilità pubblica e nei documenti consuntivi di finanza pubblica. Si veda al riguardo anche la Eurostat Guidance Note del 29 agosto 2014.

[3] Si osservi, pertanto, che qualunque sia il canale di utilizzo dei CCF (con o senza conversione sul mercato finanziario), nella misura in cui essi a) impongono un differimento all’esercizio del diritto che incorporano (sconto fiscale) e b) hanno liquidità inferiore a quello della moneta legale, la loro accettazione richiede necessariamente l’applicazione di un tasso d’interesse (implicito o esplicito).

[4] Un’eventualità del genere potrebbe verificarsi se l’emissione della moneta fiscale venisse considerata dai mercati finanziari come un passo verso l’uscita dall’euro oppure potrebbe avere luogo nella prima fase della manovra dove è probabile che prevalgano i venditori (persone/imprese che vogliono euro e cedono CCF) sui compratori. Ciò determinerebbe una crescita indesiderata dello sconto e quindi una perdita di valore dei CCF nei confronti dell’euro depotenziando la manovra espansiva.

22 settembre 2016

Virginia Raggi contro il ceto politico-affaristico criminale

di Pino Cabras.

C'erano pochi dubbi sulla causa principale delle difficoltà che ha dovuto affrontare la sindaca di Roma Virginia Raggi nei suoi primi mesi alla guida dell'Urbe: non le carenze pur notevoli della classe dirigente che lei ha portato al Campidoglio, ma i difetti della classe dirigente contro cui fa fronte, un ceto affaristico-politico criminale fra i più avidi del pianeta, al potere da generazioni. Dire no alle Olimpiadi a Roma è, semplicemente, dire no a un potere sfrenato e finora senza contrappesi che ormai ha un unico progetto: arraffare.

Guardiamoci negli occhi senza dar retta alla solita retorica vuota con cui quel potere vuole fregarci: il rimpianto delle occasioni perdute, le glorie di una vetrina planetaria, i soldi che daranno un'anima a mille betoniere e mille gru, il PIL futuro, il soffio vitale delle Grandi Opere. O addirittura lo spirito olimpico in persona.

Andiamo sul concreto, invece, e valutiamo bene tutti i disastrosi precedenti, così guardiamo soprattutto negli occhi degli imprenditori tipici di queste opere e negli occhi dei politicanti e giornalisti corrotti che li accompagnano. Tutti questi personaggi dovrebbero trovare, chissà dove, le qualità per elevarsi sopra quei precedenti. Tuttavia, né i precedenti italiani né quelli di altri paesi offrono alcun appiglio. Abbiamo a che fare con gente che non è in grado di elevarsi sopra alcunché. Quei precedenti li tengono giù per terra: non c'è "Grande Opera" degli ultimi trent'anni in Italia - fra quelle che hanno sfruttato qualche circostanza "eccezionale" e richiamato miliardi in deroga a procedure ordinarie - che non abbia prodotto più debiti e più tangenti, con ben pochi benefici per i cittadini e molta sofferenza per le casse pubbliche.

Nel mondo, non si trovano casi di Olimpiadi - tranne poche peculiari eccezioni, non certo ripetibili nell'Italia di oggi - che negli ultimi decenni non abbiano inflitto colpi terribili al bilancio delle città interessate. Quando il sacrificio economico alla fine riusciva a non contare, era perché dietro c'era anche un progetto politico vero. La voragine di quaranta miliardi di dollari di Pechino, ad esempio, serviva a far dire ai cinesi: "ciao mondo, eccoci qui, siamo quasi la prima potenza, abbiamo un sacco di cose da raccontarci!"

Cos'avrebbe avuto invece da raccontare al mondo la Roma del "generone" del XXI secolo, una volta fatto l'ennesimo buco miliardario?

Cos'avrebbe garantito nella gestione del denaro pubblico una classe dirigente nazionale che non sa sfruttare nemmeno i miliardi dei fondi europei?

A cosa sarebbero state sottratte queste risorse? Qualcuno dimentica che l'Italia non batte moneta, ma prende a prestito una moneta "straniera" che le costa tanto e la porta a tagliare via via le spese sociali. Da quando c'è l'euro, le Olimpiadi estive si sono tenute una sola volta nell'eurozona: in Grecia. Dobbiamo aggiungere altro?

Facciamola breve. Nelle condizioni attuali delle classi dirigenti italiane, fare il processo alle intenzioni è puro realismo: quelli che volevano imporre le Olimpiadi le avrebbero usate per un'immonda mangiatoia, avrebbero ridotto il comune di Roma a un rimorchio trainato dalle scelte dei palazzinari, senza che gli amministratori eletti potessero decidere le alchimie e le aree da trasmutare da ruggine a oro zecchino.

Sul corpo dell'eterna capitale corrotta, dell'eterna nazione infetta, avrebbe avuto inoltre buon gioco ad adagiarsi una delle organizzazioni più purulente del capitalismo planetario, il movimento olimpico attuale. Per inerzia si pensa ancora a De Coubertin. Realismo vorrebbe che per descriverlo si ripassasse invece l'abc del giornalismo antimafia.

Tutto questo non significa per forza "ordinaria amministrazione". Sono emerse persino proposte molto immaginifiche per progettare un'Olimpiade più sobria, più popolare, da finanziare con una moneta complementare, come ha proposto Nino Galloni. Per quanto detto fin qui, è tuttavia irrealistico usarla nel caso delle Olimpiadi (in mano a poteri che non hanno di questi programmi), mentre la misura di una moneta complementare avrebbe molte applicazioni per fare opere utili, piccole e diffuse. Pensiamoci, non solo per Roma.

18 gennaio 2016

Italia-UE, una crisi dentro una crisi più grande


di Pino Cabras.
da Sputnik e Megachip.


Le guerre che circondano l’Europa alimentano una parte importante del flusso migratorio, e ora quel flusso si abbatte sui contrasti interni dell’Unione europea, disunita e fiaccata da troppi anni di austerity.
La Turchia, soggetto attivo e passivo della guerra siriana, ha in mano il rubinetto che regola l’intensità del flusso migratorio verso l’Europa, mentre l’Europa ha il rubinetto delle risorse finanziarie da dare alla Turchia: solo che sul rubinetto dei soldi le mani in lotta per controllarlo sono più d'una. Si ricorderà che a novembre 2015 fu firmato un accordo da 3 miliardi di euro fra la UE e la Turchia, a sostegno di un pacchetto di interventi pluriennali per i rifugiati, da spendere soprattutto sul suolo turco. Il problema è che quei 3 miliardi bastano a malapena per un anno (mentre Ankara chiede 3,5 miliardi l’anno per due anni), e nessuno sa chi metterà - e in che modo – già da ora, i due terzi della cifra.
Si presume che paghino in gran misura gli Stati membri, ciascuno in base al suo peso economico. Per Stati già sottoposti a vincoli di spesa sempre più penetranti rimane il dilemma: tagliare ancora le spese o chiedere all’Europa più libertà di spesa?
L’Italia, ad esempio, aveva già chiesto qualche flessibilità alla Commissione europea, sforando in modo concordato i rigidi parametri del deficit. Questo è bastato al presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, per dire "abbiamo già dato". Ovverosia: niente ulteriore flessibilità per Roma. Il contributo dell'Italia alla crisi dei migranti ricadrebbe nei soliti vincoli, con prevedibili conseguenze sul bilancio e sull'economia.
Ecco perché il governo italiano non ci sta e dichiara di non volersi sottomettere alla Commissione europea (né alla Germania): esige che quanto sarà speso in più per i rifugiati non faccia scattare la tagliola di Bruxelles. L'attacco di Matteo Renzi ha avuto una risposta durissima da parte di Juncker: «Il presidente del Consiglio italiano sbaglia ad offendere la Commissione in ogni occasione. La mia irritazione è in tasca, sono pronto a tirarla fuori.» Quando i pezzi grossi della troika usano questo linguaggio, la battaglia sarà durissima. È la fine di una sorta di "periodo di grazia" accordato a Renzi. Infatti, sebbene l'Italia sia stata fra i paesi membri più solerti nell'aderire al famigerato "Fiscal Compact", ossia il Patto di bilancio europeo, non ha dovuto applicare da subito il suo pesantissimo obiettivo: ridurre entro vent'anni il debito pubblico dal 130% al 60% del PIL (cioè mazzate pazzesche ogni anno), l'impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL (cioè impossibilità di fare politica economica), l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (che unicamente l'Italia ha introdotto in Costituzione), nonché altre vessazioni che formano l'ossatura della dittatura europea, quella forma di tirannia che pensa di curare l'anemia con i salassi. Per tutto questo meccanismo infernale, in grado di distruggere definitivamente l'economia italiana (e di tutto il Sud Europa), al "premier-mai-eletto" è stato concessa una sorta di sospensione del Fiscal Compact, per non far cadere subito il suo governo e non creare perciò un'altra Grecia, molto più grande e incontrollabile.
È grazie al poter stare in questo limbo che Renzi ha potuto presentare come una svolta epocale un PIL che non calava più, anche se cresceva di pochi spiccioli, così come ha potuto maneggiare qualche risorsa per giochi di prestigio fiscali, senza però intaccare nessuna delle ragioni del declino italiano.
Ora Renzi non sarà più graziato, mentre rimane il nodo di fondo della dittatura fiscale europea: un nodo scorsoio che tornerà a stringersi, non lasciando più margini di manovra. Con regole simili e con interlocutori così rigidi ai piani alti dell'eurocrazia, la strada dell'austerity è già segnata.
Per questo motivo il caso turco anticipa il problema.
Il presidente turco Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Levante, dopo aver fornito il retroterra militare ai combattenti jihadisti che hanno generato una catena di catastrofi umanitarie in Siria e dintorni, è la diga che oggi trattiene due milioni di rifugiati, ma che domani può anche non trattenere più. Sa bene che l'Europa è un continente ripiegato sui suoi problemi. Sa che i suoi Stati reggono male l'arrivo devastante di una fiumana di disperati, perché su questo sono culturalmente e politicamente impreparati. Sa che quasi tutti questi Stati sono anche vincolati dalla NATO e che la Turchia può coinvolgerli in guerra, dentro quel disastro che essi stessi hanno contribuito a creare destabilizzando il Medio Oriente e il Nord Africa. Insomma, Erdoğan ha potenti strumenti di ricatto per pretendere il pizzo all'Europa, che però non ha ancora deciso chi paga.
È quella stessa Europa che finge che l'Ucraina non sia in bancarotta mentre continua ad appoggiarla diplomaticamente e militarmente, intanto che contro la Russia intraprende la battaglia autolesionista delle sanzioni.
Gli alibi e i rinvii non funzionano più, e le contraddizioni si presentano tutte insieme, in forma di crisi migratorie, finanziarie, sociali, militari e diplomatiche. Se si solleva lo sguardo è un'unica crisi politica europea, nel momento in cui non esiste alcun "sogno europeo" che possa funzionare. Nessun sogno funzionerà finché resterà nella doppia morsa della NATO e delle istituzioni deviate del costrutto comunitario. Rimangono solo i ricatti e i rapporti di forza, oltre a leggi europee che acuiscono i contrasti e creano le basi per ulteriori sconvolgimenti. La battaglia su "quanto deficit si può sforare" è ancora poca cosa rispetto alla vera portata della crisi.




2 luglio 2015

Come il Pensiero Unico vuole la resa della Grecia

Crisi greca: l'ora delle manipolazioni orwelliane. Le lettere di Tsipras agli usurai: dimezzate dal Financial Times, tradotte male dal Corriere 
di Giuseppe Masala e Pino Cabras.
da Megachip.

La guerra alla Grecia di Tsipras, come tutte le guerre, si combatte prima sui media. Il gioco del cerino che vede impegnati in una serie di proposte e controproposte Bruxelles e Atene entra nella fase più importante dall’inizio della crisi. Più è alta la posta in gioco, più grande diventa la manipolazione.
Il messaggio parte dal centro del centro del potere, e tutti i media si adeguano, modellandosi sull'impronta iniziale. Il Financial Times, organo della City di Londra (e più in generale di tutta la comunità finanziaria globale) pubblica una lettera di Alexis Tsipras indirizzata alla Commissione Europea dove – a detta del giornale – il premier greco accetta quasi in toto le condizioni imposte dalla ex trojka (UE, BCE e FMI).
Ovunque i telegiornali e i siti dei quotidiani rilanciano e strillano la “resa” di Tsipras. Ma è davvero così?
Effettivamente nella missiva si parla di una quasi completa accettazione dei diktat della Trojka: aumento dell’IVA (tranne il regime agevolato presente nelle isole), riforma del mercato del lavoro da farsi entro questo autunno, riforma delle pensioni e inasprimenti fiscali che colpirebbero le imprese individuali e le imprese agricole. A vederla così appare come una oggettiva e completa capitolazione del Governo Tsipras, una vera e propria Caporetto in salsa ellenica. Infatti, sulla scorta di queste notizie, i mercati finanziari si lanciano in un rally molto forte sperando che si confermi la disfatta dei PIGS più porci di tutti, dannati maiali-cicala che non baciano i piedi di Juncker, Draghi, Lagarde e nemmeno di Merkel.
Quasi nessuno spiega che Tsipras di lettere ne ha scritte non una ma due. La n.1 è quella che abbiamo detto, indirizzata ai capoccia della trojka. La n.2 si rivolge al presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, il bellimbusto vampiresco che presiede pure al Meccanismo europeo di stabilità  (ESM- European Stability Mechanism), detto anche Fondo salva-Stati.
Nessuno legge davvero bene la lettera pubblicata dal Financial Times (e ripresa da tutta la stampa mondiale (Lettera n. 1). Se la si legge bene, si nota che l’accettazione delle richieste della trojka è subordinata all’accettazione della Lettera n. 2, anch'essa spedita il 30 Giugno, che prevede la “ristrutturazione e riprofilazione” (taglio e modifica delle scadenze) del vecchio debito con il fondo comunitario e l’accensione di un nuovo debito biennale con il fondo comunitario “Salva Stati”.
Come come?
Ma allora la notizia vera era un'altra: il governo Tsipras è disponibile ad accettare quasi integralmente le condizioni della trojka purché la trojka si sottoponga per la prima volta a uno spettacolare cedimento. Mentre la propaganda strombazza la “resa” di Tsipras e Varoufakis, e sparge la voce che vogliano addirittura annullare il referendum, nessuno si accorge che la lettera n.1 dice che l’accordo con i creditori si fa solo se si accettano gli emendamenti proposti e se si fa un nuovo accordo con l’ESM nei termini esposti nella lettera N.2. In questa seconda lettera si chiede una cosa enorme: la ristrutturazione del debito. Non è una lettera, è un macigno.

I governanti greci richiedono che i creditori accettino la ristrutturazione e il riscadenzamento del vecchio prestito EFSM e che gradiscano che il nuovo piano di salvataggio sia fatto dal solo fondo ESM.
Attenzione, perché anche questa è una novità: si tratterebbe di escludere dal nuovo meccanismo d’intesa le due istituzioni più oltranziste e più segnate da un’ottusa ideologia neoliberista, ossia la Banca Centrale Europea del venerabile maestro Mario Draghi e il Fondo Monetario Internazionale (e washingtoniano) della venerabile maestra Christine Lagarde. Per trattare, bisogna prima immobilizzare sicari, cecchini e vampiri, altro che resa.

Insomma, a essere buoni la notizia è stata interpretata in maniera del tutto fuorviante.
Nella peggiore delle ipotesi siamo invece autorizzati a “pensar male”: può darsi che quelli del Financial Times siano stati traditi da un eccesso di zelo nello scodinzolare davanti agli interessi del proprio “pubblico di riferimento” (la comunità finanziaria internazionale), ma può anche darsi che la velina sia stata inviata al giornale (con relativa interpretazione depistata) da una manina interessata di Bruxelles. Poi per le redazioni è difficile resistere alla corrente. Sai, lo dice il Financial Times... 
E una volta creata questa cornice, nemmeno le sacrosante smentite del governo greco frenano il conformismo dei media.
Si sta facendo di tutto per influenzare l’esito del referendum di domenica con una spietata guerra psicologica, facendo passare l’idea di un governo ellenico ormai in ginocchio di fronte alla trojka.
Non basta. Alla periferia dell'impero mediatico, ci siamo accorti di una grave manipolazione da parte del più prestigioso quotidiano italiano. Che ti fa il Corriere della Sera? Traduce la lettera pubblicata dal Financial Times (la lettera n.1), ma non cita né tanto meno traduce la Lettera n. 2, alla quale la prima vuole fare riferimento. E che ci sia una manipolazione, lo vediamo da un dettaglio decisivo. Mentre il resto della Lettera n. 1 è tradotto in modo impeccabile, nel testo viene alterato astutamente il riferimento alla Lettera N.2.

L'originale dice:
«The Hellenic Republic is prepared to accept this Staff Level Agreement subject to the following amendments, additions or clarifications, as part of an extension of the expiring EFSF program and the new new ESM Loan Agreement for which a request was submitted today, Tuesday June 30th 2015».

La nostra traduzione è:
«La Repubblica Ellenica è pronta ad accettare questo accordo a livello tecnico in conformità alle seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti relativi al programma EFSF in scadenza e al nuovo Accordo di Prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità per il quale oggi 30 giugno 2015 è stata sottoposta una richiesta».

Il Corriere traduce invece così:
«La Grecia è pronta ad accettare questo accordo fatte salve le seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti sul programma in scadenza EFSF e il nuovo ESM per il quale era atteso un accordo entro il 30 giugno.»

La differenza salta agli occhi. Nella Lettera n.1 Tsipras fa riferimento a un documento preciso, una proposta certa. Dice in sostanza: quella lettera GIÀ SPEDITA è parte integrante della nostra proposta. Ed è la proposta della ristrutturazione del debito. Il Corriere la fa sparire. Ed ecco la presunta resa.

I fatti poi si incaricano di sgonfiare le ipotesi strampalate, a partire dall'annullamento della consultazione referendaria (ben al contrario, Tsipras è andato in TV a chiedere di votare NO con forza), intanto che i tabù rigoristi di Merkel e Schäuble dettano la linea europea, giù giù fino ai patetici tweet di Matteo Renzi.

Probabilmente in questi giorni assisteremo anche ad altri “colpi di scena” dall’intento manipolatorio di stampo orwelliano. 
Poi, finalmente, domenica parleranno le urne. E di fronte alla volontà del popolo greco nessuno potrà mentire.



16 dicembre 2013

Per dei forconi con un progetto

di Francesco Gesualdi*.

Siamo stati zitti quando i nostri governanti hanno riscritto le regole del commercio internazionale per consentire alle multinazionali di spadroneggiare contro le piccole imprese, contro i lavoratori, addirittura contro gli stati che corrono il rischio di finire in tribunale se si azzardano a fare leggi che per difendere ambiente e salute pongono limiti alle attività delle imprese straniere.
Siamo stati zitti quando ci hanno prospettato un’Europa costruita sul principio supremo della concorrenza selvaggia.
Siamo stati zitti quando ci hanno trascinato in una moneta unica senza alcun meccanismo a difesa delle economie più deboli.
Siamo stati zitti quando le imprese tedesche hanno avuto buon gioco a invadere i mercati degli altri paesi europei grazie a leggi di casa propria che hanno abbattuto i costi di produzione sulla pelle dei loro lavoratori.
Siamo stati zitti quando hanno progettato l’euro avendo come unico obiettivo quello di renderlo appetibile per la finanza internazionale affinché il suo valore salisse sempre più su.
Siamo stati zitti quando il governo dell’euro è stato affidato al sistema bancario europeo che ha a cuore solo l’interesse delle banche contro i cittadini e i governi.
Siamo stati zitti quando i governi sono stati scippati del potere di stampare moneta non avendo nessun’altra possibilità di finanziare i propri deficit se non ricorrendo a banche e investitori privati che si comportano come strozzini.
Siamo stati zitti quando i trattati europei hanno anteposto l’interesse dei creditori ai diritti dei cittadini imponendoci l’austerity come regola di vita.

Siamo stati peggio che zitti. Siamo stati assenti considerando tutto ciò roba noiosa da lasciare ai professionisti della politica.
Ed è successo l’inevitabile.
Senza un fronte popolare che mantenesse la rotta, la politica ha deragliato. Ha trovato più conveniente mettersi d’accordo con i poteri forti che in cambio di denaro hanno preteso regole a proprio favore. Ed oggi che tutti i nodi vengono al pettine, non sappiamo da che parte rifarci. Sopraffatti dalla complessità ci limitiamo alla protesta rendendoci simili a bambini che strillano nella speranza che qualcuno venga in loro soccorso per ripristinare i bisogni insoddisfatti. La delega continua ad essere l’atteggiamento dominante, ma ormai dovremmo averlo capito che solo la partecipazione e la proposta possono tirarci fuori dai guai.

Ma per proporre, prima ancora che idee di tipo tecnico, occorrono chiarezze di obiettivi.
E qui si aprono due strade di fronte a noi: quella della difesa degli interessi corporativi e quella della difesa dei valori. Ad oggi sembrano avere prevalso le logiche corporative, per cui le piccole imprese, i professionisti, le partite iva di ogni ordine e grado, scendono in strada per protestare contro tasse, vincoli burocratici, ingerenza delle merci tedesche, che compromettono i loro affari.
L’attenzione rivolta al proprio ombelico, non si rendono conto che la crisi è il frutto di una lunga concatenazione di eventi prodotti dai meccanismi su cui questo sistema mercantil-finanziario è fondato: concorrenza sfrenata, taglio dei salari, aggravarsi delle disparità, licenza di azzardo fino al fallimento, intervento statale a favore delle banche, indebitamento pubblico, austerity per garantire il pagamento degli interessi.
In definitiva, invece di andare all’origine della frana se la prendono con gli ultimi sassi che cadono sulle loro teste. In particolare la pressione fiscale, da sempre odiata, e l’euro, come se il problema fosse l’estensione territoriale delle monete e non il loro governo.
È arrivato il tempo di capire che la situazione di impoverimento in cui ci troviamo è il frutto di un’impostazione economica organizzata per consentire ai forti di arricchirsi usando come strategia la concorrenza sfrenata e la demolizione di tutto ciò che è collettivo affinché ogni bisogno personale e sociale sia trasformato in occasione di guadagno per loro.
Per cui o arrestiamo questa logica o saremo perdenti. Finché il progetto rimarrà il predominio dei forti, euro o lira, Europa o Italia, non farà differenza.
Anzi il ritorno ai vecchi confini nazionali può renderci ancora più vulnerabili e più esposti al ricatto delle forze transnazionali che libere di muoversi sullo scacchiere mondiale eviteranno i paesi che osano sfidarle per rifugiarsi in quelli disponibili a soddisfare i loro interessi.
Per questo, la lotta per un cambio di progetto, ossia di valori, a livello di più paesi europei, è la vera strada per uscire definitivamente da una situazione di crisi che non è solo economica, ma anche sociale e ambientale. Ed è proprio la difesa della dignità personale di tutti, nel rispetto dei limiti del pianeta, la battaglia di valori che dobbiamo condurre se vogliamo garantirci un futuro.
Un simile progetto richiede cambiamenti a tutti i livelli, da quello globale a quello continentale, da quello nazionale a quello locale, in numero così ampio da non poterli esporre neanche in forma di elenco. Ma alcuni passaggi meritano di essere evidenziati per la loro urgenza e la loro importanza strategica.
Dopo secoli di cultura mercantile ci siamo convinti che non esiste altra formula economica all’infuori del mercato. Abbiamo dimenticato che oltre alla produzione per la vendita affidata al mercato, esiste anche la produzione gratuita per il godimento di tutti affidata alla comunità.
Abbiamo accettato di trasformarci in piccoli imprenditori di noi stessi che intrattengono rapporti con gli altri solo sulla base della compravendita e della concorrenza. Ma così facendo siamo finiti in una guerra di tutti contro tutti: milioni di gladiatori pronti al corpo a corpo con chiunque si pari davanti. Eppure dovremmo averlo imparato che la logica del divide et impera è funzionale solo al potere. Ai deboli, la storia lo ha dimostrato, conviene l’alleanza, la cooperazione, la solidarietà. Per cui dovremmo rafforzare e riformare la dimensione comunitaria in modo da costruire una grande casa comune dentro la quale tutti possano trovare rifugio come tripla area di sicurezza.

Prima di tutto la salvaguardia dei beni comuni (aria, suoli, fiumi, boschi, spiagge, mari) perché la nostra esistenza dipende da un ambiente in buona salute.
In secondo luogo il soddisfacimento dei bisogni fondamentali (acqua, cibo, alloggio, energia, salute, istruzione e altro ancora) affinché la vita non sia più un’angoscia, ma una gioia.
Infine la garanzia di un lavoro affinché tutti possano sentirsi utili e socialmente apprezzati.
Per questo la nostra prima battaglia dovrebbe essere a difesa dell’economia pubblica contro chi oggi vuole depredarla in nome del debito. Basta continuare a farci spennare dai signori della finanza sull’onda del senso di colpa. Se abbiamo duemila miliardi di debito non è per colpa dei nostri eccessi di spesa, ma degli interessi che ci hanno strangolato.

Per cui non dobbiamo pagare solo noi ma pretendere che lo facciano anche i creditori accettando riduzioni sostanziose degli interessi e abbattimenti del capitale.
E sullo sfondo di tutto ciò, la riforma fiscale in senso progressivo, la riqualificazione della spesa pubblica per liberarci dalle spese inutili e dannose, la regolamentazione delle attività finanziarie per impedire la speculazione sui titoli del debito pubblico, la riforma dei trattati europei e della sovranità monetaria affinché l’euro sia messo al servizio degli stati per la creazione della piena occupazione, la promozione dei servizi pubblici, la soluzione del debito pubblico fuori dalle logiche di strangolamento.
Sogno impossibile? Dipende da noi, dalla nostra capacità di smettere di venerare il mercato come un dio assoluto e cominciare, invece, a prenderci cura della nostra casa comune.



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