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9 ottobre 2016

Trump-Hillary. Sesso, finanza e videotapes

di Pino Cabras.
da Megachip.

Una breve riflessione per contribuire a contestualizzare la notizia del giorno.

Mentre il coro dei media tira fuori uno scheletrino dall'armadio di Donald Trump facendolo diventare un delitto mondiale, passa del tutto in secondo piano la rivelazione di Wikileaks con le ributtanti trascrizioni dei discorsi a pagamento che Hillary Clinton pronunciava presso i pezzi grossi di Wall Street, ai quali teneva a dire: "Mi sento molto lontana dalla classe media". E intanto prometteva loro l'esatto opposto di quanto promette al popolo bue: la protezione incondizionata dei super-ricchi. Per questi servigi si calcola che abbia ricevuto quasi 26 milioni di dollari.

Mi pare che la politica USA sia in una crisi drammatica, con due candidati alla presidenza squallidissimi e deboli, laddove l'unico centro di comando con effetti decisionali veri, al momento, risiede al Pentagono, e l'unica fonte di legittimazione vera risiede nel denaro della grande finanza

Piccolo problemino aggiuntivo, che si perde nel coro russofobo dei media: il Pentagono è in mano a gente che sta prendendo decisioni che rendono possibile sin d'ora una guerra fra USA e Russia
Che - capite bene - non è come le altre guerre.





20 settembre 2016

GRATTACIELI DELLE BUGIE - Servizio di Rossiya1 sull'11 settembre

PANDORA TV - Speciale.

Il primo canale russo ha prodotto, trasmettendola in prima serata, un’inchiesta sull’11 settembre 2001. 

Oltre a interviste a Giulietto Chiesa, Richard Gage e altri esperti sui mega-attentati di New York e Washington, il servizio mette in luce analisi e fatti nuovi.
Il ruolo delle esercitazioni militari e la costituzione di giganteschi fondi neri per centinaia di miliardi di dollari.



Traduzione di Geraldine DTK.


2 settembre 2016

11/9 - QUINDICESIMO ANNIVERSARIO


di Giulietto Chiesa.
da Megachip.


Il prossimo 11 settembre coinciderà con il 15-esimo anniversario del più grande attentato terroristico della storia. Si sono spesi ettolitri d’inchiostro per argomentare sul tema: chi lo ha fatto? Quali erano gli obiettivi politici che i suoi organizzatori perseguivano?

È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da sempre che i diciannove presunti “dirottatori”, guidati da Osama bin Laden, non avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in abbondanza che nell’operazione intervennero forze potenti che avevano legami con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell’FBI, per arrivare fino all’ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano.

Il lavoro della “9/11 Commission” (cioè la “versione ufficiale”) non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni, mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org, dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi anni da un gruppo di specialisti di cui anch’io faccio parte. Quella Commissione — come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell’ex senatore democratico Bill Graham (che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indago sull’11/9) e di numerosi senatori e deputati americani — rifiutò di esaminare documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l’attentato. Le 28 pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i “capri espiatori” a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto che FBI e CIA erano — e tutto ciò è stato provato— al corrente della preparazione dell’attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione falsa dell’intera vicenda, per coprire i veri responsabili.
A questa falsificazione — già provata — se ne possono aggiungere decine. Quanto basta per concludere che ci furono interessi potenti, all’interno dell’élite americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti dell’attentato.  Basti pensare che il presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha dichiarato, e scritto, in diverse interviste, che esistono ormai indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a un corte internazionale, l’Amministrazione americana di George W. Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l’Amministrazione americana.


Il fatto è che — altro indizio importante — tutto il mainstream mediatico occidentale ha coperto in tutti questi 15 anni una versione ufficiale totalmente falsa, fino al ridicolo, impedendo l’emergere della verità. Gli ideatori e organizzatori dell’attentato, i loro amici e sodali, avevano ed hanno il controllo quasi totale della comunicazione mondiale, e dunque hanno potuto giovarsi della completa ignoranza dei fatti in cui centinaia di milioni di persone sono state confinate.

Il problema è dunque, al tempo stesso politico e comunicativo. Ed è questione cruciale risolverlo prima che sia troppo tardi. Gli organizzatori dell’11/9 sono ancora non solo a “piede libero”, ma sono tuttora in grado di creare danni, irreparabili, alla pace mondiale. Si deve ricordare che essi sono dei vincitori: la potenza della loro azione ha modificato drammaticamente la storia del pianeta. Dopo l’11/9 ha preso inizio una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole internazionali: tutti motivati con la necessità di combattere il “nuovo nemico” dell’Occidente, l’Islam fondamentalista.

La guerra al terrorismo internazionale, che prese inizio fin da quella data, è in corso da quindici anni. Ma, paradossalmente, non solo non sembra produrre risultati tangibili, ma sta estendendo il caos e il disordine in tutte le direzioni.  A prima vista la situazione attuale sembra dimostrare che l’Impero americano — il più potente e armato di tutto il mondo, coadiuvato dalle armate dell’Occidente inquadrate nella NATO — non sia in grado di fermare il nuovo nemico, artificialmente evocato mediante “il più grande spettacolo del mondo”, cui assistettero in diretta televisiva, live, circa 3 miliardi di persone. 

Non credo che questa impressione di sconfitta sia giusta. Piuttosto gli sviluppi cui stiamo assistendo sembrano delineare una situazione di caos globale, che corrisponde agl’interessi degli stessi inventori della “guerra al terrorismo internazionale”. Si tratta di un “caos organizzato”, il cui scopo principale è quello di nascondere ai popoli dell’Occidente, ormai terrorizzati, che l’origine della crisi mondiale è tutta interna all’Occidente. Essa deriva direttamente dal fatto che il sistema bancario mondiale, creato dalla globalizzazione e che, a sua volta, ha sorretto la globalizzazione, non è più in condizione di resistere a lungo senza esplodere in una crisi mondiale di proporzioni cento volte superiori a quelle che portarono alla crisi del 1929.

Il “terrorismo islamico”, che si sta trasformando, giorno dopo giorno, in una “guerra irregolare” diffusa (secondo la definizione datane da Vladimir Putin) equivale a una grande “distrazione di massa”, per disorientare l’opinione pubblica mondiale, ma consente anche agli Stati Uniti di sfruttare terroristi e gruppi radicali estremisti per i propri scopi di parte. Lo prova a dismisura la teoria — inventata per l’occasione proprio dalle fonti ufficiali occidentali per mascherare  il proprio sostegno al terrorismo nel corso della guerra contro la Siria — dei “terroristi moderati”, contrapposti ai “terroristi cattivi”. Teoria che si è spinta fino a far considerare come potenziali alleati, nel tentato abbattimento del regime di Bashar al-Assad, dei raggruppamenti affiliati ad Al-Qa’ida.  Guarda caso, proprio la stessa Al Qa’ida cui 15 anni fa venne attribuita la paternità del grande attentato contro il World Trade Center e il Pentagono.

Dopo la crisi del 2008, innescata dal crollo di Lehman Brothers, nessuna ricetta dei centri del potere finanziario globale è stata in grado di rimettere in moto la macchina finanziaria mondiale. Il denaro è stato moltiplicato in forme vertiginose, attraverso il quantitative easing praticato da tutte le banche centrali dell’Occidente.  Ma la macchina globale non riesce a ripartire. Al contrario, tutte le previsioni (che vengono tenute accuratamente nascoste al grande pubblico degl’investitori) dicono che, da qui al 2020-2025, la crescita del PIL globale si avvicinerà al punto zero, segnando la fine delle illusioni di crescita economica che sono state sparse a piene mani, contro l’evidenza dei fatti, negli ultimi dieci anni.

Il problema richiede una soluzione politica rapida, essendo quella economico-finanziaria al momento impossibile. L’esplosione sistemica avverrà in un periodo di tempo indeterminato, relativamente procrastinabile, ma non superiore al decennio. Questo spiega la fretta (e anche i segnali di panico) con cui l’Occidente sta cercando di mescolare le carte e di destabilizzare il mondo cancellando tutto il sistema di regole che aveva resistito durante la guerra fredda.
Si ripete così lo scenario che precedette l’11 Settembre del 2001. Qualche anno prima, nel 1998, il gruppo di neo-con guidato da Paul Wolfowitz, aveva predisposto il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC, Project for the New American Century). Il titolo era già indicativo della follia dei suoi creatori: proporsi di imporre un altro secolo dominato dall’America, in un pianeta che si avviava a contare oltre 7 miliardi di esseri umani, nel quale esistono ormai giganti come la Cina e l’India, era equivalente a una dichiarazione di guerra contro il resto del mondo. Gli autori neo-con erano perfettamente consapevoli della violenza che un tale progetto avrebbe richiesto per essere realizzato. Sapevano — e lo scrissero — che la Cina, al 2017, sarebbe divenuta un concorrente oggettivo e non controllabile con il quale fare i conti. Rovesciando le parti, la definirono una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. E si prepararono a rafforzare un differenziale militare strategico che sarebbe dovuto essere incolmabile, per sempre, per ogni Stato o gruppo di Stati che avesse tentato anche soltanto di avvicinarsi alla potenza dell’Impero.

Essi, già allora, erano consapevoli della fragilità dell’immenso inganno finanziario su cui si reggeva il dollaro. E, infatti, i primi segni di recessione apparvero proprio nel 2001. Nello stesso tempo si trattava di imporre un cambio psicologico nella popolazione americana (e in quella di tutto l’Occidente, Europa inclusa) che, ignara di tutto e all’inseguimento della carota consumistica, mantenuta dal mainstream a poca distanza dal suo naso, non era disposta a farsi trascinare in nessuna avventura. Bisognava dunque creare qualche cosa di straordinario, di tremendo; qualcosa di “simile a una Nuova Pearl Harbor”, affinché le masse percepissero un pericolo smisurato e incombente, potenzialmente distruttore della loro sicurezza e del loro benessere. 
Un tale pericolo esterno non esisteva alla fine del secolo XX. La Russia — così pensavano, e questo fu il loro errore più grande — era già stata tolta dal gioco, conquistata, colonizzata culturalmente e politicamente. Non c’era più il “nemico rosso” che aveva angosciato l’élite americana nel corso della guerra fredda. Dunque la Russia non poteva essere inclusa nel novero dei concorrenti. Il Muro di Berlino era caduto. Come scrisse sarcasticamente Gore Vidal, «quando i russi ci hanno colpiti alle spalle abbandonando il loro impero nel 1991, siamo rimasti con molte idee errate su di noi e, quel ch’è peggio, sul resto del mondo»[1] .

Il pericolo bisognava dunque crearlo artificialmente. E così fecero. Potrà sembrare strano, ma lo dissero e lo scrissero apertamente. Basti ricordare cosa pensava, nel 1997, Zbignew Brzezinski: «Bisogna considerare che l’America sta diventando sempre di più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, direttamente percepita a livello di massa».[2]
La previsione di una Cina al di fuori del loro controllo era giusta. Ma occorreva subito un “nuovo nemico”. L’Islam venne cucinato per le mense di tutto il mondo come “quel” nemico. George W. Bush e il suo ministro della Difesa, Donald Rumsfeld gridarono ai microfoni e alle telecamere del mainstream che «stava cominciando una guerra che sarebbe durata un’intera generazione» (Rumsfeld disse “cinquant’anni”).

I primi quindici di questi “cinquant’anni” li abbiamo già visti e vissuti. È evidente anche ai ciechi che la situazione mondiale sta degenerando. Ma l’Occidente si rifiuta di prendere atto del mutamento dei rapporti di forza planetari.
Soprattutto insopportabile, per i circoli dirigenti americani, è la constatazione che la Russia è riapparsa sulla scena come protagonista. Nella previsione dei neo-con sbagliata era l’idea che la Russia fosse stata messa definitivamente fuori gioco. E questo errore di calcolo rendeva problematico tutto il resto del loro piano. Pensavano che, tolta di mezzo la Russia, ci sarebbe stato abbastanza tempo per reinventarsi la Cina come nuovo impero del Male, al posto della Russia. Ma si rivelò sbagliata anche la previsione che, una volta inventata la “nuova Pearl Harbor”, i sette miliardi di abitanti della Terra si sarebbero messi in fila per comprare tutto il comprabile nei supermercati predisposti per loro.  Sbagliata anche l’idea che sarebbe bastato creare denaro dal nulla per sistemare ogni cosa.

La sommatoria di questi errori e di questi successi consentì all’Impero di reggere — tra una nuova guerra e l’altra — per sei anni. Il settimo fu il 2008, e ci vollero dieci trilioni di dollari, inventati in tutta fretta dalla Federal Reserve di Alan Greenspan, per salvare dalla bancarotta tutte le banche dell’Occidente. E — come abbiamo già ricordato — gli ultimi otto anni sono stati il regno del caos.
Ecco perché l’Impero si trova di nuovo nella necessità di compattare il proprio sistema di alleanze, esattamente come fece attraverso l’attentato terroristico dell’11/9.  Nel 2008 lo stratagemma fu la destabilizzazione dei “piccoli nemici”. Affidato a Barack Obama, che lo realizzò mediante una moltiplicazione di rivoluzioni colorate e, soprattutto con l’uso delle “primavere arabe” per fare piazza pulita di regimi ormai scomodi, o inutili, nel Medio Oriente. E si deve riconoscere che questa operazione strategica ha funzionato, ma solo nel senso di incrementare la destabilizzazione globale.

Ma la presenza della Russia, tornata ad essere potenza mondiale, ha costretto i neo-con a cambiare strategia, e a tornare sul luogo del delitto. Di nuovo la fretta ha fatto capolino.
La crisi incombe e, a est, ci sono ora due “nemici”, Russia e Cina. Non solo il grande, ma unico, “Paese del Centro”. Solo così si spiega il colpo di Stato in Ucraina, l’abbattimento di Janukovic con le squadre naziste e ultranazionaliste russofobe da lungo tempo preparate e istruite con l’aiuto della Polonia e delle Repubbliche baltiche. 
La trappola, ben preparata, doveva costringere la Russia a un intervento diretto a sostegno dei russi di Ucraina, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica di nuovo tipo. Vladimir Putin non è cascato nella trappola e i russi di Ucraina — non tutti ma una parte decisiva — hanno trovato la forza di difendersi. La Crimea ha scelto di “tornare in patria”. 

Ma il risultato è stato in gran parte raggiunto dall’Impero. L’Europa si è schierata a fianco agli Stati Uniti, sono scattate le sanzioni, l’ondata russofobica ha investito tutto l’Occidente e lo ha compattato attorno a Washington. La Russia e Putin sono il vero “nemico da battere”.
Come? Hillary Clinton dovrà risolvere il problema.
Lo scontro diretto è in preparazione. Ma non tutti a Washington sono così suicidi da pensare di attuarlo. Si preparano alla guerra, ma pensano che anche la Russia di Putin potranno metterla in ginocchio, come fecero con l’URSS di Mikhail Gorbaciov. È una scommessa che potrebbero perdere.  E l’Europa è in pieno subbuglio. Potrebbe rompersi prima l’Europa.
E anche l’Impero è diviso al suo interno. Donald Trump difficilmente vincerà le elezioni, ma è un segnale che la fiducia dello stesso popolo americano nelle sue élites è ormai logorata. Si può applicare all’America il detto latino: “omne regnum in se ipse divisum desolabitur” (ogni regno, quando è diviso al suo interno, finisce per crollare).



NOTE


[2] Il corsivo è dell’autore di queste righe.

6 agosto 2016

#Hiroshima. Il giorno del ricordo

"Coloro che non ricordano il passato sono destinati a ripeterlo" 
(G. Santayana).

di Pierluigi Fagan.
da Megachip.

Illustrazione tratta da anthonyfreda.com.

Non avendo noi una comunità giapponese corposa e influente come quella ebraica, surrogo la mancanza, ricordando le forse 200.000 vittime civili di Hiroshima (di cui ricorre oggi il 71° anniversario) e Nagasaki.
Come ebbe a dire Leo Szilard, che assieme ad Albert Einstein fu uno dei più influenti promotori scientifici del Progetto Manhattan, salvo poi dissociarsi dall'effettivo sgancio dell'ordigno:
«Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, avremmo definito lo sgancio di bombe atomiche sulle città come un crimine di guerra e avremmo condannato a morte i tedeschi colpevoli di questo crimine a Norimberga e li avremmo impiccati.»
In subordine, si sarebbe potuto istruire un processo per contravvenzione delle Convenzioni dell'Aja (1899, 1907) - peraltro ratificate dagli Stati Uniti - in base all'art. 25 della seconda:
«È vietato attaccare o bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifizi che non siano difesi».
Ma la Grande Nazione Cristiana né venne processata, né si sentì mai in colpa ed anzi diede la surreale giustificazione che i pochi morti di quei due giorni salvarono molti più morti potenziali.

Memoria di Hiroshima. Per tutti gli umani che quella prima mattina di un martedì d'estate stavano iniziando il giorno che non avrebbero finito:



La commemorazione musicale ha molte analogie con le impressioni acutissime ed emozionanti sollevate da un'altro ricordo sinfonico, quello di Krzysztof Penderecki.




2 giugno 2016

Un allarme russo. (Appello contro il suicidio del mondo)


di E. Gurevich, D. Orlov, The Saker
da Megachip.

Noi qui sotto firmatari siamo russi che vivono e lavorano negli USA. Stiamo assistendo con crescente ansia a come le attuali politiche statunitensi e NATO ci stiano portando verso una collisione pericolosissima con la Federazione Russa, così come con la Cina.
Numerosi rispettati patrioti americani, come Paul Craig Roberts, Stephen Cohen, Philip Giraldi, Ray McGovern e molti altri hanno lanciato allarmi per il pericolo di un’incombente Terza Guerra Mondiale. Ma la loro voce si è persa nel chiasso di mass media zeppi di storie ingannevoli e inaccurate. Esse descrivono un’economia russa nel caos e un esercito russo debole. Tutto senza prove.
Tuttavia noi, conoscendo sia la storia russa sia lo stato attuale della società e delle forze armate russe, non possiamo ingoiare quelle bugie. E ora riteniamo che sia nostro dovere, in quanto russi che vivono negli USA, avvertire il popolo americano che gli viene mentito e che noi dobbiamo dirgli la verità.
E la verità è semplicemente questa:
se ci fosse una guerra con la Russia, gli Stati Uniti verrebbero con certezza distrutti e molti di noi infine morirebbero.

Facciamo un passo indietro e guardiamo in un contesto storico cosa sta avvenendo. La Russia ha sofferto moltissimo a causa di invasioni straniere. Nella II Guerra Mondiale ha perso 22 milioni di persone. Erano in maggioranza civili perché la nazione era stata invasa. E i Russi hanno quindi giurato di non permettere mai più un disastro simile.
Ogni volta che la Russia è stata invasa è uscita vittoriosa. Nel 1812 Napoleone invase la Russia e nel 1814 Parigi era sotto gli zoccoli della cavalleria russa. Il 22 giugno del 1941 la Luftwaffe di Hitler bombardava Kiev e il 9 maggio 1945 le truppe sovietiche dilagavano per Berlino.
Ma le cose sono cambiate da allora. Se Hitler attaccasse oggi la Russia, sarebbe bello che morto in 20 o 30 minuti, il suo bunker ridotto a una massa di macerie incandescenti per l’impatto di un missile supersonico da crociera Kalibr lanciato da una piccola nave russa da qualche parte nel Baltico. L’abilità operativa delle nuove forze armate russe è stata dimostrate nel modo più persuasivo durante le recenti azioni contro l’ISIS, al-Nusra e altri gruppi terroristici operanti in Siria e foraggiati dall’estero.
Molto tempo fa la Russia avrebbe dovuto rispondere alle provocazioni combattendo battaglie di terra sul proprio territorio e poi lanciando una contro-invasione. Ma ora questo non è più necessario. Le nuove armi russe permettono una rappresaglia istantanea, non rilevabile, impossibile da fermare e assolutamente letale.
Così, se domani dovesse scoppiare una guerra tra gli USA e la Russia è assolutamente garantito che gli USA sarebbero devastati. Come minimo non ci sarebbero più una rete elettrica, internet, benzina, gas; non ci sarebbero più autostrade, trasporti aerei o navigazione basata su GPS. I centri finanziari sarebbero in rovina. Il Governo, ad ogni livello, cesserebbe di funzionare. Le forze armate statunitensi che stazionano per tutto il globo non sarebbero più rifornite. Nella peggiore delle ipotesi, l’intera massa continentale degli USA sarebbe coperta da uno strato di polvere radioattiva.
Non lo diciamo perché siamo allarmisti ma perché in base a tutto ciò che conosciamo, siamo noi stessi allarmati. Se attaccata, la Russia non cederebbe, contrattaccherebbe e annichilirebbe totalmente gli Stati Uniti.

La leadership statunitense ha fatto tutto ciò che poteva per spingere la situazione sull’orlo del disastro. Innanzitutto la sua politica antirussa ha convinto la leadership russa che fare concessioni o negoziare con l’Occidente è del tutto inutile.
È sempre più evidente che l’Occidente sosterrà ogni individuo, movimento o governo antirusso. Siano essi gli oligarchi russi evasori fiscali, criminali di guerra ucraini imprigionati, terroristi wahhabiti in Cecenia sostenuti dai Sauditi o dissacratrici punk di cattedrali a Mosca.
Ora che la NATO, in violazione alle sue precedenti promesse, si è espansa fino ai confini russi, con le forze statunitensi dispiegate negli stati baltici a un tiro di artiglieria da San Pietroburgo, la seconda città della Russia, i Russi non hanno più modo di ritirarsi anche se lo volessero.
Non attaccheranno, ma nemmeno cederanno o si arrenderanno. La leadership russa gode del sostegno di più dell’80% della popolazione. Il restante 20% pensa invece che essa sia troppo morbida con gli sconfinamenti dell’Occidente. La Russia non attaccherà mai per prima, ma contrattaccherà e così una provocazione o anche solo un semplice errore potrebbe scatenare una sequenza di eventi che finirebbe con milioni di americani morti e gli USA in rovina.

A differenza di molti Americani che vedono la guerra come una vittoriosa ed eccitante avventura in terre esotiche, i Russi odiano la guerra e ne hanno paura. Ma sono anche pronti a combatterla, e si stanno preparando da anni a farlo. E la loro preparazione è stata la più efficace.
A differenza degli USA che sperperano un numero pauroso di miliardi in dubbi programmi di armamento a sovracosto, come il caccia multiruolo F-35, i Russi sono estremamente parsimoniosi con i loro rubli per la difesa e li fanno fruttare almeno 10 volte di più rispetto alla gonfiata industria della difesa americana.
Mentre è vero che l’economia russa ha sofferto a causa del ribasso del prezzo dell’energia, è però ben lontana dall’essere nel caos e un ritorno alla crescita è atteso per il prossimo anno. Il senatore John McCain una volta ha definito la Russia “una pompa di benzina mascherata da nazione”. Bene, mentiva. Sì, la Russia è il più grande produttore mondiale di petrolio e il secondo esportatore, ma è anche il più grande esportatore al mondo di cereali e di tecnologia per l’energia atomica. Ha una società avanzata e sofisticata come quella degli Stati Uniti. Le forze armate russe, sia convenzionali sia nucleari, oggi sono pronte a combattere. E sono più che all’altezza degli USA e della NATO, specialmente se una guerra dovesse scoppiare in un qualsiasi punto vicino ai confini della Russia.
Ma una simile battaglia sarebbe suicida da entrambi i lati. Crediamo fermamente che una guerra convenzionale in Europa abbia una forte probabilità di diventare nucleare molto rapidamente e che ogni attacco nucleare di USA/NATO alle forze russe o al territorio russo automaticamente scatenerebbe un contrattacco nucleare russo sul continente statunitense.
Al contrario di affermazioni irresponsabili fatte da alcuni propagandisti americani, i sistemi di missili antibalistici statunitensi sono incapaci di proteggere il popolo americano da un attacco nucleare russo. La Russia ha i mezzi per colpire bersagli negli USA con armi a lunga gittata, sia nucleari che convenzionali.
L’unica ragione per cui gli USA e la Russia si trovano oggi in rotta di collisione invece di sciogliere tensioni e cooperare su un largo spettro di problemi internazionali, è il rifiuto ostinato della leadership statunitense di accettare la Russia come un partner alla pari.
Washington è determinata a essere il “leader mondiale” e la “nazione indispensabile”, persino se la sua influenza diminuisce costantemente nella scia di disastri militari e di politica estera come l’Iraq, la Libia, la Siria, lo Yemen e l’Ucraina.
Una continuata leadership globale americana è qualcosa che la Russia, la Cina e la maggioranza delle altre nazioni non hanno intenzione di accettare.
Questa graduale ma evidente perdita di potere e influenza ha fatto diventare isterica la leadership statunitense. E tra l’isteria e la pulsione suicida basta un passo. I leader politici americani dovrebbero essere messi sotto osservazione per istinti suicidi.
La prima e più importante cosa che facciamo è quindi lanciare un appello ai comandanti delle Forze Armate Statunitensi perché seguano l’esempio dell’ammiraglio William Fallon che interrogato su una possibile guerra all’Iran replicò: “No, finché ci sono io”.
Sappiamo che non siete dei suicidi e che non avete intenzione di morire per un’arroganza imperiale che ha perso i contatti con la realtà.
Se possibile, vi preghiamo di dire al vostro staff, ai vostri colleghi e, specialmente, ai vostri superiori civili che una guerra con la Russia non avverrà finché voi sarete in carica.
Se proprio non potete, almeno mantenete voi questa promessa, e dovesse mai arrivare il giorno in cui quell’ordine suicida verrà dato, rifiutatevi semplicemente di eseguirlo, con la motivazione che è criminale. Ricordatevi che per il Tribunale di Norimberga «Iniziare una guerra di aggressione … non è solo un crimine internazionale; è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra solo in quanto accumula in sé il male del tutto». Da Norimberga in poi lo “stavo solo eseguendo gli ordini” non è più una difesa valida. Per favore non diventate criminali di guerra.

Facciamo anche appello al popolo americano perché intraprenda azioni pacifiche ma decise per opporsi a ogni esca provocatoria contro la Russia da parte di qualsiasi politico o qualsiasi partito che legittimi e sostenga una politica di inutile scontro con una superpotenza nucleare che è capace di distruggere gli Stati Uniti in un’ora.
Parlate, rompete la barriera della propaganda dei mass media e fate che i vostri compatrioti americani siano consapevoli dell’immenso pericolo di uno scontro tra la Russia e gli USA.
Non c’è nessuna ragione effettiva perché gli USA e la Russia si debbano considerare avversari. Lo scontro attuale è interamente il risultato della visione estremista del movimento neoconservatore i cui membri si sono infiltrati nel governo federale statunitense e che considerano ogni nazione che rifiuta di obbedire ai loro dettami un nemico da schiacciare.
Grazie ai loro sforzi senza sosta, più di un milione di innocenti sono già morti nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia, in Iraq, Siria, Pakistan, Ucraina, Yemen, Somalia e in molte altre nazioni - tutto per la loro insistenza maniacale che gli USA devono essere un impero mondiale, non una nazione regolare e normale, e che ogni leader nazionale deve inchinarsi a loro o essere spodestato.
In Russia la forza irresistibile del movimento neocon ha alla fine incontrato un oggetto inamovibile. Devono essere costretti a fare marcia indietro prima che ci distruggano tutti.

Siamo assolutamente e categoricamente certi che la Russia non attaccherà mai gli USA o nessun membro della UE; che la Russia non ha interesse a ricreare l’Unione Sovietica e che non c’è nessuna “minaccia russa” o “aggressione russa”. Molti dei recenti successi economici russi hanno molto a che fare con lo scioglimento delle vecchie dipendenze sovietiche, cosa che ha permesso di perseguire una politica di “prima la Russia”.
Ma siamo altrettanto certi che la Russia se attaccata, o anche solo minacciata di un attacco, non recederà e la leadership russa non starà a guardare.
Con grande tristezza e con cuore pesante onoreranno il dovere su cui hanno giurato e scateneranno una barriera nucleare dalla quale gli Stati Uniti non si riprenderanno mai più.
Anche se tutta la leadership russa fosse uccisa da un first strike, la cosiddetta “Mano Morta” (Dead Hand, cioè il sistema “Perimeter) lancerebbe automaticamente sufficienti bombe nucleari da cancellare gli USA dalla mappa politica.
Crediamo che sia nostro dovere fare tutto ciò che possiamo per prevenire una simile catastrofe.

Eugenia V Gurevich, PhD
Dmitri Orlov
The Saker (A. Raevsky)

Traduzione per Megachip a cura di Piotr.

Nota del traduttore
Il sistema Perimeter è un po’ come il famoso “Ordigno Fine Di Mondo” (Doomsday machine) immaginato dal genio di Stanley Kubrick in “Il dottor Stranamore”.
L’esistenza di questo sistema in epoca sovietica non venne reso pubblico. Ad esso si poteva adattare perfettamente il dialogo surreale tra il dottor Stranamore e l’ambasciatore sovietico:
Stranamore: «Perché? Insomma, lo scopo dell’ordigno “Fine di mondo” è perduto se si tiene segreto. Perché non lo avete detto al mondo, eh?»
Ambasciatore: «Doveva essere annunciato a congresso di Partito, Lunedì. A Kisov piace fare sorprese!»
Riesumato nel 2009 e ammodernato nel 2011 prevede che in caso di attacco e di isolamento di Perimeter dal resto del Paese (le due condizioni necessarie e sufficienti per armarlo), sia lanciato un contrattacco nucleare automatico. Il sistema è in grado di analizzare non solo la situazione militare mondiale ma anche quella politica.


3 febbraio 2016

Nanni Salio (1943-2016), maestro della peace research


di Pino Cabras.
da Megachip.

Conobbi Nanni Salio, uno dei padri italiani di quella che viene definita nel mondo come peace research, vent'anni fa. Ebbi la fortuna di trascorrere assieme a lui molte giornate, mentre partecipavo all'organizzazione delle sue conferenze in Sardegna a cura della Comunità di Sestu, e da subito mi colpì il suo ragionare mite ma robusto, capace di collegare i grandi temi internazionali, le guerre, le questioni dei limiti ecologici della crescita economica. Il collegamento glielo forniva un approccio scientifico rigoroso e appassionato, interamente dedito a costruire una nuova cultura della pace. Fu uno dei migliori esempi di un'intera generazione di fisici che hanno saputo congiungere la loro consapevolezza sui pericoli estremi di quest'epoca, segnata da Hiroshima e Fukushima (due manifestazioni drammatiche della fisica applicata moderna), con un impegno militante molto paziente, costruttivo, fiducioso nella forza della ragione. Una ragione che può unire e dare forza a individui e movimenti.
In un momento come questo, in cui gran parte degli intellettuali sono silenziosi rispetto alle grandi crisi sistemiche del pianeta perché ormai non studiano da decenni e si sono persi in categorie culturali diventate rami secchi, il lascito culturale di Nanni Salio è invece attualissimo, prezioso e vitale.
Nel rileggere dopo anni le pubblicazioni del Centro Studi Sereno Regis da lui fondato, mi rendo conto della potenza delle categorie adoperate, della forza di quelle analisi. Chi oggi si sente spiazzato di fronte alla crisi mediorientale o non sa nulla del potenziale di pace che si trova nel mondo islamico, o vorrebbe davvero collegare riflessione teorica e azione concreta con esempi potenti e ragionati, è da lì che deve ricominciare.
Chi vuole iniziare il suo primo filo della moderna ricerca sui temi della pace, su Wikipedia potrà trovare la voce Giovanni Salio, con una corposa biografia che illumina da tante angolazioni il tema della nonviolenza. In coda a questo articolo potrà trovare i link a decine di suoi pezzi da noi pubblicati nel corso degli anni, sia brevi riflessioni sia veri e propri saggi.
Per chi studierà Nanni Salio sarà possibile riscoprire la duratura attualità politica di Gandhi e Capitini e potrà incontrare un altro grande maestro contemporaneo della peace research, il vecchio e lucidissimo Johan Galtung, grande amico di Nanni Salio. Oggi il mondo arranca a Ginevra per trovare formule di pace raffazzonate per la Siria, ma forse bastava ascoltare già da anni quel che proponeva Galtung con grande lungimiranza e completezza. Quel che voglio dire al lettore è che abbiamo avuto in casa un metodo per comprendere meglio la pace e la guerra, e che dovremo tenercelo caro e farlo fiorire ora che Nanni Salio ci ha lasciati.
E allora voglio ricopiare qui una sua bellissima riflessione sulla vita e sulla morte che scrisse nel 2010 in occasione della scomparsa di alcune personalità a lui care. Nel leggere le parole di Salio dedicate alla morte altrui si scoprirà un emozionante anelito di speranza che ora si può tranquillamente orientare alla sua assenza, che però, come ben ci spiega, sarà una compresenza. Nanni si chiede, nientemeno: «Ma cosa significa morire?». Le risposte sorprenderanno.
Buona lettura.

Pino Cabras



di Nanni Salio, 1 luglio 2010

Di fronte alla morte di persone più o meno note, più o meno care e a me vicine, mi tornano alla mente i versi di una bella poesia di Vivian Lamarque:

A vacanza conclusa dal treno vedere
chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna
la loro vacanza non è ancora finita: 
sarà così sarà così lasciare la vita?

Come ricordare Elise Boulding (6 luglio 1920 - 24 giugno 2010), Enzo Tiezzi (4 febbraio 1938 - 25 giugno 2010), Rina Gagliardi (15 novembre 1947 - Roma, 27 giugno 2010),

persone diverse ma accomunate dal profondo impegno sociale per i problemi della pace, dell'ambiente e della giustizia sociale, che ci hanno lasciato nei giorni scorsi? La loro non è stata una semplice vacanza, come recita la poesia i cui versi evocano il senso di smarrimento che ci coglie di fronte alla morte e al venir meno, più o meno improvvisamente, dei nostri progetti di vita ancora incompiuti.

Pochi di noi, forse, conoscono Elise Boulding, particolarmente nota in sede internazionale per il suo pluridecennale impegno nel campo della "ricerca, educazione e azione per la pace".
Ho avuto modo di conoscerla anni fa, seppure di sfuggita, in uno dei convegni dell'IPRA (International Peace Research Association) che si svolgono con cadenza biennale nei più diversi paesi del mondo.

Elise è stata definita la "matriarca degli studi per la pace", anche lei norvegese come Johan Galtung, che invece, di dieci anni più giovane, può essere considerato il "patriarca".
Oltre a quanto si trova sul web (in particolare segnaliamo il breve ricordo in http://www.transnational.org/ e il suo commovente "viaggio con l'Alzheimer", http://www.transnational.org/ ), di lei in italiano non c'è molto, se non il piccolo, ma prezioso libretto "Inventare futuri di pace", pubblicato dall'EGA nel 1998, in una collana diretta da Giuliano Pontara, nel quale Elise sintetizza gli aspetti principali del suo lavoro.

Il giorno successivo alla sua morte, avvenuta nella ricorrenza di san Giovanni, mi è capitato casualmente di vedere una brevissima nota su Enzo Tiezzi.
In seguito, ho cercato invano notizie sui quotidiani, che invece sono presenti solo nel web, come il breve ricordo scritto da Ugo Bardi nel blog di aspoitalia (http://aspoitalia.blogspot.com/2010/06/enzo-tiezzi-1938-2010.html).

Non riesco a rendermi conto come ci si possa scordare del suo intenso lavoro di ricercatore, scienziato, educatore e animatore nel campo delle questioni ecologiche e in particolare della sostenibilità.
E la bella stagione della rivista Arancia blu, che riprendeva l'immagine della Terra vista dallo spazio. Nonché il suo lavoro sulla scia di Howard Odum per introdurre le tecniche di modellizzazione e valutazione dei sistemi ambientali mediante il concetto di emergia (contrazione del termine inglese "embodied", "incorporata, inclusa", ed "energia", ovvero energia incorporata).


E infine, Rina Gagliardi (alla quale, giustamente, i media, a cominciare da Liberazione, il giornale per il quale ha a lungo lavorato, hanno dedicato molta attenzione) che invitammo anni fa per un confronto tra la cultura di cui era portatrice e quella della nonviolenza, conoscendo la sua sensibilità e attenzione anche a questa tematica.
Sono passati anni da allora, non ho più avuto modo di incontrarla, ma quel ricordo è rimasto come speranza perché la cultura della nonviolenza faccia breccia anche tra coloro che spesso l'hanno fraintesa, riducendola a qualcosa che riguarda solo degli ingenui utopisti che non conoscono la durezza della lotta politica reale.

Ma cosa significa morire? Eterno e irrisolto problema, al quale amo rispondere proponendo, tra le tante possibili, due riflessioni.

La prima è quella che suggerì il grande drammaturgo Friedrich Dürrenmatt nel corso di un'intervista con Michael Haller:

Cosa significa per lei la morte? E' uguale al nulla?
Forse. Ma posso anche immaginarmi che si esista sempre. Schopenhauer ha parafrasato questa idea più o meno così: la coscienza dell'umanità è come un mare di cui la coscienza individuale è un'onda. La totalità della coscienza esisterà fino a quando ci sarà l'umanità. E posso pensare che dopo la morte si diventi un'onda nuova, diversa, di questo mare della coscienza.(Friedrich Durrenmatt, Gorbaciov e Havel. Le ragioni della speranza. Due discorsi politici, Il Melangolo, Genova 1991, pp. 54-55)

La seconda si richiama alle belle riflessioni che Aldo Capitini sviluppò intorno al concetto di compresenza, che ripropongo a partire da alcuni brani tratti dalla sua opera più specifica (La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1966):
"Ho sofferto acutamente nel vedere, proprio al centro della mia attenzione, che c'è chi è colpito dalla realtà com'è ora: l'ammalato, l'esaurito, lo stolto, il morto, e mi sono messo in rapporto - attraverso il tu a quell'infelice - con una realtà che non lo escluda e lo tenga unito con altri esseri che sono nati (realtà di tutti), e lo renda uguale e lo compensi sviluppandosi anche lui infinitamente nella cooperazione ai valori, come chi è sano, vigoroso, vivente (Compresenza).
Questa apertura alla compresenza si può chiamare religiosa, se "religione" è vivere un rapporto (che sia fondamentale nel proprio svolgersi) con "altri". E l'apertura religiosa è pratica, perchè la realtà della compresenza non la posso conoscere scientificamente come le parti della realtà attuale, ma la posso vivere mediante impegni in atto nel tu-tutti che le rivolgo"(p. 11).
"Tutti gli esseri che mai furono e che sono, morti e viventi, costituiscono una compresenza che s'accresce dei nati, che è tenuta insieme ed unificata dalla produzione dei valori" (p. 12).
" Tutti' vuoi dire tutti gli esseri singoli che sono nati. Ci sono gli insufficienti relativi, che sono colpiti dal mondo della natura con qualche grave limitazione. ma vivono; ci sono gli insufficienti assoluti che sono i morti, e ci sono anche i viventi attuali, anche i minimi. La compresenza nella sua capacità unitaria (Uno-Tutti) li trascende come singoli, perché come singoli esseri non sarebbero capaci di dare il compenso di uguaglianza agli insufficienti per i colpi del mondo della natura; tuttavia ogni essere vivente fa parte della compresenza, opera in essa. Questo significa che ogni essere vivente non è soltanto forza vitale e potenza, ma in quanto è unito alla compresenza è in quel "di più" capace di compensare le insufficienze del mondo della natura" (p. 18).

La «grande livellatrice», l'«eterna vincitrice», ci ricorda la nostra fragilità e l'impermanenza di tutte le cose, suggerendoci di essere più umili, saggi, distaccati, profondi.
Pur nella continua incertezza esistenziale delle nostre vite, ci è di conforto pensare e percepire, care/i Elise, Enzo, Rina, la vostra presenza nel grande oceano della compresenza capitiniana, dell'inter-essere, delle onde di coscienza individuali nel quale un giorno anche noi confluiremo.



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