Una breve riflessione per contribuire a contestualizzare la notizia del giorno.
Mentre il coro dei media tira fuori uno scheletrino dall'armadio di Donald Trump facendolo diventare un delitto mondiale, passa del tutto in secondo piano la rivelazione di Wikileaks con le ributtanti trascrizioni dei discorsi a pagamento che Hillary Clinton pronunciava presso i pezzi grossi di Wall Street, ai quali teneva a dire: "Mi sento molto lontana dalla classe media". E intanto prometteva loro l'esatto opposto di quanto promette al popolo bue: la protezione incondizionata dei super-ricchi. Per questi servigi si calcola che abbia ricevuto quasi 26 milioni di dollari.
Mi pare che la politica USA sia in una crisi drammatica, con due candidati alla presidenza squallidissimi e deboli, laddove l'unico centro di comando con effetti decisionali veri, al momento, risiede al Pentagono, e l'unica fonte di legittimazione vera risiede nel denaro della grande finanza.
Piccolo problemino aggiuntivo, che si perde nel coro russofobo dei media: il Pentagono è in mano a gente che sta prendendo decisioni che rendono possibile sin d'ora una guerra fra USA e Russia.
Il primo canale russo ha prodotto, trasmettendola in prima serata, un’inchiesta sull’11 settembre 2001.
Oltre a interviste a Giulietto Chiesa, Richard Gage e altri esperti sui mega-attentati di New York e Washington, il servizio mette in luce analisi e fatti nuovi.
Il ruolo delle esercitazioni militari e la costituzione di giganteschi fondi neri per centinaia di miliardi di dollari.
Il prossimo 11 settembre
coinciderà con il 15-esimo anniversario del più grande attentato terroristico
della storia. Si sono spesi ettolitri d’inchiostro per argomentare sul tema:
chi lo ha fatto? Quali erano gli obiettivi politici che i suoi organizzatori
perseguivano?
È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da
sempre che i diciannove presunti “dirottatori”, guidati da Osama bin Laden, non
avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in
abbondanza che nell’operazione intervennero forze potenti che avevano legami
con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell’FBI, per arrivare fino all’ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano.
Il lavoro della “9/11 Commission” (cioè la “versione
ufficiale”) non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni,
mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse
sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org,
dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi
anni da un gruppo di specialisti di cui anch’io faccio parte. Quella
Commissione — come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell’ex
senatore democratico Bill Graham
(che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indago
sull’11/9) e di numerosi senatori e deputati americani — rifiutò di esaminare
documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l’attentato. Le 28
pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano
inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i “capri espiatori”
a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto
che FBI e CIA erano — e tutto ciò è stato provato— al corrente della
preparazione dell’attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione
falsa dell’intera vicenda, per coprire i veri responsabili.
A questa
falsificazione — già provata — se ne possono aggiungere decine. Quanto basta
per concludere che ci furono interessi potenti, all’interno dell’élite
americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti
dell’attentato. Basti pensare che il presidente
onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha dichiarato, e scritto, in diverse
interviste, che esistono ormai indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a un corte internazionale,
l’Amministrazione americana di George W.
Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente
una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l’Amministrazione
americana.
Il fatto è che — altro indizio importante — tutto il mainstream mediaticooccidentale
ha coperto in tutti questi 15 anni una versione ufficiale totalmente falsa,
fino al ridicolo, impedendo l’emergere della verità. Gli ideatori e
organizzatori dell’attentato, i loro amici e sodali, avevano ed hanno il
controllo quasi totale della comunicazione mondiale, e dunque hanno potuto
giovarsi della completa ignoranza dei
fatti in cui centinaia di milioni di persone sono state confinate.
Il problema è
dunque, al tempo stesso politico e comunicativo. Ed è questione
cruciale risolverlo prima che sia troppo tardi. Gli organizzatori dell’11/9
sono ancora non solo a “piede libero”, ma sono tuttora in grado di creare danni,
irreparabili, alla pace mondiale. Si deve ricordare che essi sono dei
vincitori: la potenza della loro azione ha modificato drammaticamente la storia
del pianeta. Dopo l’11/9 ha preso inizio una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole
internazionali: tutti motivati con la necessità di combattere il “nuovo
nemico” dell’Occidente, l’Islam fondamentalista.
La guerra al terrorismo internazionale,
che prese inizio fin da quella data, è in corso da quindici anni. Ma,
paradossalmente, non solo non sembra produrre risultati tangibili, ma sta estendendo il caos e il disordine in
tutte le direzioni. A prima vista la
situazione attuale sembra dimostrare che l’Impero americano — il più potente e
armato di tutto il mondo, coadiuvato dalle armate dell’Occidente inquadrate
nella NATO — non sia in grado di fermare il nuovo nemico, artificialmente
evocato mediante “il più grande spettacolo del mondo”, cui assistettero in
diretta televisiva, live, circa 3
miliardi di persone.
Non credo che questa impressione di sconfitta sia giusta. Piuttosto gli
sviluppi cui stiamo assistendo sembrano delineare una situazione di caos globale, che corrisponde agl’interessi
degli stessi inventori della “guerra al terrorismo internazionale”. Si tratta
di un “caos organizzato”, il cui
scopo principale è quello di nascondere
ai popoli dell’Occidente, ormai terrorizzati, che l’origine della crisi
mondiale è tutta interna all’Occidente. Essa deriva direttamente dal fatto
che il sistema bancario mondiale, creato dalla globalizzazione e che, a sua
volta, ha sorretto la globalizzazione, non è più in condizione di resistere a lungo
senza esplodere in una crisi mondiale di proporzioni cento volte superiori a
quelle che portarono alla crisi del 1929.
Il “terrorismo islamico”, che si sta trasformando, giorno dopo giorno, in
una “guerra irregolare” diffusa (secondo
la definizione datane da Vladimir Putin)
equivale a una grande “distrazione di
massa”, per disorientare l’opinione pubblica mondiale, ma consente anche
agli Stati Uniti di sfruttare terroristi e gruppi radicali estremisti per i
propri scopi di parte. Lo prova a dismisura la teoria — inventata per
l’occasione proprio dalle fonti ufficiali occidentali per mascherare il proprio sostegno al terrorismo nel corso
della guerra contro la Siria — dei “terroristi
moderati”, contrapposti ai “terroristi cattivi”. Teoria che si è spinta
fino a far considerare come potenziali alleati, nel tentato abbattimento del
regime di Bashar al-Assad, dei raggruppamenti affiliati ad Al-Qa’ida. Guarda caso,
proprio la stessa Al Qa’ida cui 15 anni fa venne attribuita la paternità del
grande attentato contro il World Trade Center e il Pentagono.
Dopo la crisi del 2008, innescata dal crollo di Lehman Brothers, nessuna
ricetta dei centri del potere finanziario globale è stata in grado di rimettere
in moto la macchina finanziaria mondiale. Il denaro è stato moltiplicato in
forme vertiginose, attraverso il quantitative
easing praticato da tutte le banche centrali dell’Occidente. Ma la macchina globale non riesce a
ripartire. Al contrario, tutte le previsioni (che vengono tenute accuratamente nascoste
al grande pubblico degl’investitori) dicono che, da qui al 2020-2025, la crescita del PIL globale si avvicinerà
al punto zero, segnando la fine delle illusioni di crescita economica che
sono state sparse a piene mani, contro l’evidenza dei fatti, negli ultimi dieci
anni.
Il problema richiede una soluzione politica rapida, essendo quella
economico-finanziaria al momento impossibile. L’esplosione sistemica avverrà in un periodo di tempo indeterminato,
relativamente procrastinabile, ma non superiore al decennio. Questo spiega la
fretta (e anche i segnali di panico) con cui l’Occidente sta cercando di
mescolare le carte e di destabilizzare il mondo cancellando tutto il sistema di
regole che aveva resistito durante la guerra fredda.
Si ripete così lo scenario che precedette l’11 Settembre del 2001. Qualche
anno prima, nel 1998, il gruppo di neo-con
guidato da Paul Wolfowitz, aveva
predisposto il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC, Project for the New American Century). Il titolo era già
indicativo della follia dei suoi creatori: proporsi di imporre un altro secolo
dominato dall’America, in un pianeta che si avviava a contare oltre 7 miliardi
di esseri umani, nel quale esistono ormai giganti come la Cina e l’India, era
equivalente a una dichiarazione di
guerra contro il resto del mondo. Gli autori neo-con erano perfettamente consapevoli della violenza che un tale
progetto avrebbe richiesto per essere realizzato. Sapevano — e lo scrissero —
che la Cina, al 2017, sarebbe
divenuta un concorrente oggettivo e non controllabile con il quale fare i
conti. Rovesciando le parti, la definirono una “minaccia per la sicurezza
nazionale degli Stati Uniti”. E si prepararono a rafforzare un differenziale militare strategico che
sarebbe dovuto essere incolmabile, per sempre, per ogni Stato o gruppo di Stati
che avesse tentato anche soltanto di avvicinarsi alla potenza dell’Impero.
Essi, già allora, erano consapevoli della fragilità dell’immenso inganno finanziario su cui si reggeva
il dollaro. E, infatti, i primi
segni di recessione apparvero proprio nel 2001. Nello stesso tempo si trattava
di imporre un cambio psicologico nella
popolazione americana(e in
quella di tutto l’Occidente, Europa inclusa) che, ignara di tutto e
all’inseguimento della carota consumistica, mantenuta dal mainstream a poca distanza dal suo naso, non era disposta a farsi
trascinare in nessuna avventura. Bisognava dunque creare qualche cosa di
straordinario, di tremendo; qualcosa di “simile a una Nuova Pearl Harbor”, affinché le masse percepissero un pericolo
smisurato e incombente, potenzialmente distruttore della loro sicurezza e del
loro benessere.
Un tale pericolo esterno non esisteva alla fine del secolo XX. La Russia — così pensavano, e questo fu il
loro errore più grande — era già stata tolta
dal gioco, conquistata, colonizzata culturalmente e politicamente. Non
c’era più il “nemico rosso” che aveva angosciato l’élite americana nel corso
della guerra fredda. Dunque la Russia non poteva essere inclusa nel novero dei
concorrenti. Il Muro di Berlino era caduto. Come scrisse sarcasticamente Gore Vidal, «quando i russi ci hanno
colpiti alle spalle abbandonando il loro impero nel 1991, siamo rimasti con
molte idee errate su di noi e, quel ch’è peggio, sul resto del mondo»[1].
Il pericolo bisognava
dunque crearlo artificialmente. E così fecero. Potrà sembrare strano, ma lo
dissero e lo scrissero apertamente. Basti ricordare cosa pensava, nel 1997, Zbignew Brzezinski: «Bisogna
considerare che l’America sta diventando sempre di più una società
multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso
su questioni di politica estera, tranne
che in presenza di una minaccia nemica enorme, direttamente percepita a livello
di massa».[2]
La previsione di una Cina al di fuori del loro controllo era giusta. Ma
occorreva subito un “nuovo nemico”. L’Islam venne cucinato per le mense di
tutto il mondo come “quel” nemico. George W. Bush e il suo ministro della
Difesa, Donald Rumsfeld gridarono ai
microfoni e alle telecamere del mainstream
che «stava cominciando una guerra che sarebbe durata un’intera generazione»
(Rumsfeld disse “cinquant’anni”).
I primi quindici di questi “cinquant’anni” li abbiamo già visti e vissuti. È
evidente anche ai ciechi che la situazione mondiale sta degenerando. Ma l’Occidente si rifiuta di prendere atto del
mutamento dei rapporti di forza planetari.
Soprattutto insopportabile, per i circoli dirigenti americani, è la
constatazione che la Russia è riapparsa
sulla scena come protagonista. Nella previsione dei neo-con sbagliata era l’idea che la Russia fosse stata messa
definitivamente fuori gioco. E questo errore
di calcolo rendeva problematico tutto il resto del loro piano. Pensavano
che, tolta di mezzo la Russia, ci sarebbe stato abbastanza tempo per
reinventarsi la Cina come nuovo impero del Male, al posto della Russia. Ma si
rivelò sbagliata anche la previsione che, una volta inventata la “nuova Pearl
Harbor”, i sette miliardi di abitanti della Terra si sarebbero messi in fila
per comprare tutto il comprabile nei supermercati predisposti per loro. Sbagliata anche l’idea che sarebbe bastato
creare denaro dal nulla per sistemare ogni cosa.
La sommatoria di questi errori e di questi successi consentì all’Impero di
reggere — tra una nuova guerra e l’altra — per sei anni. Il settimo fu il 2008,
e ci vollero dieci trilioni di dollari, inventati in tutta fretta dalla Federal
Reserve di Alan Greenspan, per
salvare dalla bancarotta tutte le banche dell’Occidente. E — come abbiamo già
ricordato — gli ultimi otto anni sono
stati il regno del caos.
Ecco perché l’Impero si trova di nuovo nella necessità di compattare il proprio sistema di alleanze, esattamente
come fece attraverso l’attentato terroristico dell’11/9. Nel 2008 lo stratagemma fu la destabilizzazione dei “piccoli nemici”.
Affidato a Barack Obama, che lo realizzò
mediante una moltiplicazione di rivoluzioni
colorate e, soprattutto con l’uso delle “primavere arabe” per fare piazza pulita di regimi ormai scomodi, o
inutili, nel Medio Oriente. E si deve riconoscere che questa operazione
strategica ha funzionato, ma solo nel senso di incrementare la
destabilizzazione globale.
Ma la presenza della Russia, tornata ad essere potenza mondiale, ha
costretto i neo-con a cambiare strategia, e a tornare sul
luogo del delitto. Di nuovo la fretta ha
fatto capolino.
La crisi incombe e, a est, ci sono ora due
“nemici”, Russia e Cina. Non solo il grande, ma unico, “Paese del Centro”.
Solo così si spiega il colpo di Stato in
Ucraina, l’abbattimento di Janukovic con le squadre naziste e
ultranazionaliste russofobe da lungo tempo preparate e istruite con l’aiuto
della Polonia e delle Repubbliche baltiche.
La trappola, ben
preparata, doveva costringere la Russia a un intervento diretto a sostegno dei
russi di Ucraina, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica di nuovo tipo.
Vladimir Putin non è cascato nella
trappola e i russi di Ucraina — non tutti ma una parte decisiva — hanno trovato
la forza di difendersi. La Crimea ha
scelto di “tornare in patria”.
Ma il risultato è stato in gran parte raggiunto dall’Impero. L’Europa si è
schierata a fianco agli Stati Uniti, sono scattate le sanzioni, l’ondata russofobica ha investito tutto
l’Occidente e lo ha compattato attorno a Washington. La Russia e Putin sono il
vero “nemico da battere”.
Come? Hillary Clinton dovrà
risolvere il problema.
Lo scontro
diretto è in preparazione. Ma non tutti a Washington sono così suicidi da pensare
di attuarlo. Si preparano alla guerra, ma pensano che anche la Russia di Putin potranno metterla in ginocchio, come fecero con
l’URSS di Mikhail Gorbaciov. È una scommessa che potrebbero perdere. E l’Europa è in pieno subbuglio. Potrebbe rompersi prima l’Europa.
E anche l’Impero è diviso al suo interno. Donald Trump difficilmente vincerà le elezioni, ma è un segnale che
la fiducia dello stesso popolo americano
nelle sue élites è ormai logorata. Si può applicare all’America il detto
latino: “omne regnum in se ipse divisum
desolabitur” (ogni regno, quando è diviso al suo interno, finisce per
crollare).
Non avendo noi una comunità giapponese corposa e influente come quella ebraica, surrogo la mancanza, ricordando le forse 200.000 vittime civili di Hiroshima (di cui ricorre oggi il 71° anniversario) e Nagasaki.
Come ebbe a dire Leo Szilard, che assieme ad Albert Einstein fu uno dei più influenti promotori scientifici del Progetto Manhattan, salvo poi dissociarsi dall'effettivo sgancio dell'ordigno:
«Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, avremmo definito lo sgancio di bombe atomiche sulle città come un crimine di guerra e avremmo condannato a morte i tedeschi colpevoli di questo crimine a Norimberga e li avremmo impiccati.»
In subordine, si sarebbe potuto istruire un processo per contravvenzione delle Convenzioni dell'Aja (1899, 1907) - peraltro ratificate dagli Stati Uniti - in base all'art. 25 della seconda:
«È vietato attaccare o bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifizi che non siano difesi».
Ma la Grande Nazione Cristiana né venne processata, né si sentì mai in colpa ed anzi diede la surreale giustificazione che i pochi morti di quei due giorni salvarono molti più morti potenziali.
Memoria di Hiroshima. Per tutti gli umani che quella prima mattina di un martedì d'estate stavano iniziando il giorno che non avrebbero finito:
La commemorazione musicale ha molte analogie con le impressioni acutissime ed emozionanti sollevate da un'altro ricordo sinfonico, quello di Krzysztof Penderecki.
Noi qui
sotto firmatari siamo russi che vivono e lavorano negli USA. Stiamo assistendo
con crescente ansia a come le attuali politiche statunitensi e NATO ci stiano
portando verso una collisione pericolosissima con la Federazione Russa, così
come con la Cina.
Numerosi
rispettati patrioti americani, come Paul Craig Roberts, Stephen Cohen, Philip Giraldi, Ray McGoverne molti altri hanno lanciato allarmi per il pericolo di un’incombente
Terza Guerra Mondiale. Ma la loro voce si è persa nel chiasso di mass media
zeppi di storie ingannevoli e inaccurate. Esse descrivono un’economia russa nel
caos e un esercito russo debole. Tutto senza prove.
Tuttavia
noi, conoscendo sia la storia russa sia lo stato attuale della società e delle
forze armate russe, non possiamo ingoiare quelle bugie. E ora riteniamo che sia
nostro dovere, in quanto russi che vivono negli USA, avvertire il popolo
americano che gli viene mentito e che noi dobbiamo dirgli la verità.
E la verità
è semplicemente questa:
se ci fosse una guerra con la Russia, gli Stati
Uniti verrebbero con certezza distrutti e molti di noi infine morirebbero.
Facciamo un
passo indietro e guardiamo in un contesto storico cosa sta avvenendo. La Russia ha sofferto moltissimo a causa
di invasioni straniere. Nella II
Guerra Mondiale ha perso 22 milioni di persone. Erano in maggioranza civili
perché la nazione era stata invasa. E i
Russi hanno quindi giurato di non permettere mai più un disastro simile.
Ogni volta
che la Russia è stata invasa è uscita vittoriosa. Nel 1812 Napoleone invase la Russia e nel 1814 Parigi era sotto gli zoccoli
della cavalleria russa. Il 22 giugno del 1941 la Luftwaffe di Hitler bombardava Kiev e il 9 maggio
1945 le truppe sovietiche dilagavano per Berlino.
Ma le cose
sono cambiate da allora. Se Hitler attaccasse oggi la Russia, sarebbe bello che
morto in 20 o 30 minuti, il suo bunker ridotto a una massa di macerie
incandescenti per l’impatto di un missile supersonico da crociera Kalibr
lanciato da una piccola nave russa da qualche parte nel Baltico. L’abilità
operativa delle nuove forze armate russe è stata dimostrate nel modo più
persuasivo durante le recenti azioni contro l’ISIS, al-Nusra e altri gruppi
terroristici operanti in Siria e foraggiati dall’estero.
Molto tempo
fa la Russia avrebbe dovuto rispondere alle provocazioni combattendo battaglie
di terra sul proprio territorio e poi lanciando una contro-invasione. Ma ora
questo non è più necessario. Le nuove
armi russe permettono una rappresaglia istantanea, non rilevabile, impossibile
da fermare e assolutamente letale.
Così, se
domani dovesse scoppiare una guerra tra gli USA e la Russia è assolutamente
garantito che gli USA sarebbero devastati. Come minimo non ci sarebbero più una
rete elettrica, internet, benzina, gas; non ci sarebbero più autostrade,
trasporti aerei o navigazione basata su GPS. I centri finanziari sarebbero in
rovina. Il Governo, ad ogni livello, cesserebbe di funzionare. Le forze armate
statunitensi che stazionano per tutto il globo non sarebbero più rifornite. Nella
peggiore delle ipotesi, l’intera massa continentale degli USA sarebbe coperta
da uno strato di polvere radioattiva.
Non lo
diciamo perché siamo allarmisti ma perché in base a tutto ciò che conosciamo,
siamo noi stessi allarmati. Se attaccata, la Russia non cederebbe,
contrattaccherebbe e annichilirebbe totalmente gli Stati Uniti.
La leadership statunitense ha fatto tutto
ciò che poteva per spingere la situazione sull’orlodel disastro. Innanzitutto
la sua politica antirussa ha convinto la
leadership russa che fare concessioni o negoziare con l’Occidente è del tutto inutile.
È sempre
più evidente che l’Occidente sosterrà ogni individuo, movimento o governo
antirusso. Siano essi gli oligarchi russi evasori fiscali, criminali di guerra
ucraini imprigionati, terroristi wahhabiti in Cecenia sostenuti dai Sauditi o
dissacratrici punk di cattedrali a Mosca.
Ora che la NATO,
in violazione alle sue precedenti promesse, si è espansa fino ai confini russi,
con le forze statunitensi dispiegate negli stati baltici a un tiro di
artiglieria da San Pietroburgo, la seconda città della Russia, i Russi non
hanno più modo di ritirarsi anche se lo volessero.
Non attaccheranno, ma nemmeno cederanno o si
arrenderanno. La leadership russa gode del sostegno di più
dell’80% della popolazione. Il restante 20% pensa invece che essa sia troppo
morbida con gli sconfinamenti dell’Occidente. La Russia non attaccherà mai per
prima, ma contrattaccherà e così una provocazione o anche solo un semplice
errore potrebbe scatenare una sequenza di eventi che finirebbe con milioni di
americani morti e gli USA in rovina.
A
differenza di molti Americani che vedono la guerra come una vittoriosa ed
eccitante avventura in terre esotiche, i
Russi odiano la guerra e ne hanno paura. Ma sono anche pronti a combatterla, e
si stanno preparando da anni a farlo. E la loro preparazione è stata la più
efficace.
A
differenza degli USA che sperperano un numero pauroso di miliardi in dubbi
programmi di armamento a sovracosto, come il caccia multiruolo F-35, i Russi
sono estremamente parsimoniosi con i loro rubli per la difesa e li fanno
fruttare almeno 10 volte di più rispetto alla gonfiata industria della difesa
americana.
Mentre è
vero che l’economia russa ha sofferto a causa del ribasso del prezzo
dell’energia, è però ben lontana dall’essere nel caos e un ritorno alla
crescita è atteso per il prossimo anno. Il senatore John McCain una volta ha definito la Russia “una pompa di benzina
mascherata da nazione”. Bene, mentiva. Sì, la Russia è il più grande produttore
mondiale di petrolio e il secondo esportatore, ma è anche il più grande
esportatore al mondo di cereali e di tecnologia per l’energia atomica. Ha una società avanzata e sofisticata come
quella degli Stati Uniti. Le forze armate russe, sia convenzionali sia nucleari,
oggi sono pronte a combattere. E sono più che all’altezza degli USA e della NATO,
specialmente se una guerra dovesse scoppiare in un qualsiasi punto vicino ai
confini della Russia.
Ma una
simile battaglia sarebbe suicida da entrambi i lati. Crediamo fermamente che
una guerra convenzionale in Europa abbia una forte probabilità di diventare
nucleare molto rapidamente e che ogni attacco nucleare di USA/NATO alle forze
russe o al territorio russo automaticamente scatenerebbe un contrattacco
nucleare russo sul continente statunitense.
L’unica
ragione per cui gli USA e la Russia si trovano oggi in rotta di collisione
invece di sciogliere tensioni e cooperare su un largo spettro di problemi
internazionali, è il rifiuto ostinato della
leadership statunitense di accettare la Russia come un partner alla pari.
Washington
è determinata a essere il “leader mondiale” e la “nazione indispensabile”,
persino se la sua influenza diminuisce costantemente nella scia di disastri
militari e di politica estera come l’Iraq, la Libia, la Siria, lo Yemen e
l’Ucraina.
Una
continuata leadership globale americana è qualcosa che la Russia, la Cina e la
maggioranza delle altre nazioni non hanno intenzione di accettare.
Questa
graduale ma evidente perdita di potere e influenza ha fatto diventare isterica
la leadership statunitense. E tra l’isteria
e la pulsione suicida basta un passo.
I leader politici americani dovrebbero essere messi sotto osservazione per
istinti suicidi.
La prima e
più importante cosa che facciamo è quindi lanciare un appello ai comandanti delle Forze Armate Statunitensi perché
seguano l’esempio dell’ammiraglio William
Fallon che interrogato su una possibile guerra all’Iran replicò: “No, finché ci sono io”.
Sappiamo
che non siete dei suicidi e che non avete intenzione di morire per un’arroganza
imperiale che ha perso i contatti con la realtà.
Se
possibile, vi preghiamo di dire al vostro staff, ai vostri colleghi e,
specialmente, ai vostri superiori civili che una guerra con la Russia non
avverrà finché voi sarete in carica.
Se proprio
non potete, almeno mantenete voi questa promessa, e dovesse mai arrivare il
giorno in cui quell’ordine suicida verrà dato, rifiutatevi semplicemente di
eseguirlo, con la motivazione che è criminale. Ricordatevi che per il Tribunale di Norimberga «Iniziare una guerra di aggressione … non è solo un crimine
internazionale; è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri
crimini di guerra solo in quanto accumula in sé il male del tutto». Da
Norimberga in poi lo “stavo solo eseguendo gli ordini” non è più una difesa
valida. Per favore non diventate criminali di guerra.
Facciamo
anche appello al popolo americano perché
intraprenda azioni pacifiche ma decise per opporsi
a ogni esca provocatoriacontro la
Russia da parte di qualsiasi politico o qualsiasi partito che legittimi e
sostenga una politica di inutile scontro con una superpotenza nucleare che è
capace di distruggere gli Stati Uniti in
un’ora.
Parlate,
rompete la barriera della propaganda dei mass media e fate che i vostri
compatrioti americani siano consapevoli dell’immenso pericolo di uno scontro
tra la Russia e gli USA.
Non c’è
nessuna ragione effettiva perché gli USA e la Russia si debbano considerare
avversari. Lo scontro attuale è interamente il risultato della visione estremista del movimento
neoconservatore i cui membri si sono infiltrati nel governo federale
statunitense e che considerano ogni nazione che rifiuta di obbedire ai loro
dettami un nemico da schiacciare.
Grazie ai
loro sforzi senza sosta, più di un milione di innocenti sono già morti nella ex
Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia, in Iraq, Siria, Pakistan, Ucraina, Yemen,
Somalia e in molte altre nazioni - tutto per la loro insistenza maniacale che
gli USA devono essere un impero mondiale, non una nazione regolare e normale, e
che ogni leader nazionale deve inchinarsi a loro o essere spodestato.
In Russia
la forza irresistibile del movimento neocon
ha alla fine incontrato un oggetto inamovibile. Devono essere costretti a fare marcia indietro prima che
ci distruggano tutti.
Siamo
assolutamente e categoricamente certi che la Russia non attaccherà mai gli USA
o nessun membro della UE; che la Russia non ha interesse a ricreare l’Unione
Sovietica e che non c’è nessuna “minaccia russa” o “aggressione russa”. Molti
dei recenti successi economici russi hanno molto a che fare con lo scioglimento
delle vecchie dipendenze sovietiche, cosa che ha permesso di perseguire una
politica di “prima la Russia”.
Ma siamo
altrettanto certi che la Russia se attaccata, o anche solo minacciata di un
attacco, non recederà e la leadership russa non starà a guardare.
Con grande
tristezza e con cuore pesante onoreranno il dovere su cui hanno giurato e
scateneranno una barriera nucleare dalla quale gli Stati Uniti non si
riprenderanno mai più.
Anche se
tutta la leadership russa fosse uccisa da un first strike, la cosiddetta
“Mano Morta” (Dead Hand, cioè il sistema “Perimeter”) lancerebbe automaticamente
sufficienti bombe nucleari da cancellare gli USA dalla mappa politica.
Crediamo
che sia nostro dovere fare tutto ciò che possiamo per prevenire una simile
catastrofe.
Il sistema Perimeter
è un po’ come il famoso “Ordigno Fine Di Mondo” (Doomsdaymachine)
immaginato dal genio di Stanley Kubrick in “Il dottor Stranamore”.
L’esistenza di
questo sistema in epoca sovietica non venne reso pubblico. Ad esso si poteva
adattare perfettamente il dialogo surreale tra il dottor Stranamore e
l’ambasciatore sovietico:
Stranamore: «Perché?
Insomma, lo scopo dell’ordigno “Fine di mondo” è perduto se si tiene segreto.
Perché non lo avete detto al mondo, eh?»
Ambasciatore: «Doveva
essere annunciato a congresso di Partito, Lunedì. A Kisov piace fare sorprese!»
Riesumato nel
2009 e ammodernato nel 2011 prevede che in caso di attacco e di isolamento di Perimeter
dal resto del Paese (le due condizioni necessarie e sufficienti per armarlo),
sia lanciato un contrattacco nucleare automatico. Il sistema è in grado di
analizzare non solo la situazione militare mondiale ma anche quella politica.
Conobbi Nanni Salio, uno dei padri italiani di quella che viene definita nel mondo come peace research, vent'anni fa. Ebbi
la fortuna di trascorrere assieme a lui molte giornate, mentre partecipavo
all'organizzazione delle sue conferenze in Sardegna a cura della Comunità di
Sestu, e da subito mi colpì il suo ragionare mite ma robusto, capace di
collegare i grandi temi internazionali, le guerre, le questioni dei limiti ecologici della crescita economica. Il collegamento glielo forniva un approccio
scientifico rigoroso e appassionato, interamente dedito a costruire una nuova
cultura della pace. Fu uno dei migliori esempi di un'intera generazione di
fisici che hanno saputo congiungere la loro consapevolezza sui pericoli estremi
di quest'epoca, segnata da Hiroshima e Fukushima (due manifestazioni
drammatiche della fisica applicata moderna), con un impegno militante molto
paziente, costruttivo, fiducioso nella forza della ragione. Una ragione che può
unire e dare forza a individui e movimenti.
In un momento come questo, in cui gran
parte degli intellettuali sono silenziosi rispetto alle grandi crisi sistemiche
del pianeta perché ormai non studiano da decenni e si sono persi in categorie culturali
diventate rami secchi, il lascito culturale di Nanni Salio è invece
attualissimo, prezioso e vitale.
Nel rileggere dopo anni le pubblicazioni
del Centro Studi Sereno Regis
da lui fondato, mi rendo conto della potenza delle categorie adoperate, della
forza di quelle analisi. Chi oggi si sente spiazzato di fronte alla crisi mediorientale
o non sa nulla del potenziale di pace che si trova nel mondo islamico, o
vorrebbe davvero collegare riflessione teorica e azione concreta con esempi
potenti e ragionati, è da lì che deve ricominciare.
Chi vuole iniziare il suo primo filo della moderna
ricerca sui temi della pace, su Wikipedia potrà trovare la voce Giovanni Salio, con una corposa biografia che illumina da tante angolazioni il tema
della nonviolenza. In coda a questo articolo potrà trovare i link a decine di
suoi pezzi da noi pubblicati nel corso degli anni, sia brevi riflessioni sia
veri e propri saggi.
Per chi studierà Nanni Salio sarà possibile
riscoprire la duratura attualità politica di Gandhi e Capitini e potrà incontrare
un altro grande maestro contemporaneo della peace
research, il vecchio e lucidissimo Johan Galtung, grande amico di Nanni
Salio. Oggi il mondo arranca a Ginevra per trovare formule di pace raffazzonate
per la Siria, ma forse bastava ascoltare già da anni quel che proponeva Galtung con grande lungimiranza e
completezza. Quel che voglio dire al lettore è che abbiamo avuto in casa un
metodo per comprendere meglio la pace e la guerra, e che dovremo tenercelo caro
e farlo fiorire ora che Nanni Salio ci ha lasciati.
E allora voglio ricopiare qui una sua
bellissima riflessione sulla vita e sulla morte che scrisse nel 2010 in
occasione della scomparsa di alcune personalità a lui care. Nel leggere le
parole di Salio dedicate alla morte altrui si scoprirà un emozionante anelito
di speranza che ora si può tranquillamente orientare alla sua assenza, che
però, come ben ci spiega, sarà una compresenza. Nanni si chiede, nientemeno: «Ma
cosa significa morire?». Le risposte sorprenderanno.
Di fronte alla
morte di persone più o meno note, più o meno care e a me vicine, mi tornano
alla mente i versi di una bella poesia di Vivian Lamarque:
A vacanza
conclusa dal treno vedere
chi ancora
sulla spiaggia gioca si bagna
la loro
vacanza non è ancora finita:
sarà così
sarà così lasciare la vita?
Come ricordare Elise
Boulding (6 luglio 1920 - 24 giugno 2010), Enzo Tiezzi (4
febbraio 1938 - 25 giugno 2010), Rina Gagliardi (15 novembre
1947 - Roma, 27 giugno 2010),
persone diverse
ma accomunate dal profondo impegno sociale per i problemi della pace,
dell'ambiente e della giustizia sociale, che ci hanno lasciato nei giorni
scorsi? La loro non è stata una semplice vacanza, come recita la poesia i cui
versi evocano il senso di smarrimento che ci coglie di fronte alla morte e al
venir meno, più o meno improvvisamente, dei nostri progetti di vita ancora
incompiuti.
Pochi di noi,
forse, conoscono Elise Boulding, particolarmente nota in sede
internazionale per il suo pluridecennale impegno nel campo della "ricerca,
educazione e azione per la pace".
Ho avuto modo di
conoscerla anni fa, seppure di sfuggita, in uno dei convegni dell'IPRA (International
Peace Research Association) che si svolgono con cadenza biennale nei più
diversi paesi del mondo.
Elise è stata
definita la "matriarca degli studi per la pace", anche lei norvegese
come Johan Galtung, che invece, di dieci anni più giovane, può essere
considerato il "patriarca".
Oltre a quanto
si trova sul web (in particolare segnaliamo il breve ricordo in http://www.transnational.org/ e il
suo commovente "viaggio con l'Alzheimer", http://www.transnational.org/ ),
di lei in italiano non c'è molto, se non il piccolo, ma prezioso libretto
"Inventare futuri di pace", pubblicato dall'EGA nel 1998, in
una collana diretta da Giuliano Pontara, nel quale Elise sintetizza gli aspetti
principali del suo lavoro.
Il giorno
successivo alla sua morte, avvenuta nella ricorrenza di san Giovanni, mi è
capitato casualmente di vedere una brevissima nota su Enzo Tiezzi.
Non riesco a
rendermi conto come ci si possa scordare del suo intenso lavoro di ricercatore,
scienziato, educatore e animatore nel campo delle questioni ecologiche e in
particolare della sostenibilità.
E la bella
stagione della rivista Arancia blu, che riprendeva l'immagine della
Terra vista dallo spazio. Nonché il suo lavoro sulla scia di Howard Odum per
introdurre le tecniche di modellizzazione e valutazione dei sistemi ambientali
mediante il concetto di emergia (contrazione del termine inglese
"embodied", "incorporata, inclusa", ed
"energia", ovvero energia incorporata).
E infine, Rina
Gagliardi (alla quale, giustamente, i media, a cominciare da Liberazione,
il giornale per il quale ha a lungo lavorato, hanno dedicato molta attenzione)
che invitammo anni fa per un confronto tra la cultura di cui era portatrice e
quella della nonviolenza, conoscendo la sua sensibilità e attenzione anche a
questa tematica.
Sono passati
anni da allora, non ho più avuto modo di incontrarla, ma quel ricordo è rimasto
come speranza perché la cultura della nonviolenza faccia breccia anche tra
coloro che spesso l'hanno fraintesa, riducendola a qualcosa che riguarda solo
degli ingenui utopisti che non conoscono la durezza della lotta politica reale.
Ma cosa significa morire? Eterno e
irrisolto problema, al quale amo rispondere proponendo, tra le tante possibili,
due riflessioni.
La prima è
quella che suggerì il grande drammaturgo Friedrich Dürrenmatt nel corso di
un'intervista con Michael Haller:
Cosa
significa per lei la morte? E' uguale al nulla?
Forse. Ma posso
anche immaginarmi che si esista sempre. Schopenhauer ha parafrasato questa idea
più o meno così: la coscienza dell'umanità è come un mare di cui la coscienza
individuale è un'onda. La totalità della coscienza esisterà fino a quando ci
sarà l'umanità. E posso pensare che dopo la morte si diventi un'onda nuova,
diversa, di questo mare della coscienza.(Friedrich Durrenmatt, Gorbaciov
e Havel. Le ragioni della speranza. Due discorsi politici,
Il Melangolo, Genova 1991, pp. 54-55)
La seconda si
richiama alle belle riflessioni che Aldo Capitini sviluppò intorno al concetto
di compresenza, che ripropongo a partire da alcuni brani
tratti dalla sua opera più specifica (La compresenza dei morti e dei
viventi, Il Saggiatore, Milano 1966):
"Ho sofferto acutamente nel
vedere, proprio al centro della mia attenzione, che c'è chi è colpito dalla
realtà com'è ora: l'ammalato, l'esaurito, lo stolto, il morto, e mi sono messo
in rapporto - attraverso il tu a quell'infelice - con una realtà che non lo
escluda e lo tenga unito con altri esseri che sono nati (realtà di tutti), e lo
renda uguale e lo compensi sviluppandosi anche lui infinitamente nella
cooperazione ai valori, come chi è sano, vigoroso, vivente (Compresenza).
Questa apertura alla compresenza si
può chiamare religiosa, se "religione" è vivere un rapporto (che sia
fondamentale nel proprio svolgersi) con "altri". E l'apertura
religiosa è pratica, perchè la realtà della compresenza non la posso conoscere
scientificamente come le parti della realtà attuale, ma la posso vivere
mediante impegni in atto nel tu-tutti che le rivolgo"(p. 11).
"Tutti gli esseri che mai furono
e che sono, morti e viventi, costituiscono una compresenza che s'accresce dei
nati, che è tenuta insieme ed unificata dalla produzione dei valori" (p.
12).
" Tutti' vuoi dire tutti gli
esseri singoli che sono nati. Ci sono gli insufficienti relativi, che sono
colpiti dal mondo della natura con qualche grave limitazione. ma vivono; ci
sono gli insufficienti assoluti che sono i morti, e ci sono anche i viventi
attuali, anche i minimi. La compresenza nella sua capacità unitaria (Uno-Tutti)
li trascende come singoli, perché come singoli esseri non sarebbero capaci di
dare il compenso di uguaglianza agli insufficienti per i colpi del mondo della
natura; tuttavia ogni essere vivente fa parte della compresenza, opera in essa.
Questo significa che ogni essere vivente non è soltanto forza vitale e potenza,
ma in quanto è unito alla compresenza è in quel "di più" capace di compensare
le insufficienze del mondo della natura" (p. 18).
La «grande
livellatrice», l'«eterna vincitrice», ci ricorda la nostra fragilità e
l'impermanenza di tutte le cose, suggerendoci di essere più umili, saggi,
distaccati, profondi.
Pur nella continua
incertezza esistenziale delle nostre vite, ci è di conforto pensare e
percepire, care/i Elise, Enzo, Rina, la vostra presenza nel grande oceano della
compresenza capitiniana, dell'inter-essere, delle onde di coscienza individuali
nel quale un giorno anche noi confluiremo.
Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi
Chi cura questo blog
Pino Cabras (1968) è laureato in Scienze Politiche e lavora in una finanziaria d’investimento, per la quale ha curato diversi programmi negli Stati Uniti e in Asia. Ha pubblicato "Balducci e Berlinguer, il principio della speranza" (La Zisa, 1995), "Strategie per una guerra mondiale" (Aìsara, 2008); con Giulietto Chiesa ha pubblicato "Barack Obush (2011), uscito nel 2012 in edizione russa con il titolo «Глобальная матрица» (Global'naja Matrica). E' condirettore del sito www.megachip.info e co-fondatore della webTv PandoraTv.it.
Pino Cabras
Complotti e complottismi
dal libro "Strategie per una guerra mondiale":
Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere... [leggi tutto]
DIETRO GLI ESPERTI MILITARI IN TV, IL PENTAGONO MUOVE I FILI Versione italiana di un'inchiesta di David Barstow comparsa su «The New York Times» il 20 aprile 2008: [LEGGI QUI]
Sul giornalismo
"Periodismo es difundir aquello que alguien no quiere que se sepa, el resto es propaganda".
Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)