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16 luglio 2016

Golpe in Turchia. Tutto previsto, o quasi



Il confuso colpo di Stato in Turchia non ci sorprende. È finito un ciclo storico di cui molti osservatori hanno avvertito per tempo la resa dei conti.
di Pino Cabras.
da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO
 
Il golpe in corso in Turchia non ci sorprende. Un anno fa ospitammo su queste pagine un articolo profetico di Thierry Meyssan, intitolato Turchia in pericolo, che prediceva un’imminente guerra civile causata dai disastri e le convulsioni cui Recep Tayyip Erdoğan aveva sottoposto questo paese chiave della NATO, per non parlare dei contraccolpi derivanti dal suo ruolo più criminale, quello di coordinatore del terrorismo jihadista che insanguina Siria e Iraq. Sempre Meyssan annunciava in un altro articolo: Verso la fine del sistema Erdoğan. Qualunque sia l’esito finale del colpo di Stato, possiamo già dire che siamo al termine di tutti gli equilibri turchi degli ultimi 15 anni, sintetizzati via via in un regime personale sempre più repressivo, triplogiochista, antidemocratico. Sia che Erdoğan venga rovesciato, sia che riprenda il comando, a chi prenderà in mano il comando rimarrà un paese diviso, con le istituzioni umiliate dalla diffidenza, l’assenza di un progetto convincente in mezzo a una situazione internazionale esplosiva.
Un altro articolo interessante è stato scritto da Luisanna Deiana su SpondaSud il 13 aprile 2016, che riproponiamo qui di seguito. In esso si fa notare come le voci di golpe circolassero con la forza di un avvertimento potente anche negli organi d’informazione dell’establishment statunitense, ormai stanco delle capriole del Sultano di Ankara. Colpisce come l’avventura di Erdoğan, nata sotto lo slogan “zero problemi con i vicini”, si sia rovesciata nel suo opposto, con la Turchia che mano a mano accendeva focolai di guerra in diversi paesi, fino a ritrovarsi però con mille problemi in casa propria, a partire dal riesplodere della questione curda e sull’orlo di una guerra civile, con tanto di scontro implacabile con la rete dell’ormai arci-nemico Fethullah Gulen.
Vi anticipiamo – dell’articolo che leggerete – la frase solenne che il comunicato dello Stato Maggiore delle forze armate opponeva alle voci di golpe: «Disciplina e obbedienza incondizionata sono alla base delle forze armate turche. Non verrà fatta alcuna concessione a catene di comando illegali ed estranee alla gerarchia militare istituzionale».
È andata un po’ diversamente, ed era prevedibile. La Storia europea - tra Brexit, crisi europea, terrorismo in Francia, provocazioni antirusse della NATO e veloci contorcimenti militari, come il golpe turco - riprende a correre, chissà verso dove. Le scuse di Erdoğan a Putin per l'abbattimento dell'aereo militare russo in Siria e la sua ripresa di un dialogo con Mosca sono arrivate tardi. Di certo non sono piaciute ai padroni della NATO.

Buona lettura.


Al rischio golpe contro Erdoğan, segue il disgelo tra Turchia e Israele

di Luisanna Deiana, SpondaSud, 13 aprile 2016.

Le voci di un probabile colpo di stato militare in Turchia contro l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan si sono susseguite in modo frenetico sulla stampa internazionale fino all’attentato del 31 marzo scorso a Diyarbakir, città della Turchia sudorientale a maggioranza curda, nel quale sono morti 7 militari delle forze speciali e altri 27 sarebbero rimasti feriti. L’origine militare dell’attentato è stata immediatamente smentita dalle Forze Armate di Ankara che hanno ribadito la loro fedeltà alle linee di comando presidenziali.
Guerra psicologica o pura finzione, il risalto dato alla notizia a livello internazionale ha costretto lo Stato Maggiore turco a smentire in modo categorico l’ipotesi di un colpo di stato militare. Nella dichiarazione pubblicata sul sito internet delle Forze Armate si legge: «Disciplina e obbedienza incondizionata sono alla base delle forze armate turche. Non verrà fatta alcuna concessione a catene di comando illegali ed estranee alla gerarchia militare istituzionale».
La precisazione è insolita e va analizzata considerando il ruolo delle forze armate nella recente storia turca. L’esercito, che rappresenta il contingente NATO più numeroso dopo quello americano, ha avuto un ruolo determinante nella storia del paese attuando quattro golpe nel 1960, 1971, 1980 e nel 1997 con la destituzione del Governo Erbakan di ispirazione filoislamica e maestro di Erdoğan.  I militari si considerano infatti i guardiani del principio di laicità del fondatore della Turchia moderna Atatürk e godono di un grosso sostegno presso l’opinione pubblica. Oltre alla manipolazione della notizia da parte dei media occidentali, sui settori militari turchi, incombe l’influenza del magnate e imam Fethullah Gülen, in esilio negli USA dal 1999, ex alleato e ora nemico giurato di Erdoğan.
La campagna mediatica anti-Erdoğan portata avanti per settimane dalla stampa americana si è focalizzata sull’ipotesi di un prossimo colpo di stato in Turchia, tanto che il 24 marzo la rivista Newsweek ha pubblicato un esplicito articolo dell’ex funzionario della Difesa Usa, Michael Rubin, intitolato «Ci sarà un golpe in Turchia contro Erdoğan?». Che i media americani stiano cavalcando il gelo profondo nelle relazioni tra USA e Turchia seguito all’abbattimento di un jet russo da parte di un F-16 turco lo scorso novembre, trova conferma nel rifiuto del presidente americano Barack Obama di incontrare il premier turco a margine del vertice sulla sicurezza nucleare, tenuto a Washington dal 31 marzo al primo aprile. Sempre a fine marzo il Pentagono ha inoltre dato ordine alle famiglie di diplomatici e militari americani di lasciare il sud della Turchia a causa di “crescenti minacce da parte di gruppi terroristici”.
Anche in Europa non sono mancate le occasioni per ridimensionare il ruolo del “califfo” Erdoğan. In Germania il presidente turco è stato pesantemente ridicolizzato con un videoclip mandato in onda dal programma satirico Extra 3, trasmesso sul canale nazionale NDR, che ha preso di mira le sue presunte spese stravaganti e la violenta repressione delle libertà civili. Immediata la protesta di Ankara che ha chiesto di cancellare il video dalla programmazione del palinsesto. Altro episodio che ha screditato Erdoğan a livello internazionale è stato il tentativo di partecipazione dei diplomatici europei alla prima udienza, tenuta il 25 marzo a Istanbul, del processo contro due giornalisti turchi del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, Can Dundar ed Erdem Gul, accusati di spionaggio e divulgazione di informazioni riservate e propaganda a favore di organizzazione terroristica. L’udienza si è poi svolta a porte chiuse per ragioni di “sicurezza nazionale”.
Nella guerra di nervi tra Turchia e Usa si scorge uno scenario ben più ampio della crisi siriana: la cooperazione turca con la Cina, il rischio di un riavvicinamento all’Iran, il rifiuto di identificarsi con la strategia di contenimento degli Stati Uniti, il crescente disinteresse per il processo di adesione all’UE e il sostegno dato ad Hamas e ai Fratelli Musulmani sono elementi sintomatici di un problema ben più grande, vale a dire il tentativo della Turchia di condurre in autonomia scelte di politica estera pur essendo un paese della NATO. Il modello di “leader musulmano moderato che avrebbe colmato il divario tra Oriente e Occidente” identificato da Obama in Erdoğan nel 2010 si è rivelato fallimentare e contrario alle aspettative americane.
Ad offrire una via d’uscita al sempre più isolato Erdoğan, il giorno dopo l’attentato di Istanbul del 19 marzo, è accorso il direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano Dore Gold che si è recato in Turchia per incontrare il sottosegretario agli Esteri Feridun Sinirlioğlu, responsabile per la normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Gerusalemme. Quella di Gold è la prima visita di un diplomatico israeliano di alto livello in Turchia dopo l’incidente della Freedom Flotilla del 2010. Se infatti la Turchia resta strategica per gli USA in quanto unico alleato NATO confinante con Siria e Iraq e risulta quindi fondamentale per contenere i costi connessi alla logistica operativa negli sforzi di guerra in Medio Oriente, è evidente che i ripetuti avvertimenti inviati a Erdoğan non lasciano spazio a nuove iniziative turche fuori dalla programmazione americana.
Il disgelo tra Israele e Turchia annunciato l’11 aprile dagli organi ufficiali israeliani palesa il nuovo orientamento che la Turchia intende seguire nella gestione delle vicende medio-orientali.
Isolata dalla Russia e ai ferri corti con gli USA che hanno appoggiato l’indipendentismo dei curdi siriani, la Turchia riconciliata con Israele potrà usufruire di una tecnologia militare d’avanguardia, rafforzando il suo ruolo internazionale soprattutto con l’Unione europea, e si renderà indipendente dalle forniture energetiche russe, usufruendo del gas che Israele si prepara a estrarre da enormi giacimenti sottomarini.
Il nodo centrale del riavvicinamento turco-israeliano si gioca sugli aiuti umanitari che i turchi vorrebbero continuare a portare a Gaza. La soluzione israeliana prevede che la Turchia prenda le distanze da Hamas e che i carichi di rifornimenti diretti a Gaza siano controllati sulle piattaforme israeliane in alto mare.
Sullo sfondo delle rinate relazioni tra Turchia e Israele, si muovono i sunniti dell’Arabia Saudita che vedono negli israeliani un importante alleato contro un nemico comune, quell’Iran che americani e europei hanno riabilitato a livello internazionale. Nonostante la fine delle sanzioni, a Riyad resta alta la guardia contro il pericolo iraniano ritenuto responsabile di alimentare la ribellione nel mondo sunnita.

Fonte: http://spondasud.it/2016/04/al-rischio-golpe-erdogan-segue-disgelo-turchia-israele-11014

AGGIORNAMENTO DEL 16 LUGLIO 2016, ORE 8:00
Il golpe è fallito. Andate in pace

3 maggio 2014

L'incendio di Odessa e la stampa italiana

di Pino Cabras.


Vediamo i lenzuoli sui corpi di decine di persone, nelle videoriprese di Odessa, in Ucraina. Lì è in atto un pogrom antirusso in pieno XXI secolo, con lancio di molotov, granate artigianali, assedi, bastonature. Squadre nazistoidi di Pravy Sektor (“Settore Destro”), protette e inquadrate anche nel resto del Paese da una giunta insediatasi dopo aver allontanato con la violenza un presidente eletto regolarmente, stanno devastando i luoghi di aggregazione sociale e politica - ossia i partiti, le associazioni, i sindacati - di una parte della popolazione di Odessa (maggioritaria) identificabile come russa, russofona o filorussa. La polizia della città sul Mar Nero ha lasciato fare per ore.

http://www.pandoratv.it/?p=513
Ma le vergognose testate italiane fanno a gara per sopire e troncare la reale portata della notizia.

Distinguere fra un generico incidente e una strage politica: il confine per capire quali tempi di fuoco si avvicinano passa da qui, dai 38 morti del 2 maggio di Odessa (per tacere degli altri episodi da guerra civile nel resto di un paese in bancarotta).

In materia di guerra la stampa italiana, specie sul web, ci ha già abituati al peggio negli ultimi anni. Con il dramma dell'Ucraina si è già subito portata ai suoi peggiori livelli, già raggiunti nel disinformare i lettori sulla guerra in Libia e poi in Siria. Le pagine web italiote ci farebbero davvero ridere, se non parlassimo di una tragedia: i 38 filo-russi bruciati in una sede sindacale dai nazionalisti ucraini di estrema destra sono diventati delle generiche "38 vittime in un incendio". «Quasi si trattasse di un incidente e non di un massacro politico», commenta Daniele Scalea, direttore dell'IsAG, un istituto di studi geopolitici molto attento alle vicende dell'Europa orientale. Scalea e anche noi ci domandiamo cosa avrebbero scritto nel 2011 il Corriere della Sera, o la Repubblica, o Il Fatto Quotidiano, se dei miliziani di Gheddafi avessero assediato decine di manifestanti fino a farli bruciare vivi.

Ecco come il canale televisivo russo RT riferisce i fatti:
«Almeno 38 attivisti antigovernativi sono morti nell'incendio della Camera del Lavoro di Odessa a seguito del soffocamento per il fumo o dopo essere saltati dalle finestre dell'edificio in fiamme, ha riferito il ministro dell'Interno ucraino. L'edificio è stato dato alle fiamme dai gruppi radicali pro-Kiev.»

Così invece li racconta il Corriere:
«Trentotto persone sono morte in un incendio scoppiato nella città ucraina di Odessa e legato ai disordini tra manifestanti filo russi e sostenitori del governo di Kiev.»
Così, genericamente, un incendio “legato ai disordini”...

Ancora, il pezzo su Repubblica suona così:
«È di almeno 38 morti anche il bilancio delle vittime degli scontri tra separatisti e lealisti a Odessa, città portuale ucraina sul Mar Nero. "Uno di loro è stato colpito da un proiettile", ha riferito una fonte all'agenzia Interfax, "mentre per quel che riguarda gli altri non si conosce la causa della loro morte". La sede dei sindacati è stata data alle fiamme. Le persone sono morte nell'incendio. Gli scontri sono violentissimi.» La macabra contabilità si disperde in un groviglio in cui non si capisce chi fa che cosa, quanti muoiono in un episodio o in un altro, chi appicca gl'incendi.

L'Unità riesce a fare peggio di tutti. La salma del giornale di Gramsci scrive infatti che la sede del sindacato è stata bruciata dai separatisti filo-russi (uno scoop malauguratamente ignorato in tutto il resto del mondo). A ulteriore dimostrazione che all'Unità non sanno quel che dicono, aggiungono che sono stati «abbattuti due elicotteri filorussi, Mosca furiosa», come se la rivolta avesse una sua aviazione all'opera. 



Naturalmente la notizia era inversa: due elicotteri d'assalto Mi-24 delle forze speciali di Kiev (che stanno combattendo assieme a contractors stranieri e milizie naziste), sono stati abbattuti dalle forze ribelli. Notizia molto preoccupante, se vista nelle sue implicazioni, possibilmente quelle esatte, della possibile escalation del conflitto.

Se puntiamo di nuovo l'attenzione al rogo di Odessa, la conclusione è dunque chiara: gli organi di informazione nostrani sono reticenti, quando non falsificano, perché non riferiscono che le vittime sono state tutte di una parte, né che la causa immediata della loro morte sia stato un incendio doloso appiccato dalla milizia del partito nazista Pravy Sektor presso la sede di un sindacato.
Questo accade nell'Odessa del 2014 e non nella Ferrara del 1921 né nella Stoccarda del 1932. A quel tempo c'erano ancora organi di informazione che raccontavano la portata reale della catastrofe, prima di esserne travolti.
Non sappiamo ancora se il veleno della catastrofe politica di questo secolo potrà essere evitato, data la risolutezza degli apparati atlantisti nel precipitare nel caos l'Ucraina, paese chiave della sicurezza comune europea. 
L'unico antidoto esistente può funzionare solo se diventa un fenomeno politico e mediatico di massa: l'antidoto è informarsi e informare, fuori dalla ragnatela mediatica dominante, far sapere tutto su chi vuole estendere il grande incendio, ben oltre i palazzi di Odessa. 


L'articolo è anche su Megachip.


9 aprile 2014

Mosca: mercenari USA in Ucraina orientale.

di Kurt Nimmo - infowars.com.


Articoli e servizi dei media russi riferiscono oggi che la società di sicurezza americana Greystone ha collaborato con i fascisti di Settore Destro, nel tentativo di impedire che l'Ucraina orientale aderisca alla Federazione russa.
Greystone è un ex affiliata alla Xe (ossia la Blackwater ) con sede in Virginia e negli Emirati Arabi Uniti. Nell'impiegare «personale proveniente dalle migliori realtà militari di tutto il mondo», l'azienda offre «operazioni di stabilizzazione su larga scala che richiedono un gran numero di persone che aiutano a rendere sicura una regione».
«Siamo particolarmente preoccupati dal fatto che l'operazione coinvolge circa 150 mercenari americani di una società privata, la Greystone Ltd., vestiti con l'uniforme dell' unità speciale di polizia [ucraina] Sokol», ha affermato il Ministero degli Esteri russo in un comunicato. «Esortiamo [Kiev] affinché voglia fermare immediatamente tutti i preparativi militari che potrebbero portare a una guerra civile».


Il 10 marzo, Infowars.com ha riferito in merito alla presenza di mercenari provenienti da grandi aziende specializzate presso Donetsk, una città industriale nella parte orientale dell'Ucraina sul fiume Kalmius. Un video pubblicato su YouTube ha mostrato uomini con armi e giubbotti antiproiettile lungo una strada dove si è tenuta una manifestazione filo-russa.


Un diplomatico russo ha riferito a Interfax che 300 dipendenti della Blackwater, ora nota come Academi, erano giunti nella città filo-russa.
I mercenari presenti a Donetsk «sono soldati di ventura esperti in operazioni di combattimento», ha rivelato una fonte diplomatica a Interfax , secondo il Daily Mail. «La maggior parte di loro aveva operato in base a contratti privati in Iraq, Afghanistan e in altri stati. La maggior parte di loro provengono dagli Stati Uniti».
Durante il fine settimana gli attivisti in Ucraina orientale hanno occupato edifici governativi nelle città di Donetsk, Luhansk e Kharkiv. I membri dell'assemblea legislativa regionale nel centro industriale di Donetsk lunedì hanno proclamato la città Repubblica Popolare. I civili si sono radunati presso il municipio regionale di Donetsk e hanno issato una bandiera russa. È stato inoltre occupato dai manifestanti il palazzo dei servizi segreti a Luhansk.
Il governo accusa per le occupazioni «gruppi separatisti coordinati dai servizi speciali russi». «I nemici dell'Ucraina stanno cercando di replicare lo scenario della Crimea, ma non lasceremo che questo accada», ha dichiarato il presidente golpista Oleksandr Turchynov alla televisione ucraina.
In risposta alle occupazioni, forze speciali ucraine hanno rimosso i manifestanti dalla sede dei servizi di sicurezza ucraini a Donetsk. Un'operazione "anti-terrorismo " a Kharkiv ha ripulito un edificio governativo e arrestato circa settanta persone, secondo il ministero dell'Interno in carica dopo il colpo di Stato. Gli attivisti arrestati saranno tradotti verso le città di Poltava e Zaporijya e accusati di "separatismo, violenza e partecipazione a proteste di massa", secondo la portavoce del Ministero dell'Interno Natalia Stativko.
Vitaly Yarema, l'attuale Vice Primo Ministro ad interim per la giunta di Kiev, ha assicurato che le forze di sicurezza non assalterebbero il governo regionale. Victoria Syumar, vice capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ha detto ai media che la giunta sta negoziando con gli attivisti.
Martedì scorso, in risposta al crescente separatismo, il Parlamento Ucraino ha modificato il codice penale. Minacciare l'integrità territoriale e la sicurezza nazionale dell'Ucraina è ora un reato punibile con 3-5 anni di carcere.
Inoltre martedì, due membri del partito neofascista Svoboda hanno preso d'assalto la tribuna in Parlamento e hanno rimosso il comunista Petro Symonenko dopo aver accusato gli ultra-nazionalisti di aver fatto il gioco della Russia, utilizzando tattiche estremiste durante le manifestazioni prima del colpo di stato. Ne è seguita una rissa tra i membri di Svoboda e del Partito Comunista ucraino.





Tratto da:
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.



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22 febbraio 2014

In Ucraina l'Occidente apre un vaso di Pandora

di Giulietto Chiesa.
il manifesto.


L'assistente del segretario di Stato Victoria Nuland ha detto al National Press Club di Washington, lo scorso dicembre, che gli Stati Uniti hanno investito 5 miliardi di dollari (…) al fine di dare all’Ucraina il futuro che merita», così scrive Paul Craig Roberts sul suo blog. Lui è ex assistente al Tesoro degli Usa e dice cose documentate. E ho letto che la Nuland ha già scelto i membri del futuro governo ucraino per quando Yanukovic sarà stato spodestato (o fatto fuori). L’Ucraina potrà avere così «il futuro che merita».
Ma quale futuro merita l’Ucraina, gli ucraini? Per come stanno andando le cose nessuno: non ci sarà l’Ucraina. Nell’indescrivibile clangore delle menzogne che gronda dai media mainstream la cosa principale che manca in assoluto è la banale constatazione che Yanukovic, l’ennesimo «dittatore sanguinario» della serie, è stato eletto a larga maggioranza dagli ucraini. Nessuno ne contestò l’elezione quando sconfisse Viktor Yushenko, anche se fu un boccone amaro per chi di Yushenko aveva finanziato l’ascesa. E gli aveva perfino procurato la moglie. Pochi sanno che la seconda moglie di Yushenko si chiama Katerina Chumacenko, che veniva direttamente dal Dipartimento di Stato Usa (incaricata dei «diritti umani»). Ancora meno sanno che Katerina, prima di fare carriera a Washington, era stata uno dei membri più attivi e influenti dell’organizzazione neo-nazista OUN-B della sua città natale, Chicago. OUN-B sta per Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini di Stepan Bandera.
L’OUN-B, tutt’altro che defunta, ha dato vita al Partito Svoboda, il cui slogan di battaglie è «l’Ucraina agli ucraini», lo stesso che Bandera innalzava collaborando con Hitler durante la seconda guerra mondiale. Del resto Katerina era stata leader del Comitato del Congresso ucraino, il cui ispiratore era Jaroslav Stetsko, braccio destro di Stepan Bandera. Che è come dire che il governo americano si era sposato con i nazisti ucraini emigrati negli Usa, prima di mettere Katerina nel letto di Yushenko.
Anche di questo il mainstream non parla. Ma ho fatto questa digressione per dire che, certo, gli ucraini hanno tutto il diritto di essere scontenti, molto scontenti di Yanukovic. E di avere cambiato idea. Anche noi abbiamo tutto il diritto di essere scontenti di Napolitano o del governo, ma questo non significa che pensiamo sia giusto assaltare il Quirinale a colpi di bombe molotov prima e poi di fucili mitragliatori.
Essenziale sarebbe stato tenere conto di questi dati di fatto. Ma il piano, di lunga data, degli Stati Uniti era quello di assorbire l’Ucraina nell’Occidente. Se possibile tutta intera.
Sentite cosa scriveva nel 1997 Zbignew Brzezinski, polacco: «Se Mosca ricupera il controllo sull’Ucraina, con i suoi 52 milioni di persone e le grandi risorse, riprendendo il controllo sul Mar Nero, la Russia tornerà automaticamente in possesso dei mezzi necessari per ridiventare uno stato imperiale». Ecco dunque il perché dei 5 miliardi di cui parla la Nuland. Caduto Yushenko, in questi anni decine di Ong, fondazioni, istituti di ricerca, università europee e americane, e canadesi, hanno invaso la vita politica dell’Ucraina. Qualche nome? Freedom House, National Democratic Institute, International Foundation for Electoral Systems, International Research and Exchanges Board. E, mentre si «faceva cultura», e si compravano tutte le più importanti catene televisive e radio del paese, una parte dei fondi servivano per finanziare le squadre paramilitari che vediamo in azione in piazza Maidan. Che, grazie a questi aiuti, si sono moltiplicate.
Adesso emerge il Pravij Sector («Settore di destra» e «Spilna Prava»), ma il giornale polacco Gazeta Wiborcza ha parlato di squadre paramilitari polacche che agiscono a Maidan. E la piazza pullula di agenti dei servizi segreti occidentali: lo fanno in Siria, perché mai non dovrebbero farlo a Kiev? È perfino più facile: Yanukovic, dittatore sanguinario, appare più molle di Milosevic, altro strano dittatore sanguinario che si fece sconfiggere elettoralmente da Otpor (fondato e ampiamente finanziato dagli Usa). Tutto già visto. C’è solo un problema: Putin non è un pellegrino sprovveduto.
È questo il popolo ucraino? Certo sono migliaia, anzi decine di migliaia, a mostrare il livello della rabbia popolare contro un regime inetto (non più inetto di quelli dei precedenti amici dell’Occidente, Kravchuk, Kuchma, Yushenko, Timoshenko), ma chi guida è chiaro perfino dalle immagini televisive. E questa è la ex Galizia, ex polacca, e la Transcarpazia.
Se crolla Yanukovic e prendono il potere costoro, sarà una diaspora sanguinosa. I primi ad andarsene saranno i russofoni dell’est e del nord, del Donbass dei minatori, che già stanno alzando le difese. E subito sarà la Crimea, che ha già detto quasi unanime che intende restare dalla parte della Russia, anche per tentare di salvarsi dalla furia antirussa di coloro che prenderanno il potere. È l’inizio delle secessioni, oggi perfino difficili da prevedere, dai contorni indefiniti, che produrranno non fronti militari ma selvagge rappresaglie all’interno di comunità che non saranno più solidali.
L’Europa, fedele esecutrice dei piani di Washington ha aperto il vaso di Pandora. Che adesso le esploderà tra le mani. I nuovi inquilini saranno di certo concordati (sempre che Putin abbia la garanzia che non sarà valicato il Rubicone dell’ingresso nella Nato), ma coloro che sono scesi in piazza armati hanno in testa un’idea di Europa molto diversa da quella che si figura Bruxelles. E quelli in buona fede che sono andati dietro i neonazisti – e sono sicuramente tanti – si aspettano di entrare in Europa domani. E saranno tremendamente delusi quando dovranno cominciare a pagare, e non potranno comunque entrare, perché nei documenti di Vilnius questo non è previsto.
L’unico tra i commentatori italiani che ha scritto alcune cose sensate è stato Romano Prodi, ma le ha scritte sull’International New York Times. Rivolto agli europei li ha invitati a non mettere nel mirino solo Yanukovic, bensì condannare anche i rivoltosi. E ha aggiunto: «Coinvolgere Putin», visto che tutte le parti hanno «molto da perdere e nulla da guadagnare da ulteriori violenze». Giusto ma ottimista. Chi ha preparato la cena adesso vuole mangiare e non si fermerà. E l’isteria antirussa è il miglior condimento per altre avventure.





5 giugno 2013

Analisi presso la NATO: Assad riconquista il sostegno dei siriani

Dopo due anni di guerra civile, il sostegno popolare al regime del presidente siriano è descritto in netto aumento, anche fra i sunniti, che rigettano i jihadisti.



da Worldtribune.com.
Tratto da Megachip.
LONDRA  -  La NATO ha recentemente studiato i dati che descrivono un forte aumento del sostegno in favore di Bashar al-Assad. I dati, raccolti da attivisti e organizzazioni che godono del sostegno occidentale, hanno mostrato che la maggioranza dei siriani era ormai allarmata dalla conquista da parte di Al-Qa'ida della guida della rivolta sunnita e ha preferito tornare ad Assad, ha segnalato Middle East Newsline.
«La gente è stanca della guerra e odia i jihadisti più di Assad,» racconta una fonte occidentale che conosce bene i dati in questione. «Assad sta vincendo la guerra soprattutto perché la gente sta cooperando con lui contro i ribelli
I dati, inoltrati alla NATO nel corso dell'ultimo mese, palesano che il 70 per cento dei siriani sostiene il regime di Assad. Un altro 20 per cento è considerato neutrale, mentre il restante 10 per cento ha espresso sostegno per i ribelli.
Le fonti affermano che nessun sondaggio formale è stato effettuato in Siria, tormentata dai due anni di una guerra civile in cui si fa conto che siano state uccise 90mila persone. Tali fonti riferiscono che i dati provengono da una serie di attivisti e organizzazioni indipendenti che lavorano in Siria, in particolare nelle operazioni di soccorso.
I dati sono stati trasmessi alla NATO nel momento in cui l'alleanza occidentale si è divisa sull'opportunità di intervenire in Siria. Si è detto che Gran Bretagna e Francia si preparavano a inviare armi ai ribelli, mentre gli Stati Uniti si sono concentrati sulla tutela del paese che confina a Sud con la Siria, la Giordania.
Un rapporto indirizzato alla NATO rivela che i siriani hanno cambiato nettamente idea negli ultimi sei mesi. Il cambiamento è stato notato maggiormente nella comunità della maggioranza sunnita, che è stata  a lungo ritenuta a sostegno della rivolta.



«I sunniti non provano certo amore alcuno per Assad, ma la grande maggioranza della comunità si sta ritirando dalla rivolta», ha affermato la fonte. «Ciò che resta sono i combattenti stranieri sponsorizzati da Qatar e Arabia Saudita. Sono visti dai sunniti come ben peggiori di Assad».
 
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

NOTA: Si legga questo articolo del 14 febbraio 2012:
Pino Cabras e Simone Santini, Siria, prima che spari la "tecnica".