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29 settembre 2016

Disastro ferroviario in Algeria. Lo sapevate?


di Pino Cabras.
da Megachip.
Immagine tratta da Ennahar TV

Il 24 settembre, solo pochi giorni fa, in Algeria, un brutto incidente ferroviario ha causato un morto e centinaia di feriti. La notizia è passata inosservata in gran parte del mondo, tranne brevi richiami qua e là, come nel Mirror britannico.

In Italia addirittura nessun cenno. Ho controllato con i motori di ricerca: nada de nada, nisba.

Viceversa, l’incidente di oggi del treno in New Jersey, pur avendo la stessa esatta magnitudine di quello algerino, ha avuto lo squillante richiamo di notizia di apertura in quasi tutti gli organi di informazione dell’Occidente, compresi i telegiornali nostrani. Giovanna Botteri ci ha immancabilmente aperto il Tg3, ma lei lo aprirebbe anche se cadesse un albero a Kansas City.

Il messaggio trasmesso quindi non è: “c’è stato un incidente”; bensì: “solo le cose che succedono negli Stati Uniti sono importanti”.

Le altre storie, le altre visioni del mondo, le altre sofferenze, le altre speranze, le altre ragioni politiche, saranno riferite solo se i media occidentali daranno il permesso, volta per volta, secondo le loro convenienze e i propri pregiudizi. Persino la tv russa in lingua inglese, RT, oggi apre con il disastro del New Jersey, perché la nota di fondo che si suona a Ovest ha una forza preminente che si impone anche sulle abitudini di un'emittente che sa suonare un’altra musica. RT peraltro non ha bucato la notizia algerina.

Questo modo occidentale di narrare le storie ha tante applicazioni, specie in materia di guerra. Oggi ci fanno vedere i bambini che muoiono fra le macerie di Aleppo per commuoverci e indignarci, proprio quando l’esercito siriano guadagna terreno a danno dei jihadisti, quelli che il senatore USA John McCain chiama i nostri “asset”. Le nostre lacrime vengono manovrate con cinismo assoluto, perché gli stessi media non mostravano le vittime quando venivano mietute da tali impresentabili alleati, come del resto non mostrano le stragi saudite in Yemen, fatte con le nostre bombe.

Parlare di un incidente ferroviario locale come di una notizia mondiale è dunque un ingranaggio che fa parte di un meccanismo, di un sistema di pensiero funzionale alla guerra. Chi decide come farci percepire il diverso peso di ogni parte del mondo decide anche come farci percepire le guerre. Un direttore di TG costa meno di un F35, ma bombarda molto di più prima ancora che si combatta la battaglia finale.




26 settembre 2016

La guerra, Giovanna Botteri e i collegamenti mancanti


di Pino Cabras.
da Megachip.



Tg3 del 25 settembre, l'ennesimo servizio di Giovanna Botteri. Alla giornalista del Tg3 viene riservato un ruolo bizzarro: essere di fatto non la corrispondente da New York, ma dal Resto del Mondo, comunque via New York. 

Quel che accade nel pianeta appare o scompare nelle sue cronache secondo il suo arbitrio (o secondo l'arbitrio di chi le passa le carte nella sua sede). 

Fare o non fare certi collegamenti fra i diversi fatti conferisce alla giornalista un potere enorme: i fatti esistono anche senza di lei, ma la conoscenza dei fatti e i loro collegamenti reciproci esistono solo se lei li racconta. E lei non li racconta. Riferisce solo un punto di vista, quello della CIA, l’organizzazione più attenta alla qualità del giornalismo occidentale.

Ieri parlava di Aleppo. In questi giorni c’è un’offensiva del governo siriano per liberare la seconda città della Siria dalla morsa delle formazioni jihadiste alleate delle potenze NATO, che per lunghi anni l’hanno parzialmente occupata e per il resto assediata. I tanti morti di questa battaglia sono solo gli ultimi di una vicenda pluriennale, su cui Botteri ha taciuto. La corrispondente non entra nemmeno nei labirinti della vicenda. Per lei, come per tutti gli sponsor delle formazioni jihadiste, i russi hanno “rotto la tregua” e stanno compiendo niente meno che un “genocidio”. 

Non sto a ricordare che la tregua l’ha rotta l’attacco aereo statunitense di Deir ez-Zor (che ha massacrato la guarnigione siriana che resisteva all'ISIS e si è accompagnato a una puntualissima offensiva della stessa ISIS, e su cui Botteri non ha detto né ai né bai). Né sto a ricordare quanto si abusi della parola genocidio per patrocinare la propaganda di una parte in guerra e ‘hitlerizzare’ il nemico (un trucco criminale che funziona sempre).

Attiro invece l’attenzione sul collegamento che Giovanna Botteri – colpevolmente – non fa né oserà mai fare. Mentre le grandi potenze occidentali stigmatizzano le perdite di vittime civili in Siria e le attribuiscono ad Assad e a Putin, in questi giorni quelle stesse potenze battono ogni record nel fornire armi di ogni tipo all’Arabia Saudita, cioè il principale finanziatore e fornitore di ISIS e simili. È quella stessa Arabia Saudita che sta anche bombardando selvaggiamente la popolazione civile dello Yemen, proprio in queste ore, come fa da due anni in qua. Da quando il premio Nobel della pace Barack Obama è alla Casa Bianca, gli USA hanno dato all’Arabia Saudita la bellezza di 115 miliardi in armamenti, cui si aggiungono le forniture di bombe sardo-tedesche che partono dall’aeroporto a 10 km da casa mia.
 Decine di migliaia di morti e milioni di senzatetto non scandalizzano le potenze che aiutano i massacratori. E perciò non scandalizzano Giovanna Botteri, che non ne parla, impedendo a milioni di persone di avere una visione completa del quadro. 

Fino a prova contraria, lo stipendio a Giovanna Botteri lo paghiamo noi, non la CIA. E allora, perché ci propone soltanto il punto di vista della CIA?
Mi dicono che faccio domande ingenue. Ma preferirei che le sue veline venissero lette direttamente da un funzionario della CIA. Disintermediare per risparmiare.